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Posted in Numero 32 - Giugno 2013, Numero 32 - Rubriche, Numero 32 - Scaffale, Scaffale

Giorgio Scichilone Francesco Crispi Palermo, Flaccovio Editore, 2012

Giorgio Scichilone Francesco Crispi Palermo, Flaccovio Editore, 2012

di Alessandro Stoppoloni

Copertina_recensione_StoppoloniLa biografia non è che uno dei tanti modi utilizzabili per studiare la storia.

Si segue un personaggio dalla nascita fino alla morte, si segue il suo viaggio. Nessuna biografia è uguale a un’altra, e non potrebbe essere diversamente: del resto, nessuna vita è uguale a quella di un’altra persona. Ci sono però delle biografie che denotano delle mancanze, come se alcuni elementi non fossero presenti, come se il protagonista non avesse avuto abbastanza tempo per recitare tutta la sua parte. Altre invece offrono una sensazione di pienezza: arrivati alla fine, si è sicuri, dinanzi alla morte del protagonista, di vedere un cerchio che si chiude.

La biografia di Francesco Crispi rientra proprio in quest’ultima categoria. L’uomo politico siciliano conduce un’esistenza piena e intensa; al termine del suo viaggio si capisce chiaramente come il suo tempo sia ormai esaurito.

Il libro scritto da Giorgio Scichilone ci accompagna lungo tutta la vita di Crispi, dal paese siciliano di nome Ribera che vede la sua nascita il 4 ottobre 1818 fino a Napoli, luogo dove muore a 83 anni, nel 1901. Il racconto di Scichilone scorre e non annoia mai, facendoci scoprire un personaggio energico e sempre in movimento. In linea con la natura della collana editoriale che accoglie questo volume, lo studioso privilegia la scorrevolezza del testo, corredato da poche e puntuali note; anche se alcuni passaggi del libro sembrano troppo rapidi, il rigore della ricostruzione e la piacevolezza della lettura non vengono mai meno.

Finora non abbiamo utilizzato la parola viaggio a caso. Anche se Scichilone non insiste su questo tema, il viaggio emerge come lente attraverso la quale interpretare l’esistenza di Crispi.

Non bisogna avere in mente i grandi viaggiatori della storia. Crispi si sposta molto, ma spesso non per sua volontà: si tratta di viaggi frequentemente dettati dal bisogno, dalla necessità di sopravvivere o da motivi politici.

Anche la storia della famiglia Crispi è caratterizzata da un viaggio. Il futuro primo ministro del Regno d’Italia discende, infatti, da una famiglia di etnia albanese e questa matrice segnerà la prima parte della sua vita, in special modo il suo percorso educativo (pp. 17-40).

Il viaggio prosegue: Crispi studia a Palermo, secondo centro per dimensioni e importanza del Regno delle Due Sicilie, e poi si reca a Napoli, la capitale dello Stato, per esercitare l’avvocatura. In queste due città conosce le idee democratiche che finiscono col conquistarlo. Si sposta per i territori borbonici, tesse trame politiche, si procura contatti.

La Sicilia rimane il centro del suo interesse e quando scoppiano nell’isola i moti rivoluzionari del gennaio 1848 vi si trasferisce, assumendo un ruolo di primo piano nella conduzione del movimento. L’anno di ebbrezza della rivoluzione siciliana si chiude con la restaurazione della dinastia dei Borboni. Crispi teme la vendetta del sovrano e si rimette in viaggio, questa volta verso Marsiglia. Poco dopo si sposta a Torino. Qui riannoda i legami con i personaggi principali dell’emigrazione meridionale, conosce Carlo Cattaneo e ha frequenti contatti epistolari con Giuseppe Mazzini.

Le sue attività non restano inosservate e sono giudicate pericolose. Crispi finisce in prigione e nel 1853 è costretto a imbarcarsi per Malta. Il rivoluzionario siciliano è ancora in viaggio e questa volta può solo sfiorare la sua terra.

Alcune pubblicazioni troppo ardite fanno sì che il futuro primo ministro venga cacciato anche da Malta. Crispi raggiunge allora Londra, dove nel 1855 conosce finalmente di persona Mazzini (pp. 91-93). Non è un momento facile per Crispi, e Scichilone illustra con efficacia le difficoltà che il futuro primo ministro incontra in terra straniera. Crispi non riesce a trovare una dimensione stabile e si sposta spesso fra Londra e Parigi. Dalla capitale francese viene espulso nel 1858 perché sospettato di avere a che fare con un attentato contro Napoleone III (pp. 94-96).

Intanto la situazione in Italia cambia: Cavour si accorda proprio con Napoleone III e organizza la guerra contro l’Austria.

Crispi decide di tornare in Sicilia. La “polveriera d’Italia” accoglie così il giovane rivoluzionario che si presenta con un passaporto falso. Subito dopo Crispi va a Marsiglia e poi a Firenze per cercare di convincere Mazzini che i tempi sono maturi e che la Sicilia non aspetta che un segnale per esplodere. Viaggia sempre sotto mentite spoglie e quando si sente in pericolo non esita a lasciare l’Italia per cercare riparo nei porti del Mediterraneo.

Torna a Torino e la sua vita è di fronte a una nuova svolta. Crispi non è Mazzini e il pragmatismo che lo accompagnerà nel corso della sua intera carriera di statista emerge già con forza nella fase decisiva dell’età risorgimentale. Accetta i Savoia come elemento irrinunciabile per realizzare l’Unità d’Italia e assume un ruolo chiave nell’organizzazione dell’impresa dei Mille. Nel 1860 segue Garibaldi in Sicilia, assistendo allo sfaldamento dello Stato che dodici anni prima lo ha costretto a lasciare la sua terra. Assume il ruolo di segretario di Stato nel governo istituito dopo i successi dei garibaldini, ma le sue ambizioni lo portano allo scontro con Cavour, intenzionato a non perdere il controllo della situazione (pp. 117-123).

Raggiunta l’Unità d’Italia, per Crispi è l’ora di un nuovo salto di qualità: sveste i panni ormai ingombranti del rivoluzionario e veste quelli dello statista, deciso ad accettare tutte le regole delle istituzioni del regno, anche a costo di rinunciare alla repubblica in nome dell’Unità e quindi a rompere con Mazzini. La scelta di Crispi divide tutta la sinistra fra chi accetta un compromesso con la monarchia e chi non vuole fare rinunce.

È l’inizio di un nuovo viaggio che punta alla conquista del potere. Crispi riesce a imporsi come rappresentante di punta della sinistra storica e fin da subito ci si rende conto, come afferma un suo collega di partito, che l’uomo politico siciliano “non è mica uomo a passare inavveduto in niun luogo, né a restare negli ultimi ranghi” (p. 126).

Crispi si muove con oculatezza quando deve dire di no a Garibaldi, tentato dalla conquista di Roma, ma sa anche alzare la voce quando è necessario.

Scichilone descrive con meticolosità il momento in cui il sogno repubblicano di Mazzini si sgretola, e sottolinea l’abilità di Crispi nel sapersi proporre come punto di riferimento dei nuovi equilibri politici.

Nel 1872 Crispi viene accusato di bigamia, ma gioca bene le sue carte e riesce a non essere estromesso dal Parlamento.

Quattro anni dopo la sinistra arriva al potere e Crispi ottiene la presidenza della Camera, avvicinandosi sempre più al suo obiettivo (pp. 154-156).

L’uomo politico siciliano è nuovamente accusato di avere una vita privata immorale, e questi attacchi tornano a indebolirlo nel 1877, quando è da poco diventato ministro dell’Interno. Si dimette, ma la sua carriera non è affatto conclusa: deve solo aspettare e dimostra di essere in grado di farlo.

Nel 1887 Crispi corona il suo sogno e viene nominato primo ministro a seguito della fallimentare politica coloniale dei suoi avversari politici (pp. 176-180). Nei dieci anni successivi è all’apice del potere. Viene coinvolto, insieme col suo principale avversario, Giovanni Giolitti, nello scandalo della Banca Romana, ma anche questa volta non esce dai giochi: si afferma, anzi, come “uomo forte” capace di mettere d’accordo la “destra” e la “sinistra”. Avvicina ulteriormente l’Italia alla Germania di Bismarck e all’Austria. Non esita a scontrarsi con la Chiesa e, nello stesso tempo, fa assumere allo Stato una nuova serie di responsabilità, per esempio in materia di sanità pubblica: enti di assistenza privati vengono trasformati dallo Stato in strutture pubbliche (pp. 184-185).

Caduto il suo governo, nel 1894 è richiamato dal re per far fronte ai Fasci Siciliani, un movimento popolare che dà voce alle rivendicazioni di operai, minatori e contadini. Crispi decide di usare l’esercito e il movimento viene stroncato (pp. 196-200). Il numero dei suoi nemici cresce e allora Crispi gioca la carta più rischiosa: tenta l’avventura coloniale. La disfatta di Adua (1896) blocca le sue velleità e lo costringe a uscire definitivamente di scena. Ecco che il cerchio, che dalla Sicilia ha attraversato tutta l’Europa, si chiude.

L’11 agosto 1901 termina anche la vita di Crispi. Le sue due parti, la prima rivoluzionaria e la seconda vissuta nelle istituzioni, sembrano ora un valido punto di vista sull’Ottocento europeo e sul Risorgimento italiano. L’apparente dualità viene risolta in un personaggio capace di interpretare il suo tempo e di agire di conseguenza.

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