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Posted in Memoria del quotidiano, Numero 30 - Memoria del quotidiano, Numero 30 - Novembre 2012, Numero 30 - Rubriche

Il tripode e la croce. Metafora delle trasformazioni di una rappresentazione collettiva

Il tripode e la croce. Metafora delle trasformazioni di una rappresentazione collettiva

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di Simona Salustri

Una strage nazista alle porte di Bologna

In seguito alle critiche di alcuni artisti che non ritenevano esteticamente bella una croce su un monumento che dà sulla strada nazionale porrettana, lo scrivente ebbe cura di convocare tutti i componenti del Comitato suddetto cui sottopose la questione. Tutti furono d’accordo di sostituire la croce con un tripode, tranne il Parroco, perché assente nonostante fosse stato invitato (Archivio storico Casalecchio di Reno, b. 1127, cat. 1127, class. 8.4, 1947, fasc. 13).

Così Ettore Cristoni, sindaco di Casalecchio di Reno, comune alle porte di Bologna, nel 1954 rispose alla richiesta di chiarimenti proveniente dalla Prefettura in merito ai cambiamenti apportati al cippo posto a ricordo del cosiddetto eccidio del cavalcavia, avvenuto nella piazza adiacente al cavalcavia di Casalecchio il 10 ottobre 1944.

La sostituzione della croce con un simbolo non religioso, come vedremo in queste pagine, si colloca nel contesto politico degli anni Cinquanta che influì sul paradigma antifascista, sulla memoria della Resistenza e sulle sue rappresentazioni.

Il 10 ottobre del 1944 per mano di uomini della 16ª SS-Panzergrenadier Division Reichsführer-SS vennero trucidati, dopo essere stati torturati, tredici tra partigiani e civili, tra cui un costaricano e sei sovietici, catturati in seguito ad uno scontro con i resistenti della 63ª brigata Bolero tenutosi in località Rasiglio, a pochi chilometri da Casalecchio. L’azione dei nazisti, parte di un rastrellamento iniziato pochi giorni prima che aveva già portato alla morte di almeno dieci persone, e il suo ricordo hanno segnato la memoria della collettività sin dal giorno della strage quando i tedeschi, dando l’ordine di non rimuovere i corpi, vollero che tutti vedessero a cosa andavano incontro coloro i quali si opponevano alla loro condotta di guerra (Salustri 2011).

Una strage come le molte altre che nel corso del biennio 1943-45 hanno segnato la storia del nostro paese da Sud a Nord e sulla ricostruzione delle quali gli storici lavorano da circa un ventennio per portare alla luce, nel quadro generale dell’occupazione tedesca in Italia (Klinkhammer 1993, 20062), le diverse peculiarità di ogni singolo avvenimento (Gribaudi 2003; Fulvetti, Pelini 2006; Casali, Gagliani 2008). La progressione di violenza a danno dei civili che portò alla morte di oltre 15.000 persone fu uno degli elementi che connotarono l’occupazione dell’Italia da parte dell’esercito nazista, delle SS e degli altri corpi di polizia tedeschi, impegnati in quella che la storiografia definisce ormai comunemente “guerra ai civili” (Battini, Pezzino 1997).

Molteplici furono le cause che spinsero i nazisti verso questo tipo di condotta, a partire dall’immediata reazione all’armistizio firmato dall’Italia con gli anglo-americani e il conseguente rivolgimento di fronte da parte dei vecchi alleati italiani, considerati dai tedeschi dopo l’8 settembre traditori e quindi nemici sui quali riversare la violenza utilizzata su altri fronti di guerra. Nel nuovo contesto bellico, nel quale di giorno in giorno aumentava la paura per l’avanzata anglo-americana, venivano estesi all’Italia gli ordini alla base della strategia messa in atto già sui fronti greco, jugoslavo e, in modo particolare, su quello sovietico dove la guerra di espansione era andata a sovrapporsi all’ideologia eliminazionista perseguita da un regime fondato sul primato della razza ariana sulle altre razze (Andrae 1997; Schreiber 2000).

Nel biennio di guerra in Italia i nazisti dovettero inoltre fare i conti con l’insorgenza partigiana, con forme di resistenza che a vario titolo contribuirono alla liberazione del paese ostacolando la condotta di guerra tedesca; gli occupanti sottoposero i civili italiani e gli stessi partigiani ad una feroce repressione, culminata in torture, uccisioni e pubbliche esecuzioni.

La violenza contro i civili e i partigiani, così come assodato dalla storiografia, non va però letta come meccanica risposta ad una presunta o reale ribellione della popolazione, ma come il risultato di un sistema di ordini repressivi mirati a prevenire l’ostilità e la non disciplina dei civili, i quali erano considerati aprioristicamente fiancheggiatori della Resistenza e quindi sottoposti alla “rappresaglia” nazista, termine spesso utilizzato per giustificare le violenze più efferate.

Nel caso specifico del cavalcavia gli uomini uccisi, sia i civili rastrellati che i partigiani catturati, furono oggetto di un’azione scaturita dallo spostamento del fronte e dalle necessità belliche contingenti e solo secondariamente dalla morte di due tedeschi avvenuta pochi giorni prima della strage. La 16ª SS-Panzergrenadier Division Reichsführer-SS, che si era già resa protagonista di numerosi fatti delittuosi in Toscana, ricevette l’ordine di proseguire la sua azione in Emilia-Romagna dove i suoi uomini, in larga parte avvezzi ad un uso senza confini della violenza per aver già combattuto sul fronte russo, furono artefici tra le altre della strage di Monte Sole (29 settembre-5 ottobre 1944), di Casteldebole (30 ottobre), di San Cesario Sul Panaro (17 dicembre) e di Campiglio di Vignola (26 dicembre) (Salustri 2011, 73-78).

Segni distintivi del loro agire furono le torture a cui venero sottoposti i tredici del cavalcavia e l’esposizione dei corpi che per alcuni giorni vennero lasciati nel luogo dell’uccisione a monito della popolazione e dei partigiani (De Luna 2006). Uomini legati per il collo con il filo spinato ai pali e agli alberi presenti nella piazza e ai cancelli delle case circostanti per poi essere mitragliati alle gambe e morire per soffocamento come era già accaduto a Bardine di San Terenzo (Massa) nel mese di agosto (Collotti, Sandri, Sessi 2001, 368) o a Pioppetti di Camaiore (Lucca) a settembre (Fulvetti 2006). In entrambi i casi le SS lasciarono i corpi in bella vista con cartelli in cui brevi scritte minacciavano della stessa pena tutti coloro i quali si fossero opposti al loro agire. Anche a Casalecchio, come era già accaduto sia in Russia che nella Francia occupata (Wieviorka 2004, 142-156), la strategia di infondere il terrore tra la popolazione portò i nazisti a ordinare di non seppellire subito i cadaveri, in modo che i corpi sfigurati, visibili a tutti, mostrassero “la fine di ogni partigiano oppure spia antitedesca”, come recitava il cartello apposto al collo di uno dei trucidati.

Paura e sgomento furono i sentimenti che provarono coloro i quali si ritrovarono ad osservare di nascosto l’esecuzione e poi a dover percorrere la strada passando obbligatoriamente davanti alla scena dei corpi martoriati, mentre per i militari tedeschi la normalità della violenza e il sentimento di vendetta verso il popolo traditore trasformarono il luogo della strage in una meta dove osservare il nemico giustamente punito e farsi fotografare.

L’immagine dei corpi è quella che è rimasta, oltre che nella mente di chi la vide in prima persona, anche in coloro i quali sin dal 1947 hanno avuto modo di osservare le foto eseguite da Ivo Pasquini, un fotografo incaricato dai fascisti di immortalare la scena della strage e che fece arrivare una copia dei suoi scatti ai comandi della Resistenza. Le stesse fotografie, riproposte al pubblico ogni anniversario della commemorazione, hanno permesso di proiettare la strage fuori dalla memoria individuale dei familiari delle vittime, divenendo uno dei tramiti per la costruzione di una memoria collettiva. Una memoria che esce dai confini comunali poiché le immagini scattate nel 1944, e pubblicate in molti libri, sono divenute paradigma delle efferate violenze commesse dai nazisti in Italia (Salustri 2011, 38-43, 138-139).

 

Memoria individuale e memoria collettiva

Sin dall’immediato dopoguerra la memoria individuale della strage del cavalcavia, sia dei familiari delle vittime che di tutti coloro che si trovarono involontariamente ad osservare i corpi dei trucidati, si è trasformata in memoria pubblica e comunitaria, in un divenire che ha reso il tragico avvenimento un elemento identitario dell’intera comunità (Rampazi, Tota 2005, 79-80).

A Casalecchio la memoria, rafforzata dalla visione dei corpi degli assassinati, si è consolidata divenendo non una sterile riproduzione e conservazione del passato, bensì, per usare le parole di Paolo Jedlowski, uno dei maggiori interpreti italiani delle teorie dello studioso dei processi della memoria Maurice Halbwachs, “il luogo di una selezione e di una riformulazione costante dei suoi lasciti” (1997, 135). La memoria dei fatti del 10 ottobre ha cioè assunto nel corso dei decenni una dimensione sociale all’interno della quale, di anno in anno, il passato viene riproposto anche in funzione del presente. L’evento si è legato imprescindibilmente ad una interpretazione condivisa di quanto accaduto, del suo significato e della portata dell’evento stesso, codificando i modi in cui viene da allora tramandato (Jedlowski 2002, 50-51).

Ad incidere su questa costruzione vi è stata la trasformazione della strage del cavalcavia nel simbolo delle devastazioni causate dalla guerra alla quale furono sottoposti non solo i partigiani e i civili uccisi, ma tutti coloro che, loro malgrado, dovettero subire deprivazioni, terrore, violenze, sfollamenti, piangere numerosi lutti ed assistere alla quasi completa distruzione del comune. Per Casalecchio ciò è stato favorito dal fatto che la responsabilità dell’eccidio è sempre ricaduta sui nazisti e non si è assistito al sorgere di memorie antipartigiane, come nel noto caso di Civiltella in Toscana, dove un fatto così sconvolgente per la comunità quale una strage, ha spinto a ricercare i colpevoli fra i resistenti, facilmente individuabili perché interni alla comunità stessa a differenza dei tedeschi già lontani dai luoghi della violenza (Contini 1997).

Nel caso di Casalecchio il fatto che i colpevoli materiali della strage del cavalcavia siano rimasti sconosciuti alla popolazione, fino al più recente processo tenutosi a Verona tra il 2008 e il 2009 dopo il ritrovamento del fascicolo di Casalecchio nel noto Armadio della vergogna (Salustri 2011, 101-136), non ha impedito alla comunità di condividere la certezza della colpa nazista.

La responsabilità è stata tradizionalmente attribuita a Walter Reder, nel 1944 a capo del battaglione esplorante della 16ª divisione SS, al centro dell’azione di annientamento condotta a Monte Sole per mano degli uomini della 16ª divisione che portò al massacro di 770 persone, e risalente a pochi giorni prima della strage del cavalcavia. L’avvenimento per la sua tragicità ha inciso profondamente sulla memoria di intere comunità vicine a Marzabotto, portandole a individuare in Reder il responsabile diretto di molti altri fatti delittuosi accaduti nelle zone circostanti (Frazzoni 1972, 89).

Quando nel 1951 Reder fu imputato nel processo celebrato a Bologna, non solo per Monte Sole, ma anche per vari episodi di strage avvenute nella provincia e in altre zone d’Italia, la sua esposizione mediatica rinsaldò la convinzione di molti testimoni che, ricordando in varie località la presenza di un soldato tedesco senza un arto, lo accusarono quasi automaticamente anche della strage del cavalcavia (Zappi “Mirco” 1988, 211).

La diffusa convinzione che dove vi fosse stato un eccidio i colpevoli fossero “le SS di Reder”, divenne un costrutto di una memoria diffusa. Ciò è accaduto anche nel caso della strage di Casteldebole dove il 30 ottobre 1944 vennero barbaramente uccise 35 persone tra civili e partigiani, dei quali 10 impiccati con modalità simili ai caduti di Casalecchio. La presunta colpevolezza dei soldati della 16ª divisione non è mai stata confermata, tanto che le accuse contro Reder vennero a cadere perché fu impossibile accertare in quei giorni la sua presenza nella zona. Nonostante ciò nel racconto dei testimoni fatto in anni recenti non vi è ombra di dubbio sulle responsabilità dell’assassino di Monte Sole (testimonianza di C. Bianchi in Maggiorani 2006, 38-39).

La perdita di parenti e conoscenti, l’atrocità e l’indicibile violenza di cui furono fatti oggetto i civili rese quasi immediata l’identificazione del colpevole in Reder, considerato il perfetto carnefice capace di uccidere senza scrupoli donne, bambini e anziani. Solo in questo modo, pur tenendo in debito conto il dibattito attorno alle diverse memorie che negli anni si sono andate configurando sulla strage di Monte Sole e su altre località vicine colpite dalla violenza nazista (Bergamini 2008, 245-258), in molti casi è stata favorita l’elaborazione del lutto trasformatosi da esperienza privata a memoria pubblica.

A Casalecchio dove il nome del carnefice è stato reso noto solo con il processo ad oltre 60 anni dalla strage e si è levato ogni dubbio sulla colpa di Reder, accertando contestualmente la responsabilità della 16ª, la memoria pubblica non è stata intaccata per quanto riguarda l’attribuzione della responsabilità ai tedeschi. Le commemorazioni attorno al momento hanno visto coesistere nel corso degli anni il ricordo dei fatti del 10 ottobre e la celebrazione della Resistenza e dei suoi significati per la storia italiana. Soprattutto a partire dal decennale della Liberazione le manifestazioni per la strage del cavalcavia sono state tenute alla presenza di delegazioni sovietiche e costaricane, rappresentanti politici non solo locali e le istituzioni. Sia l’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi) che le diverse giunte comunali si sono prodigate per coinvolgere la cittadinanza e le scuole nella misura più ampia ottenendo evidenti risultati.

La memoria dei fatti a Casalecchio è rimasta viva nel tempo come bene si evince dalla partecipazione al processo che si è tenuto a Verona dopo il ritrovamento del fascicolo della strage nel famigerato armadio della vergogna e che ha visto la presenza costante dei familiari delle vittime, del comune costituitosi parte civile, dell’Anpi e di singoli cittadini che hanno voluto essere presenti dopo oltre 60 anni da quanto accaduto sul cavalcavia.

Il monumento: luogo di memoria in divenire

Nel favorire la costruzione della memoria di Casalecchio ha avuto un ruolo primario il monumento eretto alla fine della guerra con l’intento di sovrapporre al luogo della storia, dove si svolsero i fatti del 10 ottobre 1944, il luogo del ricordo, trasformando la piazza del cavalcavia in luogo di memoria.

Il monumento fu realizzato grazie all’intervento del locale Comitato di liberazione che nel 1946 deliberò la costruzione di un cippo commemorativo sul luogo della strage (Ascr, b. 1099, cat. VII, class. 3, 1946, seduta del Cln, 20.9.1946). A Casalecchio di Reno, dove ruolo e uomini del Cln si sovrapponevano all’Anpi, venne creato un apposito comitato, che includeva anche il parroco, con l’intento di raccogliere fondi tra gli stessi membri del comitato, i partigiani e la popolazione per l’erezione del monumento. Una volta costruito il cippo grazie alle sovvenzioni dei cittadini, il comitato lo donò al comune e la nuova Giunta, composta a maggioranza dalla lista Partito comunista-Partito socialista ed eletta nelle elezioni del marzo 1946, si impegnò a garantirne la manutenzione necessaria e la custodia a nome della cittadinanza (Ascr, b. 1127, cat. VIII, class. 8.4, 1947, fasc. 13 Parchi della Rimembranza, risposta al prefetto avente per oggetto: cippo a ricordo di civili trucidati durante la guerra di liberazione a firma il sindaco, 15.12.1954).

Ricorrere alle donazioni della popolazione, al di là delle motivazioni economiche, date dal difficile momento che stava affrontando il comune impegnato nella ricostruzione, aveva un significato profondo. L’intento era quello di segnare il territorio ponendo una traccia ben visibile che appartenesse alla comunità casalecchiese e che ricordasse ad ogni passante gli avvenimenti del 10 ottobre 1944 e il prezzo pagato dalla Resistenza e dai civili per la liberazione del paese. Una motivazione pubblica che si affiancava alla richiesta dei familiari delle vittime, spinti dalla necessità di trovare un perché a quanto accaduto per condividere la perdita ed alleviare il loro dolore, ma anche alla volontà dei resistenti di ricordare ed onorare i compagni caduti. L’esposizione del lutto nel luogo in cui i fatti dolorosi ebbero luogo sarebbe avvenuta attraverso un cippo, una struttura funeraria tradizionale rappresentativa con la quale familiari e partigiani avrebbero rinsaldato il loro legame con le vittime e con l’intera comunità (Cavina, Di Jorio 2008, 301; Winter, 1998).

La cerimonia pubblica di inaugurazione del monumento si svolse il 25 aprile 1947, anniversario della Liberazione, alla presenza dei familiari delle vittime e dei testimoni della strage (Ascr, b. 1127, cat. VIII, class. 8.4, 1947, fasc. 13 Parchi della Rimembranza, lettera inviata dal sindaco al prof. Tassinari, 14.4.1947). Quanto accaduto il 10 ottobre 1944 entrava così in diretto rapporto con i venti mesi della Resistenza e con i suoi risultati; come accade per molti dei cippi e delle lapidi inaugurate nei diversi 25 aprile, si offriva una “lettura finalistica della morte” (Cavina, Di Jorio 2008, 302), presentando gli uccisi come martiri per la libertà.

Su tre dei quattro lati del cippo, su impulso e progetto degli ex-partigiani, si scelse di collocare dei marmi con i nomi dei tredici trucidati, dei partigiani di Casalecchio e dei partigiani non casalecchiesi uccisi in territorio comunale, e quelli delle vittime civili delle rappresaglie naziste. L’elenco nominale delle vittime della strage, accompagnato dalla dicitura “combattenti per la libertà fucilati in questa piazza dalle S.S. tedesche il 10-10-1944”, riporta i nomi delle vittime note, con l’indicazione della nazionalità – e per gli italiani se possibile del luogo di nascita – e si completa con gli ignoti per i quali è stato inserito il paese d’origine. Pur volendo essere un monito per l’intera comunità, il monumento riporta i nomi delle singole vittime come la maggior parte dei monumenti eretti in Emilia-Romagna nell’immediato dopoguerra, attraverso i quali si è voluto dare risalto all’identità dei morti e qualificarli con dati personali che facciano emergere le loro individualità (Cavina, Di Jorio 2008, 292-293).

Vi sono altri elementi che ci parlano del momento storico in cui il monumento fu eretto. Fatta eccezione per la croce che al momento della realizzazione sovrastava il monumento, croce di cui diremo più approfonditamente in seguito, nel cippo non vi è spazio per il commiato religioso inteso in senso cristiano, ma ci troviamo di fronte a una trasposizione in una religione laica di concetti religiosi quali il martirio e il sacrificio. La lotta di liberazione è presentata come la realizzazione di una fede laica e lo dimostra la scelta di porre sul quarto lato del cippo una formella con un partigiano armato nell’atto di trasportare in braccio un compagno ucciso e la dicitura “i migliori caddero”. La sovrapposizione tra caduti e migliori, i martiri laici che hanno perso la vita per l’ideale resistenziale, funge da monito per tutti: per i passanti chiamati a ricordare il sacrificio dei partigiani e per i compagni di lotta che, facendosi carico dei caduti, si assumono l’incarico di portare il ricordo dei defunti, preservando la memoria della loro morte sacrificale.

La rappresentazione collettiva gode dunque della scelta di mantenere il monumento sobrio, i nomi dei singoli protagonisti si fondono nel ricordo comune e contestualmente trasmettono l’idea di una Resistenza condivisa e senza confini, dove i morti italiani e stranieri sono accomunati dagli ideali antifascisti. Questi ultimi avevano visto “resistere” insieme, in forme diverse, donne e uomini e il monumento di Casalecchio, ricordando insieme tutti i combattenti della guerra partigiana, voleva rappresentare la Resistenza come un fenomeno di massa al quale gran parte del paese aveva partecipato, lottando contro il nazismo e il fascismo per la rinascita dell’Italia. Un’idea che ben presto sarebbe diventata un caposaldo della memoria resistenziale della sinistra. La Resistenza in questo senso andava intesa anche come lotta di classe che, soprattutto nel bolognese e nei monumenti eretti negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, andava celebrata come impegno armato e politico per giungere a un rinnovamento sociale del paese (Dogliani 1995, 469-475).

Dalle lapidi presenti sul monumento furono esclusi i morti dell’esercito fascista. Tale scelta stava a significare la volontà di distinguere nettamente la lotta di Liberazione dalle guerre condotte dal fascismo. Il monumento ai morti della prima guerra mondiale di Casalecchio avrebbe quindi accolto i nomi dei caduti per le conquiste coloniali fasciste e quelli dei morti su tutti i fronti del 1940-45, oltre ai nominativi dei civili “deceduti comunque per cause belliche (bombardamenti e simili)” (Ascr, b. 1127, cat. VIII, class. 8.4, 1947, fasc. 13 Parchi della Rimembranza, dott. Ing. Ceroni Domenico al signor sindaco del comune di Casalecchio di Reno, 4.10.1947; Mosse 1990, 236). Pensare di ricordare anche i morti per bombardamento rappresentava in piccolo il superamento di un imbarazzo che rimase a lungo tale in gran parte della memoria nazionale; il lutto inflitto dagli anglo-americani è rimasto infatti un elemento di difficile elaborazione non solo per essere stata una forma di violenza molto diversa da quella imposta dall’occupazione tedesca, ma anche per le differenze tra i due autori, da un lato gli invasori e dall’altro i liberatori (Gribaudi 2007a, 87-110).

Il monumento dedicato ai trucidati del 10 ottobre e alla Resistenza trovò la sua collocazione nella piazza del cavalcavia, che mutò nome in Matteotti, divenendo luogo di memoria; l’intitolazione a un simbolo della lotta antifascista forniva anche in questo caso un segnale netto di distacco tra il passato fascista e il futuro della comunità all’insegna di una rinascita nei valori democratici (Comune di Casalecchio di Reno, 43). A Casalecchio, come nel resto d’Italia, la nuova toponomastica avrebbe “messo in piazza” la volontà di rappresentare, anche attraverso il territorio, la discontinuità con il Ventennio di regime (Raffaelli 20103, 280-283).

Infine il valore simbolico del monumento si estendeva ad un piano più strettamente contingente dal punto di vista politico. La composizione del comitato incaricato di far realizzare il cippo e la posa di quest’ultimo furono il risultato dell’unità ciellenistica ancora vigente nel 1946-47, nonostante i punti di frizione via via più evidenti: la divisione tra comunisti e democristiani fu superata dal progetto e dal collocamento sulla sommità del monumento di una croce, simbolo cristiano e religioso per eccellenza.

Consegnato all’amministrazione comunale il monumento divenne a tutti gli effetti proprietà della cittadinanza (Ascr, b. 1127, cat. VIII, class. 8.4, 1947, fasc. 13 Parchi della Rimembranza, Comune di Casalecchio di Reno, provincia di Bologna, oggetto cippo commemorativo dei partigiani a firma il sindaco, 29.5.1947). Si rinsaldava così un legame tra vivi e morti, un’unione fondativa per la nuova comunità che si stava dolorosamente rialzando dopo le tragedie cui era stata sottoposta durante il secondo conflitto mondiale.

 

Dalla croce al tripode

L’unità di intenti che aveva segnato la costruzione del cippo tra i diversi componenti del comitato per l’erezione del monumento si sgretolò quando nel 1954 il comune decise, come già detto, di sostituire la croce con un tripode, fornendo una motivazione piuttosto banale.

La sostituzione, l’opposizione del parroco di Casalecchio, che non presenziò alla riunione in cui fu presa la decisione, e l’interessamento della prefettura di Bologna bene danno conto della polarizzazione politica che ormai caratterizzava l’intera realtà italiana.

Don Dario Zanini, parroco di Sasso Marconi, comune confinante con Casalecchio, e noto esponente della memoria antipartigiana relativa a Monte Sole, e più in generale alla Resistenza bolognese, ha sintetizzato il disappunto della Chiesa con queste parole: “nel 1954 la croce fu rimossa per motivi…estetici, e sostituita da un tripode che regge un vaso la cui foggia appare come un’insignificante pignatta” (Zanini 1996, 601).

Al discorso unitario che aveva voluto l’antifascismo e la Resistenza come momenti fondativi dell’identità italiana post-bellica, uniti dalla condanna unanime del fascismo, si sostituirono disparate interpretazioni della storia italiana del biennio 1943-45, favorite dal nuovo scontro mondiale bipolare. La preclusione del governo del paese alle forze di sinistra e una staticità politica governata dalla Democrazia cristiana, rispecchiavano infatti i mutamenti internazionali. Nella guerra fredda che si combatteva a livello mondiale, l’opposizione tra comunisti e democristiani all’interno del contesto italiano, e soprattutto nella regione considerata il baluardo del Partito comunista, trovava in un singolo monumento la sua metafora.

L’unità resistenziale che aveva contribuito anche a Casalecchio a costruire il mito della lotta di liberazione e dell’antifascismo si divideva sulla rappresentazione della Resistenza.

Erano gli anni in cui la Democrazia cristiana accusava il Partito comunista di voler egemonizzare la memoria della Resistenza utilizzandola a fini politici per il suo disegno antidemocratico di rivoluzione stalinista. Il leader della Dc De Gasperi utilizzava infatti la Resistenza presentandola come lotta per la libertà contro gli antilibertari non solo di destra, ma anche, e soprattutto, di sinistra.

Dal canto loro i partiti di sinistra non mancavano di sottolineare durante ogni cerimonia pubblica il costrutto di una lotta di liberazione come epopea, come lotta di un popolo interamente schierato a difesa della patria. Dopo le elezioni del 18 aprile 1948 a questa concezione si iniziò ad affiancare una Resistenza intesa come tappa di un cammino verso il rinnovamento della società, al quale si andavano opponendo le forze clerico-moderate impegnate, a detta dei comunisti e dei socialisti, nella restaurazione di un modello statale e sociale di stampo fascista. I due massimi partiti del paese, Dc e Pci, si accusavano quindi reciprocamente di aver tradito la causa resistenziale.

Tra la fine della guerra e la metà degli anni Cinquanta la frattura politica si acuì per effetto di alcuni avvenimenti in ambito giudiziario, primi fra tutti l’amnistia Togliatti e i provvedimenti di clemenza successivi che, portando al rilascio di numerosi criminali fascisti, chiusero definitivamente la breve e infruttifera stagione dell’epurazione amministrativa e penale. Il nodo del passato fascista del paese rimaneva così irrisolto e le conseguenze della “mancata resa dei conti” sul piano materiale e su quello ideale e culturale lasciarono, e lasciano tuttora, tracce nella storia e nella identità italiane.

Nello stesso tempo in cui si condonavano i delitti fascisti commessi prima e durante il conflitto, si aprì nel paese una vera e propria campagna persecutoria contro i partigiani, specialmente comunisti, i quali furono incarcerati e processati per azioni strettamente legate alla Resistenza, come requisizioni o uccisioni di spie avvenute durante la guerra che venivano giudicate come reati comuni, ossia come furti e omicidi.

Oltre a ciò occorre tener presente il ruolo del reducismo fascista e le spinte verso una rivalutazione della scelta di aderire alla Repubblica sociale come atto di coerenza con la posizione italiana precedente l’armistizio del settembre 1943 e come gesto di amore per la patria. Tali richiami, portati avanti in nome della pacificazione degli italiani, trovarono sensibili alcune frange della Dc, interessate a costituire un potente argine contro la sinistra, accorpando tutte le forze antibolsceviche (Argentieri et al. 1986; Focardi 2005, 19-32).

Non erano però ancora maturi i tempi per una sostituzione del paradigma antifascista con quello anticomunista alla base della repubblica italiana (Gallerano 1986; Luzzatto 2004) e, pur non sopendosi mai lo scontro fra Pci e Dc, che raggiunse punte critiche come nel 1960, fu la stessa Democrazia cristiana a dare un contributo per chiudere la porta allo screditamento della Resistenza, almeno fino agli anni Ottanta del Novecento (Focardi 2005, 33-55).

Se dal livello nazionale passiamo a quello locale, la situazione della “regione rossa” per eccellenza, che possiamo osservare attraverso l’esempio di Casalecchio, ci mostra il concretizzarsi della contesa attorno ad un singolo monumento. La memoria della strage ha continuato comunque a vivere grazie al monumento e alle diverse celebrazioni susseguitesi di anno in anno che, tra alti e bassi, hanno richiamato attorno al cippo la cittadinanza. Ad oltre 60 anni dai fatti tragici del cavalcavia e dalle devastazioni portate dalla guerra, i familiari delle vittime e molti cittadini comuni di Casalecchio si sono ritrovati per chiedere giustizia per quanto accaduto il 10 ottobre 1944. Anche se non con i risultati sperati, il processo celebrato a Verona e poi a Roma ha riportato al centro del dibattito il tema della trasmissione della memoria. La sfida per il futuro, a Casalecchio come in altre realtà, sarà infatti quella di continuare ad attualizzare la memoria attraverso mezzi divulgativi moderni e di riuscire ad integrare nel discorso pubblico le nuove forme di cittadinanza e le aspirazioni di una società in costante mutamento.

Per citare questo testo attenersi alle seguenti indicazioni: Simona Salustri, Il tripode e la croce. Metafora delle trasformazioni di una rappresentazione collettiva, in “Storia e Futuro”, Rubriche: Memoria del quotidiano, n. 30, novembre 2012.

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