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Posted in Laboratorio, Numero 22 - Laboratorio

Città e consumi a Bologna  tra anni Cinquanta e Settanta del Novecento

Città e consumi a Bologna tra anni Cinquanta e Settanta del Novecento

Roberto Parisini

Abstract

Il boom economico e la relativa crescita demografica cittadina hanno significato una netta trasformazione della città, dei consumi e della loro distribuzione, creando, di conseguenza, l’esigenza di governare e regolare queste trasformazioni e i nuovi consumi che generavano. Quest’esigenza è avvertita fortemente nell’ente locale amministrativo, e in quelli più legati ai consumi portando, nei primi anni Sessanta, alla nascita, presso la Camera di commercio, del Centro tecnico di studi sul commercio (CTC). È solo nei primi anni Settanta, e con la grave crisi economica di quegli anni, che quest’esigenza ottiene una risposta legislativa con la legge Helfer. Questa affidava ai comuni l’istituzione dei Piani di sviluppo e di adeguamento dell’apparato distributivo. Elaborato con grande impegno dalla giunta socialcomunista, a Bologna il piano viene sostenuto dalla Confesercenti ma, allo stesso tempo, fortemente criticato dall’Associazione commercianti e dalla Camera di commercio. Si scontravano pesantemente diversi modi di interpretare la crescita dei consumi e il loro modo di trasformare la città.

Abstract english

CITY AND CONSUMERISM IN BOLOGNA DURING THE 1950S AND 1970S Abstract The economic boom and the related urban population growth of the ’50s led to a significant transformation of the city, the purchases and their distribution –creating, as a consequence, the need to manage and regulate it. This need was strongly felt especially among the local government agencies and led, at the beginning of the ’60s, to the creation of the CTC – Centro tecnico di studi sul commercio (Technical Center for Commercial Studies) office at the Chamber of Commerce. But it was just at the beginning of the ’70s, with the harsh economic crisis of those years, that this requirement did eventually get a legislative response with the Helfer law, which entrusted the

All’inizio degli anni Sessanta, alle soglie della programmazione economica varata dai governi di centro-sinistra e nel contesto di una importante crisi di congiuntura, diverse delle aree urbane più toccate dagli effetti del miracolo economico conobbero un grande fervore di lavori di analisi prodotti da vari soggetti, tra cui quegli enti locali che la nuova stagione della pianificazione economica e sociale chiamava in causa come protagonisti primi. Amministrazioni comunali e provinciali, Camere e associazioni del commercio, sezioni regionali dell’Istituto nazionale di urbanistica (Inu) produssero importanti, e anche pionieristici studi, bilanci, valutazioni complessive di un decennio di crescita convulsa, spesso deregolamentata dell’economia, delle nostre città e dei territori circostanti.

Le forme dello sviluppo produttivo, l’incremento demografico, la crescita dell’edilizia e della motorizzazione, il mutamento delle condizioni e del livello di vita della popolazione, le trasformazioni qualitative e quantitative dei bilanci familiari, il cambiamento dei bisogni, dei gusti e delle abitudini, erano il portato più largo degli anni del miracolo. Si trattava di formidabili impulsi, di consumi ai più diversi livelli, ora tutti da ricondurre all’esigenza di una più ampia conoscenza e di un più rigoroso governo.

La pianificazione e la trasformazione effettiva della città sono i contesti verso cui più generalmente conversero tutti quegli impulsi e questi consumi. L’analisi di questi contesti include dunque i temi del governo locale, dello sviluppo dello spazio urbano nella visione e nella percezione dei vari gruppi economici, politici e sociali; e quello, del tutto nuovo all’inizio degli anni Sessanta, dell’urbanistica commerciale, di cui incremento demografico, espansione urbana e distribuzione dei consumi costituiscono il principale quadro di riferimento.

Questi contesti complessivi sono l’oggetto della ricerca che ho appena avviato su Bologna, e che qui presento nei termini molto parziali di una prima riflessione orientativa, per ora prevalentemente incentrata sull’incidenza, nel discorso urbanistico di quei decenni, della distribuzione commerciale.

Gli anni Cinquanta

Tra il 1951 e il 1961, Bologna cresce al ritmo di oltre 10.000 persone all’anno, in proporzione seconda solo a Torino. La crescita è quasi interamente frutto del saldo migratorio. Le analisi statistiche stese tra gli anni Cinquanta e Settanta da Athos Bellettini, professore di Demografia all’università e assessore in giunta comunale, dipingono bene questo passaggio (Bellettini 19841).

Sono uomini e donne giovani (con leggera prevalenza femminile), spesso nuclei familiari organici, nella grande maggioranza provenienti dalle campagne e montagne della provincia e dell’area regionale. Essi vanno a distribuirsi in quasi tutte le zone cittadine, ma per oltre 2/3 nelle aree di più recente urbanizzazione e di più ampio sviluppo edilizio, e nel centro storico che conosce però anche i maggiori allontanamenti, specie dei giovani in direzione delle periferie nuove. Sotto il profilo professionale, notava Achille Ardigò nel 1958, essi non vanno tanto a trasformare la struttura sociale urbana, quanto a congestionare “senza salutari rotture un respiro inadeguato” (Ardigò 1958, 51).

In ogni caso, gli immigrati incrementano massicciamente il tessuto operaio (che cresce complessivamente del 63,7%), accentuano il lavoro impiegatizio e il commercio (rispettivamente +35,3 e +45,4%), e mostrano di omogeneizzarsi nei comportamenti demografici e sociali col tessuto in cui vanno a collocarsi e con il livello di organizzazione della città, fortemente imperniata sul suo centro storico e su alcuni fondamentali assi radiali di comunicazione: la via Emilia sulla linea est-ovest, la Porrettana a sud-ovest, la Ferrarese a nord, le vie S. Donato, S. Vitale e Toscana in direzione est e sud-est.

Schematicamente, la localizzazione dei gruppi sociali tendeva a disporsi in modo concentrico attorno al nucleo del centro urbano, lasciando le fasce con minore disponibilità economica nelle propaggini e nelle gemmazioni attraverso cui l’aggregato urbano andava guadagnando, lungo le radiali descritte, il territorio circostante (Toschi 1932). Prima periferia e parte nord del centro storico (“centro di affari” che include l’area ferroviaria) erano caratterizzate per oltre un quinto della popolazione da ceti medi e impiegatizi, mentre i ceti più facoltosi occupavano le grandi arterie del centro più antico e la periferia pedecollinare a sud.

Sul piano dei consumi privati, i bolognesi superavano le medie nazionali in tutte le voci, inclusi gli abbonamenti a “Selezione” (+28%) e quelli radiofonici (+33), nonché la spesa per gli spettacoli (+94). Tra il 1955 e il 1962 gli apparecchi televisivi passarono da 4.385 a 76.844.

In particolare raddoppiarono la circolazione dei veicoli a motore e l’acquisizione delle case in proprietà. Nel 1951, solo il 14,8% delle abitazioni erano occupate in proprietà; nel 1961, un terzo delle famiglie bolognesi possedeva la casa dove abitava, con una percentuale del 24,1% nel centro storico, ma di quasi il 35% nella periferia popolare a occidente (Borgo Panigale) e in quella più borghese sud-orientale (Mazzini, Murri), dove si collocavano anche il maggior aumento percentuale di popolazione e il maggiore volume di costruzioni abitative degli ultimi venti anni.

Naturalmente, al di là del valore medio, le percentuali erano significativamente diverse all’interno delle diverse categorie: 1/4 delle famiglie con reddito medio tra le 700.000 lire e un milione erano proprietarie, 2/3 tra quelle con reddito tra i due e tre milioni, ma solo il 13,1% delle famiglie operaie.

Il moltiplicarsi della proprietà della casa come bene d’uso è uno degli aspetti più salienti di questa fase espansiva, fase salutare, secondo il presidente della Camera di commercio Pietro Vaccari, di “un’economia di generale benessere, in cui la sovranità del consumatore si impone come un dato fondamentale” (Camera di commercio Bologna 1964, 15).

Il Piano regolatore di Plinio Marconi del 1955, incentrato sulla viabilità e sullo sviluppo edilizio, aveva sostanzialmente assecondato le tendenze in corso, cercando di ordinare con lo zoning una realtà in cui l’industria, cresciuta considerevolmente sulle piccole e medie unità produttive, era ancora ampiamente disseminata nel tessuto urbano: metallurgico e meccanico lungo le grandi strade e gli assi ferroviari; alimentari, abbigliamento e arredamento spesso direttamente in centro, cioè all’interno del principale mercato di consumo (Baldissara 1994; Bellettini 1984, 133; Ceccarelli, Gallingani 1985).

Anche l’assetto del commercio, significativamente in crescita tanto al dettaglio quanto all’ingrosso, usciva confermando le sue collocazioni più tradizionali, ma sovvertendo la supremazia dei punti di vendita alimentari a vantaggio dei beni di consumo durevoli. Quasi raddoppiati nelle unità (e con quasi i 2/3 delle attività dell’intera provincia) e negli addetti, essi continuavano a segnare un’accentuata polverizzazione complessiva, confermandosi grande collettore di sottoccupazione in funzione anticiclica, caratteristica tipica del commercio italiano e ampiamente  penalizzante per prezzi e consumi (Scarpellini 2001).

Anche i commercianti bolognesi si collocavano generalmente all’interno del centro storico o “si erano venuti allineando lungo le vie di grande comunicazione, lungo le radiali che si dipartono dalle antiche porte” (Serra Zanetti 1968, 476).

Il Ctc

La necessità di governare queste grandi trasformazioni, in cui vecchio e nuovo si mescolano con effetti ben poco lineari, arriva sull’onda della crisi dei primi anni Sessanta, che si accompagna, oltre che al ricambio di gran parte del ceto politico locale, all’affermazione della programmazione economica strettamente connessa a una rinnovata pianificazione urbanistica e al decentramento amministrativo e territoriale. Sospinti dalla volontà di dare una casa in proprietà a tutti, sono gli anni in cui a Bologna vengono portati a termine gli ultimi grandi quartieri Ina-Casa alle estreme periferie est e ovest della città e dell’adozione, tra le prime, di un Piano per l’edilizia economica popolare (Peep) a cui vengono assoggettati tutti gli ampliamenti (dalla Barca e Beverara a ovest, al Pilastro e Corticella a nord, al Fossolo a est del centro storico), ossia la quasi totalità delle aree di espansione previste nel 1955 e non ancora impegnate.

Sono anche gli anni dell’inizio di un decennale processo di decentramento industriale verso i comuni della provincia e dell’elaborazione, da parte dell’amministrazione, delle Valutazioni e orientamenti per un piano di sviluppo della città di Bologna e del suo comprensorio (Comune di Bologna 1964).

Nel novembre 1963, la Camera di commercio bolognese chiamava tutte le forze economiche e sociali cittadine a ragionare sullo “stato presente della società bolognese” in un primo, grande simposio di studi tenutosi nell’Aula magna dell’Università.

In quel contesto, individuato nella spesa per i consumi “il principale fattore di sviluppo”, e riconosciuta nella terziarizzazione della città moderna la crescente molteplicità di centri differenziati e interdipendenti, il presidente dell’Associazione commercianti (e futuro vicepresidente di Confcommercio), Augusto Serra Zanetti, auspicava una programmazione che connettesse la razionalizzazione degli assetti della distribuzione commerciale alla nuova pianificazione urbanistica, in cui i flussi dei redditi e dei consumi giocavano ormai come elementi fondamentali in termini di viabilità, decentramento residenziale e organizzazione di vecchi e nuovi spazi.

In questa direzione, egli annunciava la recente nascita, presso la Camera di commercio, del Centro tecnico di studi sul commercio (Ctc), con lo scopo di collegare “piani regolatori generali, regolamenti edilizi, articolazione merceologica delle licenze; despecializzazione dei negozi e raggruppamento associativo; integrazione equilibrata fra grandi unità di vendita e commercio tradizionale; incentivi creditizi e iniziative di aggiornamento tecnico-professionale” (Camera di commercio Bologna 1964, 172; Serra Zanetti 1968, 481).

L’attività del Ctc fu a lungo intensa e di grande interesse. Il 9 e 10 maggio 1968, il Centro organizzò un convegno intitolato Programmazione, urbanistica e commercio, “un tema che attualmente certo coincide, in gran parte, con quello dell’avvenire delle città” (Ctc 1968a, parte I, 8). Punto di partenza dell’analisi era l’adesione a una pianificazione interurbana in cui per Bologna, considerata come metropoli di equilibrio di un ampio sistema territoriale alternativo al triangolo industriale, i temi fondamentali dello sviluppo erano quelli del centro direzionale, del potenziamento dell’Università, della qualificazione del centro commerciale.

Sotto il profilo della crescita urbana, la concentrazione di tutte queste tre funzioni nel centro storico poneva fondamentali questioni di equilibrio degli spazi e delle linee d’espansione della città che, a giudizio del Ctc, non erano state ancora adeguatamente valutate.

Per questo venivano suggerite alcune ipotesi quali la rottura dello schema radiocentrico e il decentramento (totale o parziale) delle funzioni direzionali e universitarie lungo assi lineari di sviluppo urbano (rispettivamente a nord e ad ovest della città) e il permanere nel centro storico di un’area commerciale primaria, in grado di offrire beni e servizi rari ad una vasta area per lo meno extra-provinciale (Ctc 1968a parte II). Destinato ad accogliere un movimento a più vasto raggio, il centro storico doveva essere però alleggerito da quello cittadino attraverso un’equilibrata distribuzione quantitativa e qualitativa dei consumi. In tutti i quartieri, nelle nuove, grandi aree di edilizia popolare, una rete di zone commercialmente accentrate, prevalentemente rivolte ai beni d’uso corrente, sarebbe divenuta il cuore di un equilibrato tessuto territoriale policentrico, aggregato in ordine crescente, sulla base della densità della popolazione, su aree di vicinato e di quartiere. Proprio per questo, si concludeva, la rete commerciale doveva a tutti gli effetti, così come avveniva per i servizi scolastici e ogni altra infrastruttura sociale, entrare nella progettazione dei piani regolatori.

Nell’area extraurbana era ipotizzabile, infine, un centro commerciale del quarto ordine con un’area di attrazione estesa a più centri regionali (per esempio: Ferrara, Imola, Modena, ecc…) che avrebbe potuto eventualmente essere costituita da un ipermercato con funzioni di discount.

Il piano della distribuzione commerciale

Su un piano più generale, il raccordo tra urbanistica e commercio era ormai istanza diffusa. Nella discussione di legge sulla nuova disciplina del settore commerciale, in corso dal 1969 e già contemplata nel Piano nazionale di sviluppo economico del quinquennio 1966-1970, la stessa Confcommercio aveva fatte proprie le spinte verso una modernizzazione delle strutture commerciali attraverso un forte legame con le pianificazioni degli enti locali. Queste istanze furono recepite nella legge n. 426 del giugno 1971 che istituiva i Piani di sviluppo e di adeguamento dell’apparato distributivo come aspetto particolare della pianificazione urbanistica regionale, comprensoriale e comunale. La legge Helfer consentiva alle autorità locali di programmare lo sviluppo agganciando direttamente la distribuzione commerciale ai piani regolatori, secondo i criteri economici, sociali e politici ritenuti più opportuni. L’Emilia Romagna fu una delle prime regioni a produrre documenti orientativi che furono subito accolti dai comuni di Bologna e Forlì (Scarpellini 2004, 298-310) (( Per un giudizio storiografico del tutto negativo sugli effetti della legge n. 426, cfr. Lanaro 1992, 275. )).

Di fatto, la carta commerciale di Bologna, curata proprio nel 1969 sempre dal Ctc, confermava che, in quel decennio, la rete locale aveva mantenuto le medesime caratteristiche degli anni Cinquanta. Era perciò cresciuta in contraddizione con le pur esagerate pianificazioni di espansione della popolazione e della città, in formazioni lineari e sempre molto polverizzate, più addensate in centro, o al massimo secondo una concentrazione di tipo radiale in coincidenza dei grandi assi viari di penetrazione verso il centro. Infatti mentre nel centro storico ormai risiedeva solo il 17,5% della popolazione, esso accoglieva il 44,5% degli addetti al commercio, tra un minimo del 31,5% negli alimentari e il 63 nei generi di vestiario e per la persona. “Non si sono sapute creare strutture commerciali che fossero qualitativamente alternative a quelle del centro storico – era il commento del Ctc – per cui i consumatori hanno conservato di necessità una propensione preferenziale all’acquisto in centro […] malgrado i maggiori oneri derivati dalla distanza. Da qui le fortissime quote di evasione di reddito spendibile che dalla periferia vanno verso il centro, quote che si aggirano in media intorno al 19% per gli alimentari e oltre il 60% per i non alimentari” (Ctc 1969, 11).

Il piano della distribuzione commerciale, elaborato nel corso di un biennio dall’assessorato alla Polizia urbana e in discussione in consiglio comunale, tra i primi in Italia, dalla fine del 1973, divenne perciò a tutti gli effetti un capitolo della politica di riequilibrio del territorio e di governo delle trasformazioni urbane che le amministrazioni locali conducevano in quegli anni (Dematteis 1995, 682-684). A Bologna esso si inseriva nel contesto che includeva l’attivazione dei consigli di quartiere, le varianti al Prg sulla collina e, soprattutto, sulla conservazione del centro storico, fino al progetto di chiusura di una parte importante di quest’ultimo al traffico motorizzato (D’Attorre 1983a; Gobbo, Varni 1987; Preti 2004).

Il protagonismo amministrativo, già emerso nelle operazioni appena indicate, fu anche in questo caso componente cruciale, ma altrettanto rilevante sembra essere stato il varo del progetto nel contesto della grave crisi economica dei primi anni Settanta che metteva fine al boom.

In ogni caso, la prevista riorganizzazione sul territorio degli insediamenti commerciali ricalcava le proposte e le finalità già individuate dal Ctc, tanto per quanto riguardava il centro primario (ma la sola parte del centro storico racchiusa entro le mura del XII secolo e lungo le due grandi arterie parallele di via Indipendenza e via Marconi), quanto per le aree di vicinato e di quartiere. Queste ultime dovevano incentrarsi sulla creazione, all’interno del tessuto urbano e a misure controllate, di centri commerciali, ossia di un unico contenitore di diversi o di un solo punto vendita “dotato di adeguati parcheggi e aree verdi attrezzate; oppure sulla riqualificazione di un insieme di punti vendita già esistenti, fra loro integrati come specialità di beni e insediati in un determinato ambito territoriale. La misurata concessione delle licenze avrebbe poi favorito il riequilibrio delle attività coi trasferimenti dalle zone sature a quelle carenti” (Comune di Bologna 1973a).

Le aree di gravitazione venivano definite sulla base delle previsioni demografiche, della struttura e delle quote dei consumi e cioè del reddito spendibile per ogni abitante esistente e previsto, delle infrastrutture e dei servizi presenti, dell’indagine sulle abitudini di acquisto e sulla mobilità del consumatore, della “dimensione territoriale rispondente ai requisiti ottimali di percorrenza pedonale”2.

Interlocutori unici di questi processi dovevano essere i piccoli esercenti, la cooperazione o l’associazionismo volontario tra dettaglianti. Perentoria era l’esclusione di ogni ingerenza della grande distribuzione e del suo modello di innovazione tecnica del settore (ipermercati, shopping center), che finiva per ricalcare i limiti urbanistici ed economici della vecchia rete commerciale a vantaggio del solo capitale monopolistico.

Il governo delle trasformazioni urbane sembra essere divenuto, tanta era ormai da un ventennio la contiguità, esplicitamente ed estesamente anche governo dei consumi. I nuovi centri commerciali, promossi dall’interventismo comunale in quanto parte della pianificazione urbanistica dei servizi, sarebbero sorti su terreni acquisiti con gli espropri previsti dall’applicazione della legge 865 sulla casa; con le fideiussioni bancarie garantite da un’apposita società costituita dal Comune, dagli esercenti, dalla cooperazione; con l’obiettivo ultimo di contrastare i modelli del consumismo esasperato, basato su una crescente partecipazione delle classi meno abbienti ai consumi opulenti.

“Basta valutare – scriveva uno degli estensori del piano comunale, l’architetto Felicia Bottino la più recente formula tecnica, quella dell’ipermercato (grande struttura collocata all’esterno della città e raggiungibile esclusivamente da consumatori motorizzati) per verificare come essa, valutata in una visione globale del problema, mostra di essere fondata su quegli stessi presupposti oggi entrati palesemente in crisi: l’esasperata mobilità privata, l’uso alienato del tempo libero ed il fenomeno del consumismo (inteso come processo che induce esigenze di beni superflui, mentre all’interno della stessa logica restano negati ai più i beni di prima e assoluta necessità: case a basso costo, scuola, sanità, gli stessi generi di largo consumo)” (Bellagamba, Bottino 1974, 10).

I centri commerciali del piano erano rivendicati come strutture nuove, da vincolare strettamente alle necessità di qualificazione delle singole espansioni urbane, a cominciare dalle nuove aree Peep in qualche caso ancora in via di completamento edilizio.

“Il primo centro che verrà realizzato – affermava l’assessore Mazzetti in un’intervista rilasciata al periodico della Confesercenti – è quello in fase di progettazione di Corticella, facente parte di un unico complesso di attrezzature pubbliche quali la chiesa, il centro civico, la scuola materna. Seguirà quello di Fossolo 2, e via via che la società prenderà corpo, verranno decisi interventi anche di ristrutturazione e priorità” (“Il Mercurio”, 1 febbraio 1974).

Ponendosi sul crinale della lotta alla grande distribuzione, l’amministrazione bolognese incassò il sostegno della Confesercenti, a conferma di una politica attenta al consenso dei ceti medi; così come, d’altro canto, la grande distribuzione non perse occasione per rilanciare le accuse già circolanti nel dibattito cittadino di “una sorta di intervento municipalizzato nel settore del commercio”, e di un sostegno tutto politico alla cooperazione di consumo, essa stessa ormai un colosso della grande distribuzione.

Sul piano tecnico e urbanistico, le critiche più radicali provennero dalla Associazione commercianti e dalla Camera di commercio che rilevarono la dimensione ristretta delle aree gravitazionali, la scarsità della soglia dei consumi e dell’incremento demografico di alcune di esse, la localizzazione sbagliata dei centri e delle aree in quanto regolata sui confini amministrativi e non sui flussi commerciali. “Gli estensori del Piano – era il commento – avrebbero dovuto studiare ed analizzare la città dal punto di vista commerciale, e individuare le zone secondo la fisionomia mercantile della città e delle sue componenti territoriali”3 .

Abbandonato il più largo respiro delle elaborazioni del Ctc (Casini 1972), i due enti sembrano ripiegare su una più rigida e corporativa difesa degli interessi. O perlomeno è quanto sostenevano le controdeduzioni dell’amministrazione comunale, rilevando come “le zone dovevano rispondere a diversi parametri e si dovevano dimostrare […] soprattutto valido strumento di pianificazione globale nella gestione della città e del territorio; ai fini di permettere un più articolato e coordinato intervento dell’ente locale”.

Un’altra obiezione veniva sottesa, un altro, parallelo capitolo del confronto fra consumi e amministrazione locale, che pure era già avviato tanto nel dibattito all’interno delle organizzazioni dei commercianti, quanto in quello sulla Variante generale al piano regolatore (Comune di Bologna 1972a). Un’obiezione di sostanza, rivolta soprattutto all’imposizione di una temuta modificazione nella organizzazione e percezione degli spazi urbani.

“Viene fatta completamente astrazione – rilevava ancora l’architetto Bottino – dal tipo di politica del traffico urbano che l’Amministrazione prevede, sia per il centro storico (pedonalizzazione) che per le radiali (sensi unici e trasporto pubblico). Astrazione che può essere comprensibile solo in chi avversa tale politica, ma anche in chi evidentemente non sa considerare oggettivamente l’attuale crisi che il paese sta attraversando”4. Pur d’accordo “sulla gravità della situazione in atto e sulla necessità di provvedimenti intesi a limitare la circolazione”, la giunta della Camera di commercio rilevava che, in sostanza, si era avviato un processo di decentramento delle attività direzionali e commerciali del centro storico. “A parte l’opportuno decentrameno degli uffici pubblici con maggiore afflusso di pubblico, l’impostazione non può essere condivisa da chi ritiene invece che da essa deriverebbe il sostanziale declassamento della zona più importante e nobile della città, che è appunto il centro degli affari, del commercio, del turismo”5. Si profilava così una rinnovata collocazione del più importante spazio cittadino, una sua percezione che appariva sorprendentemente in controtendenza con quanto era stato opinione unanime nel decennio precedente in cui la libera circolazione dei veicoli nel centro storico era da tutti considerata ingrediente irrinunciabile della modernità e dello sviluppo.

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  1. Da qui sono tratti, salvo diversa indicazione, i dati presentati di seguito. []
  2. Bologna: approvato il piano della nuova rete distributiva, in “l’Unità”, 4 gennaio 1974. []
  3. Dal rilievo della situazione alle proposte urbanistiche, in “Giornale del commercio”, 31 dicembre 1973. []
  4. Archivio CCIAA Bologna, busta 14.8 Commercio interno, Carteggio; fascicolo Commercio interno. Piano di sviluppo e di adeguamento del Comune di Bologna, sottofascicolo 12, Controdeduzioni alla osservazione presentata dalla Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura. Nel f. 2 sono invece contenute tutte le Considerazioni in merito alla formulazione del piano di sviluppo e di adeguamento della rete distributiva del Comune di Bologna, ad opera degli esperti dei vari enti.  []
  5. Riunione di Giunta 19 giugno 1972, in Archivio CCIAA, Verbali riunioni Giunta camerale, allegati, 1972.  []

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