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Posted in Numero 24 - Ottobre 2010, Numero 24 - Rubriche, Numero 24 - Scaffale, Scaffale

Dopo il grande crollo?  Note a margine sulla crisi economica odierna

Dopo il grande crollo? Note a margine sulla crisi economica odierna

Andrea Girometti

GiromettiSi intitola Il grande crollo la raccolta di saggi curata da Laura Bazzicalupo e Antonio Tucci (Milano-Udine, Mimesis, 2010), riecheggiando – non sappiamo quanto consapevolmente – lo studio che John Kennet Galbraith dedicò alla “Grande Crisi” del ’29 (Galbraith 2003). Il tema è dunque immediatamente evidente ed impone un parallelo tra l’odierna crisi (non solo) economica e la “frattura” che portò al New Deal roosveltiano. Il sottotitolo del testo(È possibile un governo della crisi economica?), nonché la collana in cui si colloca (“Quaderni del Laboratorio Kelsen”), rappresentano un primo indicatore del “taglio” attuato dagli autori: un’analisi multidisciplinare della crisi economica in atto in cui la priorità assegnata all’ambito giuridico-politico (e filosofico-politico) è decisamente preponderante rispetto ad altre angolazioni, peraltro non assenti.

 

Crisi economica e biopoliticità del mercato: “durezza” e fragilità del nuovo ordine bioeconomico

Il saggio di apertura di Laura Bazzicalupo è certamente tra i più densi, e segna, in qualche modo trasversalmente, i successivi interventi con continui rimandi. Il tema è ben rappresentato dal titolo: L’immaginario della crisi e lo spettro del cambiamento: falso movimento, su cui si è già soffermata positivamente Ida Dominijanni (Dominjianni 2010). Il conflitto attorno allo statuto teorico di “crisi” – tra paradigma biologico e giudiziario, tra evento naturale da ricondurre a “normalità” ed evento eminentemente politico che rimanda al comportamento contingente umano – risulta dirimente per capire com’è stata affrontata in un contesto che pare aver naturalizzato il capitalismo nella sua versione tout court postfordista. In questo senso il contagio che si è perpetrato dalla crisi finanziaria all’economia reale risulta illeggibile se non mediato anche dall’immaginario collettivo (dominante), da cui muove il processo fantasmatico e immaginario “che sostiene il desiderio e la soggettività” (p. 18). Quest’ultimo si “costruisce” in un frangente storico in cui la società ha assunto un profilo marcatamente bioeconomico, in cui cioè è il lessico economico che definisce le soggettivazioni e il governo delle vite, decretando una biopoliticità diretta del mercato. In tal senso il paradigma biopolitico elaborato da Michel Foucault già a partire da La volontà di sapere,in cui il dressage del corpo-macchina e le forme di regolazione della popolazione(il corpo-specie) rappresentano le modalità principali in cui si articola il potere sulla vita a partire dal XVII secolo, è rivisitato nei termini di un governo delle vite che attraversa, con modalità eterogenee ed ambivalenti, fordismo e postfordismo. Ciò avviene disconoscendo la distinzione tra un luogo della politica ed uno dell’economia – l’economia è, almeno dalla seconda modernità, il medium essenziale tra vita e politica (non a caso il criterio di legittimazione del potere politico è sempre più incentrato sulla crescita economica e il benessere materiale dei cittadini) – e vede nel ridimensionamento del ruolo dello Stato come sintesi dei processi di presa in carico delle relazioni umane fondamentali l’affermazione, già sottotraccia, del carattere strutturante del “mercato” – “la biopolitica del mercato […] succede alla governamentalità economica del Welfare”(Bazziacalupo 2006) –, capace di far leva sul vivente, sui suoi desideri (contribuendo a crearli), non esclusivamente in termini di mera “colonizzazione” della vita, sino a generare nel “soggetto” decisioni di carattere contingente in cui sensazioni di autonomia e processi di disciplinamento camminano di pari passo. L’attuale legame sociale troverebbe oggi nella centralità del consumo, nella soddisfazione immediata e singolarizzata dei desideri – riprendendo le intuizioni di Slavoj Žižek sul godimento come fattore politico (Žižek 2000) – le coordinate indiscusse (ed occultanti dei reali rapporti sociali), dettando la necessità di pensare l’individuo – ogni individuo – innanzitutto “come capitale umano responsabile in modo autonomo e disarticolato del proprio destino e piano di vita” (p. 19). Il distacco dall’epoca disciplinare-fordista consisterebbe proprio nel pensare il lavoro come “libera agency […], messa in gioco per la propria convenienza” (p. 20), e nel decentralizzare il ruolo della produzione assumendo il consumo, seppure obliquamente, come elemento di per sé portatore di valore. In quest’ottica il periodo fordista-welfarista viene ritradotto nei suoi tratti tout court biopolitici, nei termini di “una sussunzione pressoché totale delle relazioni umane fondamentali all’interno delle logiche burocratiche del welfare” (p. 21). Peraltro la medesima logica sarebbe operante, in forme più efficaci, in congiunture segnate da crisi profonde, come attesterebbero ambiti diversissimi quali nazismo e New Deal statunitense: le identità prodotte rimanderebbero all’attivazione di dispositivi comunitari orientati alla “presa in carico delle vite da parte dello Stato” (si veda l’intervento di Marianna Esposito, Il ritorno del “sacro” nelle crisi economiche). Complessivamente ne sarebbe scaturita una centralità della regolazione statale ed un conflitto dislocato esclusivamente nella sfera della distribuzione del surplus prodotto e la riduzione della “vita alla logica della produzione” (p. 21). I diritti sociali (la cura, la salute, l’assistenza dei bambini, ecc.) sono dunque stati riconosciuti in una logica di scambio con il capitale: esaurimento dell’orizzonte antagonista nella sfera produttiva ed economicizzazione dei rapporti sino ad allora caratterizzati da gratuità in cambio di sicurezza e potenziamento “controllato” della vita. Se tutto ciò è vero, anche se a tratti sembra assumere caratteri ineluttabili,come leggere laconflittualità che ha contagiato in tarda epoca keynesiana – il breve o lungo ’68 – non solo le modalità di produzione (quindi oltre il livello redistributivo), ma lo stesso immaginario di e sulla vita? D’altra parte quali sarebbero le specificità odierne? La progressiva – e a veder bene non certo irresistibile – dismissione delle sicurezze rappresentate da un lavoro (pressoché) certo e dal salario indiretto costituito da (alcuni) servizi sociali, peraltro costruiti sulla figura di una classe lavoratrice “stabile”, non apre ad un paesaggio assolutamente nuovo La finanziarizzazione del patto sociale – il richiamo è ad alcuni studi di Christian Marazzi (in particolare Marazzi 1998) – ed il conseguente spostamento del potere dagli Stati alle “dinamiche mobili e virtuali, senza frontiere del mercato finanziario” (p. 23), piegano il capitale verso un orizzonte immateriale, cognitivo, “che produce comunicando” (segnando, parrebbe, una discontinuità qualitativa della fase capitalistica, non un semplice passaggio tra cicli sistemici) e, al contempo, alimentano un immaginario che renderebbe le persone libere di scegliere – a prescindere dalla propria condizione reale ed equiparando salario e profitto – il proprio piano di vita, fino ad includere, certo in forma subordinata, i lavoratori salariati nel processo di finanziarizzazione, ad esempio attraverso la gestione dei fondi pensione. Ai margini di questo nuovo “patto” rimarrebbe un crescente “esercito” di precari, lavoratori intermittenti, dipendenti da sussidi sociali, vere vittime “da razionalizzare” di un processo che negli (apparenti?) orientamenti improntati a flessibilità, sburocratizzazione, femminilizzazione del lavoro, ecc., lascerebbe intatto il potere bioeconomico, accentuandolo, sino a fare implodere la narrazione neoliberista in occasione di una crisi come quella odierna. In tal senso la figura del migrante è in qualche modo paradigmatica. Parte dei senza parte, riprendendo un lessico rancieriano, come lo definisce Antonio Tucci analizzando la proposta di un gruppo di immigrati in Francia di promuovere una giornata di astensione dal lavoro e dai consumi (Quali forme di soggettivazione politica per la “parte dei senza parte”?), alla ricerca di forme di soggettivazione efficaci che sfuggano al doppio rischio dell’auto-ghettizzazione multiculturalista e del semplice conteggio identitario nella scena mediatico-politica, egli è una “prova” dell’essenza eterogenea e non normalizzabile della politica (e pertanto della democrazia) – la mésentente (Rancière 2007) –, parte non visibile che prende la parola e de-struttura l’ordine del discorso istituzionalizzato (police), verificandone l’eterna ineguaglianza, costringendolo a ridefinire e ad espandere i confini. Il migrante, secondo Tucci, può manifestare la pratica egualitaria che informa ogni politica autentica (politique), ma allo stesso tempo rischia una progressiva marginalizzazione se non tenta anche di essere incluso nell’ordine istituzionalizzato, in quanto “parte a pieno titolo” (p. 82). Ritornando al saggio di Bazzicalupo, l’autrice sottolinea come la “dipendenza da una fitta rete di obbligazioni finanziarie” (p. 26), la metamorfosi della fiducia in debito, ha lasciato sul campo solitudine e riposizionamento dei rapporti di forza reali, lasciando riemergere gli spettri su cui si sorreggeva, prima e dopo il fordismo, l’impalcatura economica (nello specifico capitalistica), fondata su rapporti necessariamente asimmetrici, di dominio. È diventata visibile “la disuguaglianza, la subalternità, il disagio di vite” (p. 32). La crisi non va dunque intesa “come rischio da gestire con tecniche biopolitiche di normalizzazione” (p. 33), bensì come sintomo in cui riemerge la scissione costitutiva della società. Prendendo atto della dimensione politica dell’economia e dell’impossibilità di un intervento della politica che dia senso all’economia. Ciò che la crisi rende manifesto è il progetto di ordine politico del mercato e lo spettro della disuguaglianza non rappresentabile su cui si fonda: la ferita che produce, corrisponde all’emersione politica dei senza parte occultati. Riconoscerlo è già uscire da un falso movimento. Quale risposta è stata invece messa in campo se non un ritorno del (vetusto ed evidentemente non tramontato) potere statale come fattore essenziale per la “gestione del rischio” in un quadro che legge la crisi come fatto endemico e necessitante di un riaggiustamento? Lo Stato torna ad essere il “soggetto” principale di un’azione politica per l’economia, in cui il mercato capitalistico rimane l’orizzonte non oltrepassabile di ogni politica che si inscrive nel “quadro della governamentalità biopolitica liberale, […] a supporto di un raddrizzamento del mercato” (p. 29), quasi a sottintendere, parrebbe, che non è possibile un’altra politica economica…che non assuma caratteri biopolitici. Da qui i continui (e trasversali) richiami all’attualità di Keynes, ma a ben vedere solo nei termini di una strategia emergenziale e di contenimento della crisi. D’altronde – è l’opinione di Sandro Luce nel suo saggio Keynes e i nipotini in crisi: la svolta bioeconomica – le politiche keynesiane risulterebbero improponibili in un quadro socio-economico mutato, segnato dal depotenziamento della sovranità statale. Per l’autore è impossibile scindere l’approccio economico keynesiano – che lega le esigenze di giustizia sociale, imperniate sullo Stato-regolatore, all’utilizzazione ottimale delle risorse produttive – da quello giuridico, in cui si rende necessaria l’azione uniforme e centralizzata del decision making, ormai impraticabile in un contesto socio-economico globalizzato, o al massimo implementabile in ambito sovra-nazionale, in una prospettiva di cosmopolitismo giuridico – ipotesi criticata, in particolar modo nella sua versione habermasiana, nell’intervento di Valeria Giordano, Democrazia deliberativa e vocazione universale dei diritti, in cui l’autrice rileva nell’approccio del filosofo tedesco la costituzione di un’etica formale tutt’altro che neutrale che rimanda “sostanzialmente alla storia specifica delle democrazie occidentali del ventesimo secolo” (p. 112) –, ma su basi che si ritiene debbano ricalcare una matrice gerarchico-verticale, in radicale contrasto con la natura (irrimediabilmente?) “liquida” delle soggettivazioni sociali, segnate – sulla base di alcune tesi post-operaiste – dalle “nuove” dinamiche di produzione del plusvalore, dislocatesi dal “lavoro meccanico e dal capitale fisso” alla “creatività e ai saperi del lavoro vivo”. Da cui segue “la messa a produzione tout court della vita di ciascuno” (p. 62), non più scindibile tra tempo di lavoro e tempo libero, l’intreccio tra mutamenti dei modi di produzione e “processo di socializzazione della finanza” e l’impossibilità di trovare un centro gravitazionale politico capace di ri-ordinare il mercato. Di più: la difficoltà a distinguere politica ed economia. Pertanto l’autore può concludere che la crisi […] ha messo in luce il tratto eminentemente bioeconomico dell’attuale quadro governamentale”, in cui cioè “non vi sono mediazioni diverse dal nomos economico, immanente alla vita” (Bazzicalupo 2006).

Governare la crisi: ipotesi a confronto sulle trasformazioni del diritto e della politica

Di fronte a questo scenario altamente frammentato/interrelato il diritto e la politica quanto contano e in che modo possono esercitare un ruolo non passivo? Un dialogo serrato con le posizioni di insigni giuristi (tra i quali ricordiamo Natalino Irti, Alfonso Catania, M.R. Ferrarese, Danilo Zolo) ha messo in evidenza tesi diverse che ruotano attorno al depotenziamento dello Stato-Nazione (del binomio statualità-sovranità) e alla deterritorializzazione del diritto (indotto politicamente o economicamente?), nonché sugli effetti di spoliticizzazione. Quali strategie mettere in atto di fronte ad una crisi economica sistemica? Introduzione di forme di jus cosmopoliticum o recupero del carattere “universale” intrinseco alla Lex mercatoria? Quest’ultima non designerebbe una sorta di diritto cosmopolitico post-sovrano e post-territoriale rispetto al quale prendere posizione (pro o contro)? Infine, come rispondere all’inefficacia della conformazione politico-giuridico attuale se non calibrandola su assetti socio-economici più vasti? In tal senso se gran parte degli autori convengono sulla condizione di un diritto deterritorializzato e ridimensionato dall’economico (in particolare nella suo forma finanziaria), diverse sono le proposte d’intervento. Antonio Cucciniello (Crisi economica e trasformazioni del diritto) ne valorizza l’aspetto simbolico-comunicativo, che induce a produrre una dimensione di obbligatorietà ancorata ad una sanzione non coercitiva, di carattere economico. Francesco Mancuso nel suo intervento (“Il diritto conta”: conflitti di interessi, crisi finanziaria, mutazioni del diritto e della democrazia) ritiene che l’ambito giuridico possa ancora aiutare ad “orientare”, seppure in forme che non possono riesumare la “protomoderna mitologia della sovranità ordinamentale-statuale” (p. 41), un nuovo corso in ambito politico ed economico. In particolare, riprendendo le tesi di Guido Rossi (Rossi 2003; 2006; 2008) in cui la crisi è stata prefigurata e letta principalmente come effetto di un enorme intreccio di conflitti d’interessi, l’autore mostra come il mercato non possa funzionare senza un sistema di regole, né tanto meno che sia in grado di darsele autonomamente. In un contesto in cui la lex mercatoria alimenta la costituzione di democrazie plutocratiche e selettive, quali strumenti utilizzare per porre delle regole, senza limitarsi ad enunciazioni etiche, capaci di esercitare un’efficacia? Non si può pensare a qualche forma di jus cosmopoliticum, come il ritorno alle origini, in una prospettiva neo-keynesiana, di FMI e Banca Mondiale, così come all’istituzione di un’autorità di vigilanza europea sui mercati finanziari? In ambito italiano – come afferma Guido Alpa nel suo intervento (Quale modello di governance in Italia?) – l’inadeguatezza delle forme di governance è ad un tempo societaria e finanziaria, il che induce l’autore a propendere per un modello di economia mista, almeno sino a quando “le regole di settore conserveranno ordinamenti sezionali autonomi, sottratti ai principi generali del diritto comune, finché si manterranno in vita modelli di amministrazione societaria che hanno l’effetto di ridurre i controlli piuttosto [di] renderli trasparenti e diffusi” (pp. 146-146). Tuttavia i guasti prodotti dalla lex mercatoria – questo particolare “diritto dei mercanti” come lo definisce Ugo Mattei (Mattei 2010) che si presenta come ordine giuridico alternativo imperniato su istituti intrinsecamente privati come l’arbitrato – per alcuni autori non sarebbero regolabili dall’”esterno”. La globalizzazione ha prodotto “un’eclissi della ‘politica’ ed] è illusorio cercare di articolare una più solida norma di riconoscimento per la società finanziaria globale attraverso strumenti pubblicistici” (p. 105). È quanto sostiene nel suo saggio Giovanni Bisogni (Teoria del diritto e crisi economica). In tal senso, rimarcando la differenza tra l’epoca attuale e il progetto politico moderno, ed evidenziandone le affinità con l’età medioevale e proto-moderna, l’autore intende recuperare il carattere “universale” della lex mercatoria, interpretandola innanzitutto come ius mercatorum, auspicando l’affermarsi, tra i ceti imprenditoriali, della capacità di produrre un governo non orientato principalmente al profitto ma – riagganciandosi alle tesi di H.L.A. Hart (Hart 2002) – al “bene della ‘sopravvivenza’, quantomeno del proprio gruppo” (p. 107) e di riflesso della società nel suo complesso. L’ipotetico tramonto della “dimensione politica in quanto tale” (p. 90) è invece discusso da Geminello Preterossi (Crisi economica globale e spoliticizzazione), che nel criticare la riproposizione anche a sinistra della vulgata liberista (in particolare Alesina-Giavazzi 2008), denunciando l’assenza di consapevolezza sulle radici storiche del razionalismo occidentale (sintetizzate dalle tesi di Max Weber sulla complementarietà storica di Stato e mercato), pone come prioritario il superamento dell’ideologia post-politica affermatasi anche grazie ad impostazioni politico-giuridiche di carattere normativistico e neo-contrattualistico che hanno introiettato il paradigma neo-liberale. Un’operazione di questo tipo implica un rilancio del costituzionalismo democratico sul piano simbolico-culturale che sia capace di renderlo egemonico, seppure al di là di ogni tentazione, giudicata illusoria, di un qualche oltrepassamento dell’economia di mercato.

Se Ludovica Zampino dedica il suo intervento (La differenziazione funzionale di Gunther Teubner alla prova della crisi economica globale) al sociologo e giurista Ghunter Teubner, al suo tentativo di “democratizzare” l’originaria teoria sistemica lumhanniana e all’evidente impasse prodotta dalla crisi sulla presunta capacità di autoregolamentazione reciproca dei sottosistemi funzionali, in cui sarebbe irrimediabilmente frammentata la società, a sua volta Alfredo D’Attore (L’illusione del “legal standard”: diritto e politica dopo la crisi globale) mette in luce il processo di de-politicizzazione del diritto che ha prodotto, da un lato, l’apparente depotenziamento dello Stato (in realtà si è assistito ad un’espansione del ruolo degli esecutivi rispetto al potere legislativo. Semmai il problema è dato da una ri-configurazione tra dimensione statuale e sovranità) e, dall’altro, l’avvento di un diritto globale post-sovrano e post-territoriale – dunque una forma sui generis di jus cosmopoliticum – che invece di “rafforzare la capacità ordinante del giuridico, sottraendolo al condizionamento dei poteri politici e delle strutture nazionali” (p. 150), lo ha reso più subalterno agli interessi economici dominanti. Tale sarebbe l’esito della lex mercatoria e della cosiddetta non-state law. Una risposta seria alla crisi non può dunque consistere nel “legal standard” – il documento sottoscritto dai ministri delle finanze dei paesi aderenti al G8 nel giugno 2009 –, cioè nell’introduzione di standard etici accettabili tra gli operatori economici-finanziari sulla base di un intervento giuridico ritenuto “neutrale”. Su queste basi non emerge una lettura della configurazione economica attuale quale esito, mobile, dei rapporti di forze tra Stati, prodotto di un’egemonia culturale del pensiero neo-liberista. Ciò che la crisi ha evidenziato per l’autore è il venir meno dell’”isomorfismo fra mercato autoregolantesi e diritto cosmopolitico post-sovrano, riportando invece in primo piano il nesso tra decisione politica e normazione giuridica” (p. 155). Dunque, ritenendo del tutto illusoria una centralità del diritto “solo se pensato in termini post-moderni”, oggi esso può ridisegnarsi efficacemente – riagganciandosi ad alcuni studi di Giovanni Arrighi (Arrighi 2007) sullo sviluppo non subalterno di Cina e India ai dettami della finanza “globale” – se si glocalizza, se si àncora alle specificità culturali e alle istanze politiche che emergono nelle diverse aree territoriali. Da ciò dovrà seguire in ambito globale un confronto ben più ampio ed approfondito con le esperienze politiche e giuridiche di paesi come la Cina – ritenuta capace di mettere in discussione l’egemonia Usa (la cui espansione finanziaria, secondo Arrighi, ne decreterebbe il declino) – “i cui aspetti istituzionali, organizzativi e comunitari […] sfuggono quasi del tutto alla comprensione della mentalità giuridica e politica di noi occidentali” (p. 160). La dimensione pubblico-statuale non è dunque scomparsa, ma può/deve riconfigurarsi in aree politico-economiche più vaste (da cui segue il richiamo ad un’Europa non solo monetaria), sottraendosi alla scelta politica che ha accompagnato, alimentandolo, il neo-liberismo e di fatto tentato di omologare il mondo sul cosiddetto Washington Consensus.

Un’altra lettura (critica) della crisi economica è possibile?

In definitiva, nel complesso, si tratta di un testo eterogeneo, non solo in relazione alle prospettiva d’indagine, ma anche alle indicazioni d’intervento proposte. Un utile punto d’osservazione su cui innestare criticamente altre letture sulla crisi e sulla qualità del capitalismo attuale. In particolare segnaliamo alcuni approcci dissonanti rispetto alla “naturalizzazione” dello status quo e alla ricostruzione che emerge in forma preponderante nei saggi analizzati. Essi riguardano sia il “peso”, non marginale, ricoperto dall’”antica” produzione materiale e il carattere non riducibile a mera ‘immaterialità’ degli esiti della rivoluzione informatica (in particolare Turchetto 2001; 2008), sia il presunto ritiro dello Stato dall’economia, rispetto ad una necessaria mutazione delle sue forme d’intervento. In quest’ultimo caso le analisi di Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi e Francesco Garibaldo mettono in evidenza come ad una politica economica welfarista sia successa innanzitutto una politica economica monetaria, caratterizzata da un ruolo essenziale dei governi (e delle Banche Centrali, come ha sottolineato anche Marcello De Cecco. De Cecco 2007) nel ridisegnare la configurazione dei “mercati”: tutela dei monopoli, pratica costante (ove possibile) dei disavanzi del bilancio pubblico, ridefinizione in alcuni settori dei diritti di proprietà (selezionando dunque gli stessi attori economici) e gestione della privatizzazione dei beni comuni (Bellofiore-Halevi 2010; Garibaldo 2008). In definitiva emergerebbe un carattere solo parzialmente “liberista” del neoliberismo: contro il lavoro e il welfare ed a favore della finanza. In questo quadro il “nuovo” capitalismo degli anni ’90, in cui dimensione reale (“produzione”) e virtuale (“iperfinanziarizzazione”) non possono essere scisse, ha prodotto, attraverso un paradossale keynesismo “privatizzato”, la sussunzione reale del lavoro alla finanza (e al debito), delineando una strategia di piena sotto-occupazione in un quadro di “centralizzazione senza concentrazione” (cioè di “controllo” interrelato del lavoro “disperso” in unità produttive di dimensione ristretta), sintetizzato nella triplice ed instabile figura del lavoratore “traumatizzato”- risparmiatore in fase “maniacale”- consumatore “indebitato” (ed ora depresso). Come uscire da questa situazione se non in direzione ostinata e contraria, tornando a porsi il problema di “cosa”, “come” e “quanto” produrre? In definitiva il neoliberismo non si caratterizzerebbe affatto per un’assenza di regole (deregulation e laisser faire sono caricature ideologiche accecanti), quanto per la ridefinizione dei “beneficiari delle regole” (Garibaldo 2009). Tesi di questa natura, ma in generale non mainstream, sono state discusse nel convegno, tenutosi a Siena nel Gennaio 2010, “La crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica” (le bozze degli atti sono consultabili nel sito www.theglobalcrisis.info). Tuttavia nemmeno nell’intervento conclusivo di Anna Cavaliere, Crisi economica e ritorno dello Stato. Un percorso bibliografico, sembra manifestarsi un qualche interesse per queste posizioni. Pur dando conto di altri orientamenti (ad esempio le tesi di economisti come Stiglitz e Roubini) anche in questa occasione si ripropone la prospettiva bioeconomica delineata da Bazzicalupo. In tal senso Cavaliere, dopo aver fatta propria la critica di Karl Polanyi (Polanyi 2000) ai presupposti del liberismo (generale predisposizione allo scambio e comportamento razionale dell’homo oeconomicus), rileva come la teoria marginalista “abbia messo in evidenza che il concetto di valore non sia oggettivabile” – e ciò vale anche per l’elaborazione marxiana, che muoverebbe dagli stessi presupposti ribaltati di segno – così come “niente all’interno del mercato costituisce un valore oggettivo” (p. 209). In questa prospettiva per Bazzicalupo l’approccio marginalista ha reso visibile ciò che la teoria classica non vedeva: “i desideri, le preferenze, l’azione, l’iniziativa, la centralità della domanda e del consumo, con le dinamiche di potere che all’interno di esse avrebbero determinato le vite” (Bazzicalupo 2006). In definitiva, se l’elaborazione foucaultiana della categoria di governamentalità è intesa in senso antistatalista e libertario, l’autrice evidenzia, come si è già detto, un’immediata biopoliticità del mercato a cui tuttavia si contrappone un’irriducibilità (di matrice shopenhaueriano-nietzschiana) del bios (da intendersi come “forma di vita”). Di fatto, nelle posizioni di Bazzicalupo, come è stato notato (Brancaccio 2010), si giunge al rigetto di tutti i capisaldi delle teorie economiche otto-novecentesche, viziati da un rigido tentativo di ingabbiare il bios in schemi razionalisti “e di organizzare per questa via le soggettività e i consensi”. Da ciò la richiesta “di un pensiero dell’economia più complesso, più realista di quanto non sia quello dei tecnici–esperti di economia” e, se torniamo alla raccolta dei saggi curati da Bazzicalupo e Tucci, si può ben comprendere il tentativo di recuperare una dimensione etica dell’economia affrontato sia nell’intervento di Antonio Casciano (È possibile un’etica in economia?), sia in quello di Mario Panebianco (Il governo della crisi globale), in cui, tra l’altro, si propone un possibile riorientamento dei processi economici a partire da alcuni assunti della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. Secondo Brancaccio alle intuizioni profonde dell’autrice sulla ricerca dei “dispositivi di persuasione dell’economico dietro un’apparente aura di necessità”, non segue l’individuazione delle “reali determinanti del potere”, così come il concetto di necessità sarebbe travisato da un fraintendimento interpretativo “dell’oggettivismo dei classici e del concetto di sussistenza storicamente determinato”, che invece la moderna critica marxiana dell’economia politica, declinata nella “teoria monetaria della riproduzione sociale” (di cui lo stesso Brancaccio ha proposto una versione partendo da un approccio che tenta di congiungere l’interpretazione althusseriana di Marx e l’oggettivismo del giovane Sraffa. Brancaccio 2010), permetterebbe di affrontare diversamente attraverso la traslazione del concetto di necessità dalla sede delle istanze vitali al luogo (in ambito capitalistico) “impersonale, meccanico e anti-vitale” della rigenerazione del profitto. E ciò non sarebbe affatto il prodotto di una teoria razionalista dei bisogni che, secondo Bazzicalupo, presiederebbe ad ogni economica.

In definitiva, al di là della fondatezza delle critiche di Brancaccio, ci sentiamo di poter affermare che i caratteri della scienza economica non possono non essere che quelli di “una teoria critica” ed ogni politica di emancipazione non può “che nascere e crescere in rapporto organico con i movimenti sociali di contestazione [di ogni] ordine presente [e futuro] delle cose” (Bellofiore – Halevi 2010).

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