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Posted in Numero 32 - Giugno 2013, Numero 32 - Percorsi, Numero 32 - Rubriche, Percorsi

La difficile gestione della dorsale appenninica  in età contemporanea: il caso bolognese

La difficile gestione della dorsale appenninica in età contemporanea: il caso bolognese

di Alberto Malfitano

Relazione presentata al seminario di studi La gestione dei beni culturali nel mosaico delle autonomie locali, Siena, 12 dicembre 2013.

In età contemporanea la montagna italiana è andata incontro a sostanziosi mutamenti, legati al cambiamento del rapporto tra uomo e ambiente, ancora non compiutamente studiati. Per esempio, dal punto di vista demografico, si è assistito a una parabola che, da un picco di presenze nel XIX secolo ha condotto a un vero e proprio svuotamento nei decenni seguenti, fino ad arrivare a un assetto, quello odierno, che vede ampie zone, specie lungo la dorsale appenninica con una presenza umana decisamente scarsa. È un assetto tutto sommato recente. Nell’Ottocento secolo, il peso antropico su questa vasta zona del territorio nazionale era tanto forte da comportare conseguenza importanti, a partire dal disboscamento di terreni fino a quel momento coperti da selve secolari per la loro messa a coltura. Pur trattandosi di un’azione miope, che avrebbe indebolito la tenuta dei versanti senza che la popolazione ne potesse trarne grandi giovamenti, data la scarsa resa per ettaro rispetto alle più fertili aree di pianura, era un fenomeno cui era difficile porre un freno. La miseria infatti attanagliava una società che, specie nelle zone dalle altitudini più elevate, era composta da una miriade di piccoli e piccolissimi proprietari. Il guadagno immediato che si poteva trarre dalla vendita del legname e l’idea di poter coltivare un pezzo di terra in più, erano stimoli troppo potenti per chi viveva appena al di sopra della soglia di sussistenza.

Tuttavia, il disboscamento accelerato che investì la montagna italiana non è attribuibile solo alle accresciute esigenze di una popolazione che non trovava risorse sufficienti al proprio sostentamento: alcune zone dell’Appennino, così come delle Alpi, furono coinvolte in attività economiche che nelle selve montane trovarono la risorsa perfetta per alimentare la nascente industria delle costruzioni ferroviarie, quella crescente dell’edilizia urbana, e quella delle ferriere sorte in numerose valli e spesso alimentate dal legname dei boschi circostanti. Erano forme diverse di uno sviluppo economico i cui costi ricadevano sul territorio montano e collinare italiano, privandolo di una protezione nei confronti del dissesto idrogeologico.

Attorno alla metà del XIX secolo la situazione andò peggiorando: frane e alluvioni cominciarono a susseguirsi e intensificarsi, allarmando le classi proprietarie che, in pianura, stavano investendo nella realizzazione di colture agrarie nuove e redditizie. Le inondazioni causate dalle piogge che le montagne, spogliate dai tagli, non riuscivano più a trattenere, mettevano a rischio i capitali investiti e determinarono la nascita di un dibattito sulla condizione della montagna che – almeno nel caso del versante emiliano romagnolo dell’Appennino, qui preso in considerazione – andò avanti per decenni.

Fu all’interno della Società agraria di Bologna, fondata per volere di Napoleone Bonaparte a inizio secolo e ‘salotto buono’ della città, che si avviò una discussione tra i notabili felsinei per trovare una soluzione al problema della gestione del territorio appenninico. La questione rientrava nella generale prospettiva progresso e modernità che si volevano intraprendere, sull’esempio delle più progredite nazioni europee. Agli occhi dei possidenti terrieri della pianura, l’Appennino, che costituisce circa la metà del territorio bolognese, appariva una zavorra che rischiava di mettere a rischio le proprie terre, perché abitato da una popolazione tanto abbondante quanto “zotica”, che estirpava i boschi senza rendersi conto del danno che infliggeva all’intero territorio. Il motivo di un tale interesse è facile da intuire: le piogge, non più rallentate sui monti dalla presenza boschi, scendevano verso la piana troppo velocemente, e rischiavano di rendere vani i capitali che gli agrari bolognesi avevano investito per aumentare produzione e redditività.

Foto 1. Degrado del bosco ceduo nell’Alto Appennino bolognese, primi del Novecento. Fonte: Archivio fotografico Pro Montibus et Sylvis, Bologna.

Le proposte presentate da agrari e tecnici per porre rimedio a questo male furono tra le più varie, alcuni suggerirono di piantare più acacie per rinsaldare i terreni, altri continuarono a sperare di poter trasportare anche in collina coltivazioni idonee alla piana, ma nessuno individuò la radice del problema: la miserabile condizione sociale dei montanari, cresciuti di numero e con scarsi mezzi di sussistenza, costretti all’emigrazione stagionale e a mettere a coltura anche terreni in pendenza o in generale non idonei alla coltivazione. Mancava la coscienza, nei rappresentanti delle élites urbane, di una questione sociale sempre più urgente, che diveniva evidente solo quando i montanari, stremati dalla povertà, emigravano in città, dove spesso accrescevano le schiere dei mendicanti.

Solo negli anni successivi all’unificazione nazionale si fecero sentire le prime voci fuori dal coro, che tentarono di approfondire le radici del problema. A Bologna, fu un esponente di quella stessa classe dirigente che avevano guidato il processo unitario, il marchese Luigi Tanari, a guardare alla questione montana in un modo differente. Senatore del Regno e presidente della Società agraria dal 1883, Tanari era uno dei maggiori conoscitori della condizione delle campagne in regione, poiché aveva coordinato l’inchiesta Jacini per le provincie di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna. Si era quindi potuto rendere conto di persona di quanto i giudizi sui montanari fossero frutto di una vasta ignoranza sul reale assetto sociale ed economico delle società appenniniche. Espresse quindi le proprie perplessità in un opuscolo che, per la prima volta, offriva una visuale diversa per osservare la questione montana, insistendo sulle cause sociali che causavano il disboscamento: la miseria più estrema delle popolazioni. Non erano quindi i montanari da biasimare, ma casomai gli speculatori, interessati al legname senza avere cura delle conseguenze del taglio indiscriminato sulla tenuta idrogeologica dei pendii.

D’altronde, il dibattito nazionale sulla salute dei monti italiani era già in atto e aveva portato, pochi anni prima, all’approvazione della legge 3917 del 1877, che aveva stabilito un limite drastico al disboscamento sotto una certa quota (la linea del castagno), e lo aveva completamente liberalizzato al di sopra. Era un provvedimento che non teneva conto della frammentarietà delle condizioni ambientali da zona a zona della Penisola, che non affrontava le radici sociali del taglio dei boschi ma solo quello forestale, e che sarebbe andata incontro a innumerevoli critiche, iniziate già pochi anni dopo la sua approvazione.

Foto 2. Famiglia contadina sulle colline romagnole, primi del Novecento. Fonte: Archivio Consorzio di Bonifica della Romagna Occidentale – sede di Faenza.

 Solo all’inizio del nuovo secolo si aprì una nuova fase, in cui fece capolino l’idea che alla radice dei mali montani vi fosse un eccesso di popolazione rispetto alle capacità del territorio di sostenerla. Ad alimentarla ero il rinnovato timore di un’emigrazione di massa dei montanari poveri verso i centri urbani, facile preda, negli incubi delle classi dirigenti liberali, del Partito socialista, già forte in molte zone della Pianura padana e dell’Emilia-Romagna in particolare. Ma, nel rinnovato interesse con cui si guardava ai monti, vi era una novità che toccava tutta le élites urbane della Penisola: l’attenzione al cosiddetto “volto amato della patria”, il paesaggio della nazione che la modernità avanzante, o l’alterazione di antichi equilibri tra uomo e ambiente mettevano in pericolo, allarmando i ceti borghesi e aristocratici più sensibili. Ne è un esempio la nascita della “Pro montibus”, un sodalizio sorto a Torino nel 1898 e che aveva tra i suoi scopi quelli di proteggere i monti, rilanciandone le economie e rimboschendo i versanti. L’anno dopo una sezione fu costituita anche a Bologna, e fu tra le più attive d’Italia, dandosi immediatamente a un’opera pedagogica nei confronti dei montanari e specialmente delle nuove generazioni, puntando alla tutela delle selve superstiti e alla messa a dimora di nuovi boschi. La “Pro montibus” bolognese, che contava al suo interno alcuni esponenti della classe dirigente liberale della città, cui ben preso si unirono esponenti in vista del locale ateneo, trovò sostegno nella locale Cassa di risparmio, che cominciò a sovvenzionarla, e nell’opera di Luigi Rava, deputato del collegio appenninico di Vergato, più volte ministro in età giolittiana, profondo conoscitore dei temi legati alla gestione del territorio e promotore delle prime leggi di tutela del territorio e del paesaggio in Italia. Tra i principali risultati raggiunti dalla “Pro montibus et sylvis” (questo il nome completo del sodalizio bolognese), va annoverato il convegno nazionale organizzato nel 1909 e dedicato alla conservazione dei boschi italiani. A presiederlo fu chiamato Luigi Luzzatti, esponente di primo piano della politica nazionale, già espressosi contro lo scempio dei boschi italiani.

Tra i protagonisti delle giornate bolognesi emerse Arrigo Serpieri, agronomo, docente universitario, avverso al liberalismo puro che aveva ispirato la legge 3917 del 1877. Al contrario, Serpieri invocò un deciso intervento statale, sia a tutela delle selve superstiti, sia a sostegno delle popolazioni montane, che non potevano più essere demonizzate e trattate come rozze e insensibili solo perché tagliavano alberi per cercare altra terra con cui sostentarsi. Quella di Serpieri fu una delle tante voci che parlarono al congresso, e che spesso si trovarono in disaccordo tra loro, a testimonianza della difficoltà nel trovare punti di vista condivisi e di andare oltre la mera questione forestale, per approdare a una visione sociale dei problemi dei monti italiani.

Con l’intervento di Serpieri si faceva faticosamente strada l’idea, già di Tanari, che fosse necessario occuparsi delle popolazioni che abitavano i monti per risolvere veramente il problema del taglio dei boschi. Solo migliorandone le condizioni sarebbe stato insomma possibile evitare un taglio che alle classi colte delle città di pianura sembrava un inutile scempio, ma che rispondeva in buona parte a necessità di sopravvivenza. Emergeva l’idea della “bonifica integrale”, che Serpieri avrebbe tentato di attuare in età fascista, quando venne chiamato da Mussolini a elaborare le linee di intervento dello Stato in questo settore. Per il momento, alle istituzioni veniva chiesto di accollarsi l’incarico di invertire la linea liberista predominante nei decenni precedenti, e di far sentire il proprio peso, come già avveniva in tanti altri settori della vita nazionale, anche nella gestione delle aree montuose e collinari italiane. In tal senso andava il principale risultato politico del convegno bolognese: l’approvazione di un disegno di legge per la creazione di un ampio demanio gestito dallo Stato, nel 1910.

Scoppiata la Grande guerra, il processo di tutela delle selve non solo si bloccò, ma fece un rilevante passo indietro, subordinato com’era agli impellenti e prioritari bisogni delle forze armate. Nel dopoguerra, l’aspetto più rilevante fu la nomina di Serpieri nel governo presieduto da Benito Mussolini, allo scopo di mettere in atto gli strumenti legislativi necessari per dar vita alla bonifica integrale. Già nel 1923 e 1924 si ebbero i primi provvedimenti, che ponevano le basi per un riassetto globale del territorio e un deciso protagonismo dello Stato.

Fu però una breve illusione: Serpieri venne presto congedato e richiamato solo una decina di anni dopo, quando varò la legge per la bonifica integrale del 1933, con cui la bonifica ricevette un nuovo slancio. Nel campo montano e collinare il regime però non raggiunse risultati consistenti, come accadde invece nell’Agro pontino o in altre aree paludose. Al regime interessava soprattutto che i monti nazionali continuassero a fornire risorse. Non più o non solo legname, ma soprattutto quella che da inizio secolo era una risorsa strategica, l’energia elettrica fornita dai tanti sbarramenti sorti lungo l’arco alpino e più sporadicamente, in Appennino. La presenza nei governi fascisti degli anni Venti di esponenti di primo piano dell’industria elettrica, come Giuseppe Volpi e Giuseppe Belluzzo ne è una conferma importante, come lo era l’azione di propaganda svolta dalla rivista Il Bosco, edita a Milano e diretta dal fratello del duce, Arnaldo Mussolini, presidente del Comitato forestale nazionale, che ribadiva spesso l’importanza del rimboschimento dei pendii montani per la difesa dei bacini idroelettrici dall’interramento. Era evidente quanto la lente “forestale” prevalesse ancora su quella sociale, e come i risultati economici fossero maggiormente considerati rispetto alle condizioni di vita della popolazione. D’altronde, anche la celebrata “battaglia del grano” promossa dal regime risultava contraddittoria, perché tendeva a mettere a coltura – specie sull’Appennino – anche pendii del tutto inadatti alla cerealicoltura, aggravando i già noti problemi di stabilità dei versanti.

Foto 3. Appennino tosco-romagnolo, epoca fascista. Fonte: Archivio Consorzio di Bonifica della Romagna Occidentale – sede di Faenza.

Foto 3. Appennino tosco-romagnolo, epoca fascista. Fonte: Archivio Consorzio di Bonifica della Romagna Occidentale – sede di Faenza.

Non può quindi essere considerato un caso che, proprio durante gli anni Trenta, nonostante le leggi emanate contro l’urbanizzazione, si verificasse sull’Appennino bolognese il primo vero esodo verso i principali centri urbani. Erano le popolazioni montane in fuga dalla miseria, nonostante la propaganda di regime esaltasse i “rurali” attaccati alla terra e, in particolare, quelli dei monti. Le poche occasioni disponibili per rompere la cappa di assuefazione imposta dal regime mostravano una realtà lontana da quella ufficiale. Il convegno tenutosi a Bologna nel 1935, e dedicato ai temi dell’Appennino, invece di celebrare la politica di infrastrutturazione delle valli portata avanti dal regime, divenne il palcoscenico di una serie di critiche nei confronti della politica del regime, avanzate da quegli stessi montanari che la stampa glorificava, con grave scorno del locale console della Milizia forestale.

La Seconda guerra mondiale aggravò la condizione dell’Appennino settentrionale, attraversato dalla Linea gotica predisposta dai tedeschi: le devastazioni, i lutti, il permanere del fronte durante l’ultimo anno di guerra, le rappresaglie naziste contro la popolazione causarono profonde ferite al territorio e alla sua popolazione. Una volta tornata la libertà, l’emigrazione si fece inarrestabile e tumultuosa, svuotando in pochi anni i comuni collinari e montani di buona parte della propria popolazione, che partiva alla ricerca di occupazione e di una vita meno grama di quella che la montagna poteva offrire.

Foto 4. Cantiere stradale sull’Appennino tosco-romagnolo, anni Cinquanta del XX secolo. Fonte: Archivio Consorzio di Bonifica della Romagna Occidentale – sede di Faenza.

Foto 4. Cantiere stradale sull’Appennino tosco-romagnolo, anni Cinquanta del XX secolo. Fonte: Archivio Consorzio di Bonifica della Romagna Occidentale – sede di Faenza.

Nei confronti di coloro che rimasero, l’Italia repubblicana varò in un primo momento leggi di stampo assistenzialistico, come i cantieri di rimboschimento e quelli stradali varati con la legge 264 del 29 aprile 1949, che vennero incontro ai bisogni occupazionali immediati. Oltrepassò questa visione la legge 991 del 25 luglio 1952, con cui si tentò di completare l’impalcatura legislativa vigente, colmandone le lacune e cercando di rendere realmente efficace l’azione statale nel campo montano. Tra i relatori vi fu il senatore emiliano Giuseppe Medici, che promosse un nuovo congresso bolognese, nel 1956, per valutare l’impatto del nuovo provvedimento sull’Appennino regionale. Lo scopo principale della legge del 1952, a suo dire, era quello di portare ad effettivo compimento quella bonifica integrale che il fascismo aveva solamente proclamato ma che non aveva veramente realizzato. Tuttavia, emergeva anche l’opinione che l’esodo in atto in quegli anni non fosse un male, ma risultasse utile sia per alleggerire la pressione antropica sui monti, ritenuta ancora eccessiva, sia fornire manodopera abbondante e a basso costo per lo sviluppo economico di aree che sembravano maggiormente vocate a questo obiettivo rispetto a quelle appenniniche, come quelle urbane e quella turistica costiera. Agli enti dello Stato, i Consorzi di bonifica e il Corpo forestale, spettava poi il compito di mettere in sicurezza i fragili territori montani, con il rimboschimento e un generale consolidamento dei pendii, attraverso un’opera costante e minuziosa di centinaia di interventi, per evitare che frane e alluvioni devastassero definitivamente il territorio.

Il decennio seguente, che vide il Paese intraprendere la via di uno sviluppo rapido quanto caotico, confermò solo in parte le previsioni di un ordinato progresso anche per un Appennino liberatosi del surplus di popolazione e dedito a una ordinata economia, che si voleva prettamente agricola nelle sue fasce altitudinali più modeste e dedita all’allevamento alle quote più elevate, come auspicato nel 1956.

In un successivo convegno, organizzato sempre a Bologna nel 1967, i dieci anni trascorsi furono analizzati sotto diversi punti di vista. Se la montagna emiliano-romagnola aveva dimostrato di non essere estranea a fenomeni di sviluppo economico, rispetto alla pianura era ulteriormente aumentato la capacità di offrire occasioni di posti di lavoro, di svago, e in generale di benessere alla popolazione, e l’esodo aveva assunto aspetti travolgenti che avevano spopolato intere vallate. L’attrazione della città e di lavori meno usuranti, con uno stipendio sicuro, come quelli in fabbrica o nel settore dei servizi, si era dimostrata troppo forte per i giovani montanari rispetto alla prospettiva di ereditare dai padri una vita che avrebbe continuato a essere avara di soddisfazioni, economiche e non solo. L’alluvione disastrosa dell’anno precedente aveva dimostrato quanto la cura dell’Appennino fosse indispensabile per garantire la sicurezza delle città di pianura e dovesse essere accresciuta, mentre l’ipotesi di uno sviluppo basato sul modello del turismo di massa, come accadeva per la riviera romagnola, non era facilmente adattabile alle vallate appenniniche, se non per aree circoscritte, quelle dove era possibile impiantare comprensori sciistici in grado di intercettare i desideri di svago di un ceto medio urbano in grande espansione e con maggiori disponibilità economiche. La strada dell’industrializzazione, scartata dalla legge del 1952, aveva dimostrato invece di essere percorribile, almeno per piccoli poli produttivi, sufficienti però a trattenere alcuni giovani offrendo loro una opzione lavorativa paragonabile a ciò che avrebbero trovato in pianura. A ciò si agganciava il tema, fondamentale per tutte le vallate, di una viabilità moderna; della possibilità, in altri termini, in un’epoca di diffusione dell’automobile come mezzo di consumo di massa, di raggiungere velocemente i centri produttivi posti allo sbocco delle vallate, sulla via Emilia, senza rinunciare a vivere in Appennino, o almeno nella fascia collinare più vicina alla pianura. Nel complesso, dal nuovo incontro emergeva un quadro contraddittorio, che mescolava luci e ombre e che dava conto di un cambiamento talmente vasto da lasciare interdetti molti osservatori.

Foto 5. Borgo dell’Appennino bolognese, anni Sessanta del XX secolo. Fonte: Archivio fotografico Consorzio della Bonifica Renana, Bologna.

Foto 5. Borgo dell’Appennino bolognese, anni Sessanta del XX secolo. Fonte: Archivio fotografico Consorzio della Bonifica Renana, Bologna.

D’altro canto, l’emigrazione aveva svuotato le vallate della regione di molti abitanti, aprendo un orizzonte inedito in cui si muovevano nuovi soggetti istituzionali, come l’ente regione, creato nel 1970, e le comunità montane, con nuovi equilibri demografici e sociali, con minore popolazione e generalmente invecchiata, ma anche con mentalità che sembravano suggerire inedite strade da percorrere, come quella ambientalista, che nel corso degli anni avrebbe giovato all’incremento delle aree protette. A loro volta, queste ultime avrebbero dovuto giocare il doppio ruolo di grande parco a disposizione di popolazioni urbane sempre più desiderose di “naturalità”, reale o presunta che fosse, e di volano per uno sviluppo turistico sostenibile a vantaggio di chi era rimasto a vivere sulle “terre alte”, sfidando la voglia dei giovani del luogo di cercare altrove migliori opportunità di vita.

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