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Posted in Agenda, Numero 23 - Agenda, Numero 23 - Giugno 2010, Numero 23 - Rubriche

Ermanno Gorrieri Una vita per la Repubblica  Convegno nazionale, Modena, 15-16 gennaio 2010

Ermanno Gorrieri Una vita per la Repubblica Convegno nazionale, Modena, 15-16 gennaio 2010

Mirco Carrattieri

Il convegno

La Fondazione “Ermanno Gorrieri” di Modena ha organizzato questo importante convegno in occasione della presentazione della biografia del politico modenese pubblicata dal Mulino. La ricerca è stata realizzata da tre giovani studiosi (Michele Marchi, Paolo Trionfini, Mirco Carrattieri) con il coordinamento di Paolo Pombeni. L’occasione modenese ha consentito di restituire i principali contenuti della ricerca, integrandoli con alcuni filmati di repertorio e sottoponendoli alla discussione di importanti studiosi, politici e testimoni.

In particolare, nella sessione di apertura, Guido Bodrato, amico e collaboratore di Gorrieri, ha ripercorso il suo itinerario politico, evidenziandone le doti peculiari: carisma, consapevolezza, concretezza. Ma anche una originale combinazione di passione e ragione (“di pragmatismo e radicalità” come ricordato da Guido Formigoni); e una determinazione mai appagata, sulla quale ha insistito in questa sede Giorgio Tonini. E ancora una estrema sobrietà, al limite dell’annullamento di sé, come ha ribadito Romano Prodi nel suo intervento di chiusura.

Pombeni, sintetizzando i principali risultati della ricerca, ha osservato come Gorrieri sia stato oggetto di una sostanziale rimozione da parte della memoria nazionale, che lo ha relegato a personaggio di seconda fila; in realtà la ricostruzione della sua vita ha mostrato come egli abbia rivestito diversi ruoli pubblici di rilievo, ma soprattutto “non si sia lasciato intrappolare da nessuno di essi ed anzi li abbia usati per misurarsi al meglio con tempi estremamente difficili, dalla rifondazione della democrazia italiana dopo la caduta del fascismo alla crisi drammatica del sistema di equilibrio a cui essa era faticosamente giunta”.

Il presidente Luciano Guerzoni, allievo diretto del politico modenese, ha evidenziato come il convegno, la biografia, e più in generale il lavoro della Fondazione non mirino in effetti alla celebrazione acritica di Gorrieri, bensì a tenere vivo il confronto sulle sue tesi, a proseguirne “l’inesausto sforzo”, a farne fruttare la “ricca eredità” (entrambe le espressioni sono di Bodrato).

Importante in questo senso l’opera di conservazione documentaria, che ha consentito di approntare in tempi relativamente brevi (Gorrieri è morto nel 2004) una prima ricerca biografica, già di notevole respiro, come è stato rilevato da Renato Moro.

Per una biografia

Le tre sessioni, corrispondenti alle tre parti del volume, e la ricca discussione hanno consentito di approfondire i nodi fondamentali della vita di Gorrieri.

In apertura Marchi ha trattato della sua formazione cattolica, dell’esperienza resistenziale, della costruzione della sinistra modenese nell’immediato dopoguerra.

Ripercorrendo la vicenda dell’associazione studenti medi di Ac (il “Paradisino”), fatta di preghiere, letture e tempo libero, egli ha individuato nella militanza cattolica un filtro efficace rispetto alla totale politicizzazione della vita sociale imposta dal fascismo.

Cruciale si rivela poi per Gorrieri l’esperienza della guerra, vista come “fallimento della civiltà laica, meccanica, materialista”, ma anche, dossettianamente, come “grande lavacro sacrificale per un mondo nuovo”.

La scelta resistenziale appare poi una risposta essenzialmente prepolitica allo sgretolamento dell’autorità, innescata da motivi patriottici; ma rappresenta poi una fondamentale riappropriazione dello spazio pubblico da parte dei cattolici, che ne legittima anche il protagonismo successivo, in precoce ma feconda concorrenza con quello comunista.

Nel dopoguerra Gorrieri risente chiaramente della lezione di Dossetti; ma, dopo che questi abbandona la politica (e dopo che la sinistra perde la segreteria della Dc modenese), si dedica soprattutto all’azione sociale, trovando nel sindacato, secondo la visione di Mario Romani, il terreno più fertile per “coordinare lo sviluppo del singolo e quello della società”.

Trionfini ha quindi ricostruito l’itinerario di Gorrieri negli anni Sessanta e Settanta, soffermandosi in particolare sul suo sforzo di riattivare dal basso una dinamica riformista, nel partito e nel paese.

Di qui l’elaborazione per lo sviluppo del territorio modenese e poi per la programmazione regionale, sempre con una peculiare attenzione alla dimensione sociale della modernizzazione.

Di qui anche il tentativo di rifondare la Dc, perseguito prima in chiave di riconfigurazione degli equilibri interni e poi attraverso il progetto di regionalizzazione.

Il risultato è una ripresa locale dello spirito costituente, che porta allo statuto emiliano-romagnolo del 1972; ma l’impropria accusa di voler realizzare “la repubblica conciliare” non può fare velo alla doppia sfida portata da Gorrieri alla cultura comunista, prima con Prospettive modenesi e poi con La repubblica di Montefiorino.

Gli ostacoli che frenano il percorso riformatore lo inducono peraltro a sperimentare nuove strade, che Trionfini illumina con inedita precisione: il movimento per i cattolici del no, che prelude alla Lega Democratica; la sfortunata esperienza del quotidiano “Il Foglio”; la stagione di Zaccagnini, foriera di nuove speranze; i progetti di rete sviluppati con Bassetti e Kessler; fino al coinvolgimento degli esterni che culmina, ma insieme si esaurisce, nell’assemblea del 1981.

Ma parallelamente si avvia la parabola del Gorrieri studioso di fenomeni sociali (“artigiano della ricerca” secondo la felice definizione di Andreatta), ricostruita da Carrattieri a partire dal volume sulla Giungla retributiva e fino alla “summa” Parti eguali tra diseguali; seguendoal contempo la sua azione politica dalla Lega Democratica ai Cristiano Sociali.

Gorrieri emerge in questo campo come inventore della fortunata immagine della “giungla”, che esprime il caos normativo ma anche la lotta corporativa tra le categorie; come paladino della famiglia, intesa però come unità concreta di consumo (“relazione di fatto e non solo e neppure innanzitutto di diritto” nelle parole di Chiara Saraceno); come studioso della gente povera, ma soprattutto della “povera gente” (“la lobby dei senza potere” o “i vulnerabili”, come li ha definiti in questa sede Giuliano Amato).

Ma Gorrieri è soprattutto, dal saggio Il paese della disuguaglianze del 1977 alla lectio Uguaglianza: una parola in disuso del 1999, un paladino dell’uguaglianza, vera e propria “bussola che definisce la qualità della democrazia” (Bodrato). Egli rifiuta il piatto egualitarismo degli anni Settanta in nome dell’equità e della meritocrazia, ma poi non si accontenta delle pari opportunità, ponendosi come ambizioso obiettivo l’uguaglianza delle condizioni di vita, materiali e immateriali, per tutti i cittadini di uno stato veramente sociale (da più parti sono stati evocati toni seniani).

Saraceno lo ha descritto in effetti come un “appassionato combattente contro le disuguaglianze intollerabili e contro i corporativismi di ogni specie”. Da massima esperta italiana della materia, ha rilevato l’acume di Gorrieri nel porre alcuni problemi essenziali, come l’evoluzione delle disuguaglianze in un contesto di trasformazione dei rapporti di lavoro, la loro rilevanza per la formazione del consenso, la necessità di mettere a punto strumenti precisi ed efficaci di rilevamento, la frammentarietà e categorialità delle risposte politiche, i loro stessi effetti distorcenti.

Saraceno ha evidenziato anche il suo disaccordo rispetto ad alcune prese di posizione gorrieriane, rilevando nello studioso modenese una certa idiosincrasia per l’universalismo; una modesta sensibilità per i temi educativi; e una sostanziale sottovalutazione dei rapporti di potere e delle dinamiche interne alla famiglia. Ma ciononostante quella di Gorrieri le appare uno straordinario esempio di ricerca policy oriented. Come più volte ribadito da Guerzoni, quello che lo caratterizza è appunto la peculiare combinazione tra una politica non ideologica e uno studio non accademico. L’analisi sociale è sempre in funzione dell’azione politica, che per lui si configura come sforzo di valorizzazione del cattolicesimo democratico in vista di una convergenza dei riformismi.

Come illustrato da Carrattieri, negli stessi anni in cui approfondisce gli studi sociali, Gorrieri è anima della Lega Democratica; poi del Forum del cattolicesimo democratico; quindi del movimento referendario. Sfiduciato dalle timidezze di Martinazzoli, abbandona nel 1993 la Dc per formare i Cs allo scopo di garantire uno sbocco politico all’associazionismo sociale cristiano e una presenza organizzata dei cattolici nel polo progressista che si va configurando. Li conduce poi a confluire nei Ds nel 1998; saluta con entusiasmo l’avventura ulivista di Prodi; conduce una battaglia culturale prima che politica contro il berlusconismo.

Ma Carrattieri ha fatto emergere anche alcune dimensioni meno note dell’impegno di Gorrieri: la sua breve esperienza come ministro nel 1987, caratterizzata dalla riconfigurazione degli assegni familiari, ma anche da importanti provvedimenti per il riequilibrio salariale, la regolamentazione degli scioperi nel pubblico impiego, la riforma delle pensioni; le sue qualità di opinion maker, dimostrata in centinaia di articoli sulle principali testate nazionali, dal “Corriere” a “Repubblica”, dal “Giorno” al “Sole 24 Ore”; e ancora la sua strenua difesa della democrazia contro quelle che Pombeni ha definito “soluzioni populiste, ottuse posizioni del conservatorismo di sinistra, fughe in avanti del giustizialismo”.

Nel complesso dunque quella emersa dal convegno modenese è una figura di grande complessità e fascino; e che nel contesto italiano spicca per l’autonomia intellettuale, peraltro mai esasperata.

Come rilevato da Saraceno, Gorrieri è “un uomo scomodo non solo perché libero e mai passivamente allineato, ma perché non molla mai la presa”; è, come egli stesso si definisce, un “rompiscatole”, che critica da dentro la resistenza, il sindacato, la Dc, i Ds, persino la Chiesa.

Gorrieri non è però un critico pregiudiziale, né un oppositore a tutti i costi: cerca sempre un approccio costruttivo; è disponibile a confrontarsi; è pronto a ritornare sui suoi passi. E anche quando abbandona una esperienza, guardando a nuovi traguardi, non si fa prendere dallo spirito di rivalsa.

Un cattolicesimo democratico (ma non solo)

In sede di convegno è emerso come i tre autori della biografia concordino nell’individuare il principale obiettivo di Gorrieri nella ridefinizione sociale del cattolicesimo democratico.

Marchi parla di “concreta identificazione di spazi sempre più ampi di democrazia sociale”; Trionfini di “ricerca di equilibri sociali più avanzati”; Carrattieri di “convergenza delle risposte alla questione democratica e a quella sociale”.

Come rilevato da Pombeni, Gorrieri appartiene a pieno titolo alla tradizione cattolico democratica, di cui rivendica i meriti storici di fronte al paese: sviluppo economico, progresso sociale, consolidamento democratico. Ma la sviluppa poi in direzione di una democrazia sostanziale, delineando un nuovo concetto, pienamente novecentesco, di impegno cattolico, in grado di coniugare il sociale e il politico; di qui anche il sottotitolo della biografia (Un cattolico sociale nelle trasformazioni del Novecento).

La vicenda gorrieriana getta dunque una luce nuova sull’intera storia della Dc; e il convegno modenese, che ha visto partecipare alcuni dei più importanti esperti sul tema, ha fatto emergere diversi spunti di rilievo.

In merito alle origini del cattolicesimo democratico, ad esempio, Marchi ha posto l’attenzione sull’utilità euristica della categoria di “afascismo”, vedendo nella cultura cattolica degli anni Trenta, pur nei suoi risvolti conservatori e antimoderni, uno schermo alle ambizioni totalitarie del regime.

Come rilevato da Pombeni, peraltro, Gorrieri segue Dossetti nel concepire la guerra in chiave apocalittica, distinguendosi sia dall’ottica costituzionalista degasperiana che da quella occidentalista di Pio XII.

L’itinerario di Gorrieri sembra in effetti prestarsi ad un confronto ravvicinato con quello di Dossetti: ispirato indubbiamente dall’amico reggiano nel suo apprendistato politico, ne declina però la lezione in modo fortemente pragmatico, mostrandosi più disponibile del maestro alla lenta e paziente costruzione di uno sviluppo in senso sociale della democrazia politica.

Questo scarto è stato enfatizzato soprattutto da Amato, che ha insistito sulla concezione strettamente politica dell’impegno pubblico cattolico propria di Gorrieri. Sulla stessa linea si sono espressi anche Alberto Melloni e Pierluigi Castagnetti.

Moro ha quindi osservato come occorra distinguere con attenzione la molteplicità degli itinerari individuali che conducono una generazione di politici cattolici alla Dc. In particolare occorrerebbe dare maggior rilievo a coloro che, come Gorrieri, accettano la sfida concreta della ricostruzione, maturando competenze tecniche e sviluppando processi organizzativi. Come puntualizzato da Pombeni, non si tratta in questo caso di attivismo fine a se stesso o di pura aggregazione numerica, ma di consapevolezza della necessità di una nuova incarnazione dei valori e di una forte presenza sociale dei cattolici.

Di qui anche la specificità della sinistra modenese, non semplice corrente intesa come collettore di voti, ma cenacolo di raccolta, formazione e riproduzione di una classe dirigente adeguata alla modernità.

La vicenda di Gorrieri si inserisce poi nel quadro della complessa vicenda di quella “varia sinistra cristiana” che, muovendosi a cavallo tra partito, sindacato e associazionismo, tenta di impedire l’involuzione della politica Dc in mera occupazione del potere e di rianimarne la vocazione riformatrice.

In particolare egli è protagonista di quella intensa campagna per la rifondazione del partito che anima tutti gli anni Settanta e Ottanta. È una pagina di storia per molti versi ancora da scrivere, ma di cui si è avuto un assaggio a Modena, quando Bassetti ha rievocato l’incontro di Parma dell’ottobre 1975, nel quale si incontrano tre progetti riformatori: quello di Gorrieri e della sinistra modenese, quello di Scoppola e della Lega Democratica, quello dei regionalisti; e dove emerge l’esigenza di cambiare non solo l’offerta ma anche la domanda politica del mondo cattolico, “educandolo” alle nuove esigenze della società postindustriale.

Si tratta peraltro di un capitolo nobile di quella che Melloni ha definito una illusione rifondatrice, nella misura in cui postula la riformabilità della Dc senza metterne in discussione l’unità.

Nel momento in cui, dopo il fallimento dell’assemblea degli esterni, coglie l’impossibilità della via politica al rinnovamento, Gorrieri non si abbandona alla sfiducia, ma partecipa a tutti i tentativi di rivitalizzazione del partito che muovono dalla società civile: una galassia di iniziative non sempre coordinate ed efficaci, ma che rappresenta un patrimonio di elaborazioni concettuale e di relazioni intellettuali tutt’altro che irrilevanti.

Non è un caso che proprio da questi ambienti sorgano esperimenti importanti di rinnovamento, come quello di Orlando a Palermo (rievocato con entusiasmo a Modena da padre Bartolomeo Sorge) o il movimento referendario di Segni; Gorrieri guarda ad entrambi con fiducia, salvo poi rilevarne la rapida involuzione.

Nel momento di crisi della Dc, egli rifiuta le soluzioni di facciata e le inerzie unitariste, ma si pone il problema di come salvaguardare un patrimonio che non disconosce neppure quando, da solo, vota contro il progetto del Ppi. Egli rifiuta peraltro la soluzione della diaspora individuale, ribadendo in più occasioni la necessità di una presenza collettiva e organizzata dei cattolici nella politica italiana.

Fondamentale è in questo senso la sua convinzione che essa sia indispensabile per l’equilibrio democratico del paese, soprattutto a sinistra, per bilanciare la forza del comunismo, visto sempre senza illusioni, nei suoi limiti e nelle sue chiusure, ma anche senza disconoscerne la vitalità, il radicamento popolare, le potenzialità democratiche.

La questione del peculiare anticomunismo democratico della sinistra cattolica, ben lontana tanto dal vituperato cattocomunismo che da un’antistorica demonizzazione dell’avversario, è stata ripresa al convegno da Giorgio Campanini (che ha parlato di “contrapposizione intensa ma non settaria”), da Bassetti (che ha insistito sulla “collaborazione competitiva ma non subordinata” praticata da Gorrieri in regione) e da Formigoni (che ha introdotto il tema della “qualificazione dell’anticomunismo”).

Nella temperie del nuovo millennio, quella di Gorrieri si propone anche come forte testimonianza di laicità, intesa come autonomia, come impegno responsabile, come sforzo continuo di declinare i principi nel concreto dell’azione e della mediazione. Sul punto ha insistito in particolare Castagnetti, evidenziando il ruolo da lui sempre attribuito all’educazione come elemento strutturale della vita politica.

Gorrieri nella storia d’Italia

Ma attraverso l’approfondimento della vicenda biografica di Gorrieri sono stati illuminati anche alcuni nodi generali della storia italiana del Novecento. Va rilevato a questo proposito come delle storie generali dell’Italia repubblicana solo Scoppola e Santarelli chiamino in causa Gorrieri; e solo Craveri gli dedichi uno spazio apprezzabile.

La biografia edita dalla Fondazione dimostra invece l’utilità conoscitiva dei percorsi biografici, che, come segnalato da Formigoni, possono senza dubbio contribuire a colmare alcuni evidenti ritardi della nostra contemporaneistica, soprattutto in merito al secondo dopoguerra. Nello specifico, poi, come ha notato Traniello, la ricerca su Gorrieri fornisce nuovi elementi fattuali e utili spunti analitici, senza tuttavia ostentare drastici ribaltamenti interpretativi.

Un primo tema che può ricevere nuova luce è quello della guerra mondiale come evento fondante della contemporaneità, rilanciato da un recente volume di Leonardo Paggi. Si tratta di una proposta di periodizzazione che mette fortemente in discussione schemi consolidati e che, come tale, non manca di elementi di debolezza; ma che indubbiamente trova nella vicenda gorrieriana varie conferme.

Una seconda questione che ha attirato l’attenzione dei presenti a Modena è quella dello stato sociale italiano, visto non solo come insieme di pratiche, ma anche come elaborazione di un modello teorico e di una proposta politica. In quest’ottica la storiografia pare finora aver delegato molto alle scienze sociali; o aver concentrato l’analisi delle strutture di lungo periodo. In realtà, come dimostra il caso di Gorrieri, sarebbe senz’altro utile esaminare l’evoluzione dell’idea di stato sociale elaborata dai partiti italiani (ma anche da funzionari e tecnici del settore).

Così come rimane sullo sfondo il problema di come tradurre il valore della solidarietà in azione politica: tra le opzioni merita un posto di rilievo anche quella idea allargata e complessa di welfare perseguita con tenacia da Gorrieri; una idea, come precisato da Amato, che tiene nel dovuto conto le esigenze di compatibilità economica, ma vede tra i compiti dell’azione pubblica non solo il risarcimento dei danni, ma anche la codeterminazione del mercato

Stimolante appare anche l’interrogativo posto da Pombeni circa gli esiti e i limiti del riformismo italiano, con particolare riferimento alle due stagioni del centro-sinistra. Traiettorie come quella di Gorrieri, soprattutto se inserite in esperienze di gruppo come quella del Mulino, le cui caratteristiche sono state sinteticamente ricordate da Lovato, mostrano il rilievo e le potenzialità di progetti riformatori che scontano poi una serie di difficoltà di contesto.

A Modena Pombeni ha stigmatizzato “l’innaturale divisione lungo linee ideologiche esterne di cui è vittima il movimento riformatore italiano”, osservando come “le fratture artificiali si trasformano in facili rifugi per costruire bandiere di clan politici da far sventolare in una politica poco incline a discutere di problemi e di soluzioni e molto abituata piuttosto a costruire divise sgargianti per le proprie truppe da operetta”.

Il dialogo tra i diversi riformismi si rivela vivace e produttivo, ma politicamente inefficace nella misura in cui soffre il boicottaggio della gerarchia cattolica e del Pci; e più tardi la sfida del terrorismo. Ma sconta anche la rigidità delle professionalizzazioni politiche interne ai partiti (Pombeni); l’eterna illusione di poter fare in periferia quello che non si può fare al centro (Melloni); e nella delicata cerniera 1976-1978, anche la divergenza tra le esigenze di rinnovamento e gli equilibri politici consolidati (Formigoni).

Ripercorrere la vita di Gorrieri significa anche tematizzare gli anni Ottanta, ponendo particolare attenzione ai due progetti di modernizzazione politica ed economica che allora si scontrano: quello di Craxi e quello di De Mita. Gorrieri appare disponibile ad entrambi, ma poi denuncia il prevalere nei due leader di logiche di consenso e tatticismi esasperati.

È quindi particolarmente avvertito nel cogliere i segnali della crisi, alla base della quale individua la disgregazione sociale che mina la tenuta del sistema. Gorrieri è del resto uno dei pochi a potersi fregiare, come ha ricordato Carrattieri, del titolo di padre di entrambe le repubbliche del dopoguerra. Egli infatti accoglie senza esitazioni le nuove esigenze, senza peraltro illudersi circa “i rischi del radicalismo individualista, i conati populisti e messianici del riformismo referendario e le coalizioni senza coalizzatori del decennio successivo” (sono sempre parole di Pombeni). Egli coglie cioè l’esigenza di superare i partiti storici senza abbandonarsi all’antipolitica, ma ridisegnando i canali di raccolta del consenso politico.

Gorrieri appare così come una delle voci più lucide nel dibattito (ancora aperto) sulla ridefinizione della sinistra nel ventunesimo secolo: vedendo sfocare il tema della democrazia sociale nella riflessione del progressismo, egli non esita a criticare le derive neoliberiste di D’Alema o le sirene del blairismo fuori contesto, perseguendo invece una “sinistra portatrice di futuro ma che sinistra rimanga”.

Il convegno di Modena ha evidenziato come anche rispetto a temi di stretta attualità, come il federalismo, Gorrieri abbia molto da dire, con la sua politica di prossimità, mai provinciale, basata sulla paziente costruzione di reti sociali sul territorio.

In ultima istanza i presenti hanno convenuto nell’individuare nella coerenza tra vita privata e vita pubblica la cifra della vicenda di Gorrieri, che con tutti i suoi limiti e le sue ostinazioni non ha mai rinunciato allo sforzo paziente di comprendere e di costruire, vedendo nella politica una vera e propria vocazione al servizio del bene comune. Egli non ha mai cercato il potere come fine, ma non ne ha mai rinnegato l’utilità come mezzo. Ha sempre rifiutato il moralismo gridato, ma ha sempre perseguito un “ rigore morale personale, esercitato prima di tutto su se stessi”, consapevole che nel campo dei valori, come ha concluso Prodi, la semplice enunciazione non conta.

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