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Posted in Articoli, Numero 42 - Articoli, Numero 42 - Novembre 2016, Primo piano

Giuseppe Giulietti e l’impresa di Fiume

Giuseppe Giulietti e l’impresa di Fiume

di Andrea Montemaggi

Giuseppe Giulietti1, meglio noto come Capitan Giulietti, fu il carismatico, energico ed indiscusso leader dei marittimi in un lungo periodo denso di avvenimenti cruciali per la storia d’Italia: eccettuata la parentesi fascista, ricoprì infatti la carica di segretario della Federazione Italiana Lavoratori del Mare, o Film, dal 1909 alla morte avvenuta nel 1953.

Il ruolo chiave della navigazione per il nostro paese rendeva particolarmente importante la gente di mare, sia nel trasporto di persone a causa degli enormi flussi migratori verso le Americhe, sia nel trasporto di merci, per la dipendenza dell’Italia dalle importazioni e dalle esportazioni.

Dotato di una retorica molto affascinante per l’epoca, precursore in ciò di D’Annunzio e Mussolini, Giulietti seppe divulgare teorie sociali di grande effetto a marinai spesso analfabeti che avevano cominciato a imbarcarsi a 8 anni; nello stesso tempo raggiunse obiettivi concreti che in pochi anni migliorarono le condizioni di vita del marittimi come mai era successo per secoli.

Giovanni Ansaldo (1924), in un famoso pamphlet scritto per Gobetti, così apostrofò Giulietti: “Dall’alto del ponte, egli ebbe i suoi colloqui con le ciurme, prima, oh, assai prima che D’Annunzio a Fiume inventasse le parlate alla ringhiera, e Mussolini rifacesse la tattica oratoria dannunziana, come un maestro di scuola può rifarla ad uso di una folla di mangiapagnotte. Anche nella eloquenza, egli fu un precursore dell’Italia novissima.”.

Armando Borghi avrebbe confidato a Vittorio Emiliani (1997, 85), il quale giudica Giulietti scaltro e risoluto come pochi e oratore magnetico, che Mussolini giovane “invidiava come oratori soltanto Giulietti, Corridoni e il grande penalista Genuzio Bentini”

Giulietti, che ebbe relazioni molto importanti con parecchi politici del suo tempo, fu anche protagonista di momenti chiave delle vicende italiane: fu tra i primi che chiesero l’intervento dell’Italia a fianco dell’Intesa, già l’8 agosto 1914, e diede un appoggio fondamentale al giovane Mussolini in procinto di lasciare il partito socialista per abbracciare la causa dell’interventismo: “Quando Mussolini si dimise da direttore dell’ ‘Avanti!’ Giulietti gli prestò duemila lire per far fronte alle prime spese” (De Felice 1965-1995, 277n). “Quando… – la mattina del 15 novembre 1914 – ‘Il Popolo d’Italia’ apparve per la prima volta nelle edicole di Milano e delle principali città d’Italia ciò era stato reso sostanzialmente possibile solo grazie ai capitali iniziali procurati da Filippo Naldi e alla garanzia della Federazione dei lavoratori del mare” (De Felice 1965-1995, 277).

La partecipazione all’impresa di Fiume

L’episodio politicamente più importante della vita di Giulietti fu forse la partecipazione all’impresa di Fiume, evento che egli vedeva, peraltro al pari di Lenin, come occasione per l’istituzione di un nuovo stato, nazionalista ma pervaso da ideologie rivoluzionarie, nonchè promotore di istanze e valori cari al popolo della sinistra italiana.

Infatti i veri scopi dell’azione di Giulietti e in generale dell’appoggio a D’Annunzio erano molto articolati e lungimiranti: non erano solo un passionale entusiasmo o una superficiale ingenuità, oppure l’occasione per conseguire l’approvazione della legge sulla Cassa Invalidi Unica, che pure ottenne nell’ottobre del 1919 dopo averla lungamente attesa.

Il successo nelle agitazioni sindacali e la costituzione della cooperativa «Garibaldi» gestita dal sindacato per sfidare le compagnie armatoriali, avevano suscitato sicuramente in Giulietti la sensazione di poter osare di più, sensazione che era del resto palese ed anche espressa nei suoi scritti, ove spesso si sosteneva che una conquista era solo una base per un’ulteriore conquista.

La delusione seguita dal trattato di Versailles, l’affermazione di Lenin in Russia e quindi la prova che la rivoluzione, fino a quel momento poco più di una chimera, era possibile anche contro la volontà delle potenze vincitrici, avevano probabilmente indicato a Giulietti una strada alternativa per giungere al completo rivolgimento della situazione e poter quindi affermare la fine del capitalismo.

I tentativi di dirottamento delle navi dirette a rifornire i Russi bianchi, tentativi che Giulietti attuava per appoggiare il bolscevismo, indicano che egli già prima dell’impresa di Fiume stava agendo per presentarsi come vero difensore del proletariato italiano e del nuovo stato sovietico che stava realizzando le sue aspirazioni, con i fatti e non solo con le parole, al contrario del partito socialista.

Al momento dell’arrivo di D’Annunzio a Fiume, la prima concreta mossa di Giulietti fu l’invio dell’importo di £. 50.000 nella sottoscrizione promossa da «Il Popolo d’Italia» fin dal 20 settembre 1919.

Tuttavia nacque un moto di disappunto in Giulietti quando vide che la notizia dell’offerta non fu seguita dalla pubblicazione sul giornale della lettera di accompagnamento: in essa infatti si precisava che la somma era stata donata perchè fedele all’interventismo e alla causa dell’indipendenza e della libertà di tutti i popoli; si comprendevano le difficoltà in cui si dibatteva il governo Nitti per “gli imperdonabili errori commessi dagli ex ministri Sonnino e Salandra”2.

Giulietti s’accorse subito del pericolo per l’equivoco a cui si prestava la sottoscrizione dell’offerta: si esponeva infatti alla critica di quanti erano contrari al colpo di mano di D’Annunzio senza aver potuto motivare adeguatamente il gesto. Perciò scrisse immediatamente a Mussolini per dolersi dell’omessa pubblicazione della lettera, emettendo altresì un comunicato per chiarire i termini dell’offerta stessa:

La Federazione ha il suo programma. Non può permettere che il suo pensiero sia male interpretato, come certamente avverrebbe se non venisse pubblicata quella lettera apertamente ostile alle infelici operazioni degli ex ministri Sonnino e Salandra. Inoltre con la espressione ‘fedeli al nostro interventismo’ abbiamo voluto confermare i motivi coi quali abbiamo affrontato la guerra; motivi di ostilità irriducibile al militarismo e al capitalismo di qualsiasi nazione”3.

Il dirottamento delle navi.

Nella stessa lettera Giulietti, che finanziava “Il Popolo d’Italia” e quindi godeva di una certa influenza, ingiunse a Mussolini: “Pregoti pubblicare l’odierno comunicato della federazione che mette in evidenza la necessità di fermare il piroscafo ‘Persia’ che a Spezia sta caricando munizioni contro la rivoluzione russa.”.

L’affare “Persia”, cioè il dirottamento di un piroscafo di medio tonnellaggio, fu probabilmente l’atto più spregiudicato, famoso o famigerato a seconda dei punti di vista, che Giulietti compì, atto che lo lanciò in una dimensione mediatica assai più vasta rispetto al passato.

Giulietti, nel suo discorso alla Camera del 12 dicembre 1919, ripercorse così il fatto: “La nave dall’arsenale [di La Spezia] passò in rada ove si fermò qualche giorno. Ristabiliti i contatti venimmo a sapere che a bordo c’erano fra l’altro una trentina di migliaia di fucili, una trentina di milioni di cartucce, diverse batterie di cannoni, pezzi di medio calibro, molte mitragliatrici, e che tutto questo materiale era nuovo, nuovissimo e completamente attrezzato per uso immediato. Il tutto per un valore di quasi venti milioni di lire in oro. Ne abbiamo tratta la conclusione che simile stock di materiale bellico non poteva essere acquistato o destinato per la Cina; che la destinazione cinese era un trucco per coprire la vera destinazione in Russia; e che al trucco i nostri avversari erano costretti in seguito al noto incidente del Fedora. Come è mai possibile che con questi chiari di luna la Cina acquisti per 20 milioni di lire in oro di materiale bellico in Italia? Non era verosimile, tanto più che l’ultimo porto’ che il Persia avrebbe dovuto toccare non era cinese, ma russo e precisamente Vladivostok.”4.

Il 24 settembre la Film aveva richiesto alla CGdL di proclamare uno sciopero generale per protestare contro il mancato permesso ai rappresentanti federali di salire a bordo del Persia, ma la risposta negativa aveva esacerbato i rapporti con la Confederazione.

Giulietti il 12 dicembre 1919 alla Camera disse: “Messi sull’avviso da quanto era avvenuto circa il Nippon, abbiamo voluto verificare se anche questa volta si trattava, secondo le voci già messe in circolazione, di armi vecchie da trasformarsi in arnesi da cucina. La verifica ci ha fatto constatare che si trattava di un ingente carico di materiale bellico. I nostri fiduciari devono avere allarmato qualcuno nel compiere le loro indagini: un giorno, mentre la nave era ancora nell’arsenale, sono stati fermati alla porta e respinti. Non avendo più la possibilità di mantenere il contatto coll’equipaggio abbiamo denunciato la cosa sui giornali, invocando l’intervento della Confederazione generale del lavoro, magari con mezzi estremi. La nostra invocazione non è stata creduta sincera perchè pochi giorni prima avevamo mandato cinquantamila lire ai legionari fiumani.”5.

Si pervenne ad una completa rottura con i socialisti il 29 settembre 1919; non appare comunque facile comprendere come Giulietti potesse pensare di essere contemporaneamente sostenitore di Mussolini (che aveva promosso l’assalto all’“Avanti!”) e avere buoni rapporti con il partito socialista, anche a prescindere dal dissenso sull’interventismo (Salotti 1982, 78).

Giulietti allora decise di passare all’azione direttamente: aveva già fermato prima di quel momento il piroscafo Fedora, che trasportava 8.000 tonnellate di esplosivo; dopo lunghe trattative aveva permesso alla nave di salpare alla condizione che avrebbe sbarcato le munizioni a Gibilterra, dato che il trasporto era a cura di un agente inglese.

Dopo questo episodio era avvenuto il fermo della nave Nippon, che trasportava anch’essa armi con il sospetto di alimentare i controrivoluzionari bianchi; il piroscafo era partito dietro l’assicurazione del capo del governo, in risposta ad un interrogazione dell’on. Musatti, che si trattava di vecchie armi da trasformare in “arnesi da cucina”.

La vicenda del Persia si inseriva quindi in una situazione di tensione e l’impresa di Fiume aveva agito come catalizzatore per un’azione eclatante.

Dopo la partenza dal porto di La Spezia della nave, nella quale si era infiltrato un marittimo fedele al sindacato, il piroscafo aveva fatto scalo a Messina il 3 ottobre, dove nel frattempo erano giunti tre uomini della FILM capeggiati dallo stretto fiduciario di Giulietti Umberto Poggi: essi, studiata la situazione, di notte si imbarcarono clandestinamente beffando la sorveglianza.

Il giorno successivo, convinta una parte del personale di bordo, si impadronirono della nave facendo prigioniero il capitano e i suoi importanti ospiti (fra l’altro erano presenti sulla nave l’on. Campolattaro e il ministro italiano a Pechino, marchese Durazzo con la famiglia) e costrinsero l’equipaggio a far rotta verso Fiume (Alatri 1976, 269).

Secondo Kochnitzky (1922 in Gatti 2001, 318-319) “si trovò un po’ di tutto a bordo del Persia che faceva rotta verso l’Estremo Oriente: marmellate, munizioni e sciampagna destinata allo Stato maggiore dell’ammiraglio Koltchak, pneumatici, stivaletti, e persino un ambasciatore abbastanza stupefatto dell’avventura, e che il giorno stesso fu lasciato andare”.

Lo svolgimento dei fatti fu oggetto subito di indagini da parte del governo italiano: Alatri riporta un dispaccio di Ciuffelli a Nitti dell’8 ottobre 1919 in cui si evince che tre erano gli uomini che avevano attuato il dirottamento, portato a termine il 7 ottobre 1919: oltre al Poggi vi sarebbero stati il tenente di vascello Antonio Solfaro e l’ispettore radiotelegrafico Vincenzo Tatozzi. Un resoconto dettagliato del dirottamento fu pubblicato su La Stampa della sera nei giorni dal 4 al 9 agosto 1931 a firma di Italo Sulliotti, in base alle informazioni fornite da Solfaro ma probabilmente anche da Poggi, tenuto conto dell’attenzione e del riguardo usato nei suoi confronti durante la narrazione.

L’episodio dovette avvenire in modo assai rocambolesco, anche perchè appare singolare che nessun incidente o nessun controllo da parte della Marina italiana avvenisse lungo il non breve tragitto: fu un atto che rese famoso Giulietti e lo portò alla ribalta, mentre D’Annunzio rimase affascinato e grato perchè oltre ai rifornimenti si dava luce all’impresa fiumana.

D’Annunzio ringraziò Giulietti con una lettera di rara efficacia, curiosamente datata 15 settembre anziché 15 ottobre: “Ringrazio te che all’improvviso ci hai portato il tuo ardore allegro, il tuo vigore costruttivo, la tua fede guerreggiante. E nuovamente ringrazio i quattro tuoi Arditi garibaldini che mutarono la rotta della nave dolosa con un colpo maestro, irresistibile nello stile di Ronchi. Dalla carbonaia nera, come dal nostro cimitero carsico, balzò lo spirito. La causa di Fiume non è la causa del suolo: è la causa dell’anima, è la causa dell’immortalità. Questo gli sciocchi e i vigliacchi ignorano o disconoscono o falsano. Tutti i miei soldati lo sanno, lo hanno compreso o divinato. E’ bello che lo sappiano e l’abbiano compreso così vastamente i tuoi Lavoratori del Mare.” (Giulietti 1944, 76).

In effetti anche da un punto di vista concreto l’intervento di Giulietti fu molto più determinante di tanti altri per rafforzare lo stato di D’Annunzio, consegnando preziose armi ai legionari fiumani: Leeden (1975, 158-160) sostiene che il dirottamento del Persia fu un episodio cruciale nell’impresa di Fiume in quanto fino a quel momento le iniziative di D’Annunzio si erano limitate ad azioni entro i confini della città, invece l’atto di pirateria diede impulso ad un allargamento dell’orizzonte dell’impresa stessa, rendendo la causa, oltre che santa, universale e destinata a trasformarsi in un’alleanza di tutti i popoli oppressi della terra contro le potenze vincitrici, come poi con la Lega di Fiume il poeta tenterà di realizzare.

La felice conclusione della vicenda fra l’altro ispirò nuove azioni di dirottamento di navi per Fiume, azioni che davano linfa di sostentamento ad uno stato che si dibatteva in mille difficoltà, non solo politiche: si procurarono così grano e denaro, tanto che D’Annunzio istituì a tal fine la milizia degli Uscocchi, ricordando i pirati dalmati del ‘500.

Ad esempio alla fine del 1919 venne catturato il piroscafo Trapani, destinato al vettovagliamento delle truppe stanziate a Sebenico: “Con la cattura del Trapani le riserve dei legionari si arricchirono di 600 sacchi di farina, 330 sacchi di pasta, 100 sacchi di ceci, 278 sacchi di caffè, 224 ceste di formaggio, oltre a fieno, avena, crusca, legnami da costruzione, 10.000 paia di scarpe… e persino 40 casse di estintori da incendio!” (Gerra 1974, 219-220).

Un altro colpo piuttosto rilevante fu il dirottamento della nave Taranto, che trasportava 10 milioni oltre a un carico di munizioni. Di tale episodio esiste memoria perchè provocò uno scambio di lettere tra Mussolini e Giulietti. Infatti il comandante Arturo De Anna, che dirottò il piroscafo, e che aveva in passato fatto cambiare rotta ad un’altra nave, fu colpito da tifo e morì lasciando una famiglia di tre bambini ancora infanti; il fratello del capitano si rivolse a D’Annunzio e poi a Giulietti per ottenere un sussidio, poichè morendo aveva lasciato i congiunti in gravissima situazione finanziaria6.

Il generale Caviglia (1948, 188-189) descrisse efficacemente il meccanismo dei dirottamenti, anche se definisce in termini sprezzanti l’azione di pirateria che certamente egli non condivideva:

Esisteva in Italia un’organizzazione socialista della gente di mare, guidata da un abile intraprendente romagnolo [Giulietti]. Egli era riuscito a farsi una buona posizione economica e politica, rivendicando al personale dei piroscafi paghe e trattamenti possibili solo durante la guerra e subito dopo, quando i noli erano altissimi. Non aveva convinzioni profonde. Contribuiva a demolire l’autorità dello Stato, ed intanto poteva appagare le sue ambizioni e le sue passioni. Sebbene antinazionalista era in relazione con il movimento dannunziano, perché sovversivo, e consentiva ad organizzare la cattura delle navi mercantili in navigazione per farle tradurre a Fiume. Il piroscafo da catturare era comandato da ufficiali comprati allo scopo o comunque consenzienti. Imbarcavano nel porto di partenza alcuni emissari armati, e dopo una commedia di aggressione con pistole alla mano, il capitano, protestando, cambiava rotta e si dirigeva a Fiume. Cosi avvenne la cattura del piroscafo Cogne il 5 settembre 1920, e questo incidente contribuì a preparare l’epilogo.”

Il segretario di D’Annunzio Tom Antongini (1938, 762) racconta di una situazione in città piuttosto difficile, soprattutto durante il governo di Nitti, quando anche “il pane diventò immangiabile e melmoso”, ma fortunatamente grandi piroscafi carichi di merci e vettovaglie, sovvertendo secolari tradizioni marinaresche, mutavano la rotta e si dirigevano verso Fiume. Invano qualche capitano ligio agli ordini tenta di opporsi. Gli equipaggi, guadagnati alla Causa, non ubbidiscono più; i piloti volgono la prua verso la luce lontana della città miracolosa. Il Cogne, grande piroscafo contenente tredici milioni di merce diretta in Estremo Oriente e con a bordo un plenipotenziario italiano che va a raggiungere la sua sede, muta rotta improvvisamente nell’Egeo, imbocca l’Adriatico, e dopo tredici ore entra nel porto di Fiume salutato dalle salve dei cannoni di D’Annunzio e dalle frenetiche acclamazioni della città affamata. Altre navi mercantili imitano quel gesto. La città può nuovamente sfamarsi.”.

In merito infatti all’episodio del dirottamento del Cogne D’Annunzio nel 1925 ebbe a scrivere che tali operazioni, e coloro che le compirono, ebbero il merito di provvedere al “denaro necessario per la vita della città”7: se ne può dedurre che nella storia dell’impresa di Fiume, l’aspetto finanziario, largamente sottovalutato dagli storici, fu salvaguardato dall’opera di Giulietti che rese possibile la sopravvivenza economica della città per tutto il periodo dannunziano.

L’episodio del Cogne ebbe poi anche risvolti giudiziari: il Comando di Fiume ricavò £ 12 milioni dal “piratamento” del piroscafo e tale somma doveva concorrere alla somma globale preventivata di £. 20 milioni necessaria, secondo D’Annunzio, per i propositi di “disgregazione balcanica”, cioè per procedere verso la dissoluzione del nuovo regno dei serbi, croati e sloveni. Dopo l’annessione di Fiume, era giusto, sempre secondo il poeta, che il governo Mussolini, che aveva proceduto all’annessione stessa, ripagasse finanziariamente chi l’aveva resa possibile: in fondo il governo Giolitti aveva rimborsato i Legionari per l’occupazione di Fiume considerata fatto di guerra.

La questione fu provvisoriamente risolta con l’intervento di un consorzio di armatori capitanato da E.V. Parodi che provvide al riscatto della somma richiesta con un prestito; nel consorzio figurava anche la compagnia proprietaria della nave8. Quest’ultima chiese il risarcimento alla compagnia assicuratrice ma di fronte al diniego fu investita l’autorità giudiziaria la quale sentenziò che si trattava di “corsa” e non di “pirateria” e con ciò negava il risarcimento richiesto. D’Annunzio formulò un compromesso che richiedeva un ulteriore intervento di Mussolini9; il duce alla fine convenne con il poeta, come si deduce da una sua lettera.10: “ricevo la tua lettera che accompagna il “responso” per l’ingrata e prolungata faccenda del Cogne. Sono del tuo parere: convien finire, in un modo qualunque, con un accordo più o meno satisfacente, come direbbe un Deputato al Decamerone.”) .

In verità lo Stato italiano, se a parole condannava il gesto dannunziano, nei fatti poi lo utilizzò diplomaticamente: per questo motivo, in modo non palese, il governo cercò di sovvenire alle esigenze della città, come testimonia Bonomi (1953, 151): “Quale ministro della Guerra e consentendo in tutto col pensiero di Giolitti (nell’inverno di quell’anno tale pensiero ebbi a confessarlo esplicitamente in una mia intervista giornalistica), agevolai l’approvvigionamento di Fiume e assunsi a carico delle spese del mio dicastero le esigenze della municipalità di Fiume e dei suoi molti autentici e non autentici impiegati, incaricando dell’operazione l’allora viceprefetto Castelli, che fu poi più tardi Alto Commissario di Napoli. Di questo il D’Annunzio mi fu molto grato e iniziò con me un’interessante corrispondenza epistolare (che ancora conservo) e che s’interruppe soltanto quando, dopo il trattato di Rapallo, egli volle mantenersi ribelle.”.

Marcello Soleri (1949, 104-105), all’epoca Commissario agli Approvvigionamenti, riporta l’episodio di un dirottamento per mettere in migliore luce l’atteggiamento di Giolitti nei confronti di D’Annunzio e degli Italiani di Fiume, ma nello stesso tempo conferma l’importanza strategica per Fiume dell’azione di Giulietti.

Il capitano Giulietti, d’accordo con D’Annunzio aveva fatto deviare verso Fiume un piroscafo di 8000 tonnellate di grano, il Barone Esterhazy, diretto alla Calabria, la quale però non soffri la fame se non per pochissimi giorni, essendo io riuscito ad ottenere dal collega Thoumire di Francia lo storno verso la Calabria di un vapore di grano diretto alla Francia. D’Annunzio si trovò anche lui come alla lotteria chi abbia guadagnato un elefante, con 8000 tonnellate di grano, mentre per Fiume ne bastavano mille. Mi fece proporre da suo figlio Mario, mio impiegato al Commissariato dei Consumi, di acquistare da lui 6 o 7 mila tonnellate di grano, di cui poteva disporre. Gli feci rispondere che la Corte dei Conti, una cui sezione sedeva al Commissariato, non mi avrebbe mai registrato un mandato con cui avessi pagato l’acquisto della refurtiva. D’Annunzio cercò allora di vendere quel grano all’Austria, non più nemica, ma l’Austria non aveva denaro per pagarlo. Ed intanto io pensavo a quel grano, che lo Stato aveva pagato e che tanto mi occorreva. Mi venne un’idea: chiamai il cav. Pagano di Milano, Presidente dell’Unione dei confettieri e che conoscevo come persona seria e proba. Gli domandai se i confettieri italiani sarebbero stati disposti ad acquistare alcune migliaia di tonnellate di grano, pagandolo il doppio del prezzo normale di cessione, lasciandomi poi in pace per qualche tempo con le loro assillanti richieste di assegnazione. Mi rispose subito che lo avrebbero fatto ben volentieri e con profitto, dati i loro larghi margini di guadagno nella vendita dei dolci. Ed allora, facendomi promettere il segreto, gli dissi che avrebbero potuto acquistare quel vapore di grano dal D’Annunzio, al prezzo normale tenendone poi la metà per loro, e consegnandomi gratuitamente l’altra metà. Prevenni la sua obiezione che, vigendo il monopolio, non si sarebbe potuto importare grano estero, informandolo che il vapore sarebbe dovuto arrivare, con simulata provenienza rumena, in un piccolo porto, dove io avrei mandato un funzionario… istruito, il quale avrebbe sequestrato il vapore. Poi la vertenza si sarebbe transatta con la divisione a metà del grano cosi importato. Il cav. Pagano prese un giorno di tempo a pensarci, mi fece presente la possibilità che il ministero nel frattempo potesse cadere, sul che ritenni di poterlo rassicurare, e il domani mi comunicò di essere disposto all’operazione, soprattutto in quanto rappresentava un servizio reso allo Stato. Avuta cosi la sua adesione, volli per parte mia essere autorizzato da Giolitti, al quale esposi il mio piano, diretto a far ricuperare allo Stato la metà del grano perduto, e a procurare a D’Annunzio qualche milione di cui aveva molto bisogno per la città di Fiume. Gli dichiarai che se l’operazione fosse andata male, ne avrei assunta io tutta la responsabilità e, negando sempre di averlo informato, mi sarei dimesso. L’on. Giolitti, dopo un momento di riflessione, mi disse testualmente: — Marcia; a Fiume vi sono degli Italiani e dobbiamo aiutarli —. L’operazione fu fatta, D’Annunzio intascò oltre due milioni. Il vapore giunse a Catania, il carico ne fu diviso, ma qualche giorno dopo 1’ ‘Avanti!’ pubblicava che il Commissario dei consumi era un grande ingenuo, al quale la si era fatta bere grossa, con il fargli credere che provenisse dalla Rumenia un vapore di grano venuto da Fiume. ‘Meglio apparire come uno scemo — pensai, — che come un manutengolo’.”.

Le motivazioni politiche dell’appoggio all’impresa di Fiume.

Le motivazioni politiche dell’atto furono immediatamente rivendicate e riecheggiavano sostanzialmente il tentativo di riavvicinarsi al partito socialista.

Infatti illustrò i fatti proprio Giulietti, nel seguente comunicato pubblicato su foglietti volanti da distribuirsi fra gli uomini della Federazione dei Lavoratori del Mare (Gerra 1974, 151-153):

Il piroscafo Persia è quel tale che a Spezia ha caricato munizioni e viveri da trasportarsi in Russia. In difesa del proletariato russo abbiamo fatto del nostro meglio per impedire tale trasporto. Nel compiere questo nostro dovere abbiamo incontrato, per ragioni ancora non chiare, l’ostilità dei dirigenti l’Avanti!; la Confederazione del Lavoro, invitata da noi ad intervenire presso il governo per farci ottenere la libertà di andare a bordo del Persia non si è fatta viva. Il governo, però, in seguito al nostro comunicato del 24 settembre 1919, invitante la Confederazione del Lavoro a ricorrere magari allo sciopero generale per eliminare l’inibizione governativa che ci impediva di mantenere il contatto coll’equipaggio del Persia, ha tolto tale inibizione appena il piroscafo dall’arsenale di Spezia passò in rada.

Al momento della partenza riuscimmo a completare l’equipaggio con un nostro segretario e a stabilire per ogni buon fine, nel contratto di arruolamento, che il carico sarebbe stato sbarcato in porti cinesi e non russi.

La nave da Spezia andò a Messina ove imbarcò commestibili. A Messina mediante il segretario imbarcato a Spezia, imbarcarono tre nostri fiduciari tra i quali un altro segretario federale. In mare è avvenuto quello che doveva avvenire. I nostri compagni presero la direzione della nave e invece di far rotta per il canale di Suez andarono a Fiume. Perciò non è vero che il Persia sia stato catturato. Il Persia, carico di armi, munizioni e viveri contro il proletariato russo, è stato invece condotto volontariamente a Fiume dai nostri rappresentanti. I mezzi che dovevano servire a combattere la libertà e la redenzione del popolo russo serviranno per la libertà e per la redenzione del popolo fiumano. La nostra azione è in perfetta concordanza é continuazione coll’azione che abbiamo svolto dall’inizio del conflitto europeo per la libertà e per la difesa di tutti i popoli contro ogni sorta di nazionalismo, capitalismo e militarismo. Manovriamo all’infuori di ogni partito e di ogni setta. D’Annunzio e Nitti sono per noi due uomini come gli altri, inquantocché tutti gli uomini sono eguali dinanzi all’alterna vicenda del dolore e del piacere che regola la vita. Lavoriamo non per questo o per quell’uomo di governo, ma per un’idea di giustizia umana che ci fa amare il nostro prossimo come noi stessi, senza distinzione di nazione e di classe.

Ai rivoluzionari a parole, ai settari di ogni parte, ai tristi che in questi giorni sui giornali di diverso colore attaccano stupidamente la nostra opera, mostriamo il piroscafo Persia là nel porto di Fiume colla bandiera federale marinara a bordo. A suo tempo quando non vi sarà censura daremo ampio resoconto dell’avvenimento, additando all’ammirazione del proletariato i nomi dei valorosi compagni che a bordo del Persia hanno scritto una trionfale pagina della storia marinara.

Genova, 10 ottobre 1919”

Tali argomentazioni furono solennemente riaffermate nel primo discorso di Giulietti, appena divenuto onorevole, alla Camera dei Deputati il 12 dicembre 191911, discorso che mostrò la sua abilità retorica e strategica: vista l’iniziale simpatia che l’impresa stessa aveva suscitato in molti Italiani, opportunisticamente ed ecletticamente Giulietti utilizzava l’aspetto “socialista” o “nazionalistico” dell’impresa a seconda delle convenienze e mutava il linguaggio a seconda dell’uditorio.

In questo intervento egli si assunse la responsabilità dell’atto ribadendo quanto già comunicato al momento della sottoscrizione dell’offerta per D’Annunzio, e rivelò pubblicamente il fatto che le armi contenute nel Persia erano in realtà dirette ai russi bianchi e non in Cina come il governo sosteneva, disorientando quindi anche i socialisti12:

Operare per impedire che Fiume cada nelle mani di quel sindacato [anglo-franco-americano] significa agire, non soltanto per una causa italiana, ma anche internazionale e particolarmente per la Russia proletaria. Tenendo presente questa verità, sulla quale, ripeto, ci troviamo d’accordo, non capisco perchè si voglia gabellare unicamente per nazionalista la manovra colla quale ho fatto deviare il Persia a Fiume.

Si voleva far credere che questa nave, come il piroscafo Nippon, era carica di vecchie armi da sbarcarsi in Cina; si voleva dunque ingannare il popolo italiano a danno dei lavoratori russi e tutto ciò per parte di quegli stessi capitalisti che, per identiche ragioni, intendono o intendevano trasformare a qualunque costo la città di Fiume in una testa di ponte contro la Russia e contro l’unione dei popoli – italiani e jugoslavi compresi – massacrati dalla pace di Versailles. In conseguenza, di ciò ho pensato che l’andata del Persia a Fiume sarebbe stato un doppio colpo contro il sindacato anglo-americano, perchè avrei reso un servizio alla giusta causa del mio paese e a quella del proletariato russo. Così ho fatto e sono contento. (Interruzioni — Commenti all’estrema sinistra e a sinistra).

Ne consegue che D’Annunzio, pur essendo andato a Fiume sotto l’impressione di un sentimento esclusivamente nazionale (Rumori all’estrema sinistra), ha reso, magari oltre le sue intenzioni, un grande servizio anche alla classe proletaria, alla causa della Russia dei Soviety. (Interruzioni vivissime all’estrema sinistra). E, perciò, da questo posto io mando il mio modesto saluto a quest’uomo. (Vivissimi rumori all’estrema i sinistra — Applausi a sinistra e a destra).

Onorevoli colleghi, visto che colle vostre interruzioni mi avete costretto a dilungarmi molto e a fare una difesa personale, invece d’una critica al discorso della Corona, concludo col dirvi che io sono andato a Fiume per un ideale di giustizia nazionale ed internazionale. Nazionale per completare la indipendenza del mio Paese, (Interruzioni all’estrema sinistra — Applausi su altri banchi — Commenti animati) ed internazionale per aiutare con tutti i mezzi la Russia. (Rumori all’estrema sinistra).

Così va intesa l’opera mia in confronto di Fiume. (Rumori). Così pure va inteso l’atto delle cinquantamila lire offerte dalla organizzazione marinara: atto di solidarietà verso un’azione che, impedendo la conquista di Fiume da parte della polizia al servizio del capitalismo anglo-franco-americano, ha favorito anche la causa della Russia dei Soviety, per la quale i lavoratori di tutti i paesi hanno il dovere d’intervenire non con sole parole, ma con fatti. (Commenti animati — Rumori all’estrema sinistra).

La Stampa, schierata su posizioni nettamente opposte, uscì con tutta la prima pagina dedicata al discorso con il titolo “La Camera delibera la chiusura della discussione dopo un rumoreggiato discorso dell’on.le Giulietti”, riportò tutto il discorso del sindacalista e commentò in tono negativo l’intervento, ma giudicò Giulietti “abile lottatore” in quanto era riuscito a schivare le critiche del numeroso gruppo dei socialisti creando difficoltà al governo perchè ipotizzava che Nitti, che cercava l’appoggio degli stessi socialisti, avesse venduto armi ai “bianchi”13.

Il discorso in effetti sorprese i socialisti e in particolare fu l’occasione per riallacciare i rapporti con alcuni di essi, tra cui Bombacci, ma non con Serrati che rimase sempre ostile a Giulietti accusandolo di essere la longa manus della Massoneria.

Tasca (1974, 89) riporta quanto scrisse l’“Avanti!” in seguito al discorso del sindacalista: “Quest’episodio del Persia ebbe anche vasta eco alla Camera, ove Nitti negò che il suo carico fosse destinato alla Russia. Su di caso si è impegnata una vivace polemica tra 1′ ‘Avanti!’ e il capitano Giulietti, che per impedire la partenza del piroscafo aveva provocato a Genova lo sciopero e chiesto ai socialisti che questo fosse esteso a tutta l’Italia. L’ ‘Avanti!’ del 16 dicembre 1919, scrive: ‘Lo sciopero generale pel Persia — inscenato dalla Massoneria di cui Giulietti è la lunga mano — significava creare una tale situazione interna per cui avrebbero avuto buon gioco gli avventurieri di Fiume e il nostro paese avrebbe potuto essere facilmente, in momento di tanto subbuglio, alla mercè di pochi pescatori nel torbido. Era quello che volevano i fiumani. ‘E’ per la Russia’ ci gridava Giulietti. ‘Non beviamo’, rispondevamo noi. E ci rifiutammo di pubblicare la provocazione allo sciopero generale… La salvezza della Russia e tutta la faccenda del Persia son state un magnifico pretesto trovato da Giulietti e dalla Massoneria italiana, d’accordo coi fiumaroli, per indurre il Partito socialista italiano e la C.G.L. ad un’azione da piazza che avrebbe in quel momento giovato solo all’imperialismo italiano’. L’ ‘Avanti!’ aggiunge (è certo Serrati che scrive), che i fondi del Persia hanno servito a pagare gli Arditi inviati a Milano. Una risposta di Giulietti è nell’ ‘Avanti!’ del 23 dicembre.”

Alatri (1976, 270-271)14 sostiene che “i socialisti non credevano alla sincerità di Giulietti, dissociarono le loro responsabilità dalle sue”. In realtà, data la notoria scaltrezza e spregiudicatezza del sindacalista, i socialisti effettivamente erano molto sospettosi e non potevano credere alle parole pronunciate alla Camera, almeno ufficialmente. Tuttavia la indubitabile ripresa dei contatti e i successivi incontri del gennaio 1920 fanno ritenere che il discorso di Giulietti ebbe qualche effetto nei confronti di alcuni socialisti del vertice del partito e sicuramente su Bombacci.

La Massoneria, alla quale Giulietti era all’epoca in effetti affiliato, aveva inizialmente visto con favore l’azione di D’Annunzio rivolta a rivendicare l’appartenenza della città all’Italia ma temeva iniziative che portavano a ribellioni nei confronti del governo italiano: il Grande Oriente d’Italia, tramite il suo Gran Maestro Domizio Torrigiani, appoggiò con convinzione l’impresa (Torrigiani stesso andò a Fiume e colse l’occasione per ottenere il divorzio, là consentito). In questa fase si riteneva che Giulietti potesse essere la persona giusta, insieme a Alceste De Ambris, per evitare il predominio degli elementi ultranazionalisti e per avvicinare D’Annunzio ad istanze più democratiche e progressiste (Serventi Longhi, 2011, 130).

L’accusa socialista quindi aveva un fondamento di verità, tuttavia veniva sottovalutata la personalità del sindacalista riminese, poco incline ad accettare discipline di gerarchie superiori.

Infatti, quando trapelarono i propositi rivoluzionari ispirati da Giulietti e da De Ambris, Torrigiani li bocciò e il Grande Oriente d’Italia varò un ordine del giorno che rifiutava appoggio ad ogni moto di ribellione (Conti, 2003, 239 e 255): tale decisione non fu apprezzata da Giulietti che presentò le proprie dimissioni dai liberomuratori.

Mola (2001, 475) ritiene che le “irrevocabili dimissioni” di Giulietti fossero indice di insofferenza all’appartenenza ad una gerarchia nella quale egli non era al vertice e quindi, abituato a una pressochè illimitata libertà di azione, il sindacalista non accettava “l’inquisizione avviata dalla Giunta Centrale sul modo in cui egli pensava di conciliare l’azione sindacale svolta in mezzo alla gente di mare con i principi fondamentali dell’Ordine”.

La sua uscita dalla massoneria fu teatrale, come raccontò Giovanni Ansaldo (1924):

«Viva la libertà!». Con questo stesso grido, egli uscì, la sera del l3 Giugno 1920, dalla Rispettabile Loggia Trionfo Ligure-Secolo Nuovo, all’Oriente di Genova: si strappò il grembiulino massonico, ne fece un rotolino, e pàffete, sulla faccia del Venerabile: e poi se ne uscì, sbattendo gli usci e gli usciolini, pim, pum, passa Giulietti, viva la libertà. I poveri fratelli, che avevan creduto fino allora di dominare nientemeno che la Federazione Marinara, e coccolavano Giulietti come il più bell’ornamento della Rispettabile Loggia, rimasero come statue di sale.

Era evidente quindi che, già prima del colpo dannunziano, Giulietti voleva presentarsi come un campione del proletariato più che della Massoneria; l’impresa di Fiume fu da lui vista fin da subito come elemento cardine di una strategia che mirava, attraverso questo fatto nuovo, a trasformare quella che si presentava come un’azione nazionalista in un esperimento di tutt’altro genere che portasse invece acqua al mulino del socialismo.

In questo senso quindi va vista l’adesione di Giulietti all’impresa di Fiume, come da lui ripetutamente dichiarato anche in tempi non sospetti e scevri da tatticismi, e come confermato da altri protagonisti dell’ora, quali per esempio il commissario straordinario militare per la Venezia Giulia, cioè il comandante dell’esercito che “assediava” Fiume, Pietro Badoglio.

Badoglio informò Nitti che il reale motivo del dirottamento del Persia, più che un vero proprio atto deliberato per aiutare Fiume era impedire a tutti i costi che il materiale bellico, che si riteneva destinato a combattere il bolscevismo, giungesse in Russia; da parte della Film il fatto di non essere riusciti ad evitare la partenza da La Spezia del piroscafo aveva spinto Giulietti a causare il dirottamento stesso. Per cui, aggiunse Badoglio, “la Federazione della Gente del Mare ha scoperto il suo giuoco, che l’approdo del piroscafo Persia a Messina ha particolarmente favorito e il patriottismo si è prestato a coprire”.

Badoglio aveva proposto la riconsegna della nave e D’Annunzio e Rizzo avevano inizialmente accettato, ma poi era intervenuto Giulietti a bloccare l’accordo “perchè lo scarico, motivato da nota ragione nascondendo un movente patriottico e gli interessi della Federazione, copre la Federazione da attacchi socialisti”. Dai telegrammi di Badoglio e Nitti riportati da Alatri (1976, 270-271) si ricava che Badoglio aveva proposto lo scambio delle armi con un carico di carbone, di cui Fiume era ormai priva, ma D’Annunzio aveva risposto che il rilascio del piroscafo sarebbe avvenuto solo dopo lo sbarco del materiale bellico.

Badoglio il 15 ottobre a Nitti scrisse che “la condotta del capitano Giulietti è veramente deplorevole e bolscevica e l’incidente di Fiume è un pretesto per provocare disordini e ricattare il Governo” (Alatri 1976, 270-271).

Sostanzialmente quindi le motivazioni esposte da Giulietti trovavano conferma anche nelle parole di Badoglio.

E’ noto che D’Annunzio progressivamente mutò sia gli obiettivi dell’impresa da lui comandata, sia le proprie idee sul nazionalismo stesso. Dall’iniziale finalità dell’annessione del territorio fiumano all’Italia contro la volontà degli alleati, si giunse alla creazione di un “Comando” che per effetto del mancato riconoscimento italiano ed internazionale, divenne sempre più autonomo fino a diventare la “Reggenza Italiana del Carnaro”.

Il cambiamento di prospettiva si realizzò proprio nel novembre 1919, quando il successo del dirottamento del Persia diede a D’Annunzio l’idea di azioni di più vasto respiro, conferendo però alle stesse, forse su ispirazione anche di un sindacalista come Giulietti, contenuti sempre più sociali.

Giovanni Ansaldo (1924) scrisse: “Giulietti ebbe la suprema abilità di presentarsi a Fiume come un salvatore, come un rude marinaio che predava il mare per conto della Testa di Ferro, e portava le granerie alla Città Olocausta, alla Città di Luce. E nella fantasia del Divo restò circonfuso di questa aureola fiumana”.

Non a caso l’8 novembre giunse a Fiume De Ambris, notissimo protagonista del sindacalismo rivoluzionario che acquisì sempre maggiore influenza sul poeta; il mutamento divenne poi manifesto quando Giovanni Giuriati, esponente dei nazionalisti, si dimise da capo di gabinetto e fu sostituito dallo stesso De Ambris che poi elaborò la “Carta del Carnaro”: essa e la costituzione della Repubblica di Weimar (Ghersi 2013, 85) erano considerate all’epoca le più avanzate e innovative carte fondamentali elaborate.

Ciò che più poteva essere dirompente nella complessa e confusa situazione politica fu il progetto rivoluzionario di una marcia su Roma ideato da Giulietti e approvato da D’Annunzio nel gennaio 1920. Ma questa è un’altra storia.

1I principali studi che si sono occupati di Giulietti dopo la sua morte sono stati, a parte i frequenti richiami di R.De Felice in Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi, 1965-1995 e Mussolini il fascista, Torino, Einaudi, 1966, G.Giacchero, Capitan Giulietti, Genova, Sagep Editrice, 1974 e G.Salotti, G.Giulietti: il sindacato dei marittimi dal 1910 al 1953, Roma, Bonacci, 1982

2Lettera a Benito Mussolini del 20 settembre 1919 in Archivio Centrale dello Stato (di seguito ACS), Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato, busta 7, sottofascicolo 1, carteggio 1913-1919

3Lettera a Benito Mussolini del 23 settembre 1919 in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato, busta 7, sottofascicolo 1, carteggio 1913-1919)

4Atti parlamentari della Camera dei Deputati del Regno (di seguito APCD), XXV legislatura, 12 dicembre 1919, p. 208.

5APCD, XXV legislatura, 12 dicembre 1919, p. 208.

6Tutta la corrispondenza relativa è in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato, busta 7, sottofascicolo 2, carteggio 1920-1932, inserto “A”)

7Lettera di D’Annunzio a Mussolini del 3 gennaio 1925 in De Felice, 1971, 123-125.

8Lettera di D’Annunzio a Mussolini del 3 marzo 1925 in De Felice, ibidem, 131-132).

9Lettera di D’Annunzio a Mussolini del 27 ottobre 1926 in De Felice, ibidem, 207-209

10Lettera di D’Annunzio a Mussolini del 3 dicembre 1926 in De Felice, ibidem, 210-211

11G.Giulietti, Ristampa dei discorsi alla Camera dei deputati del 12 dicembre 1919 e del 26 luglio 1920, 21 gennaio 1949.

12APCD, XXV legislatura, 12 dicembre 1919, pp. 209-210

13La Stampa, 13 dicembre 1919.

14Nota 76; curiosamente Alatri cita il discorso di Giulietti del 13 dicembre mentre in realtà esso fu tenuto il 12

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