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Posted in Articoli, Numero 25 - Articoli, Numero 25 - Febbraio 2011

Una bella impresa L’evoluzione della cooperazione sociale in Confcooperative e Legacoop

Una bella impresa L’evoluzione della cooperazione sociale in Confcooperative e Legacoop

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Emanuele Felice, Tito Menzani

Abstract

Il saggio ripercorre l’evoluzione delle cooperative sociali all’interno di Legacoop e Confcooperative dagli anni settanta ai nostri giorni. La crescita delle cooperazione sociale viene analizzata nel quadro della più ampia espansione del movimento cooperativo, con riguardo anche alle differenze regionali. Il confronto fra le due organizzazioni e l’approccio di lungo periodo consentono di verificare l’importanza delle diverse strategie di Legacoop e Confcooperative, chiariscono le ragioni della minore presenza della cooperazione sociale nel Mezzogiorno e aiutano a comprendere meglio il ruolo degli interventi legislativi che si sono succeduti (dalla legge n. 381 del 1991 a quella n. 118 del 2005). Legacoop ha adottato una politica maggiormente attenta alla crescita dimensionale e alla razionalizzazione, mentre Confcooperative ha sviluppato una maggiore cura nel radicamento territoriale delle proprie associate. In entrambi i casi si registra una notevole crescita quantitativa e qualitativa della cooperazione sociale a partire dalla legge n. 381 del 1991, che è proseguita anche dopo la legge del 2005. La minore presenza nel Mezzogiorno appare come un dato strutturale di lungo periodo, comune ad entrambe le centrali e allargato agli altri settori del movimento cooperativo.

Abstract english

This paper focuses on the development of two of the most important Italian social cooperatives, Confcooperative and Legacoop, from the 1970s until today. The growth of social cooperation is analysed within the wider expansion of the cooperative movement, and also in relation to regional differences. In the long run, the comparison between these two organizations let us verify the different strategies adopted by Legacoop and Confcooperative, clarify the reasons of the reduced presence of social cooperation in Southern Italy, and better understand the role of legislative measures, from the Law 381/1991 to the Law118/2005. Legacoop supported a policy more focused on its growth and rationalization, while Confcooperative developed additional care in the local roots of its members. In both cases there is significant quantitative and qualitative growth of social cooperation after the Law 381/1991, which continued even after the 381/2005 one. Its minor presence in Southern Italy seems to be a structural long-term feature, not only common to both organisations but broadened to the cooperative movement on the whole.

Introduzione1

Nei restanti 20 anni del XX secolo si avrà molto bisogno dei precetti morali che sono intrinsechi all’idea cooperativa [e…] in futuro il movimento cooperativo sarà composto da una grande varietà di cooperative, anche di tipi che attualmente non esistono o che non sono ancora stati progettati2.

Negli ultimi due decenni la cooperazione sociale ha conosciuto una notevole espansione. Questo saggio ne ricostruirne il percorso da una prospettiva finora inedita, infatti l’evoluzione delle imprese sociali viene inquadrata all’interno del più ampio movimento cooperativo, con particolare attenzione alle strategie e alle dinamiche delle due principali centrali di riferimento, Legacoop e Confcooperative3. Lo scopo è duplice. Da un lato, si vogliono evidenziare le differenze o, al contrario, gli aspetti similari e le determinanti comuni, fra le imprese sociali e le altre forme cooperative. Dall’altro, si intendono mettere a confronto le diverse politiche di crescita messe in campo da Legacoop e Confcooperative, ed esaminare il loro impatto sull’andamento e sulle caratteristiche delle cooperative sociali. Da questi confronti, potrebbero emergere interessanti indicazioni di policy e, al contempo, nuovi elementi di conoscenza sulle caratteristiche delle imprese sociali4.

Per quel che concerne il primo dei nostri obiettivi, nel caso di Legacoop i dati inediti a nostra disposizione consentono un approfondito confronto a partire dal 1992, subito dopo il primo inquadramento legislativo del 1991, con riferimento alla dimensione media, alla redditività, ed alla distribuzione territoriale, e naturalmente permettono di contestualizzare la crescita della cooperazione sociale all’interno della più ampia espansione che Legacoop ha attraversato negli ultimi decenni. Nel caso di Confcooperative, possediamo una quantità di dati lievemente inferiore, che purtroppo in alcuni specifici casi non sono perfettamente raffrontabili a quelli relativi a Legacoop. A prescindere da questi limiti oggettivi, siamo comunque in grado di esprimere valutazioni attendibili sui principali temi del confronto proposto, ossia la dimensione media, il fatturato, la distribuzione per regioni, e il contesto dato da tutto il movimento delle cooperative di tradizione cattolica. Sia nel caso di Legacoop, che in quello di Confcooperative, l’analisi verrà condotta guardando ai dati aggregati delle imprese sociali e delle altre cooperative, così da fornire una ricostruzione statistico-quantitativa essenziale, che possa fare da riferimento a successivi approfondimenti, altrettanto importanti e complementari all’analisi qui condotta, che guardino ai percorsi di singole imprese. A sua volta, il giudizio sulla rappresentatività o meno di queste esperienze potrà avvalersi di un quadro di sintesi.

Il confronto fra le politiche di Legacoop e quelle di Confcooperative verrà condotto con riferimento ad una precisa ipotesi interpretativa. Sappiamo che negli ultimi decenni Legacoop ha condotto una politica maggiormente attenta alla crescita dimensionale ed alla razionalizzazione organizzativa, che – almeno in teoria – si confà in misura minore alla forma di impresa della cooperazione sociale, mentre Confcooperative si è mostrata più attenta al radicamento sul territorio, secondo la cosiddetta strategia del “campo di fragole”, della quale parleremo nelle pagine successive. Queste linee strategiche hanno avuto un impatto sull’evoluzione e le caratteristiche delle imprese sociali? In caso di risposta affermativa, le cooperative sociali della Lega dovrebbero evidenziare una maggiore dimensione media e forse anche una migliore redditività, rispetto a quelle aderenti a Confcooperative; di contro, queste ultime dovrebbero essere maggiormente presenti rispetto alle altre forme cooperative della stessa centrale, almeno in termini di numero di imprese e numero di addetti. Se questo quadro ipotetico delle differenze viene confermato dall’analisi empirica – e, lo anticipiamo, viene confermato – se ne ricava che le strategie delle centrali cooperative decise a livello nazionale hanno avuto importanti ripercussioni sull’articolazione territoriale delle cooperative sociali, e si apre la questione, anch’essa di grande importanza per le sue indicazioni di policy, di come riuscire a combinare i vantaggi delle due impostazioni strategiche.

La prospettiva temporale relativamente estesa – in sostanza, da quando i dati sono disponibili – e il riferimento all’evoluzione del movimento cooperativo nel suo complesso, consentono, infine, di provare a rispondere ad uno degli interrogativi che riteniamo più importanti per quel che concerne le prospettive e l’importanza della cooperazione sociale oggi in Italia, e che verte sulla loro specializzazione territoriale5: la minore presenza che oggi si riscontra nel Mezzogiorno è sempre stata tale, e vi sono in questo senso possibilità di cambiamento? In tale ambito, esistono delle differenze fra la Legacoop e Confcooperative, oppure fra le imprese sociali e le altre forme cooperative? Confidiamo che la risposta che saremo in grado di dare potrà essere utile per inquadrare correttamente il problema e, quindi, per cercare di risolverlo6.

I prossimi due paragrafi analizzano l’evoluzione delle cooperative sociali all’interno rispettivamente di Legacoop e Confcooperative, in entrambi i casi procedendo dall’inquadramento legislativo del 1991 fino alle soglie della riforma del 2005, ma con approcci parzialmente differenti, che dipendono dalle diverse disponibilità di fonti. Il quarto paragrafo sviluppa un confronto fra le cooperative delle due centrali negli ultimi anni, successivi alla riforma del 2005, anche con riferimento all’evoluzione precedente. Infine, le conclusioni sintetizzano i risultati della ricerca.

L’evoluzione delle cooperative sociali aderenti a Legacoop prima della riforma del 2005

La nascita e l’affermazione delle cooperative sociali aderenti a Legacoop hanno avuto luogo in un contesto di crescita di tutta l’organizzazione: dal 1977 al 1984 i principali indicatori – fatturato, occupati, soci, cooperative – evidenziano un quadro di forte espansione, in particolare dal 1977 al 1985 e poi dal 1995 al 2004. Nell’insieme, dal 1977 al 2004 il fatturato, a prezzi costanti, è aumentato di 3,2 volte, gli occupati di 2,4, i soci di 4,4 e il numero di cooperative di 1,8. La dimensione media delle cooperative è cresciuta tanto in termini di addetti per impresa, quanto soprattutto in termini di fatturato per addetto, ma anche per quel che concerne il numero dei soci per cooperativa, pur se quest’ultimo dato riflette il rapido incremento della cooperazione di consumo; all’espansione quantitativa, in molti casi si è accompagnata una trasformazione qualitativa – sul versante organizzativo e gestionale – delle cooperative.

Tabella 1. Principali indicatori Legacoop, 1977-2004 (prezzi in milioni di euro 2009)

 

  Fatturato

 

Occupati Soci Cooperative Dimensione media delle cooperative
fatturato occupati
1977 15.458 n.d. 1.637.108 8.495 1,820 n.d.
1980 n.d. 166.300 2.814.450 11.888 n.d. 14
1981 20.594 n.d. 2.422.717 13.109 1,571 n.d.
1985 27.738 216.023 2.895.950 14.065 1,972 15
1988 29.022 219.500 3.134.400 11.187 2,594 20
1989 30.701 230.734 3.361.297 11.389 2,696 20
1994 29.363 201.938 3.836.668 10.709 2,742 19
1995 29.009 207.403 3.937.435 10.621 2,731 20
2001 46.470 342.127 5.984.439 14.319 3,246 24
2004 50.114 396.277 7.206.742 15.289 3,278 26
2004/1977 3,24 2,38(a) 4,40 1,80 1,80 1,86(a)

Note: (a) l’anno di partenza è il 1980.

  1. La tabella è un aggiornamento a prezzi 2009 della ricostruzione riportata in Zamagni e Felice 2006, p. 25. Le fonti utilizzate erano le seguenti. Per il 1977, rilevazione Legacoop in occasione del XXX Congresso; per il 1981, rilevazione Legacoop in occasione del XXXI Congresso; entrambe si trovano pubblicate in Radiografia della cooperazione in Italia, Editrice Cooperativa – Lega, 1981, p. 8. Per il 1980, Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue, Indagine sulla struttura economica, patrimoniale e occupazionale delle cooperative e dei consorzi aderenti alla LNCM al 31 dicembre 1980, documento interno, 1981. Per il 1985, Prandini 1986, p. 85. Per il 1988, Massarelli 1989. Per il 1989, Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue, Principali indicatori del movimento cooperativo Lega, documento interno a cura dell’Ufficio Studi, 1990. Per il 1994, M. Benni, La cooperazione in Italia: i dati della Legacoop, in “Newsletter”, n. 7, 1997, pp. 22-23. Per il 1995, il 2001 e il 2004 dati forniti dalla Legacoop.

 

Tabella 2. Principali indicatori Legacoop per settori, 1977-2004

  1977 1981 1985 1989 1994 1995 2001 2004
Fatturato (% su tot.)                
Agroalimentare 25,16 24,35 25,47 21,62 18,41 16,52 13,47 14,33
Abitazione 12,79 13,83 12,31 6,51 5,89 5,60 2,05 1,97
Consumo 11,36 17,64 16,98 22,95 28,11 29,37 23,21 24,50
Dettaglianti 9,47 6,17 7,84 10,62 9,64 10,17 16,62 15,41
Produzione e lavoro 26,10 25,70 21,23 23,56 20,39 20,65 17,09 17,79
Servizi e turismo 13,12 10,58 13,80 11,97 12,56 14,01 18,71 16,62
                 
Occupati (% su tot.)                
Agroalimentare n.d. 27,06 20,83 15,60 8,95 8,94 6,25 5,75
Abitazione n.d. 0,87 0,84 0,82 0,41 0,38
Consumo n.d. 6,31 7,43 11,98 15,75 15,68 12,95 13,07
Dettaglianti n.d. 1,20 0,93 1,40 1,34 1,52 9,59 8,81
Produzione e lavoro n.d. 45,58 35,09 34,06 18,96 18,38 10,53 8,72
Servizi e turismo n.d. 18,04 34,10 34,15 51,02 52,31 48,58 51,43
                 
Soci (% su tot.)                
Agroalimentare 28,32 18,16 17,26 11,47 8,11 7,10 4,13 3,20
Abitazione 18,45 18,29 17,26 14,64 10,95 10,80 6,60 5,64
Consumo 44,77 55,15 58,70 67,59 75,77 77,41 78,04 81,73
Dettaglianti 1,37 0,82 0,69 0,38 0,15 0,14 0,05 0,05
Produzione e lavoro 3,44 3,22 2,75 2,12 0,97 0,87 0,48 0,35
Servizi e turismo 2,23 3,86 2,64 2,87 2,87 2,57 2,59 2,50
                 
Cooperative (% su tot.)                
Agroalimentare 28,01 21,53 22,96 18,07 13,85 13,96 13,90 14,01
Abitazione 34,89 35,37 33,77 35,12 29,41 28,53 19,70 17,93
Consumo 10,49 12,88 10,66 3,78 2,74 2,84 3,37 3,50
Dettaglianti 2,81 1,58 1,83 0,95 0,21 0,22 0,94 0,88
Produzione e lavoro 9,43 12,11 12,13 12,38 11,28 11,34 13,63 14,10
Servizi e turismo 10,49 11,03 12,05 22,28 22,49 23,63 23,18 25,27
                 
Fattur. per cooperativa

(mln euro 2009)

               
Agroalimentare 1,362 1,830 2,187 3,224 3,645 3,231 6,008 6,866
Abitazione 0,556 0,632 0,719 0,500 0,548 0,536 0,768 0,821
Consumo 1,641 2,216 3,139 16,347 28,171 28,209 30,382 39,100
Dettaglianti 5,104 6,326 8,457 30,197 128,658 128,270 143,029 143,009
Produzione e lavoro 4,198 3,435 3,450 5,130 4,957 4,975 8,449 9,287
Servizi e turismo 1,895 1,551 2,257 1,448 1,531 1,619 2,916 2,575
                 
Occup. per cooperat.                
Agroalimentare n.d. 16 14 17 12 13 21 22
Abitazione n.d. 1 1 1 1 1
Consumo n.d. 6 11 64 109 108 125 165
Dettaglianti n.d. 10 8 30 123 137 608 647
Produzione e lavoro n.d. 48 44 56 32 32 38 36
Servizi e turismo n.d. 21 43 31 43 43 56 63
                 
Soci per cooperat.                
Agroalimentare 192 148 155 187 210 189 237 220
Abitazione 100 91 105 123 133 140 319 338
Consumo 809 750 1133 5271 9922 10093 13156 18758
Dettaglianti 92 91 78 117 262 240 55 67
Produzione e lavoro 69 47 47 51 31 28 31 26
Servizi e turismo 40 61 45 38 46 40 52 56
                 

Fonti: si veda la tabella precedente. Alcuni settori minori (pesca, attività culturali, altre attività) non sono stati riportati (per maggiori dettagli si veda Zamagni e Felice 2006, pp. 38-50). I dati per cooperativa delle ultime due colonne sono presi dalla banca dati Crm-Cerved e si riferiscono al 2001 e al 2003.

L’andamento per settori ci aiuta a focalizzare meglio tali dinamiche. Negli ultimi decenni si è verificata una riduzione notevole delle cooperative di abitazione, il cui scopo principale è l’assegnazione di alloggio ai soci e che non hanno fatturato significativo, dato che quel che importa è piuttosto il conto patrimoniale, mentre si sono sviluppate quasi tutte le altre tipologie, in vario modo legate alla dimensione imprenditoriale: in primis cooperative di consumo, la forma più antica di cooperazione in Italia (Zamagni, Battilani, Casali 2004), e di dettaglianti, che differiscono dalle prime soprattutto per la composizione della base sociale, fatta di imprenditori del commercio anziché di consumatori, quindi anche le cooperative di servizi e turismo, al cui interno si trovavano in questo periodo le cooperative sociali; per quel che riguarda il fatturato, sono cresciute su valori assoluti, ma non come percentuale del fatturato totale, anche le cooperative di produzione e lavoro e quelle agroalimentari. Questo trend ha riguardato altresì la dimensione media: l’incremento del fatturato, dei soci e degli addetti per cooperativa è stato davvero impressionante nelle due tipologie legate al commercio e ha rappresentato un aspetto centrale del più ampio fenomeno di modernizzazione del settore che ha preso corpo in Italia negli ultimi decenni. Tuttavia ha coinvolto anche, e visibilmente, gli altri comparti manifatturieri e dei servizi. Occorre dire che, tanto nella produzione e lavoro, quanto nei servizi e turismo, l’aumento della dimensione media si è andato concentrando nell’ultimo decennio, e in particolare nella fase espansiva della seconda metà degli anni novanta: in termini di fatturato, nei soli servizi e turismo la dimensione media delle cooperative è quasi raddoppiata (+80%) in una manciata di anni (1995-2001). Tale incremento è stato in parte il frutto di una precisa scelta strategica da parte della Legacoop, orientata alla riorganizzazione e razionalizzazione delle imprese esistenti, che ha dato i suoi frutti soprattutto nel commercio, ma ha interessato anche gli altri settori.

Come accennato, inizialmente le cooperative sociali non avevano una caratterizzazione autonoma, ma si trovavano incluse quasi interamente all’interno dell’Ancs (Associazione nazionale cooperative di servizi), che dal 1990, in seguito alla fusione con il turismo, è diventata Ancst, Associazione nazionale cooperative di servizi e turismo (Bertagnoni, Menzani 2010). Nate all’inizio degli anni settanta – ma le prime esperienze pionieristiche vi furono già negli anni sessanta (Menzani 2007c) – da allora le cooperative sociali si sono sviluppate a ritmi crescenti, pur non trovando una propria definizione giuridica7 fino al 1991, quando fu emanata la legge n. 381 nota come “Disciplina delle cooperative sociali”8. La normativa distingueva due tipologie fondamentali: le cooperative sociali di tipo A, per la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi, e le cooperative sociali di tipo B, per lo svolgimento di attività produttive finalizzate all’inserimento nel mondo del lavoro di persone svantaggiate.

La fase pioneristica degli anni settanta e ottanta ha visto anche la nascita della cooperazione sociale all’interno di Legacoop: fra le primissime imprese di questo genere aderenti alla Lega vi è la Cooperativa per l’assistenza domiciliale agli infermi, anziani, infanzia (Cadiai), di tipo A, nata nel 1973 a Bologna, e tuttora – come si dirà dopo – una delle più importanti. Purtroppo, i dati a nostra disposizione non consentono di separare le cooperative sociali dal resto del settore servizi e turismo per gli anni precedenti il 1992. A tale data, coincidente con l’introduzione della nuova normativa, da un’indagine da noi condotta grazie alla disponibilità della banca dati Crm-Cerved, si contavano 307 cooperative sociali, corrispondenti al 4,8% delle cooperative registrate nella banca dati Crm-Cerved9, e a circa un quinto delle cooperative di servizi e turismo. È difficile pensare che negli anni ottanta la loro quota sul totale Legacoop potesse essere più elevata, dato il trend crescente delle cooperative di servizi e turismo in questo periodo, almeno in termini di numero di imprese, mentre la quota di fatturato è perlopiù stagnante, a segnalare un ritardo nella crescita delle singole imprese rispetto ad altri settori: attribuendo alle cooperative sociali lo stesso trend del settore di riferimento, avremmo a fine anni settanta una quota fra il 2,0% e il 2,5% sul totale Legacoop, corrispondente a circa 150 cooperative effettivamente attive. Da un’indagine interna a Legacoop per il 1980, sappiamo che la cooperazione dei servizi risultava meno presente nel Mezzogiorno rispetto ad altre forme cooperative, in un quadro in cui peraltro il Sud era già svantaggiato rispetto al resto del paese10; possiamo ragionevolmente supporre che anche la cooperazione sociale fosse meno presente nel Mezzogiorno, non solo in assoluto ma anche rispetto agli altri settori della Legacoop.

Le note sulle cooperative sociali aderenti o vicine alla Lega negli anni settanta e ottanta sono abbastanza scarne: oltre alla Cadiai, di cui si è detto e che era di tipo A e attiva in Emilia-Romagna, sappiamo di alcune importanti esperienze di tipo B, fra le quali la Cooperativa lavoratori uniti di Trieste (Clu), poi Cooperativa lavoratori uniti Franco Basaglia, nata nel 1972 ma avvicinatasi alla Lega in anni successivi, o la Coop Service Noncello di Pordenone, attiva dal 1981, e la Coop l’Obiettivo di Bari, dal 1982, anche queste sorte per favorire il reinserimento del lavoro dei disagiati psichici; meritano poi di essere citate due esperienze romane, la Coop Capodarco nata nel 1975 per l’inserimento nel mondo del lavoro di disabili e soggetti svantaggiati e poi orientatasi anche verso i servizi di carattere ospedaliero-amministrativo, e la Coop 29 giugno di Roma, nata nel 1985 per il reinserimento di detenuti ed ex detenuti (Menzani 2007b, 313-319, e 2007c). Fra le altre cooperative di tipo A, merita invece di essere menzionata un’altra società emiliana, la Csa, Cooperativa servizi assistenziali, sorta nel 1977 e come tale una delle più antiche, sulla quale torneremo.

Nonostante queste sollecitazioni provenienti dall’associazionismo di base, inizialmente i vertici cooperativi, e la Legacoop in particolare nelle sue varie articolazioni – Confcooperative fu più reattiva11 –, appaiono abbastanza lenti nel cogliere le opportunità di sviluppo che si andavano aprendo in questo settore, e che in breve sarebbero diventate sempre più vistose e importanti, accompagnandosi alla progressiva crisi del welfare state pubblico. Significativo è il fatto che nel XXIX congresso della Lega del 1973 la cooperazione sociale fosse interamente ignorata12, mentre in un successivo congresso unitario del 1977 veniva finalmente riconosciuta, ma in maniera vaga e parziale: la cooperazione sociale di tipo B era nuovamente omessa, mentre la cooperazione sociale di tipo A veniva accomunata ad altre attività, quali i lavori prevalentemente femminili e la cura del verde pubblico, che richiamavano temi di interesse sociale come la questione femminile e l’ecologia13, che la normativa successiva avrebbe separato14. È all’inizio degli anni ottanta15 che la discussione all’interno di Legacoop si avvicinò ai canoni attuali, anche grazie all’attività dell’associazione di settore delle cooperative di servizio, l’Ancs, che nei lavori preparatori del suo secondo congresso nazionale (1983-1984)16, riconosceva una prima importanza anche alle cooperative sociali che poi serebbero state definite di tipo B, “nate per lo più in modo spontaneo e spesso senza controllo e legittimazione dello stesso movimento”17, e caratterizzate dalla “circolarità” fra i soci dell’impresa e chi usufruisce in senso lato dei beni e servizi prodotti.

La legge n. 381 del 1991 diede un colpo d’ala alla crescita della cooperazione sociale, non ultimo perché finalmente istituiva una chiara classificazione18. A livello nazionale – si vedano i censimenti del 1991 e del 2001 – gli addetti alle cooperative sociali risultavano più che quadruplicati, passando da 27.510 a 149.14719. Non ci sono dati precisi sul numero di addetti all’interno di Legacoop, ma probabilmente la crescita fu minore: dal 1996, primo anno disponibile, al 2002 – per la stessa fonte manca il 2001 – l’incremento si attestò sull’80%. Supponendo uno stesso tasso di incremento negli anni precedenti, si otterrebbero circa 16.000 addetti nel 1991, il che presuppone un aumento nel decennio 1991-2001 di circa 2,7 volte. Sul versante del numero di cooperative disponiamo di dati più certi e sappiamo, con riferimento alle imprese registrate nella banca dati Crm-Cerved, che queste erano aumentate da 307 nel 1992 a 1.027 di dieci anni dopo, con un incremento di 3,3 volte. Sul totale Legacoop, il numero di cooperative sociali raggiungeva ora il 13% – era il 5% nel 1992 –, il fatturato era il 3,9% – triplicato rispetto al 1992 –, i dipendenti superavano il 15%, il che significa che se retropoliamo il tasso di crescita dal 1996 al 2002, nel 1992 erano circa la metà. Sebbene, quindi, l’espansione delle cooperative sociali aderenti alla Lega sia stata minore di quella registrata a livello nazionale, essa tuttavia è stata più marcata di quella degli altri settori dell’organizzazione, pure in un contesto generale di forte crescita.

Più in dettaglio, le nostre elaborazioni dalla banca dati Crm-Cerved sono riportate nella tabella 3, e consentono di tracciare un quadro quantitativo sull’evoluzione della cooperazione sociale aderente a Legaccop dal 1992 fino al 2003, ovvero a partire dalla prima definizione giuridica del 1991 fino alle soglie della riforma del 2005, anche se non è possibile distinguere fra le cooperative sociali di tipo A e di tipo B. I risultati sono messi a confronto sia con quelli per l’insieme delle cooperative della Lega, sia con quelli per il settore di riferimento delle cooperative sociali, l’Ancst; in entrambi i casi ricavati anch’essi dalla banca dati Crm-Cerved.

Tabella 3. L’evoluzione delle cooperative sociali aderenti a Legacoop, 1992-2003 (dati in mil. Є corr.)

 

  1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003
Cooperative sociali                        
Numero 307 244 217 286 462 415 814 928 862 951 1027 1097
Aggregato fatturato 236,4 214,8 222,9 287,1 440,3 431,0 768,1 905,1 1122,5 1199,9 1341,1 1472,8
Aggregato utile/perdita 5,9 2,7 5,5 6,9 6,7 8,4 15,4 15,2 11,5 14,9 9,4 12,7
Aggregato capitale sociale 11,4 10,3 11,5 15,9 24,7 24,6 39,4 43,1 51,2 51,1 57,7 65,4
Aggregato riserve 38,2 38,0 36,8 48,9 65,3 69,2 102,0 121,1 211,5 149,2 162,2 169,5
Aggregato patrimonio netto 55,5 51,1 53,8 71,7 96,7 102,2 156,9 179,4 274,2 215,2 230,2 247,6
Aggregato capitale investito n.d. n.d. n.d. 220,1 340,7 358,6 531,8 638,4 883,3 858,7 987,8 1085,1
Aggregato cash flow n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 32,1 31,3 38,6 36,7 42,5
Aggregato prestito sociale (1) n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 19,5 19,7 12,5
Aggregato numero dipendenti (1) n.d. n.d. n.d. n.d. 24274 n.d. n.d. 34066 34467 n.d. 44045 50033
Aggregato numero dipendenti (2) n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 16581 19467 21686 22689 25983 29634
Aggregato numero soci (1) n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 49968 55806
Cooperative servizi e turismo                        
Numero 1541 1169 1077 1206 1625 1742 2671 3040 2859 2982 3141 3234
Aggregato fatturato 2181,4 1905,2 2026,0 2307,7 2745,7 2731,0 4030,5 4581,1 4908,9 5642,5 5944,3 6426,7
Aggregato utile/perdita 32,5 26,7 24,4 36,7 28,6 63,5 58,9 55,0 44,6 79,5 38,6 68,8
Aggregato capitale sociale 112,1 113,9 121,9 132,1 176,9 169,5 210,3 234,0 238,4 289,2 309,0 333,8
Aggregato riserve 311,9 329,9 353,6 388,0 443,2 462,9 583,2 659,3 767,7 742,3 816,1 830,8
Aggregato patrimonio netto 456,5 470,5 499,9 556,8 648,7 695,9 852,5 948,3 1050,7 1111,0 1164,4 1233,3
Aggregato capitale investito n.d. n.d. n.d. 2874,2 3037,1 3365,0 3249,0 3671,8 3983,7 4501,2 4883,2 5188,2
Aggregato cash flow n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 175,8 183,1 226,7 200,9 240,3
Aggregato prestito sociale (1) n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 112,8 115,4 126,7
Aggregato numero dipendenti (1) n.d. n.d. n.d. n.d. 55040 n.d. n.d. 97852 106284 n.d. 134776 113720
Aggregato numero dipendenti (2) n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 63667 72242 78779 86464 90285 96135
Aggregato numero soci (1) n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 220601 154489
Totale Legacoop                        
Numero 6392 4785 4198 4558 5786 6586 7142 8320 7500 7775 8086 8033
Aggregato fatturato 18622,6 17729,7 17146,7 19392,0 21692,5 20309,9 24610,0 26517,0 27835,2 32230,4 34534,8 37114,1
Aggregato utile/perdita 380,5 372,4 295,9 405,9 405,2 369,8 495,0 462,8 656,9 1076,8 452,7 515,8
Aggregato capitale sociale 503,0 499,0 517,9 582,6 757,0 711,0 968,8 1045,5 1073,4 1333,3 1534,9 1673,4
Aggregato riserve 3623,7 4017,2 4332,6 4769,5 5051,1 5434,0 6193,3 6829,3 7128,6 8075,7 9369,5 9736,0
Aggregato patrimonio netto 4507,2 4888,6 5146,5 5757,9 6213,2 6514,9 7657,2 8337,6 8859,0 10485,7 11357,8 11925,1
Aggregato capitale investito n.d. n.d. n.d. 26905,6 29614,1 29108,4 32667,7 36611,4 37869,2 42749,3 46258,6 48611,9
Aggregato cash flow n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 1125,6 1407,0 1861,9 1299,5 1454,3
Aggregato prestito sociale (1) n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 9239,4 9864,7 10397,2
Aggregato numero dipendenti (1) n.d. n.d. n.d. n.d. 181199 n.d. n.d. 174938 188493 n.d. 222804 203750
Aggregato numero dipendenti (2) n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 132392 143829 152857 164755 169854 181388
Aggregato numero soci (1) n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 5916405 5968549

Fonti: nostra elaborazione da dati Crm-Cerved, vedi testo: (1) da biennio ispettivo (dati Crm); (2) da archivi Cerved Spa. I dati sul numero dei soci (da ispezioni Legacoop), erano presenti in maniera discontinua e con gravi alti e bassi, che li rendevano poco affidabili per gli anni precedenti il 2002.

Come accennato, la cooperazione sociale in questa fase ha goduto di una rapida espansione, che risulta confermata dal trend della quota di cooperative sul totale, come pure da quella del fatturato; questo risultato è tanto più importante, giova ripetere, per il fatto che ha preso corpo in un contesto generale di rapida crescita di tutta l’organizzazione Legacoop, ma risulta con ogni probabilità inferiore all’incremento che le imprese sociali hanno vissuto in questo periodo a livello nazionale. Si può ipotizzare che su questo ritardo abbia in parte pesato l’impostazione strategico-organizzativa della Legacoop, che ancora per tutti gli anni novanta, e in verità ben oltre, fino al settembre 2005,quando fu costituita Legacoopsociali, non riconobbe al settore una propria autonoma fisionomia, ma lo considerò all’interno dell’ampia congerie dell’Ancst, che includeva anche le altre cooperative di servizi e il turismo; e vi era perfino un limitato numero di cooperative sociali che apparteneva ad altri settori, dall’agroalimentare, alle cooperative culturali, alla produzione e lavoro20. Tuttavia, anche se le coop sociali erano in massima parte inserite nell’Ancs – in risposta ad una loro precisa volontà –, la Lega mantenne a livello centrale la titolarità del progetto sulle politiche sociali, senza troppo mettere l’Associazione nelle condizioni strutturali ed economiche di rispondere alle esigenze delle imprese del settore (Bertagnoni, Menzani 2010, 226).

All’interno dell’Ancst, era attivo sin dal 1977 un consorzio per la promozione delle cooperative di servizi, il Consorzio nazionale servizi (Cns), che dagli anni ottanta si era andato progressivamente consolidando, e che avrebbe continuato poi a crescere a ritmi ancora più intensi in questi ultimi anni (Felice 2007, 149-260). Inizialmente, però, non comprendeva le cooperative sociali: la prima adesione in questo senso arrivò solo nel 1989 – si tratta della Cooperativa lavoratori uniti Franco Basaglia (Menzani 2007b) –quando già il Cns contava 194 associate (Felice 2007, 160). A partire dall’inizio degli anni novanta, data la crescita progressiva delle imprese sociali, il Cns iniziò a proporsi anche come consorzio per la promozione di questa forma cooperativa, e le adesioni si fecero un po’ più numerose – fra cui le citate Coop Service Noncello, la Coop l’Obiettivo di Bari, e successivamente, nel 1994, la Coop 29 giugno e nel 2000 la Coop Capodarco – ma il loro peso rimase assolutamente trascurabile, sia in termini di numero di cooperative, che di fatturato. Occorre tuttavia dire che la finalità del Cns non era tanto quella di ricavare per queste imprese delle aree protette su cui operare o delle commesse sicure, quanto piuttosto di promuoverne le capacità gestionali e imprenditoriali. In alcuni casi, attraverso il Cns si giunse perfino a favorire la fusione di cooperative sociali all’interno di altre cooperative di servizi: esemplare è a questo riguardo la vicenda della Csa, la citata cooperativa emiliana di servizi assistenziali, che, su indicazione di Legacoop, a causa delle sue gravi difficoltà economiche nel 1994, venne fusa con altre due cooperative a formare la Aristea, attiva sì nell’assistenza a malati e anziani, ma anche e soprattutto nelle manutenzioni meccaniche e nelle pulizie, e che poi finì a sua volta assorbita in parte da Manutencoop (Menzani 2007b, 279). Siamo quindi di fronte a un caso di riorganizzazione che trascende di molto l’ambito delle cooperative sociali e ben dimostra come, all’interno della Legacoop, ancora alla metà degli anni novanta le finalità strategiche di razionalizzazione ed economicità della gestione fossero prevalenti rispetto alla valorizzazione delle specificità della cooperazione sociale. Se per certi versi questa impostazione era problematica, sfavorendo la crescita perlomeno quantitativa delle imprese sociali all’interno di Legacoop, per altri aveva probabilmente dei risvolti positivi.

Tabella 4. Dimensione e performance delle cooperative sociali aderenti a Legacoop in prospettiva comparata, 1992-2003

 

  1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003
Cooperative sociali                        
Utili/capitale proprio (%) 10,63 5,29 10,22 9,62 6,93 8,22 9,82 8,47 4,19 6,92 4,10 5,13
Utili/fatturato (%) 2,50 1,26 2,47 2,40 1,52 1,95 2,00 1,68 1,02 1,24 0,70 0,86
Rapporto di indebitamento n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 3,66 3,95 4,17
Fatturato per cooperativa 1188 1303 1463 1357 1240 1328 1186 1206 1571 1482 1497 1503
Fatturato per addetto n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 58,2 57,5 62,4 62,1 59,2 55,6
Cooperative servizi e turismo                        
Utili/capitale proprio (%) 7,12 5,67 4,88 6,59 4,41 9,12 6,91 5,80 4,24 7,16 3,32 5,58
Utili/fatturato (%) 1,49 1,40 1,20 1,59 1,04 2,33 1,46 1,20 0,91 1,41 0,65 1,07
Rapporto di indebitamento n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 3,68 3,82 3,81
Fatturato per cooperativa 2184 2413 2680 2587 2199 2005 1896 1864 2071 2223 2170 2224
Fatturato per addetto n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 79,5 78,4 75,2 76,7 75,5 74,8
Totale Legacoop                        
Utili/capitale proprio (%) 8,44 7,62 5,75 7,05 6,52 5,68 6,46 5,55 7,42 10,27 3,99 4,33
Utili/fatturato (%) 2,04 2,10 1,73 2,09 1,87 1,82 2,01 1,75 2,36 3,34 1,31 1,39
Rapporto di indebitamento n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 2,17 2,18 2,18
Fatturato per cooperativa 4494 5486 5818 5752 4879 3944 4330 3942 4476 4869 4897 5171
Fatturato per addetto n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 233,6 228,1 219,6 229,8 233,1 229,0
Il peso della cooperazione sociale

sul totale Legacoop

                       
% imprese 4,80 5,10 5,17 6,27 7,98 6,30 11,40 11,15 11,49 12,23 12,70 13,66
% fatturato 1,27 1,21 1,30 1,48 2,03 2,12 3,12 3,41 4,03 3,72 3,88 3,97
% dipendenti n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 12,52 13,53 14,19 13,77 15,30 16,34
% soci n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. 0,84 0,94

Fonti: elaborazione dalla tabella 3, vedi testo. I dati sul fatturato per cooperativa e sul fatturato per addetto sono in migliaia di euro 2009. Il fatturato per addetto e i dipendenti sono calcolati su dati Cerved.

Gli aspetti positivi sono quelli che riguardano la redditività e la crescita dimensionale, più in generale la performance delle imprese, i cui dati di sintesi sono riportati nella tabella 4. Qui sono stati considerati diversi indicatori. I primi due misurano la redditività, e sono entrambi disponibili in maniera continuativa dal 1992 al 2003: il semplice rapporto fra utili e fatturato21, e quindi il rapporto fra utili e capitale proprio, quest’ultimo costituito dalla somma di capitale sociale, riserve e utili22. Il terzo indicatore è il rapporto di indebitamento, un indice di solidità che nel caso delle cooperative viene in genere utilizzato con una valenza molto ampia anche perché tiene conto delle loro specifiche modalità di finanziamento: comprende il capitale investito al nominatore, il capitale netto più il prestito sociale al denominatore. Questo indicatore – che a differenza dei precedenti è opportuno che sia il più basso possibile, meglio se tendente all’unità – riveste massima importanza per una corretta valutazione delle imprese cooperative, ma purtroppo nella nostra banca dati risulta disponibile solo a partire dal 2001, mancando informazioni sul prestito sociale per il periodo precedente. Infine consideriamo la dimensione media di impresa, misurata con il fatturato per cooperativa e, là dove possibile, con il fatturato per addetto. È opportuno premettere che i primi due indicatori, nella loro variante più comune, rispettivamente il Ros e il Roe, sono propriamente adoperati per valutare la performance delle imprese capitalistiche e andrebbero quindi adattati con molta cautela alle società cooperative, e a maggior ragione a quella particolare tipologia che sono le imprese sociali, il cui scopo principale non dovrebbe essere quello di generare utili; nondimeno, ci forniscono informazioni importanti sull’andamento reddituale, che vanno contestualizzate. Come da aspettative, nel caso delle cooperative sociali la dimensione media, sia nei termini di fatturato per cooperativa, sia in quelli di fatturato per addetto, è leggermente inferiore di quella del settore di riferimento e marcatamente più bassa del dato di sintesi per le associate Legacoop. La dimensione media delle imprese sociali aumentò leggermente dal 1992 al 2003, di circa un quarto, un dato particolarmente significativo perché si accompagnava al notevole incremento del numero di imprese, ma da questo punto di vista i rapporti con le altre associate Legacoop non cambiarono di molto, e nel 2003 i termini del confronto dimensionale apparivano grosso modo immutati rispetto al 1992: le cooperative sociali continuavano ad essere più piccole della media. Sappiamo da un precedente lavoro che, nello stesso periodo, la redditività delle associate Legacoop, misurata dal rapporto fra utili e capitale proprio, era considerevolmente più bassa per le imprese di minori dimensioni. Più in dettaglio, il rapporto fra utili e capitale proprio risultava quasi sempre negativo per le imprese con un fatturato inferiore a mezzo milione di euro, mentre era intorno al 2% – ma negativo negli ultimi due anni, il 2002 e il 2003 – per le imprese con fatturato fra mezzo milione e due milioni di euro (Zamagni, Felice 2006, 75). In questa seconda fascia si collocavano mediamente le cooperative sociali, che però facevano registrare una redditività molto migliore della media: i loro due indici, sia gli utili sul fatturato, sia gli utili sul capitale proprio, erano infatti leggermente superiori a quelli delle imprese di servizi e turismo, e sostanzialmente in linea con la media delle associate Legacoop. Si tratta di un risultato importante, perché tutt’altro che scontato, e tale anzi da rimettere in discussione alcuni luoghi comuni. Nonostante le minori dimensioni, le cooperative sociali appartenenti alla Lega appaiono in questo periodo abbastanza solide sul piano reddituale e, pur con qualche cautela in più, anche su quello patrimoniale, in riferimento al rapporto di indebitamento. Vi erano tuttavia marcate differenze territoriali, come sintetizzato dalle tabelle 5 e 6. Innanzitutto occorre dire che le cooperative sociali erano in media assai più piccole nel Mezzogiorno che nel resto del paese, e questo è un dato abbastanza uniforme nel tempo: anche la crescita dimensionale riguardò solo in minima parte le cooperative del Sud. Un risultato di questo genere, combinato con l’evidenza di una performance economica delle associate Legacoop molto peggiore nel Sud Italia che nel resto del paese23, porterebbe a pensare che anche la redditività delle cooperative sociali del Mezzogiorno fosse assai più bassa di quella media: ma non è così, le differenze – tanto in negativo, quanto in positivo – interessavano soprattutto alcuni casi specifici ed erano nel complesso modeste, ed in miglioramento rispetto ai primi anni. In generale, nel Sud le cooperative sociali evidenziavano un andamento economico assai migliore delle altre cooperative associate a Legacoop, sebbene fossero di dimensioni più modeste; anche per quel che riguarda la presenza delle cooperative sociali nel Meridione, la loro quota sul totale nazionale era stabile, sia come numero – fra un quarto e un terzo –, sia come quota di fatturato (8-10%), ma di norma più elevata di quella dell’insieme delle associate Legacoop. Pur in un contesto di maggiori difficoltà come il Mezzogiorno, emerge un quadro di relativa vivacità delle imprese sociali, rispetto alle altre forme di cooperative. Occorre tenere presente che, per l’insieme delle associate Legacoop, il divario di redditività fra il Sud e il resto del paese è davvero impressionante, confermato anche dagli altri indicatori e dagli altri anni qui non considerati: per quel che riguarda il rapporto utili/patrimonio netto, ad esempio, nel Sud la redditività media di tutte le associate Legacoop fu sempre negativa, in tutti gli anni dal 1992 al 2003, e la media sul periodo 1992-2003 risultava di -3,23%, a fronte di un dato nazionale di +6,7% (Zamagni, Felice 2006, 73). Per le sole cooperative sociali operanti nel Mezzogiorno, i dati aggregati di utile erano invece generalmente positivi anche per gli altri anni – da cui una redditività comunque positiva –, e spesso non dissimili da quelli del Centro-Nord, in alcuni casi addirittura migliori.

Tabella 5. Le cooperative sociali aderenti a Legacoop per regioni, 1992-2003

 

  Cooperative sociali Totale Legacoop
Num. Coop. Fatturato Num. Coop. Fatturato
1992 1998 2003 1992 1998 2003 1992 1998 2003 1992 1998 2003
Piemonte 9,77 7,00 5,20 9,97 11,32 8,09 6,60 5,77 4,58 3,17 2,96 3,09
Val d’Aosta 0,33 0,00 0,00 0,24 0,00 0,00 0,23 0,14 0,04 0,04 0,01 0,00
Liguria 4,89 5,77 5,29 3,08 4,79 5,74 3,60 3,85 3,49 2,50 2,72 2,53
Lombardia 13,36 10,07 9,21 9,81 7,71 6,31 16,65 15,39 13,41 8,61 8,49 7,63
TAA 0,00 1,84 2,64 0,00 4,47 3,39 0,16 2,03 2,33 0,07 0,44 0,56
Veneto 2,93 3,44 4,56 5,09 4,40 6,76 4,29 4,90 4,49 2,72 3,12 2,40
FVG 2,28 2,21 2,28 1,35 2,36 3,01 2,93 1,37 2,01 1,87 0,94 1,56
Em-Rom 18,24 14,00 15,68 29,84 25,78 25,01 22,22 17,91 16,97 54,43 51,59 53,13
Tot. Nord 51,79 44,35 44,85 59,38 60,82 58,31 56,66 51,36 47,31 73,41 70,27 70,90
Toscana 7,49 9,58 10,30 21,50 17,60 15,98 11,58 9,90 9,49 16,77 14,49 13,87
Marche 1,95 2,58 3,83 1,86 3,23 4,43 2,96 2,46 3,09 2,00 1,78 2,00
Umbria 3,91 3,32 3,10 5,02 3,91 6,39 2,00 2,09 1,87 2,40 5,52 5,43
Lazio 8,79 8,97 9,12 4,45 4,80 6,56 5,80 6,40 7,42 1,61 1,26 1,26
Tot. Centro 22,15 24,45 26,34 32,83 29,54 33,36 22,34 20,85 21,87 22,78 23,04 22,56
Abruzzo 0,98 1,23 1,64 0,19 0,67 0,83 1,28 1,92 1,63 0,34 0,48 0,33
Molise 1,63 2,09 1,09 0,27 0,47 0,53 0,83 1,34 0,94 0,04 0,27 0,30
Campania 1,95 2,21 3,10 0,24 0,61 0,77 1,77 3,26 3,60 0,47 1,03 0,71
Puglia 2,61 3,32 1,55 1,89 0,88 0,67 4,01 4,55 2,96 0,79 1,29 1,12
Basilicata 1,63 0,86 1,55 0,44 0,25 0,32 1,20 1,09 0,82 0,25 0,23 0,44
Calabria 3,58 5,65 4,10 0,89 0,90 0,63 1,66 3,36 2,58 0,16 0,23 0,19
Sicilia 1,30 4,55 7,93 0,79 2,18 2,25 5,32 5,12 11,93 1,29 1,40 2,16
Sardegna 12,38 11,30 7,84 3,08 3,67 2,34 4,93 7,14 6,35 0,94 1,74 1,30
Tot. Sud 26,06 31,20 28,81 7,79 9,64 8,33 20,99 27,79 30,82 4,28 6,68 6,54

Totale

307 814 1097 236,4 768,1 1472,8 6392 7142 8033 18622,6 24610,0 37114,1

Fonti: v. testo. Con l’eccezione dei totali, tutti i dati sono in percentuale. Il 1998 è il primo anno in cui registrano cooperative sociali per il Trentino-Alto Adige.

Tabella 6. Dimensione e performance delle cooperative sociali aderenti a Legacoop per regioni, 1992-2003

 

  Cooperative sociali Totale Legacoop
Utili/fatturato Fatturato per impresa Utili/fatturato Fatturato per impresa
1992 1998 2003 1992 1998 2003 1992 1998 2003 1992 1998 2003
Piemonte 3,68 2,99 1,49 1212 1917 2341 3,58 2,86 2,13 2149 2224 3473
Val d’Aosta 3,09 865 -3,61 -0,37 6,90 696 310 95
Liguria 4,18 4,24 0,19 750 983 1632 4,40 3,98 1,78 3108 3058 3747
Lombardia 1,11 0,69 1,02 872 907 1030 1,91 1,84 1,19 2313 2389 2932
TAA 0,28 1,63 2875 1924 5,69 0,92 1,56 2063 931 1233
Veneto 0,95 0,81 0,72 2063 1516 2228 0,13 1,53 0,28 2836 2758 2756
FVG 5,22 0,42 1,34 702 1263 1987 2,23 1,72 -1,20 2866 2975 3996
Em-Rom 3,02 2,86 1,17 1944 2182 2397 2,18 2,13 1,70 10960 12472 16134
Tot. Nord 2,75 2,28 1,09 1362 1626 1954 2,21 2,16 1,56 5795 5924 7722
Toscana 1,77 1,33 -0,23 3409 2177 2331 2,45 2,54 1,74 6481 6337 7533
Marche 2,20 0,66 -0,32 1132 1484 1737 0,88 1,44 0,32 3026 3122 3338
Umbria 4,72 2,97 0,84 1524 1399 3100 1,25 2,27 1,49 5365 11456 14929
Lazio 3,26 0,50 2,69 601 634 1081 -1,08 -1,10 0,98 1237 851 874
Tot. Centro 2,45 1,34 0,54 1761 1433 1903 1,94 2,19 1,51 4561 4785 5315
Abruzzo -15,44 6,18 -1,97 233 647 763 -0,72 -0,22 -0,79 1174 1073 1035
Molise -5,19 2,80 2,41 198 266 729 -3,65 -0,54 -0,06 234 886 1623
Campania 23,90 1,40 11,11 143 327 374 0,23 0,11 0,68 1182 1369 1012
Puglia -5,80 1,28 -1,16 860 316 647 -0,46 0,01 -2,46 881 1230 1948
Basilicata 12,92 10,81 -6,60 323 349 307 -4,01 1,17 -1,84 944 910 2777
Calabria 6,90 -1,18 1,10 295 190 230 0,17 -2,16 -3,42 430 296 387
Sicilia -7,08 -1,00 0,14 720 568 426 0,77 0,25 -0,46 1082 1187 933
Sardegna 3,23 4,20 -0,51 296 385 448 -0,55 -0,50 -0,34 857 1058 1052
Tot. Sud 0,84 2,32 0,62 355 366 434 -0,28 -0,13 -0,84 912 1041 1094

Totale

2,50 2,00 0,86 1188 1186 1503 2,04 2,01 1,39 4494 4330 5171

Fonti: v. testo.

Qual è la ragione di questa differenza? Perché le imprese sociali nel Sud Italia hanno una redditività migliore delle altre cooperative, nonostante siano di più piccole dimensioni? A nostro parere la risposta è da ricercarsi nella natura stessa delle imprese sociali – o “imprese civili”, accogliendo non a caso il suggerimento di Bruni e Zamagni (2004, 158) –, il cui compito è quello di produrre beni relazionali, ovvero di generare capitale sociale. Il Mezzogiorno d’Italia – adoperiamo qui un’accezione generica che non fa giustizia alle diverse sfaccettature – si caratterizza in negativo per la presenza della criminalità organizzata e di insufficienti livelli di capitale sociale, che peserebbero anche sulla redditività delle imprese, non solo sia in maniera indiretta – in un contesto problematico è più difficile produrre utili – ma anche in maniera diretta, promuovendo pratiche anti-economiche e comportamenti di free-riding. Questa duplice influenza perturbatrice riguarda in generale anche le cooperative, almeno quelle appartenenti alla Lega, ma evidentemente incide con maggiore difficoltà nelle cooperative sociali, le quali, nota ad esempio Margherita Scarlato (2008, 38) proprio con riferimento alla loro importanza per lo sviluppo del Sud, “sono regolate da motivazioni intrinseche ideali o etiche che agiscono da incentivi non pecuniari, riducendo la necessità di sistemi di enforcement esogeno per rendere esecutivi norme e contratti”. In altri termini, nel Sud i sistemi di enforcement, sia esogeno che endogeno, sono meno efficaci, ragion per cui le tipologie di imprese che ne hanno bisogno incontrano maggiori difficoltà, mentre le cooperative sociali, che per loro stessa natura sono promotrici di fiducia e di capitale sociale, soffrono meno questo handicap: ugualmente incontrano ostacoli per attecchire e svilupparsi, scontano come le altre imprese i problemi generali del contesto, ma al loro interno praticano una gestione economica più corretta e attenta all’equilibrio di quella di altre imprese, proprio perché costituite da persone maggiormente interessate alla dimensione etica dell’attività d’impresa – una sorta di barriera naturale, costituita dalle motivazioni e dagli ideali degli associati, contro la mancanza di capitale sociale.

Nonostante questi importanti aspetti positivi, rimane il fatto che le cooperative sociali sono meno presenti nel Mezzogiorno – con alcune eccezioni virtuose, come la Sardegna –, soprattutto stentano a crescere in termini di fatturato. Come si diceva, da questo punto di vista scontano la problematicità del contesto, l’influenza indiretta della mancanza di capitale sociale, che incide anche sulle altre cooperative. E non solo all’interno di Legacoop. La mappa degli squilibri territoriali nella cooperazione sociale che si riscontra all’interno di Lega è analoga a quella che emerge dalle rilevazioni Istat su tutto l’insieme delle imprese sociali: ad esempio, i dati molto lusinghieri della Sardegna, specie se rapportati agli abitanti, cui si contrappongono i numeri estremamente bassi della Campania24. Da questo punto di vista, le cooperative sociali appartenenti alla Lega appaiono una pars significativa del tutto.

La cooperazione sociale all’interno di Confcooperative dalle origini alla riforma del 2005

La cooperazione italiana di orientamento cattolico-sociale sconta ancora un serio deficit storiografico relativo al secondo Novecento. Pur se esistono pregevolissime monografie su singoli casi di studio locale – principalmente in area trentina e altoatesina (Leonardi 1982-1986 e 1996; Ianes 2003)25 – manca una ricerca che ricostruisca nel suo complesso il percorso di Confcooperative e del movimento legato a questa centrale. Fino a poco tempo fa, uno dei principali riferimenti storiografici erano i tre volumi curati da Sergio Zaninelli, Mezzo secolo di ricerca storica sulla cooperazione bianca. Risultati e prospettive, che però – salvo qualche contributo – indagavano essenzialmente la fase pionieristica e del primo sviluppo della cooperazione “bianca”, e cioè il periodo ottocentesco, l’età giolittiana e, in maniera più sfumata, gli anni tra le due guerre (Zaninelli 1996)26. I primi due tomi affrontano i casi regionali, sfruttando fonti essenzialmente bibliografiche e, quindi, opportunamente, contribuiscono ad una sistematizzazione storiografica. La seconda parte, invece, è tematica, e fornisce un quadro di contesto che è spesso propedeutico alla comprensione anche del secondo dopoguerra (Rinella 1996, Pellegrini 1996, Trezzi 1996, Di Domenicantonio 1996, Agnoletto 1996). Recentemente, poi, è uscito un volume di Pietro Cafaro (2008) che – a detta dello stesso autore – anticipa una ricerca ancora in corso, e che pertanto è in una veste provvisoria, senza note e bibliografia, ma che comunque lascia sperare che il vuoto storiografico sulla cooperazione cattolica nel secondo Novecento sarà presto colmato.

Tuttavia, per ricostruire con maggiore precisione l’evoluzione della cooperazione nei servizi all’interno di Confcooperative conviene fare riferimento alla pubblicazione “L’Italia cooperativa”, che possiamo considerare il principale house organ della centrale bianca. Il ricorso a questa vasta fonte – si tratta di una pubblicazione settimanale – richiede un discreto dispendio di energie, ma consente di approdare a risultati euristici di assoluto rilievo, che altrimenti non sarebbero perseguibili, tanto che a lungo, gli stessi dati quantitativi della cooperazione cattolica sono stati un “oggetto misterioso” in ambito storico ed economico:

I raffronti fra le diverse strutture del sistema cooperativo italiano – si legge sulle pagine del Sole 24 ore – sono molto difficili, ed in qualche caso impossibili. Infatti, se appena si mettono a paragone le strutture degli organismi associativi e rappresentativi della cooperazione “rossa” e “bianca” si notano vistose differenze. La prima è da sempre strutturata a piramide, la seconda è segmentata in tanti strati, con metodi di gestione in molti casi diversi27.

In un panorama particolarmente lacunoso, siamo quindi in grado di offrire alcune importanti serie statistiche sulla cooperazione di servizi di area cattolica. I dati che presentiamo in questo paragrafo e in quello successivo non sono interamente confrontabili con quelli relativi a Legacoop, appena analizzati, ma vi è comunque un sufficiente livello di omogeneità, tale da consentirci un raffronto ampio e interessante. Per taluni aspetti, come quelli patrimoniali e di bilancio, non è possibile andare così nel dettaglio come si è fatto per le imprese aderenti a Legacoop, ma per altri, come la suddivisione tra cooperative di tipo A e B, siamo in grado di avere informazioni più puntuali.

L’evoluzione delle cooperative sociali di orientamento cattolico è stata caratterizzata da una forte espansione, ma non si inscrive in un’analoga crescita del movimento legato a Confcooperative, che invece interpreta dinamiche lievemente differenti. Dalla fine degli anni ottanta al 2004, le cooperative “bianche” perdono 5.670 imprese ed 1,1 milioni di soci. Nonostante questo, il fatturato raddoppia passando da circa 20 miliardi di euro a poco più di 40, a prezzi costanti 2009, anche se bisogna precisare che quest’ultimo dato tiene pure conto anche del nutrito corpus di banche di credito cooperativo, precedentemente non considerate (tabella 7).

Tabella 7. Principali indicatori Confcooperative, 1988-2008 (prezzi in milioni di euro 2009)

 

  Fatturato

 

Occupati Soci Cooperative Dimensione media delle cooperative
fatturato occupati
1988 20.634 n.d. 4.000.000 24.249 0,851 n.d.
1992 23.156 n.d. 3.437.452 24.420 0,948 n.d.
1995 24.229 n.d. 2.574.539 21.230 1,141 n.d.
2001 39.200 341.832 2.627.096 18.158 2,159 19
2004 41.676 390.804 2.899.347 18.579 2,243 21
2008 61.793 506.542 2.964.752 19.916 3,103 25
2004/

1988

2,02 n.d. 0,72 0,77 2,64 n.d.
2008/

1988

2,99 n.d. 0,74 0,82 3,65 n.d.

Note: Il fatturato del 2008 è l’unico che comprende anche il dato del settore del credito.

Fonti: Assemblea annuale Confcooperative, in “Italia cooperativa”, n. 9, 28 maggio 1993, p. 2. I dieci anni della legge 381. Nel segno della solidarietà sociale, in “Italia cooperativa”, n. 3, 15 febbraio 2002, p. 5; Questa la dimensione economica del pianeta cooperazione, in “Italia cooperativa”, nn. 11-12, 18-25 marzo 1988, p. 9; Le cooperative e la politica. Elezioni politiche 1996, supplemento a “Italia cooperativa”, n. 5, 20 marzo 1996, p. 13; I dati per settore delle cooperative aderenti a Confcooperative, in “Italia cooperativa”, n. 5, 19 marzo 2004, p. 5; Confcooperative, in “Italia cooperativa”, n. 6, 26 giugno 2006, p. 3; I numeri del sistema confederale, in “Italia cooperativa”, nn. 17/18, 27 maggio-9 giugno 2008, p. 2.

Il dettaglio della tabella 8 ci fa capire meglio le dinamiche dei singoli settori. Il comparto agroalimentare – congiuntamente a quello del credito – rappresenta una colonna portante di Confcooperative, dato che fra il 1988 e il 2004 ha prodotto tra il 40% e il 50% del fatturato complessivo del movimento. Negli ultimi due decenni, questo settore è stato interessato da un processo di razionalizzazione, con la creazione di imprese più grandi, soprattutto attraverso processi di fusione; nell’arco di tempo qui considerato, il numero di cooperative è sceso da 5.917 a 3.858, a fronte di un incremento del fatturato medio per impresa da 1,5 a 5,4 milioni di euro, e di un significativo allargamento delle basi sociali, da 98 a 132 soci di media. Il settore della distribuzione commerciale, che comprende cooperative fra consumatori e dettaglianti, ha dato origine a circa il 15% del fatturato del movimento, ed è stato anch’esso interessato da un trend analogo, ossia una diminuzione del numero di aziende, e una crescita della dimensione media e del fatturato per coooperativa. Una maggiore stabilità ha caratterizzato l’altro settore importante nell’architettura di Confcooperative, quello della produzione, lavoro e servizi, che nel periodo considerato ha prodotto un fatturato compreso fra il 10% e il 20% del totale, ma che ha dato lavoro ad oltre il 40% degli addetti. In questa nostra panoramica, infine, risultano trascurabili i dati relativi alle cooperative mutue, di pesca, di abitazione e ricreative, mentre per il credito occorrerebbero una serie di considerazioni specifiche, vista la difficoltà di ragionare in termini di fatturato (Cafaro 2002).

Veniamo ora a considerare il caso delle cooperative sociali all’interno di questo quadro. Innanzi tutto, occorre specificare che Confcooperative vanta una sorta di primogenitura e poi di leadership nel settore, nonché un ruolo fortemente attivo e propositivo nella formulazione legislativa del 1991. A metà degli anni sessanta, in differenti contesti locali, quali Brescia o S. Benedetto del Tronto, nascevano le prime cooperative di “solidarietà sociale”, spesso legate a contesti parrocchiali, o comunque a comunità religiose, e votate all’aiuto di persone svantaggiate (Filippini 1998). Nel 1979, dopo un lungo dibattito, la Commissione Sirmione – interna a Confcooperative – confermò che queste esperienze embrionali e pionieristiche erano conformi con il modello associazionistico ed imprenditoriale della cooperativa. Conseguentemente, un anno dopo, all’interno della centrale “bianca” veniva costituito il Segretariato delle cooperative di assistenza e solidarietà sociale, nel 1985 sostituito dal Comitato di promozione e coordinamento delle cooperative di solidarietà sociale, preludio alla nascita, nel 1988, di Federsolidarietà, associazione di rappresentanza del settore all’interno di Confcooperative28.

Si noti come la costituzione dell’organismo di rappresentanza anticipasse il riconoscimento legislativo, che sarebbe appunto avvenuto nel 1991, a dieci anni esatti dalla prima proposta di legge in merito, depositata dall’onorevole Franco Salvi. Sul finire degli anni ottanta, le cooperative sociali all’interno di Confcooperative erano “oltre 600”, dislocate soprattutto al Nord, ma anche in Sicilia, dove comunque prosperava un movimento cooperativo tutt’altro che trascurabile per essere una regione del Mezzogiorno (Schifano1980; Lo Giudice 1996). Queste imprese “opera[vano] nei più svariati settori: dall’assistenza, ad attività produttive finalizzate al reinserimento ed al recupero di emarginati, alle attività agricole realizzate con tossicodipendenti”29.

La legge 386 del 1991 ebbe un impatto decisamente propulsivo, e nel giro di pochissimo tempo i numeri di Federsolidarietà crebbero significativamente. Basti pensare che nel 1992, le aderenti erano quasi 1.300, pari al 5,9% di tutte le imprese della centrale di orientamento cattolico; inoltre esprimevano un fatturato pari allo 0,98% delle iscritte a Confcooperative, ed associavano l’1,19% di tutti i cooperatori “bianchi”. I dati del 2004 ci dicono che le cooperative sociali di orientamento cattolico erano salite a 3.660, ossia il 19,7% delle aderenti a Confcooperative, producevano un fatturato pari al 6,62% di quello di tutto il movimento, e riunivano il 5,20% dei soci. Nello stesso arco di tempo, il fatturato medio era salito da 177.000 a 886.000 euro, a prezzi costanti 2009, senza che le dimensioni aziendali si fossero troppo dilatate, visto che fra il 1992 e il 2004 la media dei soci era passata da 32 a 41 unità, e quella degli occupati addirittura era scesa da 30 a 29 unità (tabella 8).

Tabella 8. Principali indicatori Confcooperative per settori, 1988-2004

  1988 1992 2001 2004   1988 1992 2001 2004
Fatturato

(% su tot.)

        Fattur. per coop.

(mln euro 2009)

       
Agroalimentare 42,67 66,06 n.d. 49,75 Agroalimentare 1,488 2,160 n.d. 5,375
Abitazione n.d. 1,88 n.d. 6,03 Abitazione n.d. 0,065 n.d. 0,868
Consumo e dettagl. n.d. 15,46 n.d. 15,88 Consumo e dettagl. n.d. 2,130 n.d. 8,606
Cult. turismo sport n.d. 0,75 n.d. 1,09 Cult. turismo sport n.d. 0,095 n.d. 0,294
Lavoro e servizi n.d. 12,88 n.d. 19,23 Lavoro e servizi n.d. 0,666 n.d. 1,689
Mutue n.d. 0,86 n.d. 0,03 Mutue n.d. 0,840 n.d. 0,069
Pesca n.d. 1,13 n.d. 1,37 Pesca n.d. 0,597 n.d. 1,250
Sociale n.d. 0,98 n.d. 6,62 Sociale n.d. 0,177 n.d. 0,754
Credito n.d. n.d. n.d. n.d. Credito n.d. n.d. n.d. n.d.
                   
Occup. (% su tot.)         Occup. per cooperat.        
Agroalimentare n.d. n.d. 15,44 15,96 Agroalimentare n.d. n.d. 12 16
Abitazione n.d. n.d. n.d. 0,25 Abitazione n.d. n.d. n.d. 0
Consumo e dettagl. n.d. n.d. n.d. 2,01 Consumo e dettagl. n.d. n.d. n.d. 10
Cult. turismo sport n.d. n.d. n.d. 2,48 Cult. turismo sport n.d. n.d. n.d. 6
Lavoro e servizi n.d. n.d. n.d. 43,19 Lavoro e servizi n.d. n.d. n.d. 36
Mutue n.d. n.d. n.d. 0,08 Mutue n.d. n.d. n.d. 1
Pesca n.d. n.d. n.d. 2,24 Pesca n.d. n.d. n.d. 19
Sociale n.d. n.d. 26,33 27,41 Sociale n.d. 30 30 29
Credito n.d. n.d. n.d. 6,40 Credito n.d. n.d. n.d. 55
                   
Soci (% su tot.)         Soci per cooperativa        
Agroalimentare 14,52 31,57 23,42 17,55 Agroalimentare 98 153 144 132
Abitazione n.d. 22,91 n.d. 6,83 Abitazione n.d. 118 n.d. 68
Consumo e dettagl. n.d. 14,51 n.d. 12,99 Consumo e dettagl. n.d. 297 n.d. 490
Cult. turismo sport n.d. 9,08 n.d. 10,97 Cult. turismo sport n.d. 172 n.d. 206
Lavoro e servizi n.d. 5,34 n.d. 11,02 Lavoro e servizi n.d. 41 n.d. 67
Mutue n.d. 6,09 n.d. 11,63 Mutue n.d. 880 n.d. 1.653
Pesca n.d. 1,60 n.d. 0,57 Pesca n.d. 126 n.d. 36
Sociale n.d. 1,19 n.d. 5,20 Sociale n.d. 32 46 41
Credito n.d. n.d. n.d. 23,25 Credito n.d. n.d. n.d. 1.491
                   
Coop. (% su tot.)         Numero di coop.        
Agroalimentare 24,40 29,00 23,47 20,77 Agroalimentare 5.917 7.082 4.262 3.858
Abitazione n.d. 27,28 n.d. 15,57 Abitazione n.d. 6.661 n.d. 2.892
Consumo e dettagl. n.d. 6,88 n.d. 4,14 Consumo e dettagl. n.d. 1.681 n.d. 769
Cult. turismo sport n.d. 7,44 n.d. 8,31 Cult. turismo sport n.d. 1.816 n.d. 1.543
Lavoro e servizi n.d. 18,33 n.d. 25,54 Lavoro e servizi n.d. 4.475 n.d. 4.745
Mutue n.d. 0,97 n.d. 1,10 Mutue n.d. 238 n.d. 204
Pesca n.d. 1,79 n.d. 2,45 Pesca n.d. 437 n.d. 456
Sociale n.d. 5,29 n.d. 19,70 Sociale n.d. 1.291 3.024 3.660
Credito n.d. 2,91 n.d. 2,43 Credito n.d. 711 n.d. 452
                   

Fonti: Assemblea annuale Confcooperative, in “Italia cooperativa”, n. 9, 28 maggio 1993, p. 2. I dieci anni della legge 381. Nel segno della solidarietà sociale, in “Italia cooperativa”, n. 3, 15 febbraio 2002, p. 5; Questa la dimensione economica del pianeta cooperazione, in “Italia cooperativa”, nn. 11-12, 18-25 marzo 1988, p. 9; I dati per settore delle cooperative aderenti a Confcooperative, in “Italia cooperativa”, n. 5, 19 marzo 2004, p. 5.

Infatti, la caratteristica della cooperazione sociale di tradizione cattolica è stata proprio quella di distinguersi per una crescita capillare e diffusa, basata sul radicamento territoriale piuttosto che sull’incremento delle dimensioni d’impresa, in antitesi alle contemporanee tendenze di altri settori cooperativi – come l’agroalimentare, la distribuzione commerciale e il credito – e pure in contrapposizione al modello delle cooperative sociali aderenti a Legacoop.

Si tratta della cosiddetta strategia del “campo di fragole”, enunciata nel 1991 dal presidente di Federsolidarietà Felice Scalvini, e secondo la quale ogni cooperativa sociale deve impegnarsi per la nascita di altre cooperative sociali:

Noi abbiamo lanciato una strategia, che abbiamo chiamato “campo di fragole”. Essa in sostanza afferma che il messaggio è recepito da una larga fetta, ha il consenso della maggioranza ed è attuato da una consistente parte delle cooperative di solidarietà, per cui il problema della promozione è un problema di tutti, è un problema dello sviluppo di nuove iniziative, e questo si collega al problema di saper tenere sotto controllo la propria crescita. Un cooperatore di solidarietà sociale è uno che sa capire che è di gran lunga meglio generare una nuova iniziativa che autonomamente si occuperà di 30 persone indigenti, piuttosto che aggiungere 3 persone indigenti a quelle di cui ci si sta occupando direttamente30.

Questa apparente polverizzazione era di fatto innervata su un consorzio particolarmente robusto e dinamico, in grado di esercitare un ruolo di drive. Si tratta del Consorzio Gino Mattarelli (Cgm), oggi gruppo cooperativo e dal 2005 affiancato dal marchio Welfare Italia. Nato nel 1987 quale centro di coordinamento di differenti ed eterogenee realtà locali, ha poi svolto una preziosa opera di indirizzo, favorendo la capitalizzazione delle associate e la creazione di consorzi locali, quali promotori dei collegamenti fra i “corpi sociali” di un dato territorio (Scaratti, Zandonai 2007)31. Agli albori del Terzo Millennio, Felice Scalvini confermava la validità del modello di Federsolidarietà:

È necessario che le cooperative si orientino alla ricerca di una dimensione compatibile con la possibilità di sviluppare tra i soci effettive relazioni di collaborazione. Tale sistema di rapporti è un elemento strutturale di qualità per imprese chiamate a produrre positive relazioni con persone ed ambiente. Le esigenze di sviluppo e di crescita dovranno essere coerenti con l’obiettivo della cooperazione tra cooperative. Andranno quindi preferibilmente utilizzati processi di moltiplicazione cooperativa e di integrazione consortile. […] Il legame con la comunità locale comporta la necessità di sviluppare un’azione di radicamento finalizzata al perseguimento della promozione umana ed all’integrazione sociale, inconciliabile con una politica volta esclusivamente allo sviluppo economico della cooperativa. […] L’esperienza di oltre 15 anni dimostra imprenditorialmente vincente una strategia aziendale volta a specifiche aree di bisogno. Deve quindi essere evitata la mera ed indifferenziata prestazione di manodopera a favore dell’amministrazione pubblica o di privati committenti. […] È indispensabile evitare di arrecare danno ad altre cooperative aderendo a logiche di concorrenzialità fine a sé stessa, occorre inoltre instaurare collaborazioni operative ed integrazioni consortili, nonché adoperarsi per la promozione di nuova cooperazione32.

Il dato che più interessa nell’ambito di questa strategia è la variazione del fatturato, che cresce in valore assoluto, percentuale e pro capite senza che le dimensioni delle singole imprese sociali si modifichino troppo sensibilmente. Purtroppo, per questi anni, non abbiamo dati più dettagliati, né patrimoniali o comunque di bilancio. Al contrario, possediamo maggiori informazioni per un’analisi di tipo geografico, nella quale possiamo inserire anche i dati relativi alla dicotomia tra cooperative di tipo A e di tipo B. La tabella 9 ci riporta la situazione regionale del 1991, del 1998 e del 2003. Se consideriamo i dati per macroaree, nel 2003, notiamo come il 56,41% delle associate a Federsolidarietà si trovasse al Nord, il 15,03% al Centro e il 28,56% al Sud. Sono percentuali molto vicine a quelle del 1998, mentre nel 1991 spiccava una ulteriore preponderanza del movimento nel Settentrione, a scapito soprattutto delle regioni centrali. Ciò significa che nell’arco di tempo considerato non ci sono stati trend territoriali che hanno scompaginato la situazione iniziale, la quale rispecchiava abbastanza fedelmente una maggiore vocazione cooperativa del Settentrione. È anche vero, però, che il Nord è l’area più densamente popolata, e che dunque in relazione al bacino d’utenza non si nota una disuguaglianza altrettanto forte.

Tuttavia, varie ricerche condotte nel tempo sulla cooperazione sociale “bianca” del Mezzogiorno hanno evidenziato come questa fosse meno virtuosa di quella settentrionale, perché composta da imprese più piccole, meno capitalizzate e per lo più legate ad una committenza di tipo pubblico. Già nel 1987, Carlo Borzaga e Stefano Lepri compivano un’analisi su 103 cooperative sociali del Sud, per un totale di “10.000 utenti, 3.000 soci (tra impegnati operativamente e sostenitori non attivi), una forza lavoro di 2.000 persone, un fatturato consolidato di 8 miliardi (per la gran parte valore aggiunto), 150 tra centri di erogazione di servizi e iniziative lavorative” (Borzaga, Lepri 1990). Emergeva come fosse abbastanza sviluppata solo l’assistenza agli anziani, mentre per i restanti comparti di solidarietà sociale venisse “fatto assai poco”. Inoltre, il forte radicamento territoriale, che portava ogni cooperativa ad operare quasi esclusivamente nel proprio comune, si accompagnava a scarsi legami di carattere consortile e a una rilevante precarietà del lavoro prestato33.

Un’analisi più recente, del 2004, ha sottolineato un recupero della cooperazione sociale meridionale iscritta a Federsolidarietà. E sulla stessa linea appaiono i dati presentati nella tabella 9. Restano, però, squilibri in termini di maturità e solidità delle imprese. In particolare – sono cifre del 2004 – le cooperative di tipo A del Sud avevano un fatturato medio di quasi 300.000 euro, contro i 900.000 della media nazionale, mentre quelle di tipo B di circa 150.000 euro contro i 550.000 della media nazionale. Non solo, ma le cooperative con meno di sei lavoratori erano il 25% al Nord e il 50% al Sud, così come le cooperative con un fatturato inferiore ai 50.000 euro erano il 12% nel Settentrione e il 40% circa nel Meridione. Infine, il patrimonio netto medio delle cooperative del Nord si attestava sui 170.000 euro, contro i 40.000 di quelle del Sud34.

Tabella 9. Le cooperative sociali aderenti a Confcooperative per regioni, 1991-2003

 

  Cooperative sociali
Num. di Coop. A Num di Coop. B Miste e consorzi TOTALE TOTALE (%)
1991 1996 2003 1991 1996 2003 1991 1996 2003 1991 1998 2003 1991 1996 2003
Piemonte 36 191 206 9 124 110 76 2 16 121 317 332 11,37 11,19 8,33
Val d’Aosta 0 13 19 0 4 9 6 0 1 6 17 29 0,56 0,60 0,73
Liguria 3 61 81 1 38 34 9 3 8 13 102 123 1,22 3,60 3,09
Lombardia 91 239 535 118 198 317 50 7 44 259 444 896 24,34 15,67 22,48
TAA 17 27 74 13 7 29 4 36 1 34 70 104 3,20 2,47 2,61
Veneto 11 170 177 16 137 101 59 6 14 86 313 292 8,08 11,04 7,33
FVG 0 21 61 0 38 36 12 0 6 12 59 103 1,13 2,08 2,58
Em-Rom 48 156 222 21 99 120 41 3 27 110 258 369 10,34 9,10 9,26
Tot. Nord 206 878 1.375  178 645 756  257 57 117  641 1.580 2.248 60,24 55,75 56,41
Toscana 9 107 134 7 98 72 15 12 16 31 217 222 2,91 7,66 5,57
Marche 6 55 54 2 36 26 6 3 7 14 94 87 1,32 3,32 2,18
Umbria 16 42 28 1 30 22 2 2 2 19 74 52 1,79 2,61 1,30
Lazio 23 33 146 7 37 77 26 22 15 56 92 238 5,26 3,25 5,97
Tot. Centro 54 237 362  17 201 197  49 39 40  120 477 599 11,28 16,83 15,03
Abruzzo 12 43 55 0 20 17 12 1 5 24 64 77 2,26 2,26 1,93
Molise 5 28 26 1 2 13 8 0 2 14 30 41 1,32 1,06 1,03
Campania 5 58 106 0 13 28 13 0 6 18 71 140 1,69 2,51 3,51
Puglia 2 86 132 1 42 43 13 28 11 16 156 186 1,50 5,50 4,67
Basilicata 8 27 57 0 6 15 16 9 4 24 42 76 2,26 1,48 1,91
Calabria 2 31 38 1 47 36 9 4 4 12 82 78 1,13 2,89 1,96
Sicilia 6 142 273 1 22 61 144 10 13 151 174 347 14,19 6,14 8,71
Sardegna 33 129 138 0 20 51 11 9 4 44 158 193 4,14 5,58 4,84
Tot. Sud 73 544 825  4 172 264  226 61 52  303 777 1.138 28,48 27,42 28,56

Totale

333 1.659 2.562 199 1.018 1.217 532 157 209 1.064 2.834 3.985 100,00 100,00 100,00

Note: per il 1991 il dato delle miste e consorzi si riferisce a cooperative che non avevano ancora indicato l’appartenenza A o B.

Fonti: Solidarietà sociale quale risposta ai bisogni dei cittadini, in “Italia cooperativa”, n. 16, 9 ottobre 1991, p. 25; Una realtà significativa, in “Italia cooperativa”, n. 18, 31 ottobre 1996, p. 3; Le questioni aperte. Rapporto Federsolidarietà, Roma, Confcooperative, 2004.

Possiamo anche prendere in considerazione la suddivisione tra cooperative di tipo A e B, alle quali dobbiamo aggiungere soggetti di diverso genere, quali consorzi e cooperative miste. Queste ultime, che assommano le caratteristiche delle tipologie A e B, furono introdotte dal Ministero del Lavoro con la circolare dell’8/11/199635. Il dato del 1991 relativo alla dicotomia tra A e B è decisamente poco attendibile, dato l’elevato numero di imprese che non avevano ancora dichiarato il proprio settore di appartenenza. L’unico confronto possibile, quindi, è tra le cifre del 1996 e quelle del 2003. Se nel primo caso le cooperative di tipo A erano il 58,5% del totale, e quelle di tipo B il 35,9%, sette anni dopo le cooperative di tipo A erano salite al 64,3% del totale e quelle di tipo B scese al 30,5%. Nel movimento di tradizione cattolica, quindi, le cooperative di assistenza e formazione diventavano più del doppio di quelle per il reinserimento degli svantaggiati, che in molte regioni meridionali trovavano una diffusione assolutamente sporadica.

Dato, però, che le cooperative per l’inserimento lavorativo degli svantaggiati sono una peculiarità del movimento cooperativo italiano, che all’estero stanno tentando di ricalcare e adottare, ci soffermiamo un poco sui suoi sottosettori. I dati più vecchi che abbiamo risalgono al 1993, quando a Federsolidarietà aderivano 604 cooperative di tipo B: il 38,4% di queste si occupava del reinserimento lavorativo di portatori di handicap, seguite da quelle che aiutavano minori in situazioni di difficoltà familiare (30,0%), tossicodipendenti (9,3%), emarginati adulti (8,1%), immigrati (7,6%), ex carcerati (1,3%), mentre il restante 5,3% si occupava del reinserimento di altri soggetti svantaggiati o di problematiche miste36. Dodici anni dopo – analizziamo i dati del 2005 – queste percentuali si erano profondamente modificate; a Federsolidarietà aderivano 1.332 cooperative di tipo B, con 38.000 soci e 25.000 addetti, il 40% dei quali svantaggiato. Ben il 65% di queste imprese si occupava di disabili fisici o psichici, seguite da quelle che aiutavano i tossicodipendenti (18%), gli ex detenuti (7%), gli alcolisti (4%), i minori (2%), e le altre categorie (4%)37.

Prima di passare al paragrafo successivo è necessario spiegare un’importante caratteristica delle cooperative sociali di tradizione cattolica, che può essere assunta come uno degli elementi di maggiore distinzione fra il modello delle cooperative “bianche” e di quelle “rosse”. Si tratta del differente rapporto col volontariato, che in passato ha portato anche ad aspre polemiche, specialmente in occasione del provvedimento legislativo in materia del 1991. Infatti, mentre nell’universo di orientamento cattolico il volontariato era considerato un elemento fondante e quasi imprescindibile della cooperazione sociale, nelle organizzazioni legate ad una cultura di sinistra suscitava un po’ di perplessità, perché – se male utilizzato – poteva diventare l’anticamera dello sfruttamento o del sottosalario;

Le istituzioni del volontariato – scriveva Gino Mattarelli, uno dei padri della cooperazione sociale di orientamento cattolico – costituiscono una nobile palestra di educazione civica, umanistica e sociale, valida soprattutto per le giovani generazioni, che hanno tanto bisogno di riscoprire i valori della fraternità, della solidarietà, in un mondo che ha in sé, come avvertiamo ogni giorno, pericolosi fermenti di bruto egoismo e di crudo materialismo, di violenza e di odio. Ma non dimentichiamo neppure quanto abbiamo rilevato sulle difficoltà del servizio pubblico o pubblicizzato di sprigionare quel calore umano di cui hanno bisogno tante persone emarginate e che non può venire dalla burocrazia degli enti pubblici, ma solo da operatori sociali che sentono profondamente l’amore verso il prossimo38.

Anche attraverso il volontariato, quindi, si realizzava quella “cooperazione non per sé, ma per gli altri”, come Giuseppe Filippini – animatore delle prime cooperative sociali bresciane – chiamava le organizzazioni di solidarietà sociale. Dall’altro lato, però, qualora le cooperative non fossero animate da una carica morale forte e fossero anzi guidate da dirigenti scevri di valori solidaristici, la possibilità di usare degli pseudo-volontari poteva effettivamente facilitare pagamenti in nero, o comunque al di sotto dei minimi stabiliti dal contratto collettivo nazionale. Si trattava di un problema che aveva avvertito anche il Legislatore, tanto che nella legge 386 del 1991 era stato fissato un tetto all’uso di volontari, poiché erano note alcune situazioni di illecito, soprattutto nel Mezzogiorno dove la carenza occupazionale aumentava il potere contrattuale e ricattatorio dei datori di lavoro. A metà degli anni Novanta, anche Felice Scalvini rilevava l’esistenza di un problema di questo genere all’interno di Confcooperative e più in generale nell’intero mondo della cooperazione sociale:

Risulta sempre più insopportabile la presenza nella nostra organizzazione di false cooperative che non solo non promuovono la crescita dei soci, ma addirittura li considerano manodopera di complemento, da prendere e lasciare a tratti, secondo opportunità, da ascoltare solo per meglio sfruttarla, […] da sterilizzare in ogni propensione partecipativa. […] Dopo otto anni [dalla legge 381 del 1991] dobbiamo iniziare a separare il grano dal loglio. […] Dobbiamo prendere coscienza che esiste un “problema volontariato” nella cooperazione sociale39.

Tuttavia, chi profetizzava la fine o comunque la crescente marginalizzazione del volontariato all’interno delle cooperative sociali è stato decisamente smentito, tanto che oggi continua ad essere un forte elemento di distinzione fra le imprese che aderiscono a Federsolidarietà e quelle iscritte a Legacoopsociali, con le prime che impiegano attualmente circa 15.000 volontari e le seconde che utilizzano questo strumento in forma molto più limitata ed episodica.

La cooperazione sociale oggi. Legacoop e Confcooperative a confronto

La riforma del 2005 (legge n. 118, e successivo decreto legislativo n. 155 del 2006) disciplina l’impresa sociale estendendone il raggio di azione anche al di fuori dei campi tradizionali – in ambiti come la formazione universitaria, il turismo sociale, la tutela dell’ambiente, lo sviluppo sostenibile, la valorizzazione e promozione del patrimonio artistico e culturale –, ma confermandone le finalità di interesse generale e i requisiti di utilità sociale e di assenza dello scopo di lucro. Al riguardo, vengono posti precisi vincoli quali la redazione del bilancio sociale e la partecipazione dei lavoratori e dei beneficiari alla governance d’impresa (Borzaga 2006). L’inclusione di nuovi settori dovrebbe aumentare la capacità espansiva di questa forma di impresa, mentre l’adozione di più stringenti criteri di efficienza, di efficacia e di vincoli alla gestione dovrebbe, almeno nelle intenzioni del Legislatore, migliorarne la redditività e al tempo stesso tutelarne la peculiarità. Vedremo ora brevemente quale è stata la più recente evoluzione delle cooperative sociali all’interno di Legacoop e Confcooperative, alla luce di queste modifiche legislative. Come si può notare dalla tabella, 10 all’interno di Legacoop, nel 2007, due anni dopo l’approvazione della riforma, le cooperative sociali rappresentavano il 4,4% del fatturato complessivo, una quota leggermente aumentata rispetto al 4% del 2003, ma abbastanza in linea con l’incremento che si è verificato dalla metà degli anni novanta in poi (tabella 4). Per contro le quote degli occupati e del numero dei soci erano leggermente diminuite, il che testimonia di una frenata dell’abbrivio espansivo. A valori assoluti, gli occupati hanno continuato a crescere anche dopo l’approvazione della riforma, quando invece la loro quota è diminuita, ma sono gli anni immediatamente prima a segnare l’incremento più consistente: dal 2001 al 2005 l’aumento è di circa il 60%40, questa volta all’incirca in linea con il dato nazionale, ovvero da 150.000 nel 2001 a 244.000 nel 2005 (+64%)41. Per le cooperative sociali della Lega, dal 2001 al 2005 il tasso medio di aumento annuo è del 12,5%, contro il 5,4% dal 2005 al 2007. Ad ogni modo, dal punto di vista degli occupati la cooperazione sociale rappresenta ormai, dopo i servizi e turismo, il comparto più significato di Legacoop. Il sorpasso sul consumo era avvenuto negli anni precedenti la riforma, mentre nel periodo successivo il distacco si è andato stabilizzando.

Tabella 10. Indicatori Legacoop per settori, 2004-2007

  Fatturato Occupati Soci
mln eu. 2009 % su totale Numero % su totale Numero % su totale
2004
Agroalimentare 7233 14,33 22789 5,75 230782 3,20
Abitazione 996 1,97 1512 0,38 406150 5,64
Consumo 12364 24,50 51800 13,07 5890000 81,73
Dettaglianti 7776 15,41 34900 8,81 3250 0,05
Produzione e lavoro 8977 17,79 34560 8,72 25000 0,35
Pesca 944 1,87 5150 1,30 19460 0,27
Servizi e turismo 6312 12,51 147118 37,13 180500 2,50
Altre 3788 7,51 41766 10,54 451600 6,27
Cooperazione sociale 2074 4,11 56682 14,30 Inclusi in servizi e turismo
Totale 50465 100,00 396277 100,00 7206742 100,00
2005
Agroalimentare 7688 14,76 23287 5,76 224941 2,98
Abitazione 1057 2,03 1527 0,38 417520 5,54
Consumo 12376 23,76 52800 13,06 6205000 82,33
Dettaglianti 7982 15,33 34500 8,53 3594 0,05
Produzione e lavoro 9371 17,99 34980 8,65 24000 0,32
Pesca 893 1,72 4980 1,23 19100 0,25
Servizi 6536 12,55 146320 36,20 125730 1,67
Turismo 210 0,40 650 0,16 2000 0,03
Altre 3809 7,31 42300 10,46 455000 6,04
Cooperazione sociale 2158 4,14 62880 15,56 60092 0,80
Totale 52081 100,00 404224 100,00 7536977 100,00
2006
Agroalimentare 7596 14,04 23734 5,52 219678 2,83
Abitazione 1091 2,02 1538 0,36 418560 5,38
Consumo 12474 23,05 54150 12,60 6448330 82,93
Dettaglianti 8271 15,28 36500 8,49 3740 0,05
Produzione e lavoro 9721 17,96 35300 8,22 24000 0,31
Pesca 854 1,58 4880 1,14 18860 0,24
Servizi 7462 13,79 163346 38,01 121521 1,56
Turismo 537 0,99 945 0,22 2150 0,03
Altre 3861 7,13 43000 10,01 456000 5,86
Cooperazione sociale 2253 4,16 66300 15,43 63200 0,81
Totale 54120 100,00 429693 100,00 7776039 100,00
2007
Agroalimentare 7376 13,19 24069 5,24 223184 2,78
Abitazione 1264 2,26 1550 0,34 417000 5,20
Consumo 12657 22,63 56000 12,18 6692223 83,40
Dettaglianti 8532 15,25 36550 7,95 3650 0,05
Produzione e lavoro 10279 18,38 36629 7,97 24250 0,30
Pesca 872 1,56 4887 1,06 18830 0,23
Servizi 8160 14,59 186157 40,51 120589 1,50
Turismo 528 0,94 945 0,21 2150 0,03
Altre 3796 6,79 43000 9,36 456000 5,68
Cooperazione sociale 2475 4,42 69800 15,19 66360 0,83
Totale 55938 100,00 459587 100,00 8024236 100,00

Fonti: elaborazioni da Centro Studi Legacoop (http://www.legacoop.it/centrostudi/).

Dopo che le cooperative sociali si sono affermate come la seconda tipologia di imprese all’interno di Legacoop ed in corrispondenza con l’approvazione della riforma del 2005 che ne amplia il raggio di azione e quindi anche le possibilità di crescita, la Lega si è dotata di una propria struttura di riferimento per questo settore, e cioè Legacoopsociali. L’organismo ha visto la luce nel settembre 2005, e fra gli obiettivi si pone quello di contribuire alla riqualificazione dell’offerta imprenditoriale delle cooperative e allo sviluppo di forme di partenariato con soggetti pubblici, privati e con altre cooperative.

A partire dalla fondazione di Legacoopsocialianche l’attenzione del movimento per l’impresa sociale è aumentata, tanto che la Lega è riuscita a recuperare il ritardo accumulato negli anni precedenti almeno sul versante dell’analisi e della comprensione del fenomeno. Lo testimonia il fatto che per l’anno 2007 disponiamo di un’approfondita indagine sulla cooperazione sociale, ad opera del Centro Studi Legacoop42, che mette a frutto una ricognizione molto accurata condotta sul territorio – ricognizione che per profondità e ricchezza di dati non trova precedenti43. Sappiamo innanzitutto che il numero di cooperative sociali aderenti alla Lega, in attività nel 2007, ammontava a 1.206: in crescita rispetto al 2003, quando era di 1.097, ma destinato ad aumentare ancora fino ai nostri giorni, dato che nel 2009 si contavano 1.550 cooperative sociali44. È cambiato qualcosa nella loro distribuzione territoriale? La tabella seguente ci offre una fotografia per regioni delle cooperative sociali appartenenti a Legacoop per il 2007, che può essere confrontata con quanto era emerso dalle tabelle 5 e 6.

Tabella 11.La distribuzione regionale delle cooperative sociali Legacoop nel 2007

 

  Numero (%) Fatturato (%) Utili/fatturato Fatturato per impresa
  A B A+B A B A+B A B A+B A B A+B
Piemonte 6,61 6,24 6,47 9,08 12,51 9,97 2,59 1,92 2,37 3091 2523 2880
Liguria 4,45 5,81 4,98 4,80 5,09 4,88 0,34 1,19 0,57 2426 1104 1831
Lombardia 9,31 9,46 9,37 7,26 7,91 7,43 2,05 3,40 2,42 1756 1052 1482
TAA 2,02 3,44 2,57 0,88 1,95 1,16 0,38 -0,24 0,11 977 712 841
Veneto 3,37 5,16 4,06 7,11 5,05 6,58 0,51 2,39 0,88 4746 1232 3025
FVG 1,21 3,23 1,99 3,13 7,31 4,22 0,94 0,51 0,75 5806 2852 3960
Em-Rom 12,01 17,63 14,18 29,47 19,99 27,01 0,64 2,23 0,94 5524 1426 3559
Tot. Nord 39,00 50,97 43,62 61,74 59,81 61,24 1,06 1,95 1,29 3563 1476 2623
Toscana 10,12 9,68 9,95 10,33 7,03 9,47 0,99 2,19 1,22 2297 913 1778
Marche 2,83 4,52 3,48 4,14 4,22 4,16 0,36 -0,28 0,19 3291 1176 2234
Umbria 2,70 2,80 2,74 5,02 5,94 5,26 0,56 0,91 0,66 4188 2674 3591
Lazio 8,91 12,69 10,36 6,29 13,62 8,19 0,87 0,96 0,91 1590 1350 1477
Tot. Centro 24,56 29,68 26,53 25,79 30,81 27,09 0,77 1,06 0,86 2363 1306 1907
Abruzzo 1,62 0,65 1,24 0,65 0,10 0,51 -4,69 2,23 -4,34 904 191 761
Molise 1,21 0,65 1,00 0,79 0,23 0,65 4,08 0,85 3,77 1467 458 1214
Campania 4,72 3,66 4,31 1,44 1,54 1,47 3,66 1,05 2,95 686 530 635
Puglia 2,43 2,58 2,49 1,00 1,76 1,20 0,69 -2,05 -0,35 931 858 902
Basilicata 1,35 0,65 1,08 0,37 1,44 0,65 0,88 0,47 0,64 618 2814 1125
Calabria 3,37 1,94 2,82 0,77 0,72 0,76 4,51 15,86 7,30 514 466 501
Sicilia 11,34 6,88 9,62 3,88 2,04 3,40 -0,45 -0,61 -0,48 770 373 660
Sardegna 10,39 2,37 7,30 3,57 1,54 3,05 0,87 0,66 0,84 774 821 780
Tot. Sud 36,44 19,35 29,85 12,48 9,38 11,67 0,91 1,10 0,95 771 610 730

Totale

741 465 1206 1668 585 2253 0,97 1,60 1,13 2251 1258 1868

Note: Per il numero di cooperative e il fatturato, i totali dell’ultima riga sono in percentuale (mln di euro 2009 per il fatturato).

Fonti: elaborazioni da Centro Studi Legacoop, Aspetti quantitativi e qualitativi, cit.

In termini di redditività, il divario fra il Sud e il resto del paese è rimasto all’incirca immutato: lo stacco è minimo, dovuto soprattutto al dato negativo di alcune regioni e in particolare dell’Abruzzo; ed è un po’ maggiore nel caso delle cooperative di tipo B. La dimensione media delle cooperative è cresciuta anche al Sud, e in maniera un po’ più pronunciata che nel resto del paese: se nel decennio precedente la dimensione media delle cooperative sociali nel Mezzogiorno era stata circa un terzo della media italiana, nel 2007 era salita al 40%. È migliorata un po’ anche la quota di cooperative sociali sul totale e naturalmente, stante quanto si è detto, la quota del fatturato. Ad essere maggiormente presenti nel Mezzogiorno sono, in particolare, le cooperative di tipo A, anche se il divario dimensionale è in questo caso più forte, ma in compenso la redditività è un po’ migliore. Nell’insieme, si può dire che si registra nelle cooperative presenti nel Mezzogiorno un certo progresso, in termini relativi e ovviamente, in maniera più pronunciata dato il contesto di crescita, in termini assoluti; e tuttavia con differenze rimarchevoli fra regione e regione. Insomma, il cammino appare oggi promettente, ma lento e faticoso, non tale da lasciare sperare in un rapido riequilibrio della situazione. Del resto, i divari territoriali all’interno di Legacoop sono un problema più ampio e soprattutto di lunga durata45. In sintesi, la riforma legislativa del 2005 si è accompagnata ad un maggiore interesse della Legacoop per il settore, cui tuttavia non sembra aver fatto seguito una qualche significativa discontinuità. A livello nazionale, in questi ultimissimi anni, la situazione delle cooperative sociali appare stagnante rispetto agli altri comparti, mentre paradossalmente era avanzata molto nel periodo precedente, di minore attenzione da parte dei vertici della Lega. Sul piano regionale, si registra un certo miglioramento del Sud, ma con gravi falle in alcune regioni e, soprattutto, assai lento: difficile dire se si tratta dell’avvio di un nuovo ciclo, o di una semplice variazione sul tema. C’è una qualche conferma del fatto che la nuova organizzazione di settore, Legacoopsociali, in qualche caso sia effettivamente riuscita ad alleviare alcune delle situazioni più critiche, ma ad ogni modo si è trattato di un contributo modesto e non uniforme geograficamente. Resta infine da stigmatizzare come l’espansione nei nuovi settori, e quindi la piena applicazione della normativa del 2005/2006, sia a tutt’oggi interamente mancata: delle 1.550 cooperative sociali aderenti alla Lega nel 2009, 1.110 sono attive nei servizi socio-sanitari-assistenziali ed educativi (tipo A), altre 440 nell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate (tipo B), mentre il resto sono strutture consortili e di servizio46. Mancano del tutto gli altri settori, ma d’altronde il problema non riguarda solo la Lega delle cooperative. Alcune di queste riflessioni possono essere ritenute valide anche per Confcooperative, che si conferma come la centrale che più di tutte ha incarnato e continua ad incarnare l’anima della cooperazione sociale, sia per i trascorsi storici del movimento, che per l’attuale pregnanza di Federsolidarietà. Stando ai dati del 2008, quest’ultima associa 5.179 soggetti, fra cooperative e consorzi, ossia tre volte e mezzo Legacoopsociali, per un totale di 199.000 soci, dei quali 15.000 sono volontari, 185.000 lavoratori, che comprendono 13.500 soggetti svantaggiati, mentre il fatturato aggregato supera i 4,5 miliardi di euro. In altri termini, le cooperative che aderiscono a Federsolidarietà rappresentano il 55% dell’occupazione totale della cooperazione sociale italiana, mentre le iscritte a Legacoopsociali si attestano attorno al 20%.

I dati successivi al 2005 relativi a Federsolidarietà testimoniano di una effettiva espansione ulteriore del movimento delle cooperative sociali di tradizione cattolica. Nel 2004 le cooperative sociali di orientamento cattolico producevano il 6,62% di tutto il fatturato aggregato delle iscritte a Confcooperative, davano lavoro al 27,41% degli addetti nelle cooperative “bianche”, e riunivano il 5,20% della base sociale complessiva; nel 2008, queste percentuali erano salite a 7,43%, 36,33%, e 6,72%, con un incremento in valore assoluto di 1.829 milioni di euro di fatturato a prezzi costanti 2009, di circa 77.000 addetti e di quasi 50.000 soci (tabella 12). Anche in questo caso, però, come si è rilevato per Legacoopsociali, è mancata una significativa capacità di radicamento nei nuovi settori, alla quale, però, si è accompagnato un nuovo sviluppo della strategia del “campo di fragole”. Infatti, in certe zone del paese – in primis il Mezzogiorno – l’incremento è proceduto spedito, a recuperare una parte del gap con le regioni storicamente più all’avanguardia, come la Lombardia, ma anche il Veneto e l’Emilia-Romagna. Per il 2008, abbiamo solamente dati per macroaree, che ci dicono che il 52,6% delle associate a Federsolidarietà si trova al Nord, il 17,2% al Centro e il 30,2% al Sud.

Tabella 12. Indicatori Confcooperative per settori, 2004-2008

  Fatturato Occupati Soci
mln eu. 2009 % su totale Numero % su totale Numero % su totale
2004
Agroalimentare 20.735 49,75 62.376 15,96 508.770 17,55
Abitazione 2.511 6,03 970 0,25 197.891 6,83
Consumo e dettaglianti 6.618 15,88 7.845 2,01 376.681 12,99
Cultura, turismo, sport 453 1,09 9.684 2,48 318.192 10,97
Lavoro e servizi 8.014 19,23 168.783 43,19 319.439 11,02
Mutue 14 0,03 297 0,08 337.291 11,63
Pesca 570 1,37 8.738 2,24 16.415 0,57
Sociale 2.761 6,62 107.111 27,41 150.668 5,20
Credito n.d. n.d. 25.000 6,40 674.000 23,25
Totale 41.676 100,00 390.804 100,00 2.899.347 100,00
2006
Agroalimentare 24.405 43,98 65.852 15,23 540.123 19,01
Abitazione 2.950 5,32 602 0,14 191.888 6,75
Consumo e dettaglianti 8.126 14,64 8.890 2,06 279.335 9,83
Cultura, turismo, sport 511 0,92 12.094 2,80 322.741 11,36
Lavoro e servizi 9.240 16,65 177.678 41,10 260.427 9,16
Mutue 91 0,16 989 0,23 288.229 10,14
Pesca 412 0,74 8.537 1,97 16.180 0,57
Sociale 3.471 6,26 130.850 30,27 166.451 5,86
Credito 6.286(a) 11,33 26.850 6,21 726.224 25,56
Totale 55.491 100,00 432.342 100,00 2.841.598 100,00
2008
Agroalimentare 25.517 41,29 65.540 12,94 497.570 16,78
Abitazione 3.100 5,02 976 0,19 167.620 5,65
Consumo e dettaglianti 9.130 14,78 9.790 1,93 283.100 9,55
Cultura, turismo, sport 562 0,91 14.329 2,83 323.218 10,90
Lavoro e servizi 9.500 15,37 187.991 37,11 248.659 8,39
Mutue 128 0,21 1.011 0,20 292.200 9,86
Pesca 465 0,75 7.880 1,56 13.171 0,44
Sociale 4.590 7,43 184.025 36,33 199.214 6,72
Credito 8.801(a) 14,24 35.000 6,91 940.000 31,71
Totale 61.793 100,00 506.542 100,00 2.964.752 100,00

Note: (a) Interessi attivi, proventi assimilati e commissioni attive.

Fonti: I dati per settore delle cooperative aderenti a Confcooperative, in “Italia cooperativa”, n. 5, 19 marzo 2004, p. 5; Confcooperative, in “Italia cooperativa”, n. 6, 26 giugno 2006, p. 3; I numeri del sistema confederale, in “Italia cooperativa”, nn. 17/18, 27 maggio-9 giugno 2008, p. 2.

Possiamo, inoltre, prendere in considerazione la suddivisione tra cooperative di tipo A e B, che oggi – in riferimento a Federsolidarietà – vede le prime prevalere con 3.265 unità (63,1%), seguite da 1.621 cooperative di tipo B (31,3%), e 293 soggetti di diverso genere (5,5%), quali consorzi e cooperative miste. Oggi quindi, nel movimento di tradizione cattolica, le cooperative di assistenza e formazione sono più del doppio di quelle per il reinserimento degli svantaggiati, che significa che il divario numerico fra tipo A e tipo B è cresciuto nel corso degli ultimi vent’anni.

Non possediamo dati di bilancio o patrimoniali, ma ci viene in soccorso uno studio specifico realizzato recentemente, che prende in considerazione il periodo 2003-200847. Da questa analisi emerge come le cooperative iscritte a Federsolidarietà abbiano teso ad intraprendere un percorso di crescita che ha portato ad una maturità e ad un consolidamento in circa dieci anni. Questo si comprende dall’analisi di differenti gruppi di cooperative, selezionati in base alla data di fondazione, che mette in luce come emergano forti propulsioni alla capitalizzazione mentre si riducono fortemente le imprese microcapitalizzate, ossia con un capitale sociale inferiore ai 10.000 euro. Nel complesso, poi, la patrimonializzazione aggregata delle iscritte a Federsolidarietà ha superato nel 2008 il miliardo di euro, frutto di un accantonamento paziente e certosino. Infatti, le cooperative sociali con oltre dieci anni di vita hanno un patrimonio netto medio che è sei volte più grande del corrispettivo nelle cooperative sociali con meno di dieci anni di attività48.

Conclusioni

Nel corso dei paragrafi precedenti si è mostrato come la cooperazione sociale italiana sia stata protagonista di una importante crescita nel nostro paese, dalle origini ad oggi, che si è alimentata del graduale passaggio dal welfare state alla welfare society e di una sempre maggiore coscienza solidaristica e cooperativistica in regioni e province che in passato avevano manifestato una debole vocazione in tal senso e, dunque, uno scarso interesse per questa forma d’impresa. Le cooperative sociali sono diventate un pilastro fondamentale dei due principali movimenti cooperativi italiani, imperniati su Legacoop e Confcooperative, rispettivamente e storicamente interpreti di un orientamento socialista e cattolico. Un numero più esiguo di cooperative sociali aderisce alle altre centrali cooperative (Agci, Unci, Unicoop) oppure ha scelto di non avere legami con il movimento cooperativo organizzato. Di fatto, però, attualmente, tre cooperative sociali su quattro sono iscritte alle due centrali più grandi, e questa percentuale è destinata a salire se si ragiona in termini di fatturato, occupati e basi sociali.

Legacoopsociali e Federsolidarietà rappresentano quindi due indiscutibili epicentri del movimento, ma – come abbiamo cercato di evidenziare – hanno dato origine a ben distinti modelli associazionistici. Ciò è vero anche in senso più ampio, nella misura in cui – in prospettiva storica – le cooperative “rosse” e quelle “bianche” non sono state semplicemente organizzazioni animate da soci con diverse idee politiche, ma hanno interpretato un differente modo di fare impresa, in agricoltura, nella distribuzione commerciale, in edilizia e nelle manifatture in genere. Oggi gran parte delle differenze storiche sono venute meno, tranne che nel comparto delle cooperative sociali, il quale – benché più giovane – continua a registrare una dicotomia tra società iscritte all’una e all’altra organizzazione.

In termini quantitativi queste peculiarità sono ben individuabili. Se prendiamo in considerazione i dati di Confcooperative e Legacoop del 1992, ossia all’indomani dell’istituzionalizzazione giuridica delle cooperative sociali, notiamo delle differenze molto importanti. Le cooperative aderenti al movimento di tradizione cattolica erano 1.291, con un fatturato medio di 177 mila euro (a prezzi costanti 2009) e una media di 30 addetti ciascina; al contrario le cooperative sociali iscritte a Legacoop erano solo 307, meno di un quarto delle concorrenti “bianche”, ma il fatturato medio era di circa 1,2 milioni euro per singola cooperativa. Purtroppo non possediamo informazioni sull’occupazione nel 1992, ma è ragionevole ipotizzare che nel caso Legacoop il numero medio di addetti fosse molto superiore a quello delle associate a Federsolidarietà. I dati del 2007-2008, infatti, confermano questa dicotomia, che pure si è andata in parte riducendo a favore di Confcooperative. Le cooperative sociali che aderiscono a Confcooperative sono 5.179, contro le 1.206 iscritte a Legacoop. Tuttavia, mentre le prime hanno una media di 35,5 addetti e un fatturato pro capite di 886.000 euro, le seconde appaiono più grandi, con 57,9 occupati di media e un fatturato di poco più di 2 milioni di euro a testa.

Mentre Legacoop ha puntato su una cooperazione sociale robusta e consolidata nelle singole imprese, votata soprattutto alla crescita aziendale, più che ad una presenza capillare nelle varie regioni, Confcooperative ha insistito sulla “strategia del campo di fragole”, ossia sul radicamento e la diffusione territoriale. Dal punto di vista geografico, continua a registrarsi una disparità fra il Nord e il Sud, anche se la cooperazione meridionale appare in lieve ma significativo recupero. Le associate a Legacoopsociali appaiono distribuite con una certa uniformità sul territorio, pur se con una presenza più spiccata in Emilia-Romagna, cuore pulsante di Legacoop. Le cooperative sociali iscritte a Confcooperative appaiono anch’esse ben distribuite sul territorio italiano, con una più evidente presenza in Lombardia, dove l’associazionismo cattolico vanta una tradizione di lungo periodo. Queste ultime, infine, hanno storicamente utilizzato maggiormente lo strumento del volontariato, che ancora oggi è uno dei capisaldi del modello associazionistico e imprenditoriale rappresentato da Federsolidarietà, al contrario le iscritte a Legacoopsociale ne hanno fatto ricorso in forma episodica e limitata.

 

Biografia

Emanuele Felice è assegnista di ricerca all’Università di Siena e visiting professor all’Università autonoma di Barcellona. Si è a lungo occupato di divari regionali italiani, ma anche di storia dell’impresa e di politiche pubbliche. Attualmente sta lavorando alla ricostruzione delle serie storiche nazionali. Tito Menzani è assegnista di ricerca al Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Bologna e recentemente è stato visiting fellow alla London School of Economics. Lavora su vari aspetti di storia economica, con particolare attenzione a quelle organizzazioni – come le cooperative – che compenetrano la sfera imprenditoriale con quella sociale. Emanuele Felice e Tito Menzani

Biography

Emanuele Felice is Visiting Professor of Economic History at the Autonomous University of Barcelona and Research Fellow at the University of Siena. He made extensive research on Italy’s regional inequality, published several essays on business history and public policies, and is currently working at the reconstruction of Italy’s national accounts. Tito Menzani is Research Fellow at the Department of Economics at the University of Bologna, and in 2008 was Visiting Fellow at the London School of Economics. He works on different economic history topics, with a special attention to the organizations that overlap business and social features, such as the co-operative enterprises.

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  1. L’idea e l’impostazione del saggio sono il frutto del lavoro comune dei due autori. La parte sulla Legacoop è riconducibile a Emanuele Felice, quella su Confcooperative a Tito Menzani, mentre l’introduzione e le conclusioni sono state scritte a quattro mani. []
  2. Relazione conclusiva del 27° congresso dell’International Cooperative Alliance (Mosca, 1980), riportata in Problemi legislativi ed organizzativi della “cooperazione di solidarietà”, in “Italia cooperativa”, nn. 46-47, dicembre 1983, 5. []
  3. Storicamente, i movimenti imperniati su Legacoop e Confcooperative sono stati rispettivamente definiti delle cooperative “rosse” e delle cooperative “bianche”, per distinguere due tradizioni politico-ideologiche differenti. Oggi questi termini sono inattuali, ma nel presente saggio verranno comunque utilizzati – naturalmente fra virgolette – perché hanno il pregio di un’immediata identificazione di ciò di cui si sta parlando. []
  4. Il riferimento principale e imprescindibile per questi aspetti è dato dai rapporti sulle cooperative sociali italiane (Primo rapporto sulla cooperazione sociale, Milano, Cgm, 1994; Lepri 1997; Borzaga, Zandonai 2002 e 2005). []
  5. Su questo tema, si veda il recente saggio di Scarlato (2008) che sottolinea il ruolo che le cooperative sociali, in quanto istituzioni creatrici di fiducia e di capitale sociale, possono avere per lo sviluppo economico del Mezzogiorno. []
  6. Sulle vicende storiche della cooperazione cfr. Sapelli 1981; Zangheri, Galasso, Castronovo 1987; Degl’Innocenti 1988; Zaninelli 1996; Fornasari, Zamagni 1997; Zamagni, Felice 2006. Per uno studio sui principali comparti della cooperazione e le aree geografiche più virtuose, cfr. Leonardi 1982-1986; Cafaro 2002; Granata 2002; Ianes 2003; Zamagni, Battilani, Casali 2004; Menzani 2007. []
  7. E spesso neppure una denominazione univoca: venivano chiamate a seconda dei casi cooperative “integrate”, di “solidarietà sociale”, o “di servizi sociali”, Menzani 2007c, 409. []
  8. L’emanazione della legge fu il frutto di una riflessione più che decennale, che nasce nel mondo della società civile e delle cooperative e sul piano parlamentare trova il punto di partenza nella proposta di legge n. 2828 del 16 settembre 1981 (Borzaga, Ianes 2006, 197-220).  []
  9. La banca dati Cerved (Cerved Business Information Spa, fondata nel 1974), è specializzata nel trattamento dei dati delle Camere di commercio italiane e riporta quindi solo i dati delle imprese che depositano regolarmente il bilancio presso le Camere di commercio (si veda il sito internet della società, www.cerved.com). Il Crm è il Centro ricerche economiche e monitoraggio d’impresa della Legacoop, che per tutti gli anni dal 1992 al 2003 ha rielaborato i dati Cerved e li ha messi gentilmente a nostra disposizione. È presumibile che, fra le cooperative sociali aderenti a Legacoop, quelle che depositavano il bilancio presso le Camere di commercio fossero in percentuale minore rispetto ad altri settori: è quindi possibile che la percentuale di cooperative sociali attive all’interno di Legacoop già nel 1992 fosse un po’ più elevata del 5%. Sulla differenza e i problemi di raccordo fra cooperative effettivamente attive e cooperative rilevate, si veda Zamagni, Felice 2006, 27-29. []
  10. Radiografia della cooperazione in Italia, Editrice Cooperativa – Lega, 1981. Per i risultati di sintesi, si veda Zamagni, Felice 2006, 50-55. []
  11. Oltre al paragrafo successivo, si veda quanto riportato da Borzaga, Ianes (2006, 101) con riferimento al contesto bresciano.  []
  12. Atti del congresso della Lega nazionale cooperative e mutue, 7-11 maggio 1973, Editrice cooperativa, Roma, 1974. []
  13. Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, Atti della prima conferenza nazionale della cooperazione, Roma 27-30 aprile 1977, Roma, s.n., 1978, in particolare p. 146. []
  14. Ma saranno poi in parte reinserite con la legge n. 118 del 2005, almeno con riferimento alla tutela dell’ambiente. Come è noto, le cooperative sociali si caratterizzano per il soddisfacimento di bisogni collettivi, che trascendono quelli della base sociale di riferimento e si rivolgono all’intera comunità. []
  15. A seguito della citata proposta di legge n. 2828 del 1981. []
  16. Ancs, Secondo Congresso nazionale. Tesi. Perugia 1-2-3 marzo 1984, Foligno, Cografo, 1983. []
  17. Ancs, Secondo Congresso nazionale. Tesi. Perugia 1-2-3 marzo 1984, Foligno, Cografo, 1983, 51. []
  18. Oltre alle cooperative di tipo A e di tipo B, vi erano quelle di tipo misto (A e B) e i consorzi sociali. []
  19. Ma sull’attendibilità della fonte c’è qualche dubbio: per un esame critico, si veda Zamagni 2005. []
  20. Nel 2003, a fronte di 1.078 cooperative facenti parte del settore servizi e turismo, la banca dati Crm-Cerved registrava 3 cooperative sociali nel settore attività culturali, 8 nell’agroalimentare, 8 nella produzione e lavoro (numeri che diminuiscono rapidamente andando indietro nel tempo). I dati aggregati della tabella 3 includono anche le cooperative sociali appartenenti agli altri settori. []
  21. Si differenzia dal Ros (return on sales) perché quest’ultimo al numeratore considera il reddito netto, che diventa utile (o perdita) dopo aver pagato gli interessi e le imposte: ma il dato sul reddito netto non era sempre disponibile.  []
  22. Si differenzia dal Roe (return on equity) per gli stessi motivi del Ros: nel caso del Roe, al numeratore c’è il reddito netto (si veda la nota precedente). []
  23. Il divario è davvero notevole: nel Sud Italia la redditività media delle cooperative è sempre negativa, in tutti gli anni dal 1992 al 2003, e la media utili/fatturato sul periodo 1992-2003 risulta di -3,23%, a fronte di un dato nazionale di +6,7% (Zamagni, Felice 2006, 73). []
  24. Cfr. Istat, Le cooperative sociali in Italia. Anno 2005, Roma. []
  25. Tra i lavori riferiti ad altre aree cfr. Bof 1995; Sangalli 2004, che tratta di Confcooperative Emilia-Romagna; Cafaro 2000, 2004 e 2007; Cafaro, Colombo 2009; Ianniello 2010. []
  26. Cfr. anche Trezzi 1982. []
  27. Confcooperative alla ricerca di una maggiore imprenditorialità, in “il Sole 24 ore” del 19 gennaio 1979. []
  28. Aggregazione attenta a chi è in situazioni di disagio perché esca dall’emarginazione, in “Italia cooperativa”, nn. 7-8, 19-26 febbraio 1988, 9. []
  29. Aggregazione attenta a chi è in situazioni di disagio perché esca dall’emarginazione, in “Italia cooperativa”, nn. 7-8, 19-26 febbraio 1988, 9. []
  30. Solidarietà sociale quale risposta ai bisogni dei cittadini, in “Italia cooperativa”, n. 16, 9 ottobre 1991, 25. []
  31. . Cfr. anche Il Consorzio Gino Mattarelli verso una profonda modifica della strategia, in “Italia cooperativa”, n. 10, 15 maggio 2005, 7. Sui networks nel movimento cooperativo, cfr. Menzani, Zamagni 2009 e 2010. []
  32. Un progetto coerente per un nuovo stato sociale, in “Italia cooperativa”, n. 10, 30 maggio 1997, 8. []
  33. “L’esperienza delle cooperative di solidarietà meridionali appare ben diversa dagli stereotipi classici, secondo i quali il lavoro non può che essere a tempo pieno, dipendente e remunerato secondo i prezzi di mercato. Si riscontra infatti una realtà lavorativa assai complessa e articolata: prestazioni remunerate in tutto, in parte o per nulla, orari di lavoro i più diversi, ruoli svolti all’interno dell’organizzazione solo talvolta rigidamente formalizzati, ecc.”, cfr. Dall’analisi i tratti delle prospettive del settore, in “Italia cooperativa”, n. 5, 9 marzo 1990, 10. []
  34. Le questioni aperte. Rapporto Federsolidarietà, Roma, Confcooperative, 2004. []
  35. “Ammesse” le cooperative sociali a scopo plurimo, in “Italia cooperativa”, n. 1, 15 gennaio 1997, 4. []
  36. Generare flussi finanziari per sostenere lo sviluppo, in “Italia cooperativa”, n. 9, 28 maggio 1993, 9. []
  37. Federsolidarietà, da rivedere alcune norme della legge 381/1991, in “Italia cooperativa”, n. 13, 2 ottobre 2006, 3. []
  38. L’handicap si può superare, in “Italia cooperativa”, nn. 7-8, febbraio-marzo 1981, 11. []
  39. Rimodellare le politiche sociali, in “Italia cooperativa”, n. 11, 15 giugno 1996, 4. []
  40. Il dato per il 2001 è ottenuto interpolando fra le stime per il 2000 e il 2002 da biennio ispettivo (tabella 3). []
  41. Istat, Le cooperative sociali in Italia. Anno 2005, Roma. []
  42. Centro Studi Legacoop, Aspetti quantitativi e qualitativi delle cooperative sociali aderenti a Legacoop, luglio 2009. []
  43. Nonostante non vengano riportati i dati sul numero degli addetti, ma ci si limiti all’analisi dei bilanci. []
  44. Per la stima del 2009, si vedano le pagine dedicate alle cooperative sociali nel sito nazionale di Legacoop: http://www.legacoop.it/legacoopsociali.aspx (ultimo accesso 12 marzo 2010). []
  45. Ugualmente di lungo periodo è stato l’interesse della Legacoop per il radicamento del Mezzogiorno: risale almeno alla seconda metà degli anni settanta, sotto la presidenza Galetti, ed è proseguito poi negli anni ottanta, in particolare sotto la presidenza Turci, quando ad esempio fu organizzato a Napoli, il 1-2 luglio 1988, un importante convegno dal quale emerge una visione abbastanza lucida dei principali problemi sul tappeto, e cui parteciparono alcuni dei più illustri studiosi della realtà meridionale, dall’economista Mariano D’Antonio al sociologo Raimondo Catanzaro (Zamagni, Felice 2006, 206-215). Si può quindi concludere che storicamente l’interesse della Legacoop per il Mezzogiorno è stato maggiore di quello per la cooperazione sociale. Occorre inoltre ricordare che la permanenza del divario deve essere inquadrata in un contesto di fortissima espansione delle cooperative del Centro-Nord, e che il ritardo della cooperazione meridionale non riguarda tanto il numero di imprese, ma piuttosto la loro dimensione e redditività.  []
  46. http://www.legacoop.it/legacoopsociali.aspx (ultimo accesso 12 marzo 2010). []
  47. Le traiettorie della crescita del Sistema Federsolidarietà-Confcooperative dal 2003 al 2008. Il quadro di sintesi, Roma, Federsolidarietà, 2010. []
  48. Le traiettorie della crescita del Sistema Federsolidarietà-Confcooperative dal 2003 al 2008. Il quadro di sintesi, Roma, Federsolidarietà, 2010. []

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