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Posted in Laboratorio, Numero 46 - Laboratorio, Numero 46 - Marzo 2018, Numero 46 - Rubriche

La destra russa del primo Novecento come modello interpretativo del movimento fascista in Italia

La destra russa del primo Novecento come modello interpretativo del movimento fascista in Italia

di Vjačeslav Kolomiez

Abstract

La destra russa del primo Novecento come modello interpretativo del movimento fascista in Italia

Nei primi anni ´20 la nuova classe dirigente sovietica doveva fare i conti con la nascita del fascismo che rappresentava per la sua natura un´eversione di destra, palesemente antibolscevica, antisocialista ed antioperaia, un fenomeno di cui all´Italia toccò essere il paese d´origine. Per farsi un´idea del nascente fascismo movimento gli analisti sovietici si ricorsero all´esperienza della destra russa del periodo prerivoluzionario, proiettandola come strumento conoscitivo e modello interpretativo sulla realtà italiana del primo dopoguerra. Il metodo di analogie storiche applicato allo studio di un fenomeno sociale completamente inedito contribuì a costruire l´immagine del fascismo italiano nella sua prima approssimazione.

Abstract English

The Russian right of the early twentieth century as a model of interpretation of the fascist movement in Italy

In the early 20s the new Soviet leadership had to deal with the rise of fascism represented by its nature eversion right, blatantly anti-Bolshevik, anti-socialist and anti-worker, a phenomenon that touched Italy being the country of origin. To get an idea of the nascent fascism movement Soviet analysts resorted to the experience of the Russian right of pre-revolutionary period, projecting it as instrument for understanding and interpretation model of the reality of the Italian postwar period. The method of historical analogies applied to the study of a social phenomenon completely new helped build the image of Italian fascism in its first approximation.

Quanto aleatorio e pieno di incognite sia il rapporto della società postsovietica con la propria storia, con il proprio passato, è un fatto indiscutibile e già più d´una volta confermato da tutta l´esperienza storiografica recente. La storia del nazionalismo russo, delle forme di pensiero e di azione di appartenenza tradizionale alla destra politica, si inserisce pienamente in questa logica sulla base della quale si suole scrivere la sua storia negli ultimi decenni. Tuttavia l´avvento della democrazia nella Russia postsovietica legittimò e fece uscire dall´ombra diverse idee e tendenze politiche da molti decenni cadute in oblio, come quelle della destra nazionalista la cui rinascita diventò possibile nel regime del pluralismo politico. La pregiudiziale pluralistica accettata a livello politico favorì, a sua volta, la riflessione storiografica anche sulla destra nazionalista russa, prima quasi incredibile per i motivi di carattere ideologico.

Nella cultura politica russa, soprattutto in quella dell´epoca sovietica, il concetto di nazionalismo ha avuto sempre una netta connotazione negativa. Perché, in primo luogo, si trovò sempre agli antipodi dell´internazionalismo, valore fondamentale della sinistra nell´ottica della quale il nazionalismo veniva considerato una parte integrante dell´estrema destra e, nella storia contemporanea, della sua emanazione più clamorosa e odiosa incarnata nel fascismo. Quindi, in secondo luogo, dato il carattere antifascista della cultura politica russa, pregiudizialmente destinato alla contestazione in tutti i modi possibili. Intanto i volti del nazionalismo erano diversissimi, i suoi contorni, i suoi contenuti erano spesso vaghi e indefiniti. Il fenomeno sembra essere spesso inafferrabile, mentre le sue tracce sono più o meno discernibili non solo a livello di qualche minoranza politico sociale emarginata, ma anche a quello delle élite al potere, dell´ufficialità dello stesso Stato sovietico, in varie epoche della sua esistenza particolarmente sensibile a temi e problemi della questione nazionale, dell´identità nazionale, della coscienza nazionale oppure, nei tempi e nei termini più recenti, dell´idea nazionale. Cioè sensibile e persino ipersensibile ai temi e problemi le cui soluzioni non di rado avevano o almeno sembravano avere risvolti ˝nazionalistici˝ o comunque il sapore di ˝nazionalismo˝.

Una linea di continuità con ciascun ˝nazionalismo˝ merita un discorso a parte, può ancora diventare oggetto di ricerche retrospettive, mentre in questa sede sarà tentata una retrospezione molto particolare. Si trarra cioè di recuperare ancor una volta sul piano storiografico il fenomeno di centurie nere, di un movimento nazionalista di estrema destra, particolarmente attivo nella Russia del primo Novecento. Non solo perché ebbe una sorte politica di rilievo nel periodo immediatamente precedente la grande ondata rivoluzionaria del 1917, ma anche perché, curiosamente, gli spettò presentarsi, anni dopo le rivoluzioni russe, da parte di analisti sovietici, in veste particolare di una chiave di lettura, di metro di giudizio del primo fascismo italiano, cioè della sua fase iniziale del fascismo movimento.

Il fascismo, essendo stato un fenomeno politico sociale assolutamente nuovo, inedito, senza più o meno chiari precedenti storici, quindi difficilmente prevedibile nei suoi sviluppi, nelle sue potenzialità, difficilmente collocabile, almeno ai suoi inizi, nel sistema di coordinate classico, tra destra e sinistra, colse all´improvviso sia i politici che gli analisti, tutto il pensiero politico dell´epoca, anche in Russia sovietica e altrove. È per questo che le prime rappresentazioni del fascismo italano tentate dagli analisti sovietici si fondavano sulle recentissime analogie storiche con la realtà del loro paese, senz´altro legittime metodologicamente e epistemologicamente, ma, essendo state la fase iniziale dello studio, spesso gravide di inevitabili rischi di semplificazione, di linearità, persino di volgarizzazione, se non di primitivismo.

Tuttavia il valore di quella prima esperienza piuttosto pubblicistica che propriamente storiografica è innegabile, malgrado la superficialità, sempre innegabile, dei risultati ottenuti nel suo ambito. Comunque, si scopriva così, dal confronto delle due realtà spazio-temporali, russa e italiana, un´immensa risorsa euristica in grado di fornire i fondamenti teorici per lo studio dell´interdipendenza delle culture politiche dei due paesi e in fin dei conti di poter scrivere la loro storia comune, attualissima anche nel mondo del primo dopoguerra che manifestò i prodromi delle globalizzazioni successive. E con l´avvento dell´epoca della globalizzazione vera e propria, a cavallo del Novecento e il Duemila, quel modo di scrivere la storia sembra essere ancor più attualissimo come approccio metodologico.

Non si tratta però di sopravvalutare quel modo di scrivere la storia attraverso le analogie, spesso arbitrarie e valide soltanto come una prima approssimazione al problema: i limiti di tale maniera storiografica sono evidentissimi e, a mo´ d´esempio, caratterizzano l´approccio alla riflessione sul fascismo italiano presente nei saggi storico memorialistici di German Sandomirskij considerato a ragione uno dei fondatori della storiografia sovietica sul fenomeno fascista in Italia.

Il personaggio in questione (il suo vero nome era Geršon Berkovič) esordì nei primi anni del Novecento in un´organizzazione anarchica di orientamento bakuniniano a Ginevra, successivamente, di ritorno in Russia, militò nelle fila degli anarchici comunisti, aderendo ad un gruppo di terroristi, subì il carcere, il confino, i lavori forzati. All´indomani della rivoluzione d´Ottobre le sue competenze, come quelle di molti altri ex emigrati, oppositori al regime zarista, risultarono sufficienti per entrare nella giovanissima diplomazia sovietica in cui negli anni ´20 occupò diverse cariche di rilievo. Finita la carriera diplomatica, si dedicò agli studi storico giornalistici. Pubblicò, tra l´altro, presso la prestigiosissima casa editrice sovietica Academia le memorie orsiniane. Nel 1934, pagando il suo passato anarchico e terrorista, finì nella ˝torrente di Kirov˝, ondata di repressioni seguita all´attentato al dirigente del partito di Leningrado, e successivamente perseguitato, non sopravvisse gli anni del Grande Terrore.

Già le sue prime impressioni ˝a caldo˝ del viaggio in Italia (fece parte della delegazione sovietica alla Conferenza di Genova nel 1922), ben presenti sulle pagine della prima ricostruzione sommaria della situazione politica italiana, sviluppate nelle sue opere di memorialistica a scopo di propaganda e di divulgazione, redatte negli anni successivi, si rimandavano, nel descrivere l´immagine della demoralizzazione delle forze di opposizione e soprattutto socialiste di fronte all´arrogante offensiva fascista, alla recentissima storia russa: ˝L´oppressione ed il terrore – scrisse il diplomatico – praticati nei confronti delle masse lavoratrici in Italia, che sono come se vivessero uno stato di anabiosi psicologica o persino di paralisi davanti alla pressione terribile del fascismo, mi hanno colpito non soltanto nel corso dei colloqui con i loro semplici rappresentanti. Una ripercussione del terrore si sentiva anche nelle voci di molti compagni dotati di coscienza di classe. Quando discutevamo sul fascismo, mi si evocavano molti residui dell˝epoca autocratica [in Russia. – N.d.A.]. Gli stessi stati di agitazione e di eccitazione provocati non solo dall´indignazione, ma anche dalla paura si potevano sentire nella voce degli studenti indifesi che scendevano in piazza a manifestare, dove li attendeva lo staffile dei cosacchi, lo stesso scoraggiamento si leggeva negli occhi dei giovani ebrei che si iscrivevano ai gruppi di autodifesa, quasi senza speranza alcuna di successo durante la lotta con le bande incitanti al pogrom˝ (Sandomirskij 1923, 7).

Certo, il genere divulgativo imponeva all´autore le sue proprie norme di rappresentazione: i frequenti riferimenti di Sandomirskij alla storia russa erano finalizzati a rendere più familiare la lontanissima realtà italiana ai lavoratori russi che, pur non indifferenti all´internazionalismo rivoluzionario, come si riteneva, erano assorbiti dai propri problemi, spesso di sopravvivenza fisica, e perciò sostanzialmente estranei al mondo d´oltrefrontiera. E poi in quel procedimento analogico era decisiva anche la consapevolezza della portata storica globale della rivoluzione russa come di punto di partenza e di metro di giudizio.

Così per dare l´idea del fascismo come reazione di estrema destra Sandomirskij evocava l´immagine delle centurie nere, un movimento che nella Russia zarista era l´emanazione della cultura politica tradizionalista e quindi decisamente contrario a qualsiasi sperimentazione rivoluzionaria: ˝La prima azione di classe del fascismo – notava l´autore – che smascherò la parentela con le centurie nere, era rappresentata dai famigerati drappelli punitivi dei fascisti che si dirigevano nei borghi e nei villaggi in rivolta˝ (Sandomirskij 1926, 41).

Anche la prima apparizione dello squadrismo facista gli richiamava alla memoria pittoreschi quadri di storia della Russia zarista, nella clamorosa somiglianza esteriore tra i fascisti italiani e i combattenti russi delle centurie nere: ˝Ho visto fisionomie arroganti, sfrontate, arrossite di emozione, in maggioranza imberbi che ricordavano le facce da teppista della nostra, di triste memoria, ˝gioventù accademica˝ che faceva fallire le agitazioni degli studenti e praticava la delazione nei confronti dei propri compagni. Nessuna differenza!˝ (Sandomirskij 1923, 7).

Con queste asserzioni l´autore si mise a concettualizzare l´impostazione, i parametri ed anche la soluzione stessa del problema storiografico della destra nazionalista russa e della sua dimensione particolare rappresentata dal caso di centurie nere. Le quali, da quel momento in poi, venivano denunciate dalla storiografia ufficiale sovietica come movimento di emarginati sociali, conservatore e antirivoluzionario per definizione, abilmente ispirato e pilotato dal fondamentalismo monarchico ortodosso. Con l´avvento della perestrojka e successivamente della postperestrojka quell´immagine storiografica consolidata era coinvolta, come tante altre, nel processo del revisionismo storiografico che in contrapposizione alla tradizione volle sfatare la leggenda, secondo cui le centurie nere sarebbero state l’incarnazione vivente di tutto il male sociale della Russia zarista (Kožinov 2004).

L´insistenza con cui Sandomirskij, al pari di altri analisti sovietici coevi (Magerovskij 1926) stabiliva la presunta parentela tra fasci di combattimento e centurie nere, non era solo una metafora letteraria utile a colorire una narrazione propagandistico divulgativa dell´Italia, ma alla stessa analogia storica ricorreva anche Lenin, sia nei discorsi pubblici che nei documenti riservati degli ultimi anni di vita, dando così al giudizio audace e paradossale un certo sapore di ufficialità. Il vanto della primogenitura nel manipolare l´immagine delle centurie nere (ciò che lui faceva molto spesso in altre e diverse occasioni polemiche), applicandola all´Italia, spettò, dunque, al capo storico del bolscevismo: ˝Forse i fascisti in Italia, per esempio, – ipotizzò al IV Congresso del Comintern qualche settimana dopo la marcia su Roma – ci renderanno grandi servizi mostrando agli italiani che non sono ancora abbastanza istruiti, che il loro paese non è ancora garantito contro i centoneri˝ (Lenin 1971, 409-410). E ancora nel novembre del 1922, in pieno conflitto diplomatico intorno alla missione di Vaclav Vorovskij, in cui italiani e sovietici facevano il braccio di ferro, Lenin così suggeriva la linea di condotta a Čičerin, capo della diplomazia sovietica, imponendogli direttamente la formula polemica per un eventuale dialogo con la controparte italiana alla quale bisognava dire senza mezzitermini: ˝Siete dei selvaggi, dei centoneri peggiori di quelli russi del 1905˝ (Lenin 1971, 452).

Con l´insistito riferimento al fantasma delle centurie nere si attribuiva l´origine del fascismo alla cultura di destra, fors´anche per mettere in oblio il fatto scomodissimo del passato socialista del duce, nel quale non erano rare le analogie biografiche di molti esponenti dell´emigrazione rivoluzionaria russa in Occidente, poi militanti di rilievo dello stesso bolscevismo, i suoi capi storici, dagli stessi Lenin e Kamenev a Balabanoff, per citare i nomi di quelli legati dalle loro vicende biografiche all´Italia. Sembrava una reazione istintiva, ma in realtà voleva prevenire i possibili accostamenti tra fascismo e bolscevismo.

Furono intanto i primi emigrati dalla Russia bolscevica, liberi da censure e autocensure, a denunciare quella scomodissima somiglianza tra i metodi di governo dell´uno e dell´altro (Rusanov 1926; Bicilli 1927; Alakrinskaja 2003). Così Boris Zajcev, autore di scritti entusiasmanti sul Bel Paese, affermò con dolore dopo essere entrato in contatto con l´Italia mussoliniana: ˝Roma ha visto tanto in vita sua. Ora nel suo paesaggio si sono inserite le camicie nere, giovani, sempliciotte, rozze. In patria abbiamo visto i compagni di tutti i colori. Anche quelli sono i compagni, ma a rovescia. Mentre noi abbiamo avuto Il´ič, loro hanno Mussolini˝ (Zajcev 1993, 459).

Alla prova dei fatti l’Italia mussoliniana aveva poco a che fare con il Bel Paese, poetico e romantico, evocato da Zajcev e dai suoi compagni a Mosca negli anni del comunismo di guerra, quando, nel pieno della guerra civile, tra la fame, lo sfacelo e la repressione, il Bel Paese era per gli intellettuali russi appassionati della cultura italiana una grande fonte di sopravvivenza morale, di evasione immaginaria dagli orrori della loro vita quotidiana (Zajcev 1923; Giusti 1956; Komolova 1998). Più cauto, invece, era il discorso sul fascismo in Italia (e sulle sue somiglianze con il bolscevismo), ovviamente influenzato dalla saggistica occidentale e per questo inevitabilmente compilativo: un esempio è in un´altra opera della letteratura di esilio, scritta nel 1928 da Nikolaj Ustrjalov, teorico del nuovo orientamento, esponente dell´ala moderata dell´emigrazione, disposta alla rappacificazione graduale con il bolscevismo (Ustrjalov 1999).

I giudizi degli intellettuali russi ebbero riscontri anche a livello sovietico ufficiale. La neonata propaganda dei ˝compagni˝, pur spregiudicata, doveva rendere conto delle analogie tra i due regimi, bolscevico e fascista, troppo vistose ed eloquenti per poter passarle sotto silenzio: ˝E l´uno e l´altro – riconoscevano gli autori di un opuscolo di propaganda – rappresentano la dittatura e la negazione della democrazia borghese e del liberalismo˝ (Petrovskie 1929, 99). Ma l´ammissione così audace non era destinata che a trasformarsi in una conclusione del tutto opposta, fondata sulla linea di massima della differenza di classe tra il fascismo ed il bolscevismo, indulgenza teorica di qualsiasi analisi intrapresa nell´ambito della riflessione bolscevica ufficiale. Essendo dunque ˝borghese˝ il primo (fascismo) e ˝proletario˝ il secondo (bolscevismo), si poteva tranquillamente constatare che ˝nel corso dell´evoluzione storica non c´è stata una maggiore contrapposizione che tra il fascismo ed il sistema sovietico˝ (Petrovskie 1929, 99).

Tuttavia una differenza di fondo tra la neonata destra italiana e quella russa veniva accreditata da Sandomirskij in pieno clima di russofobia postrivoluzionaria: ˝Sul piano ideologico i fascisti hanno creato assai meno che i seguaci delle nostre centurie nere. Queste ultime sono maturate nei profondissimi abissi del nostro lugubre passato. Il loro erede spirituale era la destra slavofila la quale idealizzava ortodossia, autocrazia, carattere popolare. I capisaldi monarchici, clericalismo, antisemitismo le alimentavano di propri succhi, davano a loro vita durante molti decenni, mettevano in difesa di loro eminenti forze letterarie e talvolta anche filosofiche. I fascisti non hanno niente di simile˝ (Sandomirskij 1923, 11). La triade – ortodossia, autocrazia, carattere popolare – incarnava, com´è ben noto, l´idea centrale della teoria ufficiale redatta da Sergej Uvarov, ministro dell´istruzione pubblica negli anni 1833-1849, all´epoca dello zar Nicola I, e diventava bersaglio di critica classico contro la politica culturale del regime autocratico da parte di parecchie generazioni dei suoi oppositori, dai democratici ottocenteschi ai bolscevichi.

Dunque, la tendenza a leggere il fenomeno dell´estrema destra russa in termini di antisemitismo trovava una spiegazione convincente alla luce delle tre rivoluzioni in Russia (nel 1905, nel febbraio e nell´ottobre del 1917) e di tutta l´opposizione di sinistra largamente intesa che dell´emancipazione del popolo israelitico attraverso la conquista dell’uguaglianza dei diritti fece la parola d´ordine principale. L´accentuazione del tema di antisemitismo russo, proiettato sulla realtà italiana, l´attualità del quale sembra essere stata intuita da Sandomirskij, è interessante anche come una prima anticipazione, pur inconscia, ma giustamente, quasi profeticamente indovinata, delle future politiche razziali di diversi fascismi, soprattutto di quello tedesco.

Il complesso di superiorità russo severamente contestato, ma riconosciuto da Sandomirskij era condizionato dall´attesa dell´imminente rivoluzione mondiale che non lasciava spazi di sviluppo al fenomeno fascista giudicato come effetto momentaneo del dopoguerra e quindi condannato, secondo gli schemi teorici del Comintern, ad un rapido esaurimento e crollo. In tale contesto il fallimento teorico del fascismo italiano di fronte alla destra russa appariva predeterminato: ˝Il fascismo – emetteva la sua sentenza implacabile Sandomirskij – a paragone con il terem [palazzo a torre di architettura russa medievale. – N.d.A.] solidamente costruito e bizzarramente dipinto delle nostre vecchie centurie nere, è un chiosco di fiera fatto rozzamente e in fretta, spalmato di ocra nazionalista e patriottica, appositamente per attrarre i clienti˝ (Sandomirskij 1923, 11).

A conferma dell´ipotesi, secondo cui il fascismo avrebbe avuto i giorni contati, a Sandomirskij servì un´altra analogia storica tra l’Italia e la Russia: ˝Il fascismo in Italia – sottolineava – rappresenta lo stesso groviglio di interessi economici e politici più svariati com´anche la controrivoluzione russa. Come diversi filoni di questa, i quali sono e non possono non essere in guerra tra di loro, quegli interessi si sono uniti soltanto per un certo periodo di tempo di fronte al nemico giurato comune che – l´unica differenza – in Russia ha già riportato la sua vittoria, mentre in Italia si prepara instancabilmente ad essa, malgrado il tragico martirologo di sofferenze toccategli˝ (Sandomirskij 1923, 10).

È proprio il fattore di eterogeneità e quindi la possibilità di un rapido frantumarsi sotto i colpi di qualsiasi, persino minima crisi interna che furono decisivi nel crollo della controrivoluzione russa e che avrebbero predeterminato, secondo i calcoli di un Sandomirskij, uno scenario di sviluppo analogo del fascismo italiano, la cui attendibilità, del resto, era confermata, pur in parte e per un periodo di tempo assai breve, dagli effetti provocati dal caso Matteotti.

Nel segno della bancarotta proverbiale della destra russa erano evocate le figure di avversari accaniti del movimento rivoluzionario in Russia come Sergej Zubatov o Georgij Gapon. Capo della polizia politica di Mosca, il primo promosse nel 1901-1903 la fondazione, sotto lo stretto controllo poliziesco, di organizzazioni operaie filogovernative, dando l´inizio alla prassi nota come zubatovščina. Agente informatore della polizia, il secondo, protagonista della ˝Domenica del Sangue˝, organizzò il corteo degli operai di San Pietroburgo il 9 gennaio 1905 per presentare una petizione allo zar, represso con le fucilate dalle forze dell´ordine. ˝È proprio dalla storia del movimento rivoluzionario russo – scriveva Sandomirskij – che si può ricavare un termine molto più preciso per definire il ruolo dei fascisti nel movimento economico del proletariato italiano delle città e campagne. Quel termine è la zubatovščina. Infatti, mentre nella parte politica del proprio programma il fascismo può essere paragonato a qualsiasi movimento delle centurie nere, il suo programma economico corrisponde completamente alle caratteristiche della zubatovščina. Mussolini, lanciando l’appello ad organizzare i sindacati fascisti come contrappeso a quelli rivoluzionari e cattolico popolari avrà, forse, la stessa sorte che capitò a Zubatov, Gapon ed altri. Come Gapon, corre il rischio di evocare gli spiriti che poi non avrebbe potuto vincere˝ (Sandomirskij 1923, 77).

Dunque, nei discorsi storico memorialistici di Sandomirskij e del suo cerchio di opinion maker sovietici il fascismo venne presentato come incarnazione estrema del male capitalistico borghese, arma di distruzione totale di tutta l´infrastruttura del movimento operaio, delle conquiste storiche della classe operaia, dell´ordinamento democratico. Le manifestazioni di dolore, di solidarietà con i vinti che venivano espresse dagli autori sovietici sono ampie e frequenti, ma intanto lasciano l´impressione di una formalità imposta, da rispettare secondo considerazioni severe e incontestabili di correttezza politica, proprie di esponenti della neonata nomenklatura sovietica. Mentre la priorità di giudizio che si legge chiaramente tra le righe sembra essere ben diversa: il fascismo è creato dal dio per poter costruire l´immagine del nemico o almeno del suo prototipo, cruciale nelle politiche mediatiche sovietiche dei decenni successivi. Il fascismo cioè era il tratto catatteristico che attribuiva a quell´immagine una forza di convinzione indiscutibile agli occhi di un semplice cittadino sovietico già condannato a vivere nel regime di autarchia culturale (e non solo culturale), costretto a soddisfarsi di scarsità di informazioni sugli avvenimenti del mondo esterno, sottoposte alle varie censure e severamente dosate (Golubev 2004). Quell´immagine demoniaca poteva essere arbitrariamente estrapolata su tutta la realtà del mondo occidentale, ascrivendo la presunta parentela con il fascismo, a seconda di circostanze momentanee, a qualsiasi forza politica fino alla stessa socialdemocrazia che nel prossimo futuro avrebbe ottenuto una denominazione spregiativa di socialfascismo.

Il fascismo, inoltre, rafforzava la società sovietica nei suoi pregiudizi xenofobici, consentendo all´élite al potere di instaurare e di mantenere il regime di chiusura autarchica, creando una vera e propria immunità contro un´eventuale influenza straniera, rovinando qualsiasi capacità ricettiva o almeno impedendola notevolmente nei confronti delle esperienze di sviluppo delle società occidentali. Inoltre, l´accostamento del fascismo italiano al nazionalismo russo di centurie nere, miscela fulminante di due mali sociali, avrebbe dovuto, a quanto pare, nel disegno dei suoi ideatori avere un fortissimo effetto propagandistico: premunire cioè da qualsiasi tentazione di pensare o tanto meno promuovere qualche progetto di restaurazione in Russia del vecchio ordinamento prerivoluzionario, facendone opportunamente ricordare tutti gli orrori e i rischi compresi quelli insiti nel nazionalismo.

L´equazione ˝nazionalismo/centurie nere – fascismo italiano – bolscevismo sovietico˝ che emergeva dalle realtà dei due paesi, avendo origini e interpretazioni diverse e spesso contraddittorie, sembra essere significativa come testimonianza dello stato d´animo della vecchia guardia bolscevica all´indomani della conquista del potere. O almeno della sua parte con le esperienze dell´emigrazione nel periodo prerivoluzionario alle spalle, inserita nella prima nomenklatura sovietica addetta a diversi rapporti con il mondo d´oltrefrontiera (Kolomiez 2007).

Per quei vecchi emigrati, già nel periodo prerivoluzionario, i paesi dell´Europa occidentale e particolarmente l´Italia servivano da luogo di rifugio e di evasione non solo dalle persecuzioni poliziesche del regime autocratico, ma anche dalla rattristante realtà russa con cui avevano poco a che fare o comunque i legami debolissimi, con tutto l´ordinamento di sua vita, autoritario e prepotente, con prospettive di cambiamenti rivoluzionari, dal punto di vista degli stessi rivoluzionari di professione, molto vaghi e assai poco probabili. Il mondo occidentale venne pensato negli stessi termini – di eventuale luogo di rifugio e di evasione – anche all´indomani della rivoluzione: per gli esponenti della nomenklatura, anche di carriere brillanti e vertiginose, di posizioni di rilievo ottenute nella gerarchia bolscevica, l´idea di viaggio di sola andata non era certo estranea e almeno in una centinaia di casi era realizzata. Alla terza emigrazione dopo quelle due – prerivoluzionaria e controrivoluzionaria – loro furono costretti dall´instabilità economica e politica della nuova Russia che, vivendo le sperimentazioni sociali del bolscevismo come lo stesso comunismo di guerra, diventava sempre più invivibile. A destabilizzare ancora di più la situazione russa contribuivano anche le lotte di potere per l´eredità dei capi storici del bolscevismo, di Lenin prima e di Trotskij poi (Kolomiez 2014).

La prospettiva di una nuova emigrazione si esauriva, diventando, in effetti, improbabile, per quei ˝compagni della nomenklatura˝ con la scoperta dello stesso fascismo italiano che rivelava il suo potenziale di eversione pari a quello di centurie nere od anche del bolscevismo radicale. L´innegabile parentela di quei movimenti che si erano messi a pilotare la protesta delle masse emarginate non era mai esposta chiaramente, ma la sua presenza, almeno in testi di circolazione privata, è riscontrabile, per esempio, in uno scritto di Vaclav Vorovskij, rivoluzionario di professione e successivamente diplomatico, incaricato di una missione importante in Italia nei primi anni ´20.

˝Bisognerebbe essere – scrisse il diplomatico – un ottuso forestiere della razza anglogermanica per frugare nei ruderi senza accorgersi del formarsi qui, durante la guerra, di uno strato archeologico nuovo rappresentato dall´Italia libera, poetica e di vasta cultura dell´età del Risorgimento che viveva di nobili ideali ed emanava grandi sentimenti umani. Ora tutto è finito. Le bande di gioventù inselvatichita, corrotta dalla guerra, che non vuol saper più di lavoro, girano città e campagne dell´Italia, appoggiate dai carabinieri e polizia, seminando il panico, riducendo in cenere Camere del Lavoro e abitazioni private dei dirigenti del movimento operaio, picchiando, ferendo e persino uccidendo impunemente socialisti, comunisti e persone semplicemente viste di mal occhio, e dietro di loro, pilotandole, sono banchieri ed industriali, agrari, bottegai i quali vogliono così distruggere il movimento cooperativo, intimidire operai e contadini. Uno spettacolo attraente, un vero e proprio medioevo descritto dal Manzoni, manca soltanto la peste˝ (Vorovskij 1959, 210).

Così Vorovskij, in una lettera privata del giugno 1921, mobilitando il suo talento di giornalista, da anni militante nella stampa bolscevica, descrive con un´innegabile maestria letteraria la situazione italiana. L´immagine oleografica dell´Italia risorgimentale, inesauribile fonte di ispirazione dei rivoluzionari russi, viene identificata, in realtà, eterodossamente e con molta disinvoltura dovuta al genere epistolare dello scritto, con tutto il sessantennio liberale il cui valore è così implicitamente legittimato. L´apocalissi fascista che domina il paese, tema prediletto di tutta la pubblicistica di propaganda sull´Italia, è vista attraverso il protagonismo delle forze sociali motrici dell´eversione rappresentate dalle masse di diseredati – ˝una banda di elemento declassato che si appoggia sul sistema di terrore˝ (Magerovskij 1926, 4) – normalmente deificati dalla tradizione marxista, ma qui decisamente scomunicati, in quanto appartenenti alla parte avversaria.

Il fascismo italiano che emerge dalle note epistolari di Vorovskij fecero ricordare a lui stesso ed ai suoi destinatari lo stato di quel caos rivoluzionario in cui recentemente rimaneva sommersa la stessa Russia, senza poter ancora superarlo e da quel confronto tra le due realtà, tra la Russia e l´Italia, nasceva la prima profondissima crisi esistenziale dei rivoluzionari di prim´ora, dei vincitori appena giunti al potere.

Biografia

Laurea in Scienze storiche a Mosca, indirizzo storico, postlaurea in Scienze storiche all´Akademija nauk SSSR di Mosca. Dal 1976 al 2013 fece parte dell´Akademija nauk SSSR/Rossijskaja akademija nauk. Borsista del Consiglio Nazionale delle Ricerche nel 1991-1993. Attualmente svolge l´attività di ricerca al Federal´nyj naučno-issledovatel’skij sociologičeskij centr Rossijskoj akademii nauk del Federal´noe agentstvo naučnych organizacij. Autore di monografie, saggi in collettanei e riviste, curatele, recensioni sulla storia italiana, moderna e contemporanea, con particolare riguardo ai temi di cultura storiografica, di mentalità e di immaginari collettivi, pubblicati in Russia, in Italia, in Svizzera e in Ungheria. Interventi a convegni, tavole rotonde, contributi a quotidiani e periodici, presentazioni di volumi. 

Lo scrivente è membro dell´Associazione Internazionale della Storia delle Alpi, dell´International Board of the Yearbook of International Labour Movement. Fra gli ideatori-fondatori del Centr issledovanij političeskoj kul´tury Rossii. Collaborazioni nazionali e internazionali ai progetti di ricerca del Rossijskij gumanitarnyj naučnyj fond, della Fondazione Giacomo Brodolini, dell´Università di Modena e Reggio Emilia e dell´Istituto storico di Modena.

Fra le opere recenti II Bel Paese visto da lontano… L´immagine dell´Italia in Russia dalla fine Ottocento ai giorni nostri (Manduria-Bari-Roma 2007); Političeskij obraz sovremennoj Italii. Vzgljad iz Rossii (Moskva 2013); Between historiography and mass culture: differing dimensions of labour history in the contemporary Russia (in ˝A nemzetközi munkásmozgalom történetéből. Évkönyv 2015˝).

Biography

Degree in Historical Sciences in Moscow, History, post-graduate in the History at the Akademija nauk SSSR, Moscow. From 1976 to 2013 he was at the Akademija nauk SSSR/Rossijskaja akademija nauk. Fellow of the National Research Council in 1991-1993. Currently he engages in the research at the Federal Center of Theoretical and Applied Sociology of the Russian Academy of Sciences of the Federal´noe agentstvo naučnych organizacij. Author of monographs, essays in anthologies and magazines, reviews on Italian history, modern and contemporary, with a particular focus of historiographical culture, mentality and collective imagination, published in Russia, Italy, Switzerland and Hungary. Speeches at conferences, round tables, contributions to newspapers and magazines, book presentations.

The writer is a member of the International Association of the History of the Alps, of the International Board of the Yearbook of International Labour Movement. Among the creators-founders of Centr issledovanij političeskoj kul´tury Rossii. National and international cooperation in research projects of the Rossijskij gumanitarnyj naučnyj fond, of the Giacomo Brodolini Foundation, of the University of Modena and Reggio Emilia and the Historical Institute of Modena.

Among recent works II Bel Paese visto da lontano… L´immagine dell´Italia in Russia dalla fine Ottocento ai giorni nostri (Manduria-Bari-Roma 2007); Političeskij obraz sovremennoj Italii. Vzgljad iz Rossii (Moscow 2013); Between historiography and mass culture: differing dimensions of labour history in the contemporary Russia (in ˝A nemzetközi munkásmozgalom történetéből. Évkönyv 2015˝).

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