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Posted in Articoli, Numero 37 - Articoli, Numero 37 - Marzo 2015, Primo piano

Famiglia, donne e giovani nell’associazionismo italiano del secondo dopoguerra

Famiglia, donne e giovani nell’associazionismo italiano del secondo dopoguerra

di Fiorenza Taricone

 

Abstract

L’articolo cerca di definire cosa s’intendeva con il nome collettivo di giovani, nel primo e secondo Novecento, soprattutto in relazione ai due generi maschile e femminile. Inoltre, cerca di approfondire i cambiamenti fra i giovani e la famiglia, anche grazie all’interazione dell’associazionismo femminile e femminista nel primo e secondo Novecento. La famiglia come collettività ha spesso nascosto l’identità giovanile ma anche supportato nei momenti di crisi.

Abstract english

The article tries to define what the collective name “young” meant, in the first and the late twentieth century, especially in relation to the two male and female genders . The article also tries to deepen the changes among young people and the family, thanks to the interaction of women and feminist associations in the first and second century. The family as collectivity has often hidden but also supported youth identity in difficult moments of social history.

Fiorenza Taricone

Famiglia, donne e giovani nell’associazionismo italiano del secondo dopoguerra

  1. Identità difficili

I tre soggetti collettivi cui fa riferimento il titolo del mio articolo presentano ognuno difficoltà di precisazione. Il primo, decisamente oggetto di ricche bibliografie, è stato riferito per molti secoli a un organismo qualificato dell’aggettivo naturale, esistente al di là delle norme che le attribuiscono significato giuridico; la “naturalità” ha contribuito a far acquisire alla famiglia un carattere astorico, sottratto in un certo senso al divenire. I secondi, donne e giovani, in quanto acquisizioni recenti dell’indagine storiografica, ed entrambi da sdoppiare nei generi di appartenenza. Nell’analisi che segue saranno spesso intrecciati per motivazioni dovute alla concretezza delle pratiche di vita che hanno segnato percorsi paralleli, spesso in continuità nel primo e secondo Novecento.

Il ‘900 ha realizzato nella pratica anche quotidiana, su larga scala, ciò che il socialismo utopista, sansimoniano, fourierista, owenita, e quello scientifico marxista avevano teorizzato nell’Ottocento: il superamento della famiglia basata su rapporti gerarchici, con una divisione netta dei ruoli sessuali e lavorativi, e sulla trasmissione della proprietà all’erede maschio; un’unione spesso combinata, indissolubile, nella quale l’amore e la libera scelta avevano un ruolo relativo, compresa la procreazione e i diritti, riservati solo alla prole legittima. Le nubili per scelta, e le unioni omo emozionali erano una sorta di “impensato” per il diritto consuetudinario e i codici. Le prime, benché liberate dal controllo paterno o del tutore dal codice civile del 1895, e godessero di maggiore autonomia rispetto alle coniugate, anche per i diritti di proprietà, erano oggetto di riprovazione sociale, guardate con sospetto e avviate quanto prima possibile verso altra condizione, magari in ordini religiosi terziari. Rispetto all’omosessualità o omoemozionalità, cioè la condivisione d’ideali, sentimenti, stati affettivi e lavorativi che non implicavano necessariamente una vita sessuale, le donne sono state certamente rese “meno evidenti” rispetto agli uomini, per un insieme di ragioni. Il piacere femminile rimaneva fino al Novecento misterioso e in subordine rispetto alle esigenze della riproduzione. Se nell’uomo l’onanismo procurava comunque piacere, nelle donne tutte le pratiche sessuali non finalizzate alla riproduzione, erano considerate patologiche, e tutto sommato prive di significanza. Ancora negli anni Sessanta del ‘900 l’omosessualità femminile nel Dizionario della lingua italiana Palazzi era incasellata nella voce “tribadismo”, intesa come “forma di perversione sessuale che induce all’accoppiamento fra due donne”.

L’istituto familiare è sempre stato nella mia considerazione, uno dei luoghi politici per eccellenza, come dimostrano agevolmente gli scritti di pensatori e pensatrici dall’antichità a oggi. Eppure, è stato rappresentato fino alla seconda guerra mondiale, come la sfera più degna ed emblematica del privato; all’associazionismo femminile pre-fascista e a quello posteriore alla seconda guerra mondiale, reso possibile anche dalla Resistenza femminile, spettano soprattutto i meriti di aver infranto quest’assioma, attribuendole fortemente valenze pubbliche. Il primo, con l’inserimento delle politiche sulla maternità come parte integrante del welfare, con valenze sociali, e non come evento naturale del privato. Il secondo, con l’assunzione di responsabilità all’interno di nuclei familiari indipendentemente dall’età, a partire dalla Resistenza. Marisa Cinciari Rodano rompe con parte della famiglia per la scelta antifascista maturata dagli anni del liceo, definiti dalle generazioni successive “spensierati”1, Marisa Ombra ha tutta la famiglia impegnata nell’antifascismo2. Altre, come Leda Colombini, hanno quindici anni quando entrano nei Gruppi di difesa della donna, ma non possono diventare staffette perché hanno meno di diciotto anni, e non dicono alla famiglia ciò che fanno, contravvenendo alla regola che soprattutto le ragazze erano controllate come orari e come abitudini3.

La famiglia, nella storia, ha quasi sempre fatto aggio sulle individualità giovanili, ricomprese al suo interno, quando si fondava su leggi patrimoniali, di ceto e sulla soggezione femminile al capo famiglia. Quando i giovani uscivano dalla famiglia, fino a pochi decenni fa, non erano più tali, a prescindere dalla loro età; erano adulti, sposi e futuri genitori, quasi che gli anni della giovinezza, fossero solo preparatori a una più veritiera esistenza. Né gli eventi bellici del Novecento, cui hanno assistito uomini e donne che erano bambini nella prima guerra mondiale e adulti nella seconda, fanno molta chiarezza, anche se nell’immaginario collettivo la guerra è guerra di soldati, e quindi moria di giovani vite4.

Per quanto riguarda le donne, il non possedere una cittadinanza piena non ha certo aiutato le giovani, future donne, a collocarsi nello scorrere delle generazioni. Le diverse età del sesso femminile hanno accentuato i contrasti generazionali, più che favorire un’identità di genere trasversale. Esisteva un’età limite per sposarsi, precocissima per le spose bambine dei matrimoni combinati, costantemente più bassa del marito, ma anche una per rimanere zitelle, che corrisponde oggi alla piena giovinezza, venticinque, trenta anni; un’età ancora più elastica, ma sempre precoce, per entrare nella prostituzione, meglio se illibate, il cui limite erano le malattie veneree e la possibilità di guadagnare; un’età per monacarsi, precoce anch’essa, almeno fino a quando la Chiesa pose un limite; una non tracciabile all’anagrafe per partorire, teoricamente fuori del tempo, in pratica fino a quando il corpo ce la faceva, o non moriva. Per ragazzi e ragazze, di adolescenza neanche a parlarne, fino al Novecento inoltrato, Di autonomia dalle figure genitoriali, nemmeno, indipendentemente dalla maggiore età.

In un’Italia prevalentemente contadina fino alla seconda metà del ‘900, le braccia erano sempre una risorsa, ma quelle maschili lo erano di più, quelle femminili meno, anzi definite insieme ai bambini mezze forze; i giovani di entrambi i sessi risultano comunque privi di un’età definita, perché smettono presto di essere bambini, lavorano da piccoli assumendo presto il ritmo degli adulti e sono ricompresi entrambi all’interno della famiglia, con un diverso destino. Non molto si può sperare per una migliore comprensione, dalle statistiche, perché i patti colonici erano firmati dal capo famiglia e i dati divisi per genere sono una novità del Novecento inoltrato. Da braccia piccolissime, privi di autonomia, i e le giovani diventano una volta sposati, mariti e mogli, padri e madri, senza che l’età rappresenti un elemento sostanziale d’individuazione.

Fino agli anni più recenti, sostanzialmente, giovani hanno rappresentato storicamente una sorta di nebulosa, come una foto d’epoca un po’ sfocata; le specifiche più chiare erano quelle offerte dalle caratteristiche diverse fra i due generi, maschile femminile, anche nella fase dei cosiddetti riti di passaggio verso l’età adulta e nei diritti di cittadinanza, che avrebbero invece dovuto dare loro una fisionomia comune. Nel XIX e XX secolo dunque i giovani hanno avuto diverse età, non tutte logicamente correlate fra loro; una per lavorare e in tal caso andavano bene anche donne e bambini/e di 8-10 anni, perfino 4-5 nel caso delle setaiole, durante la fase postunitaria del decollo economico, età che per la contemporaneità sono identificate con l’infanzia; nel caso dei diritti di cittadinanza, un’età per votare, ventuno o venticinque per i maschi, nessuna per le donne, escluse come genere dal diritto di voto attivo e passivo. Nel 1874, il deputato radicale Salvatore Morelli presentava un disegno di legge «per assicurare con guarentigie giuridiche la sorte dei fanciulli e delle donne», accomunando, in sintonia con la mentalità dell’epoca, due componenti della società ritenuti deboli e da tutelare, facendo anche risaltare l’eterna condizione di minorenni per le donne5.

La dizione “giovani”, allettante per i suoi rimandi positivi nell’immaginario collettivo, ha racchiuso fino a oltre la metà del Novecento un mosaico molto complesso, che negli Settanta e Ottanta, con il movimento femminista e le politiche di pari opportunità, si è per così dire sdoppiata declinandosi nei due generi, femminile e maschile6. Anche oggi, però, conserva talune ambiguità, mantenendo i contorni della nebulosa lessicale.

La resistenza e la politicizzazione dei e delle giovani, prima e dopo la nascita della Repubblica democratica, operano concretamente quella ribellione e trasformazione dell’autorità familiare che in parte l’associazionismo emancipazionista, soprattutto socialista, aveva già contribuito a definire, con la critica alla patria potestà, alla famiglia asimmetrica, indissolubile e gerarchizzata, con la pratica delle antesignane famiglie di fatto e unioni fra lo stesso sesso. In Italia, infatti, sono stati soprattutto alcuni settori del movimento femminile socialista e del partito ad aver dato una forte accelerazione allo svecchiamento della morale, soprattutto cattolica; ad esempio con la presentazione di leggi sul divorzio da parte degli Onorevoli Agostino Berenini e Agostino Borciani ai primi del Novecento, con la pratica delle cosiddette libere unioni, che oggi chiameremmo coppie di fatto, e il rifiuto di un modello matrimoniale come unica scelta di vita. Il mutamento era rintracciabile nei comportamenti, piuttosto che nelle dichiarazioni di principio. Alcune delle donne socialiste più attive nel Partito infatti, mettono in pratica, anche privatamente, una nuova morale sia individuale, sia allargata a una nuova famiglia, contraria ai dettami prevalenti nella società. Si ponevano quindi come agenti attivi di cambiamento, e come modelli emancipatori. A cominciare da Anna Kuliscioff che, peregrinando per il mondo come messaggera apolide dell’anarchismo, incontra Andrea Costa, dal quale ha una bambina, Andreina. Non regolarizza la sua unione con l’anarchico italiano, e non fu mai vista di buon’occhio dai genitori di Costa, per i quali essa rimase sostanzialmente un’estranea, venuta da lontano. La teorica del socialismo riformista manifestò sempre un grande desiderio d’indipendenza e d’autonomia: mano a mano che i rapporti con Andrea Costa si raffreddavano, provvide da sola alle necessità economiche della figlia, non vivendo certo nell’agiatezza, specialmente nell’inverno trascorso a Napoli, dove riuscì a laurearsi in Medicina con la figlia malata e bisognosa di cure. Riguardo al matrimonio, nelle sue lettere al Costa è molto esplicita, come quando scrive alla fine del suo rapporto: “Non sono romantica, ma desidero la realtà umana (…) perché dunque battere la strada tradizionale dei mariti e delle mogli?”7.

Argentina Bonetti ha poco più di vent’anni quando conosce il trentasettenne professore Abdon Altobelli. Ha già tenuto la sua prima conferenza, diciottenne, nell’84, in un circolo di Parma, intitolata L’emancipazione della donna. Ma anche Abdon testimonia un diverso rapporto fra i sessi. La nascita del primo figlio, infatti, mette Argentina di fronte all’esigenza di dover conciliare le cure della maternità con il lavoro politico di presidente della Società Operaia. Abdon porterà il peso della situazione familiare, consentendo ad Argentina di riprendere la sua attività. La Bonetti ricorda che il marito cercava di tenere “accesa la fiaccola dell’ideale”, le portava giornali e libri adatti a perfezionare le sue idee e a tenere vivo lo spirito combattivo; spesso ripeteva che voleva che non si spegnesse in lei la bella fiamma della sua idealità. “E i miei compagni si ricordavano sempre di me e mi rinnovavano di tanto in tanto gl’inviti a riunioni, conferenze, mi nominavano in qualche Commissione; così fui nominata nella Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro che a Bologna si stava organizzando: mio marito volle che accettassi tale carica”8.

Anna Franchi consolidò via via le sue simpatie per il socialismo. Accettò di parlare, dopo il deputato Berenini, firmatario insieme all’altro socialista Borciani della proposta di legge sul divorzio, in un comizio al Teatro Politeama di Livorno; era gremito di donne, e si espose in prima persona nella sua città natale. Lo stesso Berenini sarà l’autore della prefazione al romanzo autobiografico della Franchi Avanti il divorzio!, uscito nello stesso anno, 1902. Il libro fu tanto coraggiosamente autobiografico da mantenere il suo nome e quello del marito, modificando solo i cognomi. Il romanzo divenne un testo base nel duello verbale accesosi dentro e fuori il Parlamento tra divorzisti e anti divorzisti. Anna Franchi fu una delle poche emancipazioniste, grazie anche alla sua lunga vita, ad aver creato un ponte con le donne più giovani, pubblicando un libro negli anni Quaranta, intitolato Cose di ieri dette alle donne di oggi9.

A tradurre in pratica quella morale socialista che, all’avanguardia, aveva rifiutato il matrimonio tradizionale fu, forse più delle altre, Maria Giudice. Qualificatasi fin dagli inizi della sua attività di militante e propagandista, socialista “intransigente”, si unì a Carlo Civardi, giovane agricoltore di Stradella, in libera unione, mettendo al mondo sette figli, che divisero con lei situazioni di grande indigenza e difficoltà legate alle conseguenze dell’attivismo politico: il nomadismo da una località all’altra, gli arresti, il carcere, talvolta il licenziamento. Coerente nei suoi ideali politici fino a pagarne tutte le conseguenze, fu in sintonia nella vita privata con la nuova morale socialista che criticava il matrimonio tradizionale borghese, in quanto si serviva della maschera dei sentimenti per nasconderne la vera sostanza: un rapporto di proprietà in cui la moglie era, al pari di tante altre merci, un oggetto. Un’etica laica, è stata definita quella della Giudice, non priva di saldi obblighi morali10. Un episodio narrato da Angelica Balabanoff dà una piccola idea della difficoltà di sostenere tali scelte; nel 1910, Maria Giudice schiaffeggiò il direttore di una rivista clericale che aveva avanzato pesanti riserve sulla sua moralità11.

Lo spirito di critica, la ribellione, la forza della rottura, l’anticonformismo, sono le caratteristiche che ritroviamo nella generazione di rottura della Resistenza, nella generazione sessantottina e nelle ragazze che preferivano come modelli Lilith e le streghe del passato condannate al rogo. Le due sfere in cui i giovani emergono distintamente, con la connotazione anagrafica di teen-ager, e come emblema di trasgressione sociale, furono il sociale con i mutamenti di costume e la politica, con il ribellismo12, nella conflittualità sociale nel ‘68 e nel neo femminismo degli anni Settanta. Tra quel protagonismo e gli anni della contemporaneità, la loro identità si è progressivamente prevalentemente attestata a un bivio fra l’essere considerati un problema, invece che una risorsa, comunque un nodo politico e un banco di prova della classe dirigente, scomodi destinatari di un welfare svuotato13.

  1. La continuità dell’associazionismo femminile

L’associazionismo femminile prefascista e del secondo Novecento, da parte sua, ha ricompreso al suo interno, a volte senza le parole per dirlo, nel senso che non si è soffermata su cosa intendeva, i giovani, riferiti alla famiglia, alle donne e ai giovani. Nell’associazionismo italiano, è stata la teorica italiana del femminismo, Anna Maria Mozzoni, tra le prime, a circoscrivere un’età “politica”, rivolgendosi nel 1884 Alle fanciulle, a seguito della decisione di Costantino Lazzari di scrivere una versione italiana dell’opuscolo di Kropotkin Ai giovani; accolse il suo invito a completarlo con un appello alla parte femminile. La sua frase d’esordio è: “Io parlo a voi, fanciulle di diciotto anni, e suppongo la vostra mente snebbiata dallo studio, il vostro spirito curioso dei misteri del mondo e della vita e la vostra fantasia invaghita di nobili ideali (…). Il vostro cuore batte all’unisono col cuore dell’umanità – voi amate tutto e tutti – il vostro giovine essere dischiuso da ogni atrio alla vita, palpitante di aspirazioni grandi ed indefinite e divorato dal bisogno di affetti, si compiace di impersonare tutti quegli ideali in un giovane (…)”. Anna Maria Mozzoni passa implacabilmente in rassegna tutte le illusioni della giovinezza, menzionando anche l’adolescenza, dipingendo con tratti di penna amari, ma reali, la vita adulta di giovani ignare. Il ritratto poteva adattarsi in realtà a più di una generazione a venire.

“(…) Ma ben presto, o fanciulla, tu ti accorgi che tutto lo studio che hai fatto non è apprezzato in te neppure da quelli stessi che te lo han dato. Tu ti accorgi che tutte le virtù che ti furono decantate, le lezioni solenni di grandezza che imparasti nella storia, l’amore intenso della libertà che succhiasti nelle pagine dei classici, il senso estetico che si veniva educando nella tua mente e nel tuo occhio, aveva nel pensiero dei tuoi genitori e dei tuoi maestri un tutt’altro scopo da quello che in allora ti apparve. Tutto quell’apparato di virtù, di bellezza e di sapere non aveva che l’umile scopo di adornare la tua parola ed imprimere una certa eleganza alle tue maniere e in tutte le tue manifestazioni, come si addossa al cavallo una ricca gualdrappa. Come questo si adorna per onorare il padrone, così tu eri adornata per appagare la vanità del tuo futuro marito. Poiché tu non puoi procedere nello studio senza lottare contro difficoltà economiche o esclusioni legali, o pregiudizii invincibili; – non puoi lavorare perché tutto il lavoro nobile e lucroso è accaparrato dalla gioventù dell’altro sesso; – non sei libera perché la legge ti assoggetta al marito e devi obbedire a chiunque ti mantiene per necessità e da questa necessità non puoi uscire se non assoggettandoti a lavori servili faticosi e che non ti caveranno, di solito, la fame.

Tu ti accorgi che la missione che ti è inesorabilmente tracciata è una vita tutta riempita da noiose, minute e quotidiane pratiche della vita domestica, sicché il lavoro materiale automatico, continuo, senza diritti, senza mercede, senza indipendenza, senza riposo e senza dignità, è la tua parte.

Un brutto giorno, fanciulla, tu passerai la triste rassegna delle tue amiche di adolescenza per vedere quanto i vostri bei sogni di quella età si siano avverati e vedrai, questa caduta nelle mani di un marito brutale al quale la legge presta man forte – quella vedovata in fresca età con una schiera di bimbi, che offre indarno la mente ed il braccio a lavori che l’uso e il pregiudizio non le concedono e patisce la fame – quell’altra che sedotta e povera ha dovuto strapparsi dal petto il figlio dell’amore illegale e darlo alla pubblica carità e ne ignora il destino – un’altra ancora che si dibatte fra le ritorte odiose di un matrimonio indissolubile giovine e bella con un uomo cadaverico d’anima e di corpo – un’ultima che stretta dalla miseria e circuita dai mercatori di carne umana è data in pascolo alle tarde libidini di un decrepito Nababbo per un prezzo che essi hanno intascato e che ella paga di persona…”14.

Per l’associazionismo emancipazionista femminile, ma anche misto, nato in Italia alla fine dell’Ottocento e attivissimo nei primi decenni del Novecento l’indefinitezza anagrafica rappresentò un’occasione di crescita. Per esempio nella costruzione di un rapporto fra donne giovani e meno giovani che esulasse dalla consueta rete femminile, quella del vicinato, della parrocchia, delle gerarchie familiari e parentali. Un confronto fra pari, su progetti politici, non più basato sulle sole logiche della seduzione, sulla caccia al matrimonio, sulla solitudine domestica; un’anticipazione quasi di quella sorellanza femminista, termine inventato negli anni Settanta che però aveva un precedente storico nel sostantivo “sorella” con cui si chiamavano fra loro le suffragiste militanti anglo americane15.

Per le famiglie, l’associazionismo femminile fu un alleato prezioso e tra gl’indubbi protagonisti di un impianto teorico e pratico del welfare16. La coscienza delle diverse età, accomunate da una condizione trasversale di genere deficitaria, si sviluppò anche grazie all’urgenza delle riforme, alle proteste per una svilita condizione femminile e alle contraddizioni legate proprio alle diverse età delle socie. All’interno delle associazioni, le giovani erano nello stesso tempo soggetti-oggetti delle loro attività. Solitamente, erano donne pienamente adulte quelle che vi dedicavano tempo ed energie, ma era anche vero che nell’associazionismo fu presente anche un’osmosi generazionale; talvolta, invece di avere potere decisionale maggiore le più mature, fornite di status sociale e livello culturale, furono le giovani ad avere la meglio, per la qualità delle loro proposte e perché giudicavano timide le rivendicazioni, per esempio sul diritto di voto. Nel 1910, le due anime del Comitato nazionale pro-Suffragio, quella aristocratica e quella democratica, vennero in urto; il Comitato pro-voto di Torino deplorava la spaccatura perché le donne erano tutte egualmente prive dei diritti politici e la lotta di classe per esse non aveva alcun senso. Teresa Labriola, docente universitaria di Filosofia del diritto, figlia di Antonio Labriola e vice presidente del Comitato romano pro-suffragio su “Il Giornale d’Italia” affermava che il preteso scisma era stato ingrandito nella sua importanza. Alla domanda del giornalista che le chiedeva di riepilogare la storia del dissenso rispondeva: “V’è nel Comitato un gruppo di suffragiste che io chiamerò giovanile e che vorrebbe vedere l’opera e il movimento del gruppo coronati da pratici risultati (…) il malumore serpeggiava quindi da gran tempo (…) io che ho maggiori contatti con quello che ho chiamato gruppo giovanile e che è appunto il gruppo dissidente ne ebbi sentore e rassegnai più volte le mie dimissioni”17.

La vita reale e il diritto consuetudinario non contribuivano certo a fare chiarezza su una certa fisionomia giovanile. Educate fino alla metà del Novecento a piacere e a compiacere, per crearsi ad ogni costo una famiglia, e per obbedire al modello corrente e vincente femminile, pudico, non ambizioso, contenuto nelle parole e ossequioso alla tradizione, le donne sono considerate e ampiamente definite, eterne minorenni, anche per l’incapacità giuridica che le accompagnava per tutta la vita. La maternità, evento che nella sua naturalità, le sottraeva al divenire storico e concreto, era per così dire, anche il luogo dello spossessamento: evento massimamente privato, che comportava un rischio di vita molto elevato, ma socialmente e giuridicamente attribuito al padre, con la patria potestà; lo “spossessamento” della maternità raggiungeva contorni paradossali nei casi che oggi vengono fatti rientrare nella dizione di molestie morali e sessuali, stalking, pedofilia, atti osceni in luogo pubblico, induzione alla prostituzione, violenza o tentata violenza sessuale, incesto. Le mogli e madri, infatti, non potendo citare in giudizio autonomamente gli autori di violenze nei confronti delle figlie, si rimettevano alle decisioni del pater familias che poteva accettare, caso non infrequente, un risarcimento in denaro. Permaneva quindi l’idea che il corpo femminile potesse essere valutato economicamente, come del resto già avveniva con la dote, e l’ingresso tardivo e spezzettato per le donne nell’amministrazione della giustizia non faciliterà la rimozione di questo stereotipo; l’avvocatura, come tutte le libere professioni, sarà una realtà a partire dal 1919, la Magistratura dai primi anni Sessanta. Alcune sentenze della seconda metà del Novecento confermano ampiamente come gli stereotipi mentali siano duri a morire. Per la Corte di Appello di Firenze, il reato della seduzione con promessa di matrimonio è grave perché “secondo le attuali condizioni etico-sociali che predominano nell’odierna società, l’amplesso ante nuptias viene considerato come sintomo di dissolutezza e disordine morale ed è certamente fonte di discredito per la donna oltre che morale anche economico ove si consideri la maggiore difficoltà di sistemazione matrimoniale che ne deriva(Sentenza 12 dicembre 1962). Circa vent’anni dopo, nel 1981, anno dell’abolizione del delitto d’onore, il Tribunale penale di Siena liquidava a titolo di risarcimento del danno ad una giovane sedicenne violentata da nove uomini la somma di lire novanta milioni con la seguente motivazione: “Poiché nella moderna società una ragazza violentata non può trovare adeguata sistemazione economica nel matrimonio deve essere risarcito il danno in misura tale da consentirle una propria autonomia economica”. Le venne così consigliato di aprire un negozio di merceria18.

Si deve certamente anche all’incremento esponenziale delle donne nelle professioni giuridiche e nella magistratura e a un movimento mondiale, la vasta e anche raffinata gamma terminologica di cui disponiamo oggi per distinguere diverse tipologie di violenze e coercizioni. La giurista Catharine MacKinnon pubblica in America alla fine degli anni Settanta Sexual Harassment of Working Women, considerandola una forma di discriminazione sessuale e quindi una infrazione ai Civil Rights del 1964,  mentre il concetto di molestie entra nell’orizzonte mentale collettivo e nel lessico grazie anche all’azione di sensibilizzazione da parte della Commissione delle Comunità europee, con le Raccomandazioni dei Codici di condotta nei luoghi di lavoro e una Guida pratica per combatterle. In Italia, nel 1990, per la prima volta nel contratto di lavoro dei metalmeccanici è introdotto il concetto di molestie sessuali; viene modificato l’art. 18, quello che regolava in modo asessuato i rapporti nelle aziende e le molestie sono considerate una violazione del diritti delle lavoratrici e dei lavoratori oltre che un abuso di potere quando sono praticate da un superiore.

Il dibattito e tutta l’attività spesa dall’associazionismo femminile per la lotta alla regolamentazione della prostituzione, che lega primo e secondo Novecento, mescola anch’esso le carte e identifica per giovani quelle che erano e sono bambine, comunque minorenni. La cosiddetta tratta delle bianche, che sarebbe più giusto definire tratta di pedofili, coinvolgeva bambine di dieci-dodici anni e oggi non ha affatto mutato i contorni anagrafici, raggiungendo contorni globali con il turismo sessuale.

L’Asilo Mariuccia, destinato ad accogliere le giovanissime vittime della cosiddetta “tratta delle bianche”, nasce a Milano nel 1902 in aperto contrasto con il tradizionale pietismo assistenziale che, se interviene sul bisogno contingente delle prostitute non si interroga sui meccanismi che inducono al traviamento delle prostitute e soprattutto non pone le basi per un reale recupero delle prostitute19. L’artefice era Ersilia Bronzini, fondatrice dell’Unione Femminile, che ha tuttora la sue sede a Milano, espressione di un cosiddetto “femminismo pratico”, sposata all’avvocato Luigi Majno, difensore di numerosi socialisti dopo la repressione del 1898, tra cui Anna Kuliscioff; l’idea era quella di un rifugio dove, senza alcuna formalità burocratica, senza distinzione di religione e nazionalità, potessero essere accolte le giovani esposte al pericolo di venire immesse nel giro della prostituzione, cioè le figlie di prostitute o di carcerati, le bambine abbandonate dalle famiglie e prive di assistenza o vittime di maltrattamenti, di violenza carnale, d’incesto, e in generale tutte coloro che si trovassero a vivere in ambienti malsani; l’Asilo fu intitolato alla memoria della figlia della Majno, Mariuccia, morta di difterite all’età di tredici anni. La scomparsa era avvenuta mentre la madre si trovava a Roma per una riunione sui diritti femminili. Il conseguente strascico di sensi di colpa aveva portato Ersilia a disinteressarsi di qualunque impegno politico, e l’Asilo la aiutò a superare, dopo un primo momento di disinteresse a riprendere la lotta per la causa. Le cartelle biografiche dell’Asilo contribuiscono a dare un’idea molto precisa, a fornire una mappa milanese della miseria e della prostituzione ufficiale. Fra le cause determinanti, c’erano il sovraffollamento e la promiscuità abitativa. I vicini denunciavano spesso la violenza dei genitori nei confronti dei figli: fame e abbandono venivano guardati a volte come disgrazie inevitabili, a volte come segno di colpevole negligenza e le percosse erano per lo più considerate come rimedio necessario per raddrizzare cattive inclinazioni. Se però si passava il segno, se la violenza diventava una pratica quotidiana e gratuita se i padri o i fratelli abusavano sessualmente delle bambine e delle ragazze e se le inducevano a prostituirsi, allora l’indignazione faceva superare persino la tradizionale diffidenza popolare nei confronti delle forze dell’ordine e si giungeva alla delazione o all’aperta denuncia.

Amelia M., di dieci anni, era stata ricoverata all’Asilo per iniziativa della sua maestra che intendeva sottrarla a un ambiente “corrotto”, giacché in un’unica stanza dov’erano collocati un letto matrimoniale e due brande, vivevano i genitori, cinque figli e due pigionanti e la voce “pubblica” sosteneva che i due fossero amanti della madre la quale manteneva tutti quanti. Una piccola degente dell’Ospedale maggiore, al pari di molte sue coetanee, aveva raccontato con grande disinvoltura di essere stata violentata e infettata dal “pensionante” di sua madre. Non l’aveva raccontato alla mamma per non farla inquietare e aveva preferito confidarsi con la nonna. Questa aveva reagito violentemente e aveva accompagnato la piccola in questura, spaventandola a morte: la bimba aveva pensato che il processo si sarebbe fatto contro di lei.

La sensazione d’indifferenza e di rifiuto da parte dei parenti nei confronti delle bambine ricoverate all’Asilo era largamente motivata dal comportamento di molte famiglie che ricorrevano al ricovero come una forma di “esposizione” delle figlie già grandicelle, non potendo o non volendo provvedervi oltre. Specie se le bambine erano malaticce, storpie o comunque inadatte al lavoro e avevano “fallito” anche nel mondo della prostituzione perché troppo deboli o inquiete, l’Asilo appariva come una soluzione semplice e soprattutto gratuita: bastava calcare la mano sul loro carattere ribelle e dissoluto e sul bisogno di un controllo severo.

Le ispettrici scoprirono che non soltanto molte bambine venivano appositamente impiegate in quei settori di lavoro che nascondevano un vero e proprio traffico di prostituzione minorile, come le stirerie, le sartorie, gli atélier di modisteria e simili, ma anche che, se per un qualche caso fortuito una piscinina riusciva a mantenersi indenne, avendo incontrato una delle poche “maestre” o padrone oneste, i parenti giungevano ad inventare di sana pianta episodi di violenza subiti dalla bimba. Il fenomeno dell’abbandono delle minori, che dalle fonti dell’Asilo risulta piuttosto rilevante, non era tipico degli strati più poveri della popolazione: per quanto in apparenza meno diffuso che in queste, appare una pratica cui si ricorreva persino nella piccola e media borghesia. Bianca P., di undici anni, era stata adottata dalla sorella e dal cognato alla morte del padre, un tempo benestante. Il cognato stesso non aveva preoccupazioni economiche e coltivava velleità intellettuali; ciononostante, dopo qualche tempo dall’inizio della convivenza, l’uomo condusse Bianca all’Asilo perché “oziosa e bugiarda”. In particolare, annotava Ersilia Majno, “le sue iniquità sarebbero: giocare colle altre bambine, non accendere il fuoco, non lavare gli indumenti della famiglia, non ripulire e aver adoperato la corda da stendere i panni per giocare”. Inoltre, aveva distrutto sette numeri delle appendici de “Il Secolo”, cui il cognato teneva molto “essendo letterato”.

  1. Associazionismo femminile e femminista: eredità e novità del secondo dopoguerra

Passeranno molti anni prima che le giovani individuate nel XIX e prima metà del XX secolo come fanciulle, diventino interlocutrici dirette del loro destino, con il neo femminismo degli anni Settanta e poi con un curioso capovolgimento anagrafico, si raddoppino. Marina Piazza, nel 1999, chiamerà le sue contemporanee, donne di cinquant’anni, Le ragazze di cinquant’anni; nate fra il ’43 e il ’53, sono le stesse che nel ’68, un anno che simbolicamente ha segnato una soglia nell’evoluzione della società italiana, avevano fra i 15 e i 25 anni; una generazione che è ridiventata di ragazze, bambine e preadolescenti nell’intervallo fra gli anni Cinquanta e il miracolo economico, poi studentesse delle scuole superiori e universitarie in numero crescente, poi giovani impiegate e operaie dell’autunno caldo. Sono in età matrimoniale e riproduttiva negli anni Settanta, con la ridiscussione collettiva delle relazioni fra i sessi. Entrano nel mercato del lavoro all’inizio degli anni Settanta e non lo lasciano più, lavorano molto in qualità e intensità, negli anni Ottanta-Novanta. Una generazione speciale, di svolta, perché attiva protagonista di fortissimi cambiamenti sociali20.

A traghettare da una tipologia all’altra il genere femminile contribuì sia l’associazionismo femminile del secondo dopoguerra, sia, ancora più radicalmente, il femminismo. Nell’associazionismo femminile che caratterizza il secondo dopoguerra, il nuovo e il “giovane” si mescolano ancora. In un’inedita forma di governo per l’Italia, quella repubblicana, debutta un fenomeno ancora più inedito, il voto alle donne. Protagoniste dell’educazione alla politica, della lotta contro l’assenteismo, della ricostruzione, le associazioni femminili sono un misto di nuovo e di rinnovato, di giovane e di veterano. Delle due, nate a poca distanza l’una dall’altra nel ’44, il Centro Italiano Femminile, legato al mondo cattolico e alla Democrazia Cristiana, basato sulla dottrina sociale della Chiesa, si giovava anche delle preesistenti associazioni di Azione Cattolica; il Centro faceva appello a tutte le donne cristiane cattoliche; la seconda, l’Unione Donne Italiane, legata all’ideologia marxista, nata con la Resistenza, a forte pregiudiziale antifascista, era decisamente più nuova e si rivolgeva a donne giovani che lottavano per un mondo rinnovato, sostanzialmente comuniste e socialiste. Nell’associazionismo terza forza, erano presenti associazioni e federazioni di associazioni preesistenti al fascismo, soppresse o auto soppresse e rinate dopo la guerra, come il Consiglio Nazionale delle donne italiane (CNDI), la Federazione Italiana Laureate Diplomate Istituti Superiori (FILDIS), l’Unione Femminile (UF), associazioni di categoria come l’Associazione italiana Donne Medico (AIDM), dovuta all’impegno di Clelia Lollini, una delle quattro figlie del deputato socialista Vittorio Lollini e della pacifista Elisa Agnini, la Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari (FIDAPA), nata nel 1930 e il Soroptimist, club fondato a Milano nel 1928; o organismi del tutto nuovi come l’Associazione Nazionale Donne Elettrici, (ANDE) che nasce nel 1946 come associazione-organizzazione politica e apartitica, fondata all’indomani del riconoscimento del diritto di voto alle donne italiane su iniziativa di Carla Orlando e di un gruppo di donne di diversa formazione politica interessate ad “acquisire e far acquisire maggiore coscienza politica” agli elettori e soprattutto alle elettrici21.

L’associazionismo del secondo dopoguerra affrontò gli anni della ricostruzione, rivolgendosi a generazioni giovani e adulte; generazioni divise, più che in età diverse, in tre segmenti diversi: la vita prima della guerra, nella guerra e nel dopoguerra. “Per i nati troppo tardi, il ruolo generazionale può consistere nello stabilire, sistematizzare e diffondere una lettura del mondo innovativa e anticonformistica”22, come farà il mondo associazionistico nello stabilire un rapporto innovativo fra donne e politica, fra l’eleggere e l’essere elette, fra diritti e doveri.

L’associazionismo femminile del secondo Novecento, inoltre, così versato personalmente nell’impegno civico e sociale, si trovò ad affrontare una novità che per le generazioni precedenti, impegnate concretamente a mettere insieme il pranzo con la cena, come si dice, sarebbe stata quasi impensabile, quella della nascita del tempo libero. L’associazionismo però, sia quello di matrice cattolica con il richiamo alla serietà dei comportamenti, alla morale che scivolava nel moralismo, al rifiuto del “mescolamento fra i sessi”, sia quello laico ugualmente basato sull’impegno sociale e politico come regola di vita, propugnava un messaggio scomodo per i giovani; il tempo libero si combina presto per loro con gli agi del primo consumismo.

Per di più, fra l’associazionismo e il neo-femminismo non correva del tutto buon sangue. Jolanda Torraca, segretaria generale per lunghi anni del Consiglio Nazionale Donne italiane23 (federazione di associazioni nata a Roma nel 1903), scrive a metà degli anni Settanta, in risposta a quanti le chiedono, conoscendo il suo impegno, che cosa pensi dei nuovi movimenti che si affacciano tumultuosamente alla ribalta politica dando un impulso decisivo alla questione femminile attirando a sé tanta parte delle giovani: “Ho sempre risposto che condividevo le loro aspirazioni a far diventare la donna una persona cosciente di se stessa e non più un oggetto, ma che avevo qualche perplessità sui metodi adoperati per raggiungere questo scopo principale, su alcuni punti sui quali si incentra la loro azione. Non sono gli eccessi tumultuosi dei cortei e delle manifestazioni che mi spaventano: forse sono inevitabili, data la difficoltà di farsi ascoltare in un ambiente sociale così impregnato di tradizionale divisione dei ruoli, ossia, come suole dirsi con brutto termine, di “maschilismo”. Certo, bisognava rompere i vetri per far entrare aria nuova; quello che mi preoccupa sono le reazioni della grande massa femminile, che non è fatta solo di giovanissime e che capisce fino ad un certo punto quella “liberazione attraverso la sessualità” di cui tanto parlano i vari gruppuscoli neo-femministi. C’è un che di morboso nelle confessioni collettive attraverso le quali la donna dovrebbe trovare la sua nuova identità, e sono sicura che quel metodo respinge la parte migliore delle donne, quelle che hanno già conquistato un loro equilibrio interno.

Un altro dubbio solleva in me il metodo di lavoro adottato da gran parte dei gruppi femministi: l’orrore di qualunque organizzazione e gerarchia e l’affidarsi a una romantica e poco realistica visione delle forze che agiscono nella compagine sociale non può portare che alla sconfitta finale di tutto il movimento. Non per essere scettica inveterata, ma per esperienza storica dovuta alla lunga lotta femminista nell’ambito di organizzazioni come il Cndi che si riallacciano alle origini stesse del femminismo internazionale, sulla fine del secolo passato, io finisco col temere fortemente le fiammate, le esplosioni improvvise, a cui seguono inevitabili delusioni e scoraggiamenti. Non è la prima volta che le donne avanzano la loro protesta, sperando di riuscire a dare una loro impronta alla convivenza umana, che da lunghi secoli è stata costruita e condotta unicamente da uomini, in una concezione nella quale contano soprattutto la forza, il dominio, le guerre. Senza una lunga e tenace conquista dei posti chiave, dove avvengono le scelte politiche, è inutile illudersi di poter cambiare qualcosa nelle strutture sociali (…) ma non vi può essere felicità e cioè armonia se non dove non ci sono né padroni, né schiavi, né uomini dominanti né donne sottomesse. Perciò io dico alle nuove femministe: battetevi, maturate in voi stesse i vostri problemi. Ma non perdete i contatti con le altre donne che lavorano come voi, seppur con minor clamore, e studiano soluzioni pratiche ai problemi della donna. E soprattutto, non disprezzate lo spirito di organizzazione, la partecipazione ad attività concrete. Inseritevi negli organismi politici che ora si aprono alle donne: cercate di essere realistiche accettando di discutere anche con altre donne che non la pensano come voi, ma che fondamentalmente perseguono gli stessi scopi”24.

Era in discussione negli anni Sessanta e Settanta l’intero sistema di rappresentanza partitica, sindacale, associazionistica. Per alcune ragazze di allora, si aprì la doppia militanza, partito e movimento, che si rivelò scomoda per le loro biografie personali, ma preziosa per i frutti che portò. Anche se dichiaratamente anti istituzionale o extra istituzionale, il femminismo, grazie anche alla cosiddetta doppia militanza femminile, fuori e dentro partiti e istituzioni, contribuì lo stesso al successo di provvedimenti legislativi che hanno cambiato non solo l’orizzonte legislativo, ma l’immaginario collettivo del Paese. Dai primi nuclei del Movimento di liberazione della donna (MLD), che insieme al Partito Radicale propagandava la necessità del divorzio, alla legge n. 194 di tutela e difesa della maternità, passata nella vulgata come la legge sull’aborto, attraverso la riforma del diritto di famiglia, la nascita dei consultori, legge istitutiva degli asili nido, il tempo pieno nelle scuole elementari e medie, l’abolizione del delitto d’onore, la prima legge contro la violenza sessuale, nel 1996, dopo venti anni di gestazione e discussioni, l’istituzionalizzazione delle politiche di pari opportunità, di matrice europea, ha preso l’avvio e si è consolidata una rivoluzione dai molti frutti  ((Le leggi delle donne che hanno cambiato l’Italia (2012), Roma, Fondazione Nilde Iotti. Per un quadro storico-politico del femminismo, Ginevra Conti Odorisio (2000), La rivoluzione femminile, Roma, Enciclopedia Treccani, Appendice. )).

Le giovani donne degli anni Settanta entrano in un mercato del lavoro favorite da una domanda nuova e in espansione nel settore dei servizi, della pubblica amministrazione e nel lavoro dipendente. Tra il ’72 e il ’92, gli occupati nel terziario aumentano dal 42% al 60% a scapito d’industria e agricoltura, e i tassi di femminilizzazione nel medesimo settore passano dal 31 al 41%. Di tutta l’occupazione aggiuntiva nel periodo, il 30% circa va a commercio, turismo, e ristorazione (commesse, cameriere, coadiuvanti nei negozi, ma anche interpreti, contabili, analiste di marketing, pubblicitarie); il 16% circa va a credito e assicurazioni; sono donne il 70% circa dei nuovi impiegati e funzionari delle banche, società assicurative e finanziarie; più del 30% va alla pubblica amministrazione e nei servizi; il 18% circa va a servizi privati alla persona da quelli domestici alle palestre, alle psicanaliste. “Come se le donne avessero maturato una capacità e conoscenza del lavoro di servizio in casa durante il decennio degli anni Sessanta, un decennio che vede la nascita della figura della casalinga, avessero poi studiato e forti dei diplomi, andassero a fare quel lavoro di servizio per cui avevano maturato competenze professionali, ma anche trasversali, all’interno dell’attività di cura, disponibilità all’altro, espressività, capacità di mediazione, attenzione ai bisogni”25.

Di fatto, uno degli slogan femministi era il contrario di quello che affermava Jolanda Torraca: siamo realiste, vogliamo l’impossibile. Rispetto ai giovani per i quali nulla era sbiadito, nessuna dilazione concessa, e l’attivismo sociale non conosceva soste, le donne delle associazioni tradizionali sembravano quasi immobili. In entrambi, associazioni tradizionali e movimento femminista, rimaneva la vita all’insegna della pluralità: riunioni periodiche, convegni, assemblee per quest’ultime, gruppi di studio, collettivi, assemblee, seminari, cortei, manifestazioni, sit-in, marce, redazioni collettive di manifesti e tazebao, volantinaggi, comizi spontanei, e organizzati, ascolto corale di coloro che in tempi recenti sono stati definiti cattivi maestri per i contestatori e le femministe. Nella mitizzazione spinta di martiri politici, eroi partigiani, guerriglieri, oppressi di ogni tipo, che ribaltavano con la lotta e la ribellione la loro condizione, dai contadini vietnamiti, ai tupamaros, ai palestinesi, ai niggers americani, da cui le donne mutuarono lo slogan «nero è bello come donna è bello», quest’ultima prendeva parte a una rivoluzione sociale quale quella femminista, grondate poco sangue, ma molti frutti in quanto a mutamenti di mentalità e di costume; uno di quegli avvenimenti che per F. Braudel andrebbero annoverati nei mutamenti di lungo durata.

Il femminismo, tradito nel senso di tramandato al pari di ogni altro avvenimento, ha sofferto però del suo apparentamento con il “vento del ’68”. Né gli ha giovato “la ripetizione della tradizione” che, come per ogni altro avvenimento-chiave, aiuta la persistenza nella memoria e nell’immaginario collettivo. Sia la contestazione giovanile e operaia infatti, sia l’epilogo ben più tragico degli anni di piombo sono stati accolti di fatto e commentati dalla cultura ufficiale, dai mass media, dagli opinions leaders come avvenimenti del tutto pertinenti alla storia politica e sociale vera e propria, mentre si è fatta un’operazione di rimozione e insieme di semplificazione per tutto quello che il femminismo ha comportato, insistendo più volentieri sui suoi eccessi. Eppure, i nessi con la politica erano forse più forti di quelli stabiliti dalla contestazione studentesca e dal movimento operaio, anche perché più nuovi rispetto a un rapporto stagionato con la militanza politica che gli uomini potevano vantare. Anche i numeri lo confermano: nel fatidico ’68, la rappresentanza politica femminile in Parlamento dopo l’avvio trionfale delle donne espresse dalla Resistenza, era al suo minimo storico e riprenderà a salire solo dopo gli anni Settanta. La fatica di trovare gli spazi per un’adeguata trasmissione da parte del femminismo è dipesa anche dal fatto che la protesta dei subalterni o degli esclusi che sembra aver caratterizzato tutto il XX secolo, il conflitto fra le classi, quello fra imperialismo e proletariato e via dicendo, aveva pronte categorie di pensiero analitiche politico-esistenziali interpretative preesistenti, capaci di accoglierli e sistematizzarli, sì da renderli decifrabili e quindi rassicuranti anche per chi era semplice spettatore; non altrettanto poteva dirsi per la rivoluzione privata e pubblica femminista. La storia cosiddetta di genere debutta in Italia solo nella seconda metà degli anni Sessanta, la storia dell’associazionismo femminile, che costituisce terreno privilegiato di studio per chi scrive, è ancora più tarda e ancora oggi non dispone di un numero affollatissimo di studi, rispetto a quello maschile.

In tutte le manifestazioni collettive che hanno animato la contestazione, agiva un corpo sociale ancora indistinto nella sua sessuazione, come dotato di un’unica identità sessuale o meglio super sessuale, anche perché in molta parte della sinistra giovanile maschile era radicata la convinzione che la fine dell’oppressione dell’intera classe lavoratrice avrebbe significato automaticamente anche la cessazione dell’oppressione femminile. Di fatto, nel ’68 le donne vissero in larga parte il contrario e cioè la particolare misoginia degli illuminati di sinistra. Gli “angeli del ciclostile”, le compagne impegnate politicamente tanto quanto i loro compagni, sperimentarono in altro modo i limiti di una destinazione naturalmente subordinata del lavoro femminile, segreteria e supporto organizzativo, contraddizione ancora più stridente, in quanto mansioni svolte quale corrispettivo di una teorizzazione rivoluzionaria.

Inoltre, è ancora diffusa l’idea che il femminismo sia di poco posteriore al ’68; in realtà, almeno due testi base della contestazione femminista, il Demau (Demistificazione anti autoritaria) e il Collettivo Femminista di via Cherubini a Milano, recano lo stesso anno di nascita. Certo era stato molto importante per le donne rispetto alla loro storia, rigettare la passività come modello socialmente approvato, affrontando il rischio della volgarità e del non consenso, rendersi visibili come corpo sociale ribelle, che in Italia, diversamente che per la Francia rivoluzionaria aveva avuto pochi momenti analoghi. Altro, e non il ribellismo, era stato per molte donne, fatte salve vistose eccezioni, il codice di comportamento più comunemente accettato tanto che in seguito la ritrosia, il silenzio, il mettersi da parte volutamente sono stati usati dalla storia delle donne come categorie interpretative delle voci femminili, come spie della resistenza femminile a (…)”26.

Dopo gli anni Ottanta, definiti quelli del femminismo diffuso o istituzionale, il capovolgimento tra le due tipologie di ragazze, primo Novecento e fine Novecento, si presenta totale: nelle abitudini pubbliche e private, nel costume, negli studi, nelle carriere; mentre l’amore non era ritenuto un elemento necessario nella vita matrimoniale della prima metà del ’900, anzi era disturbante per l’incontrollabilità, la vita affettiva diventa invece ripetibile all’infinito, con le famiglie di fatto o nuovi matrimoni; la singletudine non diventa una sconfitta affettiva, ma una scelta; se prima l’obbligo di fedeltà escludeva da solo il plurale “amori”, considerato che il codice civile puniva diversamente l’adulterio maschile e femminile, il plurale contraddistingue invece, anche se da non molti anni, la famiglia, per i tanti modelli presenti oggi con nuove combinazioni affettive e generazionali. Le nuove famiglie hanno aperto frontiere di libertà, ma anche moltiplicato le problematiche psicologiche e accentuato il giovanilismo delle figure genitoriali, che hanno figli di età a volte lontana fra loro; per le donne, in particolare, le nuove libertà del XX secolo, nel costume, nelle leggi, nella sfera sentimentale e sessuale, nella bioetica, sono il frutto di lotte che hanno significato anche il diritto a vivere le diverse età. Esiste però anche la scarsa consapevolezza nelle giovani generazioni che nella storia delle relazioni fra i generi nulla è acquisito definitivamente; se è utopico pensare che per sconfiggere le degenerazioni si possa pensare a una restaurazione pura e semplice, è altrettanto utopico pensare che tutti gli elementi di cambiamento siano segno di progresso e che non si possa retrocedere.

Il neo-femminismo degli anni Settanta è un esempio palmare di come le semplificazioni possano portare a occultare le contraddizioni. Le manifestazioni di massa femministe che si ribellavano con forza allo strapotere di quello che era definito il patriarcato, erano da un lato verbalmente accusatorie contro il genere maschile, colpevole di oppressione e tecniche violente in famiglia e fuori. Nelle manifestazioni si rivendicava la libertà di movimento anche di notte, uno degli slogan era: la notte ci piace, lasciateci in pace. A distanza di più di quarant’anni, il cosiddetto femminicidio capovolge i termini della questione. Le donne eredi generazionali di un femminismo violento, accusato di violenza verbale e comportamentale, assumono spesso le sole vesti di potenziali vittime di una aggressività quasi del tutto maschile. Nel mondo del lavoro, il contrasto è ancora più stridente. Negli anni Cinquanta, fu considerata una tappa fondamentale la legge di tutela della lavoratrice madre, con la proibizione di licenziamento delle donne sposate e la proibizione quindi delle dimissioni in bianco; oggi, la fame di lavoro e di autonomia spinge ad accettare quello che precedenti lotte avevano cancellato. Ci s’impegna a licenziarsi se si ha la sfortuna d’innamorarsi o di avere un figlio.

Uno sguardo rapido ad alcuni mutamenti della condizione femminile nell’ultimo ventennio mostra chiaramente la complessità dei sistemi sociale, politico, familiare e ancora una volta la polarizzazione delle diverse età. Si va dalle gravidanze in una fase della vita che pochi decenni fa era quella delle nonne, come nel caso di Liliana Cantadori, un’ostetrica modenese che agli inizi degli anni Novanta diventa mamma a 61 anni, alle adolescenti che sfruttano la libertà sessuale con una disinvoltura che apparteneva alle adulte di poco tempo prima, alle bambine che in età da gioco, rischiano di entrare nel mercato della pedofilia on-line. Le leggi intercettano i cambiamenti, ma il costume è talvolta più lento, come nel caso della consapevolezza che la famiglia sia anche un luogo di violenze, abusi e sopraffazioni Nel 1998 è approvata la legge n.269 contro lo sfruttamento sessuale dei minori attraverso la pornografia, con pene severe che però non colpiscono in modo sufficiente le forme più domestiche di pedofilia. Negli anni Novanta, il fenomeno dello stupro che conosce poche differenze d’età, è già in crescita, ma non si parla più solo di stupro tradizionale; c’è una nuova tipologia, quella legata all’uso dell’immagine del corpo femminile, a pochi anni dal successo delle televisioni commerciali e dei siti sul web espressamente dedicati alla pornografia; nel ’91, lo Sportello Immagine della Commissione Nazionale Parità invita a segnalare l’uso gratuito e offensivo della donna nella comunicazione, e sui tavoli si riversano centinaia di lettere, pagine strappate dai giornali e cassette registrate dalle tv; il corpo femminile appare sempre a pezzi, spesso con l’esclusione simbolica della testa.

Le famiglie cambiano anche per numerosità: nel 1992 il tasso di maternità delle italiane inizia a essere il più basso d’Europa, segno evidente di scarsa attenzione verso le politiche di conciliazione. Il sociale sopravanza il politico e il desiderio di formare nuove famiglie induce nove coppie omosessuali a celebrare per finta a Milano il loro matrimonio. Ma sempre più coppie ricorrono anche alle tecniche riproduttive, (cosiddette TRA Tecniche di riproduzione assistita), per avere figli definiti anche “i figli ad ogni costo”; in Internet del resto iniziano a essere sono in vendita ovuli e semi. Il fronte cattolico vieta la fecondazione eterologa, cioè fatta con seme diverso da quello del marito, esclude le donne non sposate e stabilisce l’adottabilità degli embrioni. Ancora nel 2004, la Legge 19 febbraio 2004, n. 40, “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, recentemente modificata, suscita proteste e dibattiti e induce molte coppie e singoli a recarsi all’estero per avere un figlio, instaurando a rovescio un paradosso. Prima della legge n.194, solo le ragazze e le donne sposate o meno benestanti potevano permettersi il week-end a Londra per abortire in modo pianificato nelle cliniche, senza rischi per la salute. La legge n.40, per contro, consentiva solo alle più benestanti di affrontare viaggi all’estero per la speranza di avere un figlio.

Le ex giovani e brillanti studentesse che hanno studiato negli anni Cinquanta-Sessanta colgono i frutti della loro preparazione nelle professioni qualificate e ottengono qualche risultato, offrendosi come modelli positivi alle giovani generazioni; nell’Associazione Nazionale Magistrati, Elena Paciotti diventa la prima donna Presidente, fino al ’99, quando diventa europarlamentare per i DS27. Nei posti di rilievo, sarà la prima volta di Letizia Moratti, come Presidente Rai, di Rosa Russo Jervolino come segretaria del Partito Popolare, e di Emma Bonino come Commissario europeo per i diritti umani. Nel ’95, nello stesso anno in cui la Corte Costituzionale abroga come incostituzionale la norma antidiscriminazione che prevede che nessun sesso possa superare i due terzi nelle liste elettorali; Fernanda Contri ha un seggio alla Corte Costituzionale, Emma Marcegaglia è eletta Presidente dei giovani industriali.

La riflessione sui cambiamenti velocissimi dell’Italia e sulle generazioni di rottura ha prodotto in tempi recenti l’ipotesi che non siano stati “quelli nati dopo”, negli anni Cinquanta-Sessanta a produrre l’innovazione; la generazione di rottura è da individuare nei fratelli e sorelle maggiori. Giuseppe A. Micheli, parlando di discontinuità fra le generazioni, ne I giovani del ‘43, si riferisce ai e alle giovani resistenziali come una generazione che fa scelte per sé e in prima persona. “Nel succedersi antico di generazioni cumulative, adottando le parole di Ortega y Gasset, quella del ’43 è generazione di rottura. Non ripete i gesti degli anziani, li elabora innovativamente per chi a sedici anni, diciotto, venti, non riponeva nelle proprie aspettative i giorni del rischio. Quest’assunzione in prima persona di un agire finalizzato al rispetto di sé, questa rivendicazione d’identità e di dignità pone le basi per ricadute rilevanti sulle pratiche, i valori, gli stati d’animo delle generazioni che a catena si sono succedute, perché non può che essere laddove non è stata solo minoranza sparuta, una generazione punto zero da cui non si può prescindere nella valutazione di quelle successive quale quella in cui la scelta di agire produce in sé, indipendentemente dall’esito dell’azione identità, la sensazione di essere padrone del mondo e di sé”. Esiste un legame generazionale non fra vecchi e giovani, ma tra i giovani di generazioni diverse. “Si tende ad attribuire alla generazione nata nell’immediato dopoguerra teen-ager dei primi anni sessanta, una svolta nei costumi, ancor prima che nella politica, la prima generazione dotata di un’identità generazionale per sé. Ma, a sua volta, quel cambiamento – nelle pratiche, nei valori – è l’eco di un impulso partito una generazione prima, essa sì generazione di rottura. Parlando delle generazioni del ’68 negli stessi anni in cui stava prendendo forma pubblica, Philippe Ariès, sostiene che essa ne ha tratto le conclusioni, perché la rottura in sé è stata perpetrata dai sessantenni di oggi (1979), quando erano giovani, fin dagli anni ’40-’50 del nostro secolo.

Biografia

Laureata in Filosofia e Lettere all’Università la Sapienza di Roma; perfezionata in Storia Moderna presso la stessa Università. Attualmente, Professoressa Associata in Storia delle dottrine politiche, Università di Cassino e Lazio Meridionale, dove è stata Presidente del Comitato Pari opportunità per circa dieci anni; attualmente presiede il Centro Universitario per diversamente abili e il Comitato Unico di Garanzia. Ha fatto parte della Commissione nazionale Parità presso la Presidenza del Consiglio, dal 1994 al 1996. Fa parte del Dottorato Scienze politiche, Università Roma Tre, Curriculum di Studi di Genere, è Presidente dell’Associazione Nazionale Comitati Parità e garanzia universitari. E’ membro onorario di Archivia, per gli Studi di genere, Casa Internazionale delle Donne, Roma. Autrice di libri, saggi e articoli sulle seguenti tematiche: emancipazionismo e associazionismo femminile, diritti civili e politici, socialismo.

Biography

Degree in Philosophy University of Rome “La Sapienza”, (Rome-Italy) and Degree in Literature University of Rome “La Sapienza” (Rome-Italy); PhD in Modern History University of Rome “La Sapienza” (Rome-Italy) Professoressa Associata in History of Political Thought, University of Cassino and Southern Lazio(Rome-Italy) Member-Fellowship PhD Political Sciences, Curriculum Gender’s Studies, University “Roma Tre” (Rome-Italy) Member –Founder of Inter-University Centre for the Women’s History and Social Studies, daily named International Centre for the Women’s History and Social Studies. Member of national Committee for Equal Opportunities 1994-1996. Member Coordinator of Seminar Women, Politics and Institutions, Minister of Rights and Equal Opportunities, as President of the Committee of equal Opportunities, University of Cassino and Southern Lazio 2004-2005, 2005-2006, 2008-2009, 2012-2013. President of Committee for Equal Opportunities in University of Cassino and Southern Lazio(2000-2008). President of Comitato Unico di Garanzia (CUG), since 2012 in University of Cassino and Southern Lazio. National President of National Association Committees for Equal Opportunities in the Universities since 2006. Honorary Member of “Archivia” (Archives, Libraries, and Centre of Women Studies (2007). Authoress of many books and articles about these questions: female emancipation and associations, civil and political rights and socialism.

  1. Si veda di Marisa Rodano (2010), Diario Minimo del mutare dei tempi, Vol. I e II, Roma, Edizioni Memori, 2008 e Memorie di una che c’era, una storia dell’Udi, Milano, Il Saggiatore. []
  2. Di marisa Ombra (2009), La bella politica, La Resistenza, <<Noi Donne>>, il femminismo, Torino, Laissez Passer.  []
  3. Giovani nel ’43. La generazione zero dell’Italia del secondo dopoguerra, a cura di Alessandro Rosina e Giuseppe A. Micheli, (2011), Milano, Bruno Mondadori, p. 60. []
  4. Nelle “radiose giornate di maggio”, prodromiche di una guerra che annuncia la globalizzazione della violenza, i giovani ragazzi sono entusiasti e pieni d’ideali e si mescolano agli adulti. Anna Franchi, socialista e interventista democratica, che definisce in un suo scritto il figlio creatura dolce, quieta, buona, descrive il cambiamento appena dopo lo scoppio del conflitto. «Il mio bimbo era ormai anche lui un uomo, obbediente al pensiero della terra nostra. Io che cos’ero? Più nulla, la fattrice incosciente di questa piccola particella, di una grande unità. Nella seconda guerra mondiale, durante i rastrellamenti tedeschi, gli uomini non hanno precise specifiche anagrafiche, anche se prevalentemente servono fisici maturi da impiegare al lavoro, mentre gli uomini abili sono richiamati alle armi; dall’altro lato la Resistenza ha ricevuto adesioni di ragazzi e, per la prima volta in ruoli combattenti, di ragazze: Marisa Ombra aveva diciassette anni, Marisa Rodano era una studentessa universitaria. Anche i martiri, più o meno consapevoli, di rappresaglie come quella seguita all’attentato di via Rasella, a Roma, morti nelle Fosse Ardeatine, le cui età sono incise sul marmo lugubre, ci riportano a età diversissime.  []
  5. Salvatore Morelli, il deputato “femminista”, patriota legato alla massoneria, eletto nel 1867 nel collegio elettorale di Sessa Aurunca, per primo nel 1868 aveva “scandalosamente” proposto il diritto di voto per entrambi, senza alcuna fortuna. I suoi primi tre Disegni di legge non furono ammessi alla lettura e il neo deputato li stampò e li diffuse a sue spese, ricevendo però consensi dallo schieramento radicale e democratico europeo. Sul patriota salentino, gli Atti del primo Convegno a lui dedicato, Salvatore Morelli (1824-1880). Emancipazionismo e democrazia nell’Ottocento europeo, a cura di Ginevra Conti odorisio (1992), Napoli, ESI, in particolare, il saggio di Anna Maria Isastia, L’attività parlamentare di Salvatore Morelli e Salvatore Morelli: politica e questione femminile, a cura di G. Conti Odorisio (1990), Roma, L’edizioni.  []
  6. Si veda Il Novecento delle italiane una storia ancora da raccontare (2001), Roma, Editori Riuniti. []
  7. Paolo Pillitteri, Anna Kuliscioff. Una biografia politica (1986), Venezia, Marsilio. Lo stesso Costa non dimostrò del resto di aver superato gli steccati morali del proprio tempo, se, dopo aver conosciuto la ventenne Argentina Bonetti, al termine di una conferenza, le disse: “Una figliola come te deve fare all’amore e non occuparsi di politica perché essa è pericolosa e chissà dove potrebbe trascinarti”. []
  8. Sulla prima donna segretaria della Federterra, si veda il denso studio di Silvia Bianciardi, Argentina Altobelli e “la buona battaglia” (2012), Milano, F. Angeli. []
  9. ANNA FRANCHI (1946), Cose di ieri dette alle donne di oggi, Milano, Hoepli. Le emancipazioniste, come Anna Franchi in particolare, perché anagraficamente personaggio di cerniera, essendo vissuta fino al secondo dopoguerra, lottano per l’introduzione del divorzio, ribaltandone l’immagine di elemento distruttore della famiglia; lo considerano invece portatore di una nuova moralità, all’interno di nuclei che erano ormai solo esempi di corruzione e sopraffazione, ma in Italia arriverà ben dopo il diritto di voto nel 1970. Recentemente è stato pubblicato il suo testo Avanti il divorzio, a cura di Elisabetta De Troja (2012), Firenze, Sandron.  []
  10. Vittorio Poma, Una maestra fra i socialisti. L’itinerario politico di Maria Giudice, “Rivista milanese di economia”, Serie Quaderni, suppl. n.37, gennaio-marzo 1991, 30. []
  11. Si veda su tutto ciò F. Taricone, Teoria e prassi dell’associazionismo italiano nel XIX e XX secolo (2008), Cassino, Edizioni dell’Università, II ed., il capitolo IV Socialismo e associazionismo femminile. []
  12. Si veda Luca Gorgolini, I consumi, in Il secolo dei giovani, a cura di Paolo Sorcinelli-Angelo Varni (2004), Roma, Donzelli Editore.  []
  13. Inchiesta sui giovani. Tra disincanto e strategie di vita, a cura di Michele Colasanto (2013), Brescia, La Scuola.  []
  14. Le parole di Anna Maria Mozzoni preannunciano i manifesti femministi degli anni Settanta del Novecento: “Vedrai quanto è lunga la vita, in servizio dell’uomo. E quest’uomo vedrai che, sacerdote, la maledice e la dichiara colpevole e impura e condannata per divino precetto a eterna servitù, – magistrato la dichiara imbecille, incapace, eppure la condanna anche per colpe non sue, – legislatore ne fa il paria e l’ilota della società, – marito la tratta come serva e proprietà, – figlio la indulge per istinto figliale, ma per sentimento educato la considera come creatura inferiore, – libertino la sfrutta, – speculatore la traffica, – moralista la infama. Il testo è stato recentemente riedito, Anna Maria Mozzoni, Alle fanciulle e alle figlie del popolo(2014), Roma, Caravan Edizioni, 7-16. []
  15. Ernestine Rose, in una conferenza del 1844, nell’ambito della New England Social Reform Society, iniziò rivolgendosi alle donne chiamandole sorelle, il principale modo di rapportarsi delle suffragiste dell’Ottocento, in Livia Napoleoni, Ernestine Rose: oweniti, atei e liberi pensatori nell’America puritana del diciannovesimo secolo (2015), Roma, Aracne.   []
  16. Per un esame minuzioso dei modelli teorici e pratici associazionistici e delle società di Mutuo Soccorso in Italia, dal governo liberale, al fascismo, al terzo settore, con uno sguardo agli esempi inglesi e francesi, si veda maurizio Degl’Innocenti (2012), La società volontaria e solidale. Il cantiere del welfare pubblico e privato, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita Editore,  e Fiorella Imprenti (2012), Riformiste. Il municipalismo femminile in età liberale, Soveria Mannelli, Rubbettino.  []
  17. F. Taricone, Teoria e prassi dell’associazionismo italiano nel XIX e XX secolo, cit., 324-325.  []
  18. Violenza sessuale. Venti anni per una legge, a cura di Tina Lagostena Bassi-Alma Cappiello-Giacomo Rech (1998),  Quaderni Rosa Commissione Nazionale per la Parità e le pari opportunità fra uomo e donna, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 20-21.  []
  19. Nei nuclei familiari delle mariuccine convivevano talvolta fratelli e fratellastri divisi tra loro da notevoli scarti generazionali, addirittura dai tre ai trentacinque anni. Teresa B., ad esempio, era illegittima ed era stata allevata da una balia fino all’età di sei anni, quindi era andata ad abitare con una zia. Frequentava con assiduità la famiglia della madre che, sposata una prima volta aveva avuto un figlio; rimasta vedova e risposatasi aveva avuto dal secondo marito altri sette figli. Con loro, abitava anche un anziano pensionante che aveva poi violentato Teresa. Francesca L., orfana di padre da alcuni anni, aveva sette fratelli viventi e nove morti bambini, alcuni dei quali erano nati dopo il decesso di suo padre. Angela R. conviveva con tre fratellastri più anziani di sua madre e quattro fratelli che andavano dai diciotto ai quattro anni d’età. Un’esperienza fondamentale nella vita di parecchie mariuccine sembra dunque essere stata quella di “agglomerati familiari” sovraffollati sui quali gravitavano parenti collaterali e pensionanti. Ai problemi della mancanza di spazio fisico si faceva fronte coll’espellere al più presto gli individui improduttivi che erano potenzialmente in grado di cavarsela da soli (cioè i bambini piuttosto che gli anziani) che venivano mandati a cercare fuori casa il modo di camparsi la giornata e, potendo, di contribuire alle spese comuni della famiglia. Questo fenomeno dava origine al vagabondaggio, alla prostituzione occasionale persino da parte di bambine di sei o sette anni e alla piccola delinquenza (furti di carbone, farina, frutta).

    I racconti delle mariuccine nelle loro lettere offrono uno spaccato dei rapporti intergenerazionali, accusando spesso i familiari d’indifferenza e d’ipocrita simulazione. Essendo uscita da una sala da ballo dove si era recata alla fine di una giornata di lavoro con un giovane conosciuto da poco, Angela S., di quindici anni, era stata invitata dal suo cavaliere a fare una passeggiata verso la campagna; durante il tragitto si erano presentati cinque ragazzi che dopo aver costretto alla fuga il giovane, avevano a turno violentato la ragazza sotto la minaccia di una rivoltella. «Ne fecero scempio», è scritto nella relazione dell’Asilo sul caso, e dopo averle rubato gli orecchini, lacerandole i lobi delle orecchie, «la lasciarono sul prato (teatro dell’obbrobrio) ove rimase tutta la notte spaventata». Giunta all’Asilo ancora sotto choc, per iniziativa della madre era stata fatta visitare dal dottor Medea, psichiatra, il quale la giudicò «un’incosciente, incapace di ravvedersi se non dopo lunga cura morale». La famiglia sollecitò il suo ricovero in una casa di correzione, per non doversi gravare del processo – com’era stato consigliato invece dall’Asilo, si veda Annarita Buttafuoco (1985), Le Mariuccine. Storia di un’istituzione laica l’Asilo Mariuccia, Milano, F. Angeli, 27, cit., in F. Taricone, Ottocento romantico e generi. Dominazione, complicità, abusi, molestie (2013), Roma, Aracne. Per la condizione dell’infanzia nel trapasso dal governo liberale al fascismo, e alla Repubblica, si veda Stato e infanzia nell’Italia contemporanea. Origini, sviluppo e fine dell’Onmi (1925-1975), a cura di Michela Minesso (2007), Bologna, Il Mulino. []

  20. Marina Piazza, Le ragazze di cinquant’anni. Amori, lavori, famiglie e nuove libertà (1999), Milano, Mondadori, I ed., 6.  []
  21. L’ANDE ha presentato nel 2014, il lavoro di riordino del proprio archivio presso il Complesso monumentale di Sant’Ivo alla Sapienza, accessibile online gratuitamente. []
  22. Giuseppe A. Micheli, Il lessico familiare nel ’43. Continuità e discontinuità tra generazioni, in I giovani nel ’43, cit.,105.  []
  23. Si veda Jolanda Torraca, La mia storia. Diario di una sedicenne d’altri tempi (2011), Roma, Epsylon Editrice.  []
  24. . Jolanda Torraca, Lettera aperta sul femminismo, (1976), Notiziario Trimestrale», a. X, n. 4, 25-6, cit., in F. Taricone (2006), Il Centro Italiano Femminile dalle origini agli anni Settanta, Roma, F. Angeli, 251. []
  25. M. Piazza, cit., 22-23. Si veda anche F. Florenzano (2002), Generazione L, Silent generation, baby boomers, baby busters, generazioni X, W e Y alle soglie del terzo millennio, Roma, Edup. []
  26. È il periodo delle oceaniche manifestazioni di piazza, delle gonnellone a fiori e della grande solidarietà femminista, scrive Beatrice Pisa. Il movimento cresce acquistando valenze politiche collettive e individuali: il vissuto delle donne e le loro aspettative s’intrecciano profondamente con le grandi battaglie di massa. Queste, infatti, fin da principio assumono la particolarità di rappresentare lotte di rivendicazione sociale, cioè richieste di un più adeguato status di cittadine, ma nello stesso tempo d’essere momento di ricerca d’identità personale e collettiva. Questa feconda, se pur problematica duplicità, è a mio parere la motivazione del particolare andamento del movimento delle donne, incostante, alternativo, inaspettato rispetto alle consequenzialità politiche più sperimentate. Questa è anche la motivazione delle difficoltà a tenere l’obiettivo dimostrata in questi anni, della notevole percentuale di abbandoni della militanza, dell’alta problematicità interna rispetto a temi e modalità di lotta, La politica delle donne tra identità e rivendicazione (1991), in «MondOperaio», ottobre, 66.  []
  27. Si veda Anna Maria Isastia (2013), Donne in magistratura. L’Associazione Donne Magistrato Italiane ADMI, Livorno, Debatte Editore.  []

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