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Posted in Numero 30 - Novembre 2012, Numero 30 - Percorsi, Numero 30 - Rubriche, Percorsi

Il passaggio “incompleto” dalla prima alla seconda repubblica. Dalla crisi del vecchio sistema partitico alle imperfezioni del nuovo (1945-1996)

Il passaggio “incompleto” dalla prima alla seconda repubblica. Dalla crisi del vecchio sistema partitico alle imperfezioni del nuovo (1945-1996)

di Francesca Romana Lenzi

Abstract

Molti studiosi, storici e politologi ancor oggi si interrogano su quello che da molti viene definito il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica italiana: la compiutezza o meno della trasformazione del sistema politico del paese è motivo di accesi dibattiti e scontro di opinioni da oltre un decennio. Possiamo rilevare a distanza di tempo che quell’intuizione sull’inevitabile crisi della democrazia italiana, quella che lo Scoppola definisce “democrazia dei partiti”, sembra confermata. Essa nasce nel dopoguerra come necessità, ma, come vedremo, ha insite nella sua struttura le ragioni che la porteranno al collasso. L’approdo ad una riforma incompiuta e limitata non è che l’aspetto di una più complessa incapacità del vecchio sistema di rinnovarsi seguendo il mutamento della società. La crisi darà un’accelerazione al processo di adeguamento della classe politica ai tempi, ma farà anche sollevare dubbi sulla natura stessa della democrazia, sulla sua effettiva bontà presente e passata ed infine sulla necessità, a detta di alcuni, di “ripartire da zero” per la costruzione di una “normalità democratica” ancora mai raggiunta.

Abstract english

The “incomplete” passage from the First to the Second Italian Republic.

From the crisis of the old system to the imperfections of the new (1945 – 1996) Many scholars, historians and political scientists still wonder about what is the so-called transition from the First to the Second Italian Republic. The actual fulfillment of this transformation has been the source of heated debates and clashes of opinions for more than a decade. As of today, the prediction of an inevitable crisis in the Italian democracy (or “parties’ democracy”, as Pietro Scoppola called it) seems to be confirmed. The Italian parties’ democracy was born as a necessity after the Second World War but, as we shall see, it had in its own structure the reasons that lead to its collapse. This unfinished reform is just an aspect of a more complex failure of the Italian political system to renew itself by following the changes in society. The crisis accelerated the adjustment process of the political class, but it also maintained some doubts about the nature of Italian democracy, about its real past and present goodness and finally about the need, according to some, to “start from scratch” for the construction of a “democratic normality” not yet reached.

La Repubblica del dopoguerra e la “guerra civile fredda”

L’Italia del dopoguerra, con precisione dalla seconda metà del ’45, presenta un’esplosione a tutto campo delle conseguenze positive e negative causate dal conflitto mondiale. Accanto alle grandi speranze post-Liberazione, vive specialmente nell’Italia settentrionale come conseguenza del “vento del nord”, ed al ricomporsi di una quotidianità che richiama apparentemente la consuetudine dell’anteguerra, prendono le mosse tutte quelle dinamiche che, in tempi ed intensità differenti, stravolgeranno il futuro della penisola e scriveranno la storia fino a farla giungere, attraverso una rete di automatismi, ai nostri giorni.

Anzitutto emergono i danni più morali che materiali causati dalla guerra (Di Nolfo 1986) accanto ad una ripresa economica abbastanza rapida, sebbene disomogenea ed ostacolata dalla cronica mancanza di materie prime, l’angoscioso clima in cui erano stati vissuti gli anni precedenti aveva sviluppato nei cuori degli italiani un profondo fastidio nei confronti di tutto ciò che di essi era il prodotto. Soldati, militari, insomma reduci provenienti da un capitolo di storia che gli italiani sono stanchi di ricordare, portatori di un passato che la popolazione quasi rinnega ed ai quali quasi attribuisce la colpa: le aspettative nei confronti dell’atteso e glorioso rimpatrio vengono disattese sia sul piano sociale che su quello istituzionale, a causa di quei compensi promessi e mancati. Nel frattempo risorgono vecchie paure e se ne creano di nuove: i partiti antifascisti si adoperano per impedire la formazione di associazioni di ex combattenti, memori degli effetti che ebbero nel primo dopoguerra e timorosi di rigurgiti fascisteggianti. Il risultato è un generale disorientamento di folte schiere di cittadini titubanti verso il governo ed alla ricerca di una collocazione sociale a cui numerose voci di propaganda rispondono, facendo leva, ad esempio, sulla diffusa convinzione che esistessero progetti comunisti per conquistare il potere. Ciò genererà conseguenze nel comportamento della grande industria, della Chiesa (soprattutto alla luce della prospettiva internazionale in cui Pio XII si poneva), oltre alla reazione tradizionalista delle campagne.

In questo contesto si sviluppano malsani comportamenti di massa, che spesso sfociano nel turpe, nel primordiale, in delitti non controllati per l’assenza di un’etica saldamente ricostituita o diretti dalle stesse forze politiche. Tutto ciò si riflette inevitabilmente nell’immagine dell’Italia che esce “provata” dalla guerra abbattutasi sui civili più di quanto non si creda, per cui, invece di un impulso alla solidarietà, essa ha generato risentimento e profonda incomunicabilità.

Incomunicabilità anche e soprattutto territoriale: nel Sud e nel Centro la guerra era già finita da un anno rispetto al resto del paese e questo scarto temporale ebbe conseguenze economiche, politiche e sociali estremamente rilevanti. L’inflazione meridionale superò quasi cinque volte quella del Nord (Lepre 1993), dove si combatteva ancora contro i nazifascisti in un clima di rinnovamento e mobilitazione popolare, quando invece al Sud la lotta all’ordine del giorno era per la vita quotidiana e la restaurazione del vecchio stato era avvenuta senza difficoltà diffondendo, tra coloro che avevano combattuto, un profondo senso di delusione, la sensazione di aver compiuto sacrifici inutili e un conseguente rivolgimento conservatore verso la monarchia.

Crescono inoltre le distanze a livello socioeconomico, nell’esponenziale chiusura ed allontanamento tra ricchi e poveri che in un primo momento sembrava essersi attenuata con la mobilità verificatasi tra il ’42 ed il ’45, attraverso l’arricchimento di speculatori e “borsari neri”, ma che si era invece rivelata un puro fenomeno congiunturale, non avendo creato effettivi canali di accesso alle classi superiori. Tale contrapposizione, proprio in quanto chiara nell’immaginario collettivo, venne sfruttata da socialisti e soprattutto comunisti in chiave rigidamente classista, sebbene non si tradusse in un’espressione politica ed organizzativa concreta in quanto risultava insufficiente ad esprimere la complessa realtà italiana di allora. Su tale scenario va profilandosi un certo distacco dal il concetto di patria ( è significativo che le campagne per “Trieste italiana” siano di solo appannaggio della destra nazionalista) e per quella che Togliatti definì “unità politica e morale” del paese, che riecheggia nelle spinte federaliste ed indipendentiste. Una di queste manifestazioni, il movimento separatista siciliano, rivestirà un ruolo fondamentale nell’azione alleata a Sud (Lanaro 1992).

Ad ogni modo, accanto alle sinistre ed al movimento partigiano, l’Urss in prima fila tentò, in nome del nuovo progetto stalinista per la creazione di stati satellite, un’influenza sulla penisola, impeditagli però dal pesante deterrente angloamericano (al quale si guardava inizialmente solo come sicura difesa dal comunismo e non come modello di libera società cui ispirarsi), oltre che, come suddetto, da una compatta resistenza interna.

Resistenza che accomunava gli italiani di tutte le parti politiche come sintomo di una profonda stanchezza: nell’immediato dopoguerra una parte degli italiani voleva il socialismo, ma senza i sacrifici di una nuova guerra civile. In questo, a detta del Lepre (1993), il realismo di Stalin aveva funzione tranquillizzante (poco si sapeva delle condizioni di vita e dei costi sociali ed umani che l’esperimento stalinista aveva prodotto nell’Urss); diffusa era la speranza di una rivoluzione per impulso esterno, si desiderava credere alla teoria dell’implosione capitalistica, di cui lo stesso leader sovietico e il suo predecessore avevano trattato in alcuni scritti, primo fra tutti Lenin Imperialismo, fase suprema del capitalismo (1917). Nel 1947 però, con l’inizio della guerra fredda, si diffonde nei comunisti ed in molti socialisti la convinzione che uno scontro decisivo sul piano mondiale potesse verificarsi: forti divergenze tra i dirigenti del Pci in merito alla preparazione per tale evento mentre, di pari passo con il peggioramento dei rapporti tra potenze occidentali ed Urss, cresceva anche il timore di una spaccatura interna e del ruolo di quinta colonna che i comunisti ed i loro alleati avrebbero potuto assumere nel caso di un nuovo conflitto mondiale.

Lo stalinismo aveva infatti influenzato profondamente il comunismo italiano, ma, in realtà, l’ideologia di base che faceva dell’Urss polo d’attrazione per l’Italia comunista, ovvero quello che veniva identificato come il prosieguo della dottrina marxista e di tutti i capisaldi annessi, ne conservava con Stalin solamente la facciata propagandistica. La radicale trasformazione era rappresentata dal sopravvento della politica sull’economia: Togliatti denunziò la sottovalutazione di quest’ultima1 nel “compromesso” che aveva consentito la democratizzazione del paese, aveva lasciato nelle mani dei conservatori la guida dell’apparato economico-finanziario che, in chiave “terzinternazionalista” (Lepre 1993), rappresentava l’unico strumento per i paesi capitalisti per ritardare l’inevitabile collasso. La scelta di un programma di azione prevalentemente politico era legato a ragioni pratiche e trovava riscontro anche nelle tradizioni massimalistiche italiane (il “politique d’abord” di Nenni) a loro volta intrecciate col filone riformistico e pragmatico dei socialisti (ciò spingeva Nenni a non contrapporsi alla prudente posizione di Togliatti). L’obiettivo comune di socialisti e comunisti di mantenere ed estendere il potere era alimentato dalla consapevolezza della necessità di interventi immediati nella realtà italiana, per riparare ai danni della guerra. Prima la ricostruzione, poi si sarebbe pensato alle trasformazioni.

Medesima era la tesi della grande industria, ritenuta dalle sinistre del ’45 al governo un mezzo idoneo per intervenire nell’economia e frenare l’arbitrio dei privati: significativi in questi termini i dibattiti tra dirigenti privati e pubblici del settore secondario sulla futura gestione del paese ( erano al primo posto le voci di Oscar Sinigaglia, presidente della Finsider, azienda dell’Iri che possedeva un terzo dell’industria dell’acciaio e di Angelo Costa, presidente di Confindustria). Più di ogni altra cosa, però, pesò il fatto che il fascismo avesse il patrocinio delle principali strutture statali. Questa potente arma ideologica consentì agli industriali di sostenere una linea anti-statalista che traghettò l’Italia verso una “scelta di campo” filo-occidentale, rispetto alla contrapposizione tra blocchi che andava formandosi a livello internazionale.

Se si guarda infatti all’apparato politico, come sostiene il Lepre (1993), è evidente che in Italia si sia verificata una grande trasformazione politica, addirittura “rivoluzionaria” rispetto alla dittatura fascista: in primis con il ritorno alla libertà, poi con l’affermazione di un nuovo sistema dei partiti ed, infine, con la nascita della Repubblica. Vi sono, tuttavia, aspetti rilevanti di continuità con l’epoca fascista per quanto riguarda l’amministrazione, l’economia e soprattutto la mentalità nei confronti dell’apparato statale. Il fascismo aveva consolidato e sviluppato gli elementi di “welfare state” in parte già esistenti, i quali, dopo la dittatura, rimasero il centro focale dell’amministrazione italiana, guardati con sfiducia, ma anche come necessità, soprattutto al Sud. All’interno di tale continuità, però, si faceva strada una profonda evoluzione del ruolo stesso dello Stato: l’acquisizione di consensi attraverso l’esasperata proliferazione di casse mutuali venne lasciata in eredità ai partiti del dopoguerra, così da segnare il passaggio dallo “Stato etico” fascista al “partito etico”. Il Pci ed in parte la Dc ridisegnarono la propria facciata ideologica in modo da sostituire l’apparato statale nei rituali, nei principi, nella “lealtà”(che si presentava duplice, nazionale ed internazionale), di cui quello si era per primo erto a baluardo. In particolare modo nel Pci si parlava, oltre che di lealtà duplice(che a livello nazionale corrispondeva agli interessi della classe operaia), anche di duplice prospettiva: una pacifica democratizzazione rivolta al socialismo affiancata alla costante nota rivoluzionaria; al contrario la sfera democristiana che guardava alla dimensione etica, concentrata attorno alla figura di Giuseppe Dossetti, sottolineava il ruolo di portatore di ideali cristiano-cattolici come manifesto ideologico e missione escatologica del partito.

Dunque, in rispondenza alle trasformazioni sociali, nascono i partiti di massa e con loro la questione, sul piano morale, del finanziamento degli stessi da parte di Stati Uniti per la Dc (insufficiente il sostegno ricevuto dalla Chiesa) e dall’Est per Pci e Psi, giustificato rispettivamente in nome della lotta solidale della civiltà cristiana anticomunista e del proletariato contro il capitalismo.

Novità di questo nuovo sistema partitico si riscontrarono sia nel rapporto con il settore pubblico dell’economia, fonte delle suddette dispute tra industriali che sarà utilizzato sempre più per acquisire consensi, sia nel peso crescente dei rapporti con forze esterne al partito stesso, spesso autonome, ma influenti sui partiti più di quanto non ne fossero a loro volta influenzate: prima fra tutte la monarchia, fino al 2 giugno ’46 , poi la stessa grande industria e la Chiesa che guidarono il paese nell’antifascismo a partire dalla fine del conflitto mondiale.

In tale contesto va osservato anche il completo rinnovamento della classe politica che, trasformismo a parte, vide rappresentanti di ceti medi e dirigenti di epoca prefascista sostituirsi al personale designato nel periodo mussoliniano o nell’immediato dopoguerra. Questi ultimi infatti non colgono il valore dell’esperienza partigiana e la nuova struttura socio economica del paese, i nuovi equilibri internazionali e soprattutto la politica di massa che andava profilandosi. Così nel ’44 Ivanoe Bonomi darà le dimissioni cercando di legittimare nuovamente la monarchia, mentre Orlando accusa De Gasperi di “servilismo” per aver piegato la “potente” Italia all’approvazione del “diktat”, e ancora Nitti che fraintende e manifesta insofferenza verso l’attivismo ideologizzato e invadente di comunisti e democristiani. Gli esponenti della nuova élite al potere saranno invece quelli rimasti in Italia ad accompagnare l’opposizione contro il regime con attività professionali, specie se in campo economico o finanziario, che li obbligavano a mantenere uno stretto contatto con le evoluzioni della società: da Ugo La Malfa, azionista e poi repubblicano, a Ezio Vanoni, ex-socialista e neo democristiano.

Proprio in questo contesto non può ritenersi plausibile, a detta dello stesso Lepre (1993), la tesi sostenuta da Croce del fascismo come parentesi che legittimi il ritorno alle condizioni prefasciste. Se si guarda al partito liberale, ad esempio, si nota come esso fu espressione del modello di “partito d’opinione” privato di forza elettorale di fronte alla nuova società di massa, in cui solo la Dc aveva i requisiti giusti per essere accettata come nuovo fronte moderato. Tali requisiti si riscontrano non solo nell’appoggio ideologico e pratico della Chiesa, ma anche e soprattutto nella “trasversalità” e nella capacità organizzativa che consentivano al quel partito di rappresentare interessi e realtà socio-economiche differenti, ma accomunate dallo stesso ventaglio di valori cattolici.

Ma perché vengono ad affermarsi tali partiti? Perché questo radicale cambiamento di struttura? L’Italia è un paese sconfitto, stremato ed avvilito, lacerato da frammentazioni interne, da una guerra civile e da pesanti fratture tra Nord e Sud, economicamente dipendente da altri paesi e frustrato dalla poca stima che i suoi ex-nemici nutrono per lei, con un ceto politico inesperto, per lo più conservatore e una magistratura ed una polizia tutt’altro che convertitesi alla democrazia. Di fronte a tale smarrimento emerge il viscerale bisogno di “affidarsi”, di trarre sicurezza dall’azione e dal carisma di leader su cui seminare nuova speranza. Ed è proprio in questo clima che si collocano le figure di De Gasperi e Togliatti, seppure c’è da notare che la legittimazione del secondo è almeno inizialmente fondata sul riflesso del “piccolo padre”, per poi crescere nell’immagine di “partito dell’antifascismo” fin quando, in una situazione ridivenuta normale, volgerà lo sguardo ad una “democrazia progressiva” criticata da molti per la scarsa concretezza ed il moderatismo antirivoluzionario, per alcuni filomonarchico ( effettivamente questa era la linea di Molotov), per altri legato alla consapevolezza della pressione esercitata dalle grandi potenze (Stalin stesso, pur riconoscendo Badoglio, non volle mai occuparsi della questione italiana separatamente dagli alleati).

D’altro canto però crescevano anche le paure di quanti temevano un abbandono della rivoluzione da parte del Pci solo a parole, che vennero attenuate con la creazione ad opera di Togliatti di un partito nuovo, più attivo nella realizzazione della suddetta “democrazia progressiva”, un partito “di popolo” e di intellettuali e che vede un successo crescente con la confluenza, nel 1946, di gran parte del Partito d’azione nella casa editrice Einaudi, la principale istituzione “filtro” del rapporto cultura-partito. Ma il pedagogismo e l’anti-individualismo esasperati rappresenteranno le principali tare strutturali2 alla base della battuta d’arresto nelle elezioni dell’aprile ’48 e degli eventi che seguirono. Anno cruciale per il Pci fu il 1948. Le rivolte spontanee esplose dopo l’attentato del 14 luglio non fecero pensare ai dirigenti di sinistra che fosse possibile una guerra civile. Lo stesso Togliatti aveva invitato a mantenere la calma. Ma gli eventi si susseguirono molto rapidamente fino ad arrivare a quel livello di degenerazione che il Lepre definisce “guerra civile fredda” (1993): dallo sciopero generale proclamato dalla Cgil, poi la scissione della corrente democristiana (Cisl) e la dura repressione dei tumulti, in un contesto internazionale di forte tensione (il 24 luglio i sovietici chiusero le vie di accesso a Berlino Ovest e quattro giorni dopo la Jugoslavia, accusata di tradimento, usciva dal Cominform).

Togliatti, rinnovata la sua popolarità e per la prima volta investito di un prestigio autonomo dal leader sovietico, fronteggerà gli eventi con una strategia volta a concordare una tregua con il blocco dominante, facendo leva sul pericolo della scissione del “corpo nazionale” che aveva manifestato le premesse in numerose occasioni (ad esempio con l’adesione al Patto Atlantico). La strategia si rivelerà fallimentare con il proseguire degli scontri interni, anche in seguito alla debole politica agraria e all’abbandono della questione meridionale durante tutto il triennio 48-50 (questa ed altre caratteristiche spingeranno il Lanaro a parlare di “giolittismo togliattiano”) e alla traballante direzione di un’economia “mista” giustificata dal timore della rispondenza tra dirigismo e regime fascista di cui si è parlato. Il Pci potrà acquisire la sua identità solo nel momento in cui rinuncerà alla stesura di programmi selettivi che a lungo andare lo avrebbero privato della fonte della sua esistenza, ovvero la forza numerica ed il successo elettorale:a tale scopo porterà avanti la protesta sociale in tutte le sue forme e cavalcherà l’onda del successo, almeno fino al 1956.

Se si parla di “cometa” per il partito di Togliatti, non si può non associare l’immagine di “stella fissa” al mondo cattolico nei riguardi della democrazia cristiana. Ma perché questa stella fissa rivolge la sua luce sulla Dc? Secondo numerosi studi (Galli 1978; Scoppola 1977), la Chiesa preferisce rivolgersi a De Gasperi e ad una formazione politica della cui composizione (ad esempio ex-dirigenti del Partito popolare come Gronchi o Tupini ) avrebbe avuto valide ragioni per essere sospettosa, piuttosto che sfruttare quello che per molti sarebbe stato “l’uomo giusto nel momento giusto”, ovvero Luigi Gedda? La risposta sta nell’immagine che fa della Dc l’unico partito in grado di sopravvivere e di imporsi nel dopoguerra: nessuna forza avrebbe potuto avvalersi di ipotetici consensi plebiscitari se avesse partecipato alla resistenza, al CLN e se non fosse stata in grado di dialogare tanto con la sinistra marxista, quanto con la democrazia laica e con i conservatori. Ancora più chiara è l’intuizione del segretario del partito, che, a detta del Lanaro, inquadra perfettamente l’indirizzo degasperiano della Dc: “il non essere è spesso più redditizio dell’essere” (De Gasperi)3, con ciò intendendo che, a scapito di un crescente svuotamento del programma, si dimostrasse conveniente non compromettersi né con il fascismo né con l’antifascismo “storico”, non con la monarchia né con la repubblica ( secondo il principio per cui una forma istituzionale è buona solo in virtù del suo rapporto con l’autorità religiosa).

Insomma facendo leva su pochi, saldi valori comuni e sulla sua immagine di “moderatore”, la Dc vince le elezioni (che segnarono la fine dell’“esarchia” del Cln e l’inizio dell’era dei partiti di massa) ed assicura stabilità a se stessa, al ruolo della Chiesa in politica ed agli italiani i quali vengono seguiti dall’alto e dal basso proprio da quella geniale collaborazione tra Stato e organizzazioni laicali controllate dall’autorità ecclesiastica. L’unico punto di frizione tra il segretario del partito ed il pontefice sarà sulla gestione delle “controtendenze”, poiché De Gasperi puntava a far condividere le sue scelte dall’arco di forze più ampio possibile, per evitare accuse di atteggiamenti dittatoriali nell’esercizio dei diritti della maggioranza ( emerge con chiarezza la natura opportunistica del segretario del partito nell’accettare di buon grado la collaborazione degli ambienti più estremi nelle campagne, tra cui lo stesso Gedda con i suoi “Comitati Civici”).

Il sesto governo De Gasperi, insediatosi nel gennaio 1950, deve affrontare questa volta grosse difficoltà interne che ne minacciano gravemente la stabilità: la sinistra democristiana non entrò nel governo per protesta contro la rinnovata presenza al ministero del Tesoro e Bilancio di G. Pella, criticata persino dagli Stati Uniti. Lo stesso anno si riunì il III congresso della Dc da cui la sinistra democristiana uscì rafforzata, grazie a Fanfani, mentre Dossetti venne messo da parte, sebbene parteciperà poi all’accordo a tre assieme a maggioranza e sinistra, assumendo la carica di vicesegretario. La partecipazione attiva della sinistra al governo è legata ad un gruppo di riforme tra cui quella tributaria, nonché all’istituzione dell’Eni e della Cassa per il Mezzogiorno, ma verrà presto messa in difficoltà dall’accentuarsi delle tendenze anticomuniste in seguito allo scoppio della guerra in Corea, che tolse anche risorse alle riforme per impiegarle nel riarmo. La penisola così rifletteva al suo interno la contrapposizione mondiale: l’Italia del Patto Atlantico e quella del Cominform si accusavano reciprocamente per la degenerazione della crisi coreana e anche all’interno della stessa Dc si scontravano tendenze degasperiane, volte ad un più rigido controllo sull’opposizione nell’ottica di una possibile guerra mondiale in cui i comunisti avrebbero giocato il ruolo di “quinta colonna” e tendenze opposte, tra le cui file si possono annoverare Gronchi e Pella, avverse al rigido filoamericanismo adottato dal 1949, a maggior ragione dopo la decisione di Truman di stanziare truppe in Europa per contribuire alla difesa. Intanto, nonostante le riserve di Togliatti, il Pci si allineava alla politica di Stalin.

La guerra sembrava sempre più imminente, ma non fu così. Il leader del Pci rifiutò la direzione del Cominform (questo rese evidente la fine dell’internazionalismo): si abbandonerà il clima di “guerra civile fredda” per passare alla cosiddetta “ guerra civile minacciata” da parte delle forze Nato a fronte di una presa di potere, legale o meno, da parte delle forze comuniste, che ebbe il suo avvio ufficiale con la presentazione e l’approvazione della legge del 1951. Per la prima volta i paesi anticomunisti, in un periodo delicato in cui si avviava la costruzione dell’Europa, si schieravano duramente, rispondendo alle minacce unilaterali degli anni precedenti.

Gli anni di tramonto dell’epoca degasperiana erano alle porte a partire dallo scioglimento della corrente dossettiana nel 1951, unica alternativa “di sinistra” a quello che il Lepre (1993) definisce “clerico-moderatismo di De Gasperi” e, in modo più definito, tra il 1953 e il 1958, quando si capovolgerà il rapporto tra Chiesa e Dc, inizialmente impostato su un grosso debito del partito nei confronti di Pio XII ed ora costretto a tenere conto di un elettorato che non assicura più appartenenza solida ai valori che erano stati fino a quel momento baluardo della Dc. Con Pella e poi definitivamente con Scelba si può parlare di collasso del centrismo: il ministro degli interni, per usare le parole del Lepre, “ rappresentava la forza, mentre De Gasperi la politica, ma i due aspetti sono complementari..”(1993): Scelba concentrò l’attenzione sulla repressione delle forze di sinistra, fortemente sostenuto dalla presenza americana ed il suo operato portò, assieme ad altri fattori, alla degenerazione della politica democristiana, anche in seguito ad episodi macabri che videro l’uso dello scandalo come arma di lotta politica. Le componenti del partito si sfaldarono e guardarono alle frange più estreme. Nel tentativo di allargare la maggioranza parlamentare, Tambroni rivolse la sua attenzione a destra, ma questa non si mosse e la protesta di piazza segnò la fine del suo governo, assieme a quella del centrismo democristiano. Esso, infatti, fu possibile anche grazie alla politica d’opposizione, al rispetto delle regole che, dopo la prima generazione di grandi leader, venne progressivamente a mancare.

Il Psi invece si presenta all’alba della Liberazione con un bilancio negativo, segnato, a partire dagli anni ’20, da lacerazioni e parziali ricucite e da una debole partecipazione nella Resistenza:. Tutte le speranze vengono riposte nel carisma di Nenni che tuttavia non riesce a segnare una svolta nel ruolo del Psiup, né con la suddetta linea della “politique d’abord”, né con il tentativo di intrecciarsi con il PdA attorno ad un programma repubblicano-riformista in accordo con La Malfa. Si arriverà con profonda apprensione e scetticismo alle elezioni del 2 giugno dove il successo inaspettato è da attribuirsi non alle proposte del gruppo dirigente, ma alla fedeltà dimostrata dall’elettorato “all’apostolato dei primi maestri, rendendo testimonianza di un antifascismo antico”(Lanaro 1992). Ma tale vittoria non spiana il cammino ad un blocco tutt’altro che compatto in cui Nenni è l’unico massimalista classico in un gruppo dirigente in maggioranza rivoluzionario, dove persino Saragat non si discosta dal marxismo, per giunta a fronte di un elettorato prevalentemente riformista. Epilogo prevedibile sarà la scissione del ’47 che ricadrà in negativo sul potere di contrattazione del Psiup (ora Psi) con i comunisti e sulla presenza in parlamento di soli 39 deputati (1948). Tuttavia tale svolta darà la possibilità al gruppo dirigente di occupare spazi prima reclusi dall’obbligo di fedeltà all’ortodossia marxista: dal congresso di Genova la strategia innovativa di Lombardi, ex-dirigente del Clnai, affiancato da Pertini, riscuoterà grandi successi, almeno fin quando non verrà ostacolata dal mancato chiarimento con i “frontisti” e da alcuni passi falsi, come la “scelta cominformista a proposito dello scisma jugoslavo” (Lanaro 1992). Tutto è rimesso in discussione, ma va notato che la ricerca di una stabile identità tra il ‘48 ed il ‘53 non degenererà mai nell’appiattimento del Psi sui comunisti. Solo nel 1953 il partito acquisirà un plusvalore politico, con il frantumarsi della maggioranza centrista che obbligherà la Dc a guardare a sinistra e nello specifico al ruolo del Psi di cerniera tra i partiti.

Creatura singolare e di breve vita è invece il Partito di azione, nato dalla volontà comune di Giustizia e Libertà, di alcuni gruppi liberal-socialisti e liberal-democratici, di fondersi sotto la guida di La Malfa e Parri, per organizzare tutto l’antifascismo democratico di obbedienza non comunista a fronte dell’inerzia socialista e dell’ambiguità dei cattolici. Il programma che raggruppava gli obiettivi di ciascuna componente, dalla riforma agraria alla nazionalizzazione dei grandi monopoli, alla socializzazione dei servizi di pubblica utilità e delle proprietà terriere ed immobiliari e ad un ordinamento riformatore di stampo anglosassone (caratterizzato da decentramento politico-amministrativo e laicità dello Stato) era raccolto nei “Sette punti” elaborati come manifesto costitutivo del partito, nel 1942. Tale struttura composita consentirà al partito di sopravvivere, sia pure per soli cinque anni, ma non gli permetterà di giungere compatto alle elezioni dell’assemblea costituente di cui faranno parte solo nove deputati (tra cui Calamandrei, Lussu, Lombardi) ed a cui si aggiungeranno La Malfa e Parri con l’improvvisazione di un movimento che verrà eletto nel collegio nazionale tramite l’utilizzazione dei resti. Tratti tipici del partito sono anzitutto l’anomala convivenza di dispute ideologiche antiquate con l’innovativa “rivoluzione democratica” utilizzata per affrontare i problemi, il fatto di aver per primo rispolverato la questione meridionale ed infine ciò che porterà il PdA all’eclissi, ovvero quelle convergenze eccessivamente eterogenee della formazione. Infatti ben presto si verificherà la contrapposizione della linea di Lussu rivolta al Psi e il tentativo di La Malfa di formare una forza di centro che imbrigliasse democristiani e liberali. La morte del partito lascerà come eredità alle generazioni successive l’anticipazione di una problematica centrale vent’anni più tardi, ovvero il rischio dello strapotere incontrastato della Dc e della sua attitudine all’arbitrato a fronte di un’opposizione più opportunista che responsabile.

Infine, la perdita più grave cui deve soggiacere la Repubblica italiana è quel 7% circa del corpo elettorale che le nega il consenso: dal ’45 vanno organizzandosi nuclei di ex-combattenti di Salò e nasce un anno dopo il Msi, da alcuni collaboratori dei suddetti nuclei, come Almirante e Romualdi, che si approprierà di parte dell’eredità lasciata dall’”Uomo Qualunque” di Giannini. Si verifica una parziale riabilitazione dei neo fascisti a partire dalla liberazione dei voti a destra della Dc per lo scontro del ’48 e la rinuncia all’epurazione (avvenuta, sotto forma di amnistia nel 1946) anche se di fatto ciò dipendesse fortemente da circostanze di carattere internazionale e nello specifico dalle agevolazioni provenienti dalla politica anticomunista della Nato.

La modernizzazione, la crescita economica ed il consumismo

Dunque grandi rinnovamenti attraversano l’Italia in questo periodo, ma non va dimenticato che la parola d’ordine che compare su tutti i giornali alla fine del conflitto è ricostruzione. Ricostruzione materiale, che presentava problematiche differenti a seconda delle zone, ma anche ricostruzione in termini di ripresa economica e di restituzione alla popolazione di una vita dignitosa. Crescita del costo della vita non seguita dall’aumento dei salari, aumento del tasso di disoccupazione e riduzione dei generi di sussistenza in seguito anche ad una rallentata produzione industriale, che pesavano in un contesto già di per sé estremamente malridotto da bombardamenti e battaglie, senza contare il generale senso di impotenza e scoramento di cui si è già parlato. In molti casi, però, non si dovrebbe parlare di restaurare, ma di rinnovare: si tentò di sfruttare questa situazione di necessità per gettare le basi di una nuova Italia. Da ricostruzione a modernizzazione dunque. Ma i programmi dei primi governi, pur dando la priorità a tempestivi soccorsi ai civili e all’avvio di lavori pubblici, non furono sufficienti a sanare il clima di profondo disagio in cui la popolazione si trovava ed esprimeva con frequenti scioperi e manifestazioni, soprattutto al Sud, dove proliferavano rappresentazioni efficaci di tali condizioni anche in campo letterario e cinematografico4. In tali condizioni fu perciò necessario l’intervento internazionale, che darà anche in questo caso un’ulteriore accelerazione alla “guerra civile fredda” interna alla penisola.

Nonostante questa immagine pessimistica dell’Italia alla fine del conflitto, non si può dimenticare che proprio ora vengono gettate le basi, seppur deboli, per la futura modernizzazione: con la rete ferroviaria fuori uso, si ricorrerà sempre più al trasporto privato (le soluzioni “popolari” furono la Topolino della Fiat e la Vespa) ed inoltre le nuove mode e abitudini, le influenze internazionali, il tentativo di sollevare culturalmente il paese attraverso la riforma della scuola di Bottai. Freno a questa spinta modernizzatrice sarà l’intervento della Chiesa, forte del suo ruolo nella penisola e del suo potere contrattuale in campo politico. Nel settore agricolo (oltre che in quello della pubblica amministrazione) viene riassorbita la diminuzione dell’impiego nell’industria e la variazione dei livelli di reddito favorisce i profitti agrari; gravi sono invece le condizioni di quella “piccola borghesia” per lo più urbana che non osa schierarsi con l’opposizione e non è rappresentata da sindacati di categoria. Accanto ad essa però esiste un’altra faccia della borghesia, il cosiddetto “ceto medio artificiale” (Lanaro 1992), arricchitosi con l’espansione della proprietà contadina legato alla Dc e privilegiato dall’appartenenza alla Coldiretti dal 1944 che gli consentirà di acquisire grosso peso a livello politico-istituzionale. La strategia economica dell’epoca risulta più in generale volta alla fabbricazione di tale ceto medio: la sovrastima dei fattori di ammortizzazione dei costi dello sviluppo attraverso le agevolazioni tributarie per la piccola e media azienda o l’erogazione di spesa pubblica e il credito bancario incentivano i lavoratori ad avviare attività “in proprio”, aggravando nel contempo il debito pubblico e non risolvendo la mancanza di collocazione ed identità di tale classe sociale priva di rappresentanza e perciò sempre più volta ad alzare il prezzo del suo ruolo nello scambio politico allo scopo di acquisire sicurezza e diritto di parola in campo istituzionale.

Riguardo all’industria i bassi redditi implicano bassa domanda interna ed il protezionismo fa cadere anche l’ipotesi di una politica di investimenti ed esportazioni. Non si teme la scarsa forza lavoro, in quanto la disoccupazione risulta attenuata dal sistema economico “chiuso”, ma solo con la politica monetaria di Einaudi e con la liberalizzazione degli scambi voluta da Vanoni e La Malfa sarà possibile ridurre l’inflazione e riavviare la produzione.

A Nord si assiste alla scomparsa della classe dei braccianti padani e con lei se ne va anche la tradizione di solidarietà, di vita collettiva. Si avvia, più che nel resto d’Italia, un grosso sviluppo “infrastrutturale” dell’economia, e, più in generale, si riscontrano i segni di una crescita diffusa e costante. Significativa sarà in questo periodo l’incrinatura dei rapporti tra governo e Confindustria a causa di una spinta in avanti data alle partecipazioni statali, con la fondazione dell’Eni del 1953 e la riforma dello statuto dell’Iri nel 1954: ciò segnerà il potenziamento dell’economia mista, caratteristico della seconda generazione democristiana.

In definitiva tutte queste nuove impostazioni apporteranno modifiche nel paese per tutto il decennio successivo e rappresenteranno la premessa alla forte accelerazione economica a partire dal quinquennio 1958-1963, che cambierà profondamente corpo ed anima del paese nonostante la recessione immediatamente successiva (1964-65). Ma ciascuno dei fenomeni positivi che si verificheranno in quel periodo, come la piena occupazione e la progressione dei salari, determineranno contraccolpi o disomogeneità (ad esempio in campo agricolo tra Nord e Sud) deleteri per lo sviluppo, genereranno nuovi bisogni o ancora cresceranno fino ad implodere.

Inoltre le pessime condizioni dei lavoratori porteranno ad episodi di insubordinazione sociale tra gli anni ’60 e i ’70, inizialmente con una contrapposizione tra lavoratori e sindacati, accusati questi ultimi di fungere da “cinghie di trasmissione” (Lanaro 1992) della volontà dei partiti. La situazione volgerà a favore della classe operaia con la riconciliazione tra “vertici” e “base” e con la frammentazione del fronte imprenditoriale: alle soglie del nuovo decennio il sindacato può dirsi trionfante nell’aver portato le parti sociali alla mediazione, sebbene la mancanza di un programma guida lo obbliga spesso ad appiattirsi ad iniziative di una “base” poco disposta a compromessi e poco concreta nell’elaborazione di proposte che potessero favorire l’allargamento della base industriale.

Nel frattempo, almeno fino all’odissea della Montedison (1968), le industrie a partecipazione statale vengono gestite con estrema abilità e successo ed accanto ad esse, dalla metà del 1960, cresce d’importanza la piccola e media industria. Si riscontrano invece difetti di intraprendenza negli enti capitalistici privati che a fronte di una scarsità di risorse e di reinvestimenti di profitti cercano sostegno nell’assorbimento delle obbligazioni dalle banche e ciò che esse non riescono a collocare presso i risparmiatori finisce con l’essere sottoscritto dal Tesoro o dalla Banca d’Italia. Conseguenza: l’esponenziale intersezione tra affari e politica.

Sorge inoltre il problema degli emigrati (Lanaro 1992, 230-231, 237): l’industrializzazione provoca spostamenti di forza lavoro che dissestano il paese in campo economico e di integrazione sociale: queste masse di cittadini pervase da smania di assimilazione sono sottoposte ad una crescente frattura con i “padroni di casa”, il cui atteggiamento segregazionista non tarda a manifestarsi.

Un altro punto dolente continuerà ad essere il meridione: l’arretratezza ed il divario rispetto al resto d’Italia viene tamponato con una serie di provvedimenti, quali investimenti e creazioni di filiali e distaccamenti del grande capitalismo industriale del Nord, che causeranno una sorta di “industrializzazione senza sviluppo” per il carattere indiretto degli interventi e l’assenza di una valida classe imprenditoriale locale. L’unica borghesia industriale autonoma si riscontra nelle fasce costiere che punta spesso ad un progresso economico celere, trascurando il sostegno di una politica statale indipendente; inoltre la mancanza di “modelli culturali societari” come rapporti di scambio o coscienza di classe o abbandono della singolarità parentale, danno luogo a forme anomale di clientelismo politico di massa, quale ad esempio il “laburismo” di Napoli.

Il tasso di attività si ridimensiona e si rafforza l’istituto della famiglia “semi-nucleare”, dove cioè un solo membro percepisce regolarmente il reddito, mentre gli altri concorrono al bilancio comune con fondi pensionistici o ingaggi in nero: a fronte di ciò il cosiddetto “welfare state all’italiana” non fa altro che consolidare l’occupazione fissa e rilanciare gli investimenti sobbarcandosi parte degli aggravi del costo del lavoro.

La famiglia media passa dal patrimonio al consumo: in parte perché la pubblica amministrazione garantisce la stabilità del potere d’acquisto con la legislazione sociale e antiflazionistica, in parte per la caratteristica propensione all’acquisto di beni voluttuari dei paesi usciti dall’arretratezza. Il consumismo entra nelle case e nelle menti degli italiani ed inevitabilmente ostacola il cattolicesimo tradizionale: individualismo, materialismo, laicizzazione del costume, nuova concezione del tempo e nuove priorità non trovano più rispondenza con i precetti ortodossi della Chiesa.

La Chiesa era stato il pilastro dell’unità del paese, ora però il futuro della nazione non è più solo nelle sue mani, in quanto fattori come la mobilità nazionale e unificazione linguistica giocano anch’essi da contrappeso al rischio di una snazionalizzazione culturale.

Riassumendo, dunque, in campo socio-economico l’Italia uscita dissestata dal conflitto vive un periodo di industrializzazione e di modernizzazione in campo agricolo, seppur frammentate e disomogenee, e dei costumi: il “consumismo” cosiddetto entra nella logica di mercato, nelle menti degli italiani, veicolato dai mezzi di comunicazione di massa e dai collegamenti internazionali e viene condannato dalla Chiesa. Nonostante i pesanti costi sociali che tale crescita economica porta, come abbiamo visto dai contrasti nelle fabbriche e con le migrazioni interne, ed ai nuovi problemi politici che tra poco vedremo, il “miracolo economico” rappresenta una svolta fondamentale per l’Italia del secondo dopoguerra e possiamo fare ricorso a tre principali motivi per spiegarlo: l’adesione dell’Italia alla Cee (1957), un intervento statale massiccio e lungimirante e l’abbondanza di manodopera affluita nelle fabbriche settentrionali dal Sud. In definitiva, come commenta Castronovo (1975): “il saggio di sviluppo italiano era inferiore solo a quello tedesco: l’Italia riuscì così a ridurre i suoi divari con gli altri sistemi economici europei, dopo una lunga rincorsa intrapresa dalla fine dell’‘800”.

Il centrosinistra e la solidarietà nazionale

Sul piano politico il terminus ad quem del miracolo economico, il 1963, coincide con la nascita del primo governo organico di centro sinistra: i mutamenti avvenuti impongono un cambiamento di indirizzo e gettano una nuova sfida che verrà accolta ed affrontata da coalizioni di governo basate sull’accordo tra Dc (che già con Gronchi aveva gettato le premesse per questo nuovo equilibrio) e Psi (che si era intanto allontanato dalle posizioni frontiste con la svolta autonomista di Nenni). La soluzione fu trovata dall’allora segretario della Dc, Aldo Moro, con la formula delle cosiddette “convergenze parallele”, ovvero una formazione monocolore democristiana con il voto favorevole di Psdi, Pli e Pri e con l’astensione di socialisti e monarchici, che fosse in grado di far fronte agli squilibri economici e sociali. In definitiva il fronte di resistenza formato dai comunisti contro Tambroni aveva riavvicinato nella mobilitazione antifascista non solo i socialisti, ma anche le frange più moderate: nel suo discorso Moro affermerà il ruolo della Dc di “Partito di popolo” che dovesse essere più vicino alla base sociale che rappresentava. La concezione di democrazia di Moro si presentava differente da quella di Nenni, l’una basata sul tentativo di arginare l’allontanamento del paese dai valori cristiani che costituivano il collante tra partito e “paese reale”, l’altra posta alla base di un processo di “transizione al socialismo” dell’Italia: nonostante ciò, nel luglio ’62 nascerà il governo tripartito Dc-Psdi-Pri.

Saragat, che nel frattempo aveva tuonato contro la “deriva del Psi”, cambierà posizione in seguito ai mutati atteggiamenti di Vaticano e Usa di fronte ad una possibile collaborazione tra Dc e Psi ed in seguito alla volontà di proporsi alle presidenziali del ’62. Verrà invece eletto Segni che, come è stato osservato, rappresentava la maggioranza democristiana, ma non la politica che la stessa maggioranza diceva di voler attuare: egli era infatti stato proposto dalle frange di destra della Dc.

Il primo problema che dovette affrontare il nuovo governo fu la crisi congiunturale del ’63-64. Ugo La Malfa propose la pianificazione economica: concertata con le parti sociali (sindacati e Confindustria), essa avrebbe consentito il controllo di tutti i redditi e la correzione delle storture dello sviluppo economico come disoccupazione, inflazione, divario Nord-Sud, oltre alla realizzazione di un welfare state efficiente. Nonostante la crescita tornasse a tassi elevati a partire dal ’66, la sensazione di rallentamento rispetto all’euforia nel miracolo economico e la delusione delle aspettative di quegli strati di popolazione, che non vedevano realizzate le loro speranze di miglioramento delle condizioni di vita, trovarono espressione in scioperi e manifestazioni. La presenza statale in economia era cresciuta, ma le aziende pubbliche si erano dimostrate poco efficienti e meno produttive delle private, sia per la mancanza di dirigenza manageriale, sia per l’uso delle stesse da parte dei partiti di governo come strumenti autofinanziamento e promozione clientelare, a fronte di una nuova forza e nuova coscienza dei sindacati.

Nel programma del centro-sinistra largo spazio fu dedicato alle riforme, ma anche tale obiettivo venne mancato. Rilevante, sotto questo punto di vista, fu lo scarto tra le enunciazioni programmatiche e la realtà. La nazionalizzazione del settore dell’energia elettrica, innanzitutto, che destava forti preoccupazioni e speranze tra le diverse parti sociali, aveva visto la Dc favorevole, sebbene ferma nell’affermare la validità dell’iniziativa privata, nel contesto della quale tale provvedimento sarebbe stato un caso isolato. Qualche settimana più tardi la Dc si ritirò dal progetto di legge urbanistica preparato da Sullo in seguito all’opposizione di speculatori e soprattutto dei piccoli proprietari, preziosa base elettorale per il partito. Vennero mancate anche la riforma della pubblica amministrazione, la riforma fiscale e quella tributaria. Realizzate invece la legge sulla giusta causa per i licenziamenti, la riforma scolastica e quella pensionistica.

In definitiva l’obiettivo di modernizzare il paese non fu raggiunto: tale occasione mancata si rifletterà nelle elezioni del ’63. La Dc si batté contro Pli e Pci, ma senza successo, infatti i liberali videro raddoppiare i loro voti ed ancora più rilevante fu la crescita del partito comunista, in un clima internazionale che vedeva superata la crisi provocata dalla “destalinizzazione” e che assisteva all’accettazione della politica di Krusciov da parte di Stati Uniti e di papa Giovanni XXIII. Il 25 maggio Moro fu incaricato di formare un nuovo governo, ma meno di un mese dopo la corrente autonomista del Psi di Lombardi respinse l’accordo programmatico raggiunto con Pri, Psdi e Dc: nell’attesa del superamento della fase di incertezza venne formato da Leone un “governo-ponte” esclusivamente democristiano. Nonostante l’apparente battuta di arresto della politica di distensione, con la morte di Giovanni XXIII, l’attentato a Kennedy e l’allontanamento di Krusciov, nel dicembre ’63 i socialisti entrarono in un governo con Moro alla presidenza e Giolitti al bilancio. La sinistra del partito si staccò, prima formando il PSIUP, poi confluendo in gran parte nel Pci dopo lo scioglimento del ’72 (Baget Bozzo 1977).

Durante l’assemblea nazionale della Dc del ’65 il segretario Rumor sottolinea la necessità di rinnovare il partito alla luce dei mutamenti sociali e dei nuovi problemi e bisogni che essi portavano: si sentiva la necessità di rispolverare il ruolo etico del partito, accentuando però le distinzioni rispetto alla Chiesa che si mostrava sempre più aperta al dialogo con i partiti più lontani ideologicamente. Quella che la Dc considerava una crisi di passaggio da una società agraria tradizionale ad una industrializzata del benessere era ritenuta dal Pci una crisi del sistema capitalistico. Mentre nel partito comunista si scontravano tendenze diverse ( nate dalla fine del monolitismo togliattiano) in merito alla possibile unificazione con il Psi ed in merito alla “democrazia interna” allo stesso partito (Berlinguer si espose eccessivamente e fu escluso dalla segreteria), i socialisti del Psi e del Psdi confluirono nel Psu (1966) alla ricerca di un nuovo ruolo, visto l’indebolimento progressivo del Pci.

E giunge il Sessantotto. Anche se le prime occupazioni si verificano sin dal ’66 (a Trento), i nuovi fermenti di ispirazione marxiana, pur trovando rispondenza teorica in altri strati sociali non scolastici e tentando di ricollegarsi ideologicamente ai grandi movimenti mondiali, non riuscirono ad “uscire dalle università” e rimasero incatenati nella priorità di fare blocco compatto ed esclusivo di studenti con specifici e limitati obiettivi. Venne coltivata una nuova cultura antifascista e volta ad una profonda revisione del marxismo tradizionale, distaccatosi dall’impostazione filo-sovietica e vicina a quella maoista. Essa era rivolta ad una rivoluzione culturale ( e perciò ebbe molto seguito tra gli intellettuali europei) ed ininterrotta, sul modello trockijsta di rivoluzione permanente ed influenzerà le spinte rivoluzionarie in occidente, portate avanti soprattutto ad opera della classe operaia che riprendeva molto del corporativismo studentesco nell’organizzazione, ma si basava su differenti capisaldi, come ad esempio l’integrazione contro l’èlitismo capitalistico. Ed ecco il 1969: l’autunno caldo inizia con lo sciopero generale dei metalmeccanici ed è caratterizzato da elementi peculiari quali il distacco dalle concezioni studentesche, l’idea del salario come “variabile indipendente” rispetto l’andamento dell’economia e del lavoro non più come “conquista”, ma come “maledizione” (ciò porterà i contatti di base di operai, i Cub, a scontrarsi con i sindacati) ed ancora la solidarietà tra Nord e Sud per i lavoratori meridionali migrati ed impiegati al nord. Nello specifico la debolezza dei sindacati si manifestò nella mancata lungimiranza riguardo ai movimenti nati “dal basso” e nell’illusione di potersi sostituire ai partiti, che fallì con la lotta per le riforme al di fuori del mondo del lavoro ( si ottenne solo lo statuto dei lavoratori), avviata nel ’70. Dunque ennesima “occasione mancata” il ’68? Le sinistre non furono in grado di gestirlo, ma ne furono profondamente influenzate: il Psi si scinde nuovamente, dopo il fallimento alle elezioni del ’68, riemerge il massimalismo e l’idea di rivoluzione culturale, intesa come ideologica e volta alla creazione di una società nuova. Lo sviluppo economico non disciplinò, bensì acutizzò il conflitto. La dimensione socio-politica infatti prevalse totalmente sul piano economico e vennero anche portate avanti battaglie di natura culturale e antropologica, come quella riguardante la sfera sessuale, contraria sia alla morale cattolica che a quella comunista

Politicamente si verifica l’assenza di una destra conservatrice che collaborasse ed influisse sul governo, come fu per altri paesi: l’unica destra attiva fu interna alla Dc, che andò rafforzandosi nel riflusso post-sessantotto e nel timore dell’apertura del centro-sinistra ai comunisti. Leone venne eletto alla presidenza della repubblica con l’appoggio del Msi e, alle dimissioni del governo Colombo, scelse una formazione monocolore democristiana. È evidente che il sessantotto avesse trovato riscontro nelle piazze, ma non nella maggioranza: fu più un eco della rivoluzione internazionale che, nello specifico caso italiano, si inseriva in un momento di crisi, che era però una crisi di crescita. Si volle insomma dar vita ad una contestazione anticapitalista contro il tradizionale, senza capire che la modernità era incarnata proprio dallo sviluppo capitalistico.

E poi lo stragismo: è lecito chiedersi quale fosse il rapporto tra gli attentati ed i progetti di revisione in senso autoritario della Costituzione proposti dopo il ’68? Si può parlare di una manovra “dall’alto” a sostegno dei golpisti? Alla luce del fatto che non venissero presi provvedimenti immediati e all’insorgenza sempre più numerosa di associazioni attiviste di destra le quali addirittura godevano dell’impunità da parte degli organi dello Stato nella lotta al comunismo, si potrebbe dare una risposta affermativa. Anche a livello internazionale si è parlato di “stay-behind nets”, ovvero strutture clandestine pronte ad intervenire nei paesi Nato in caso di conquista del potere da parte delle sinistre, specialmente in Italia, per la sua posizione di frontiera e crocevia. E nel frattempo il terrorismo nero e rosso: dalla “grande pianta” del ‘68 movimenti marxisti-leninisti che guardavano a Mao e le sezioni operaiste (Lotta Continua, Potere Operaio) gettano le basi per il brigatismo di Autonomia Operaia fino alla lotta armata dei Nap. Obiettivo di questi gruppi clandestini era la rivoluzione comunista, bersaglio tutti i settori della società fino al “cuore dello Stato”, passando nel 1974 dalla propaganda agli agguati, che culminarono nel più alto attacco alla democrazia, quel tragico 9 maggio 1978. Il terrorismo entra da ora, nonostante il crescendo di attacchi nei successivi due anni, in una fase di declino, isolato proprio dalle masse in nome delle quali esso diceva di combattere (Galli 1986).

In un periodo di crisi e di destabilizzazione dovuto in buona parte anche allo shock petrolifero che svegliava il paese dall’illusione dello sviluppo continuo e dell’onnipotenza della politica sull’economia, in seguito anche alla crescente saldatura, con la guerra del Vietnam, tra le classi oppresse e le cause combattute dai popoli del terzo mondo, l’Italia visse invece un periodo di relativa crescita, dovuta sostanzialmente ad un’accelerata sul piano della piccola e media industria ed al definitivo affermarsi della “nuova classe” borghese imprenditoriale.

Nel novembre 1972 il Psi vide al suo interno la vittoria dei sostenitori di un ritorno al centro-sinistra, ovvero la corrente di De Martino unita agli autonomisti (tra cui emergeva già Craxi) contro i promotori degli “equilibri più avanzati” e meno di un anno più tardi anche la Dc si schierò a favore di tale linea, formando il governo Rumor con i socialisti, Psdi e Pri. Ma un programma di risanamento come quello progettato dal nuovo governo non poteva essere portato avanti senza l’appoggio o quantomeno un’opposizione meno rigida dei comunisti preoccupati per possibili colpi di stato di destra e la situazione peggiorò alla luce dell’assassinio di Allende in Cile, dove si stava svolgendo un esperimento politico che per l’Italia rappresentava una valida via italiana al socialismo.

Berlinguer pubblicò su “Rinascita” tre articoli, l’ultimo dei quali proponeva un “compromesso storico” (Fiori 1989), elaborando alcune indicazioni di provenienza democristiana e con una sorta di simmetria rispetto alle conclusioni tratte da Togliatti in seguito all’insurrezione di Markos in Grecia. Ma ora il Pci si presentava più rassicurante agli occhi dei democristiani, soprattutto per i caratteri interclassisti assunti dal “popolo comunista” che aveva visto possibile il “patto fra produttori” di Amendola perché non era più formato da operai e contadini poveri, ma da nuovi piccoli e medi imprenditori.

Ciò che di negativo caratterizzava il progetto di Berlinguer era l’estrema rigidità a fronte di un momento di trasformazione interna ed internazionale ed anche l’eccessiva radicalità di cui veniva accusato da parte del partito e del paese. Cominciava a verificarsi uno scarto tra ideali ed interessi cui Berlinguer non era in grado di far fronte, avendo impostato il suo compromesso su una linea difensiva della democrazia, ad esempio, a fronte del persistere di regimi fascisti(in Portogallo, Spagna, Grecia) che già nel 1974 non rappresentavano più una giustificazione sufficiente. Favorevole fu invece l’anno successivo lo scacco all’imperialismo statunitense in seguito all’ingresso dei comunisti vietnamiti a Saigon, in seguito al quale si fecero vivi residui del vecchio internazionalismo.

Il referendum sul divorzio del 1974 fu l’espressione più chiara delle trasformazioni sociali, dell’affermazione del laicismo liberale, della necessità di adeguare le strutture giuridiche alla società reale, dello scollamento della Dc arroccata su posizioni conservatrici, diversamente da quanto ritenesse Berlinguer e della crescente affermazione della dimensione individuale che metteva in crisi l’impostazione delle sinistre estreme.

Nonostante ciò Pci e Psi si affermarono nelle elezioni regionali del 1975, ma, a fronte della necessità di riorganizzarsi, mentre il Pci rivolgeva le sue attenzioni al possibile “sorpasso” nelle successive elezioni, Berlinguer cercava sempre più le ragioni di un’alleanza con la Dc, progettando una futura collaborazione tra tutte le forze dei due poli accomunate su determinati valori, più che interessi, ovvero la lotta nazionale ed internazionale all’individualismo ed al dissennato consumismo ( con particolare attenzione al terzo mondo). Ma alla nobiltà di propositi non corrispondeva un realismo dell’analisi della società italiana che tendeva fortemente ai consumi individuali. Il successo delle sinistre è da attribuirsi in parte alle preoccupazioni destate dalla crisi economica che attraversava il paese e in parte al fatto che Berlinguer rappresentava una ventata di cambiamento in un clima politico “che aveva stancato ed irritato” a tal punto da far pensare alla possibile fine della prima repubblica.

La necessità di cambiamento venne ancora una volta colta dal segretario del Pci che rispose con la proposta di un “eurocomunismo”, per dare nuova legittimità alle sinistre del continente, allontanandosi dal Pcus senza esporsi al rischio di un’altra primavera di Praga, grazie alla protezione degli “alleati atlantici”. La Dc nel contempo ebbe a che fare con un “boicottaggio politico” da parte della grande industria (Agnelli si sarebbe candidato nelle liste del Pri) contraria al cosiddetto “capitalismo assistito” che fu però breve durata in quanto fu fatto notare che nell’area privata si assisteva a quello che potrebbe essere definito un “capitalismo protetto” fatto di esenzioni, finanziamenti a fondo perduto ed agevolazioni fiscali che si sorreggeva sulla forza e la stabilità del partito democristiano e lo stesso dicasi per il parassitismo del Sud.

Ma la crisi c’era e venne sfruttata dal Pci che si era proposto come l’alternativa: acquisirà nuovi voti, ma comunque non a sufficienza per impedire la vittoria della Dc nel giugno 1976. Proprio per quei valori professati da Berlinguer allo scopo di far avanzare il partito, il Pci dovette astenersi nella votazione di fiducia al nuovo governo monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti ed accettare così tutte le responsabilità di governo senza parteciparvi. La caratterizzazione della classe di sinistra andava sbiadendosi: il tentativo di riproporre la teoria gramsciana dell’egemonia si ridusse ad un momentanea ed illusoria ondata di consensi della classe intellettuale verso il Pci, perché l’Italia era cambiata e ora anche qui, come negli Stati Uniti, gli intellettuali non erano più indispensabili e l’egemonia era di “fabbrica”. Nasce una nuova sinistra, una nuova opinione pubblica che non era influenzata da precise ideologie, ma attraversava diversi schieramenti politici, la cui espressione giornalistica fu la nascita de “La Repubblica”. I partiti invece mantenevano le vecchie posizioni, modificando solo ciò che risultasse necessario, come i finanziamenti per il Pci dopo lo strappo con l’Unione Sovietica (è difficile, per mancanza di documentazione, dire se già da allora il partito si fosse affiancato alla Dc nel ricorso alle tangenti: certo è che ottenne forti sostegni finanziari dalla rete delle cooperative). Ma i cambiamenti arrivarono: Craxi appena giunto alla segreteria del Psi, vedendo il partito svuotato di valore per l’inutilità di due sinistre nell’ambito del compromesso storico, cercò di riaffermare l’identità del Psi, sottolineandone la distinzione e l’indipendenza dal Pci. La crisi a cui aveva portato la spinta verso l’individualità culminerà con lo scioglimento di Lotta Continua: i successivi episodi di terrorismo saranno anch’essi su scala individuale.

Concludendo, i governi di solidarietà nazionale sono considerati una sorta di approdo del compromesso storico. Le due possibili linee, quella di Berlinguer e quella di Moro, per l’incontro tra i due maggiori partiti italiani erano sostanzialmente differenti per la concezione del secondo di un compromesso politico per il superamento di una fase di transizione: entrambe concepivano questo compromesso come possibile semplicemente applicando con rigore la Costituzione, ma erano diverse le prospettive. La “terza fase” in cui per il segretario della Dc si trovava il partito in seguito allo spostamento a sinistra del paese, si sarebbe divisa in due: un momento iniziale di necessaria solidarietà e poi in un successivo alternarsi di tutti i partiti al governo, in un progetto più generale di rafforzamento della Dc come primo partito.

Il primo fu più un governo di “solidarietà democratica”, in quanto lo scopo, in seguito ai fatti di sangue culminati nel ‘78, era la difesa della democrazia. Il necessario adeguamento del Pci in qualche modo segnò la continuità del progetto di Moro: molti considerarono mancata la “solidarietà nazionale” perché non vi era la “nazione”, seppure il successo di quella democratica segnò la riconferma di un valore in cui gran parte del paese si riconosceva e poteva dirsi unito in esso.

Il collasso del sistema dei partiti

La crisi della Dc

In un contesto internazionale di profonda tensione, durante il quale la politica estera sovietica aveva accresciuto il suo dinamismo ( culminato con l’invasione in Afghanistan), si rafforzava la fiducia che la crisi del blocco orientale avrebbe condotto al rinnovamento del socialismo, tesi fondata sopratutto sull’immagine prestigiosa dell’Urss e sull’economia ancora sostanzialmente solida dei paesi dell’Est a fronte della fragilità di quella occidentale in seguito alla crisi del ’79.

La previsione relativa all’affermazione del cosiddetto “socialismo dal volto umano” in senso operaistico e libertario veniva sostenuta da comunisti e parte dei socialisti e, nello specifico, il Pci perseguiva l’obiettivo di formare un fronte mediatore tra i due blocchi, originato dall’incontro delle forze socialiste e pacifiste europee. Venne però ostacolato dalla frattura incolmabile con il Psi e dalla difficoltà di concretizzare una “terza via” nelle relazioni internazionali. Berlinguer infatti riteneva che questa dimensione non si potesse risolvere con una “via di mezzo” tra capitalismo e socialismo, ma con il superamento del capitalismo e la formazione del suddetto socialismo realizzato nelle libertà democratiche. La realizzazione di tale processo, nei piani di Berlinguer, prevedeva un avvicinamento ai paesi dell’Est e in tale prospettiva egli tagliò i residui legami con l’Unione sovietica, col sostegno di tutti i dirigenti del partito, fuorché Armando Cossutta. Ma l’opera di mediazione si verificò non priva di difficoltà. Nello specifico la situazione sfuggì di mano con la crisi degli euromissili, accompagnata da un’escalation in termini di tensioni politiche e militari – soprattutto in Corea – di cui si vedrà la risoluzione solo con l’avvento di Michail Gorbaciov e la sua politica estera che rivelava un rivoluzionario realismo e duttilità.

Nel contempo l’Italia aveva visto la sconfitta del Pci alle elezioni del ’79: il collante del progetto Berlinguer non era più forte a sufficienza per far fronte all’eterogeneità dello schieramento che sosteneva il partito e alle trasformazioni che si andavano verificando nella sinistra. L’iniziativa di avviare un progetto di trasformazione, come vedremo più avanti, verrà colta da Craxi, che riuscì a battere i suoi avversari attraverso lo strumento politico dello scandalo. Ma un’eco ancor più profonda, tale da provocare modifiche nei comportamenti elettorali, fu quella della Loggia Massonica P2, nella quale erano coinvolti esponenti politici di rilievo, rappresentanti delle forze armate, dirigenti dei servizi segreti e rappresentanti del mondo della finanza cattolica. Nello specifico vanno ricordati Licio Gelli, intervistato da Maurizio Costanzo per il “Corriere della Sera” e definito il “capo indiscusso” della Loggia e Michele Sindona, che godeva di importanti appoggi politici: indagando sul suo rapimento del marzo 1981 i giudici misero le mani su un elenco di quasi 500 affiliati alla P2. Sindona verrà condannato all’ergastolo perché mandante dell’omicidio del liquidatore del Banco Ambrosiano, il cui presidente, Calvi, era stato trovato impiccato a Londra dopo l’arresto per esportazione di capitali.

La commissione d’inchiesta sul caso Sindona, pubblicò nel 1982 la relazione nella quale si dichiarava accertata la concessione di finanziamenti per l’ammontare di due miliardi di lire alla Dc, che il segretario amministrativo Micheli aveva definito prestiti a breve termine per le spese elettorali. Le ripercussioni della P2 furono, in primo luogo, le dimissioni del governo Forlani sostituito, nel luglio, da Spadolini, durante l’attacco alla magistratura operato dal segretario del Psdi, Pietro Longo, annoverato tra gli aderenti alla Loggia, e anche da Bettino Craxi (ad allora risale la proposta di assegnare all’esecutivo il controllo dell’apparato giudiziario). La svolta di un “non democristiano” alla presidenza del consiglio apparve necessaria per risollevare il livello morale del paese, come anche per risanare la pesante svalutazione della lira. A tal proposito La Malfa e Andreatta (ministri rispettivamente del Bilancio e del Tesoro) intervennero con una politica di contenimento della spesa pubblica; sarà lo stesso Andreatta poi, in polemica con il ministro delle Finanze Formica, a causare la caduta del secondo breve governo Spadolini (novembre 1982).

Le elezioni dell’’83, a cui portò l’uscita del Psi dal governo Fanfani, segnarono una sconfitta della Dc e un successo relativo del Pri di Spadolini, mentre la “Liga Veneta” in salita, benché nell’immediato fu un fenomeno sottovalutato, segnava il crescente rifiuto generale nei confronti dello Stato per un ritorno alle “piccole patrie”. Agosto: si insedia il primo governo a guida socialista, formato da Bettino Craxi, seppur con presenze democristiane consistenti (Forlani alla vicepresidenza, Andreotti al posto di Colombo agli Esteri, Scalfaro all’Interno): il merito rivendicato da questi governi “non Dc” (a guida laica e socialista), fu quello di aver salvato in soli sette anni l’economia italiana, nonostante il consistente debito statale di cui dovranno pagare le conseguenze i governi insediatisi dopo l’’87. Nello specifico la scala mobile, motivo di contestazione per gli imprenditori che ritenevano eccessivamente oneroso il livello di vita garantito ai lavoratori in un periodo di inflazione decrescente, aveva trovato risoluzione nell’accordo tra il premier socialista e i sindacati (della Cgil partecipò solo la corrente socialista), che ne prevedeva un taglio di tre punti se l’inflazione non avesse superato il 10%. Quasi inconsistente il sacrificio sul piano finanziario, ma la modifica di tale strumento ritenuto garanzia acquisita di stabilità dei salari reali generò un vistoso malcontento e la causa fu difesa dal Pci, anche dopo l’approvazione del decreto con una proposta di referendum abrogativo. Nello stesso anno i comunisti vincevano alle europee: un “balzo in avanti” dovuto alla morte di Berlinguer, promotore dell’eurocomunismo, ma anche per quella battaglia interna che combattevano in nome del popolo lavoratore. Non deve ingannare però quello che è “un successo, non una vittoria” (Lepre 1993): rispetto al ’76 i voti erano stati inferiori e nel corso dei mesi si fecero meno chiari sia il significato dell’europeismo per il Pci, sia il senso della battaglia per la scala mobile a fronte di una crescente disoccupazione che vedeva accentuarsi la frattura tra lavoratori dipendenti ed autonomi. Il referendum abrogativo dell’85 rispecchiò a livello regionale questa contrapposizione, nonché il punto di maggior attrito tra comunisti e maggioranza. Il problema legato al declino del Pci, come vedremo, fu il sostenere posizioni generali che il segretario aveva fatto assumere dal partito in coerenza con residui ideologici e nuove esigenze, che però, nell’applicazione pratica, si scontravano con la marcata eterogeneità delle tendenze interne.

Crisi dell’ideologia comunista

La seconda metà degli anni ottanta segnarono un punto di svolta nelle relazioni internazionali. Con l’elezione di Michail Gorbaciov alla segreteria del PCUS prendeva avvio un periodo di distensione che culminerà alla fine del decennio. Nonostante la politica interna sovietica faticasse a star dietro alla transizione dal cosiddetto socialismo reale ad una democrazia che mantenesse un sostanziale egualitarismo economico, l’unione sovietica e tutta la classe dirigente che l’aveva fino ad allora incarnata cessava il proprio ciclo. La caduta del comunismo ebbe in Italia effetti maggiori che altrove, per collocazione geografica e legame consistente con tale ideologia: il crollo del modello economico collettivista statalista sovietico e quello jugoslavo di autogestione aveva colpito la base identitaria della sinistra, sia comunista che socialista.

Altro fattore connesso al primo cui si possono ricondurre mutamenti e destabilizzazioni del paese è l’avvio del processo di formazione della nuova Europa: la Germania riunificata, centrale geograficamente, economicamente e politicamente forte assumeva un nuovo peso ed esercitava una forte attrazione con conseguenze disgregatrici sui precedenti assetti ( si pensi alle zone più sviluppate dell’ex blocco sovietico o alla stessa Italia, che dovette affrontare le crescenti tensioni nazionaliste scatenatesi nella vicina e sempre più frammentata Jugoslavia).

Nello specifico il nostro paese stava vivendo quello che da molti fu definito “capitalismo democratico”, caratterizzato anche da una consistente partecipazione di massa ad attività quali l’acquisto di azioni. Dopo un anno dal boom di investimenti si verificò un ondata di perdite giunta in Europa da Wall Street: gli effetti non furono catastrofici, ma le reminiscenze del ’29 spinsero i risparmiatori ad assicurare le proprie ricchezze, riversandole in titoli di Stato, soprattutto BOT, visti come garanzia e fonte di guadagno nel presente, senza alcuna lungimiranza in merito alle conseguenze di tale massiccio comportamento. Il benessere cresceva, soprattutto per i ceti medi, alimentato da un’irresponsabile politica dei governi nella gestione dell’assistenza sanitaria, delle pensioni e da un’esponenziale evasione fiscale: il “calabrone Italia” continuava a volare contro ogni previsione e logica e solo più tardi si comprese che ciò era consentito dalla sottrazione delle risorse al futuro.

Nel frattempo si poneva la questione del rinnovamento generazionale del Pci e nell’88 alla segreteria Natta si sostituisce Achille Occhetto e con lui ci si affretta a rinfrescare l’intero gruppo dirigente; la Dc invece manteneva il prestigio soprattutto grazie a quei dirigenti-simbolo di una politica appoggiata da specifici gruppi sociali, che le consentivano così di mantenere il suo vasto ed eterogeneo elettorato, oltre alle adesioni che raccolse in seguito alla crisi identitaria del Partito comunista. Tornando al Pci infatti, ciò che garantì al neo segretario l’unanimità di consensi nel partito(fuorché quello di Armando Cossutta), fu la natura ambigua del suo progetto di rinnovamento, che lasciava spazio alle interpretazioni delle diverse tendenze interne: in un contesto in cui le radici storiche ed ideologiche del partito venivano rinnegate da coloro che anni prima ne erano stati i sostenitori, primaria era la necessità di acquisire una nuova identità.

Proprio in questo clima esplode il Psi, nella sua immagine di partito moderno, efficientista e compatto attorno al suo segretario, i cui principali avversari esterni, Occhetto e De Mita, erano obiettivo polemico della maggior parte dei congressisti. Nel frattempo lo stesso Occhetto proponeva di partire dal rinnovamento del nome del partito in Partito democratico di sinistra, che avrebbe segnato una rottura con comunismo e socialismo, richiamandosi ad un vago parallelismo con il liberal statunitense. Così però il suo simbolo, la quercia, rischiava di “presentarsi senza radici”(Lepre 1993): l’ideologia liberal infatti, proprio perché indefinita, consentiva di sostituirsi al collante che fin ora era stato garantito dall’inerzia della militanza di massa e dalla vaghezza degli obiettivi economici che nascondeva la profonda distanza tra nuovi interessi e o programmi obsoleti. Solo nel dicembre 1990 si avrà lo sbocco di tale situazione: Rifondazione comunista si scinde dal partito, anche se nasce divisa tra l’ala degli ex Pci di Cossutta su posizioni tradizionali ed i militanti dell’Estrema. L’unità era garantita dall’opposizione al riformismo del Pds.

Il decisionismo craxiano

La proposta di De Mita di cercare ampie convergenze per includere anche i comunisti fu alla base dell’accordo per l’elezione alla presidenza della repubblica di Francesco Cossiga: democristiano e in buoni rapporti con il Pci durante i governi di solidarietà nazionale, fu eletto nel giugno dell’85 con una larghissima maggioranza. Ma già nel dicembre abbandonò il ruolo di notaio e, nelle vesti di presidente del CSM, si schierò contro quei magistrati che protestarono per gli attacchi di Craxi ai giudici che avevano emesso la sentenza per l’omicidio di un giornalista socialista. Con la nuova presidenza della Repubblica si accentuarono i contrasti interni al pentapartito, soprattutto tra Craxi e De Mita, che toccarono punte estreme in episodi come quello del sequestro dell’”Achille Lauro”. Inoltre la Dc si trovò di fronte ad un momento di difficoltà, soprattutto in seguito all’opera di ricostruzione avviata in Irpinia e nel napoletano, dove un violento terremoto aveva provocato forti danni: non solo si rese evidente la persistente frattura tra Nord e Sud, ma il grosso afflusso di finanziamenti a molti parve un sostegno clientelare della Dc meridionale che sembrava, al di là delle intenzioni portate avanti dallo stesso De Mita, non intendesse rinnovarsi. Fu proprio il segretario democristiano a prendere in mano la situazione quando, durante il XV congresso del 1982 in cui fu eletto, presentò un ampio progetto di rinnovamento, cogliendo la genialità ed i limiti della linea craxiana, però eccessivamente tesa a raccogliere consensi contro Dc e Pci. Egli esponeva la necessità di una nuova fase “costituente”, che garantisse un ruolo più concreto di controllo del parlamento sull’esecutivo ed una stabilità maggiore di quest’ultimo, di cui criticò il troppo e mal gestito assistenzialismo, abbandonando così la sinistra democristiana ed avvicinandosi all’industria.

Medesimo fu il tema affrontato durante i congressi successivi, toccando anche la questione di un coinvolgimento del Pci nel “terreno delle grandi scelte”. Ma queste grandi scelte, questo cambiamento, non era supportato da un programma che mutasse i caratteri sostanziali del partito, per paura di metterne in crisi l’unità.

La frantumazione del colosso d’argilla

Simbolicamente potremmo datarlo in coincidenza con il referendum dell’aprile 1993, ma è innegabile che lo sgretolamento del sistema politico è un fenomeno progressivo, che dai mutamenti internazionali alla fine del secolo e da alcune iniziative esterne ai partiti tradizionali trae un’accelerazione decisiva per il suo disfacimento, in quanto provoca lo smottamento di quella situazione la cui cristallizzazione aveva fino ad allora costituito una garanzia per la classe politica. Il partito comunista ad esempio, il cui crollo è spesso attribuito alla simbolica data del 1989, vede in realtà un consistente periodo precedente in stato d’inerzia, in attesa di tale epilogo.

Mentre il Pci viveva una profonda crisi identitaria, si veniva profilando nel paese un’altrettanto violenta crisi istituzionale. Nel novembre 1987 i risultati di una serie di referendum diedero il quadro di una profonda sfiducia della gente verso la politica e la magistratura, anche a causa della crescente reciproca influenza delle due ed in seguito ad atteggiamenti assunti da politici e giudici a fronte di indagini sulla mafia (come l’episodio del “caso Palermo” (Lanaro 1992). A ciò si aggiunse inoltre lo scontro tra il presidente della Repubblica ed il Csm sulla legittimità o meno dell’appartenenza dei giudici alla massoneria, sostenuta dal primo proprio mentre il consiglio stava approvando una norma di divieto. I rapporti si fecero tesi anche tra lo stesso Cossiga e alcuni partiti relativamente alla trasformazione della Repubblica da parlamentare a presidenziale: affianco a lui c’era Craxi, mentre vi si opponevano Pertini e Fanfani, presidente del Senato, per la salvaguardia degli interessi della Dc. Questo dibattito verrà ripreso vent’anni più tardi, in contesti completamente mutati e meno radicali per la mancanza di un aperto schieramento di un partito forte come quello socialista craxiano e per l’assenza azione dirompente del capo dello Stato, che qui utilizzò ampiamente i mass media come strumento di spettacolarizzazione della politica, scagliandosi contro quei “potenti” di cui egli stesso aveva fatto parte: veniva così a galla la crisi dei gruppi dirigenti da cui alcuni, come Cossiga, cercavano di tirarsi fuori per guidare il cambiamento e controllarlo perché non modificasse più di tanto le logiche del passato.

Due anni dopo cade il governo Andreotti e viene sostituito da Cossiga, con l’esplicito compito di portare a compimento una riforma istituzionale, ma l’assenza di specifiche indicazioni sugli obiettivi che essa avrebbe dovuto perseguire portarono solo ad una “dichiarazione d’intenti” con la costituzione del ministero per le riforme di Martinazzoli. È necessario in questo contesto, soffermarsi sulla personalità di Cossiga, sul suo ruolo di “picconatore” e nello specifico sulla sua presa di posizione in senso presidenzialista come unica via per la riforma e l’appello al popolo con l’utilizzo dello strumento referendario per ripristinarne il ruolo sovrano (cui Segni si riferirà nel definire la sua opera referendaria parallela a questa), occorre collocarlo in questo specifico contesto. Inoltre, il senso politico del suo scontro con il Csm sta, secondo lo storico Pietro Scoppola (1991), nel ridurre l’autonomia dell’organo per porsi egli stesso a capo del risanamento del paese in una fase di delicata transizione (d’obbligo qui è il richiamo analogico ad Aldo Moro, che pur nella sua caparbietà politica, fece opera di accorta mediazione, differentemente da Cossiga). Ad ogni modo, la proposta di “ripartire da zero” spaccò l’Italia e la lacerazione si protrarrà a scapito degli intenti riformatori, indipendentemente dalla guida postagli a capo.

Il crollo è imminente: Andreotti dichiara concluso il compito del suo governo alla fine del 1991, mentre le Camere vengono sciolte e, nell’attesa che si formi il nuovo governo, con l’arresto di un esponente socialista si apre l’inchiesta di “mani pulite”, per far luce sulla insostenibile degenerazione della realtà politica (e non solo) che si usa ricordare come “Tangentopoli”.

È rilevante prendere atto che questo non è il primo esempio di autonomia della magistratura dal potere politico, ma, come nel citato episodio del 1983, il sindaco comunista di Torino, Novelli, si era trovato abbandonato dal suo stesso partito nel sostenere una denuncia per l’obbligo del pagamento di una tangente. Ora invece, un processo a catena a partire dall’arresto di Mario Chiesa, vide coinvolta gran parte della classe politica, specialmente democristiani e socialisti, tanto più con il frenetico lavorio del team di magistrati con a capo Antonio Di Pietro, tanto più in seguito alla formazione di un Parlamento composto in buona parte da politici inquisiti. Bisogna osservare che tale “rito liberatorio” era sostenuto da gran parte di quegli italiani che, pur non avendo sulla coscienza corruzioni o concussioni, non avevano agito in conformità ai doveri posti dallo Stato, spesso usufruendo della logica di raccomandazioni figlia proprio di quel sistema: la superficialità morale con cui venne condotta l’”epurazione” non tardò a manifestarsi e ad intaccare l’inchiesta. Ma ciò non cambia che, dopo decenni di immobilismo, nonostante la via di “normalità” (Scoppola 1991) con cui le indagini erano state condotte, l’entità degli eventi culminati nell’azione della magistratura porterà a profondi mutamenti della scena politica, a partire dal “terremoto elettorale” nel 1992 ad opera della Lega preannunciato sin dalle elezioni dell’87 ( lo stesso anno Bossi divenne senatore).

Il “terremoto politico” e il crollo del sistema

Le elezioni del ’92, ovvero il “terremoto politico”: la Dc e il Pci persero rispettivamente il 4,6% ed il 4, 9% dei voti (Lanaro1992), a fronte di una buona affermazione della Lega Lombarda a Nord e della Rete, il movimento di lotta alla mafia dell’ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. Cosa stava succedendo? Sfiducia nei partiti, la cui dimostrazione si ha nella grande affermazione nella Dc di Segni postosi in aperta polemica con la segreteria del partito durante le elezioni e il calo di consensi degli uomini più impegnati nel governo (vi fu la meridionalizzazione dei partiti che avevano espresso il governo). Conseguenza delle elezioni furono le dimissioni di Cossiga e, nonostante la battaglia di quest’ultimo, l’elezione del cattolico Scalfaro, difensore dei diritti del parlamento.

Ma la crisi era inarrestabile: ideologica, politica ed economica, a partire dalla radice di quei partiti di massa nati per necessità nel secondo dopoguerra, ma che avevano portato la militanza politica a professione, priva di valori ed ideologie, fondata sul denaro e sulle posizioni. La selezione dei dirigenti che prima era operata per “cultura politica”, dagli anni ottanta si basa su parametri come la capacità di portare consensi o finanziamenti, spesso senza chiedersi come fossero stati ottenuti. In tale contesto si inseriscono le Leghe e la loro cultura “pre-politica” dell’uomo comune che si propone governante senza diventare politico, contro i partiti corrotti e chi ne voleva una trasformazione solo in superficie. La corruzione andava a tamponare la destabilizzazione della motivazione che teneva unito il blocco del potere in seguito al crollo dell’Est: l’assistenzialismo ed il legame Nord-Sud venivano ora visti solo come ostacoli allo sviluppo e le Leghe davano voce alle preoccupazioni di quanti comprendevano l’incapacità di controllare questi massicci cambiamenti. Fu proprio l’incapacità dei partiti di rinnovarsi che diede alla magistratura un forte peso politico: la scoperta che l’intero sistema si reggesse su una rete di tangenti risale a quando, nel 1983, il sindaco comunista di Torino, Diego Novelli, aveva invitato a rivolgersi alla magistratura un imprenditore che gli aveva confessato di esser stato costretto a pagare delle tangenti. Pian piano si videro coinvolti tutti i partiti dell’arco costituzionale che , invece di operare una moralizzazione interna, si limitarono ad accusare di politicizzazione la magistratura. Dal 1992 però non gli fu più possibile: la valanga di avvisi di garanzia suscitò reazioni come la battaglia personale di Craxi all’uomo rappresentante della magistratura nella lotta alla corruzione, Antonio Di Pietro. La logica di questo sistema si fondava su un do ut des tra la classe politica, che otteneva vantaggi in termini di finanziamenti, e quella imprenditoriale, alla quale veniva assicurato un mercato protetto di opere pubbliche ed appalti. Qualcuno lo definì “terziario politico” (Lepre 1993) di associazioni ‘culturali’, organizzatori di congressi, personale e giro di tangenti, in parte racket, in parte sostenuto da consensi di chi ne godeva, direttamente o meno, i benefici.

A mettere in difficoltà tale sistema fu la crisi finanziaria, che generò forti dubbi sulla possibilità di continuare ad alimentarlo: il benessere in realtà cresceva, ma con esso anche il debito pubblico. A tale crisi cercò immediatamente rimedio il nuovo governo quadripartito del socialista Amato, favorevole ad una riduzione delle spese che accordò attraverso alcuni accordi con i sindacati, come quelli per la riduzione della scala mobile (ne conseguirà la crisi della Cgil e le dimissioni del segretario Trentin). Da accurate denuncie dei redditi ne risultò un’elevatissima evasione fiscale in tutte quelle fasce di contribuenti che non erano tassati alla fonte, mentre si faceva sempre più pesante la questione del rapporto tra mafia e politica, in seguito agli omicidi Falcone e Borsellino nella primavera-estate 1992. Il fallimento delle amministrative provocò la sostituzione di Forlani con Martinazzoli alla Dc e il progressivo distacco Martelli-Craxi dal Psi. Arriva settembre e l’Italia è scossa dalla necessità di uscire dallo Sme, nonostante il tentativo di evitarlo con un consistente aumento del tasso di sconto. Tra il panico dei risparmiatori e la degenerazione politica si temette una fusione delle due crisi fino al collasso: senatori e deputati leghisti invitarono ad investire all’estero, mentre la stampa rifletteva le critiche durissime alla Lega, soprattutto rivolte alla possibilità di una “secessione demenziale” (Andreatta) e possibile se fosse esplosa la crisi finanziaria (tra alcuni titoli degli articoli di fondo: Hanno perso la testa – La Repubblica – oppure Giocando con Weimar – “Corriere della Sera”-). I comportamenti economici e politici, seppur gravi, non coincidevano. Le seconde elezioni amministrative parziali videro accentuarsi i risultati delle prime. Economicamente Amato portò avanti l’idea di far prevalere l’economia sulla politica, in concreto attuando grandi riforme i cui risultati si sarebbero visti dopo. Intanto la disoccupazione in aumento e il profilarsi di una deindustrializzazione non facevano sperare in un futuro prossimo stabile: finiva la prima Repubblica, ma non si profilava neanche l’ombra di una valida sostituta. Il Lepre (1993) analizza i caratteri che in qualche modo potrebbero rimandare agli eventi di cinquant’anni prima, ma a differenza di allora le libertà individuali si erano ampliate, mancando un controllo e limiti al sistema politico che non annoverava al suo interno forze in grado di incanalarla, nessuno con progetti sufficientemente brillanti ed autorità morale. Se la crisi politica non fosse stata accompagnata da quella economica, si sarebbe potuto effettuare il ripristino del rapporto tra legalità e democrazia grazie a forze come la Chiesa o Confindustria che, come nel 1942, avevano tentato per prime di scollarsi da un sistema marcio.

Un rinnovamento incompiuto

La riforma mancata ed il sistema elettorale imperfetto

Il decennio si era aperto con una crisi delle motivazioni ideologiche cui il sistema politico non è in grado di far fronte. Prima delle elezioni del ’79 il Psi fa propria la linea dell’alternativa, ma non ci sono i numeri ed il governo Cossiga, l’ennesimo di transizione, vede un avvicinamento dei socialisti anche in seguito alle opposte posizioni tra questi ultimi ed i comunisti riguardo l’istallazione dei missili Cruise nel territorio nazionale. La risposta del Pci è un abbandono del compromesso storico in favore anch’esso dell’alternativa, con conseguenti reciproche clausole di esclusione delle due sinistre che erano state protagoniste dell’ormai defunta solidarietà nazionale. Inoltre questa impostazione di alternanza tra i principali partiti fa acquisire a quelli intermedi un “potere di coalizione” che caratterizzerà la nuova fase politica, privata della regola del numero e della maggioranza ed il cui centro, in un sistema fondato sul “connubio tra parlamentarismo e proporzionale” (Scoppola 1991), non è più spazio di aggregazione della maggioranza, ma area di conflittualità per la conquista del potere. In questa prospettiva il governo Craxi è segno evidente di quella crisi, dello svuotamento della competizione elettorale e del voto di preferenza come canale per far sentire la voce dei propri interessi in parlamento.

E poi il paradosso della riforma istituzionale: un dibattito che si apre su due direttrici, quella “neo-plebiscitaria” e quella “ neo istituzionale” di Pasquino e che vede intrinseca nella sua natura quella contraddizione già evidenziata da Kelsen e poi dal costituzionalista Zagrebelsky. “Si vuole la riforma perché non si riesce a decidere; ma la riforma della Costituzione è essa stessa la massima decisione ipotizzabile. Quanto maggiore è la disgregazione, tanto maggiore è la necessità della riforma; tanto più questa è necessaria, tanto più è difficile” (Scoppola 1991). Avviata dalla Commissione trilaterale del 1973, tale riforma è ripresa dal Psi all’indomani delle crisi della solidarietà nazionale come necessaria conseguenza degli sviluppi della democrazia italiana e come premessa alla costruzione dell’alternativa (proprio nei termini dell’alternanza risulterà più agevole l’ipotesi neo-istituzionale, la quale garantirà un risanamento del costume politico senza toccare la Costituzione, attraverso una riforma del sistema elettorale o addirittura – come propose Giuliano Amato – con il cambiamento della forma di governo). Con gli anni ottanta infatti l’insensibilità diffusa per la cultura istituzionale sembrava ridursi, attraverso una crescente attenzione della stampa, la denuncia delle disfunzioni del sistema e il progressivo delinearsi di un superamento del sistema politico di tipo consociativo. Ma il fallimento dei tentativi di autoriforma del sistema e le crescenti conferme della necessità di quest’ultima preannunciavano l’irreversibilità del collasso. Mentre lo stesso Amato giudicava assurdo il sistema elettorale del Senato proponendo la proporzionale su base regionale, il partito socialista elaborava la proposta di interventi per la formazione di governi di legislatura basati su una convenzione tra forze politiche perché le vincolasse a concludere accordi di coalizione e che obbligasse il Presidente della Repubblica a nominare un “primo ministro” leader dell’alleanza maggioritaria. Fuori da ogni previsione però si verificò una sterzata in senso presidenzialista (ipotesi neo-plebiscitaria). La Dc di De Mita rispose alla sfida dell’alternativa, ponendo però dei vincoli che provocarono la reazione del Psi in senso contrario rispetto a quel “preambolo” di avvicinamento tra le due forze. Le ragioni del cambiamento di rotta verso la direttrice neo-plebiscitaria del Psi rispecchiarono la mutazione “ genetica” subita con la segreteria Craxi, nel progressivo distacco dalle radici marxiste.

Contestualmente invece il Pci si dichiarò contrario ad ogni forma istituzionale funzionale all’edificazione di un sistema di alternanza democratico occidentale, attestandosi, in linea di massima, su una posizione di difesa dell’attuale quadro istituzionale. Ma tale forza d’inerzia fece sentire il suo peso proprio nel momento decisivo del passaggio alla strategia dell’alternativa: il Pci sembrò perseguirla senza accettare condizioni e mezzi per realizzarla, almeno fino a quando i socialisti non l’abbandonarono. Il tema della riforma istituzionale giunse al Parlamento sotto la spinta dell’opinione pubblica, ora più attenta, con il secondo governo Spadolini. Egli aveva proposto un “decalogo” di punti attraverso cui sarebbe dovuta passare la questione istituzionale che, nonostante limitasse l’unica alternativa alla democrazia rappresentativa in crisi, ovvero l’istituto referendario, si dimostrava importante come primo tentativo di far entrare nel programma di governo tale riforma. Sarà con il governo Craxi che verrà deliberata dalle Camere la costituzione di una commissione per le riforme istituzionali, presieduta dall’ex costituente Aldo Bozzi. Essa fallirà innanzitutto per il ridimensionamento di Dc e Pci che apriva ai partiti minori la possibilità di una “risposta politica” differente da quella istituzionale, in quanto Dc e Pci, per quanto avessero interesse all’introduzione di meccanismi elettorali che polarizzassero il confronto politico, avevano bisogno di tali partiti minori, l’uno per governare, l’altro per sussistere come valida alternativa. Le differenti proposte di riforma elettorale andranno elidendosi sotto la pressione delle diverse logiche di schieramento politico, mentre l’elemento cardine della democrazia dei partiti, il proporzionale, non fu scalfito. Altra causa dell’insuccesso della commissione fu il favorire punti di vista esclusivamente partitici, integrando progressivamente i rappresentanti dei gruppi parlamentari nell’ufficio di presidenza dove si decide di non mettere nulla ai voti se non la relazione finale, impedendo così alle proposte fortemente sentite dall’opinione pubblica di avere sanzione di voto. Ultimo, ma non meno importante fattore è l’atteggiamento dell’esecutivo che non incoraggia affatto i lavori della commissione ma, come sottolineò il socialista De Michelis, “compiva parallelamente alla commissione, con il suo concreto operato, la riforma istituzionale” (Scoppola 1991) tesa al rafforzamento dell’esecutivo. Il paradosso dunque è confermato dagli esiti, che rafforzano ancor più la necessità di tale riforma.

È alla fine degli anni Ottanta che le condizioni storiche che avevano reso necessario e possibile il sistema politico italiano, anomalo rispetto al modello delle democrazie occidentali nell’aggregazione al centro per la formazione di una solida maggioranza di governo, si erano esaurite e persisteva solo la possibilità di un esercizio spregiudicato del “potere di coalizione” che rendeva irrilevante il numero dei consensi e perciò costituiva una grave minaccia per la democrazia. Per certi versi la situazione era rovesciata rispetto al secondo dopoguerra: la classe dirigente si è formata nei palazzi della politica e si è sempre più isolata in un sistema di privilegi e nella mancanza di ricambio che ne ha accentuato i difetti. Cresce la divaricazione tra una crescita economica vivace e degenerazione dello Stato5. Ma la forza d’inerzia garantisce la sopravvivenza dei partiti di governo fino a quando, con le dimissioni del governo Goria, nel 1988, e con l’ultimo vano tentativo riformatore del pentapartito di De Mita, le disfunzioni del sistema si fanno insostenibili: non solo esso non riesce a produrre un’alternativa di governo e ad autoriformarsi, ma non è neanche più in grado di garantire una maggioranza di governo. Nel successivo governo Andreotti non si hanno richiami alla riforma istituzionale, soprattutto quella elettorale amministrativa, ma la coscienza popolare dell’espropriazione del diritto dei cittadini di essere ascoltato e prendere decisioni attraverso il voto, tarda a maturare. Arrivano le elezioni, amministrative ed europee, che registrano una tenuta dei partiti di governo, spiegabile con l’interazione tra istituzioni, società politica e società civile, nella quale molti si adattano al degrado e ne traggono profitto. Intanto però avanzano i silenziosi sintomi di una crisi avvisata, come i titoli di Stato emessi a copertura del debito alimentato dalle spese necessarie per garantire un benessere “di facciata”: è la risposta all’allora inspiegabile “paradosso del calabrone” di cui ci parla Aurelio Lepre (1993), che produrrà un irreversibile effetto boomerang sull’apparato della democrazia italiana, sempre più votata a compromessi che non soddisfano il paese da un lato e aggravano la situazione dall’altro, tanto più di fronte all’appuntamento dell’Italia con le tappe per la costruzione dell’Europa.

Vecchie e nuove realtà del sistema partitico

Con la “svolta della Bolognina”, episodio simbolico all’indomani della caduta del muro (12 novembre 1989), il Pci riuscì a salvarsi dalla crisi cui era esposto più di ogni altro partito: ora si trattava di dare nuova espressione politica all’eredità che non veniva rinnegata, ma necessitava un “cambiamento nella continuità” (Occhetto 1989). Questa è la premessa per comprendere il significato della proposta di Achille Occhetto, segretario dopo Natta nel 1988, relativa al cambiamento del nome come simbolo per il nuovo volto da dare al partito. Le manovre di autoriforma del Pci-Pds saranno rilevanti, non solo per il momento di svolta a cui il Pci era chiamato dalla storia, di fronte anche alla nuova Russia di Gorbaciov e ai fatti dei paesi e partiti ex comunisti dell’Est, ma anche su scala nazionale, nel definire quell’equilibrio dell’alternanza democratica che era proposto come sbocco necessario della crisi italiana già dagli anni ottanta. Il discorso di Occhetto a Civitavecchia è esplicativo in tal senso: la costruzione di un’alternativa al governo doveva presupporre la creazione di un sistema di alternanza, perciò il Pci faceva propria la proposta di riforma neoistituzionale, a favore di una modifica in senso maggioritario e antipresidenzialista. Questo discorso troverà concretizzazione con la proposta al partito, col congresso del 1990 e con la “dichiarazione d’intenti”: il Corriere della sera titolava “il vecchio Pci sepolto da una quercia”. Gli scissionisti di Cossutta, contrari al nuovo partito democratico di sinistra, daranno vita al Partito di Rifondazione Comunista, cui aderirà in seguito Fausto Bertinotti.

Intanto Psi e partiti minori (eccetto il Pri uscito dall’ultimo governo di coalizione di Andreotti) si muovevano nella logica di governare con la Dc, proclamando in contemporanea la volontà di costruire un’alternativa ad essa, pur non avendo il Psi i numeri per imporre una linea efficace, senza rischiare l’uscita dal quadripartito. Ma il progressivo avvicinamento di Psi e Dc porterà alla vigilia delle elezioni del 1992 al tanto discusso CAF, l’alleanza tra Craxi, Andreotti, Forlani: il Psi preparava così il suo disegno per divenire cardine dell’alternativa, volto a sfruttare il successo elettorale nella definizione dei rapporti di forza col Pci e a rafforzare il legame con la Dc in previsione di una spartizione di poteri all’indomani delle elezioni ( nei progetti c’era Craxi alla guida del governo e un democristiano a capo dello stato). Le manovre illegali e spregiudicate di cui Psi e Dc si servirono furono oggetto di inchieste e condanne nelle mani della Magistratura. A fronte di questi eventi si verifica uno scollamento della base del paese dove va fermentando una nuova cultura, nuove idee e riaffiora la necessità di una riforma istituzionale che consenta, con un cambiamento radicale dei meccanismi di rappresentanza, l’espressione di queste nuove realtà.

La crisi della Dc si può proiettare in questo contesto: il partito cerniera del sistema politico di fronte alla prospettiva avanzata dal referendum del superamento del proporzionale per adeguare la democrazia italiana a modelli europei si trova ora in difficoltà. Settori importanti del mondo cattolico, quali le Acli e la stessa Azione Cattolica, avevano svolto parte attiva nell’iniziativa referendaria guidata da Mario Segni, ma si intuiva che la Chiesa non avrebbe potuto trovare collocazione partitica in una democrazia dell’alternanza se non fossero stati prima ristabiliti i rapporti tra religione e politica, e più precisamente se la Dc non avesse saputo rinnovarsi per esprimere quei nuovi valori cattolici. Ma la sinistra del partito non approva il prospettarsi di una Dc sostanzialmente alternativa alle sinistre in senso conservatore, soprattutto con il disgregarsi del “collante” dell’anti-comunismo a partire dalla stagione del “dopo Yalta”. La Dc si trova dunque tra due fuochi: nel giugno ‘91 Segni dà vita ai “Popolari per la riforma” che, con il “Patto 9 giugno”, marcò la visibile frattura all’interno del partito democristiano, mentre le leghe acquistano terreno a Nord. Le politiche del 1992 segneranno un nuovo minimo storico, ma ancor più peserà sul partito la vicenda successiva: nonostante gli accordi col Psi, la presidenza della Repubblica non verrà assegnata a Forlani, bensì a Scalfaro, grazie ai pochi voti determinanti dei “pattisti”. Il Caf fallisce, nasce il movimento “Carta 93” della sinistra democristiana. La frattura portata da Segni nella Dc getta le premesse per una nuova fase della politica italiana. Martinazzoli alla guida del partito deve far fronte al discredito gettato sulla Dc dalle inchieste (prenderà accordi con Marini per la campagna per un nuovo tesseramento) e al confronto-scontro con Mario Segni che uscirà dal partito. Le amministrative del 1992 segneranno la definitiva fine della Dc, con la “scelta di centro” dell’elettorato, ferma anche nel sistema maggioritario. Scalfaro viene eletto capo dello Stato facendo leva sulla centralità del Parlamento e sul valore della Costituzione, mentre Segni si autocandida alla presidenza del consiglio, sostenuto da un massiccio consenso dell’opinione pubblica, ma viene nominato Amato, proposto da Craxi che vedeva intanto sgretolarsi il terreno sotto ai piedi fino a quando non fu anch’egli indagato. La riforma torna in Parlamento con la Commissione bicamerale per le riforme istituzionali auspicata da Scalfaro e presieduta da De Mita che porterà nel ’93 all’approvazione delle attuali leggi vigenti sul sistema elettorale di Camera e Senato, ma lo scioglimento della legislatura l’anno successivo non consente ancora una volta una riforma istituzionale né in senso presidenzialista, né parlamentare, federalista o di autonomie regionali, anche a causa dell’intrecciarsi dei lavori della commissione con il dibattito in corso nel paese sui referendum elettorali. Nonostante il peso attribuito al proporzionale come garanzia per le minoranze, l’83% dei votanti fu favorevole alla sua abolizione, in quanto aveva consentito la degenerazione partitocratrica del sistema e il progressivo esautoramento dell’importanza del voto con accordi di vertice e manipolazioni.

Scoppola (1991) ritiene che la storia della Repubblica italiana sia chiusa tra due referendum: quello del 2 giugno 1946 e quello del 18 aprile 1993, con la differenza che quest’ultimo cala il sipario su una fase lasciando incerta ed indefinita la transizione successiva.

Seconda Repubblica?

La difficoltosa transizione dal vecchio sistema politico ad una normalità democratica si riflette nel disagio della popolazione, rilevato soprattutto negli animi dei cittadini, il cui sentimento comune viene riassunto come “il lutto per quel che non è stato” (Rapporto Censis 1996). Segni manifesti sono il sentimento del “non compiuto”, delle attese disilluse, in parte o del tutto, un ingresso in Europa in cui tante erano state le speranze riposte e rapidamente incrinate dal duro ostacolo dei parametri per la moneta unica. Inoltre la pesante burocratizzazione nell’omologazione di impianti, servizi, norme di sicurezza imposte dalla Comunità la trasformano agli occhi dei cittadini, più che un salto di qualità rispetto all’inefficienza ed alla corruzione nazionale, un onere aggiuntivo ed un colosso ostile, un sacrificio economico – la cosiddetta “tassa per l’Europa” – più che un ideale per il bene del domani.

Ma l’incertezza relativa all’approdo alla normalità è alimentata da un insieme di ragioni ed alcune di esse toccano molto più da vicino la vita interna del paese: la criminalità organizzata, la sporcizia e l’inquinamento, il pericolo incombente di una recessione dopo la stagione di sviluppo economico. Nonostante ciò, il timore di tornare poveri, l’incubo dell’arretratezza del passato è forte di fronte al profilarsi della disoccupazione che attende le nuove generazioni, anch’esse deluse dalla prospettiva della “Repubblica democratica fondata sul lavoro” (Costituzione della Repubblica italiana, art.1), come anche la frustrazione per l’incapacità del paese di prendere slancio da quel regime di legalità che l’aveva liberata: l’intervento massiccio della magistratura aveva paralizzato il sistema produttivo.

Peculiare evento di questa transizione è la scomparsa della Dc: ne fu contenta la sinistra, mentre delusa e nostalgica l’Italia che aveva sperato e si era riconosciuta nel partito che più di ogni altro incarnava (o avrebbe dovuto incarnare) lo spirito religioso e moderato dominante nel paese. Ma allora cosa ha causato la fine di questo partito, vincente nel lungo periodo e lungimirante a tal punto che i successivi protagonisti faranno proprie le sue linee guida? Molti fattori hanno contribuito: la delegittimazione della classe politica sotto inchiesta, la nuova stagione del rapporto Stato-Chiesa, la riforma elettorale in senso maggioritario. Ma ciò che può veramente giustificare il crollo del “partito cristiano” è la fine della sua centralità, conditio sine qua non della sua esistenza. Essa è stata costruita con pazienza ed agilità da De Gasperi, e si è mantenuta forte fintanto che al centro della collocazione parlamentare hanno fatto riscontro una proposta politica e una rappresentanza reale della società. Quando essa si è svuotata dei contenuti politici e il fulcro centrale invece che punto di convergenza politica, è divenuto luogo di contesa, come Mortati individua, si realizza la mutazione della democrazia cristiana in elemento frenante rispetto alla naturale evoluzione democratica verso cui il paese era avviato. Lo stesso successo del partito e la sua crescente aggregazione in un sistema incapace di garantire il ricambio ha portato al logoramento delle istituzioni, mentre i fattori di trasformazione del paese come le Leghe o il “dopo Yalta” o la democratizzazione del partito comunista, divenivano elementi di erosione dell’immobile colosso democristiano. L’incapacità di fare una scelta, di collocarsi vicino al centro, in posizione di alternanza fungibile perché priva di traumi per il corpo sociale, la vede inchiodata al centro, proprio per quella varietà delle sue componenti alla base della sua frantumazione (si può notare come la sua sinistra le impediva un’evoluzione sul modello tedesco, da molti visto come il naturale corso del partito). E ancora le resistenze al nuovo, alla secolarizzazione dei costumi e della mentalità che lo stesso mondo cattolico aveva fatto fatica ad accettare necessitava una presenza molecolare nella società contro il rischio dello scollamento di quest’ultima, non certo una “chiamata a raccolta” dei cattolici in un partito politico, che non era nemmeno stata utile per impedire la radicalizzazione elettorale, come invece si era pensato.

Nel clima di smarrimento del partito con le elezioni del 1993 si riunisce l’Assemblea costituente che dà vita ad un nuovo Partito popolare italiano, con l’intento infelice di proporre una linea moderata e di centro in un’Italia tuonante e rabbiosa. Le elezioni del ’94 confermano la diaspora dal centro: la destra del partito, il Centro cristiano democratico si allea col Polo della libertà di Silvio Berlusconi, i Cristiano Sociali di Corrieri e Carniti si candidano a fianco dei progressisti, mentre falliscono i neonati popolari nei collegi uninominali. Nasce il movimento dei “cattolici della presenza”, ovvero Comunione e Liberazione, che traevano origine dall’antitesi alla tradizione cattolico democratica della Dc, e ora mosso dal proposito di spostarsi a destra, in seguito all’intuizione di Rocco Buttiglione, riguardo l’impossibilità di mantenere una collocazione al centro. Le elezioni del 1994 segnano quella radicalizzazione di cui godrà il nuovo Ppi (che avrà lo stesso Buttiglione come segretario politico ) per lo spazio politico che gli viene lasciato al centro e l’inevitabile ruolo di ago della bilancia che viene ad assumere. L’iniziativa di Buttiglione sia rivolta ai progressisti nelle amministrative, sia favorevole ad uno spostamento berlusconiano al centro per concludere un’alleanza, congiuntamente con il distacco della Lega dalla maggioranza, contribuisce alla crisi del governo Berlusconi (dicembre 1994), ma pone anche le premesse per un nuovo schieramento di centro-destra per le imminenti elezioni. La stagione del governo Dini delinea invece l’ipotesi di una maggioranza di centro-sinistra. Sono stati messi a punto i presupposti per la tanto attesa alternanza. Nel 1995 Prodi si pone, con il Pds, a capo di uno schieramento di centro-sinistra, facendo spaccare definitivamente il Ppi: a marzo, dopo tre misteriose ore di ripensamento in cui aveva rifiutato le condizioni poste dal Cavaliere, Buttiglione torna sui suoi passi, forse per pressioni provenienti dalla gerarchia ecclesiastica o per l’intervento dell’on. Formigoni, violando i deliberati della Direzione “né con An, né con Rifondazione”. Fatto sta che il Ppi rappresenta l’episodio di un altro partito che non ha saputo “farsi parte” prima che cause di forza maggiore lo obbligassero.

Cambia il ruolo della Chiesa: storicamente alternativa alle posizioni politiche e successivamente identificatesi con un partito, assume ora una nuova dimensione, tutta civica, sociale, di animazione etica e democratica attiva, senza per questo ridurre la sua forte presenza nella vita politica del paese. Per questo si dovrà rinnovare, non tanto negli strumenti e nelle istituzioni, godendo esse di rinnovato prestigio, ma nel tessuto religioso del paese, manchevole della fede necessaria per i nuovi compiti assunti. La fine del partito cristiano dunque non offusca la visibilità dei cattolici italiani, né civile, né politica, ma gli attribuisce un rilievo primario nella tradizione culturale del paese, la cui continuità però cessa di essere legata ad un partito. Più in generale il fenomeno dell’”alleggerimento” dei partiti ha ruolo dominante in questa fase: in tal senso nasce l’Ulivo, coalizione sotto la guida di Romano Prodi, vincente nel 1996 e legata ad un tessuto etico di forte ispirazione cristiana seppur basato su una concezione politica laica, moderna ed eterogenea.

La destra in cerca di un passato

Il crollo della Dc, seppur inevitabile per tutte le ragioni sopra enunciate, si manifesta sul piano politico come un grosso terremoto che, dopo Yalta e il passaggio al sistema maggioritario, lascia senza dimora tutti i voti moderati e conservatori. Il distacco della classe elettorale da una democrazia cristiana in cui non ci si riconosce più, spiega anche la distanza dai suoi presunti eredi, i quali a loro volta sentono la memoria e la tradizione più come ostacolo che come radice, per tale ragione è lecito parlare di “Nuova Destra” (Scoppola 1991).

In realtà il passato della destra italiana viene identificato nella realtà fascista, una realtà sui generis che non può essere identificata con la destra europea, quella nata dall’esigenza di rappresentare il mondo agricolo contadino e conservatore minacciato dalla rivoluzione industriale: questa destra in Italia è destinata al fallimento, ad esempio da parte liberale con Sidney Sonnino, ma è anche l’unica di cui si può fare storia. La mancanza di un filone moderato o conservatore che unisse la tradizione cattolica a quella liberale fu di ostacolo alla dialettica democratica e ad una base forte in termini di radici storiche rispetto il resto dell’Occidente, in quanto i nuovi ceti medi non trovano una tradizione cui riferirsi, schiacciati, come più volte si è avuta occasione di rimarcare, tra una borghesia di cui condividevano valori e cultura e un proletariato a cui erano vicini per condizione economica. Dopo Sturzo, l’unica cultura alternativa in cui poterono trovare una loro identità, senza doverne condividere i contenuti, fu spesso antidemocratica, dissidente o antisocialista, interventista, nazionalista, fascista. Nel secondo dopoguerra sia De Gasperi, sia Togliatti intuiscono il peso politico determinante di questa classe senza fissa dimora, che la stessa Dc farà orbitare attorno a sé mobilitandolo per il canale dell’anticomunismo, ma non possedendo al suo interno alcun valore di base in cui essa e solo essa potesse pienamente riconoscersi. In età più recente vengono invece a crearsi movimenti di destra alternativi, trascurati per lo più dalla storiografia perché da sempre ritenuti appendici subalterne della Dc: dall’Uomo Qualunque ai monarchici alla destra cattolica, realtà che emergono col crollo del partito e che successivamente vedono emergere dimensioni prive di piattaforma storica come Forza Italia, o con un’”identità illegittima” come An.

Il partito del Cavaliere si presenta come il “surrogato di una destra che non c’è’” (Scoppola 1991): i suoi unici legami, specie con il socialismo craxiano, sono forti solo in quanto basati su interessi e ciò costituisce un grave ostacolo alla sua credibilità, come anche la sua tradizione liberale, legata solo ad alcuni intellettuali, per lo più universitari, che hanno aderito al movimento, che viene sempre più semplificandosi in senso puramente liberista.

An deve invece liberarsi del proprio passato. Il Movimento sociale italiano di Rauti vivrà una profonda crisi interna: il Segretario, eletto nel 1990, aveva spinto il partito verso posizioni antisistema, antidemocratiche e antioccidentali tendenzialmente a sinistra; le amministrative gli avevano fatto toccare il minimo storico, ma ciò aveva consentito un cambio di segreteria a favore di Gianfranco Fini che ripristinò una linea classica, sebbene più moderata. L’opposizione ai referendum elettorali e alla riforma in senso maggioritario causano la sconfitta alle elezioni del ’93, ma ciò paradossalmente costituisce un vantaggio, per l’immagine di partito che risulta estraneo alla corruzione del governo: alle amministrative dello stesso anno a Roma e Napoli, rispettivamente Gianfranco Fini ed Alessandra Mussolini raccoglieranno imponenti consensi, pur non risultando vincenti. Lo sprone culturale dell’intellettuale Domenico Fisichella in un’intervista sull’Unità sarà decisivo per la nascita di Alleanza nazionale, sebbene sia evidente che l’iniziativa politica di Berlusconi, con la dichiarazione “ se fossi a Roma voterei Fini, piuttosto che Rutelli” all’indomani del primo turno delle amministrative dà l’input improrogabile a Fini che tre giorni dopo presenta il programma della neonata An, mentre il Comitato Centrale del Partito riunitosi dopo il secondo turno elettorale prende esplicite distanze dal fascismo (Fini aveva fatto da poco visita alle Fosse Ardeatine). L’erede del Msi diviene così forza di governo non sulla base della sua storia, ma nonostante essa: al congresso di Fiuggi del 1995 si avrà il definitivo fondersi dell’apparato del Msi con la nebulosa ideologico-organizzativa dei circoli di An.

La vittoria è contraddistinta dalla contraddizione della doppia alleanza con cui la destra va al governo, cioè il legame con la Lega e An, entrambe eredi di consistenti voti Dc, ma portatori rispettivamente l’uno della forte spinta liberista a Nord, l’altro del vecchio assistenzialismo meridionale. Ma ancor di più c’è da notare la distanza rispetto ai partiti conservatori europei, evidenziata dall’allarmismo della stampa occidentale per la presenza dei “fascisti al governo”: la destra si era affermata elettoralmente, ma risultava spoglia di qualunque caratterizzazione culturale (se non per il richiamo al cattolicesimo, che si manifesta più come un richiamo strumentale e di compromesso della religione già strumentalizzata da nazionalismo e fascismo) e proposta politica, il cui ruolo di “conservatrice” era quindi solo in termini di interessi, mentre più congeniale si presentava quello di opporsi alle istituzioni impegnate nelle inchieste contro la corruzione, vera eredità del passato.

La sinistra in cerca di un futuro

Agli albori della nuova Repubblica, il partito che per trent’anni aveva assunto le responsabilità di governo viene travolto dalle inchieste su Tangentopoli: dopo l’autoesilio di Craxi ciò che resta del Psi è troppo frammentato per rivestire il ruolo di aggregatore di una sinistra modello europeo. L’attenzione quindi si sposta sul Pds, coinvolto in misura minore nelle inchieste, partito moderno grazie al rinnovamento dopo Yalta e al sostegno ai referendum elettorali e al cambiamento del sistema elettorale e politico, sebbene forte per l’appartenenza e la sostanziale continuità organizzativa ad un Pci a lungo nell’arco parlamentare. Forza e debolezza quest’ultima, per il margine di sospetto nei settori centrali dell’elettorato (su cui la destra farà leva nel ’94). Anche qui perciò si rende necessaria una coalizione che, in seguito all’allontanamento del Ppi, si sbilancia a sinistra e causerà il risultato disastroso delle amministrative del ’93. Ma, anche in questo caso, dalla sconfitta si traggono buoni frutti: D’Alema succede ad Occhetto alla segreteria del Pds, coglie il significato politico delle elezioni e traccia una linea politica attraente per il Ppi. Nel ’96 la delusione provocata dal governo Berlusconi e la ritrovata moderazione nell’asse politico del neonato Ulivo, gli garantiranno il successo. Successo non riflesso in Parlamento, dove per l’Ulivo la maggioranza è impedita dal gruppo dell’ex presidente del consiglio Dini a destra e Rifondazione a sinistra, tanto più che la nuova investitura di tipo popolare del premier porta in realtà un “ vecchio” mediatore, Romano Prodi, giudicato “poco leader e troppo condizionato” (Scoppola 1991).

Un problema radicato storicamente nella sinistra è che essa per assumere la guida del governo ha bisogno di coinvolgere il centro in coalizione e candidare un premier anch’esso di centro, ma così facendo perde consensi a sinistra. Inoltre bisogna rilevare che esso si presenta come un’anomalia rispetto alle sinistre europee, in quanto il bipolarismo in Italia non può tradursi in bipartitismo ed è quindi condizionato da una logica di coalizione, spesso forzata e quasi mai pacifica, senza contare che nel nostro paese la contrapposizione alla tradizione cristiana, come può esserci nel caso tedesco, non solo non c’è, ma la presenza dei popolari dell’Ulivo costituisce la componente essenziale della coalizione. Per giunta il modello socialdemocratico europeo cui si ispira il Pds è messo in crisi dalla necessità di un rinnovamento delle politiche del welfare in ragione proprio di quella globalizzazione che pone al centro del confronto politico un tema caro alla socialdemocrazia: il rapporto tra democrazia e capitalismo, messo in discussione dopo un compromesso ottenuto dopo la guerra ed ora visto invece come sfida europea nell’affermare sistemi che armonizzino queste due realtà. C’è un’ulteriore ragione alla base dell’instabilità dell’Ulivo:il cosiddetto plusvalore, ovvero i circa un milione di voti ottenuti nei collegi uninominali rispetto alla somma dei voti ottenuta dai partiti in coalizione col proporzionale. Oltre ad essere una coalizione, l’Ulivo rappresenta l’approdo di tutti i cittadini che non si riconoscono più in alcun partito, ma la reazione a questa situazione dei partiti che la compongono è di diffidenza da parte degli stessi uomini di partito che portano a svalutare il rilievo della coalizione come soggetto politico autonomo. In definitiva l’Ulivo cerca di rinnovarsi rispetto ad un passato che comunque non rinnega e soprattutto cerca di affermarsi nel futuro, ancora incerto e lontano.

Conclusioni

L’incertezza delle due coalizioni disillude le attese riposte nell’abbattimento del proporzionale. Anche se c’è da dire che il processo riformatore è rimasto incompiuto: il sistema elettorale misto, con la correzione al 25% proporzionale, garantisce lo spazio sufficiente e non eccessivo alla varietà delle piccole forze di centro o agli estremi, ma i rischi sono molteplici e se ne ha riscontro effettivo. Innanzitutto il pericolo di immobilismo decisionale dovuto all’eccessivo potere contrattuale dei piccoli partiti, poi la contraddizione in seguito al doppio voto adottato per le elezioni della Camera, per cui partiti alleati nei seggi uninominali si contendono l’elettorato nella quota proporzionale causando la moltiplicazione dei partiti piuttosto che la semplificazione del sistema. Per di più la revisione del sistema elettorale programmata dopo i referendum non è sufficiente: non basta cioè stabilizzare il bipolarismo in un sistema non bipartitico, ma è necessario invece un intervento per garantire un rapporto tra governo e maggioranza parlamentare che dia stabilità, e che, in caso di conflitto, rimetta nelle mani legittime, quelle degli elettori, le decisioni, senza per questo far diminuire ascolto e considerazione garantite ai partiti minori.

La Repubblica dei partiti, come asserisce Scoppola, è in bilico tra queste due dimensioni, alla ricerca di un equilibrio che non esca dalla soglia democratica e che non vanifichi il lavoro portato avanti fino ad allora: l’uscita dalla democrazia dei partiti è giunta a compimento con quello che si suole definire il “terremoto politico” del ’92, ma i ritardi e le contraddizioni con cui si è proceduto alla riforma hanno dato spazio prima a tentativi restauratori, poi ad un’ipotesi di radicale rottura in senso presidenzialistico e plebiscitario. Quest’ultima rimarca la debolezza culturale della linea riformatrice neo-istituzionale, nell’uso dell’accezione “ Seconda Repubblica”, che non può avvenire solo per la modifica del sistema elettorale, senza quella discontinuità costituzionale proposta dai sostenitori della linea presidenzialistica.

Inoltre l’appellativo “Seconda Repubblica” fu avanzato per la prima volta dai “fasci di azione rivoluzionaria”, una corrente neofascista, nella loro Carta di Orientamento Ideologico del 1947, per l’instaurazione di una II Repubblica sociale italiana sotto l’ordine fascista e poi fu adottato da Pacciardi in termini presidenzialistici: tutto ciò denota la vaghezza contenutistica e la confusione nell’uso del termine. Poco alla volta i riformatori si avvicineranno anch’essi alla tesi della rottura con il passato, come Segni e, di riflesso, anche Cossiga; ma la proposta di una nuova Costituzione è contraddittoria, in quanto l’elezione della Costituente sarebbe avvenuta attraverso il voto dei cittadini col proporzionale, per giungere ad un’improponibile delega senza condizioni ai partiti, chiamati in quel caso a dare il via alla vera Seconda Repubblica in senso presidenzialistico. Ma la prospettiva di questo “anno zero” aggrava ancora di più lo stato di insicurezza e di mancanza di senso di appartenenza vissuto dal popolo italiano: ciò che risulta paradossale è che il regime democratico dovrebbe rafforzare il senso di cittadinanza ed identità collettiva ed invece l’Italia entra in crisi dopo cinquant’anni di rodaggio di questo stesso sistema definita “snazionalizzazione” (Lanaro 1992). L’identità guarda al locale o al globale, o ancora, in conseguenza all’installarsi, non solo ma specialmente in Italia, di società capitalistiche fondate sul libero mercato, guarda all’identità individuale: come reazione al fascismo e alle contrapposizioni ideologiche del secondo dopoguerra ( la cosiddetta “ scelta di campo”). Ma l’identità, per sua natura, implica l’appartenenza collettiva o quantomeno la coscienza di una relazione sociale, ma esige il superamento di “religioni politiche” in favore di un’etica comune che lo storico Pietro Scoppola nomina “religione civile” (1991) il cui processo di formazione, però, è stato bloccato a causa delle disfunzioni del sistema politico – amministrativo del cinquantennio, e da tutte le conseguenze culturali, civili e di atteggiamenti mentali che ne sono derivate: così l’incompiuto superamento democrazia dei partiti ha visto il disgregarsi del sentimento repubblicano nazionale e l’identificarsi in tante realtà sovrastanti, sottostanti o trasversali ad esso.

L’Italia deve tutt’oggi affrontare una sfida con se stessa nel misurarsi con realtà comunitarie e mondiali, in cui il suo ruolo è rapidamente definito in base al modo in cui presenta la propria esistenza come nazione: rimanere in un limbo di decisioni e di intenzioni mancate nella definizione della propria fisionomia politica e partitica ha segnato più d’una volta il destino delle sue relazioni internazionali. Il problema non è di negare il ruolo del partito e far nascere una nuova Repubblica, ma, come sostiene ancora una volta Scoppola (1991), far traslare la stessa dai partiti ai cittadini, non solo istituzionalmente, ma sul più complesso piano dell’appartenenza e di coesione nazionale per tradurre “il lutto di quel che non è stato” nella volontà di quel che “potrebbe essere”.

Per citare questo testo attenersi alle seguenti indicazioni: Francesca Romana Lenzi, Il passaggio “incompleto” dalla prima alla seconda repubblica (1945-1996), in “Storia e Futuro”, Rubriche: Percorsi, n. 30, novembre 2012.

Biografia

Biografia Francesca Romana Lenzi è laureata in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli (laude, Febbraio 2007). Dottore di ricerca in Storia dell’Europa presso la Sapienza Università di Roma. È ricercatrice confermata in Storia dell’Europa orientale presso l’Università Europea di Roma. È titolare di un incarico di insegnamento in Storia dell’economia e dell’impresa presso la LUISS Guido Carli e cultore nello stesso Ateneo di Storia della finanza e dei sistemi finanziari, di Storia del pensiero economico, di Storia e teoria dello sviluppo economico. È professore aggregato di Storia e teoria dello sviluppo economico, già di Storia contemporanea e di Storia del pensiero politico presso l’Università Europea di Roma e delegato per la cooperazione interuniversitaria e con il Ministero degli esteri presso lo stesso Ateneo. Tra le pubblicazioni: (2011, monografia) L’Italia in Alta Slesia (1919-1922), coll. “Storia in Laboratorio”, Roma, Nuova Cultura, ISBN 9788861346963; (2010, monografia) CILE E MERCOSUR: modelli di sviluppo e di internazionalizzazione, Roma, Nuova Cultura, vol. 5, ISBN 978886134390; (2010, saggio) ”Regional Proximity Factor: An Advantage or a Disadvantage For development?”. TRANSITION STUDIES REVIEW, Springer Wien. ISSN 1614-4007, doi: 10.1007/s11300-010-0147-1; (2010, recensione) Review of Blancheton B. Histoire de la mondialisation, on “Journal of european economic History”, Unicredit, vol.39, Number 2; (2011, saggio) Le missioni delle Forze Armate all’estero e la diplomazia internazionale. Aspetti storici e militari, in Vincitori e Vinti. L’Europa centro-orientale nel primo dopoguerra, a cura di Giuseppe Motta, Roma, Nuova Cultura. (2010, atti di convegno). Origini storiche del sistema partitico in Italia.

Biography

Francesca Romana Lenzi graduated cum laude in International Relations at the LUISS Guido Carli University. She currently holds a teaching fellow position in History and Eastern European History at the Sapienza and European University in Rome. At the European University she also teaches History of Economic Development, and is a Lecturer in Economic History at the LUISS Guido Carli. Among her published works: L’Italia in Alta Slesia (1919-1922), coll. “Storia in Laboratorio”, Roma, Nuova Cultura, ISBN 9788861346963; CILE E MERCOSUR: modelli di sviluppo e di internazionalizzazione, Roma, Nuova Cultura, vol. 5, ISBN 978886134390;”Regional Proximity Factor: An Advantage or a Disadvantage For development?”. TRANSITION STUDIES REVIEW, Springer Wien. ISSN 1614-4007, doi: 10.1007/s11300-010-0147-1; Le missioni delle Forze Armate all’estero e la diplomazia internazionale. Aspetti storici e militari, in Vincitori e Vinti. L’Europa centro-orientale nel primo dopoguerra, a cura di Giuseppe Motta, Roma, Nuova Cultura.

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  1. La denunzia, sotto forma di editoriale, venne pubblicata sul periodico “Rinascita” l’8 agosto 1946. []
  2. Esemplare in questo senso la crisi della rivista “Il Politecnico” di Vittorini e Togliatti. []
  3. Citato nell’introduzione di P. G. Zunino agli Scritti Politici. []
  4. A riguardo si rimanda a capolavori quali “La Terra trema” di Visconti, o alle opere di Carlo Levi. []
  5. Fonte: Rapporto Censis del 1989. []

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