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Posted in Articoli, Numero 30 - Articoli, Numero 30 - Novembre 2012

I campi Displaced Persons per profughi ebrei stranieri in Italia (1945-1950)

I campi Displaced Persons per profughi ebrei stranieri in Italia (1945-1950)

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di Martina Ravagnan

Abstract

La storia delle Displaced Persons ebree costituisce un capitolo poco conosciuto del dopoguerra italiano. Più di 40.000 rifugiati ebrei, per lo più provenienti dall’Europa orientale, trascorsero dai quattro ai cinque anni in Italia all’interno di campi profughi organizzati dalle Nazioni Unite. In questi campi si costituirono delle comunità dinamiche ed organizzate che si dotarono di proprie istituzioni di rappresentanza politiche e si impegnarono in numerose attività culturali. Un’analisi della storia dei campi DP in Italia è possibile grazie alla copiosa documentazione prodotta dagli stessi profughi sulla loro esperienza, come ad esempio i giornali ed i bollettini pubblicati nei campi settimanalmente.

Abstract english

The Displaced Persons camps for Jewish refugees in Italy (1945-1950)

The experience Jewish Displaced Persons went through in Italy in the aftermath of the Second World War represents an almost unknown chapter of Italian history. More than 40.000 Jewish refugees from Eastern Europe spent between four and five years in DP camps in Italy. There they organized themselves into active communities that stood out for their cultural and political dynamism.

Ajdc: American Joint Distribution Committee (conosciuto come Joint)

DPs: Displaced Persons Ojri: Organization of Jewish Refugees in Italy (Organizzazione dei profughi ebrei in Italia)

Ort: Organization for Rehabilitation through Training

Unrra: United Nations Relief and Rehabilitation Administration

Introduzione

All’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, nel maggio 1945, si trovavano nei territori di Germania, Austria ed Italia più di 10 milioni di profughi di varia nazionalità. Questa enorme ed eterogenea massa di persone in movimento, proveniente in maggioranza dall’Europa centrale ed orientale, era costituita da ex prigionieri di guerra, civili in fuga, ex internati di campi di concentramento o di lavoro e da collaboratori volontari dei nazisti. La loro condizione venne indicata dagli Alleati con la formula Displaced Persons (DPs), coniata dal sociologo e demografo di origine russa Eugene M. Kulisher, un termine tecnico per definire coloro che si trovavano al di fuori dei confini dei propri paesi di origine, persone “spostate” di cui la comunità internazionale doveva occuparsi e che dovevano essere “ri-locate”.

La letteratura accademica che affronta la questione delle Displaced Persons come nuovo soggetto collettivo è relativamente recente e fu avviata nella metà degli anni ottanta con il volume di Michael Robert Marrus (1985), che inserisce i DPs nel più ampio contesto del Novecento pensato come “secolo dei profughi”, e proseguì poi con l’opera pionieristica di Mark Wyman (1989), concentrata sulla zona d’occupazione americana della Germania. In Italia studi generali sugli spostamenti di massa nell’Europa del secondo dopoguerra sono apparsi solo negli ultimi anni, in particolare con i lavori di Silvia Salvatici (Crainz, Pupo, Salvatici 2008; Salvatici 2008). Il recentissimo volume di Gerald Daniel Cohen (2012) analizza in particolare le connessioni tra il problema dei DP nel dopoguerra e lo sviluppo di una legislazione internazionale sui diritti umani e di un associazionismo a scopo umanitario.

Già alla fine dell’estate gli Alleati erano riusciti a rimpatriare la maggioranza dei profughi sotto loro custodia e nel settembre 1945 rimanevano sul suolo di Germania, Austria ed Italia poco meno di un milione e mezzo di rifugiati1. Più della metà di essi era di provenienza polacca, altri profughi erano ungheresi, baltici e jugoslavi. Molti rifiutavano il rimpatrio in quanto anti comunisti o ex collaboratori dei nazisti. Una minima parte, 53.322 persone, pari al 3,6 per cento del totale, era costituita da ebrei (Bauer 1989, 45). Nel 1945 il nucleo originario delle Displaced Persons ebree presenti nei campi di raccolta (DP camps), o in altre soluzioni abitative (ospedali, kibbutz, alloggi nelle città e colonie per bambini) sotto la tutela alleata, era costituito da poco più di 75.000 sopravvissuti alla Shoah. La maggioranza di questi sopravvissuti era stata liberata dagli Alleati nei lager della Germania, dove era giunta, attraverso le “marce della morte”, dai campi di sterminio in Polonia. Altri erano sopravvissuti nascondendosi nelle campagne o presso gentili2. In genere la loro età era compresa tra i 18 ed i 45 anni, in quanto bambini ed anziani, le prime vittime del sistema di sterminio nazista, erano quasi totalmente assenti3. In una fase successiva nuovi profughi ebrei arrivarono, a varie ondate, nei campi DP di Germania, Austria e Italia; si trattava per lo più di ebrei polacchi che avevano passato gli anni della guerra in Unione Sovietica o che avevano combattuto nelle foreste dell’Europa orientale tra le fila dei partigiani. L’apice degli afflussi risale all’estate del 1946, quando più di 100.000 ebrei lasciarono la Polonia a seguito delle nuove manifestazioni di antisemitismo che scoppiarono nelle principali città polacche, la più violenta delle quali ebbe luogo il 4 luglio a Kielce dove 42 ebrei vennero uccisi (Wasserstein 1996, 26). I “nuovi arrivati” erano spesso riusciti a mantenere i loro nuclei famigliari intatti durante gli anni passati nei territori russi e cambiarono la composizione demografica dei campi DP per la presenza tra loro di molti bambini, ragazzi giovani ed anziani. Infine, nel 1947, il totale delle Displaced Persons ebree presenti tra Germania, Austria ed Italia aveva raggiunto il numero di 250.000 (Marrus 1985, 335).

Gli ebrei sopravvissuti, sebbene indicassero i campi di raccolta in cui vivevano con il termine “di-pi lagern”, si riferivano a se stessi come Sheyres Hapleyte (pronuncia yiddish per l’ebraico She’erit Hapleitah)4, riprendendo e attualizzando la formula biblica che indicava, nel Secondo Libro dei Re 19:30-31 (intervento del profeta Isaia) e poi nel Primo Libro delle Cronache 4:43, i rifugiati del popolo ebraico sopravvissuti alla conquista assira dell’antico Israele (Mankowitz 2002, 2). Nel duplice e ambiguo significato di “il rimanente che è stato salvato” oppure di “il rimanente salvifico”, il rinnovato utilizzo di questo termine all’indomani della Shoah riflette la consapevolezza posseduta dalle Displaced Persons ebree del loro passato e della tragedia che li aveva appena coinvolti, della propria responsabilità e del ruolo storico che venivano così a ricoprire in una futura possibile rinascita del popolo ebraico. Nonostante le differenze di background culturale, di provenienza sociale e di esperienze vissute sia prima che durante la guerra, le Displaced Persons ebree svilupparono un forte senso identitario e di coesione che trasformò i campi DP in vere e proprie comunità, estremamente attive e dinamiche. Fin dalla prima Conferenza dei Rappresentanti dei Sopravvissuti Ebrei in Germania, tenutasi il 25 luglio 1945 a St. Ottilien, i rifugiati ebrei lottarono per essere riconosciuti come gruppo in sé distinto ed ottenere campi separati dagli altri DPs di varia nazionalità. Infatti la residenza in campi misti significava spesso una stretta e forzata convivenza con ex collaboratori dei nazisti di provenienza polacca, lituana o ucraina, che portava a frizioni e ad ulteriori scoppi di violenza antisemita. Nella zona d’occupazione americana della Germania l’obbiettivo dei campi separati fu raggiunto dopo la pubblicazione nell’agosto 1945 del rapporto Harrison commissionato dal presidente Truman, che concludeva con la scioccante affermazione: “As matters now stand, we appear to be treating the Jews as the Nazis treated them except that we do not exterminate them”5. Molto maggiori furono le difficoltà per ottenere il riconoscimento di uno statuto speciale per le Displaced Persons ebree nelle zone sotto custodia britannica, dove raramente venne dato il permesso per campi separati. Infatti gli Inglesi temevano le pressioni destabilizzanti che, se organizzati come gruppo, gli Sheyres Hapleyte avrebbero potuto esercitare sulla già precaria situazione del mandato britannico in Palestina. Ma, sia nei campi misti che in quelli separati, i profughi ebrei trascorsero generalmente dai 4 ai 5 anni in attesa di poter emigrare in America o nei territori palestinesi (poi in Israele) e vennero velocemente a formare un gruppo solidale e organizzato: in ogni campo si svilupparono movimenti e partiti politici ebraici, furono aperte scuole per bambini e ragazzi e centri per l’educazione professionale degli adulti, vennero pubblicati giornali e si formarono gruppi teatrali e sportivi ed organizzazioni giovanili di rappresentanza politica.

L’ormai vastissima letteratura accademica sul tema della Shoah conclude solitamente il proprio periodo di indagine con il momento della liberazione dei campi di concentramento da parte delle forze alleate. Spesso ridotta nel suo valore a semplice momento di interregno tra la tragedia dello sterminio degli ebrei e la fondazione dello stato di Israele, la storia delle Displaced Persons ebree è diventata oggetto di discussione e di studi solo molto recentemente, a partire dalla fine degli anni Ottanta, ed è stata affrontata come un capitolo a sé stante rispetto ai tradizionali studi sulla Shoah. I primi studi (Dinnerstein 1982, Bauer 1989, Gutman 1990, Kochavi 2001) si sono concentrati soprattutto sul lavoro delle organizzazioni di aiuto internazionale che amministravano i campi DP e sull’analisi della relazione tra le politiche adottate dalle grandi potenze verso i sopravvissuti ebrei ed il contesto diplomatico internazionale connesso alla questione del mandato britannico in Palestina. Questo tipo di indagini ha teso a dipingere i Dps ebrei come elementi succubi e passivi, evidenziando la loro dipendenza dagli aiuti esterni delle organizzazioni internazionali e dalle decisioni di Stati Uniti e Gran Bretagna per poter cominciare una nuova vita. Le fonti a cui questi primi studi hanno fatto riferimento consistono principalmente nel materiale d’archivio delle organizzazioni d’aiuto e dei ministeri esteri dei vari stati coinvolti nella questione dei DPs ebrei. È stata invece tralasciata la documentazione proveniente dagli stessi DPs, come, ad esempio, gli atti delle sedute dei vari comitati di rappresentanza dei rifugiati, i giornali pubblicati quasi in ogni campo, i bollettini informativi e gli annunci distribuiti ed affissi nei campi. Questa documentazione “interna” è scritta prevalentemente in Yiddish, la lingua madre della maggior parte dei rifugiati e quella che predominava nella vita sociale, pubblica e privata, all’interno dei DP camps. Studi successivi (Mankowitz 2002, Königseder Wetzel 2001, Myers Feinstein 2009) hanno cercato di sviluppare un punto di vista interno, per comprendere le condizioni di vita, le problematiche, l’identità e le aspirazioni delle Displaced Persons ebree. In questo modo gli Sheyres Hapleyte sono stati presentati “as subjects rather than as objects of history” (Mankowitz 2002, 3).

Fra i tre stati – Germania, Austria ed Italia – che hanno costituito le tre principali aree di concentrazione delle Displaced Persons ebree, è sulla Germania che sono presenti studi più numerosi ed approfonditi, anche per il semplice motivo che nel suo territorio si trovava la maggioranza dei campi DP e dei profughi. Esistono già alcuni studi che si concentrano solo sulla zona d’occupazione inglese o americana all’interno della stessa Germania ed altri studi che affrontano temi specifici come le relazioni tra i DPs ebrei e la circostante popolazione tedesca o che propongono una prospettiva di genere sulla vita all’interno dei campi6. La più recente raccolta di contributi sul tema degli Sheyres Hapleyte (Patt Berkowitz 2010), ancora una volta concentrata sulla Germania, si è posta l’obbiettivo di far emergere una storia sociale e culturale dei campi DPs, nel tentativo di bilanciare quello che viene definito come “a disproportionate focus on the political and diplomatic history of the postwar period” (Patt Berkowitz 2010, 8).

Sui campi DPs in territorio austriaco le ricerche e gli studi pubblicati sono di numero molto inferiore rispetto a quelli scritti a proposito dei campi in Germania. Ma già nel volume del 1989 Out of the Ashes di Yehuda Bauer il versante austriaco della storia delle Displaced Persons ebree è presente in ogni capitolo. Le ricerche più recenti sono invece dovute soprattutto ai lavori dello storico austriaco Thomas Albrich (2002), che si è però concentrato in maniera maggiore sulla questione dell’emigrazione dei rifugiati verso la Palestina, piuttosto che sulla vita all’interno dei campi DPs.

L’Italia risulta essere il versante più lacunoso del quadro generale dei nuovi studi sulle Displaced Persons ebree nel secondo dopoguerra. Gli studi presenti (Toscano 1990, Villa 2005, Pfanzelter 2002, Villani 2009) mantengono un focus privilegiato sulla questione dell’immigrazione clandestina dei profughi ebrei in Italia dall’Europa dell’Est e dai campi DP di Austria e Germania e poi sulle loro partenze verso la Palestina. Manca per ora un’analisi ravvicinata di quelle che furono le vicende e la vita dei rifugiati ebrei nei campi che si trovavano sul territorio italiano. Totalmente assente è inoltre uno sguardo volto a privilegiare una prospettiva interna sulla questione e che si basi sulla documentazione prodotta dagli stessi DPs. Una storia sociale e culturale della vita nei campi, che i più recenti studi sulla situazione in Germania sono riusciti a mettere in evidenza attraverso l’analisi dei giornali pubblicati dai DPs, rimane ancora, per l’Italia, un territorio inesplorato.

Le Displaced Persons ebree in Italia

All’interno dei flussi di spostamento dei DPs ebrei la penisola italiana ebbe un ruolo assolutamente centrale come area geografica strategica per l’emigrazione in Palestina, tanto che Mario Toscano (1990), il primo studioso ad occuparsi della questione, la poté definire come la “porta di Sion”. Nei primi mesi del 1946 la Commissione di inchiesta anglo-americana venne in Italia, creata per analizzare la situazione dei sopravvissuti ebrei nei campi DP sotto supervisione alleata, presentò un resoconto secondo il quale si trovavano sul suolo italiano 15.000 profughi ebrei stranieri ed altri 3.000 aspettavano di potervi giungere dall’Austria. Un anno più tardi, secondo le cifre della United Nations Relief and Rehabilitation Administration (Unrra), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupava della gestione dei campi DP, 30.000 sopravvissuti ebrei erano ospitati in Italia (Villa 2005, 209). Calcolare il numero esatto dei profughi ebrei presenti in Italia tra 1945 e il 1948 è un’operazione molto complicata, perché molti rifugiati erano giunti illegalmente senza documenti di identità e perché spesso le partenze seguivano di poco gli arrivi. Ma certamente si tratta di un numero largamente superiore alle 30.000 persone ipotizzate dall’Unrra ed arrivava almeno a 40.000, come riportato anche negli stessi giornali pubblicati dai profughi7. Inoltre a questo numero vanno aggiunti 9.000 rifugiati giunti in Italia negli anni Trenta, prima delle leggi razziali del 1938 (Kokkonen 2003, 23).

Le ragioni per cui l’Italia divenne un punto chiave nel flusso migratorio degli ebrei sopravvissuti agli anni del terrore nazista vanno chiaramente ricercate nelle strategiche caratteristiche geografiche e topografiche del territorio italiano: per i migranti i numerosi valichi alpini costituivano facili possibilità di oltrepassare i confini settentrionali e le lunghe coste offrivano piccoli porti da cui potevano partire le navi clandestine dirette in Palestina. Ma un ruolo importante venne giocato anche dall’atteggiamento delle autorità italiane nei confronti dei profughi giunti illegalmente, molto meno restrittivo e severo di quello mantenuto dagli Inglesi fino alla nascita del nuovo stato d’Israele. Questo atteggiamento favorevole verso la causa dell’emigrazione ebraica trovò le sue motivazioni non solo nell’aspetto umanitario della questione, ma anche nel tentativo da parte delle autorità italiane di prendere le distanze dal periodo fascista, dipingendo l’antisemitismo come qualcosa di alieno allo spirito italiano e unicamente conseguente all’alleanza con la Germania. Inoltre, come ha sottolineato Mario Toscano (1990, 2), “la scelta di assecondare una iniziativa carica di risvolti umanitari, che […] intralciava la strategia inglese nel Mediterraneo, diveniva col tempo uno strumento per riaffermare una parziale autonomia operativa dell’Italia”, un paese sconfitto che all’indomani della fine della guerra era limitato nella propria sovranità interna e nella politica estera e privo di peso internazionale.

Il flusso dei sopravvissuti ebrei in fuga dalle nuove manifestazioni di antisemitismo in Polonia prese inizialmente avvio in maniera spontanea, coinvolgendo piccoli gruppi o singole persone. Ma ben presto divenne un’onda inarrestabile che si sviluppò in forma organizzata. Si costituì “una rete invisibile che collegava i campi dei profughi e le città dell’Europa Centro-Orientale” (Villa 2005, 143), gestita da poco più di 200 persone e che prese il nome di Brichah (dall’ebraico “fuga” o “migrazione”). Uno dei leader principali di questo movimento fu anche il poeta e partigiano Abba Kovner, che era stato il capo della Fareynikte Partizaner Organizatsie (Organizzazione unita dei partigiani, Fpo) creata nel ghetto di Vilne (nome yiddish dell’attuale capitale della Lituania, Vilnius). Per ottenere i loro scopi, gli organizzatori della Brichah stabilirono una vasta e ramificata rete di contatti e crearono punti di sosta per i profughi lungo il confine tra Polonia e Slovacchia e in altre località pensate come tappe strategiche verso l’Italia. Inoltre nacque una vera e propria industria per la falsificazione di documenti e spesso i sopravvissuti ebrei viaggiavano sotto la falsa identità di cittadini greci o italiani di ritorno verso i loro paesi (Bauer 1989, 57).

La quasi totalità dei profughi ebrei cercò di entrare nella penisola italiana attraverso il confine di nord est. Il passo del Brennero (in parte minore anche il passo di Resia), descritto da Primo Levi (1982, 234) come “lo stretto canale di un vasto imbuto”, divenne in assoluto la via primaria per giungere in Italia. Si calcola che, ogni settimana, mediamente 500 sopravvissuti ebrei attendessero la notte vicino al Brennero per poi entrare in Italia a piedi protetti dal buio (Pfanzelter 2002, 93). Essendo il Sud Tirolo la prima area su cui si riversava il flusso migratorio ebraico, i responsabili della Brichah avevano organizzato il primo campo di accoglienza a Merano, negli spazi di un ex sanatorio, dove veniva offerto un alloggio temporaneo ed assistenza medica. A Tarvisio erano invece stazionati dal maggio 1945 gli uomini della Brigata Ebraica (5.000 uomini parte dell’ottava armata britannica provenienti dai territori del mandato inglese in Palestina) i quali gestirono per qualche mese un secondo campo di accoglienza situato a Pontebba, dal quale i rifugiati venivano poi trasferiti in centri di smistamento o in campi più grandi (Villa 2005, 148). Il più importante centro di smistamento e punto di riferimento per i profughi ebrei entrati nella penisola trovò la sua sede in Via Unione a Milano, nel palazzo cinquecentesco Erba Odescalchi. Dall’aprile 1945 al novembre 1947 (quando il centro smise di funzionare) si possono contare in Via Unione più di 35.000 arrivi ed i problemi di sovraffollamento rimasero constanti. Il vero protagonista e l’anima di Via Unione fu Raffaele Cantoni8, commissario straordinario della Comunità Israelitica di Milano e dal marzo 1946 presidente del’Unione delle comunità ebraiche italiane, il quale trasformò palazzo Odescalchi in una struttura funzionale alle necessità dei profughi: furono organizzati un ambulatorio, un dormitorio, una mensa ed una macelleria kosher e furono allestiti un tempio ed un oratorio di rito ashkenazita (Villani 2009). “Via Unione” rimase a lungo nelle memorie dei profughi che lì trovarono aiuto e alloggio ma anche nelle memorie degli ebrei italiani. Lo stesso Primo Levi descrive nel suo romanzo storico Se non ora, quando? l’arrivo di un gruppo di partigiani a palazzo Odescalchi e la forte impressione da loro provata:

In Via Unione ritrovarono un’atmosfera che era loro più familiare. L’Ufficio Assistenza pullulava di profughi, polacchi, russi, céchi, ungheresi; quasi tutti parlavano jiddish; tutti avevano bisogno di tutto, e la confusione era estrema. C’erano uomini, donne e bambini accampati nei corridoi, famiglie che si erano costruiti dei ripari con fogli di compensato o coperte appese. Su e giù per i corridoi, e dietro gli sportelli, si affaccendavano donne di tutte le età, trafelate, sudate, infaticabili. Nessuna di loro capiva il jiddish e poche il tedesco; interpreti improvvisati si sgolavano nello sforzo di stabilire ordine e disciplina. L’aria era torrida, con sentori di latrina e di cucina. Una freccia, ed un cartello scritto in jiddish, indicavano lo sportello a cui dovevano far capo i nuovi venuti; si misero in coda ed attesero con pazienza (Levi 2007, 246) .

 I campi DP in Italia erano gestiti, come in Germania ed in Austria, dall’agenzia delle Nazioni Unite Unrra, mentre l’American Joint Distribution Committee (un’organizzazione ebraica d’oltreoceano creata nel 1914 e conosciuta semplicemente come Joint) fornì in maniera continuata un contributo essenziale per il supporto finanziario dei campi e la soddisfazione delle necessità dei profughi ebrei. Si calcola che nell’agosto 1947 i campi che ospitavano DPs ebrei fossero 17, dislocati in varie regioni italiane. Nel nord Italia, oltre ai campi transito di Merano e Pontebba, erano presenti un campo a Casere in Valle Aurina, due presso Milano, uno in provincia di Brescia ed altri a Cremona, Bologna e Genova. Il campo più grande era situato a Grugliasco nelle vicinanze di Torino, ma molto grandi ed importanti furono anche i campi di Modena e Reggio Emilia (Villa, 2005, 210). Nel centro Italia furono stabiliti dei campi a Fermo, Senigallia, Jesi ed anche negli spazi di Cinecittà. I principali campi dell’Italia meridionale si trovavano nella regione della Puglia, dove i profughi giungevano spesso attraverso una seconda via clandestina che consisteva nell’attraversare l’Adriatico partendo dalla Jugoslavia con piccole imbarcazioni e che fu sfruttata soprattutto dopo il novembre 1945, quando l’inverno troppo freddo rese inaccessibili i valichi alpini (Pfanzelter, 2002, 90). Nelle vicinanze di Bari erano attivi i campi di Palese, Barletta Trani ed uno nella stessa città di Bari. Nel Salento, nel lembo più meridionale della regione, si trovavano 4 campi di transito nelle località di Santa Maria al Bagno, Santa Maria di Leuca, Santa Cesarea e Tricase (Lelli, 2010, 112)9.

Una seconda possibilità di alloggio per le Displaced Persons ebree presenti in Italia era costituita dai kibbutz e dalle hakhsharoth (chiamate in yiddish hakhshore punktn, “punti di preparazione”), piccole colonie agricole autogestite dove, in un regime di vita comunitaria era possibile impratichirsi nel lavoro dei campi in vista di un futuro in Palestina. Secondo i leader intellettuali tra gli Sheyres Hapleyte in Italia, lo scopo di queste colonie non era semplicemente quello di allenare i profughi al lavoro agricolo, ma bensì di trasmettere loro un sentimento di attivismo e di indipendenza dopo anni di sofferenze. Se possibile, si cercava di mantenere uniti, nel medesimo kibbutz, gruppi di persone che già si conoscevano per aver condiviso assieme le lotte nei ghetti e nelle foreste o l’esperienza dei campi di concentramento10. In Italia i kibbutz e le hakhsharoth erano molto numerose e distribuite nelle vicinanze delle principali città e dei vari campi DP: secondo le cifre riportate da Michael Marrus (1985, 338), a inizio 1947, vi risiedevano più di 12.000 profughi ebrei, suddivisi in gruppi di circa 200 per colonia, per un totale di più di 60 hakhsharoth11. A differenza dei DP camps, che in Italia erano spesso misti, i kibbutz vennero a costituire dei nuclei di vita interamente ebraica. Il livello di politicizzazione all’intero dei “punti di preparazione” era chiaramente più elevato e lo spirito più marcatamente sionista. Coloro che erano stati membri dei movimenti giovanili sionisti prima della guerra, sapevano già che, al loro arrivo in Italia, il loro obbiettivo era quello di entrare in un’hakhsharah per poi emigrare in Palestina. Infatti questi luoghi avevano anche la specifica funzione di servire da punti di raccolta per l’aliyah (dall’ebraico “salita”, il ritorno verso la Terra d’Israele) illegale. Per esempio, a Magenta nel Milanese, una fattoria ebraica posta sotto la direzione del capo del Mossad in Italia, Yehuda Arazi, veniva utilizzata come magazzino per varie attrezzature per l’allestimento delle navi clandestine ed anche come deposito d’armi (Kokkonen 2003, 141). Questa particolare fattoria è descritta anche nel romanzo di Primo Levi dedicato alla storia della banda di partigiani ebrei provenienti dalla Bielorussia:

si accorsero che quella era una strana fattoria, dove il lavoro agricolo contava poco, e invece c’era un grande movimento di merci. Erano casse di viveri e di medicinali, ma alcune erano troppo pesanti perché si potesse credere alle scritte che vi comparivano stampate in inglese. … Alla fattoria c’era un grande movimento anche di persone; profughi di tutte le età arrivavano e partivano, in modo che era difficile consolidare le conoscenze. Tutti i gedalisti si accorsero presto che alcuni elementi erano stanziali: evitavano di mettersi in vista, ma dovevano esercitare una qualche funzione essenziale (Levi, 2007, 249).

Fin da subito fu chiaro che le persone che vivevano nelle hakhsharoth erano generalmente più soddisfatte rispetto ai profughi alloggiati nei campi DP. Il costante lavoro agricolo aiutava a combattere la demoralizzazione ed erano assenti le sofferenze e le tensioni causate dalla convivenza con ex collaboratori dei nazisti. Nei campi misti gestiti dall’Unrra avvennero infatti episodi di scontro anche molto gravi; il fatto più eclatante ebbe luogo nel campo profughi internazionale di Reggio Emilia, dove un gruppo di Ucraini attaccarono dei giovani ebrei militanti in un movimento socialista per aver esposto una bandiera rossa il giorno del primo maggio 1946, ferendone gravemente quattro ed uccidendo il quinto12. Altri problemi seri della vita all’interno dei campi DP furono il sovraffollamento, le norme igieniche insufficienti che aumentavano il rischio di malattie e la malnutrizione. Le razioni di cibo erano spesso minori delle quantità stabilite ed in generale non idonee al fabbisogno di chi era sopravvissuto ad anni di fame e sofferenze fisiche. Per questo motivo i profughi, che passavano a volte un terzo della loro giornata in code di attesa per razioni di cibo di cattiva qualità, organizzarono ben presto numerosi scioperi della fame contro il Joint13.

Una piccola percentuale delle Displaced Persons ebree non fu alloggiata nei campi, ma trascorse periodi più o meno lunghi in abitazioni private nelle più grandi città italiane. Questi profughi vennero indicati come “out of camps DPs” e avevano incominciato a spostarsi verso le città quando, nei primi mesi dopo la fine del conflitto, i campi DP erano ancora mal organizzati e sforniti di approvvigionamenti di cibo. Ma anche nelle città, con quelli che erano i sussidi forniti dalle organizzazioni di aiuto internazionale, era a stento possibile pagare l’ammontare dell’affitto e presto i profughi avevano iniziato a girovagare per le strade in preda alla fame ed alla disperazione, dedicandosi a piccoli furti14. I malati tra i profughi ebrei stranieri passarono spesso lunghi periodi di cura negli ospedali italiani, mentre per i bambini era possibile risiedere in “case per bambini” stabili (famosa è quella di Selvino, che fu operante fino al 1948) o partecipare a colonie estive ( a Riccione, Forte dei Marmi, Ostia e Venezia) assieme a bambini ebrei italiani15.

La gestione delle partenze clandestine dei profughi ebrei dalle coste italiane verso la Palestina era affidata alla sezione italiana del Mossad le Aliyà Bet, Istituto per l’immigrazione numero due, che era stato creato nel 1938 per occuparsi dell’immigrazione clandestina (appunto l’immigrazione “numero due”, “bet”, come la seconda lettera dell’alfabeto ebraico)16. Più navi partirono dall’Italia che da qualunque altro paese europeo: delle 56 imbarcazioni che, fra la fine del conflitto e la nascita dello stato d’Israele nel maggio 1948, trasportarono clandestinamente i profughi ebrei in Palestina, 34 salparono dalle coste italiane. Complessivamente, tra i 20 e i 30.000 immigrati illegali giunsero in Medio Oriente con navi partite dall’Italia (Villa 2005, 157). Dopo la nascita dello stato di Israele e la partenza di molti profughi, i campi DP in Italia cominciarono a svuotarsi. La direttiva ufficiale dell’Unrra fu allora quella di concentrare i DPs ebrei rimasti in determinate aree. Molti campi del nord furono chiusi ed i profughi trasferiti soprattutto al sud (Kokkonen 2003, 208). Alla fine del 1948 i campi DP rimasti in funzione erano sette e le Displaced Persons ebree che ancora vi alloggiavano 5.578. L’anno successivo i campi si ridussero a cinque e nel 1950 ne esisteva solamente uno, con una popolazione di 2.177 DPs. L’ultimo profugo ebreo lasciò l’Italia nel 1951 (Francesconi 2010, 125).

Un’indagine tra i profughi ebrei in Italia

I dati demografici che possediamo rispetto alla popolazione dei rifugiati ebrei nei DP camps e nelle hakhsharoth in Italia non rispecchiano la situazione demografica di una società normale. La maggioranza dei profughi era piuttosto giovane. Le persone anziane erano quasi del tutto assenti ed il numero degli uomini era sempre nettamente più elevato di quello delle donne. La maggioranza dei profughi era inoltre giunta in Italia senza famiglia. Secondo le cifre riportate da Federica Francesconi (2010, 128), nell’ottobre del 1946 la popolazione ebraica nei campi DP era così costituita: 64,6% erano uomini, 27,3% donne e 8,1% minori al di sotto dei 18 anni. Per quel che riguarda invece la composizione e la provenienza dei profughi ebrei in Italia molti dati ci sono pervenuti grazie ad un’indagine svolta alla fine del 1945 tra le Displaced Persons ebree giunte in Italia dallo stesso Comitato centrale dell’Organizzazione dei profughi ebrei in Italia. Questa indagine fu stilata nella forma di un questionario scritto in lingua yiddish da distribuire tra i profughi e, sui relativi risultati, venne poi pubblicato un rapporto in lingua inglese. Su circa 12.000 profughi presenti, secondo il Comitato, in Italia a quel tempo, l’indagine coinvolse 9.174 persone di un’età generalmente compresa tra i 17-25 ed i 26-50 anni. Le tre principali domande, alle quali ai profughi era stato richiesto di dare risposta, vertevano su quali fossero i loro paesi di origine e le loro esperienze durante la guerra, sulla loro volontà o meno di tornare nelle loro case precedenti e su quale paese avessero scelto come possibile meta dove emigrare. Quest’inchiesta, che dichiarò come proprio obbiettivo “to make clear to our selves what is our present situation and what are our longings”17, costituisce un documento molto utile ed importante in quanto altamente rappresentativo della situazione e delle opinioni della grande maggioranza dei profughi ebrei in Italia, che appaiono qui senza essere filtrate dalle visioni della leadership. Nell’introduzione gli autori dell’inchiesta si dimostrano consapevoli del valore di testimonianza storica posseduto dal materiale raccolto e definiscono le interviste fatte ai profughi come “living documents”. Rispetto alla questione della provenienza, i dati emersi dall’inchiesta rivelano che la Polonia costituiva il paese d’origine del 72% dei profughi, mentre il restante 28% era così suddiviso: il 9% proveniva dalla Romania, l’8% dalla Cecoslovacchia, il 5% dall’Ungheria, il 3% dalla Lituania ed un altro 3% da altri paesi (Lettonia, Germania, Grecia, Jugoslavia, Austria, Francia e Turchia). Alla domanda “Do I want to return to my home country?”, fra tutti gli intervistati ci fu un’unica risposta positiva. Le motivazioni del netto rifiuto di un possibile ritorno alle vecchie case erano varie, ma, soprattutto tra i profughi provenienti dalla Polonia e dalla Lituania, prevalevano la resistenza psicologica all’idea di vivere tra persone che avevano collaborato al massacro degli ebrei o comunque nei luoghi in cui tali massacri erano avvenuti e la paura di nuovi pogrom e violenze. La motivazione di un’impossibilità a costruire una vita culturale nazionale ebraica risultava invece poco sentita fra i profughi polacchi e lituani, ma raggiungeva percentuali anche del 42% tra quelli provenienti da altri paesi (in particolare dalla Romania, dalla Cecoslovacchia e dalla Grecia). Altri motivi addotti erano la crudele rapina avvenuta nei confronti delle proprietà degli ebrei, le difficoltà ad avviare delle nuove attività economiche e la paura di rappresaglie a causa di lotte politiche interne (per i profughi dalla Jugoslavia).

Anche per la seconda domanda “where do we want to emigrate and for what reason?”, la risposta fu pressoché unanime. Il 98% dei profughi dichiarò la Palestina come propria ambita destinazione ed i pochi restanti avevano scelto altre destinazioni solamente per ricongiungersi a propri parenti. La scelta univoca della Palestina non era supportata solo da coloro che erano stati attivi nei movimenti sionisti già da prima della guerra (33%), ma anche da chi proveniva da un background politico antisionista (16%). Questi ultimi avevano rigettato la possibilità di continuare a vivere nella diaspora solo dopo la tragedia della Shoah. Altre motivazioni per l’emigrazione in Palestina furono la paura di vivere in un contesto non ebraico (20%) ed il desiderio di poter essere inseriti in una vita culturale nazionale totalmente ebraica (22%).

Dall’inchiesta risulta infine evidente come l’Italia venisse considerata da tutti i profughi ebrei stranieri solamente come una tappa temporanea e nessuno manifestò l’intenzione di fermarsi a vivere in Italia.

Nonostante lo sforzo costante di Raffaele Cantoni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, per aiutare i DPs presenti nella penisola, i profughi ebrei provenienti dall’Europa orientale trascorsero in Italia anche fino ai cinque anni, ma senza mescolarsi alle comunità ebraiche locali, che affrontavano allora le dure problematiche del processo di reintegrazione18.

 

L’Organizzazione dei profughi ebrei in Italia (Ojri)

Anche in Italia come in Austria e Germania, inizialmente, i sopravvissuti ebrei giunti nella penisola erano debilitati e completamente spaesati, dispersi in vari campi e centri di accoglienza e poco consapevoli dell’esistenza di centri simili nel resto del paese. In questo periodo di confusione iniziale i sionisti costituirono ovunque il gruppo più organizzato ed effettivamente pronto a fornire delle risposte concrete alla disperazione dei sopravvissuti ed ai dubbi riguardanti non solo il futuro dei singoli profughi in attesa nei campi, ma anche la sopravvivenza stessa del popolo ebraico dopo la tragedia della Shoah. Così come è stato definito dallo storico israeliano Zeev Mankowitz (2002, 69), il fervore sionista che coinvolse la grande maggioranza delle Displaced Persons ebree costituì una sorta di “intuitive Zionism”, non più assimilabile ad una specifica scelta politica, come invece era stato tra le due guerre, nel periodo di grande fioritura nell’Europa dell’Est dei partiti politici ebraici. La scelta di emigrare in Palestina era ora vista dagli Sheyres Hapleyte come l’unica soluzione possibile dopo gli orrori avvenuti in Europa, come un tentativo di ricostruire le loro vite donandogli senso e dignità. Anche molti di coloro che prima della guerra erano stati fermi antagonisti dei movimenti e dei partiti sionisti, sostenevano ora la necessità di abbandonare la diaspora. Inoltre uno dei problemi era che non esisteva tra i profughi nei campi nessuna reale concorrenza ideologica al Sionismo. Il Bund ((Agli inizi del XX secolo il partito socialista Bund, il più grande e meglio organizzato partito ebraico nell’Europa dell’Est, contava 34.000 iscritti con 274 sezioni e rimase uno dei più importanti partiti ebraici in Polonia fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Sempre opposto nella sua ideologia al sionismo, il Bund supportava l’idea della doikayt (“l’essere qui”), la necessità che il popolo ebraico continuasse a vivere negli stessi luoghi della diaspora dove aveva già creato una propria specifica cultura. Si propose come partito difensore della cultura ebraica secolare e della lingua Yiddish. Sul Bund si veda: Gitelman 2003; Blatman 2003.)) (dallo yiddish Algemeyner Yidisher Arbeter Bund, Unione generale dei lavoratori ebrei), il partito socialista ebraico di massa fondato nell’ottobre 1897 a Vilne, divenne, fin da subito dopo la liberazione, sempre più impopolare.

Quando coloro che prima della guerra erano stati attivi nei movimenti sionisti assunsero un ruolo guida nell’organizzare la vita dei profughi, furono formati in ogni campo dei comitati democraticamente eletti. Questi comitati costituirono dei “piccoli governi” all’interno dei campi e vennero riconosciuti dall’Unrra e dal Joint come principali interlocutori per la gestione degli aiuti diretti ai DPs ebrei.

Il primo evento pubblico e di visibilità internazionale, che promosse l’unità politica tra i rifugiati, fu la “Conferenza dei Profughi Ebrei in Italia”, che si tenne a Roma (nello specifico ad Ostia) tra il 26 ed il 28 novembre 1945. La conferenza fu finanziata dal Joint ed organizzata su iniziativa della “Organizzazione dei Profughi Ebrei in Italia” (conosciuta con la sigla Ojri, dall’inglese Organization of Jewish Refugees in Italy), che in quest’occasione trovò il proprio momento di riconoscimento ufficiale. In seguito ad elezioni tenutesi in ogni parte d’Italia dove risiedevano DPs ebrei, parteciparono alla conferenza 150 delegati, in rappresentanza di circa 15.000 profughi ebrei. E, oltre ai delegati, erano presenti numerosi giornalisti della stampa italiana ed inglese, i soldati della Brigata Ebraica ed ospiti importanti come il direttore dell’Unrra, il rappresentate del Joint, Umberto Nahon a nome dell’Agenzia Ebraica (l’autorità governativa degli ebrei durante il mandato inglese in Palestina), Raffaele Cantoni per l’Unione delle comunità ebraiche italiane ed il rappresentante del Congresso Mondiale Ebraico19. Lo scopo pratico della conferenza era quello di eleggere democraticamente un comitato centrale, che avrebbe avuto sede a Roma e sarebbe stato affiancato da altri tre sottocomitati regionali, collocati a Milano, nella stessa Roma e a Bari20. Alla presidenza dell’Ojri fu confermato l’avvocato Leo Garfunkel, mentre Leon Bernshteyn venne eletto segretario. Garfunkel era nato a Kovne (nome yiddish della città lituana di Kaunas, capitale dello stato indipendente lituano tra le due guerre) nel 1906 da una famiglia agiata ed aveva studiato giurisprudenza alle università di San Pietroburgo, Kiev e Kovne. Fin dagli anni dell’università era stato molto attivo nel movimento dei lavoratori sionista-socialista Poale Zion e poi, dal 1926 al 1936, fu deputato nel parlamento lituano e membro del consiglio cittadino di Kovne. Durante l’occupazione nazista Garfunkel fu una delle figure principali all’interno del ghetto di Kovne, attivo nei movimenti di resistenza clandestina e vice presidente del consiglio degli anziani. Al momento della liberazione si trovava nel campo di concentramento di Dachau e giunse come profugo in Italia nell’agosto 1945. Garfunkel fu uno dei leader più famosi dell’ebraismo lituano e, prima di arrivare in Italia, aveva già collaborato con Zalman Grinberg (anch’egli originario di Kovne) nelle prime organizzazioni politiche degli Sheyres Hapleyte in Germania. Leon Bernshteyn invece era nato a Shkud (odierna cittadina lituana di Skuodas) nel 1914 ed aveva poi studiato matematica e filosofia all’università di Vilne. Durante la guerra fu nel ghetto di Vilne ed in seguito riuscì a fuggire nelle foreste e unirsi ai partigiani21.

La prima “Conferenza dei Profughi Ebrei in Italia” costituì un avvenimento molto importante per la comunità degli Sheyres Hapleyte e fu la manifestazione politicamente più significativa dall’arrivo dei profughi nella penisola italiana. Oltre ad affrontare la questione dell’organizzazione interna alle istituzioni create dai profughi e della gestione delle problematiche che assillavano la vita dei sopravvissuti, la conferenza riuscì a proporsi come palcoscenico internazionale di dibattito sulla questione del mandato britannico in Palestina e delle prospettive di emigrazione per gli ebrei. Simbolicamente, la stessa sala in cui si svolse la conferenza aveva i muri ricoperti non solo da bandiere ebraiche, ma anche dalle bandiere inglese, americana, sovietica, italiana e francese, cioè di tutte le nazioni coinvolte a livello politico e diplomatico nella questione dei DPs ebrei. Un obiettivo affatto nascosto della conferenza era infatti quello di riuscire ad ottenere una vasta visibilità presso l’opinione pubblica del mondo esterno ai campi DP e, in particolare, presso i governi inglese ed americano. L’intera sessione di apertura venne trasformata in un’imponente manifestazione di dissenso verso la politica inglese di forte restrizione all’immigrazione ebraica in Palestina, continuando le proteste in forma di dimostrazioni in strada e scioperi della fame, che i profughi avevano già organizzato nelle settimane e nei mesi precedenti alla conferenza22. L’opposizione più accanita era rivolta alle risoluzioni contenute nel “White Paper” del 17 maggio 1939, redatto dall’allora primo ministro inglese Neville Chamberlain, che limitava ad un numero massimo di 15.000 persone all’anno la possibilità di immigrazione ebraica in Palestina.

Il discorso di apertura della conferenza fu tenuto da Leo Garfunkel e fu accolto dalla calorosa approvazione di tutti i profughi presenti e da lunghi applausi. Il presidente dell’Ojri iniziò ricordando i tragici eventi della guerra e rendendo omaggio ai martiri ebrei morti non solo nei ghetti e nei lager nazisti, ma anche nei pogrom scoppiati nei mesi successivi alla fine del conflitto. Continuò poi descrivendo quelli che erano gli umori dei profughi ebrei e sostenendo con particolare vigore quali fossero le loro aspirazioni. Nonostante le manifestazioni di gratitudine alle autorità e a tutti gli italiani per l’accoglienza riservata ai DPs ebrei, Garfunkel sottolineò come l’Italia non fosse una possibile metà d’arrivo per le loro peregrinazioni, ma solo una “stazione di sosta” sulla via verso il vero obiettivo, Erets Isroel (così erano chiamati in Yiddish i territori del mandato britannico in Palestina). Con una metafora, che si ritrova come elemento costante nei discorsi dei sopravvissuti alla Shoah, propose l’immagine di un’Europa ridotta ormai a nient’altro che un “grande cimitero”:

No, noi non vogliamo e noi non possiamo! Non vogliamo rimanere tra i popoli che ci hanno accompagnato al massacro e non costruiremo una nuova casa per i figli del popolo ebraico tra gli enormi cimiteri che ricoprono l’Europa, dove giacciono i loro genitori23.

Fortemente convinto nell’affermare che per i profughi ebrei “non c’è più via di ritorno”, Garfunkel proseguì la sua analisi della situazione attuale argomentando che, per quegli ebrei che fossero rimasti a vivere nelle loro case di prima della guerra, “li avrebbe attesi, nei migliore dei casi, la scelta della conversione e dell’assimilazione”. Secondo Garfunkel, con la tragedia della Shoah, era divenuto evidente come nessun regime politico, anche quando sinceramente democratico, non avrebbe più potuto garantire una vita sicura per gli ebrei. I pericoli e le minacce alla sopravvivenza del popolo ebraico non sarebbero comunque scomparsi perché derivavano dalla condizione stessa della diaspora, dal non avere un proprio territorio nazionale. In conclusione, Erets Isroel veniva indicato come “l’unico posto al mondo” dove sarebbe stato possibile ricostruire una vita ebraica, l’unico luogo in cui i sopravvissuti avrebbero potuto sentirsi attesi e benvoluti da “600.000 fratelli ebrei”24.

Durante la conferenza fu eletto il Comitato centrale (Merkaz) dell’Ojri, composto da 19 persone, che si sarebbe riunito periodicamente per decidere sulle questioni più urgenti ed importanti per la vita dei profughi. La presidenza del comitato centrale, formata da cinque membri, venne a sua volta nominata dal comitato stesso. Nei bollettini informativi, che furono distribuiti in seguito tra i profughi per rendere noto il lavoro dell’Ojri, venivano definiti i compiti che l’Organizzazione si prefissava. Innanzitutto veniva precisato come l’Ojri rappresentasse non solo i sopravvissuti alla Shoah giunti nella penisola in qualità di DPs nei mesi successivi alla fine del conflitto, ma anche i cosiddetti “old refugees”, quegli ebrei che durante la guerra erano fuggiti in Italia da altri paesi europei. Per entrambe queste categorie di profughi ebrei presenti in Italia, l’Ojri si propose come organo di riferimento e come portavoce ufficiale dei loro interessi di fronte alle organizzazioni internazionali sia ebraiche che non ebraiche. Tra i compiti principali dell’Ojri figurava infatti quello di interagire e mantenere i contatti con le varie organizzazioni (in particolar modo con l’Unrra, il Joint, l’Agenzia Ebraica ed il Congresso Mondiale Ebraico e, in Italia, con il Centro per la Diaspora e l’Unione delle comunità ebraiche italiane). Molto importante fu ritenuta la funzione, svolta dall’Ojri stesso, di intermediario tra l’Unrra e la comunità dei profughi in Italia, attraverso un costante lavoro di chiarificazione e sostegno a quelle che erano le esigenze e le aspirazioni dei profughi. Inoltre l’Ojri dichiarò come proprio compito privilegiato non solamente impegnarsi per migliorare lo stato di salute e le condizioni materiali della vita dei profughi, ma anche occuparsi dello sviluppo di varie attività culturali, in primo luogo fornendo un’educazione scolastica ai bambini ed organizzando corsi di formazione professionale per gli adulti25.

Per occuparsi delle esigenze dei profughi in ambito culturale, educativo, professionale, religioso e sanitario, l’Organizzazione dei profughi ebrei in Italia costituì al proprio interno dei dipartimenti specializzati. Le attività dei vari dipartimenti dell’organizzazione ed anche la consistenza dei fondi riservati al finanziamento delle varie sezioni sono minuziosamente descritte dal segretario dell’Ojri Leo Bernshteyn (poi suo presidente dal 1948) nel libro informativo Dray yor tsuzamenarbet mitn Joint (Tre anni di collaborazione con il Joint), che egli scrisse nel 1948 come resoconto sulla dinamica delle relazioni intrattenute con l’American Joint Distribution Committee.

La sezione che usufruiva del budget più consistente, pari al 28 per cento del totale, fu quella culturale, il cui principale compito consisteva nell’allestimento delle scuole per fornire un’istruzione ai profughi. Affiancata a questa, era attiva, nell’organizzazione di spettacoli concerti e corsi di teatro, la sezione artistica, che però non ottenne mai finanziamenti significativi. Nell’autunno del 1946 venne inserita nell’apparato amministrativo del Comitato centrale la sezione per le questioni religiose, che si occupò in particolare della suddivisione tra i vari campi e kibbutz dei prodotti e dei cibi kosher che venivano forniti dal Joint e della gestione delle cucine kosher (in Italia erano circa 6.200 i DPs ebrei che mangiavano seguendo le regole religiose). Inoltre, per coprire le necessità di ritualità quotidiana e l’organizzazione delle festività ebraiche, venne istituita una rete di funzionari religiosi, come rabbini, insegnanti di religione, lettori, macellai kosher, addetti alla circoncisione, scribi ed altri. Il budget della sezione per gli affari religiosi ammontava nel giugno 1948 a 758.598 lire, quasi il 10 per cento del budget totale del Comitato centrale26.

Un dipartimento ch ebbe un importante e delicato compito fu quello per la statistica e l’informazione. Questa sezione si occupò di registrare e stilare delle liste di tutti i profughi ebrei presenti in Italia, che furono poi pubblicate dall’Ojri in tre libri e spedite ai campi DP di Austria e Germania e a tutte le organizzazioni ebraiche in Palestina e nel mondo. Fu così notevolmente facilitata la ricerca dei parenti sopravvissuti, un problema che assillava costantemente le vite delle Displaced persons ebree. La sezione per la salute si occupò invece di redigere periodici rapporti sulla situazione medica e igienica dei profughi in Italia, suggerendo all’Unrra e al Joint quali fossero i problemi più urgenti su cui intervenire; in particolare i gruppi che avevano maggior bisogno di tutela erano le donne incinte e le madri con figli a carico ed i malati di tubercolosi, il cui numero era specialmente elevato. Infine, dei due ultimi dipartimenti specializzati del Comitato centrale, la sezione per la produttività ebbe solo funzione consultiva e non fu dotata di nessun budget, mentre la sezione per l’approvvigionamento si dedico a suddividere tra i campi ed i kibbutz i generi alimentari, i vestiti ed altri prodotti di vario tipo che venivano inviati dall’Agenzia Ebraica e da altre organizzazioni ebraiche in tutto il mondo27.

Le attività culturali all’interno dei campi DP

Nel novembre del 1945 fu eletto direttore della sezione culturale dell’Ojri Elyezer Yerushalmi, che racconta come iniziò il proprio lavoro negli uffici dell’organizzazione in Via dei Mille a Roma, in una stanza piccola e buia e senza alcun collaboratore28. Elyezer Yerushalmi era nato nel 1903 a Horoditsh (nome yiddish dell’odierna cittadina bielorussa di Haradzišča) e, dopo aver ricevuto un’educazione religiosa tradizionale, aveva studiato scienze umanistiche presso le università di Kharkov (oggi l’ucraina Kharkiv), Kovne e Kenisberg (odierna Kaliningrad), ottenendo anche il titolo di dottorato. Fu insegnante di storia e lingue in vari licei lituani e polacchi e fu attivo nel comitato di Poale Zion per la Lituania. Membro della comunità ebraica di Shavl (la città lituana di Šiauliai), durante la guerra Yerushalmi fu direttore e maestro nella folkshul (scuola elementare ebraica non religiosa) del ghetto e segretario dello Judenrat. Durante il bombardamento del ghetto di Shavl, nella notte del 19 luglio 1944, riuscì a fuggire tra i partigiani nelle foreste e poi si unì all’armata rossa. Dal giugno al settembre 1945 si fermò a Lodz, dove fu un membro della nuova commissione storica ebraica ed in seguito fuggì in Italia con la Brichah ((Shmuel Niger, Yankev Shatski (cur.), Leksikon fun der nayer yidisher literatur, t. 1-8, New York, Alveltlekher Yidisher Kultur-Kongres, 1956-1981, pp. 303-304.)).

Il primo urgente problema che Yerushalmi si trovò ad affrontare in qualità di direttore della sezione culturale dell’Ojri fu quello dell’educazione. I bambini che erano riusciti a sopravvivere allo sterminio nazista avevano perso molti anni di studio, anche se nei ghetti, tra enormi difficoltà, erano state spesso allestite delle piccole scuole. Ora, a guerra terminata, la leadership dei profughi sosteneva che “nessun bambino ebreo deve rimanere senza una scuola ebraica”29, ponendo la questione dell’educazione non solo come un diritto dei bambini di poter recuperare ciò che gli era stato ingiustamente negato durante gli anni del conflitto, ma anche come un forte elemento identitario. Con l’arrivo in Italia di sempre nuovi profughi, ed in particolare di coloro che erano fuggiti in Unione Sovietica mantenendo intatte le loro famiglie, si tentò di aprire delle scuole in ogni campo e kibbutz. Lo scoglio principale era la mancanza di insegnanti professionisti. Per ovviare a questa situazione furono velocemente organizzati dei brevi seminari per futuri insegnanti e nei tre anni dal 1945 al 1948, con l’aiuto del Joint e dell’Unrra, ne vennero tenuti sei, ognuno concentrato in circa 100 giorni30. Le materie su cui venivano informati e preparati i futuri insegnanti erano numerose e varie: ebraico e letteratura ebraica, storia ebraica e generale, storia del sionismo, geografia della Palestina, metodologia dell’insegnamento dell’ebraico e della storia, storia della letteratura, Bibbia, sociologia, psicologia e pedagogia, cooperazione, problematiche dei kibbutz, geologia, biologia ed igiene31. I genitori dei bambini desideravano che i loro figli ricevessero un’educazione ebraica e l’impostazione ideologica chiaramente sionista del programma educativo era considerata necessaria dalla leadership dei profughi per preparare i bambini alla loro nuova vita in Erets Isroel. Una priorità assoluta veniva quindi riservata all’insegnamento dell’ebraico, ritenuto di primaria importanza. Considerando che le lingue madri dei bambini erano varie e diverse tra loro, inizialmente la lingua comune di istruzione era lo yiddish, essendo familiare alla maggioranza degli studenti. L’ebraico veniva poi introdotto in un secondo momento e pertanto si creava, per l’insegnamento, una contesto di bilinguismo.

Nonostante le difficoltà iniziali, alla fine del 1947 erano attive, secondo i dati raccolti da Leon Bernshteyn, 46 folk-shuln in 10 campi DP, dove studiavano 784 bambini sotto la guida di 55 insegnanti. Nel giugno 1948, anche se molti bambini erano già partiti per il nuovo stato di Israele, il numero della scuole era aumentato a 52 e quello degli insegnanti a 68. Delle scuole furono anche aperte in 7 kibbutz dove erano presenti bambini. In generale, gli sforzi della sezione culturale dell’Ojri per creare una rete educativa tra gli Sheyres Hapleyte in Italia portarono a risultati soddisfacenti, a tal punto che Leon Bernshteyn poté affermare con orgoglio che “il generale sviluppo intellettuale e spirituale dei bambini nei campi è stato alla fine uguale a quello di prima della guerra”32.

Per gli adulti furono attivati dei corsi per l’educazione professionale, gestiti dall’organizzazione Ort (Organization for Rehabilitation through Training, dall’originario nome russo Obshestvo Remeslennogo i zemledelcheskogo Truda sredi evreev v Rossii, cioè “Società per la promozione dell’artigianato e dell’agricoltura tra gli ebrei in Russia”), un’istituzione fondata in Russia a fine Ottocento ma che poi espanse le sue attività in molti paesi, divenendo una delle principali associazioni ebraiche di aiuto internazionale per gli ebrei in situazioni disagiate. Le scuole organizzate dall’Ort sorgevano, prima del secondo conflitto mondiale, in molte delle principali città europee e furono poi attive anche nei ghetti dell’Est Europa durante l’occupazione nazista, specialmente a Varsavia e a Kovne (Kavanaugh 2008, VII-IX). Nei campi DP in Italia i corsi dell’Ort furono attivati con molto ritardo rispetto ad Austria e Germania e fino alla fine del 1946 non fu sviluppato nessun corso, in quanto in Italia, da dove le possibilità di emigrazione illegale verso la Palestina erano maggiori, era difficile prevedere se coloro che erano intenzionati ad iscriversi ad un corso dell’Ort sarebbero poi rimasti in Italia per il tempo sufficiente a conseguire il diploma. Ma già nel novembre 1947 si potevano contare 58 scuole dislocate in tutta la penisola ed un’altra decina di corsi si aggiunse nel 1948 (Kavanaugh 2008, 107). L’avvio delle attività dell’Ort in Italia ebbe un’influenza molto positiva ed incoraggiante sui profughi ebrei. In particolare i corsi riuscirono ad infondere un senso di ritrovata dignità, dinamismo e progettualità, combattendo l’apatia e lo spaesamento che spesso caratterizzavano la vita nei campi. I DPs ebrei erano fortemente motivati a riuscire ad ottenere delle competenze di mestiere per aumentare le possibilità di ricevere un permesso di emigrazione in Palestina e per facilitare un loro futuro inserimento lavorativo. I corsi attivati in Italia furono: falegnameria, maglieria (campo di Grugliasco) e sartoria, scrittura a macchina (campo Adriatica), radiomontaggio (Roma), corsi per fabbri (Rivoli), meccanici, macchinisti (Roma) ed elettricisti. Inoltre un’attenzione speciale, non presente in Germania ed in Austria, era data alle professioni marittime, in particolare alla pesca33.

Per promuovere le attività culturali tra gli adulti, in tutti i campi furono aperte delle biblioteche e delle sale di lettura, sempre molto affollate e dove a volte venivano tenute anche delle conferenze. Inoltre la maggioranza dei campi possedeva una stazione radio, che, attraverso altoparlanti, trasmetteva comunicati, rapporti, notizie dal mondo ed anche concerti. In ogni campo era presente almeno un radiocronista, ed in alcuni campi anche due: uno stabile in lingua yiddish ed un altro in rumeno o ungherese34. La promozione della musica, delle arti e del teatro tra i profughi ebrei in Italia fu portata avanti dalla sezione artistica del Comitato centrale, sotto la guida di Shmuel Epshteyn e del poeta Menakhem Riger (quest’ultimo nato a Riga nel 1914). Secondo Epshteyn l’obbiettivo delle attività artistiche doveva essere precisamente quello di “portare gioia ai profughi ebrei attraverso le parole e le canzoni”35, dopo le molte sofferenze patite. Nel novembre 1945 fu formato un ensemble artistico (Kinstlerisher Kolektiv), diretto da Menakhem Riger e composto da vari artisti, sia professionisti che amatoriali, in numero variabile nel corso del tempo da 15 a 35. Il gruppo comprese il regista Avraham Hildesheym, il direttore musicale Zeyge Binshtok, il famoso cantore di Vilne Yosef Eydelson ed altri attori e cantanti. Solamente durante l’anno 1947 l’Ensemble artistico si esibì per 70 volte in concerti e serate di recitazione nei campi e nei kibbutz36.

Oltre ad essere spettatori di concerti, esibizioni teatrali ed artistiche e serate letterarie, i profughi ebrei che vivevano nei campi e nei kibbutz parteciparono attivamente e con grande interesse ai circoli teatrali che la sezione artistica organizzò quasi in ogni campo e nella maggioranza dei kibbutz fornendo i testi, le parti, alcune proposte di regia, i costumi e i trucchi. Si distinsero per bravura e creatività il circolo teatrale del kibbutz di Grottaferrata, quelli di Santa Maria di Leuca e di Rivoli e quello di Cremona, organizzato dall’artista Kantor. Il gruppo teatrale “Ufboy” (costruzione) del campo di Santa Maria di Bagni era considerato uno dei migliori e velocemente acquisì popolarità anche tra i profughi alloggiati negli altri campi DP in Italia. Il circolo teatrale del campo di Scuola Cadorna vicino a Milano fu diretto da Yonas Turkov, famoso artista di cinema e di teatro di origini polacche che era stato un attivo organizzatore della vita teatrale nel ghetto di Varsavia37. Secondo Turkov l’enorme stimolo ed interesse per il teatro dimostrato dagli Sheyres Hapleyte si poneva in naturale continuità con la grande tradizione teatrale ebraica in Est Europa nel periodo tra le due guerre, quando gli ebrei furono, ad eccezione della parte più ortodossa, appassionati frequentatori dei teatri; vitali e grandi teatri ebraici erano presenti in tutte le città principali ed anche il più piccolo villaggio possedeva il proprio circolo teatrale. Ora che la Shoah aveva distrutto i grandi teatri ebraici dell’Europa dell’Est ed il loro pubblico entusiasta, Turkov rivendicava per il teatro nei campi DP un ruolo importante, di impegno e di consapevolezza della situazione presente, per poter ricordare ed interpretare la tragedia appena avvenuta38.

Un ruolo di primo piano tra le attività culturali sviluppate dagli Sheyres Hapleyte fu riservato alla stampa. La varietà e la quantità considerevole di giornali specificamente ebraici pubblicati nei campi DP in Italia, Austria e Germania furono particolarmente significative, rispecchiando il dinamismo culturale, l’alto livello di dibattito e di partecipazione alla vita sociale e comunitaria nei campi. Lo stesso Leon Bernshteyn sostenne che per l’Organizzazione dei profughi ebrei in Italia promuovere la stampa ebraica all’interno dei campi DP nella penisola era di primaria importanza come “stimolo per la creazione di valori culturali ebraici condivisi”39. In Italia, dove la popolazione dei profughi ebrei era inferiore in numero rispetto alla Germania, non tutti i campi DP possedevano un loro giornale. Il giornale più diffuso, che veniva distribuito in ogni campo, kibbutz, città e ospedale dove si trovavano profughi ebrei, fu il settimanale in lingua yiddish Bederekh (In cammino, in ebraico), l’organo ufficiale del Comitato centrale dell’Ojri. Bederekh rappresentò la tribuna di maggiore espressione della leadership dei profughi ebrei in Italia e fu probabilmente il progetto più significativo ed importante in cui si impegnò la sezione culturale dell’Ojri. Bederekh fu pubblicato a scadenza settimanale da fine agosto 1945 al febbraio 1949, con una tiratura di 3.000 copie. Il capo redattore del giornale fu Berl Kagan, che prima della guerra era stato insegnante, segretario generale del partito sionista in Lituania e direttore di vari quotidiani sionisti40. Come si può quindi comprendere anche dalla carriera politica di Kagan, Bederekh fu, come sua prima e principale caratteristica, un giornale sionista (nello specifico sionista di orientamento di sinistra). La maggioranza degli articoli che vi venivano pubblicati riguardavano le possibilità di aliyah per i DPs ebrei che attendevano in Europa ed in Italia in particolare. Ma in ogni caso Bederekh, in qualità di settimanale ufficiale dell’Organizzazione dei profughi ebrei in Italia, costituì una risorsa fondamentale per gli Sheyres Hapleyte che si trovarono per vari anni nella penisola, fornendo loro regolari informazioni sugli eventi e la politica internazionale e locale che li coinvolgeva e nel contempo contribuendo a reinserirli in un orizzonte culturale ebraico comune.

Molto interessante è il fatto che la comunità temporanea e relativamente piccola delle Displaced Persons ebree in Italia si impegnò anche nella pubblicazione di un periodico letterario, In gang: khoydesh-zhurnal far literatur un kunst (In movimento: giornale mensile per la letteratura e l’arte). Più tardi conosciuto come In gang: khoydesh-zhurnal far literatur, kultur un gezelshaftlekhe problemen (In movimento: giornale mensile per la letteratura, l’arte e le problematiche sociali), venne pubblicato a Roma per due anni consecutivi (dal marzo 1947 fino al febbraio 1949), sotto la supervisione della Fareyn fun yidishe literatn, zhurnalistn un kinstler in Italye (Unione degli scrittori, giornalisti ed artisti ebrei in Italia, creata nel marzo 1946). La motivazione profonda per cui i leader intellettuali tra gi Sheyres Hapleyte in Italia si impegnarono nella pubblicazione di questa rivista letteraria risiede nella volontà di continuare la cultura ebraica della diaspora, interpretando la creatività culturale riguadagnata come una vittoria ed una vendetta morale sul nazismo, un simbolo di rinascita ed un dovere verso le migliaia di comunità ebraiche distrutte41.

Si può affermare che le attività culturali sviluppate tra i profughi ebrei in Italia dimostrarono una notevole vitalità e che gli sforzi della sezione culturale ottennero dei risultati decisamente positivi. Se Leon Bernshteyn descriveva nel novembre 1945 come “all’inizio non c’ era nessuna scuola, nessun libro, nessun giornale e nessuna attività culturale”, in seguito, nel 1948, poté affermare: “Oggigiorno non c’ è quasi nessun bambino tra i rifugiati che non frequenti una delle scuole dell’Organizzazione dei profughi e non c’è nessun rifugiato ebreo che non abbia la possibilità di leggere un giornale in Yiddish o in Ebraico, se egli vuole ed è capace”42.

Quando Elyezer Yerushalmi fu inviato nel 1948, come delegato dell’Unione degli scrittori, giornalisti ed artisti ebrei in Italia, al Congresso mondiale della cultura ebraica a New York, poté rappresentare e farsi portavoce di una parte significativa di mondo ebraico, che, seppur nella “sala d’attesa” dei DP camps in Italia, era riuscita a ricostituirsi come comunità dinamica, anche culturalmente.

I più di 40.000 profughi ebrei stranieri che soggiornarono nei campi DP in Italia per vari anni all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale hanno lasciato una cospicua e significativa documentazione su quella che fu la loro esperienza, sulle attività politiche e culturali nelle quali si impegnarono e su quali fossero i loro desideri ed aspettative per il futuro a conclusione di un momento incerto e transitorio delle loro vite. Analizzare questa documentazione può costituire un’importante opportunità per approfondire un capitolo poco conosciuto della storia del dopoguerra italiano e per meglio comprendere gli anni che segnarono il passaggio dell’Italia da una situazione di “antisemitismo di Stato all’appoggio ufficioso quel’immigrazione clandestina che era, ad un tempo conseguenza dei tragici sviluppi dell’antisemitismo europeo e uno strumento politico per favorire la nascita di uno stato ebraico” (Toscano 1990, 341).

Per citare questo testo attenersi alle seguenti indicazioni: Martina Ravagnan, I campi Displaced Persons per profughi ebrei stranieri in Italia (1945-1950), in “Storia e Futuro”, n. 30, novembre 2012

Biografia

Martina Ravagnan (nata a Venezia nel 1986) si è laureata con lode in Scienze Storiche presso l’università di Bologna nell’ottobre 2011 con una tesi dal titolo I profughi ebrei in Italia nel secondo dopoguerra (1945-1950). Ha trascorso un periodo di studio di un anno presso l’Università di Vilnius in Lituania ed ha concentrato i propri interessi sulla storia dell’ebraismo ashkenazita e la storia dell’Europa orientale. Ha studiato la lingua yiddish presso il Vilnius Yiddish Institute, la Beit Ben Yehuda a Gerusalemme e la Shalom Foundation a Varsavia. Ha lavorato presso la Maison de la Culture yiddish-Bibliothèque Medem a Parigi.

Biography

Martina Ravagnan (Venezia, 1986) graduated cum laude in Historical Sciences at the University of Bologna in 2011. She spent a year in Vilnius studying the history of Ashkenazic Judaism and Eastern Europe; she was taught Yiddish at the Vilnius Yiddish Institute, the Beit Ben Yehuda Meeting Centre in Jerusalem and at the Shalom Foundation in Warsaw. She also worked for the Maison de la Culture yiddish-Bibliothèque Medem in Paris.

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  1. Nel seguente articolo le parole “profugo” e “rifugiato”, nonostante la differenza che le separa nel linguaggio giuridico, verranno utilizzate come sinonimi, in quanto entrambe idonee a tradurre la parola inglese “refugee” con la quale ci si riferì alle Displaced Persons nel secondo dopoguerra. []
  2. Con il termine “gentili” (dal latino gentes, gentiles) vengono indicati i popoli non ebrei. In ebraico ed in yiddish il termine utilizzato è quello di “ goyim”. []
  3. Koppel S. Pinson (1904-1961), storico e professore al Queens College di New York, partì come volontario tra le fila dell’esercito americano per portare soccorso agli ebrei sopravvissuti e riportò vari dettagli sul numero e la situazione demografica degli ebrei presenti nei campi DP nel suo articolo Jewish Life in Liberated Germany, in “Jewish Social Studies”, vol. IX, n. 21, 1947, pp. 101-126. []
  4. Non essendo ancora presente in Italia un metodo condiviso ed ufficialmente riconosciuto per la traslitterazione italiana delle parole in lingua yiddish, in questo articolo viene utilizzato il metodo di translitterazione dallo Yiddish all’Inglese stabilito dallo YIVO Institute for Jewish Research (Yidisher Visenshaftlekher Institut): www.yivoinstitute.org/yiddish/alefbeys_fr.htm. []
  5. Il rapporto compilato da Earl G. Harrison, preside della University of Pennsylvania Law School ed ex Commissario per l’Immigrazione degli Stati Uniti, sulla situazione nei campi DP nella zona d’occupazione americana della Germania, è stato pubblicato nell’appendice B di Leonard Dinnerstein 1982; è inoltre disponibile on-line sul sito dello United States Holocaust Memorial Museum: www.ushmm.org/dp/politic6.htm. []
  6. Cfr. Lavsky 2002; Reilly 1998; Brenner 1997; Geller 2005; Grossmann 2007; 2002; Myers-Feinstein 2006; J.T. Baumel. []
  7. Dos yidishe lager lebn in Italye (La vita ebraica nei campi in Italia), in “Yidishe Bilder” (Minkhen), n.5 (16), 1948, p. 22. []
  8. Sull’importante figura di Raffaele Cantoni si veda la biografia scritta da Minerbi 1992; e Tagliacozzo 1975. []
  9. Elenco delle località, suddivise per regione, che ospitarono i principali campi DP in Italia: Trentino Alto Adige: Casere, Merano; Friuli Venezia Giulia: Pontebba; Lombardia: Chiari (Brescia), Cremona, Milano; Piemonte: Grugliasco; Liguria: Genova; Emilia Romagna: Bologna, Modena, Reggio Emilia; Marche: Fermo, Jesi, Senigallia; Lazio: Cinecittà; Campania: Bagnoli (Napoli); Puglia: Bari, Barletta, Palese, Santa Cesarea, Santa Maria al Bagno, Santa Maria di Leuca, Tricase, Trani. []
  10. In di makhnes un hakhshore punktn (Nei campi e nei punti di preparazione), in “Bederekh”, n. 1, oygust 1945, p. 22. []
  11. Per una lista dettagliata dei luoghi in cui furono creati kibbutz e hakhsharoth in Italia, si veda: Francesconi 2010, 135-136. []
  12. Organizatsie fun yidishe pleytim in Italie (Organizzazione dei profughi ebrei in Italia), in “Informatsie-Biuletin, Oygust 1946, Roym, pp. 9-10. []
  13. In di makhnes un hakhshore punktn (Nei campi e nei punti di preparazione), in “Bederekh”, n. 1, oygust 1945, p. 22; Notitsn fun a yidishn zelner (Notizie da un soldato ebreo), in “Bederekh”, n. 3, 18 september 1945, p. 12. []
  14. Lomir ordnen undzere reyen (Organizziamo le nostre fila!), in “Bederekh”, n. 2, 7 september 1945, p. 11. []
  15. Organizatsie fun yidishe pleytim in Italye, in “Informatsie – Biuletin”, oygust 1946, Roym, p. 19. []
  16. Per una storia critica del Mossad si veda il volume di Zertal 1998. Il primo capitolo è interamente dedicato all’immigrazione clandestina dall’Italia. []
  17. Organization of Jewish Refugees in Italy, The Central Committee, We, Jewish Refugees in Italy… The result of an inquiry, February 1946, Rome, p. 7. Il resoconto dell’indagine tra i profughi ebrei in Italia conta in totale 103 pagine. []
  18. Sulle problematiche affrontate dall’ebraismo italiano nel dopoguerra si veda Schwarz 2004; Sarfatti 1998. []
  19. Fayerlekhe derefenung fun yidishe pleytim-kinus in Roym (Solenne aperture della Conferenza dei Profughi Ebrei a Roma), in “Bederekh”, n. 4 (10), 30 november 1945, p. 1. []
  20. Batsiungen mit di rayon-komitetn (Contatti con i comitati regionali) in “Informatsie-Biuletin”, oygust 1946, Roym, pp. 30-31. []
  21. Brevi informazioni sulla vita di Leo Garfunkel e Leon Bernshteyn si possono trovare nel dizionario biografico della letteratura yiddish: Shmuel Niger, Yankev Shatski (cur.), Leksikon fun der nayer yidisher literatur, t. 1-8, New York, Alveltlekher Yidisher Kultur-Kongres, 1956-1981, pp. 166-167, pp. 110-111. []
  22. Fayerlekhe derefenung fun yidishe pleytim-kinus in Roym (Solenne aperture della Conferenza dei Profughi Ebrei a Roma), in “Bederekh”, n. 4 (10), 30 november 1945, p. 1; Nokhn khines (Dopo la conferenza), in“Bederekh”, n. 6, 14 detsember 1945, p. 2. []
  23. Zayt gegrist, delegatn tsum ershtn pleytim-kinus in Italye! (Siate pronti, delegati alla prima conferenza di profughi in Italia!), in“ Bederekh”, n. 3, 23 november 1945, p. 1. []
  24. Nokhn khines (Dopo la conferenza), in“Bederekh”, n. 6, 14 detsember 1945, p. 2. []
  25. L’elenco delle funzioni e degli obbiettivi di cui l’Ojry intendeva farsi carico si trova nel bollettino informativo pubblicato con il titolo Organizatsie fun yidishe pleytim (Roma, maggio 1946, pp. 2-3). []
  26. Leon Bernshteyn, Dray yor tsuzamenarbet mitn Joint, Roym, 1948, p. 33, pp. 39-41. []
  27. Leon Bernshteyn, Dray yor tsuzamenarbet mitn Joint, Roym, 1948, pp. 39-42; Opteylung far statistik un informatsie (Sezione per la statistica e l’informazione), in “Informatsie-Biuletin” (Roym), n. 1, oygust 1946, p. 30; Gezunterheyts-opteylung (Sezione per la salute), in “Informatsie-Biuletin” (Roym), n. 1, Oygust 1946, pp. 27-29; Farzorgungs-optelylung (Sezione per l‘approvvigionamento), in “Informatsie-Biuletin” (Roym), n. 1, oygust 1946, p.29. []
  28. Elyezer Yerushalmi, Undzer Kultur-tetikeyt, “In gang” (Roym), n. 13-14, Yuli-Oygust 1948, p. 24. []
  29. Elyezer Yerushalmi, Undzer Kultur-tetikeyt, “In gang” (Roym), n. 13-14, Yuli-Oygust 1948, p. 28. []
  30. Leon Bernshteyn, Dray yor tsuzamenarbet mitn Joint, Roym, 1948, pp. 34-35. []
  31. Kultur-opteylung, “Informatsie-Biuletin” (Roym), n. 1, oygust 1946, p. 25. []
  32. Leon Bernshteyn, Dray yor tsuzamenarbet mitn Joint, Roym, 1948, pp. 34, 36. []
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  34. Elyezer Yerushalmi, Undzer kultur-tetikeyt, in “In gang” (Roym), n. 13-14, yuli-oygust 1948, p. 28. []
  35. Shmuel Epshteyn, Tetikeyt fun di yidishe pleytim-kinstlers in Italye (Attività degli artisti tra i profughi in Italia), “In gang” (Roym), n. 13-14, Yuli-Oygust 1948, p. 29. []
  36. Dovid Feytelevich, Geshafn kinstlrlishn kolektiv (è stato creato il collettivo artistico), in “Bederekh” (Milan), n. 2 (8), 16 november 1945; Leon Bernshteyn, Dray yor tsuzamenarbet mitn Joint, Roym, 1948, p. 38; Opteylung far kunst, “Informatsie-Biuletin” (Roym), n. 1, oygust 1946, p. 26. []
  37. Shmuel Epshteyn, Tetikeyt fun di yidishe pleytim-kinstlers in Italye (Attività degli artisti tra i profughi in Italia), in “In gang” (Roym), n. 13-14, yuli-oygust 1948, pp. 30-31. []
  38. Yonas Turkov, Teater ba der Sheyres Hapleyte ( Il teatro tra gli Sheyres Hapleyte), in “In gang” (Roym), n. 4-5, yuni-yuli 1947, pp. 6-11. []
  39. Leon Bernshteyn, Dray yor tsuzamenarbet mitn Joint, Roym, 1948, p. 37. []
  40. Shmuel Niger, Yankev Shatski (cur.), Leksikon fun der nayer yidisher literatur, t. 1-8, New York, Alveltlekher Yidisher Kultur-Kongres, 1956-1981, p. 311. []
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  42. Leon Bernshteyn, Dray yor tsuzamenarbet mitn Joint, Roym, 1948, p. 32. []

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