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Posted in Articoli, Numero 32 - Articoli, Numero 32 - Giugno 2013

Il fascismo “eritreo”  e la caduta della colonia “primogenita”  1940-1941

Il fascismo “eritreo” e la caduta della colonia “primogenita” 1940-1941

di Nicholas Lucchetti

Abstract

L’articolo, utilizzando fonti giornalistiche e documenti d’archivio, intende descrivere la caduta della colonia Eritrea nell’ambito delle operazioni belliche in Africa Orientale, dagli effimeri successi delle schiere italiane nell’estate 1940 alla controffensiva inglese che, in poche settimane, giunse alla conquista della colonia italiana. Particolare attenzione è stata prestata ai riflessi delle operazioni militari ad Asmara. Si è inteso descrivere la mobilitazione promossa dal Partito fascista, la politica assistenziale resa necessaria dallo sfavorevole andamento delle operazioni belliche per le truppe italiane, gli effetti dei bombardamenti inglesi sulla capitale eritrea.

Abstract english

Eritrean fascism and the fall of the “eldest” colony

The aim of the article is to describe the fall of the fascist regime in Eritrea. Using journalistic sources (in particular newspapers of the Eritrean fascist federation), documents and secondary sources, the article describes the war operations in the Horn of Africa from June 1940 to June 1941. It illustrates the mobilization and the relief politics promoted by the fascist Party and Italian authorities in the “first-born colony”, the propaganda, the effects of British air attacks on the life of Asmara’s population and the last days of the Italian colonial power in Eritrea.

Il fascismo in Eritrea. 1922-1940

L’avvento al potere del fascismo rappresentò per l’espansione coloniale italiana un momento di svolta. Dalla nomina del nazionalista Luigi Federzoni a ministro delle Colonie nel primo governo Mussolini prese avvio una politica coloniale propriamente detta che intese vendicare e superare le sconfitte e le inconcludenze dei governi liberali, e che consentì di pervenire, dopo il dispiegamento di un imponente apparato di uomini e mezzi, alla definizione di un impero oltremare italiano. L’azione del movimento fascista in colonia fu tale da perdurare ben oltre il crollo dell’Impero coloniale italiano sotto i colpi delle armate britanniche. In Eritrea, dove la dominazione italiana ebbe modo di svilupparsi per più anni, particolarissima fu la vicenda della fondazione del fascio.

Subito dopo la marcia su Roma, un gruppo di individui, affiliati, pare, alla massoneria, organizzò una “marcia su Asmara” per sfidare l’allora governatore Giovanni Cerrina Feroni (Del Boca 1979, 25-27). Costoro avviarono tra l’altro un’azione di propaganda talmente “antietiopica” da spingere le autorità italiane ad inviare in loco Jacopo Gasparini che, assunta la guida dell’Eritrea, agì con risoluzione espellendo dal territorio gli elementi più irrequieti. Per più adeguatamente comprendere il contesto della vicenda, giova riportare quanto affermato da non meglio precisate “pubblicazioni ufficiali”, secondo le quali

nel mese di novembre 1922 dopo la marcia su Roma si formò il primo Fascio eritreo. Alcuni arrivisti che già negli anni precedenti erano con disinvoltura passati da un partito all’altro ne presero purtroppo la direzione e, data la loro mentalità demo-massonica-parlamentare, furono in breve attratti alle formazioni che erano costituite in modo speciale da coloro che, fino all’ottobre 1922, avevano portato in trionfo in parecchi luoghi della colonia, a Ghinda in modo speciale, il ritratto di Lenin (Labanca 2003, 90).

Pochi anni dopo questo inizio a dir poco paradossale, il fascismo “eritreo” seppe raggiungere una maggiore articolazione nell’ambito di una più generale riorganizzazione del fascismo coloniale. Nel marzo 1927 i fasci delle colonie passarono dalla dipendenza dei Fasci all’estero a quella del Direttorio nazionale del Partito nazionale fascista (Pnf): da questo momento in ogni colonia venne istituita una Federazione fascista da cui dipesero tutti i fasci del territorio. In Eritrea essa venne costituita nel 1928 e come primo segretario ebbe Guido Cortese (Missori 1986, 148), in seguito responsabile del fascio di Addis Abeba e protagonista della violenta repressione successiva all’attentato contro il maresciallo Graziani nel febbraio 1937. Nello stesso 1928 la Federazione eritrea si dotò di un proprio foglio, “Il Quotidiano eritreo”, destinato a mutare nome per ben tre volte, chiamandosi dapprima “La Nuova Eritrea”, poi “Corriere dell’Impero” ed infine “Il Corriere Eritreo” (Mania 2009, 114, 123, 125), nel contesto del massiccio sforzo propagandistico promosso dal regime fascista nella conquista dell’Etiopia. In tale frangente, il governo fascista decise di affiancare all’azione militare contro Addis Abeba una politica di ingenti investimenti che trasformarono radicalmente l’Eritrea, con l’implementazione di un’estesa campagna di lavori pubblici che comprese l’ampliamento del porto di Massaua, la realizzazione di strade, la costruzione di edifici residenziali e commerciali (Mesghenna 2003, 91), grandi interventi che accreditarono Asmara come il centro amministrativo ed industriale del costituendo Impero italiano (Goglia 1996, 110; Locatelli 2008, 369-376).

La presa di Addis Abeba comportò anche per le strutture di partito “coloniali” una fase di forte espansione, che vide il Pnf assurgere ad una posizione di preminenza nella realtà oltremare divenendo il contraltare dell’azione politica e militare del regime1. Nell’ambito dei progetti di valorizzazione dell’Africa Orientale Italiana (Aoi), la Federazione eritrea, con sede in Viale Mussolini ad Asmara, seppe ritagliarsi, attraverso i suoi apparati, un ruolo di primo piano: il fascio di Massaua divenne in particolare il punto di riferimento per tutti i connazionali giunti per colonizzare le terre di nuova conquista, mentre il Gruppo universitario fascista di Asmara, sorto nel novembre 1938, per parte sua, seppe dotarsi di un “Ufficio Cultura ed Arte” cui venne demandato lo studio delle più diverse questioni, dalla dottrina fascista alla politica coloniale. Il Gruppo universitario non mancò, parallelamente, di adoperarsi per incentivare l’attività sportiva nel territorio, promuovendo svariati incontri e manifestazioni di equitazione, pallacanestro e scherma. Molto attivo fu anche il Dopolavoro, che mise a disposizione dei connazionali un articolato ventaglio di proposte, quali, per esempio, una scuola serale per la preparazione degli esami di Stato, corsi di dattilografia, di stenografia, di amarico e tigrino2.

Nel 1940 il Pnf arrivò così a contare complessivi ventidue fasci sparsi per tutta la colonia, da Assab ad Adi Ugri, da Agordat a Tessenei, da Adi Caieh a Decamerè3, un apparato capillare che dal 1° gennaio 1940 era guidato da Aldo Marchese, segretario federale di Asmara4, e che venne mobilitato per la Seconda guerra mondiale.

Le offensive italiane contro le colonie britanniche sulle colonne de “Il Corriere Eritreo”

Nel giugno del 1940, nell’Impero italiano, in quella che ormai dopo i fasti del 1935-1936 era una lontana colonia, erano presenti 91.000 soldati nazionali e 200.000 ascari, un esercito allestito essenzialmente per compiti di presidio, male organizzato e tendenzialmente impreparato per una guerra moderna. Gli italiani che facevano parte delle truppe erano infatti stati richiamati tra quanti risiedevano nell’Impero, uomini stanchi, non più giovani e male addestrati, mentre i battaglioni di ascari, come scrive Giorgio Rochat, “erano stati creati per la repressione della resistenza con quadri improvvisati, fucili e vecchie mitragliatrici; non avevano possibilità di tenere testa a forze moderne” (2005, 298-299). Estremamente carente e deficitaria risultava anche la condizione generale degli armamenti e delle riserve alimentari: munizionamento risalente in parte al 1918, molte granate difettose, solo 6.200 automezzi (con pochissimi pneumatici e carburante a disposizione)5, pasta, farina e tè per una manciata di mesi. Per quello che riguardava le forze navali, nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano, la Marina italiana poteva dispiegare 8 sommergibili (tecnologicamente arretrati) e una ventina di navi di superficie (Del Boca 1982, 348), mentre in fatto di aerei ne erano disponibili, di funzionanti, solo 244, presto resi inagibili da guasti e malfunzionamenti (Rochat, 2005, 299).

Pur di fronte a questa condizione di evidente vulnerabilità, il comando italiano optò per una strategia alquanto offensiva. A ridosso dello scadere della “non belligeranza”, il 1° giugno 1940, per esigenze militari, l’Impero coloniale italiano venne suddiviso in tre scacchieri e in un settore (Del Boca 1982, 353). Pochi giorni dopo, il 10 giugno, come è noto, l’Italia entrava nel Secondo conflitto mondiale, una scelta che in Eritrea (ove nel 1939-1940 erano presenti oltre 73.000 italiani e circa 1 milione di “indigeni”6) fu accolta con un certo favore. Nelle parole di un illustre testimone degli eventi,

le fulminee vittorie tedesche in Francia colpirono tutte le fantasie, lo spirito pubblico accolse bene il nostro intervento, anche perché ai lontani, apparivano verità gli otto milioni di baionette e la preparazione bellica che si supponeva tale espressione volesse significare. Se si considera […] che l’Eritrea aveva veduto svolgersi brillantemente in pochi mesi l’impresa etiopica, se si considera che i coloniali hanno per tendenza il senso dell’espansione e possono magari mal distinguere l’aggressione in Europa dall’espansionismo civilizzatore proprio delle campagne coloniali, un tale orientamento dell’opinione locale italiana non apparirà strano7.

Le prime settimane di guerra trascorsero quindi all’insegna di piccole incursioni in territorio nemico, finché, in luglio, lo stato maggiore italiano diede il via libera ad una serie di operazioni (dal valore più politico che militare) alla frontiera con il Sudan e il Kenya. Il 4 luglio venne così occupata Mellabat, vicino a Metemma, il 10 Moyale, il 12 Kurmuk e due giorni dopo Ghezan (Del Boca 1982, 356). Di fronte alle avanzate avversarie, gli inglesi si ritirarono ordinatamente e l’unica operazione italiana degna di nota fu la conquista di Cassala, avvenuta il 4 luglio, con un’azione combinata di aviazione, artiglieria e cavalleria (Mockler 1977, 340).

“Il Corriere Eritreo”, cassa di risonanza della propaganda di regime nella colonia “primogenita”, incaricò il suo redattore capo8, Franco Pattarino, di fornire resoconti dettagliati delle operazioni italiane contro le confinanti colonie inglesi. Nella sua prima corrispondenza da Cassala, Pattarino dava conto della preparazione politica che aveva preceduto l’attacco italiano, narrando di come Said Osman el Morgani, la massima autorità religiosa della cittadina, avesse in precedenza espresso il proprio desiderio circa il fatto che le truppe dell’Italia fascista “venissero a liberare l’estrema propaggine del Sudan Egiziano e quelle popolazioni musulmane dal giogo politico e di sfruttamento britannico”9. Cacciate le forze inglesi, per Cassala si apriva ora una fase nuova. Incassato il plauso dell’organo del Partito Nazionalsocialista tedesco per la fulminea azione bellica10, il giorno successivo alla conquista, Marchese provvedeva alla nomina di Aldo Putato a Segretario politico del locale fascio, iscrivendovi i caduti italiani dell’azione che nel 1894 aveva visto impegnato il generale Baratieri nel contrasto ai dervisci11. Secondo la cronaca di Pattarino, la città, fin da pochi giorni dopo l’arrivo dei conquistatori italiani, aveva già cambiato volto, tanto da ricordare “Cheren nelle giornate festive”12: il telegrafo funzionante, le botteghe cittadine che avevano riaperto favorendo così l’instaurazione di un clima di tranquillità e normalità; mercanti, fornai, popolazione sudanese in coda per acquistare le prime sfornate di pane erano tutti elementi che mostravano le ottime relazioni da subito instauratesi tra gerarchie locali e autorità italiane. Ad Asmara la conquista venne salutata da una spontanea manifestazione di eritrei ortodossi e musulmani che, accompagnati dalle gerarchie religiose e da numerosi notabili, inneggiarono alle truppe italiane13.

Pressoché contemporanee all’azione su Cassala furono la conquista di Gallabat, al centro di un importante nodo stradale, di Kurmuk, ed infine di Moyale, lungo la frontiera keniota (Rovighi 1988, 96-98). La smilitarizzazione di Gibuti, conseguente al crollo francese in Europa, chiudendo di fatto un altro possibile fronte, rese poi agevole la successiva conquista della Somalia britannica, un’azione che, strategicamente inutile quanto fortemente corrosiva per le limitatissime risorse italiane, si sviluppò tra il 3 e il 19 agosto. Muovendosi su tre colonne, gli italiani andarono all’attacco delle postazioni britanniche di Zeila e Berbera (Del Boca 1982, 357-366), nella convinzione che con la conquista dei porti del Somaliland Roma si sarebbe impossessata delle “redini del traffico marittimo di una delle porte basilari della ‘via delle Indie’”14. Pattarino si prodigò nel “teatralizzare” l’arrivo italiano ad Hargeisa. Quasi che fosse l’esito inevitabile del malgoverno britannico, al loro arrivo le truppe italiane assistettero ad un “silenzioso ed affrettato saccheggio”: “La maggior parte sono donne avvolte in fute imbrattate di sporcizia. Alcune sono chine a terra sopra grossi involti, altre sono appese in equilibrio fra il banco e gli scaffali”15. Pentole, lampade a petrolio, cucchiai, spaghi, forbici erano facile preda di questa razzia istigata dagli inglesi “allo scopo di togliere alle nostre truppe qualsiasi possibilità di rifornimento di viveri”16. In poco tempo la situazione però si normalizzava, come testimoniato dai diffusi saluti romani che si potevano cogliere per le vie cittadine, quelle stesse ove presto si sentì riecheggiare la frase “forza italiano”17.

Su tutti i principali centri della colonia britannica dominava quindi la “bandiera italiana, imperiale e fascista”18, esito ultimo di una strategia militare che aveva guadagnato all’Aoi una naturale estensione territoriale verso il mare, un ulteriore accrescimento dell’Impero africano di Roma che venne salutato con trepidazione dalla popolazione asmarina, capace di prendere letteralmente d’assalto le linee telefoniche del “Corriere Eritreo” per chiedere conferma delle indiscrezioni circa gli importanti successi italiani nello scacchiere est19.

Da Addis Abeba, sul finire di agosto, Pattarino poteva allora stilare un bilancio delle operazioni italiane contro le confinanti colonie inglesi, scrivendo che esse preannunciavano ulteriori vittorie italiane, “nuove tappe che saranno tanto più certe quanto più dura sarà stata la marcia verso le nuove vittorie”, una convinzione che lo spingeva a certificare la scomparsa del “prestigio della potenza britannica su questi territori”20.

Tra bombardamenti nemici e assistenzialismo

In verità la conquista della colonia inglese segnò la conclusione del ciclo offensivo con iniziativa italiana21, e fece da prologo al progressivo passaggio dell’iniziativa bellica agli inglesi. A dispetto della propaganda fascista, che tese sempre a dipingere una situazione sostanzialmente positiva per le truppe di Roma, dopo appena poche settimane di guerra, i sommergibili italiani erano pressoché tutti in riparazione, le obsolete navi risultavano o danneggiate o costrette nel porto di Massaua a causa della mancanza di nafta, ed in Etiopia si assisteva ad una recrudescenza della guerriglia abissina, un secondo fronte per le truppe italiane (Pankhurst 1991; Shirreff 1995). Le principali città coloniali erano cadute sotto la minaccia dei bombardamenti dell’aviazione inglese: Asmara, subito dopo la dichiarazione di guerra italiana all’Inghilterra, cominciò ad essere bersagliata da numerosi bombardamenti avversari (Di Lauro 1949, 48) che impegnarono “le donne dei Fasci Femminili che prodigarono incessantemente le loro cure ai profughi ed ai sinistrati dai bombardamenti e le squadre di pronto soccorso dei Giovani Fascisti mobilitate in continuità, ammirate per la rapidità dei servizi e il loro spirito di iniziativa” (Marchese 1965, 75).

Date le costanti incursioni sui principali centri dell’Impero italiano, il 19 settembre il viceré Amedeo d’Aosta promulgò uno specifico decreto concernente la protezione aerea. Il provvedimento imponeva agli enti pubblici ed ai privati di costruire “ricoveri provvisori” costituiti “da semplici trincee preferibilmente con copertura para-schegge, ovvero da locali rinforzati da armature in legname e protetti da sacchetti di terra”22, per la protezione della “popolazione nazionale ed equiparata e nativa ed assimilata”. Gli enti parastatali, gli enti pubblici, gli stabilimenti industriali e le aziende private avrebbero dovuto in particolare provvedere ai rifugi per il rispettivo personale impossibilitato ad abbandonare il posto di lavoro in caso di bombardamento; tale obbligo spettava anche ai proprietari di stabili privati adibiti ad abitazioni, cui veniva imposto di “accogliere, nei limiti della capienza del proprio ricovero, le persone che si trovassero allo scoperto nei pressi dell’abitazione o dello stabile al momento della incursione”23. La serietà del provvedimento era testimoniata anche dalle pene previste in caso di inosservanza delle norme: l’arresto fino a tre mesi o l’ammenda fino a 5.000 lire.

I continui allarmi aerei e le incursioni sulla capitale spinsero il federale Marchese a tenere i “rapporti” alle sezioni fasciste ed ai gruppi rionali all’aperto, in modo da facilitare un rapido scioglimento del convegno in caso di attacco nemico. Non era infrequente, soprattutto negli ultimi mesi della campagna dell’Africa Orientale, assistere al trasferimento, che talvolta si tramutava in residenza stabile, di numerosi connazionali presso i rifugi antiaerei costruiti dal Genio militare nelle zone periferiche della città, dove “si poteva dormire tranquilli” (Marchese 1965, 75-76).

Lo scoppio delle ostilità comportò poi delle pesanti ripercussioni per il debole sistema economico locale, un sistema economico che, dopo l’espansione contestuale alla guerra d’Etiopia, non aveva conosciuto uno sviluppo propriamente detto, giacché il regime, impegnatosi subito dopo la conquista di Addis Abeba nel sostegno ai nazionalisti spagnoli e per questo intento a restringere il flusso di finanziamenti a beneficio del neonato impero africano, non era stato in grado di avviare una politica di valorizzazione economica dei territori oltremare (Trevaskis 1960, 36). Per questo già sul finire degli anni Trenta, svanito l’entusiasmo iniziale, nei principali centri dell’Impero si erano registrati elevati tassi di disoccupazione tra gli italiani (Podestà 2004, 400-401), italiani che, destatisi bruscamente dal sogno di ottenere facili guadagni in Africa, si erano resi protagonisti, in particolar modo ad Asmara, di tutta una serie di crimini, furti e frodi che avevano accompagnato il progressivo scivolamento della colonia nella guerra mondiale (Locatelli 2008, 378-382). Si palesarono allora i pesanti effetti dell’assenza di una programmazione economica nel progetto coloniale italiano. Proclamata la colonia nel 1890, l’Italia aveva maldestramente avviato una politica di valorizzazione agricola che aveva preso le mosse dall’abolizione delle norme consuetudinarie che regolavano la gestione della terra tra le comunità autoctone, una politica di valorizzazione che in verità era parsa più un campo di confronto e di scontro tra esponenti militari e civili dell’amministrazione coloniale italiana che un qualcosa di veramente propositivo (Rainero 1960; Taddia 1986; Podestà 1996 e 2004). Negli anni della dominazione italiana, l’Eritrea aveva vissuto in un regime di sostanziale dipendenza dalla madrepatria, risultando incapace di riequilibrare le ingenti importazioni dall’Italia e mettendosi in evidenza, in definitiva, solo per una massiccia fornitura di contingenti di soldati coloniali24. Anche l’esperienza di un governatore capace e dinamico quale il ricordato Jacopo Gasparini, dal punto di vista economico, si era risolta nella realizzazione di un imponente impianto a Tessenei per la coltivazione del cotone (presto rivelatosi una “cattedrale nel deserto”), e nella stipula di un accordo con lo Yemen, due atti significativi, ma che, per quanto fortemente voluti da un governatore che molto si era prodigato per trasformare l’Eritrea in una “colonia commerciale”, si rivelarono “accidentali”, per così dire, capaci in particolare di rivelare l’assenza, tra le gerarchie politiche italiane, di una visione di robusto sviluppo economico delle terre oltremare (Taddia 1985, 232-238; Zaccaria 2012).

Al di là del miraggio di rapide vittorie, l’avvio delle operazioni militari nel 1940 determinò l’interruzione dell’interscambio con la madrepatria e spinse le autorità sul posto ad un razionamento dei generi di prima necessità e del carburante (misura che in particolare provocò una profonda crisi nel settore dei trasporti25), e ad una regolamentazione del consumo di luce26, una “ferrea disciplina” che fu parzialmente temperata da un “modesto contrabbando” nel Mar Rosso di dura, gomme e generi alimentari (Marchese 1965, 77) e dall’impegno della comunità italiana nella predisposizione di surrogati e nella riattivazione di impianti in disuso (Lucchetti 2013b, 37).

La drammaticità del momento impose anche il dispiegamento di un’articolata politica assistenziale. Le gerarchie militari e coloniali riservarono un’attenzione particolare all’assistenza della popolazione colpita dal procedere delle operazioni belliche: nel mese di settembre, il generale Luigi Frusci, comandante del fronte eritreo, decideva di approntare uno specifico fondo, con un capitale iniziale di 125.000 lire da lui personalmente amministrato, per distribuire sussidi alle vedove di soldati italiani ed alle famiglie bisognose di connazionali distintisi nelle operazioni belliche27. Ingenti somme di denaro vennero erogate dalla stessa Federazione fascista dell’Eritrea che, contando all’ottobre 1940 oltre 14.000 tesserati, si adoperò nella distribuzione di pasti e di pacchi, di medicinali e di vestiario, nonché nell’allestimento di campi di alloggiamento per i connazionali evacuati per le contingenze belliche ad Asmara, Embatcalla e Ghinda28.

Una qualche forma di assistenza venne riservata dall’amministrazione italiana anche alle famiglie di ascari caduti. Al principio di dicembre, Frusci decise di trasferire una serie di offerte pervenute da parte di ditte e di eritrei29 per il sostegno delle vedove di soldati coloniali ad uno specifico Ente “per la costruzione e l’amministrazione di ‘tucul e casette’ per le vedove degli ascari e graduati nativi eritrei facenti parte dei reparti coloniali armati dell’A.O.I.”30. Dotato di un capitale iniziale di oltre 1.157.000 lire, l’organismo era amministrato da uno specifico Consiglio (di cui facevano parte, tra gli altri, il Direttore degli Affari Politici del Governo dell’Eritrea e l’ingegnere capo del Genio civile dell’Africa Italiana), e si sarebbe dovuto prodigare nella costruzione di piccoli villaggi disseminati in varie località eritree. Le domande di assegnazione avrebbero dovuto essere raccolte dai vari Commissariati e trasmesse alla Direzione degli Affari Politici, per essere poi portate all’attenzione dell’Ente in questione31.

Le sorti delle operazioni belliche, nel frattempo, stavano cambiando. Tra novembre e dicembre 1940, mentre negli altri settori di guerra stavano intanto venendo a galla le deficienze dell’apparato militare dell’Italia fascista, già pesantemente logorato dalla guerra italo-etiopica e dal sostegno ai nazionalisti spagnoli, l’Aoi fu investita da una serie di mirati attacchi da parte delle forze inglesi, anticamera dell’imminente massiccia controffensiva. Muovendosi dal Sudan e dal Kenya, per saggiare la consistenza delle difese avversarie, i britannici diedero l’assalto alle postazioni italiane di Sciusceib, a nord di Cassala, e di Gallabat ed El Uach, nell’Oltre Giuba, ottenendo risultati contrastanti. Se la prima azione consentì infatti agli inglesi di ricacciare gli avversari a Cassala, e la seconda fallì miseramente sotto i colpi dell’aviazione italiana, la terza, invece, si rivelò la più significativa, poiché portò alla facile conquista del presidio nemico. Seppure di diverso esito, furono tre operazioni che dimostrarono efficacemente i progressi in fatto di riorganizzazione e mobilità compiuti dall’esercito britannico, la cui consistenza, al dicembre 1940, veniva stimata dal Servizio informazioni militare in Etiopia in 210-230.000 unità in tutto il settore dell’Africa Orientale.

Dopo questa fase il comando italiano appariva lacerato da dubbi e perplessità circa la strategia da seguire, un aspetto palesato dalla direttiva emanata dal viceré il 24 dicembre 1940, indicante come possibile l’abbandono di alcune parti dell’Impero per una difesa che fosse imperniata su una serie di ridotti ubicati in vari punti strategici del territorio. A tale ipotesi seguirono intere settimane di accese e tempestose discussioni tra i generali comandanti, incapaci di delineare un’unitaria strategia operativa con cui contenere i futuri movimenti del nemico, intento nel frattempo ad approntare la decisiva offensiva contro l’Eritrea (Del Boca 1982, 390-395).

In Asmara, frattanto, Marchese si distingueva per una serie di interventi che, accanto alla ricordata attività assistenziale, miravano a rinsaldare la mobilitazione della colonia “primogenita”. Nell’anniversario della marcia su Roma, nell’ottobre 1940, egli aveva dichiarato in particolare:

Fra gli Italiani dell’Impero noi abbiamo il privilegio di essere i più esposti all’insidia nemica. È un privilegio che ci spettava per la nostra volontà di opere e di ardimenti per la fede in ogni tempo dimostrata. Dobbiamo esserne orgogliosi. […] Su questo superstite nemico – oppressore di popoli fatto ricco e potente a prezzo soltanto di infami baratti e di neri tradimenti – gridiamo il nostro sereno disprezzo per ogni sua offesa dimostrando come un popolo fiero e sano anche se povero sappia e possa vincere le prove più dure quando è armato da una fede che non trema, da una disciplina che non conosce riserve, da una volontà che può andare oltre alle stesse possibilità umane32.

Al principio di dicembre il federale presiedeva quindi una grande adunata nella piazza prospiciente la Moschea, che fu l’occasione per fare il punto sulle operazioni e soffermarsi sul contegno che la popolazione italiana della capitale eritrea aveva saputo mostrare nei primi mesi di guerra, conscia dell’importanza del raggiungimento della vittoria per “realizzare l’Italia libera in ogni suo mare, più forte, la vera Italia Imperiale della Roma millenaria”33.

L’assistenza, le adunate, la propaganda, il dinamismo nulla poterono contro il contrattacco britannico. Trascorso il primo “Natale di guerra”34, la “primogenita” dovette affrontare la massiccia offensiva inglese guidata dal generale William Platt, alla testa di un contingente di circa 25.000 uomini, forte di due divisioni indiane (una delle quali, la 4a, era stata fatta affluire dall’Egitto nei giorni precedenti) e della “Gazelle Force”. Superato il confine il 19 gennaio 1941, le truppe inglesi penetrarono profondamente in territorio eritreo. Di queste azioni, la popolazione asmarina ebbe una qualche contezza dalla pubblicazione, in un misto di freddo linguaggio militare ed espressioni propagandistiche, dei bollettini di guerra sul “Corriere Eritreo”: il bollettino n. 228 informava, per esempio, che “necessità di ordine strategico, hanno imposto al Comando l’evacuazione di Cassala”35; il n. 230 precisava che “attacchi nemici nella zona di Cherù, sono stati respinti dai nostri contrattacchi, che hanno inflitto notevoli perdite all’avversario”36; il n. 239 dava conto della crescente pressione esercitata dalle forze britanniche notando che “in accaniti combattimenti, le nostre valorose truppe nazionali e coloniali, hanno inflitto notevoli perdite al nemico; anche le nostre perdite sono sensibili”37.

Conquistato facilmente il Bassopiano eritreo, i britannici procedettero quindi verso Cheren, vera e propria fortezza naturale, articolata in crinali, picchi e burroni dalle pareti a strapiombo, che bloccava la strada per Asmara e Massaua. Cominciò dunque una lotta estenuante, fatta di tentativi di sfondamento, avanzate e bombardamenti a tappeto delle postazioni italiane, che comprese anche l’implementazione di un’articolata guerra psicologica ad opera dei britannici mediante la distribuzione di volantini ed opuscoli che incitavano, tra l’altro, i soldati eritrei alla rivolta e mettevano in evidenza la difficile situazione in Africa settentrionale per le truppe del maresciallo Graziani (Del Boca 1982, 420-422; Steer 1942, 164-168).

Il quotidiano asmarino, di contro, nel riferire sull’andamento dello scontro, scelse di mettere in risalto la resistenza delle truppe italiane, capaci di fiaccare la “baldanza” che gli avversari avevano mostrato nelle prime giornate di combattimento38: truppe eroiche, una “massa anonima di capi e di gregari, di fanti, di artiglieri, di alpini, di ascari e di graduati indigeni […] nati in latitudini diverse, cresciuti in ambienti antitetici, ma che, nel crisma dell’idea imperiale di Roma, si sono trovati a lottare fianco a fianco e che, cinque anni or sono, quando hanno sgominato le orde negussite dal Tembien allo Scirè, dall’Amba Alagi a Mai Ceu, si sono guardati negli occhi e si sono subito compresi”39. In quest’ottica, sulle colonne del “Corriere Eritreo”, c’era anche spazio per una sottolineatura del “preordinato ripiegamento” adottato dal comando italiano in risposta all’offensiva britannica, con una menzione particolare per l’opera svolta dagli uomini del Genio militare, raccolti in “pattuglie della morte” poste in retroguardia per minare strade e passaggi40 nel tentativo di ostacolare l’avanzata del “variopinto”41 esercito nemico.

La superiorità inglese alla fine ebbe la meglio e, fatte affluire nuove truppe, i britannici riuscirono a conquistare Cheren il 27 marzo42. Era quindi aperta la via per Asmara.

Gli ultimi giorni dell’Eritrea italiana

Il progressivo avvicinamento delle forze britanniche era stato preannunciato da un’intensificarsi delle incursioni aeree sulla capitale, ove già il giungere della notizia della caduta di Cheren aveva determinato il diffondersi di “un vero senso di sfiducia”43 tra la popolazione italiana. Il 28 febbraio, pochi minuti prima delle 15, bombardieri britannici avevano colpito il centro cittadino44, provocando dodici morti e venticinque feriti tra gli italiani, e otto morti e dodici feriti tra i “sudditi”45. La cosa si era ripetuta il giorno 17 marzo, alle nove di mattina: i bersagli erano stati il caffè della Croce del Sud e gli edifici nelle immediate vicinanze46, con un bilancio di nove morti e di venticinque feriti tra gli italiani (tra cui una bambina di appena 5 mesi), e rispettivamente quattro morti e quattordici feriti tra i “sudditi”47. Una nuova incursione era avvenuta quindi il giorno seguente, concentrandosi nella zona di Godaif48 e provocando quattro morti e dieci feriti tra gli italiani, e due morti (due bambini di pochi anni) e nove feriti fra gli “indigeni”. Particolarmente colpita da questa incursione risultò la Polizia dell’Africa Italiana, che perdette una guardia e contò complessivi nove feriti (di cui tre ascari)49.

La propaganda dipinse i piloti avversari come “pirati”50, come assassini che avevano colpito “pacifici borghesi e signore”51, come “barbari”52, e non mancò di dare risalto alla solidarietà profusa per le vittime dal fascismo dell’Amhara, per il tramite del federale di Gondar, Giovanni Poli, che trasmise a Marchese la somma di lire 100.000 con la preghiera di distribuirla alle famiglie colpite53. In seguito, per il contegno mostrato durante le numerose incursioni nemiche, sarebbero giunte anche le felicitazioni del Segretario nazionale del Pnf, Adelchi Serena, e del ministro dell’Africa Italiana, Attilio Teruzzi54.

A rendere la situazione della popolazione asmarina ancora più critica, concorreva il massiccio afflusso di profughi italiani che da altri centri dell’Aoi erano confluiti nella capitale, simbolo evidente dell’imminente crollo dell’Impero fascista. Grazie al dinamismo del fascismo asmarino, i connazionali vennero alloggiati, come in parte accennato, in apposite strutture e si allestì un sistema di distribuzione dei pasti poggiante su alberghi, mense comuni ed uno spaccio destinato all’erogazione dei generi di prima necessità. Presso il Municipio vennero in particolare aperti degli uffici per i profughi di Gondar per gestire le tessere annonarie e i sussidi55.

Come anticipato, le operazioni belliche non fermarono l’attività politica della federazione fascista. Il 23 marzo, nel celebrare l’anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento, Marchese esortò i connazionali alla resistenza ad oltranza56, rinnovando al generale Frusci la volontà del fascismo “eritreo” di affiancare le truppe nell’estrema opposizione al nemico57. Pura propaganda. Pochi giorni dopo, infatti, il 28 marzo, con l’apparato difensivo italiano ormai in frantumi, il generale Frusci rinunciava alla difesa di Asmara, decidendo di dirigersi verso Adigrat per poi ricongiungersi con Amedeo d’Aosta sull’Amba Alagi (Del Boca 1982, 435). Marchese, per parte sua, sceglieva di trasferire la Federazione fascista a Massaua, dove inviava labari, bandiere, e gli ultimi fondi (70.000 lire) del Pnf “eritreo” (Marchese 1965, 105, 109).

Cadute le ultime difese italiane, la mattina del 1° aprile i britannici raggiungevano Asmara, mentre sette giorni dopo conquistavano Massaua (Barker 1969, 217-218; Del Boca 1982, 437-441). Marchese, fuggito due giorni prima dell’arrivo dei britannici nella cittadina portuale, veniva in seguito arrestato mentre tentava di attraversare il Mar Rosso (Marchese 1965, 141-222)58. Non rimaneva quindi che Assab, primo caposaldo della penetrazione italiana nel Corno d’Africa, che fin dallo scoppio delle ostilità aveva subito pesanti bombardamenti avversari che avevano distrutto quasi completamente il centro abitato e le installazioni portuali. L’11 giugno un ennesimo massiccio bombardamento preluse allo sbarco di truppe indiane ed alla conquista della cittadina (Lupinacci, Cocchia 1976, 187-197). Tutta l’Eritrea era così caduta in mano britannica.

La persistenza dell’ideologia fascista tra gli italiani d’Eritrea durante l’occupazione inglese

L’ideologia fascista non si esaurì con la sconfitta bellica del 1941, ma trovò nuovo alimento durante l’occupazione britannica dell’Eritrea, allorché molti italiani continuarono a professarsi fascisti convinti, scegliendo di abbracciare gli ideali del Movimento sociale italiano (Msi) che del fascismo assunse l’eredità. Questa formazione politica divenne il partito di maggioranza relativa tra gli italiani d’Eritrea, apparendo, in certa misura, come il continuatore ideale dell’azione del Pnf in colonia (Lucchetti 2012a, 137-142, 146-154, 160-192)59.

Alla repentina caduta della colonia fece seguito l’instaurazione di un particolarissimo sistema di governo all’interno del quale gli sconfitti italiani conservarono comunque una posizione preminente e, per certi aspetti, ancora “dominante”. Gli italiani contarono numerosi funzionari ed una nutrita manovalanza nei gangli del governo d’occupazione, un composito personale che perpetuò una vera e propria “doppia amministrazione” (Lucchetti 2012b e 2013a) che non mancò di generare non poche proteste tra gli eritrei, anche in considerazione del fatto che molti italiani ricoprenti posti di responsabilità si resero protagonisti di vessazioni ai danni delle comunità autoctone (Pankhurst 1945, 3-4, 6-8; Sishagne 2007, 17). Una spiccata continuità amministrativa che, per quanto imposta dal diritto internazionale e da contingenti necessità belliche, fu accompagnata da una continuità “discriminatoria”, giacché i britannici scelsero di mantenere operanti, sia pure fino al 1945, i provvedimenti razzisti varati dal governo fascista a danno degli eritrei (Pankhurst 1995).

Tra gli italiani rimase imperante un diffuso habitus fascista o parafascista che si manifestò con un’ostentazione di prassi, simbologie e miti tipici del regime, a cominciare da una meccanica esecuzione del saluto romano per le strade eritree che, tra senso di appartenenza e volontà di beffare il nuovo occupante, si mantenne per tutta la durata dell’occupazione, mostrando l’esito ultimo della fascistizzazione: il fascismo aveva portato a compimento l’espansione coloniale faticosamente avviata dall’Italia liberale; il fascismo aveva investito risorse nell’oltremare italiano; il fascismo aveva decretato, de facto e de jure, la superiorità della razza bianca su quella nera. Per quanto taluni italiani si adoperassero per allestire un qualche movimento antifascista e, nel prosieguo dell’occupazione inglese, si sviluppassero sensibilità democratiche tra gli ex coloni (Guazzini 2007; Lucchetti 2012a), una generale impostazione “coloniale” dominò la lettura che del destino dell’Eritrea diede la comunità italiana, protesa nella difesa del buon governo di Roma nel territorio.

Rispetto a tutto questo, le comunità eritree assunsero una posizione fortemente critica, opponendosi a qualsiasi restaurazione del dominio italiano ed appoggiando l’indipendenza o l’unione dell’Eritrea con l’Etiopia. Fu questo un esito in certa misura prevedibile di un colonialismo che aveva implementato una flebile politica scolastica per le comunità autoctone, impedendone avanzamenti professionali propriamente detti all’interno dell’amministrazione coloniale e facendole oggetto dei ricordati provvedimenti discriminatori ad opera del governo fascista (Labanca 2002, 334-337, 332, 411-421). L’Msi raccolse molti consensi tra una comunità italiana che guardò con sospetto l’articolata politica promossa dai nuovi occupanti a beneficio degli eritrei, che poterono fruire, per la prima volta, di libertà associative e politiche (Longrigg 1945, 147-153; Trevaskis 1960, 33-35; Negash 1997, 18-69). Fu questa una politica che impresse una fondamentale svolta rispetto all’inconcludente stagione italiana.

Persa la battaglia diplomatica per il mantenimento di una qualche influenza politica in Eritrea, gli effetti della fascistizzazione della vecchia colonia “primogenita” non si esaurirono con la fine dell’amministrazione britannica se un eritreo, a poche settimane dall’avvio della federazione eritreo-etiopica, ebbe modo di denunciare a mezzo stampa gli applausi rivolti da un gruppo di italiani a Mussolini durante la proiezione di un film in un cinema asmarino. Fortemente colpito dall’episodio, l’eritreo manifestava la propria amarezza inviando una lettera al giornale del governo, nella quale, tra l’altro, affermava: “Essendo oggi per grazia di Dio, padroni della nostra terra, vi consigliamo onestamente e umanamente che se volete lavorare pacificamente senza un minimo rancore del passato sarete bene ospitati, ma se intendente ancora riaprire le piaghe già guarite, vi invitiamo onestamente ad andarvene a casa vostra e far tutto ciò che volete”. Alle competenti autorità egli rivolgeva la sollecitazione di “occuparsi di questi elementi guasti (fascisti), prima che guastino gli altri e facciano del male a tutti gl’italiani”60.

Biografia

Nicholas Lucchetti ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Storia, discutendo una tesi sulla comunità italiana nell’Eritrea del secondo dopoguerra (1941-1952). Tra le sue pubblicazioni: Verso l’indipendenza. Italiani ed eritrei durante l’Amministrazione britannica (1941-1952) (“Altreitalie”, n. 42/2011); Militari e militarizzati italiani nell’Eritrea del secondo dopoguerra (“Storia e Futuro”, n. 29, 2012); La Spezia e il colonialismo italiano (La Spezia, Edizioni Cinque Terre, 2011); Italiani d’Eritrea. 1941-1951 una storia politica (Roma, Aracne, 2012); Italico ingegno all’ombra della Union Jack. Breve storia economica degli italiani d’Eritrea sotto occupazione britannica (La Spezia, Edizioni Cinque Terre, 2013).

Biography

Nicholas Lucchetti has a PhD in History presenting his thesis on the Italian community in Eritrea after Second World War (1941-1952). Among his publications: Towards independence. Italians and Eritreans during the British Administration (1941-1952) (“Altreitalie” n. 42/2011); Italian soldiers and militarized in Eritrea after Second World War (“History and Future”, n. 29, 2012); La Spezia and Italian colonialism (La Spezia, Edizioni Cinque Terre, 2011); Italians of Eritrea 1941-1951 a political history (Rome, Aracne, 2012); Italic intelligence in the shade of Union Jack. Brief economical history of Italians of Eritrea under the British occupation (La Spezia, Edizioni Cinque Terre, 2013).

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  1. Cfr. Goglia 1981 e 1988b. Parte essenziale di questa azione fu la creazione di organizzazioni fasciste per i sudditi africani, cfr. Goglia 1988a e 2005. In Eritrea, negli anni Trenta, venne in particolare costituita l’organizzazione “Pre- Ascari”, destinata a formare i futuri soldati coloniali, cfr. Volterra 2007, 16-17. []
  2. Cfr. L’opera del Partito Nazionale Fascista, in “Gli Annali dell’Africa Italiana”, a. III, n. 1, 1940, 915-919. Sulla valenza politica dello sport, e in particolare sul ruolo dell’attività sportiva nell’ambito del colonialismo fascista, cfr. Gabrielli 2005. []
  3. L’opera del Partito Nazionale Fascista, in “Gli Annali dell’Africa Italiana”, a. III, n. 1, 1940, 914. []
  4. Console della Milizia, Marchese era stato responsabile del fascio di Alessandria, cfr. Missori 1986, 235-236. []
  5. Due testimoni e protagonisti degli eventi, l’uno al vertice del Servizio informazioni militare dell’Impero italiano, l’altro giornalista attivo in Eritrea, con riferimento all’armamento a disposizione delle truppe italiane, hanno parlato di un “museo di vecchie armi”. Giova altresì ricordare che per tutta la durata della guerra l’Aoi avrebbe ricevuto solamente alcuni caccia (giunti in volo smontati da Bengasi), ed il carico della nave giapponese Jamayuri Maru, con scorte di carburante, riso e gomme, queste ultime inutilizzabili perché di misura sbagliata, cfr. Bruttini, Puglisi 1957, 94 e 91, e Del Boca 1982, 350. []
  6. Cfr. Archivio Storico Diplomatico del ministero degli Affari Esteri, Direzione generale degli Affari politici, 1950-57, Eritrea, b. 801, f. Italiani in Eritrea, Andamento demografico della collettività italiana in Eritrea, allegato a Capomazza a ministero degli Esteri, telespresso n. 3480, 30 maggio 1952. []
  7. Archivio Storico del ministero dell’Africa Italiana, Africa IV, p. 42, E. Queirolo, Relazione sull’Eritrea, 27 novembre 1946, p. 8. Ernesto Queirolo, entrato nei ranghi del ministero delle Colonie, aveva ricoperto l’incarico di Segretario generale del governo della Colonia Eritrea dal 1930 al 1933, cfr. Puglisi 1952, 249. []
  8. Cfr. Archivio Storico del ministero dell’Africa Italiana, Direzione Africa Orientale, p. 2, f. Stampa finanziamenti, s.f. Stampa in Eritrea, O. Rampone, La stampa in Eritrea durante l’occupazione britannica, p. IV. []
  9. F. Pattarino, Cassala italiana, in “Il Corriere Eritreo”, 6 luglio 1940. []
  10. La conquista di Cassala in un autorevole commento tedesco, in “Il Corriere Eritreo”, 11 luglio 1940. []
  11. Fascio di Cassala. Nomina del Segretario Politico e del Direttorio del Fascio, in “Il Corriere Eritreo”, 8 luglio 1940. Nel dicembre 1897, come è noto, nell’ambito della politica di ripiegamento adottata dall’Italia dopo la disfatta di Adua, Cassala era stata ceduta all’Inghilterra. Il quotidiano eritreo non mancò di trattare la questione stabilendo un qualche “parallelo” tra la commozione provata dagli italiani in procinto di abbandonare la cittadina alla fine dell’Ottocento e, di contro, l’affrettata “fuga” delle truppe inglesi nell’estate 1940, cfr. L. Bergamo, Due date. Cassala. Natale 1897. Luglio 1940 – XVIII, in “Il Corriere Eritreo”, 11 luglio 1940. []
  12. F. Pattarino, Prime giornate di Cassala italiana, in “Il Corriere Eritreo”, 14 luglio 1940. []
  13. L’entusiasmo degli eritrei per la presa di Cassala, in “Il Corriere Eritreo”, 8 luglio 1940. Ad interrompere questo entusiasmo intervenne la notizia della morte di Italo Balbo. L’8 luglio tutta la popolazione asmarina si raccolse nella Cattedrale per rendere omaggio all’importante gerarca, poi ulteriormente omaggiato con l’intitolazione di una via cittadina. Cfr. rispettivamente Asmara legionaria e fascista ha ieri austeramente ricordato l’eroismo e il sacrificio di Italo Balbo, in “Il Corriere Eritreo”, 9 luglio 1940, e Il viale Italo Balbo inaugurato dal generale Frusci, in “Il Corriere Eritreo”, 29 luglio 1940 (Viale Italo Balbo era la nuova denominazione di Via Milano). []
  14. Hargeisa, in “Il Corriere Eritreo”, 10 agosto 1940. []
  15. F. Pattarino, Melograni ad Hargeisa, in “Il Corriere Eritreo”, 15 agosto 1940. []
  16. Ibidem. []
  17. Ibidem. []
  18. Id., La conquista italiana del Somaliland inglese, in “Il Corriere Eritreo”, 21 agosto 1940. []
  19. Cfr. L’esultanza di Asmara per la conquista di Berbera, in Ivi. La conquista italiana del Somaliland offrì il destro a varie rievocazioni propagandistiche delle vicende coloniali inglesi ed italiane nei territori somali. “Il Corriere Eritreo” si volle soffermare sulla vicenda del “Mad Mullah”, dando conto delle difficoltà incontrate dai britannici nelle operazioni di contrasto alla guerriglia da lui coordinata, e sulle rivendicazioni italiane sulla Somalia britannica, frustrate da Londra alla conferenza della pace di Parigi, cfr. rispettivamente S. Sorbaro Sindaci, Somaliland, terra degli smacchi inglesi, in “Il Corriere Eritreo”, 11 agosto 1940, e R. Piacentini, Somaliland 1919 e 1940, in “Il Corriere Eritreo”, 5 settembre 1940. []
  20. F. Pattarino, Due mesi di sconfitte inglesi e di luminose vittorie italiane in Africa Orientale, in “Il Corriere Eritreo”, 27 agosto 1940. Per ulteriori notizie su Pattarino, cfr. Lucchetti 2012a, 106-114. []
  21. Un ultimo tentativo offensivo venne compiuto in ottobre dal colonnello Rolle. Alla guida di 1.300 uomini, l’ufficiale attraversò la frontiera sudanese il 15 ottobre, rientrando entro i confini dell’Africa Italiana dieci giorni dopo, dopo aver subito svariati attacchi da parte dell’aviazione inglese ed aver perso oltre cinquanta uomini, cfr. Goglia 1999, 182-183. []
  22. Obbligo di costruzione dei rifugi, in “Il Corriere Eritreo”, 6 ottobre 1940. []
  23. Ibidem. Un italiano d’Eritrea avrebbe seguito le sollecitazioni vicereali con particolare zelo. Luigi Riva, costruttore edile, presente nel territorio fin dal 1895, reduce della battaglia di Adua e podestà di Cheren dal 1939, dopo aver realizzato svariate opere infrastrutturali, costruì a proprie spese una ventina di rifugi antiaerei per la popolazione, cfr. Puglisi 1952, 253-254. []
  24. Sulla valenza “militare” della colonia Eritrea, cfr. Negash 1987, e Chelati Dirar 2004. []
  25. Anche la popolazione indigena subì delle ripercussioni a seguito dell’aumento del prezzo del sale e dei tessuti di cotone, da essa utilizzati come merce di scambio, cfr. Podestà 2004, 361. []
  26. Cfr. Per la disciplina dell’oscuramento e del consumo della luce, in “Il Corriere Eritreo”, 24 luglio 1940. []
  27. Istituzione di un fondo sussidi per vedove orfani e famiglie bisognose dei combattenti nazionali in Eritrea, in “Il Corriere Eritreo”, 19 settembre 1940. []
  28. Cfr. Anno XVIII di lavoro e di vittoriosa guerra nell’Eritrea primogenita, in “Il Corriere Eritreo”, 27 ottobre 1940. []
  29. Tra le prime offerte si segnalarono le 100.000 lire donate da Hassan Abdalla Bamismus, cfr. Un suddito eritreo offre 100.000 lire per le famiglie dei valorosi ascari, in “Il Corriere Eritreo”, 24 agosto 1940. []
  30. Per le famiglie degli ascari caduti. Costituzione di un Ente per la costruzione di abitazioni per i congiunti dei fedelissimi combattenti, in “Il Corriere Eritreo”, 3 dicembre 1940. []
  31. Ibidem. []
  32. XVIII annuale della Marcia su Roma, in “Il Corriere Eritreo”, 27 ottobre 1940. []
  33. Le Camicie nere riaffermano la certezza nella Vittoria all’imponente rapporto del Federale al Gruppo “Razza”, in “Il Corriere Eritreo”, 9 dicembre 1940. []
  34. Natale di guerra, in “Il Corriere Eritreo”, 27 dicembre 1940. []
  35. Il bollettino italiano di guerra N. 228, in “Il Corriere Eritreo”, 22 gennaio 1941. []
  36. Il bollettino italiano di guerra N. 230, in “Il Corriere Eritreo”, 24 gennaio 1941. []
  37. Il bollettino italiano di guerra N. 239, in “Il Corriere Eritreo”, 2 febbraio 1941. []
  38. Sul fronte di Cheren i battaglioni inglesi sono stati valorosamente respinti e contrattaccati, in “Il Corriere Eritreo”, 12 febbraio 1941. []
  39. Truppe eroiche, in “Il Corriere Eritreo”, 20 febbraio 1941. Le truppe coloniali seppero in effetti resistere in una guerra di posizione ad esse tutt’altro che congeniale. Su questo punto, cfr. Goglia 1990, 262-263. []
  40. C. Dominione, Sedici giorni di lotte in Bassopiano, in “Il Corriere Eritreo”, 28 febbraio 1941. []
  41. Cheren, in “Il Corriere Eritreo”, 18 marzo 1941. []
  42. Angelo Del Boca stima che, complessivamente, le due parti abbiano avuto “non meno di 50 mila perdite, ossia circa mille fra morti e feriti al giorno nei 56 giorni della battaglia” (1982, 428). Per accogliere le salme dei caduti vennero poi allestiti due cimiteri di guerra. Al riguardo una recente pubblicazione eritrea ha sottolineato come nel cimitero di guerra italiano, allestito nell’agosto 1950, fosse stata apertamente riproposta la discriminante razziale, con la suddivisione del complesso in due sezioni distinte, l’una accogliente le tombe dei soldati italiani e l’altra quelle dei soldati africani, cfr. Abraham 2007, 20. []
  43. Archivio Storico del ministero dell’Africa Italiana, Africa IV, Fondo Francesco Saverio Caroselli, p. 82, Relazione all’Eccellenza il Capo Missione sul II viaggio effettuato con la Nave Duilio. 21 Ottobre 1942-16 gennaio 1943, p. 59. []
  44. Nefando bombardamento, in “Il Corriere Eritreo”, 1 marzo 1941. []
  45. L’elenco delle vittime del bombardamento inglese, in “Il Corriere Eritreo”, 4 marzo 1941. []
  46. La nuova barbara incursione, in “Il Corriere Eritreo”, 18 marzo 1941. []
  47. Le vittime del bombardamento del 17 scorso, in “Il Corriere Eritreo”, 19 marzo 1941, e Le vittime del bombardamento del 18 scorso, in “Il Corriere Eritreo”, 20 marzo 1941, che dà conto di un’omissione nel precedente elenco. []
  48. Nuova criminale incursione che non scuote lo spirito di Asmara, in “Il Corriere Eritreo”, 19 marzo 1941. []
  49. Le vittime del bombardamento del 18 scorso, cit. []
  50. Asmara eroica, in “Il Corriere Eritreo”, 1 marzo 1941. []
  51. La nuova barbara, cit. []
  52. Le vittime del bombardamento del 18 scorso, cit. []
  53. Cfr. Il fascismo dell’Amara per le vittime del barbaro bombardamento nemico, in “Il Corriere Eritreo”, 13 marzo 1941. Poli ricopriva tale carica dal settembre 1938, dopo aver guidato il fascio di Gimma, cfr. Missori 1986, 260-261. []
  54. Cfr. L’elogio del Ministro Segretario del Partito e del Ministro dell’A.I. alla popolazione fascista dell’Eritrea, in “Il Corriere Eritreo”, 23 marzo 1941. In precedenza, vicinanza alla popolazione asmarina era stata espressa da Angelo Tuttoilmondo, Ispettore del Pnf per l’Aoi, cfr. L’ispettore del P.N.F. per l’A.O.I. tiene rapporto alle gerarchie di Asmara, in “Il Corriere Eritreo”, 19 febbraio 1941. Già federale di Asmara dall’aprile 1937 al dicembre 1938 (Missori 1986, 148), Tuttoilmondo aveva in particolare esortato i connazionali a perseverare nella fede in un prossimo rivolgimento di fronte a favore dell’Italia fascista. []
  55. Cfr. Profughi, in “Il Corriere Eritreo”, 10 marzo 1941 (firmato x.x.x.). []
  56. XXIII Marzo nella Primogenita, in “Il Corriere Eritreo”, 24 marzo 1941. []
  57. L’omaggio del Fascismo eritreo alle eroiche Forze Armate della Primogenita nella persona del Comandante lo Scacchiere, in Ibidem. []
  58. Dopo un periodo di internamento al Forte Baldissera di Asmara, Marchese venne tradotto come prigioniero in India. []
  59. Il successo dell’Msi tra la comunità italiana si registrò anche in Somalia e Libia, cfr. Del Boca 1984, 206, 229-232, e Morone 2011, 25 []
  60. Tribuna libera, in “Il Quotidiano eritreo”, 18 novembre 1952. []

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