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Posted in Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche, Numero 33 - Scaffale, Scaffale

Alberto Guasco, Cattolici e fascisti. La Santa Sede e la politica italiana all’alba del regime (1919-1925) Bologna, Il Mulino, 2013

Alberto Guasco, Cattolici e fascisti. La Santa Sede e la politica italiana all’alba del regime (1919-1925) Bologna, Il Mulino, 2013

di Paolo Valvo

 

 

 

Scaffale ValvoIl tema del rapporto tra la chiesa italiana e il fascismo non è certo nuovo nell’attuale panorama storiografico, che ha potuto – e indubbiamente potrà ancora – giovarsi dell’apporto delle fonti archivistiche vaticane relative al pontificato di Pio XI (Achille Ratti, 1922-1939), rese disponibili alla consultazione degli studiosi nel settembre 2006. Questa considerazione vale in particolare per chi negli ultimi anni ha potuto leggere con profitto i numerosi contributi che Alberto Guasco ha dedicato alla fase iniziale di questo rapporto così complesso. Di questi interventi Guasco offre ora al pubblico una sintesi organica nel corposo volume Cattolici e fascisti, il cui sottotitolo chiarisce l’oggetto peculiare su cui si è concentrata l’attenzione dell’Autore, vale a dire la Santa Sede e la linea da essa tenuta nei confronti del fascismo, dagli albori del movimento alla sua definitiva affermazione politica.

La politica vaticana al riguardo, descritta nel suo sviluppo cronologico secondo tre scansioni che corrispondono ai capitoli in cui principalmente si articola il volume (dalla nascita del movimento nel 1919 alla marcia su Roma, il primo governo Mussolini, la crisi seguita al delitto Matteotti), risulta non priva di incertezze e di ambiguità, assommando in sé – per usare le parole dell’Autore – “una pars destruens, una pars costruens e un delta di differenza insopprimibile, che consente gli avvicinamenti ma rifiuta le confusioni, soprattutto le confusioni sul piano dei principi” (p. 46).

È principalmente sul piano pratico, infatti, che si gioca il giudizio di Pio XI e della Curia sul primo governo Mussolini – “sul governo, non sul fascismo”, come sottolinea Guasco (p. 156) –, che si dimostra attento a intercettare i desiderata vaticani in particolare nel campo strategico dell’istruzione e nella lotta contro la massoneria (per quanto piena di contraddizioni), e per questo appare più efficace del Partito popolare di don Luigi Sturzo nella tutela degli interessi dei cattolici e della Santa Sede.

L’approccio largamente tradizionale seguito da quest’ultima nell’affrontare il fenomeno fascista, tuttavia, si scontra con la natura tutt’altro che tradizionale del fenomeno medesimo, il cui potenziale rivoluzionario appare molto più evidente alla “periferia” che al centro. Sotto questo profilo, le denunce dei sistematici atti di violenza perpetrati dai fascisti in molte diocesi (o durante l’occupazione di Fiume, come testimoniano eloquentemente i rapporti di mons. Celso Costantini) rappresentano uno degli elementi più significativi che emergono dall’ampia documentazione archivistica utilizzata da Guasco, che in gran parte conferma, approfondendolo, il quadro esistente delle fonti edite, sia d’archivio sia memorialistiche. Come e in quale misura questi “campanelli d’allarme” abbiano contribuito o meno alla formulazione di un giudizio complessivo sul fascismo da parte della Curia è una questione (o forse la questione) che merita di essere ulteriormente indagata e che, mutatis mutandis, attraversa in fondo l’intero arco del pontificato piano, costellato da momenti di crisi e fasi più o meno stabili di distensione nei rapporti tra le “due Rome”.

Che il Vaticano all’alba del Ventennio non si renda conto della radicale novità incarnata dal fascismo e della sua natura totalitaria, è un fatto che non può sorprendere oltre una certa misura, e che si spiega alla luce di diversi fattori, presi in considerazione dall’Autore, non ultimi la diffidenza/indifferenza verso il sistema politico liberale e l’incombente spettro del socialismo. Il volume di Guasco documenta il successo della strategia di Mussolini, che riesce ad accreditarsi presso la Santa Sede facendo convivere gli eccessi del fascismo-movimento con le garanzie offerte dal fascismo-regime, secondo un copione destinato a ripetersi più volte negli anni a venire, con forme diverse. Da questo punto di vista l’Autore sostiene che “il conservatorismo papale non fu fascismo o filofascismo nell’accezione che l’antifascismo avrebbe conferito alla parola – molto distanziava Pio XI dal primo e quasi tutto dal secondo – bensì apprezzamento per chi non esibiva pregiudiziali antireligiose e svolgeva una politica favorevole alla Chiesa; apprezzamento per un capo di governo che ambiva a riconciliare Stato e Chiesa senza le impuntature dei liberali e le velleità dei popolari, più che per un ritorno di Mussolini alla religione, specchietto per le allodole della propaganda fascista e abbaglio della retorica clericale più disposta a farsi turlupinare” (p. 74).

D’altra parte, la distinzione operata di riflesso negli ambienti vaticani tra un “fascismo buono” e un “fascismo cattivo” (pp. 44-45) esprime sì un certo comprensibile disorientamento, ma in certi casi può anche rappresentare un alibi per non portare la riflessione sull’essenza e sui rischi del fascismo alle sue estreme conseguenze. Su questo punto la storiografia dovrà continuare a interrogarsi, valorizzando le diverse sensibilità presenti nel Palazzo Apostolico nel tentativo di cogliere tutte le possibili sfumature, senza cadere nella tentazione di concepire la Curia come un monolite – ma rifuggendo allo stesso modo la tentazione opposta di esasperare le differenze, in assenza di riscontri documentari convincenti – e inserendo ogni gesto o parola nel suo appropriato contesto storico.

A tale proposito, la lucidità con cui nel dicembre del 1935 mons. Domenico Tardini, in un noto appunto menzionato dall’Autore nel capitolo introduttivo (pp. 78-79), evidenzia gli effetti perniciosi del fascismo su “moltissime anime che son prese dal demone del nazionalismo e che credon più a Mussolini che al papa” fa riflettere, anche se può contribuire solo parzialmente a un giudizio in sede storiografica sulle scelte operate dalla Santa Sede tra il 1919 e il 1925. Occorre poi tenere sempre conto dei diversi livelli in cui si articola l’attività della Curia e dei suoi membri, da quello politico-diplomatico a quello magisteriale, che si combinano tra loro dando origine a sintesi che possono apparire oggi più o meno fortunate e “profetiche”, ma innanzitutto devono essere lette e comprese nella loro complessità, che rifugge tanto le distorsioni operate dall’apologetica quanto certi schematismi della storiografia più recente. Senza mai dimenticare oltretutto, come nota giustamente Guasco, che “le immagini del pontificato rattiano mutano sensibilmente al mutare del paese preso in considerazione” (p. 72).

Tale avvertenza aiuta a mettere a fuoco un ulteriore aspetto del problema, che potrebbe in futuro inserire la ricerca su questo tema in una nuova prospettiva geografica, più ampia, vale a dire l’incidenza dell’opinione pubblica internazionale sui rapporti tra la Santa Sede e il fascismo. Un piccolo ma significativo esempio in proposito lo offrono i “Fogli di udienza” del cardinale Eugenio Pacelli, che il 22 ottobre 1932 registrano un colloquio tra il segretario di Stato e Pio XI inerente la questione posta dall’ex segretario di Stato cardinale Pietro Gasparri in merito all’accettazione della sua nomina a socio dell’Istituto italiano di studi legislativi, presieduto dal senatore Vittorio Scialoja. Il contenuto dell’udienza, nella versione trascritta da Pacelli, costituisce una preziosa sintesi di molti degli argomenti trattati nel volume di Alberto Guasco, e viene per questo riportato qui di seguito:

 

Udienza del 22 ottobre 1932

Domanda dell’Em[inentissim]o Gasparri circa accettazione a nomina di socio dell’Istituto di studi legislativi, presieduto dal Sen. Scialoja.

Scialoja è liberale, uno degli oppositori più conclamati del Concordato. Il S. Padre naturalmente lascia l’Emo libero di fare come crede. Fa soltanto osservare che Scialoja è uno dei deploratori e oppositori più accaniti e fegatosi del Concordato, e quest’ambiente giuridico, almeno come si è visto nel recente Congresso, si è rivelato come un servilismo al fascismo, essendosi detto dal Ministro Prof. De Francisci che la politica deve prevalere sul diritto. L’Emo potrebbe anche trovarsi a disagio, ad es. nelle sedute dell’Istituto. Si potrà anche dire, ad es. in Francia, che è la fascistizzazione della S. Sede e del S. Collegio.

[Segreteria di Stato, Sezione per i Rapporti con gli Stati, Archivio Storico, Archivio della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, Stati Ecclesiastici, pos. 430 a (P.O.), fasc. 346, f. 62r]

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