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Posted in Aula, Numero 35 - Aula, Numero 35 - Giugno 2014, Numero 35 - Rubriche, Primo piano

Giacomo Matteotti. Prolusione alla Camera dei Deputati nel 90° della morte,  10 giugno 2014.

Giacomo Matteotti. Prolusione alla Camera dei Deputati nel 90° della morte, 10 giugno 2014.

Maurizio Degl’Innocenti

L’uomo

Giacomo nacque a Fratta nel 1885. I genitori erano Gerolamo (1839-1902) e Elisabetta Garzarolo (1851-1931), di condizione modesta. Il padre veniva da Pejo, da una famiglia di calderai. Ebbero in esercizio un negozio di mercerie e di ferramenta: lavoratori tenaci e risparmiatori raggiunsero una media agiatezza investendo in terreni e fabbricati. Dei genitori Giacomo ci ha lasciato un’immagine viva:

la irrequietudine che la tien sempre in movimento, sempre in attività, dalla mattina alla sera, quasi mai un momento seduta. Non ha avuto quasi nessuna istruzione; ma conosce praticamente più di tanti uomini. È all’antica, ma nessuna cosa moderna la offende, e anzi aborre la femminilità indolente o sentimentale. In alcune cose le assomiglio; ma in altre assomiglio a mio padre: negli occhi, nel mento, e nella durezza del carattere, che lo aveva lasciato solo contro i molti, odiato e calunniato spesso, così che le mie facili vittorie di oggi mi sembrano la dovuta rivendicazione: è anche un debito che io assolvo, è una speranza nutrita fin da bambino, quando mi struggevo per non capire e per non potere.

È soprattutto in questa veste, di madre premurosa nei confronti del figlio impegnato, che ci viene restituita dalla documentazione a noi pervenuta. In quanto al padre si sa che Giacomo gli avrebbe dedicato quel grosso lavoro sulla Cassazione al quale da tempo stava attendendo, e che mai avrebbe visto la luce.

Giacomo ebbe due fratelli: Matteo (1876-1909), il maggiore, e Silvio, che si occupava delle aziende di famiglia. Entrambi morirono prematuramente per etisia. Perduto il padre a diciassette anni, Giacomo subì l’influenza decisiva di Matteo. Questi, compiuti gli studi universitari a Venezia e a Torino, aveva pubblicato il volume L’assicurazione contro la disoccupazione, per i tipi Bocca nel 1901, mentre aveva lasciato incompiuto un lavoro su Pauperismo e la disoccupazione, e una ricerca documentaria sui primi carbonari di Fratta. Consigliere comunale e provinciale, sindaco di Villamarzana, presidente della Sms di Fratta, Matteo contribuì non poco a istradare il fratello più giovane verso l’idealità e la militanza socialista. Al saggio sulla Recidiva Giacomo premise la seguente dedica: “Alla memoria di Matteo, fratello mio e amico, che con occhio affettuoso protesse il crescere di queste pagine, e non poté vederne il compimento”; e così chiamò il secondo nato.

Resta da dire di Velia Titta, conosciuta all’Abetone nel 1912, moglie dal 1916. Dotata di notevole cultura, fu anche autrice di un romanzo L’idolatra, che pubblicò nel 1920 presso l’editore Treves sotto lo pseudonimo di Andrea Rota. Fu la compagna di vita, punto di riferimento costante sul piano psicologico a cui comunicare speranze, preoccupazioni e ansie; insostituibile sostegno e completamento affettivo, allietato dalla nascita di tre figli, tutti chiamati con curiosi vezzeggiativi; attrice sensibile di un intimo dialogo di natura strettamente culturale. La corrispondenza con Velia a noi pervenuta ci restituisce un Matteotti passionale, amante della vita, dell’arte, del cinema della musica, viaggiatore sempre curioso, ma costituisce anche una straordinaria e vivida fonte documentaria sugli eventi in corso. Tra tutti, oltre ai commenti vivaci sull’evoluzione della crisi dello Stato liberale e sui suoi protagonisti, mi preme qui sottolineare la testimonianza sul clima peggio che intimidatorio, persecutorio e costantemente minaccioso non solo nei confronti della sua persona, ma addirittura della famiglia, specialmente dopo che nel marzo 1921 fu “bandito” dal Polesine, e gli fu impedito di svolgervi regolarmente le funzioni di amministratore pubblico e di deputato.

Grazie all’agiatezza famigliare Giacomo era stato in grado di compiere gli studi superiori. Fatto il liceo ginnasio al “Celio” di Rovigo, si iscrisse a Giurisprudenza a Bologna, dove si laureò il 7 novembre 1907 discutendo la tesi Principi generali di Recidiva con Alessandro Stoppato, giurista eminente di orientamento clerico-moderato, deputato e senatore dal 1920. Rivista, fu stampata per i tipi Bocca nel 1910 con il titolo La recidiva. Saggio di revisione critica con dati statistici. Vi sosteneva l’urgenza della riforma del sistema penale e penitenziale e nel capitolo conclusivo intitolato La liberazione dal carcere caldeggiava come “ultimo grado di evoluzione il moderno principio della pena a tempo indeterminato”, cioè la determinazione giudiziaria di un massimo alto “insieme a larghissime facoltà di liberazione anticipata”, sia pure in subordine a controlli e garanzie.

È subito da notare che la formazione giuridica di Matteotti era già di livello europeo, ed egli continuò a perfezionarla nel corso del 1910-11 con viaggi all’estero, in Inghilterra, Belgio, Olanda. Francia, Austria e Germania, non mancando altresì di continuare a frequentare lo studio bolognese di Stoppato. Questi lo esortava alla libera docenza e alla carriera universitaria, e in effetti Matteotti prese a collaborare alle riviste “Il Progresso del diritto criminale” di Emanuele Carnevale, alla “Rivista di diritto e procedura penale” di Eugenio Florian, socialista, e alla “Rivista penale” di Luigi Lucchini, conservatore. L’impegno politico diventò ben presto assillante, specialmente dopo che nel 1910 fu eletto nel consiglio provinciale per il mandamento di Occhiobello, nonché sindaco di Villamarzana e di Boara. Ma l’attrazione degli studi penalistici rimase ugualmente viva. Nella compresenza di tali e tanti impulsi avvertiva una propria momentanea “debolezza”, che gli sembrava di ostacolo al buon fine dell’impegno, qualunque esso fosse. È un punto importante, questo, per comprendere il carattere di Matteotti: la tensione verso un obiettivo compiuto, che poi tale non avrebbe mai potuto essere del tutto, e in ciò l’impulso ad agire con tenacia e in prima persona.

Negli anni 1917-19 riprese di buona lena gli studi quando, sotto le armi, a fronte delle incombenze materiali della vita di caserma, “proprio lo studio [restava] una delle maggiori consolazioni”. Nella seduta del Consiglio provinciale del 5 giugno 1916 aveva fatto un duro discorso contro la guerra, pur aderendo al programma assistenziale annunciato, per cui fu denunciato e processato per il reato di grida e manifestazione sediziosa e condannato dal pretore di Rovigo, condanna confermata in Appello nel 1917, finché la Cassazione non ne annullò il dispositivo senza rinvio con la motivazione dell’insindacabilità dei discorsi dei consiglieri provinciali nell’esercizio delle funzioni. Chiamato alle armi fu comunque trasferito lontano dal fronte, a Messina, come “pervicace violento agitatore, capace di nuocere in ogni occasione agli interessi nazionali e pericoloso”. Gli scritti di quegli anni furono orientati prevalentemente su problematiche processuali, connessi all’impegno maggiore per il trattato sulla Cassazione. Posto in licenza nel marzo 1919 e in congedo illimitato il 16 agosto 1919, con attestato di “buona condotta e di avere servito con fedeltà ed onore”, Matteotti tornò immediatamente all’impegno politico e dovette pertanto interrompere, e questa volta definitivamente, gli studi penalistici, nonostante le sollecitazioni di Florian e Lucchini. Proprio quest’ultimo il 10 maggio 1924, forse anche nel tentativo di sottrarlo al clima pesantemente persecutorio di cui era vittima da tempo, lo esortava a riprendere l’impegno scientifico per la libera docenza. Declinando l’invito del “maestro” e rimandando gli “studi prediletti” a tempi più lontani, Matteotti rispose: “Non solo la convinzione, ma il dovere oggi mi comanda di restare al posto più pericoloso, per rivendicare quelli che sono secondo me i presupposti di qualsiasi civiltà e nazione moderna”. In realtà Matteotti non abbandonò affatto l’attitudine allo studio, ma piuttosto la declinò a sostegno dell’attività politica e amministrativa.

Le testimonianze, suffragate anche da immagini fotografiche, ci consegnano un Matteotti magro, quasi smilzo, sia pure agile nei movimenti; ma in quella magrezza tutte tendevano a evidenziarne la grande energia interiore. In tale rappresentazione molto contribuivano le sue capacità razionali, di sistemazione argomentativa, di critica e di sintesi, che tanto, accompagnandosi alla vis polemica, irritavano avversari e contraddittori. Florian le attribuiva senz’altro alla “mentalità di giurista”. Lo straordinario rigore di Matteotti, se era immediatamente percepibile, al punto da mettere perfino a disagio, non era facilmente decifrabile. Dante Gallani, che gli fu compagno di partito ma in una corrente avversa, ne assimilò la personalità ad “una strana interessante fusione di due elementi che sembrano antitetici: metodo riformistico e temperamento intransigente”. Una difficoltà interpretativa neppure superata da alcuni commentatori recenti.

Giova in proposito porre attenzione sull’insistenza di Matteotti sul motivo della “fede, [che] è più forte di ogni cosa, e rinnova continuamente le speranze ottimiste, che danno sempre forza al lavoro“, anche a fronte del “disagio” e del “tormento” derivanti dalle difficoltà contingenti, dal rischio dell’insuccesso nell’immediato, dall’apparente modestia delle cose trattate, perfino dalla solitudine. Era “il bisogno di avere sempre un desiderio, un’aspirazione”, perché la vita era buona, e quello solo bastava per farla bella. L’“aspirazione” si andò concretizzando nella politica, anche perché “le speranze della scienza erano troppo lunghe a maturarle, e così, pur tra difficoltà e frustrazioni ricorrenti, la intese e la visse con straordinaria intensità”. In particolare il socialismo, soggetto deputato alla lotta emancipatrice, sembrò concretizzare in una sintesi felice l’idealità che proiettava in un futuro lontano e l’agire quotidiano del movimento per traguardi concreti e graduali.

Il politico

In un’età, tra ’800 e ‘900, nella quale le masse facevano il loro ingresso nella storia, c’era la percezione di far parte di un moto generale, di concorrere ad una fase storica nuova, di progresso sociale e economico, a beneficio dell’intera umanità ma per impulso dell’universo lavorativo, il quale, per potersi dispiegare pienamente, presupponeva l’opera di attori provenienti dalle file della borghesia colta. Come, per l’appunto, era Matteotti. Egli infatti era fiducioso che al proletariato, in quanto figlio della industrializzazione e della modernizzazione della società, spettasse il compito primario di indirizzare tale processo nel segno della giustizia sociale, della libertà individuale e collettiva, della solidarietà diffusa. Per lui il socialismo era meta ideale, ma anche militanza, prassi concreta perché esso non costituiva un bene assoluto in un sistema chiuso e predefinito, bensì un ideale che si concretizzava e si definiva nel farsi. Matteotti fu un riformista perché pensava e operava per il graduale e progressivo allargamento della cittadinanza politica e sociale, senza dogmatismi ma con tenacia assoluta e rigore inflessibile. Coltivava un’idea di socialismo che si faceva fattore etico, strumento pedagogico, che poneva a premessa del cambiamento, anzi ne considerava natura intrinseca la spinta dal basso, la partecipazione consapevole, l’azione costante che sola avrebbe reso durature le conquiste. In altre parole, lo identificava in una grande opera di civilizzazione, che collegava la militanza all’educazione e alla formazione del cittadino. Da qui derivava anche l’impegno per le istituzioni scolastiche, specialmente elementari e popolari. Alla vigilia del Congresso di Bologna del 1919, Matteotti scriveva su “La Lotta”:

Il socialismo esige non soltanto la lotta e la vittoria sopra la classe avversaria, ma anche e soprattutto la lotta e la vittoria sopra noi stessi, sopra i lavoratori medesimi, per toglierne i sentimenti egoistici e prepararli al socialismo.

Insomma, “il più” era riuscire a “costruire il socialismo dentro di noi”.

Partendo dalla normativa esistente si adoperava per studiare i passaggi consentiti, le forzature ammissibili, ma senza mai proporsene la rottura, e le spiegava ai compagni. A suo avviso, l’emancipazione non si alimentava della capacità taumaturgica del decreto dall’alto, ma di esperienze vissute, di impegno quotidiano, di competenze acquisite: si faceva patrimonio collettivo diffuso. Sul piano delle alleanze, era contrario tanto al collaborazionismo sistematico con i partiti borghesi, di indirizzo democratico o liberal-progressista, a lungo prevalenti nei centri urbani del Polesine, quanto all’intransigentismo assoluto. Ammetteva le alleanze solo se dettate da ragioni pratiche e contingenti, ma in ogni caso era contrario ad un indirizzo astrattamente predeterminato. Nelle polemiche con l’intransigentismo-rivoluzionario di Costantino Lazzari e di Arturo Vella, e poi di Mussolini, che aveva assunto la direzione del Partito socialista al congresso di Reggio Emilia del 1912, Matteotti osservò che la realtà era fatta di paradossi e di contraddizioni e pertanto chi si proponesse di trasformarla avrebbe dovuto “applicarsi ad essa in tutte le sue sinuosità, risalirla per tutti i suoi meandri”. In alternativa al “puritanesimo infecondo nell’intransigenza negativa, intorno al sogno dell’urto miracoloso che scrolla il mondo borghese”, poneva la ricostruzione evolutiva della società, pur nella consapevolezza che

questo metodo penetrativo fatto di fermezza e di interesse fondamentale e di pieghevolezze e duttilità esteriori, fatto di transigenze formali e di intransigenza sostanziale [avrebbe richiesto] nei capi, nei sotto-capi e nelle truppe una maturità, un’accortezza, un macchiavellismo ed una onestà, una spregiudicatezza e una moralità, un’agilità e una coscienza, che sono rarissimi a trovarsi insieme.

A suo dire, ciò richiedeva

un lavoro enorme, molteplice, vario: propaganda e organizzazione, revisione teorica e azione pratica, studio ed esperimento, preparazione tecnica per le riforme legislative, preparazione per l’opera amministrativa nei Comuni; facoltà di comprendere l’ideale e il reale, l’immediato e il lontano: da discernere il lecito e l’illecito; di conoscere l’anima popolare, di non titillarla demagogicamente, ma non di prenderla di fronte ed allontanarla da sé con atteggiamenti ad essa inaccessibili; di accostarla e piegarla, e educarla ad essere astuta ma insieme diritta, pratica e idealistica, socialista insomma: e non dovrebbe esserci bisogno di aggiungere altro! (Come intendiamo il riformismo, in “La Lotta”, 26 agosto 1911).

Matteotti si concentrava in particolare sui livelli intermedi e sui corpi sociali come momenti essenziali del graduale processo riformatore, che si faceva nel mentre i lavoratori imparavano a gestire la cosa pubblica e gli istituti economici e sociali improntati alla solidarietà. I nuclei di base della nuova società erano il Comune, la scuola, la cooperativa, la lega. Nel redigere il capitolo Ordinamento finanziario del Comune per il manuale dedicato agli amministratori locali (Alla Conquista del Comune, Società editrice Avanti! 1920) ammoniva che

i lavoratori devono impadronirsi di questa materia [quella amministrativa], così come essi conoscono l’uso del martello, l’uso dell’aratro o l’uso di una macchina nelle officine. Il Bilancio, i Conti, le Imposte sono appunto gli strumenti del mestiere dell’Amministratore pubblico, che il socialismo vuole sottratto ai capitalisti per darlo ai lavoratori.

E ricordava altresì che gli “obblighi” non avevano solo un valore formale, bensì anche sostanziale, perché i socialisti dovevano dimostrare che la proprietà pubblica o collettiva “può essere amministrata almeno altrettanto bene e utilmente quanto quella privata” (Alla conquista del Comune. Manuale per gli amministratori degli enti locali, Milano Società edtrice Avanti!, 1920). Qualche anno dopo, nel programma del Partito socialista unitario pubblicato nel 1923, avrebbe espresso la convinzione che nel Comune i socialisti potevano “anticipare quei modi di convenienza, quella prova di famiglia umana solidamente unita in mutui scambi di forza, di opere, di servizi, che rispondeva alla nostra ideale speranza”.

Accanto ai bisogni materiali, sempre impellenti, delle campagne, riteneva che piaga diffusa e endemica, ostacolo ad ogni possibile progresso, fosse costituita dalla sopravvivenza dell’analfabetismo. A Fratta si registrava allora un indice di analfabetismo del 43% sul totale della popolazione superiore a 6 anni. L’impegno di Matteotti amministratore si orientò costantemente a estendere la scuola primaria, poi a curare le strutture educative di sostegno, anche con contributi personali. Tra le prestazioni alla persona, attribuite all’ente territoriale, considerava questa tra le prioritarie: vera e propria pietra di paragone per il comune socialista, anche nell’abito della rivendicata autonomia nei confronti del centralismo statale.

L’importanza attribuita da Matteotti alla lega gli derivava dall’esperienza maturata in Polesine, nelle cui campagne erano avventizi, boari, obbligati, piccoli proprietari e fittavoli. Soprattutto per i braccianti, afflitti dalla ricorrente disoccupazione e da miseri salari, a cui né i pur ingenti flussi migratori né la pratica della quotizzazione delle terre potevano avere effetto risolutivo, la lega, unità sindacale di occupati e di disoccupati, diventava uno strumento di tutela essenziale, e nello stesso tempo l’embrione della comunità solidale che nella mentalità del rurale finiva per rappresentare un microcosmo. Il successo del modello leghista risiedeva nella natura di strumento di difesa salariale ma ancor più di distribuzione del lavoro attraverso l’ufficio di collocamento e, nel dopoguerra, l’imponibile minimo di manodopera. Assai meno si prestava alle esigenze delle altre figure della campagna. Ad integrazione dell’azione sindacale, Matteotti assumeva la cooperativa, specialmente di lavoro, sulla base dell’esperienza positiva maturata in Emilia e Romagna. “La cooperazione – scriveva nel marzo 1910 – ha un campo sconfinato d’azione perché tende a ‘democratizzare’ il capitale, e a liberare i lavoratori dagli intermediari”. Ma il punto di fondo restava sempre lo stesso: la “sostituzione” degli istituti capitalistici sarebbe stata possibile e comunque avrebbe potuto avere successo solo in presenza “dei medesimi elementi di abilità e di competenza che possano sostenere nelle strenue battaglie”. Lo strumento cooperativo, così completava o, addirittura, sviluppava l’organizzazione del lavoro implicita nella lega, superando due difficoltà destinate a ripresentarsi all’istituto della resistenza, così come allora si chiamava l’azione sindacale, e cioè il fatto che nella pratica dopo una vittoria l’organizzato si dimenticava dell’organizzazione, e il rischio che il crescendo rivendicativo potesse ledere “il rapporto economico che deve necessariamente esistere tra compensi al lavoro e al capitale per l’equilibrio occorrente alla produzione”. Anche se, aggiungeva subito, tale eventualità era da scartare perché i salari dei braccanti e dei contadini erano ancora troppo bassi per poter minacciare il capitalismo agricolo.

Insomma, il riformismo di Matteotti si alimentava dell’esperienza del Polesine rurale. Matteotti era il politico del territorio, esponente autorevole e indiscusso di quella che oggi, forse con una certa enfasi, si proclama democrazia orizzontale. Egli interpretava al meglio anche le caratteristiche del partito socialdemocratico: la natura pedagogica. Non se ne nascondeva tuttavia i limiti di fondo: il permanere del localismo, la frammentazione, l’impreparazione, le intemperanze, che erano di ostacolo ai processi di unificazione politica e organizzativa a livello provinciale, e alla traduzione delle esperienze acquisite nella formazione di quadri responsabili e capaci, al cui conseguimento assegnava l’efficacia dei risultati parzialmente conseguiti. Era vero che il sindacalismo rivoluzionario della Camera del lavoro di Donada era stato riassorbito, ma altri frazionismi si ripresentavano ora nel nome dell’intransigentismo assoluto così come più tardi del massimalismo e del comunismo, ora nelle tendenze bloccarde e filomassoniche specialmente nei centri urbani, che egli intendeva di ostacolo all’emancipazione delle stesse organizzazioni economiche.

I successi politici, graduali alla vigilia della guerra mondiale, addirittura travolgenti nel 1919-20, autorizzavano le più liete aspettative, e, sia pure per poco tempo, misero in ombra i limiti sopra indicati. Nelle elezioni politiche del 1919 degli otto seggi disponibili per il collegio Rovigo-Ferrara, i socialisti ne conquistarono sei ottenendo il 73% dei voti validi, e nelle amministrative dell’anno successivo essi conquistarono tutti i 63 comuni del Polesine, mentre portarono 38 consiglieri su 40 nella Provincia. Il Polesine era diventato la provincia più rossa d’Italia! Eppure nel giro di un anno o due, a partire dal marzo 1921 e dalla costituzione del blocco nazionale per le politiche del 15 maggio di quell’anno, si verificò lo smantellamento completo dell’edificio socialista, evidenziandone l’intrinseca fragilità nonostante le apparenze. Del resto, nel clima radicalizzato del biennio rosso (1919-1920), di cui fu componente significativa il massimalismo prevalente all’interno del Partito sulla scia della rivoluzione russa e nel presupposto della crisi irreversibile dello Stato liberale, Matteotti si trovò condannato alla minoranza nel suo stesso Polesine, sollecitato a contenere le spinte più estremistiche e velleitarie nella salvaguardia della integrità delle organizzazioni economiche, ritenuta patrimonio irrinunciabile tanto in vista del rinnovo del patto agrario, e, non meno, della ragione storica del riformismo socialista. Certo, al di là di tutto, nel 1921-2 il crollo del movimento fu repentino e massiccio proprio in relazione alla distruzione sistematica e militare di tali istituti da parte dello squadrismo fascista, pronto, beninteso, a fornire percorsi alternativi con l’inquadramento nelle corporazioni. Fu una decapitazione capillare e perfino feroce della dirigenza e dell’apparato socialista. La valenza intimidatrice dell’esibizione minacciosa della forza, inquadrata e mobile, nei cui confronti le istituzioni dello Stato operanti sul territorio, dalle forze dell’ordine alla magistratura, si mostrarono remissive o addirittura acquiescenti, fece il resto, non lasciando scampo. La tesi storiografica di chi, ancora oggi, voglia ipotizzare alternative efficaci agli appelli socialisti al rispetto della legalità, assunti sbrigativamente a presunta acquiescenza e inattività, non ha fondamento. Ma ugualmente c’è da interrogarsi sul senso di smarrimento, condiviso dallo stesso Matteotti, a fronte dell’improvviso venir meno dell’opera di civilizzazione operata in trenta anni sul territorio e del suo destino.

 

A Montecitorio

Sulla spinta della crescita del movimento socialista polesano Matteotti giunse a responsabilità di livello nazionale. Già al congresso dei comuni socialisti del gennaio 1916, egli si era segnalato autorevolmente in rappresentanza dei comuni piccoli e rurali; e da lì si era fatta fama di dirigente capace e autorevole. Le elezioni del 1919 lo proiettarono in Parlamento e negli organi dirigenti del Partito, dove gradualmente si impose per competenza, capacità argomentativa, impegno. La vicinanza alle posizioni turatiane si rivelò decisiva, e nella sintonia con il “maestro di socialismo”, consolidata da rapporti personali strettissimi, diventò nel 1923-4 un promettente leader del socialismo europeo. Ciò nonostante Matteotti non cessò mai di guardare al suo Polesine, anche come cartina di tornasole per riflettere sugli equilibri nazionali. L’efficacia della sua denuncia della violenza fascista e dei suoi effetti duraturi e traumatici sulle istituzioni dello Stato liberale traeva forza da lì.

Alla Camera, dove entrò il 26 novembre 1919, fu protagonista di un’attività straordinaria. Di proverbiale diligenza, non mancava mai alle sedute in aula o nelle commissioni. Si è calcolato che in poco meno di cinque anni tenne 106 discorsi e interventi. Fece parte della Giunta generale del bilancio e di quella per l’esame dei Trattati di commercio e delle tariffe doganali. Quando, nelle tornate del 24-26 luglio 1920 e 6 agosto 1920, la Camera modificò il suo regolamento istituendo le Commissioni permanenti, Matteotti entrò a far parte della Terza Commissione, quella Finanze e Tesoro, dove fu confermato anche nella XXVI legislatura. Infine fu segretario della Commissione parlamentare per la riforma della burocrazia i cui lavori iniziarono il 28 settembre 1921. Prese la parola per la prima volta il 21 dicembre 1919. Si discuteva della proroga dell’esercizio provvisorio 1919-20, e Matteotti illustrò un odg di condanna della politica economica del governo Nitti, colpevole di non riparare la falla aperta nel bilancio italiano dalle spese di guerra, senza colpire gli indebiti arricchimenti. Soprattutto ne criticava la mancata imposizione di un’imposta sul capitale, cosicché riteneva che gli oneri fossero fatti ricadere sulle masse lavoratrici. Analoga denuncia di tale “politica di classe della borghesia” pronunciò nel discorso del 28 maggio 1920, sulle comunicazioni del secondo governo Nitti, così come su quelle dei Governi successivi, di Giolitti e di Bonomi. Sostenendo tale linea, Matteotti riteneva, come disse nella seduta del 21 luglio 1921, che i socialisti si rendevano “i veri rappresentanti della Nazione”. Un commentatore autorevole come Achille Loria ebbe a definire la relazione di Matteotti del 10 agosto 1922 sullo stato di previsione delle entrate per l’esercizio finanziario 1922-3 documento di “sapienza legislativa”.

In materia fu quasi sempre designato a oratore ufficiale dal Gruppo parlamentare socialista, del cui direttivo entrò a far parte. Gli argomenti che furono oggetto dei suoi interventi furono molteplici, e in alcuni momenti la sua presenza alla Camera assunse un ritmo addirittura incalzante. E così furono sempre puntuali e numerosi gli interventi polemici, le interruzioni date e ricevute, alle quali non si sottraeva, perfezionando quell’esperienza del contraddittorio con gli avversari nel quale eccelleva senza mai scomporsi e mantenendo piena lucidità. Preme qui sottolineare comunque almeno tre campi prioritari della sua attività, oltre al principale sul bilancio dello Stato. Innanzitutto, quello di natura regolamentare a tutela delle prerogative parlamentari o addirittura delle norme statutarie. In particolare Matteotti non accettava che al parlamento fosse impedito il controllo della circolazione monetaria e di una politica economica che tendeva a coprire con mezzi straordinari i disavanzi dei bilanci ordinari, occultando di fatto il debito pubblico il cui ammontare sui dati ufficiali al 31 marzo 1920 era valutabile in circa 83 miliardi di lire, ma che egli ricalcolava per 93 miliardi, a cui poi ne aggiungeva un’altra trentina con il calcolo della differenza dei cambi (seduta del 27 giugno 1920). Né si può tacere qui la ribellione di fronte alle tendenze autoritarie del Governo Mussolini, specialmente dopo la legge Acerbo nella quale coglieva la volontà di schiacciare le minoranze, fatte passare come ”antinazionali”.

Il secondo piano era quello del riordino della finanza locale, dove presentò anche un ddl per un riordino organico dei tributi. In parallelo si adoperò per la riforma della legge elettorale amministrativa, che tuttavia rimase ferma al Senato. Il terzo era quello dell’ordine pubblico. Matteotti fu tra i primi a richiamare l’attenzione del Parlamento sul dilagare delle violenze fasciste nel Polesine e in Emilia e Romagna, denunciando il filofascismo del ceto liberale e individuando la ragione d’essere del fascismo nell’aspirazione degli agrari a non permettere che i loro profitti fossero contenuti dall’azione sindacale delle leghe contadine; e di quello individuando la linea della strategia militare squadrista nell’abbattimento dell’“organizzazione dei lavoratori”. Documentando il favore concesso in loco dalle autorità, arrivò a accusare il Governo Giolitti di complicità, ammonendo che, così continuando, i lavoratori avrebbero perso ogni fiducia nello Stato democratico: “Per conto nostro, proclamò, mai come in questo momento abbiamo sentito che difendiamo insieme la causa del socialismo, la causa del nostro Paese e quella della civiltà”.

Il 10 e il 17 marzo e il 27 luglio 1921 tornò a interrogare il Governo sulle violenze nel Polesine.Il 2 dicembre 1921 pronunciò il secondo grande discorso contro il fascismo. Il Gruppo parlamentare socialista aveva presentato una nuova mozione di censura sulla gestione dell’ordine pubblico. Nella circostanza le interruzioni furono tali che il presidente De Nicola fu costretto a sospendere la seduta. La parole di Matteotti suonarono gravi e solenni: continuava

la violenza inesorabilmente voluta e organizzata, [perché] continua[va] la complicità del Governo, e nessuno sorge[va] in questa Camera a comprendere l’immensa tragedia del popolo e dell’animo nostro, noi sentiamo che questo è anche l’ultimo sforzo […], ogni legame civile sarebbe irreparabilmente disciolto.

La successiva seduta del 12 dicembre 1921 sulle mozioni socialiste a seguito del fallito tentativo del “patto di pacificazione” e sulle spedizioni punitive risultò tesissima. Lo stesso avvenne il 20 maggio e il 13 giugno 1922. Ancora il 20 maggio 1922, al Governo Facta, che si era formato il 15 marzo 1922, Matteotti tornò a rivolgere un’interrogazione sull’occupazione militare di Rovigo da parte di 10000 fascisti, facendo presente che gli imputati di precedenti omicidi politici erano stati assolti da giudici compiacenti o impauriti sotto la minaccia delle squadre fasciste.

Il tentativo dei socialisti riformisti di condizionare il Governo per una più efficace politica interna che contenesse il dilagante fenomeno squadristico si andò chiaramente delineando dopo le elezioni del 15 maggio 1921 che avevano portato alla Camera 35 deputati fascisti e 10 nazionalisti, eletti nel listone del blocco nazionale. In occasione del discorso programmatico del Governo Bonomi del 18 luglio 1921, immediatamente successivo a gravi episodi di violenza verificatisi il 10 e 12 luglio, Matteotti scrisse a Velia:

Noi cercheremo di non dar troppo contro il Ministero, per averlo almeno un po’ favorevole, o che almeno diventi meno ingiustamente complice dei fasci. Ormai anche gli altri pare che la capiscano. Treviso e Grosseto e Viterbo hanno fatto traboccare il vaso.

Infine, il 25 luglio 1921: “Il ministero ha una grande votazione. Noi abbiamo votato contro; ma per le nostre aspettative avremmo volentieri votato a favore o per lo meno astenuti”. Al Congresso nazionale socialista di Milano dell’ottobre 1921 faceva un intervento possibilista, volto a superare l’“equivoco inerte” del Partito per contrastare il fascismo con ogni mezzo, ma inutilmente perché il congresso rinnovò l’esclusione ogni collaborazione parlamentare. E tale posizione fu confermata anche successivamente.

Dopo le dimissioni del 2 febbraio 1922 del governo Bonomi, giudicato troppo tollerante verso “le banda armate” Matteotti vide in Giolitti l’ostacolo più rilevante per giungere all’attesa svolta parlamentare. La speranza era riposta nel presidente della Camera De Nicola, che tuttavia rinunciò all’incarico il 7 febbraio 1922. Il 1° giugno 1922, di fronte ad una nuova ondata di violenze fasciste, la maggioranza del Gruppo parlamentare si dichiarò finalmente disponibile ad “appoggiare un governo che assicurasse il ripristino delle libertà pubbliche e della legge”; e a fronte del confermato intransigentismo del Consiglio nazionale del Partito esso rivendicò il 14 giugno piena libertà d’azione, nominando il 16 giugno un nuovo direttorio, chiamando a farvi parte anche Turati, Treves e Matteotti, in precedenza dimissionari. L’evidenza della drammaticità della crisi emersa tutta nella seduta parlamentare del 15 luglio 1922:

Giornata grossa, tumulti – scrisse alla moglie – Finalmente pare che anche gli altri si commuovano delle brutture d’ogni giorno. Fosse questo finalmente il segno della resurrezione. Tutta la nostra speranza è in questi pochi giorni.

E ancora:

Temo che non riusciamo a provocare la crisi e allora tutto il lavoro di questo tempo rimarrà senza risultato. Pare che tutti abbiano piacere della sconfitta in pieno del socialismo; eppure non ne rimangono sconfitti i difetti, ma la civiltà medesima.

In effetti la crisi del Governo Facta precipitò il 19 luglio, ma non contribuì a aprire le strade sperate: Restava solo vivissima la percezione della gravità del passaggio:

La situazione è all’estremo della gravità e dell’aspettativa. Qui è l’arco teso all’estremo. Grande è la speranza, ma tutto dipende dai più grandi e dai minimi fatti: Il pericolo è enorme, ma tutto può ancora essere salvato.

Il 22 luglio 1922 il direttorio del Gruppo approvava un odg con l’auspicio di “un Governo non più mancipio della Destra sedicente liberale e del fascismo agrario”, impegnandosi a “concorrere” al raggiungimento di tale obiettivo. Luigi Sturzo ricordò:

Sopravvenne […] il voto alla Camera contro il gabinetto Facta e fu aperta la crisi. Tornarono Turati e Matteotti da me; […] i popolari […] avevano trattato, a mezzo mio, la collaborazione con Turati, Matteotti e Treves, venuti a casa mia nel luglio di quell’anno; […] ebbi in quei giorni vari colloqui con Turati, Treves, Modigliani e Matteotti.

Ma tali tentativi, pur promettenti, non approdarono a nulla, mentre, di contro, dopo il fallimento dello sciopero generale legalitario dell’estate indetto dalla Confederazione generale del lavoro, la crisi interna al Partito precipitò fino alla scissione consumata al Congresso di Roma ai primi dell’ottobre 1922. Il 4 ottobre 1922, pochi giorni prima della marcia su Roma, nasceva il Partito socialista unitario, di cui Matteotti fu eletto segretario.

Come segretario del Partito socialista unitario, Matteotti diradò l’impegno parlamentare occupandosi del Partito da una stanzina in Piazza di Spagna, dove era costretta la direzione del partito non riuscendo a trovare domicilio altrove. Il locale era sprovvisto di riscaldamento, e Matteotti vi prese a lavorare con il soprabito sulle spalle, con l’impegno di sempre. Fu del novembre 1923 l’opuscolo di 100 pp. Un anno di dominazione fascista (che venne sequestrato). Matteotti si impegnò comunque a rilanciare le ragioni del socialismo rivedendone la dottrina e saggiandola al confronto dell’esperienza non senza una severa autocritica nei confronti degli errori passati. Nelle Direttive dell’aprile 1923 si rivolgeva ora non solo agli strati proletari o popolari, ma anche “ai più colti e moderni della borghesia”, sulla base della irrinunciabilità del metodo democratico, imperniato sulle libertà politiche e sul sistema rappresentativo, perché migliore delle dittature e delle oligarchie, avendo il vantaggio della libera critica e quindi della capacità di riconoscere e correggere gli eventuali errori. Restava fedele al principio della lotta di classe, ma nella chiara distinzione dalla guerra di classe, perché tale da svolgersi in un quadro di regole condivise e da sollecitare in ognuno l’aspirazione “ad elevarsi nella coordinata armonia di tutti per la comune ascensione”. Declinava la tradizionale logica produttivistica nel significato della lotta alla rendita e alla speculazione. Non escludendo la collaborazione, anche se saltuaria con i partiti borghesi, quando questi favorissero l’istruzione popolare, la libertà di organizzazione e di voto, la pace internazionale, ribadiva che la “nazione, realtà geografica e vivente, entro cui tutti viviamo e cresciamo”, era la condizione prima del “domani socialista”, un “domani” concepito a beneficio di tutti, e non di una classe esclusiva.

In vista delle politiche del maggio 1924, che sancirono la débacle dei socialisti (il Psu portò alla Camera 24 deputati, il Psi 22), ebbe ben chiare le difficoltà incontrate nella campagna elettorale, e percepì che la lotta politica era entrata in una fase nuova, per la quale larga parte dei vecchi quadri non sembrava più idonea. A suo dire i tempi richiedevano gente di volontà, per “una resistenza senza limite” contro la dittatura fascista, essendo egli convinto che il fascismo dominante non avrebbe mai deposto le armi né tanto meno restituito spontaneamente all’Italia un regime di legalità e di libertà. E allora Matteotti si rivolgeva ai “puri di cuore”, ricercando “gli atti di coraggio e di fermezza dei compagni”, perché da allora in poi il Partito avrebbe dovuto attingere alle energie morali intatte in mezzo al frantumarsi dell’inquadramento materiale. La dimensione della lotta al fascismo si spostava sul piano dei simboli, dei valori, delle idee, del carattere. Il martirio di Matteotti ne avrebbe rappresentato l’apoteosi.

Il 30 maggio 1924 il neo presidente della Camera Afredo Rocco, presente Mussolini al banco del Governo, ricevuta dalla Giunta delle elezioni la relazione di convalida in blocco di tutti gli eletti della maggioranza, ne mise ai voti l’accoglimento. Le opposizioni furono prese alla sprovvista, e chiesero la sospensione, che fu rigettata. Nella discussione su eventuali contestazioni, Matteotti contestò in blocco la validità delle elezioni e, chiedendo il rinvio di quelle inficiate dalle violenze alla Giunta delle elezioni, per un’ora e mezzo parlò degli episodi di violenza, fra urla e interruzioni. Denunciò l’invadenza di “una milizia armata, composta di cittadini di un solo partito”, la quale aveva il compito di sostenere “un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”. La proposta di rinvio degli atti alla Giunta delle elezioni, a firma Arturo Labriola, Matteotti e Enrico Presutti, fu messa ai voti e ottenne solo 57 sì, 42 astenuti su 384 presenti e votanti. Come bene scrisse Sandro Pertini nella premessa ai Discorsi parlamentari pubblicati in tre volumi dalla Camera dei deputati nel 1970, a Matteotti ”appariva un’insipienza quella di far sì che fosse distrutto l’ultimo residuo di Parlamento nel momento in cui crescevano l’arbitrio e la prepotenza della piazza”. Quasi presago della fine dell’istituto rappresentativo, si sorprendeva che dovessero essere proprio i socialisti “le ultime, sciolte, guardie del sistema costituzionale”. Il 10 giugno 1924 alle ore 16, 30 Matteotti usciva dalla sua abitazione in Via Pisanelli 40, a pochi passi dal Lungotevere Arnaldo da Brescia, fu aggredito e ucciso a coltellate. I miseri resti furono trovati nella macchia della Quartarella presso Riano Flaminio. Filippo Turati lo commemorò il 27 giugno 1924 a Montecitorio, ma non nell’Aula dove i deputati dell’opposizione avevano deciso di non tornare più.

In una precedente rievocazione alla Camera Giuliano Vassalli concludeva ricordando il “deputato esemplare per diligenza, per competenza, per impegno, per combattività, per fede indomita nella libertà e nella giustizia. Un deputato che ha onorato di fronte al mondo l’istituzione parlamentare e l’Italia”. Per parte mia, vorrei richiamare due punti ancora. Il primo è relativo al fatto che mentre ogni spazio di agibilità politica si andava restringendo nel paese, il socialista Matteotti, uomo delle istituzioni, concentrava ogni azione nella sede parlamentare, certamente la tribuna più autorevole, ma anche il cuore autentico della democrazia rappresentativa, il bene ultimo e più prezioso della collettività. E lì si consumerà il suo sacrificio. Il secondo punto è relativo all’ammonimento che Matteotti non si stancava di reiterare, e cioè l’assunto che l’inefficienza delle istituzioni nella tutela delle libertà comuni avrebbe generato disaffezione e lacerazione nel tessuto sociale, fino a minarne irrimediabilmente la stessa coesione. A ben vedere il 10 giugno 1924 si determinò un solco non più colmabile tra due Italie, destinato a produrre effetti nel lungo periodo.

Subito dopo la morte, “La Giustizia” scrisse che Matteotti era rimasto vittima del “suo civico eroismo”, della sua “virtù”, e così egli ascendeva “alla volontà operosa di redimerci per raccogliere la sua eredità, di costruire su quelle ossa il monumento ideale del riscatto d’Italia”. Certo, Matteotti diventò immediatamente l’antiMussolini, simbolo dell’eroismo antifascista, con cui iniziava una nuova storia d’Italia. Nell’esigenza di segnare la discontinuità con il regime fascista e con l’Italia monarchica, nella rimozione del passato (che pure era cosa diversa dalla critica del passato) Piero Calamandrei, massimo cantore della Resistenza, nel discorso alla Costituente il 4 marzo 1947, interrogandosi sul giudizio dei posteri in merito all’opera dei Costituenti stessi, ammonì a tradurre il sogno dei “Caduti” “in leggi chiare, stabili e oneste”, “per una società più giusta e più umana”, in modo da rendere la Costituzione non “una carta morta”, ma piuttosto “il testamento” di un popolo. Si designava così a mito fondante del nuovo Stato democratico il culto dei Caduti per la Libertà, spesso oscuri ma per questo non meno significativi, dietro i quali si stagliavano i martiri dell’antifascismo: Matteotti apriva la scia nella quale si annoveravano Amendola, Gobetti, Don Minzoni, Gramsci, Rosselli. In termini epici, la loro morte era rappresentata a riscatto/espiazione per tutti, per una nazione intera: mito fondativo dell’Italia repubblicana. Un mito fondativo che conviene ricordare sempre, ma nella chiara distinzione quando si avverta la necessità di esaltare il valore più alto della politica e della coesione sociale nella libertà.

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