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Posted in Laboratorio, Numero 48 - Dicembre 2018, Numero 48 - Laboratorio, Numero 48 - Rubriche

I polacchi: un popolo di minatori migranti nel Limburgo belga

I polacchi: un popolo di minatori migranti nel Limburgo belga

di Sonia Salsi

Nel corso del Novecento il Belgio conobbe diverse fasi di migrazione da parte della popolazione polacca verso i territori minerari del Limburgo e la Vallonia. Una parte dei polacchi che si stabilì in territorio belga furono soprattutto ufficiali, politici e intellettuali che fuggirono dopo la rivolta polacca tra il 1830-1831. All’interno di un consistente numero di migranti polacchi ci fu una prima corrente di minatori qualificati provenienti dal Ruhrgebiet tedesco, dove l’estrazione del carbone conosceva già una lunga storia di miniere.

In Germania, per esempio, già a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento si stabilirono in primis i minatori emigrati dall’alta Slesia. Consistenti quantità di minatori qualificati furono reclutati dalle Società minerarie tedesche nelle aree agricole della Prussia occidentale e orientale. Agli inizi del Novecento almeno un quarto della popolazione di minatori presso il Ruhrgebiet era di nazionalità polacca. Vi formarono comunità coese basate su organizzazioni sociali come sindacati, giornali e club sportivi che, a contatto con l’ambiente tedesco ostile, contribuirono a promuovere un’identità nazionale compatta, attiva e collaborativa. Alla fine della Prima guerra mondiale, i polacchi del Ruhr, denominati Westphaliens, si trasferirono verso le zone minerarie della Francia settentrionale, rimanendo caratterizzati da un’identità fortemente religiosa e nazionale. Il senso di appartenenza si fortificò soprattutto quando infine si trasferirono, con le le loro famiglie, nei luoghi vicini alle miniere belghe.

Per avere un quadro chiaro sulla presenza odierna dei discendenti polacchi e di quello che rimane del passato di ex minatori è necessario ricostruirne il percorso migratorio stesso sino agli arrivi presso le sette sedi carbonifere nel Limburgo belga. La storia dell’immigrazione polacca verso le zone minerarie del Belgio ha attirato l’attenzione di studiosi belgi, come ad esempio Bart Delbroek, Idesbald Goddeeris, Franck Caestecker, Bart Pluymers, Serge Langeweg en Leen Roels. Essi portarono alla luce rilevanti dati sulla presenza della popolazione polacca sul territorio belga. Presero in esame le partenze verso le zone minerarie del Ruhr in Germania e le zone minerarie nel Nord della Francia. Il focus delle indagini coprirono in particolar modo gli aspetti storici della nazione Polacca, le modalità di reclutamento, le partenze e le condizioni di vita presso le miniere di Liegi e del Limburgo belga. Dalle ricerche emersero sia i motivi che i fattori che incentivarono gli espatri soprattutto dalle zone tedesche, dovuti dai rapporti tesi tra la Germania e la Polonia a partire dal 1918, quando quest’ultima divenne uno Stato indipendente. Ma già tra il 1830 e il 1831, in seguito alla rivolta polacca, erano arrivati in Belgio i primi flussi di polacchi, composti principalmente da rifugiati politici, displaced people, funzionari, intellettuali e studenti. Infine emerse un altro fattore importante, come ad esempio le differenze tra polacchi non ebrei ed ebrei, che manifestarono le proprie caratteristiche tipiche e specifiche di una cultura distinta e separata dal polacco stesso: molti ebrei polacchi, addirittura, non parlavano la lingua polacca.

Gli ebrei che vissero per esempio ad Anversa si occuparono di piccole e medie imprese commerciali o industriali ma ugualmente all’interno di queste comunità vi era la presenza di numerosi intellettuali. Contemporaneamente l’immigrato ebreo ricercava nella nuova patria il proprio modello di vita tradizionale, continuava a lavorare nel settore dell’abbigliamento, dei diamanti, di pellicce e cuoio, per la maggior parte concentrati presso la capitale ed Anversa stessa. I polacchi non ebrei si stanziarono presso le regioni industriali carbonifere di Liegi, Hainaut e nel Limburgo. I rapporti tra i polacchi del Ruhr e i polacchi reclutati direttamente dalla Polonia del 1927 comportava non pochi attriti. Vi erano consistenti differenze per esempio nella lingua parlata da parte dei polacchi. Coloro che prevenivano dal Ruhrgebiet parlavano il tedesco, con un livello di istruzione alta e preparati come minatori professionali. I polacchi non qualificati come minatori invece dovettero accontentarsi di stipendi bassi e lavori più pesanti. Solo verso la fine degli anni Trenta le tensioni tra i due gruppi di polacchi cessarono.

I MINATORI, UN POPOLO MIGRANTE

Dopo la fine della prima guerra mondiale il Belgio fu liberato anche grazie alla collaborazione della popolazione polacca. Una parte di essa rimase nel paese ancora per un breve periodo per poi ritornare in Polonia, altri invece proseguirono i loro viaggi verso gli USA, il Canada o l’Australia. Nella costruzione degli impianti industriali minerari la direzione delle miniere del Limburgo belga si rivolse alle zone di Liegi e all’Olanda, alla ricerca di minatori qualificati. A partire dal 1923 le offerte e domande di lavoro puntarono su nuovi mercati. Vennero presi in considerazioni sia i futuri minatori italiani che i polacchi. I primi polacchi duranti questi anni arrivarono direttamente dalla Polonia, altri emigrarono dal nord della Francia e dalla zona del Ruhrgebiet.

Un primo contingente di 2.000 minatori, in gran parte qualificati, arrivò dalla zona mineraria di Dabrowska. Tra questi vi erano molti che avevano già lavorato nelle miniere francesi o belghe negli anni Venti, ma erano stati costretti a tornare in patria durante la Grande crisi economica. Ciò che distingueva il minatore polacco da quello italiano era che il primo proveniva da una lunga esperienza lavorativa in miniera e quindi era altamente qualificato. Verso la fine degli anni Venti i lavoratori qualificati iniziarono a scarseggiare e le Società minerarie spostarono l’attenzione verso altre popolazioni maschili, soprattutto dei paesi dell’Est, cercando non solo più minatori qualificati, ma anche persone con bassa scolarizzazione. In Belgio la direzione mineraria poté usufruire di ottimi collegamenti di trasporto riuscendo in questo modo a reclutare manodopera nelle remote zone di Anversa e del Brabante. Nel 1922 furono i proprietari stessi delle miniere belghe a reclutare i polacchi direttamente dalla Polonia, sino a quando i migranti decisero di arrivare su propria iniziativa. A settembre dello stesso anno si trovavano in Belgio circa 11.000 minatori di origine polacca.

A partire dal 1923 cominciò a presentarsi un quadro diverso della realtà mineraria nel Limburgo belga. Il numero dei lavoratori immigrati aumentò rapidamente: 1.825 stranieri su un totale di 11.443 abitanti. La popolazione straniera era composta da 515 olandesi, 464 polacchi, 300 cecoslovacchi, 289 serbi, 134 italiani, quest’ultimi fuggiti con l’avvento del fascismo in Italia. Un anno dopo tredici nazionalità diverse erano coinvolte nel territorio minerario. Vi era tuttavia una carenza nazionale di 25.000 lavoratori e il Belgio pianificò un programma di selezione per reclutare un maggior numero di futuri minatori. Il governo strinse un primo accordo con l’Italia, per contingenti composti da minatori non qualificati. Molto presto questi lasciarono il settore per rivolgersi verso altre tipologie di lavoro meno pesanti. Quindi la scelta cadde sulla popolazione polacca, minatori qualificati con precedenti esperienze nel settore carbonifero e sicuramente più preparati, che garantivano una presenza sicura. Consistenti campagne di reclutamento di massa furono organizzate in Polonia, il Ruhrgebiet e la Francia, che già avevano conosciuto una storia di miniere e popolazioni straniere di minatori. Tra il 1927 e il 1930 aumentò la presenza di stranieri sul territorio minerario e i polacchi arrivarono ad essere presenti con un numero complessivo di 2.099 presenze.

Contemporaneamente si presentò una generalizzata carenza di alloggi nella zona mineraria, e molti minatori polacchi decisero di ritornare in patria. I costi di viaggio e l’assenza di aiuto da parte del consolato polacco fece sì che la migrazione di ritorno divenisse difficile. E in più le leggi straniere furono rigide e costrinsero la popolazione polacca a rimanere in territorio belga per almeno un anno intero. Una differenza fondamentale dalla precedente ondata d’immigrazione fu che i lavoratori non accettarono di buon grado le condizioni lavorative e protestarono, con frequenti scioperi organizzati dal partito socialista.

Durante la seconda guerra mondiale, il Belgio conobbe un periodo caotico in cui l’industria mineraria si mostrò disposta ad accontentarsi di qualsiasi tipologia di lavoratore pur di portare avanti la battaglia del carbone e di vincerla. Una nuova ondata di migranti si affacciò sulla scena mineraria, composta da cittadini dell’Est Europa, considerati in primo luogo come lavoratori temporanei. Alla fine della guerra, i flussi di ritorno verso i luoghi di origine dei lavoratori sfruttati e abbandonati al loro destini portarono il Belgio a istituire un famoso accordo bilaterale con l’Italia, nel 1946. Si susseguirono altri accordi rivolti alla Grecia, alla Turchia, al Marocco, per individui che andarono a sostituire i belgi, soprattutto non qualificati, e a cui vennero assegnati i lavori più pesanti. Il salario medio in miniera era maggiore di qualsiasi altro tipologia di lavoro. Chi invece assumeva un comportamento civile all’interno dei villaggigiardino usufruiva di vantaggi sociali, abitazioni confortevoli e consistenti assegni familiari.

LE CONVIVENZE MULTICULTURALI E LE CONDIZIONI ABITATIVE NEL LIMBURGO MINERARIO

Nel 1910 le direzioni delle sedi minerarie iniziarono le costruzione delle prime case, ispirate al concetto delle città giardino inglesi. Mirarono a standard abitativi confortevoli, con corrente elettrica, acqua potabile e un giardino. Gli affitti vennero detratti direttamente dal salario, e i minatori furono regolarmente sottoposti a controlli sul posto di lavoro.

Le abitazioni dei futuri minatori vennero costruite rapidamente negli anni della battaglia del carbone. Gli alloggi erano sobri e uniformi, e vennero assegnati ai lavoratori qualificati appartenenti alla prima generazione di migranti. Presso le cité di Winterslag, Zwartberg e Waterschei essi vissero raggruppati nelle stesse zone e vie delle città-giardino, in un effettivo sistema di segregazione tra i lavoratori di provenienza straniera e la popolazione autoctona. Casi unici che si distinsero dalle altre cité nelle zone minerarie del Limburgo belga. La separazione etniche all’interno della cité di Zwartberg fu subita soprattutto dalla prima generazione di stranieri. In una certa misura le miniere stimolavano i legami etnici tra i figli e bambini dei polacchi. Durante il periodo 1920-1936 la vita sociale dei immigrati polacchi si svolgeva principalmente all’interno della Noordcité Driehoeven. I lavoratori non qualificati furono stanziati presso alloggi di emergenza e le abitazioni di scarsa qualità e di più piccola costruzione. Nella Zuidcité (la parte sud) e la parte nordest di Zwartberg alloggiavano i minatori e impiegati belgi, altamente qualificati, come per esempio gli ingegneri e direttori delle miniere.

Le società di costruzioni (Cockerill) in collaborazione con le istituzioni minerarie, mirava a garantire un certo tipo di benessere abitativo con l’obiettivo di conservare una certa qualità professionale valido presso le miniere. Contemporaneamente detenevano il potere di licenziare nel caso in cui lo svolgimento del lavoro non avvenisse secondo le richieste; al contrario, famiglie intere dovettero allontanarsi dalle cité. Invalidi, pensionati e vedove potevano vivervi a condizione che la famiglia garantisse la presenza di un figlio maschio con lo scopo che diventasse un futuro minatore. Gli scapoli alloggiavano presso le pensioni, come le Cantine, o ospitati da altre famiglie.

I belgi nutrirono un’immagine negativa dei minatori stranieri e delle loro famiglie. Solo a Genk, per esempio, abitavano 1700 stranieri: olandesi, slovacchi, polacchi, russi e portoghesi. Nella cité di Winterslag si contavano 1500 presenze di differenti provenienze e non mancarono nella vita quotidiana frequenti scene di litigi furiosi tra la popolazione autoctona e gli stranieri.

Fu uno dei motivi principali per cui presso le cité minerarie fu adottata una consapevole segregazione tra la popolazione belga e quella straniera. Gli alloggi vi venivano assegnati a seconda della tipologia di lavoro e mestiere svolto in miniera. Nella cité di Eisden, la più grande di tutto il territorio minerario limburghese, le case venivano assegnate a seconda del numero di figli presenti nelle famiglie d’origine. I minatori sposati assicuravano una stabilità maggiore, e di conseguenza i proprietari delle miniere si rivolsero verso le famiglie dei minatori proponendo abitazioni confortevoli con agevolazioni a favore delle madri e figli, pur di tenerli uniti attorno le zone carbonifere.

Il MANTENIMENTO DELLA CULTURA POLACCA NEI CONTESTI MINERARI

Le direttive minerarie del Limburgo costituirono una politica multiculturale tesa verso il mantenimento delle associazioni comunitarie. Diedero sostegno materiale ed economico alle associazioni degli immigrati creando legami solidi tra popolazione e realtà minerarie. Associazioni di stampo sportivo, soprattutto calcistico e di ginnastica, e musicisti ebbero notevoli vantaggi proprio per il prestigio che diedero alle miniere stesse. Il consolato polacco, per consolidare i rapporti con il Belgio, sostenne le varie associazioni sportive tra cui i club di ginnasti Sokol e Falco. Le organizzazioni sportive avevano un carattere paramilitare, e si riunivano presso i campi sportivi nella parte est della Noordoostcité di Zwartberg, Waterschei e Winterslag. L’identità polacca emerse principalmente da organizzazioni interne e soprattutto da una forte collaborazione con il Governo polacco. Diverse società minerarie contribuirono a mantenere viva la comunità polacca. Le prime associazioni organizzate da parte dei polacchi furono istituite nel Limburgo a partire dal 1930, ma erano nate già precedentemente, durante lo stanziamento presso le zone minerarie del Ruhrgebiet in Germania. I minatori polacchi iniziarono a impartire l’insegnamento della propria lingua ai figli mantenendo in questo modo viva la lingua e la cultura originaria.

Tant’è vero che per esempio a Zwartberg, con il sostegno del governo polacco in collaborazione con le miniere nel distretto di Genk venne istituita una scuola elementare per i bambini dai sei ai dieci anni. A Winterslag, Waterschei, Beringen, Eisden vennero in seguito istituite scuole polacche separate dal sistema scolastico belga. La miniera di Zwartberg diede lo spazio all’interno di una barakka, e garantì alloggi agli insegnanti di lingua polacca. Alla fine dell’anno scolastico 1932-1933 le scuole vennero chiuse perché il governo di Varsavia voleva risparmiare sui stipendi degli insegnanti, ma contemporaneamente, sino agli anni ’40, vennero organizzati l’insegnamento della lingua polacca sino a dieci anni all’interno dell’insegnamento della lingua neederlandese. Ai bambini polacchi venivano impartite sia lezioni di lingua polacca che di neederlandese.

ASSOCIAZIONI CULTURALI E RICREATIVE

Le prime associazioni organizzate dai polacchi nacquero a Waterschei, Eisden, Heusden-Zolder e Beringen. A Brussel fu fondata nel 1945 la prima Unione Polacca senza scopo di lucro. Allora già a Beringen si manifestarono le più consistenti attività. I minatori del Ruhrgebiet stabilitisi in Belgio costruirono in pochi anni una vasta rete di organizzazioni associative. Nel 1923 fondarono le associazione di tipo socio-culturale religioso centralizzate e coordinate da membri che facevano parte del mondo minerario stesso. Nel 1926 le associazioni si organizzavano con la collaborazione delle autorità consolari. Dopo il colpo di stato militare da parte di J. Pilsudski nel maggio 1926, il consolato polacco iniziò a sostenere e aiutare con finanziamenti le comunità stanziate all’estero. Furono inviati i primi insegnanti, innanzitutto intellettuali, che, oltre a insegnare la lingua, organizzavano anche la vita sociale e culturale. Le ideologie di propaganda di tali organizzazioni ebbero le caratteristiche di un patriottismo marcato: la nazione polacca venne identificata con il regime militare Pilsudski, il cattolicesimo era dominante con l’anti-socialismo, i sindacati poco operativi.

Il clero giocò un ruolo fondamentale nella vita sociale, soprattutto nel reclutamento dei polacchi in Polonia. I religiosi belgi parlavano la lingua polacca e vissero a fianco dei sacerdoti polacchi presso le loro comunità attorno alle zone minerarie in Belgio. Le comunità in Belgio si organizzarono nello stesso modo di quelle dei bacini minerari tedeschi e francesi: formarono associazioni religiose (del rosario per le donne) e minerarie, club sportivi (centri di atletica, club di tiro), associazioni culturali (teatro, canto e gruppi di danza). Nel Limburgo belga vennero istituite nuove scuole, dove i bambini dei discendenti polacchi frequentavano corsi in lingua (corsi tuttora esistenti).

UN FUTURO DA MINATORI E CASALINGHE

Leen Beyers condusse una ricerca basandosi sulla struttura sociale dei migranti stranieri presso le cité minerarie di Genk, ai confini tra l’Olanda e la Germania. Approfondì i suoi studi sulla divergenza di classe, tra i minatori qualificati e non, sul sistema scolastico dei figli e figlie adolescenti polacchi. Un studio che prese in esame i ragazzi destinati a divenire futuri minatori, come anche la ragazze, future casalinghe. Un confronto sugli stili di vita dei giovani discendenti polacchi e di come s’integrarono nel contesto minerario di Zwartberg. Beyers esaminò il periodo a partire dalla metà degli anni 1930 sino ai primi anni ’50, nel quale le società minerarie svilupparono un programma sociale per educare i ragazzi giovani al lavoro in miniera, quindi un programma educativo e scolastico mirato alla formazione di futuri minatori. I materiali didattici furono incentrati sulla fidelizzazione del futuro personale maschile e minerario.

Nel 1932, a Zwartberg e Waterschei, nacquero le prime scuole tecniche e professionali, le T.I.K.B per ragazzi a partire dai quattordici anni in poi. Un percorso di studio complessivo e con la durata di tre anni, addestrati per diventare innanzitutto minatori qualificati. I diplomati potevano in seguito mirare a funzioni come quelle di guardiano o caposquadra nel sottosuolo. Il piano di studi funzionò parzialmente dato che i quattordicenni non andavano a scuola ma si rivolgevano direttamente alle miniere per lavorare come minatori. Nel 1939 per le ragazze invece iniziarono a costruire a Zwartberg una scuola professionale per farle diventare future casalinghe. Fu una strategia mirata da parte delle Società Minerarie, che prevedevano insediamenti permanenti delle famiglie di minatori. Da parte delle ragazze non si aspettava una emancipazione economica; infatti, sino alla seconda metà degli anni Cinquanta, il Limburgo offriva poche opportunità lavorative in altri settori.

Il personale delle miniere adottò strategie mirate nell’organizzare tour illustrativi per i figli dei minatori a partire dall’ultimo anno delle scuole primarie. Durante gli anni scolastici le scuole adiacenti alla società mineraria educavano i figli dei minatori a coltivare un interesse identitario collettivo: nelle classi i figli di minatori creavano un gruppo coeso di appartenenza a seconda della loro origine. A scuola gli stranieri si trovarono a stretto contatto con i fiamminghi, e man mano il gruppo diventava sempre più omogeneo, dal momento che tutti facevano parte del mondo minerario. Per facilitare l’integrazione, i polacchi modificarono i loro nomi, per esempio Ludwig diventava Louis e Bronislaw diventava Bruno. I cognomi rimanevano invariati. I figli di minatori condividevano la loro identità associata alle miniere come un gruppo omogeneo e intimo. Giovani polacchi e fiamminghi frequentavano sia le sale da ballo gestite dai belgi che dai polacchi: tutti insieme sia nella realtà lavorativa che in quella scolastica e di svago.

CONCLUSIONI

Tra il 1945 e 1950, 10.000 polacchi stanziati in Belgio scelsero di ritornare a vivere in Polonia. Tuttavia i polacchi delle prime migrazioni fecero molta fatica a ritornare in patria. I motivi per rimanere in Belgio erano di diversa natura, ma principalmente politica e sociale. A differenza della Francia, il Belgio non si occupava delle migrazioni di ritorno, mirava piuttosto a tenere i minatori polacchi in Belgio per contribuire alla battaglia del carbone. I polacchi che arrivarono prima della guerra preferirono in genere rimanere, visto che le loro famiglie di origine li avevano raggiunti, e per giunta i loro figli ormai erano adulti, con una propria vita sociale. Oggi i belgi sposati con polacchi o polacche della seconda generazioni li considerano perfettamente integrati, e finalmente viene apprezzata anche la stessa cultura polacca sul suolo limburghese, a differenza di ciò che accadde negli anni Cinquanta, quando erano invece considerati come gente violenta e poco propensa a socializzare con le altre culture. A partire dagli anni Sessanta molti polacchi richiesero la nazionalità belga proprio per avere gli stessi diritti della popolazione autoctona, con il risultato di essere ad oggi considerati come belgi a tutti gli effetti, mantenendo comunque viva la cultura di origine.

Bibliografia

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www.cosimo.be/onsmijnverleden/op-zoek-naar-koolputters online

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