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Posted in Articoli, Numero 27 - Articoli, Numero 27 - Novembre 2011

Corea fra passato e presente:  tensioni al 38° parallelo

Corea fra passato e presente: tensioni al 38° parallelo

di Fabio Casini

Abstract

La penisola coreana è tornata ad essere incandescente. Dopo l’armistizio del 1953 che chiuse la disastrosa guerra fissando al 38° parallelo la linea di confine fra le due Coree, il regime di Pyongyang ha più volte sfidato Seoul con minacce ed atti di guerra. Il “Caro leader”, Kim Il Sung e poi suo figlio, Kim Jong-il, hanno escogitato ogni mezzo per imporre la propria supremazia sino a dotarsi dell’arma nucleare. Uno strumento di deterrenza contro possibili aggressioni, ma anche un evidente mezzo di ricatto nei rapporti internazionali. La dinastia di Pyongyang non ha mai abbandonato il progetto di riunificare la penisola sotto il regime nord-coreano. Ed i recenti ripetuti attacchi alla Corea del Sud servono a rammentare a tutte le Cancellerie del mondo che la questione resta sul tappeto: e questa volta potrebbe configurarsi uno scenario ben più temibile di quello che si manifestò all’epoca della guerra fredda.

Abstract english

The Korean peninsula lives a critical situation. After the armistice of 1953, which put an end to the war establishing the 38th parallel as the boundary between North and South Korea, Pyongyang (the capital of North Korea) repeatedly intimidated Seoul (the capital of South Korea). Kim II-sung and his son, Kim Jong-il, tried to force the terms of power using nuclear weapons as instruments of deterrence and blackmailing in Korea international relations. The Pyongyang dynasty has never given up its project to reunify the Peninsula under the North Korean regime. The recent attacks to South Korea remind us that the Korean matter is still a topical subject, and represents a danger much more serious than that of the Cold War.

Nelle trattative fra i Grandi, svoltesi durante gli ultimi due anni della Seconda guerra mondiale, non era stata presa alcuna decisione in merito all’occupazione alleata della ex-colonia giapponese.

Alla conferenza del Cairo, nel maggio del 1943, si parlò di un graduale ritorno ad una Corea libera ed indipendente: Roosevelt intendeva porre il paese sotto un’amministrazione fiduciaria internazionale. Poi, sempre da parte americana, venne sostenuto il principio del mandato, con l’auspicio di creare una commissione di grandi potenze (Usa, Cina, Urss) che avrebbe condotto gradualmente il popolo coreano all’autogoverno, proteggendolo da ogni forma di sfruttamento.

A Yalta (4-11 febbraio 1945) Stalin e Roosevelt decisero che alla fine del conflitto le loro truppe avrebbero occupato la Corea rispettivamente da nord e da sud, fermandosi al 38° parallelo e che sarebbero rimaste nel paese fino alla costituzione di uno stato democratico, unito ed indipendente.

A Potsdam (17 luglio-2 agosto 1945) gli Usa non erano ancora ben certi di attuare ciò che nella carta era stato affermato a Yalta. Del resto gli americani erano più che altro preoccupati di porre fine alla guerra col Giappone e nei piani militari non era previsto alcun sbarco dei marines in Corea. Chiusi i conti con i nipponici (dopo l’atroce olocausto nucleare su Hiroshima e Nagazaky) russi e americani si stabilirono nelle loro rispettive aree di occupazione: nell’agosto del 1945 i sovietici sbarcarono nel nord Corea, mentre gli americani presero possesso del sud della penisola. A quel punto occorreva organizzare il paese dal punto di vista politico.

Alla conferenza dei ministri degli Esteri tenutasi a Mosca nel dicembre 1945, fu istituita una commissione mista russo-americana con il compito di contattare i partiti democratici coreani fino a giungere alla formazione di un governo provvisorio (Duce 2009, 547) da porre per cinque anni, sotto la tutela delle quattro potenze vincitrici del secondo conflitto (Usa, Urss, Cina e Gran Bretagna).

I partiti coreani protestarono a viva voce contro le iniziative degli Alleati riguardo all’amministrazione fiduciaria, esigendo il ripristino immediato del paese.

Gli Usa proponevano l’elezione a suffragio universale, la creazione di legislature temporanee per entrambe le regioni ed infine la formazione di un governo provvisorio valido per tutta la Corea. L’Urss era invece favorevole alla creazione di un’assemblea del popolo unica per tutto il paese, portavoce dei partiti e delle organizzazioni democratiche favorevoli all’accordo di Mosca: sembrava non esserci alcun punto di convergenza fra le due posizioni. Stava delineandosi, infatti, una nuova epoca nei rapporti fra Usa e Urss e già alla conferenza di Yalta si erano palesati alcuni equivoci su certi temi: non ultimo quello relativo alla definizione dei governi provvisori da istituire nei paesi liberati dalle dittature. Dopo la grande conferenza di pace in Crimea, ma soprattutto dopo la conferenza di Potdsam, il contrasto sovietico-americano su determinati temi si tradusse in conflitto ideologico, assumendo poi connotati di carattere politico e militare. Si stava inaugurando il periodo della guerra fredda: un arco di tempo – quasi 50 anni – nel quale le due superpotenze si sarebbero fronteggiate in ogni angolo del mondo, attraverso un reticolato di alleanze difensive esteso a tutti i continenti (Fleming 1964; Fontaine 1967; Kennedy 1989; Kissinger 2004, 325-594; Kolko 1975; Ulam 1970).

La diatriba sulla questione coreana (Di Nolfo 1994, 766-767; Duce 2009, 550-551; Cumings 2005) continuò fino al 1948, quando il problema venne sottoposto all’attenzione delle Nazioni Unite: si formò una commissione temporanea per la Corea, l’United Nations Temporary Commission (Untcok), avente lo scopo di facilitare la costituzione di un governo nazionale coreano e di far evacuare al più presto le forze di occupazione. Sovietici e nord coreani rifiutarono l’idea che l’Onu potesse decidere sul futuro della penisola; da quel momento parve evidente che qualsiasi decisione presa dalla commissione avrebbe avuto valore soltanto a sud del 38° parallelo. Le elezioni, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, furono tenute dunque solo nella Corea del Sud il 10 maggio 1948.

Syngman Rhee, leader del partito nazionalista di destra, il Korean Democratic Party (Kdp), dovette fare i conti con i partiti dell’opposizione. La campagna ebbe luogo in un clima di terrore e fu caratterizzata da episodi di violenza e di repressione politica ai danni dei comunisti presenti nella Corea del Sud, ma anche nei confronti di qualsiasi altro gruppo o movimento contrario alla destra. Il 15 agosto 1948 Rhee diventava presidente della Repubblica di Corea.

Gli americani avevano sostenuto l’ascesa al potere del leader nazionalista. La scelta fu dettata da ragioni di opportunità: non esistendo i presupposti per un governo moderato ed indipendente e fallite le possibilità negoziali, la scelta di un governo di destra rispetto ad uno di estrema sinistra diveniva necessaria, considerando la stretta dipendenza della sinistra dall’Urss. Washington sapeva che Rhee gestiva uno stato di polizia con terribili forme di repressione interna, ma non c’era altra scelta che quella di appoggiare Seoul.

Nel nord del paese, il 9 settembre 1948, l’assemblea del popolo nominò il governo della Repubblica Democratica Popolare di Corea, sotto la presidenza di un ufficiale che aveva militato nell’Armata Rossa con il grado di maggiore, Kim Il Sung. Quel governo fu immediatamente riconosciuto dall’Urss e dalle Democrazie Popolari e nel 1950 anche dalla Cina comunista. Erano dunque nati due stati distinti: uno filo sovietico, con capitale Pyongyang, ricco di industrie e miniere e l’altro, sotto l’ombrello protettivo americano, con capitale Seoul, prettamente agricolo.

Pian piano sia americani che sovietici iniziarono il graduale ritiro dei rispettivi contingenti militari dalla penisola: i russi nel dicembre 1948, mentre l’esodo americano, cominciato alla fine dell’estate, ritardò a causa di alcuni disordini e venne a completarsi nel giugno del 1949. Al sud gli Usa avevano fornito una preparazione militare approssimativa, nel convincimento che l’istituzione di un esercito sud coreano più forte, comprendente anche l’aviazione, avrebbe accresciuto la tensione nell’area e trascurando il fatto che la tensione era già ben presente. Cosicché l’esercito della Repubblica di Corea (Rok) somigliava ad una gendarmeria o poco più.

Al contrario, i sovietici avevano lasciato in Corea del Nord molti armamenti (anche se abbastanza obsoleti) ed avevano addestrato già dal 1945 molti degli effettivi che avrebbero poi costituito l’esercito popolare nord coreano (Nkpa). Inoltre, grazie ad un accordo di cooperazione militare della primavera del 1949 siglato da Mao Zedong e Kim, la Cina fornì un forte contingente di militari di origine coreana.

Lungo il 38° parallelo si svilupparono diversi incidenti di frontiera fra la primavera e l’estate del 1949. Fin dai primi mesi del 1950 autorità militari sud-coreane trasmisero forti preoccupazioni all’Onu (Duce 2009, 553) e presso le autorità americane riguardo ad ulteriori operazioni di guerriglia da parte dei nord coreani lungo la frontiera. Secondo quanto affermò il governo di Pyongyang, queste operazioni erano state rese necessarie in seguito al comportamento del governo di Seoul, accusato di non voler accettare le elezioni generali per la riunificazione del paese. Tale affermazione, sostenuta da tutti i partiti comunisti del mondo, non aveva solide basi di credibilità: la sproporzione delle forze, l’entità dei preparativi, la rapidità delle azioni militari che ne seguirono, lasciava intravedere una sicura marca offensiva nord-coreana premeditata da tempo e manovrata dal governo di Mosca (Ulam 1970, 742 e ss.). Ecco allora che, nonostante ognuna delle due Coree abbia sino ad oggi attribuito all’avversaria la responsabilità di aver aperto le ostilità (Martin 2004, 69-71), la tesi più diffusa ed accettata nell’occidente resta quella della responsabilità nord-coreana nell’aver forzato, con una guerra lampo, la riunificazione del paese1.

Alle 21,30 circa di domenica 24 giugno 1950, un cablogramma giunto al Dipartimento di stato americano riferì che forze nord-coreane stavano attraversando il limite del 38° parallelo dando così inizio alla conquista militare della Corea del Sud. Il 25 i nord-coreani, sfondarono (Hastings 1990, 67-69) senza difficoltà le linee dell’esercito sudista. Seoul cadde in tre giorni e quasi tutta la Corea del Sud venne occupata in un mese ad eccezione del perimetro di Pusan, dove Syngman Rhee si era rifugiato col suo governo2.

Il 26 il governo di Seoul informava l’Onu con una concisa dichiarazione: “atto di aggressione iniziato senza avvertimento e senza provocazione in esecuzione di un piano accuratamente preparato”(United Nations 1950 a). Il presidente americano Henry Truman esitò qualche ora (Truman 1965).

L’attacco comunista alla Corea del Sud sembrava essere la conferma della teoria americana dell’aggressione “pezzo per pezzo”. Quella teoria ipotizzava il verificarsi di una serie di attacchi sovietici contro stati amici degli Usa, sia attraverso i partiti comunisti interni a tali paesi, sia con aggressioni militari dirette. Per la prima volta uno stato satellite di Mosca, nato dalla zona di occupazione sovietica in Corea, stava violando una precisa linea di demarcazione e invadeva la Corea del Sud, da cui le truppe americane si erano appena ritirate.

Di fronte a tali circostanze, un rapporto del National Security Council3 denominato “Nsc 68” prevedeva un intervento adeguato e rapido sul piano militare: ed è quello che Washington decise di fare. Sebbene la Corea non rientrasse nel cosiddetto perimetro difensivo degli Usa, così come aveva enunciato il Segretario di stato americano Dean Acheson4 (curatore del documento “Nsc 68”), l’abbandono di un altro paese amico – dopo che gli Usa niente avevano fatto per evitare la presa di potere di Mao in Cina l’anno precedente – non sarebbe stato accettato dall’opinione pubblica statunitense. Truman in persona aveva dichiarato al Congresso che gli Usa avrebbero difeso i paesi liberi che fossero divenuti vittime di aggressioni: fermare i nord coreani (Gaddis 1984; Ferrell 1975) significava forse evitare il rischio di una nuova guerra mondiale. Il containment doveva essere a tutti i costi applicato: occorreva rispondere, era la logica della guerra fredda. Era necessario mantenere quantomeno la divisione in due regioni, così com’era accaduto per il problema internazionale di Berlino.

L’intervento americano necessitava, tuttavia, di un’investitura legale, affinché fossero rispettati quelli stessi principi di giustizia e costituzionalità che il governo di Washington aveva fortemente voluto alla base del nuovo ordine post-bellico. Questa investitura poteva provenire soltanto dall’Onu (Vismara Missiroli 1989). Il 27 giugno Truman annunziò che avrebbe inviato forze aeree e navali americane a sostegno dei sud coreani. Lo stesso giorno il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottò la risoluzione n°83 (United Nations 1950 b) con la quale veniva imposto a Pyongyang di ritirarsi sul 38° parallelo: contemporaneamente venivano autorizzati i paesi membri ad intervenire per respingere l’aggressione in Corea. Truman fece immediatamente seguito con l’invio di truppe americane al fronte. Tutto il contingente dei caschi blue Onu (una dozzina di altri paesi assicurarono la loro partecipazione5), fu posto sotto il comando del generale MacArthur che aveva già comandato l’esercito alleato nel Pacifico durante la Seconda guerra mondiale e diretto l’occupazione del Giappone nel 1945.

La decisione di intervenire in Corea avvenne in maniera rapida a causa della politica della sedia vuota che l’Urss stava in quei tempi praticando. L’Unione Sovietica, che si era sempre dichiarata estranea all’iniziativa nord-coreana, aveva rifiutato fin dal gennaio 1950 di partecipare alle riunioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in protesta per la detenzione prolungata del seggio da parte della Cina Nazionalista di Chang Kai Schek, uscita perdente dalla guerra civile. Perciò l’Urss si trovava, il 27 giugno, senza il rappresentante al seggio e dunque monca del diritto di veto contro qualsiasi decisione che potesse venire assunta dall’organizzazione internazionale nei riguardi dell’aggressione nord-coreana (Di Nolfo 1994, 770).

L’assenza dell’Urss fu l’elemento fortuito grazie al quale il Consiglio di Sicurezza poté prendere decisioni senza possibilità di scontri.

Sotto la guida di MacArthur (1964) i caschi blue riuscirono a rallentare l’avanzata nemica che nel luglio e nell’agosto aveva travolto in sequenza Seoul, Incheon, Chung-chu e An Dong. Nella Corea del Sud resisteva la sola testa di ponte di Pusan.

Vantando un dominio dell’aria e dei mari pressoché incontrastato, MacArthur progettò un attacco da manuale6. Sbarcando i propri soldati nei pressi di Incheon e Wonsan, tagliò in due le linee di rifornimento nord coreane per poi procedere al rastrellamento delle truppe sbandate che erano rimaste nella sacca venutasi a creare. Dal 15 al 25 settembre 1950, le truppe Onu riattraversarono tutta la penisola coreana in senso inverso, riprendendo Seoul e respingendo i nord coreani al di sopra della linea del 38° parallelo.

A questo punto Truman doveva decidere se fermarsi e dove fermarsi (Di Nolfo 1994, 771): del resto lo scopo dichiarato dalle Nazioni Unite era quello di riconquistare il territorio sudcoreano occupato. L’obiettivo, quindi, poteva considerarsi raggiunto. Truman aveva sempre detto che l’intervento in Corea sarebbe stato limitato: gli Usa non avevano particolari interessi da difendere in Corea ed erano andati sin là soltanto per la difesa di un principio. Ma gli americani non avevano mai combattuto prima d’allora una guerra limitata e se l’obiettivo era quello di punire l’aggressore in che cosa sarebbe dovuta consistere la punizione per evitare che l’aggressore non fosse stato tentato di tornare alla carica in un altro punto del lunghissimo perimetro? La gran parte dell’amministrazione Truman credeva in un disegno comunista globale e considerava l’aggressione dei nordcoreani come la prima mossa di una coordinata strategica cino-sovietica a cui avrebbe fatto seguito un altro attacco nel mar Nero o verso il golfo Persico.

Il dilemma era: come punire l’aggressore pur confermandogli che l’intenzione rimaneva quella di condurre una guerra limitata ? (771-772).

MacArthur, esaltato dal successo di Inchon, sosteneva che l’unico modo di terminare la guerra e di riunificare la Corea, era quello di conquistare tutto il nord del paese. Truman, che non aveva mai stimato troppo il generale, decise comunque di incontrarlo (fu l’unico incontro tra i due) nell’isola di Wake, nel Pacifico. MacArthur spiegò le ragioni della sua strategia, convinto che i cinesi mai sarebbero intervenuti a difesa della Corea del Nord e se avessero deciso di farlo sarebbero stati massacrati. Truman, che non aveva mai considerato l’unificazione delle due Coree come obiettivo della guerra, si lasciò persuadere dalle parole del generale e, con il benestare dell’Onu, dette l’autorizzazione per l’attraversamento del 38° parallelo (Fleming 1964, 733-819; Hastings 1990; Cumings 1990; Rees 1970; Stone 1954; Carrère D’Encausse 1970; Collotti Pischel, Puggioni 1998; Riotto 2005, 273-281; Martin 2004, 69-88).

Il 19 fu conquistata Pyongyang, e le truppe di MacArthur si spinsero fino alla regione dello Ya-Lu, a pochi chilometri dal confine cinese. Fino a quel momento la Cina aveva osservato una rigida neutralità, preannunciando un suo ingresso in guerra soltanto se le truppe dell’Onu avessero superato il 38° parallelo e minacciato il confine cinese. A partire dal 2 novembre la guerra assunse così un’altra dimensione con l’ingresso in campo di trenta divisioni di volontari cinesi che giunsero in soccorso dei loro fratelli comunisti coreani. L’enorme massa di soldati7 che si riversò sui caschi blue, riuscì a liberare la parte settentrionale del paese riprendendo Pyongyang il 4 dicembre.

Successivamente l’offensiva comunista superò ancora una volta la barriera del 38° parallelo fino a riconquistare Seoul: le speranze di MacArthur di una facile vittoria stavano svanendo e la ritirata dei soldati americani lungo la penisola coreana causò enormi perdite umane e materiali. MacArthur, che in precedenza aveva denigrato la consistenza dell’esercito cinese dovette ricredersi (Hastings 1990, 237-257).

Quella che il Times definì la peggior sconfitta mai subita dagli americani fu dovuta non solo all’intervento cinese, ma anche ad alcuni errori tattici commessi dal generale: egli lasciò troppo scoperte le linee di comunicazione arretrate provocando così l’allargamento del fronte.

All’inizio del 1951, tuttavia, il fronte venne stabilizzandosi sulla linea di Chung-chu, dove gli americani riuscirono ad arrestare l’avanzata comunista grazie anche all’utilizzo dei cacciabombardieri a reazione, usati per la prima volta in un conflitto in campo aperto8. MacArthur, ferito nel suo orgoglio (258-259) e vista offuscata la propria fama di generale invincibile, azzardò anche l’idea di usare la bomba atomica e di spingersi a bombardare i porti e le città costiere che si affacciavano sul mar Cinese. L’ambizione e la megalomania di MacArthur – emblematica la sua frase: “non c’è alternativa alla vittoria” – suscitarono preoccupazioni in Truman ed in tutti gli osservatori internazionali. La dichiarazione di Mac Arthur “era un chiaro gesto di insubordinazione nei confronti del presidente, che proprio nel medesimo periodo aveva avviato la sua iniziativa diplomatica per un cessate-il-fuoco” (Di Nolfo 1994,774; cfr. Spanier 1965).

 Il generale rappresentava il più deciso sostenitore della linea dura americana, una linea che tendeva sempre più a spostare il baricentro del containment dall’Europa all’Estremo Oriente9.

Truman, che fino a quel momento aveva tollerato10 la conduzione della “guerra di MacArthur”, non volle rischiare un preoccupante allargamento del conflitto. “Il nostro obiettivo” – disse – “non è la guerra, ma la pace”. Una guerra allargata (Duce 2009, 565-566) alla Cina oltre che comportare il trasferimento di tutte le forze americane in Estremo Oriente, avrebbe provocato un inevitabile coinvolgimento sovietico, aprendo la strada ad un pericoloso ed esteso confronto militare fra le grandi potenze. I capi di Stato Maggiore e gli Alleati della Nato si dichiararono favorevoli alla linea del presidente. In Europa c’era forte preoccupazione per gli sviluppi della crisi coreana. I britannici erano sempre più riluttanti alla prosecuzione dell’intervento militare nella penisola, soprattutto se questo avesse comportato un allargamento della guerra in Cina. Il Primo ministro britannico, Attlee, espose tutte le sue perplessità a Truman in un importante incontro dei primi di dicembre del 1950 (Hastings 1990, 263-268; Campana 1995).

MacArthur venne destituito l’11 aprile 1951 ed al suo posto giunse il più moderato Ridgway. Il fallimento dei progetti macarthuriani e dei gruppi più oltranzisti (capeggiati dal senatore Mc Carthy) che lo spalleggiavano in America di trasformare un conflitto limitato in un tentativo di far arretrare il pericolo rosso cominciando dall’Asia, fece tirare un respiro di sollievo all’opinione pubblica mondiale. La guerra doveva restare limitata (Rees 1970): questo modo di pensare corrispondeva anche alla volontà di ridurre al minimo l’impegno militare americano che già aveva comportato costi sin troppo alti, soprattutto in vite umane.

La controffensiva orchestrata da Ridgway (1969), nell’aprile 1951, consentì di ritornare a ridosso del 38° parallelo, in pratica sul confine precedente all’inizio degli scontri: Seoul fu liberata. A poco a poco la linea del fronte si stabilizzò un po’ a nord del 38° parallelo. Nel giugno, il delegato russo alle Nazioni Unite, Malik, dimostrò una discreta apertura (Duce 2009, 566) verso la possibile risoluzione pacifica della questione coreana, inquadrata in una futura cornice di coesistenza fra i due blocchi. I sovietici si facevano portavoce della buona predisposizione dei nord-coreani ad intavolare trattative: nel luglio si aprì, a Kaesong, la prima fase dei negoziati per la conclusione di un armistizio.

Le trattative si trascinarono per quasi due anni, in maniera inconcludente, fra proposte e controproposte: fra i vari problemi in discussione ci fu anche quello riguardante lo scambio dei prigionieri: molti di essi non volevano tornare nel settore comunista. Si arrivò ad una risoluzione diplomatica e coloro che rifiutavano di rimpatriare furono posti sotto il controllo di una commissione neutrale sotto la presidenza dell’India.

Nel frattempo i cinesi, non più sottoposti alla pressione della offensiva di Ridgway, ebbero tempo e modo di riorganizzarsi e di continuare ad infliggere forti perdite agli americani in fuga: secondo alcune fonti, gli Usa persero più soldati in quell’ultima fase della guerra che non nel primo anno di combattimenti.

Nell’aprile del 1953 si riaprirono i negoziati a Pan Mun Jon ed il 27 luglio fu firmato l’armistizio, dopo che in Urss ed in Usa erano giunti al potere rispettivamente, Kruscev e Eisenhower. Si ristabiliva lo status quo ante ed il 38° parallelo continuava ad essere il limite di demarcazione fra le due Coree: “si trattava di un accomodamento provvisorio che avrebbe dovuto essere completato da una conferenza che risolvesse [definitivamente] il problema coreano”(Di Nolfo 1994, 776).

I costi di quel conflitto furono spaventosi in termini di vite umane e di devastazioni; i risultati molto scarsi, considerando che il paese restava diviso come prima della guerra ed il futuro di quelle popolazioni rimaneva alquanto incerto. Vi furono violenze ed atrocità da ambo le parti. Anche i sud coreani e gli americani compirono (Cumings 2010) atti riprovevoli sulla popolazione civile: furono impiegati napalm e tecniche di guerra batteriologica.

 Era cessata la prima vera guerra post-coloniale, il primo conflitto armato della guerra fredda: come disse il generale americano Marshall, era terminata la più brutta guerra limitata del secolo.

Tirando le somme di quella guerra, gli Usa spesero circa 50 miliardi di dollari ed inviarono 1.319.000 soldati nella zona di combattimento perdendoli quasi 34.000, con più di 100.000 fra feriti e dispersi. L’esercito sudista ebbe 415.000 morti; mentre, secondo fonti americane, i nordisti ed i cinesi persero in totale più di 1.500.000 di soldati (Hastings 1990, 483).

Se l’inizio del conflitto coreano aveva portato il mondo nuovamente sull’orlo del baratro, l’esito finale della vicenda confermò il principio che, nonostante il persistente contrasto ideologico e politico, nessuno dei contendenti sarebbe stato disposto a generalizzare una guerra limitata. Tutte le grandi potenze, gli Usa, l’Urss, la Cina e la Gran Bretagna, vollero mantenere la questione entro i confini della Corea, nella consapevolezza che un’estensione del conflitto sarebbe stata deleteria per la pace mondiale e nessuno degli attori principali volle trovare nella guerra di Corea un facile “alibi politico per accendere un conflitto mondiale con lo scopo di annientare l’altro sistema”(Duce 2009, 576).

Per l’Urss, per la Cina e per tutto il mondo comunista, aveva vinto la causa del popolo nord coreano, nonostante il ristabilimento della linea di confine al 38° parallelo. Aveva vinto la causa del socialismo contro l’imperialismo. Mentre le truppe americane (provocatrici del conflitto) avevano agito come tutti gli eserciti invasori, l’intervento militare cinese rispondeva ad una causa nobile e disinteressata: la causa dell’anti-imperialismo e dell’internazionalismo proletario.

Dal punto di vista americano l’aggressione nord coreana a spese dei fratelli del sud aveva fallito l’obiettivo principale, cioè quello di estendere il proprio dominio a tutto il paese. Era stata sconfitta anche se ad un caro prezzo: quello di aver optato per una non vittoria, a vantaggio di una vittoria limitata, caratterizzata da gravi perdite di vite umane e che costò a Truman il posto. Ma per il presidente la strategia difensiva americana sostenuta da quei paesi che all’interno dell’Onu avevano fornito il proprio contributo militare, dimostrò la validità del containment (575) a difesa delle linee di demarcazione in Asia e rese più forte la coesione del blocco occidentale. Al tempo stesso la guerra di Corea convinse gli Usa a riarmarsi in maniera convenzionale, a tenere distinte le regole degli equilibri nucleari dalla condotta delle guerre locali ed a ricostituire le scorte strategiche. Secondo quanto afferma Cumings (2010) gli americani rimasero ancorati ad una visione manichea del conflitto e quest’ultimo dette l’impronta decisiva alla politica estera americana. Trasformò gli Usa in un paese completamente diverso da prima, con centinaia di basi militari all’estero, con una armata permanente di enormi dimensioni e con uno stato di sicurezza nazionale all’interno11.

Sul piano politico internazionale quel conflitto comportò la rottura delle relazioni diplomatiche fra Cina e Stati Uniti ed un sempre maggiore coinvolgimento di questo paese nell’area: un coinvolgimento che avrebbe determinato il successivo massiccio intervento a favore del Vietnam del Sud nel corso degli anni Sessanta.

Stava prendendo forma, per effetto del conflitto in Corea, tutto quel sistema di strutture difensive che avrebbero consolidato il perimetro esterno del mondo libero e consolidato la linea di separazione tra est ed ovest. “La guerra di Corea [rappresentò] senza dubbio uno dei principali avvenimenti del ’900, segnando un punto di svolta nelle relazioni fra Stati Uniti e Unione Sovietica e inasprendo le divisioni della guerra fredda. Sulla scia, infatti, si cristallizzarono le alleanze diplomatiche e militari della cortina di ferro, gli Stati Uniti affermarono la loro egemonia globale, vecchi centri militari ed economici furono ricostruiti in Giappone e in Germania, mentre i nuovi stati in via di sviluppo manifestarono una più matura coscienza storica di potenze neutrali”(Lee 2003, 11).

Con l’armistizio di Pan Mun Jon fu creata la Demilitarized Zone(Dmz)12, che comprende una striscia di terra larga 2 chilometri su entrambi i lati della linea di demarcazione militare: essa era ed è una zona cuscinetto per prevenire ulteriori ostilità fra il Nord ed il Sud Corea. Su questa linea, che si estende per 250 chilometri, da una costa all’altra, furono installati, ogni 50 metri, segnali in cemento che impedissero di superarla senza l’autorizzazione del comitato militare incaricato di supervisionare il cessate il fuoco. Di quei 1300 segnali restano oggi solo poche tracce.

Il limite costituito dal Dmz è stato tale solo di nome: in realtà la linea del cessate il fuoco ha rappresentato il luogo in cui le tensioni sono continuate negli ultimi sessanta anni, lasciando il quadro della sicurezza nell’area del tutto precario. Nel corso di più di mezzo secolo, sia la Corea del Nord che quella del Sud, hanno speso oltre il 30% delle risorse per accrescere le proprie forze militari di difesa contro un potenziale nemico al di là della linea di demarcazione. “Kim [Il Sung]viewed the post-Korean war period not as a time to relax after the horrors of the war but as a contest in which the two opposing systems would position themselves for further struggle”(Martin 2004, 93).

La volontà del dialogo fra i due paesi è stata sempre molto scarsa (Eckert 1991). Dopo l’armistizio del luglio 1953, la questione delle due Coree fu oggetto di discussioni alla Conferenza di Ginevra nel 1954 (Duce 2009, 571). Tuttavia non seguì mai un accordo di pace ed i paesi intrapresero due vie politiche distinte.

La Repubblica Democratica Popolare del Nord rimase strettamente legata ai paesi del blocco comunista e costituì una sorta di regime dinastico-stalinista (Buzo 1999; Carlin 2006; Hassig 2009) fra i più brutali e repressivi del mondo. Kim Il Sung creò un raro esempio di monarchia assoluta comunista totalmente chiusa al resto del mondo (Martin 2004; Baik 1971; Kim il Sung 2005; Seiler 1994; Lim Un 1982; Brule 1982; Hunter 1999; Won Tai Sohn 2003). Tale regime durò sino al 1994, anno della sua morte, perpetuandosi poi fino ai nostri tempi, dopo il passaggio delle consegne al figlio Kim Jong il13.

Il regime di Pyongyang ha concentrato da sempre i suoi sforzi e le limitate risorse finanziarie nella creazione di un forte apparato militare, sino a dotarsi dell’arma nucleare. Giova ricordare che, già negli anni Cinquanta, alcuni esperti istruiti negli istituti sovietici, avevano cominciato a sviluppare un programma nucleare presso il sito di Yongbyon (90 Km da Pyongyang), ancora oggi centro delle strategie atomiche nord-coreane. Nel 1985 la Corea del Nord aderì al Trattato di Non Proliferazione (Tnp) accettando, dunque, il regime di controlli e di ispezioni dei propri impianti nucleari da parte dell’International Atomic Energy Agency (Aiea): tale accordo fu concluso nel 1992. Dai primi giri di ispezione vennero alla luce gravi lacune nelle dichiarazioni che il governo aveva fornito sull’attività nucleare e quando l’Aiea chiese di ispezionare alcuni siti sospetti, il governo di Pyongyang negò l’accesso (Terzuolo 2007, 175-176). Kim Il Sung prima e Kim Jong il poi, hanno sempre sostenuto che la capillare attenzione alla politica militare del governo nord coreano, mira a proteggere il Paese da eventuali aggressioni esterne e che, dunque, la necessità di deterrenza è il motivo peculiare della produzione dell’arma atomica. Tuttavia, già dopo l’armistizio del 1953, la dittatura nord coreana non ha mai abbandonato il disegno di unificare sotto di sé l’intera penisola e soltanto la preoccupazione di causare un’inevitabile catastrofe l’ha trattenuta dal compiere imprese come quella del 1950 (Jacoangeli 2011, 3-4).

La Repubblica presidenziale della Corea del Sud restò inevitabilmente sotto la protezione statunitense14. Guidata fino al 1961 da Syngman Rhee (Oliver 1954, Singman Rhee 2001; Choong Nam Kim 2007), conobbe un forte sviluppo economico sotto il governo del generale Park Chung-Hee. Fra colpi di stato, repressioni politiche e continue svolte presidenziali, la Corea del Sud si è sempre più aperta agli investitori stranieri, divenendo una delle realtà più dinamiche del Sud est asiatico. Nel 1997 anche Seoul risentì inevitabilmente della crisi seguita al crollo delle economie della zona, le cosiddette tigri asiatiche: pagò tutto questo con un tasso di corruzione fra i più alti del mondo e con un profondo malessere sociale sfociato poi nelle violente proteste dello stesso anno. Seppe però reagire e riemergere da quel critico momento sino a divenire, oggi, la quarta economia dell’Asia ed uno dei pochi paesi al mondo che può vantare altissimi livelli nella tecnologia informatica. La Corea del Sud è sempre stata consapevole della minaccia che incombeva sul proprio territorio: ha potenziato anch’essa le proprie forze armate e le strutture idonee per rispondere ad una invasione. Al tempo stesso ha sempre potuto far affidamento sul vasto contingente militare americano che staziona nel paese e che ha costituito e costituisce un forte elemento dissuasivo per le intenzioni bellicose dei nord coreani. Tuttavia, Seoul ha cercato, negli anni, di avviare rapporti di pacifica convivenza con il Nord, attraverso programmi di interscambio commerciale, investendo notevoli somme nella costruzione di infrastrutture nella Repubblica Popolare, ma senza riuscire a stabilire un vero e proprio rapporto costruttivo con la controparte.

Nel dicembre 1991, grazie anche alla mediazione del presidente americano George Bush (senior), si giunse alla firma della cosiddetta dichiarazione sulla denuclearizzazione della penisola coreana, attraverso la quale i due stati decidevano di non testare, trattare, produrre, possedere, immagazzinare o usare armi nucleari e stabilivano di non poter possedere attività per riprocessare combustibile nucleare o arricchire uranio (Landi 2004, 29-30; Mazaar 1997). Nei primi giorni del marzo 1993, Ho-Jong, rappresentante della Corea del Nord all’Onu, propose cinque condizioni per non recedere dal Tnp: cessazione delle esercitazioni congiunte fra Corea del Sud e Usa, autorizzazione alle autorità nord-coreane a visitare i siti nucleari della Corea del Sud, garanzie di non aggressione da parte americana, ritiro delle armi nucleari statunitensi dal Sud della penisola e riconoscimento ufficiale del regime di Pyongyang (Landi 2004, 31). Dopo pochi giorni la Corea del Nord annunciò l’intenzione di ritirarsi dal Tnp. Da quel momento il governo di Pyongyang, prima con Kim Il Sung, poi con il figlio Kim Jong il (Breen 2005), avrebbe proseguito nel suo atteggiamento intransigente (Oberdorfer 2002; Robinson 2007) fatto di continue provocazioni alla Comunità internazionale e di insulti verso la Corea del Sud; tuttavia veniva mantenuto un diretto, quanto ambiguo dialogo con gli Usa.

La riconciliazione fra le due Coree sembrava sempre più allontanarsi dinanzi alla gestione del pericolo nucleare(Alcaro 2007). Contemporaneamente continuava, a livello internazionale, il dibattito (Ferretti 2003) sulle sorti della penisola e del popolo coreano.

Le tensioni fra Seoul e Pyongyang, sembrarono diluirsi alla fine del 1997, quando il vecchio leader del partito democratico, Kim Dae Jung sostituì alla guida della Corea del Sud il predecessore Kim Young Sam. Kim Dae Jung modificò completamente le linee di politica estera adottate dal suo predecessore, aprendosi ad una ricerca di dialogo con la Corea del Nord: fornì aiuti a Pyongyang per combattere la carestia del 1997, intensificò gli scambi commerciali, politici e culturali fra i due paesi: era la cosiddetta sunshine policy (politica del raggio di sole), che fu appoggiata dall’allora presidente americano Clinton.

Il governo di Pyongyang sembrava essere insensibile a qualsiasi forma di rinnovato approccio al dialogo: tuttavia, fra il 13 ed il 15 giugno del 2000, Kim Dae Jung15 (Goldstein, Schlesinger 1999) e Kim Yong il, firmarono un accordo riguardante essenzialmente quattro punti: riconciliazione nazionale, riunione delle famiglie divise, promozione degli scambi economici e allentamento delle tensioni. Questi punti rappresentano, tuttora, nodi irrisolti di tanti anni di guerra fredda fra le due metà della penisola.

Il trattato, oltre che essere il risultato più tangibile della sunshine policy, sanciva una fase storicamente importante nei rapporti fra i due paesi. Segnava anche un ribaltamento della posizione che il governo di Seoul aveva tenuto fino a quel punto nei confronti di Pyongyang: non più una linea dura, ma una mano tesa allo stato confinante.

La sunshine policy incontrò grosse difficoltà a procedere già dall’anno successivo, quando il sostegno americano venne completamente a mancare. Dopo l’11 settembre 2001 George W.Bush introdusse in politica estera il concetto di guerra preventiva, un concetto connaturato alla sfida del terrorismo e che innescava una lotta unilaterale contro un “asse del male” (così si pronunciò il neo presidente nel discorso al Congresso del gennaio 2002) composto da quelli che il Dipartimento di Stato americano definisce “stati canaglia” (rogues states). Fra questi, oltre all’Iraq, Iran, Siria, Libia, Sudan e Libano, c’è ovviamente la Corea del Nord.

Nell’ottobre 2002, di fronte ad alcune foto satellitari effettuate dagli americani che testimoniavano l’esistenza del programma nucleare, Pyongyang ammise di avere un doppio programma, uno ufficiale ed uno segreto e rivendicò, sorprendendo un po’ tutto il mondo diplomatico e militare, il diritto a difendersi contro la minaccia degli Usa (Rigoulot 2004, 122 e ss.). Secondo gli americani la produzione segreta, quella che desta più preoccupazione, è stata organizzata dallo scienziato pakistano A.Q. Khan, che a sua volta ha più che presunti legami con il mondo clandestino del terrorismo islamico.

Nel gennaio 2003 Pyongyang annunciò il suo recesso dal Tnp. Sempre nello stesso anno iniziò un nuovo ciclo di incontri fra esponenti delle due Coree, Usa, Russia, Cina e Giappone in un difficile percorso diplomatico che di volta in volta è venuto ad arenarsi.

Contro le velleità atomiche16 (Terzuolo 2007; Aa.Vv. 2005; Cha, Kang 2005; Baracca 2005) di Pyongyang, Bush (jr.) e Putin si accordarono nel febbraio del 2005, a Bratislava, per rafforzare la cooperazione contro il terrorismo nucleare e per evitare che armi e materiali radioattivi potessero passare in mano a gruppi terroristici. Fu deciso di creare un gruppo bilaterale guidato dal segretario all’Energia statunitense, Bodman e dal direttore dello State Nuclear Energy Corporation (Rosatom), Rumyantsev.

Il dialogo, apertosi durante le giornate del vertice Onu nel settembre 2005, si mostrò fittizio. Il 9 ottobre 2006 la Corea del Nord dichiarò di aver effettuato il primo esperimento nucleare, facendo esplodere una bomba nel sottosuolo: il nucleare – riaffermò il governo di Pyongyang – è uno strumento necessario come deterrente nei confronti degli Usa. Era l’ennesimo episodio di irresponsabilità e di provocazione che allarmò, ovviamente, tutta la Comunità internazionale. Si ricorse a nuove trattative curate dagli Usa, Russia, Cina e Giappone, assieme ad iniziative delle Nazioni Unite e del Parlamento Europeo. Dopo estenuanti attività diplomatiche Usa, Cina, Russia, Giappone, Nord Corea con Kim Jong il e Sud Corea con Roh Moo hyun (Sheafer, Schlesinger 2008) si accordarono il 13 febbraio 2007 a Pechino, affinché la Corea del Nord sospendesse i test nucleari, il programma di arricchimento di uranio e tutte le attività correlate alla produzione di energia nucleare. Inoltre fu previsto lo smantellamento delle centrali in uso per poi permettere all’Aiea di effettuare le verifiche in loco. Con questa dichiarazione di intenti, proiettata verso la stesura di un accordo di pace, il governo di Pyongyang riceveva aiuti sotto forma di petrolio ed altre forniture per svariati milioni di dollari. L’incontro tuttavia non portò ai risultati auspicati. Con la presidenza nella Corea del Sud di Lee Myung bak (dal 2008) le tensioni sono riemerse, sono stati sospesi gli aiuti a Pyongyang, congelati alcuni progetti e riprese le manovre militari al 38° parallelo. In risposta, la Corea del Nord ha riproposto la sua politica di minaccia nucleare, effettuando un altro test atomico nel 2009.

La strategia dei nord coreani punta tutto sulla minaccia nucleare (Jacoangeli 2010): hanno usato e stanno usando il “ricatto atomico per ottenere aiuti in dollari senza perdere la faccia” (Sisci 2005, 109). Aver concesso all’esperto energetico americano, Hecker, di visitare nel 2010 il rinnovato complesso nucleare di Yongbyon, fa parte del gioco diplomatico di Pyongyang, cioè quello di far conoscere, nei modi voluti17, la potenzialità dell’impianto nucleare e costringere le potenze mondiali ad un ennesimo incontro col quale conservare quanto acquisito e giocare al rialzo, chiedendo sempre più considerazione e rispetto. Al tempo stesso Pyongyang sa benissimo che la comunità internazionale difficilmente troverà una politica di intervento comune sulla questione coreana, soprattutto per la posizione tenuta dalla Cina (lo vedremo più avanti).

Gli Usa hanno sospeso tutti i programmi di aiuto, imposto nuove sanzioni ed attuato la cosiddetta politica di “pazienza strategica” (Mini 2011, 11): stanchi delle continue provocazioni e delle innumerevoli discussioni, gli americani hanno deciso di congelare il problema coreano. “A questa pazienza si è affiancata l’impazienza della Corea del Sud e delle forze militari statunitensi nel Pacifico, fatta di esercitazioni navali in acque contese, di richieste di spiegamento di ordigni nucleari, di dichiarazioni belliciste, di ridislocamento di truppe, di incremento di bilanci militari, di mobilitazioni di piazza. Tutte cose che il Nord percepisce come minacce” (11).

Giungiamo così alla storia recente. Il 26 marzo 2010 la corvetta della marina militare sud coreana, Cheonan, operante in una zona di mare contesa dai due governi (ognuno dei quali ne reclama la sovranità), è stata affondata da unità navali nord coreane provocando la morte di 46 membri dell’equipaggio (Bandow 2011, 20).

Il Gruppo investigativo congiunto, composto da esperti degli Usa, Gran Bretagna, Svezia, Australia e da personale della Corea del Sud, ha ben presto accertato la responsabilità di Pyongyang sull’accaduto. Il governo nord coreano, dopo alcune titubanze, ha ammesso di aver compiuto quell’atto, ma soltanto per legittima difesa, considerando che la nave in oggetto si trovava in acque territoriali del Nord.

L’affondamento della Cheonan è stato l’ennesimo episodio di sfida del regime di Kim Jong il nei confronti dei sud coreani ed al tempo stesso un ulteriore punto di rottura nel difficile percorso verso la pace fra le due parti della penisola.

Il governo di Seoul si è appellato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu al fine di chiedere dure sanzioni contro Pyongyang ed ha interrotto le iniziative di cooperazione economica già in corso, arrestando gli scambi commerciali e riprendendo un’intensa attività propagandistica anti-Corea del Nord lungo la linea del confine armistiziale. Inoltre ha implementato le esercitazioni militari al 38° parallelo.

Obama, al vertice di Washington del 12-13 aprile 2010, il “Nuclear Security Summit”, ha menzionato la questione coreana all’interno di un più ampio spettro di interventi da parte della comunità internazionale, la quale deve fare i conti con due problemi sempre più intrecciati fra loro: il terrorismo internazionale e la proliferazione nucleare da parte degli stati canaglia. Ecco allora che il presidente americano ha chiesto ai leader dei 47 paesi partecipanti al Summit, di assumere posizioni più dure nei confronti di quei paesi che non rispettano le regole del Tnp. Un monito atomico che serve ad avvisare soprattutto Iran e Corea del Nord che non disdegnano, quando serve, di usare i terroristi per i loro obiettivi. E un giorno potrebbero pensare, se in difficoltà, di armare la mano di qualche gruppo, magari affidandogli uno strumento non convenzionale.

Nel novembre 2010 la Corea del Nord, prendendo a pretesto manovre dei sud coreani, ha bombardato l’isola di Yeongpyeong uccidendo due civili e due soldati (20).

Seoul ha rafforzato i propri contingenti militari sull’isola con batterie di missili terra-aria, intimando di reagire energicamente nel caso di ulteriori attacchi18; gli Usa hanno inviato una portaerei a sostegno dei sud coreani.

“L’attacco ha dimostrato ancora una volta che Pyongyang è inaffidabile e imprevedibile, rafforzando la posizione dell’America che da tempo chiede impegni concreti al disarmo prima di riprendere le trattative” (Sisci 2011, 149). Anche la Cina, l’unica ad avere un rapporto privilegiato con la Nord Corea, inizia a preoccuparsi della pericolosa esuberanza di Pyongyang, ma resta tuttavia molto indecisa sulla strada da intraprendere. La nuova superpotenza economico-militare, fornisce petrolio, fonti di energia e generi alimentari ai nord-coreani: questi sopravvivono grazie agli aiuti di Pechino. È ovvio che la Cina (la cui opinione pubblica sopporta sempre con più disagio il legame con la dinastia dei Kim) vuole “evitare le conseguenze negative che potrebbero derivarle da un eventuale collasso di quel regime” (Jacoangeli 2011, 3; Sisci 2011, 150). La più preoccupante di queste conseguenze potrebbe essere la costituzione di una Corea unificata sotto la protezione degli Usa. Sgradevole sarebbe anche per la Cina dover accogliere milioni di profughi nord coreani in fuga dal proprio paese. Ci sono anche altre motivazioni che portano Pechino ad essere titubante ad abbracciare una politica rigida contro Pyongyang. La Cina continua a vedere gli Usa, il Giappone e la Corea del Sud come potenziali nemici e dunque una Corea del Nord, sostenuta e potenziata militarmente, costituisce un baluardo strategico rilevante. Ecco perché Pechino mantiene la propria solidarietà con l’alleato, difendendolo anche in sede internazionale nei suoi atteggiamenti riprovevoli e che sono stati spesso oggetto di condanna da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Nell’incontro tra Obama e Hu Jintao, svoltosi a metà gennaio 2011, Washington e Pechino, sotto l’auspicio di tutta la comunità internazionale, hanno tentato di addolcire i propri rapporti19 (negativi nel 2010) alla ricerca di una proficua collaborazione su varie questioni. E fra queste è stata ovviamente dibattuta quella relativa alla questione coreana. Le posizioni sono apparse com’era prevedibile, ancora molto distanti, soprattutto sul tema della politica nucleare di Pyongyang. Tuttavia entrambi i paesi hanno evidenziato l’esigenza di evitare un conflitto armato fra le due parti della penisola coreana che porterebbe a conseguenze disastrose in tutta l’area estremo-orientale e nelle relazioni fra Usa e Cina. Nel comunicato congiunto che è stato diffuso al termine dei colloqui, Hu Jintao ha manifestato la propria preoccupazione per il nuovo impianto nucleare avviato da Pyongyang e per gli ennesimi incidenti di frontiera.

Nonostante questi approcci e di fronte a problematiche che stanno impegnando la diplomazia internazionale in un altro settore di mondo (Nord Africa), la Corea del Nord potrebbe continuare a marciare nella propria direzione ed è probabile che certi suoi “misfatti resteranno, ancora una volta, impuniti” (Jacoangeli 2011, 3).

La tensione al 38° parallelo resta dunque ancora molto forte. L’eventualità di una guerra assumerebbe oggi connotati catastrofici e ognuno dei contendenti vuole evitarla; al tempo stesso Washington, Mosca e Pechino, per motivazioni diverse, non gradirebbero un coinvolgimento in una nuova guerra di Corea.

Dinanzi a questa realtà inquietante – ed al momento stagnante – quali possono essere gli spazi di manovra per la diplomazia internazionale ?

Si possono delineare alcuni possibili scenari (Bandow 2011, 22-25).

Le Grandi potenze potrebbero continuare sulla strada negoziale: un percorso che negli anni ha avuto ben poco successo. I negoziati, infatti, siano essi bilaterali o a sei, è difficile che possano produrre “frutti importanti, perché la Corea del Nord non può disarmare o anche solo congelare il suo potenziale nucleare al livello attuale senza perdere ogni ragione di esistere. Anche se i redditi nord coreani dovessero crescere in modo esponenziale dopo un accordo sul disarmo, ciò non si tradurrebbe in un capitale politico per Kim Jong il, poiché il Nord rimarrebbe comunque troppo indietro rispetto al Sud” (Myers 2011, 124).

Pyongyang potrebbe dunque perpetuare all’infinito la sua sfida alla Corea del Sud ed alla comunità internazionale, basandosi sul forte apparato militare20, sulla strategia della tensione e sul ricatto nucleare. Tuttavia l’inossidabile dinastia21 dei Kim deve fare i conti con un’economia debole (sorretta in gran parte dagli aiuti della Cina) che provoca povertà e disagi alla popolazione. Dunque, quanto può convenire a Pyongyang marciare a lungo sulla linea dura?

Un altro scenario possibile è quello relativo ad un susseguirsi di rappresaglie fra Nord e Sud nel quale le grandi potenze potrebbero optare per una scelta di disimpegno, lasciando che l’annosa questione coreana si risolva internamente.

Oppure, al contrario, Washington potrebbe innescare una guerra preventiva alla Corea del Nord basandosi sull’indubbia e schiacciante superiorità militare dell’Alleanza occidentale e spazzar via definitivamente l’ultima dittatura stalinista rimasta in piedi. Ma in questa eventuale guerra di liberazione, Russia e Cina che ruolo avrebbero? A tal proposito la Cina potrebbe scongiurare il pericolo di un conflitto, esortando la Corea del Nord a seguire una politica più prudente ed attuando efficaci mezzi di persuasione (Myers 2011, 125) nei confronti di Pyongyang, a cominciare dal blocco delle forniture commerciali. Ma anche la Russia potrebbe assumersi un’iniziativa di mediazione (Lukianov 2011, 165-168).

È ovvio che la coesistenza con una situazione coreana costantemente in bilico, è frustrante (Bandow 2011, 25) per tutti. È altrettanto palese che un intervento militare risulterebbe estremamente pericoloso poiché comporterebbe, al di là del risultato finale, enormi perdite umane e gravi devastazioni. Ciò che possiamo auspicare è un’azione finalmente importante e decisiva da parte dell’Onu attraverso lo strumento dell’embargo. Un embargo non negoziabile, stabilito in maniera irrevocabile e soprattutto che non possa essere aggirato da paesi come Russia e Cina, i quali, pur decidendo per un regime di sanzioni a Pyongyang, potrebbero continuare a commerciare segretamente con i nord coreani.

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2003                Kim Il Sung and Korea’s Struggle: an Unconventional Firsthand History, Jefferson-MacFarland & C.

 

Ulam A.B.

1970                Storia della politica estera sovietica, Milano, Rizzoli (ed. or. 1968, The History of Foreign Soviet Policy 1917-1967, New York, Praeger).

Siti consigliati

Carnegie Endowment for International Peace, www.proliferationnews.org

Centre for Non Proliferation Studies (CNS), Monterrey (California) www.cns.miis.edu

Korean Demilitarized Zone http://koreandmz.org

Korea Crisis www.globalsecurity.org

North Korea Human Rights crisis www.linkglobal.org

Onu, Peace and Security-Human Rights– North Korea www.un.org

Onu, Documento S/1507, www.un.org/Docs/journal/asp/ws.asp?m=S/1507

Onu, Risoluzione n.83 del Consiglio di Sicurezza, 27 giugno 1950 http://www.un.org/Docs/sc

Rassegna Stampa – ultime notizie Corea www.intopic.it/estero/corea-del-nord/

The Chosunilbo – North Korea – http://english.chosun.com/

The Korea Times (South Korea) http://www.koreatimes.co.kr

Biografia

Fabio Casini è ricercatore in Storia delle Relazioni Internazionali e docente di Storia della Diplomazia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Siena. Ha svolto ricerche in archivi italiani e stranieri. Fra le sue pubblicazioni si segnala: Santa Sede e Shoah. Considerazioni sul Documento Vaticano del 16 marzo 1998, Siena, 1999; L’opposizione tedesca al nazismo e la politica inglese dell’absolute silence, Milano, 2002; Churchill e la campagna d’Italia. Agosto 1944: passaggio in Toscana, Siena, 2009.

Biography

Fabio Casini is a researcher in International Relations and teaches History of Diplomacy in the Faculty of Political Sciences at the University of Siena. He researched many Italian and international archives; among his latest publications are: Santa Sede e Shoah. Considerazioni sul Documento Vaticano del 16 marzo 1998 (Siena, 1999); L’opposizione tedesca al nazismo e la politica inglese dell’absolute silence (Milano, 2002); Churchill e la campagna d’Italia. Agosto 1944: passaggio in Toscana (Siena, 2009).

  1. “Negli anni’90 i mass-media sud coreani diffusero la notizia secondo la quale gli Archivi segreti dell’ex Urss avrebbero restituito documenti attestanti la responsabilità del Nord nei fatti del 25 giugno. La cautela deve comunque rimanere, anche perché la fabbricazione della verità storica ha origini antiche e nella fattispecie sarebbe certo facilitata dalla scomparsa del vecchio gigante comunista” (Riotto 2005, 275). []
  2. Secondo quanto emerse da un’inchiesta dell’Associated Press, basata su documenti top secret dell’esercito americano, su testimoni e ricercatori sud coreani, un gran numero di sud coreani di sinistra, furono arrestati ed uccisi in segreto dal regime di destra di Rhee, per evitare che essi si potessero unire alle forze d’invasione dei comunisti della Corea del Nord.  []
  3. Il Nsc è formato dal presidente degli Stati Uniti e dai suoi diretti collaboratori in politica estera, compresi il vicepresidente e i segretari di Stato e alla Difesa. []
  4. Dean Acheson aveva tenuto, nel gennaio 1950, un discorso Sul perimetro difensivo degli Usa in Estremo oriente: questo si sarebbe esteso in un arco che andava dalle Aleutine, attraverso il Giappone, fino alle Filippine ma non comprendeva né la Corea né l’isola di Taiwan. Non è mai stato troppo chiaro se quel discorso incoraggiò in un certo senso l’Urss a credere che gli Usa non sarebbero intervenuti nei confronti del controllo comunista sulla Corea; come non è altrettanto facile imputare ai sovietici l’istigazione degli avvenimenti successivi della questione coreana. In realtà lo sfortunato discorso di Acheson conteneva un tacito invito ai russi di disporre della Corea. D’altro canto non era possibile immaginare che gli Usa, che non avevano mosso piede contro la vittoria comunista in Cina, intervenissero ora per un piccolo pezzo di Corea. La dichiarazione di Acheson formulava l’esigenza americana di costruire un sistema di difesa strategica in Oriente che garantisse il successo con la minore spesa e con il minor numero di uomini; sarebbe stato incauto e svantaggioso ogni tipo di intervento diretto in Corea, poiché occorreva concentrare il maggior sforzo militare verso l’Occidente. (Di Nolfo 1994, 767).  []
  5. Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Grecia, Turchia, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Etiopia, Filippine, Colombia, Sud Africa. L’Italia contribuì con personale medico. []
  6. MacArthur introdusse un nuovo modo di fronteggiare l’avversario, basato sul principio che l’attacco doveva essere lanciato nel momento e nel luogo dove il nemico si trovava in una posizione di squilibrio.  []
  7. Mao Zedong, tenendo fede ad una vecchia promessa, rovesciò sulla penisola coreana “un’orda di 200.000 militari cinesi al comando di Peng Dehuai, ufficialmente in servizio di volontariato. L’impatto delle truppe cinesi fu violento non solo sulle sorti della guerra ma anche sul tavolo della politica internazionale” (Riotto 2005, 277; cfr. Duce 2009, 560-561). []
  8. Secondo alcune informazioni trapelate dagli Archivi americani, cinesi e sovietici, quando le truppe cinesi entrarono in guerra, gli Usa, temendo una generalizzazione del conflitto in Corea, misero a punto un programma urgente (crash program) già iniziato anni prima, riguardante aggressivi batteriologici (si parla di una bomba a piume munita di spore di ruggine dei cereali). []
  9. Ad alimentare il fuoco su un inasprimento del conflitto in Estremo Oriente contribuì non poco il dibattito politico sviluppatosi all’interno degli Usa e soprattutto il cosiddetto “maccartismo”. Il senatore dello Wisconsin, Joseph McCarthy, nel febbraio 1950 aveva promosso negli Usa una nuova corrente di pensiero: si trattava di una indiscriminata crociata, una vera e propria caccia alle streghe, contro il comunismo allo scopo di eliminare ovunque e con ogni mezzo il “pericolo rosso”. In quest’ottica va interpretato il sostegno che alcuni gruppi più oltranzisti americani stavano dando ai disegni megalomani di MacArthur nella guerra di Corea: essi spalleggiavano il generale nel tentativo di trasformare il conflitto da limitato, come era, ad allargato, nell’idea di scatenare una guerra totale con la Cina. In un contesto politico un po’ confuso (repubblicani e democratici si impegnarono a dimostrare chi fosse più anti-comunista dell’altro) si creò il mito della “perdita della Cina” che, certamente non da solo, contribuì a plasmare la politica statunitense nell’Estremo Oriente. Gli esperti di Washington consideravano la vittoria comunista in Cina (1 ottobre 1949) come un elemento che nel tempo avrebbe prodotto un’azione propulsiva dell’influenza sovietica in Asia. Ma ritenevano anche che la Cina fosse un paese troppo grande per poter rimanere un semplice satellite e gradualmente il nazionalismo cinese avrebbe sconfitto l’imperialismo sovietico. Occorreva dunque ostacolare ogni ulteriore espansione dell’influenza russa in Estremo Oriente, ma nello stesso tempo non offendere lo spirito nazionalista cinese che con il tempo avrebbe costituito il miglior baluardo contro il potere di Mosca. In tal senso il miglior modo per attuare quella strategia consisteva nel mantenere posizioni militari ben salde in Estremo Oriente, fornendo al tempo stesso aiuti economici ai restanti paesi non comunisti. (Morgan 2004; Schrecker 2004).  []
  10. Lo stesso Truman, in una conferenza stampa del 30 novembre parve avallare le posizioni di Mac Arthur, dichiarando che gli Usa, pur di risolvere al più presto la situazione militare in Corea, avrebbero utilizzato tutte le loro armi a disposizione. (Hastings 1990, 260). []
  11. Mac Millan (2009) analizza le difficoltà che gli Usa incontrarono in Corea e ci offre un paragone fra questa guerra e quella in Iraq del 2003: due conflitti basati su una profonda ignoranza delle situazioni locali e caratterizzati da crimini di inaudita crudeltà. []
  12. Cfr. http://koreandmz.org  []
  13. La Corea del Nord “è l’unico regime che ha superato indenne gli esiziali momenti di transizione del comunismo internazionale […] al contrario di Pechino, l’Avana, Vientiane, Hanoi ecc.. che hanno aggiustato la loro struttura, chi più chi meno, conformandosi ad un chiaro orientamento capitalista” . (Armillotta 2010, 15). []
  14. Sin dal 1953 gli Usa hanno mantenuto nel territorio sud coreano la presenza di circa 29.000 militari. []
  15. Proprio per il suo contributo alla politica di distensione nei rapporti bilaterali fra le due Coree, Kim Dae Jung ricevette nel 2000 il premio Nobel.  []
  16. Importanti studi sul fenomeno sono condotti dal Center for Nonproliferation Studies (Cns) di Monterrey (California): www.cns.miis.edu e dal Carnegie Endowmwnt for International Peace, www.proliferationnews.org. []
  17. Appare un vero e proprio scherno quello di Pyongyang: ammettere la visita di un esperto energetico americano ed aver tante volte sbattuto la porta in faccia ai commissari Aiea. []
  18. Il presidente Lee ha promesso grandi rappresaglie in caso di ulteriori attacchi e l’80% della popolazione si è detta favorevole ad una energica risposta militare. []
  19. Molti sono i punti di contrasto fra i due paesi: dalla questione dei diritti umani al problema di Taiwan, alle reciproche misure protezionistiche nel commercio, al disarmo nucleare.  []
  20. “Oggi la Corea del Nord dispone di un esercito di 1.200.000 uomini, modernamente armati e ben addestrati, di una marina di rispettabili dimensioni – ne fanno parte anche 70 sommergibili di diverso tonnellaggio – e di un’aviazione efficiente, in grado di appoggiare validamente le operazioni terrestri”. (Jacoangeli 2011, 3). []
  21. Appare tuttavia incerto lo stato dei rapporti all’interno della classe dirigente di Pyongyang. Pare che negli ultimi tempi i militari abbiano assunto più potere e possano costituire un ostacolo alla successione a Kim Jong il del figlio Kim Jong un. Sembra anche che all’interno del paese stia nascendo una corrente riformista che opterebbe per un cambiamento della politica militare in cambio di un più costruttivo rapporto con gli Usa ed il resto del mondo occidentale. (Jacoangeli 2011, 4; cfr. Myers 2011, 124). []

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