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Posted in Laboratorio, Numero 27 - Laboratorio, Numero 27 - Novembre 2011, Numero 27 - Rubriche

La mucca e il presidente: ovvero le prime rivolte contro la politica agricola comune (1971)

La mucca e il presidente: ovvero le prime rivolte contro la politica agricola comune (1971)

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di Carlo Frediani

I primi passi della Politica agricola comune (Pac)

Nella storia diplomatica europea il Trattato Cee, firmato (insieme al Trattato Euratom) il 25 marzo 1957 a Roma, in Campidoglio, è considerato un importante e non scontato successo dei negoziatori francesi. Parigi in effetti, negli anni immediatamente precedenti, aveva conosciuto in campo europeo ed internazionale un doppio insuccesso. Nel 1954 l’Assemblea nazionale aveva affondato, non ratificandolo, il Trattato Ced (Comunità europea di difesa) annichilendo così ogni speranza di costruire un’Europa politica, nell’illusione, accarezzata da molti politici francesi, di poter far svolgere un ruolo di primo piano al loro Paese nel contesto planetario; questa bocciatura aveva suscitato un forte malessere nei cinque parters della Francia che con questo Paese avevano fondato nel 1952 la Ceca, proprio sotto l’impulso della Francia. Nell’autunno 1956 le velleità francesi di agire da protagonista sullo scacchiere internazionale erano naufragate nella miserevole fine della spedizione di Suez condotta insieme al Regno Unito, mentre la rivolta ungherese veniva schiacciata dai blindati sovietici ed i Paesi occidentali osservavano impotenti il massacro. Ridimensionata drasticamente nelle sue aspirazioni di potenza mondiale, con un impegno militare crescente volto a cercar di domare quella che ormai appariva essere l’insurrezione algerina, dopo aver perduto nel 1954 l’Indocina, la Francia dovette concentrarsi nuovamente sullo scacchiere europeo dove contava di esercitare l’influenza che il suo statuto di “grande potenza vincitrice della seconda guerra mondiale” le attribuiva. I negoziati per i Trattati Cee ed Euratom in corso le offrirono questa opportunità. Ed i diplomatici francesi si mossero con determinazione ed abilità ottenendo per il loro Paese condizioni estremamente favorevoli, premessa per la realizzazione di un disegno che, nelle intenzioni di Parigi, vedeva la Francia come primus inter pares tra i sei Stati che avrebbero dato luogo alla Comunità Economica Europea ed all’Euratom.

Così in ambito Cee, Parigi ottenne l’inserimento di un lungo periodo transitorio per lo smantellamento degli ostacoli agli scambi di prodotti industriali onde permettere all’industria francese di modernizzarsi ed affrontare in tali migliorate condizioni la concorrenza tedesca. Ma i negoziatori francesi ottennero anche di includere i prodotti agricoli nel futuro mercato comune, stabilendo così un legame indissolubile tra industria ed agricoltura in una sorta di patto non scritto, ma chiaro: la garanzia di un vasto mercato per i prodotti agricoli francesi in cambio di ampi sbocchi per i prodotti industriali tedeschi. Apparve subito evidente agli altri partners europei che le esigenze francesi in campo agricolo non erano di fatto negoziabili (tranne che su elementi secondari); senza l’inclusione dell’agricoltura il Trattato non avrebbe visto la luce.

Una volta raggiunto l’accordo fu chiaro che l’attuazione del mercato comune agricolo non avrebbe potuto realizzarsi unicamente attraverso la soppressione degli ostacoli alla libera circolazione dei prodotti ed in virtù di norme comuni relative alla concorrenza, analogamente a quanto previsto nei settori dell’industria, dell’artigianato e dei servizi. Così l’articolo 38 del Trattato Cee affermava che il funzionamento e lo sviluppo del mercato comune agricolo doveva poggiare su di una vera e propria politica agricola comune. Gli obiettivi consistevano nell’aumento della produttività attraverso il progresso tecnico e lo sviluppo razionale della produzione; nel raggiungimento di un equo livello di vita per gli agricoltori; nella garanzia per i consumatori di poter contare su di un rifornimento costante e regolare delle derrate alimentari a prezzi accessibili. Questi obiettivi riposano su tre principi: la libera circolazione dei prodotti agricoli nel mercato comune; la preferenza comunitaria; la solidarietà finanziaria, nel senso che tutti gli Stati membri della Comunità hanno l’obbligo di condividere i costi generati dalla Politica agricola comune (Pac).

Che la Pac dovesse essere sovvenzionata fu evidente sin dall’inizio dei negoziati. In effetti non vi era nessuno tra i Paesi che avrebbero dato luogo alla Cee che non aiutasse il proprio settore agricolo ed i propri agricoltori.

Nel luglio 1958, pochi mesi dopo l’entrata in vigore del Trattato Cee, Sicco Mansholt, vice-presidente della Commissione europea e responsabile per la Pac, convocò a Stresa una conferenza che riunì alti funzionari dei ministeri dell’Agricoltura (e, beninteso, dei ministeri degli Affari Esteri) dei sei Stati membri, responsabili dei servizi della Commissione e rappresentanti delle organizzazioni agricole nazionali al fine di decidere i mezzi e le modalità volti a raggiungere gli obiettivi contenuti nel Trattato. I lavori della conferenza indicarono chiaramente che i sussidi all’agricoltura avrebbero dovuto essere erogati (piuttosto che attraverso interventi diretti sul reddito degli agricoltori) tramite un sistema di prezzi garantiti mediante l’aiuto di organizzazioni di mercato (o “regimi”) a seconda dei diversi prodotti. Il primo di tali “regimi” divenne operante nel 1962, mentre molti altri seguirono durante i quattro anni successivi.

In questa prima fase della Pac gli sforzi della Commissione si concentrarono soprattutto nel tentativo di coordinare le politiche agricole nazionali. Nel 1970 il costo della Pac rappresentava l’87% del bilancio comunitario.

Questi primi passi della Pac diedero adito a risultati contradditori. Con il nuovo strumento gli agricoltori beneficiavano di aiuti che garantivano loro prezzi più elevati di quelli del mercato internazionale. Per le aziende agricole meglio gestite e strutturate fu relativamente agevole investire per accrescere dimensioni e produttività migliorando tecnologia e tecniche di gestione. Ma sin dall’inizio fu palese che i meccanismi della Pac non potevano impedire “che si approfondissero le sperequazioni esistenti fra regioni agricole sviluppate e regioni agricole relativamente sottosviluppate e il divario fra le aziende agricole a conduzione capitalistica e le piccole e medie proprietà […]. Una politica agricola fondata essenzialmente sulla manovra dei prezzi è chiamata a mediare fra gli interessi dei consumatori e quelli dei produttori che in questa condizione risultano antitetici […]”1.

 Mentre una mediazione di questi interessi “all’interno di uno stato pone problemi risolubili, a livello della Comunità europea essa genera una contrapposizione fra i paesi esportatori netti e importatori netti di prodotti agricoli […]. Il fatto è che la fissazione di un prezzo unico valido per tutta l’area comunitaria costituiva l’unico strumento per far nascere un mercato comune agricolo, stante la struttura confederale dell’Europa, perché questa primitiva forma di programmazione è l’unica compatibile con il mantenimento della sovranità da parte degli Stati membri. L’alternativa a tutto ciò è la realizzazione di una coerente programmazione europea, decisa democraticamente da un potere europeo responsabile di fronte agli elettori europei”.

La relativamente rapida attuazione della Pac, nonostante i durissimi ed estenuanti negoziati tra esperti nazionali e Commissione (la cosiddetta”maratona agricola”) fu in buona parte dovuta all’inconsueta alleanza tra la Commissione e le autorità francesi, ostili ad ogni progetto od iniziativa potenzialmente”federale”. Tale apparente incongruenza si spiega con gli interessi convergenti, in campo agricolo, di Francia e Commissione: la prima ansiosa di accedere in tempi brevi, con i suoi prodotti agricoli, ad un mercato di 200 milioni di abitanti; la seconda ben consapevole che l’instaurazione della Pac le avrebbe conferito una parte non esigua della sovranità detenuta in campo agricolo dagli Stati membri.

Nel 1968 la Pac era ormai realizzata. Ma Sicco Mansholt, che di questa politica era stato il massimo artefice, riteneva che occorresse correggerne in tempi brevi certe derive e disfunzioni che si erano appalesate nel corso della sua messa a punto. Ex ministro dell’Agricoltura del suo Paese (l’Olanda), agricoltore egli stesso, socialista umanista, riteneva indispensabile introdurre nella politica agricola comune quelle modifiche che avrebbero evitato, o almeno ridotto, sprechi ed inefficienze, senza peraltro provocare guasti sociali moralmente e politicamente insostenibili. Nei suoi viaggi nelle campagne dei sei Paesi della Comunità, Mansholt aveva potuto rendersi conto che l’agricoltura della Cee richiedeva una profonda ristrutturazione: troppe aziende di dimensioni così ridotte da trovarsi in posizione marginale rispetto al mercato; troppi addetti che aggravavano i costi di aziende già poco efficaci; gestioni arcaiche di molte, troppe imprese agricole. Non sfuggiva a Mansholt che una conseguenza della ristrutturazione che progettava, sarebbe stata la chiusura di molte aziende marginali e, di conseguenza, un numero imprecisato di disoccupati in un settore non florido ed in alcune regioni addirittura disastrato. Mansholt cercò delle soluzioni che contemperassero le esigenze contraddittorie presenti: promuovere l’efficienza delle aziende agricole prevedendo adeguate compensazioni per quegli addetti che di tale accresciuta efficienza avrebbero fatto le spese. Fu così che nel 1968 Mansholt presentò, a nome della Commissione, il documento che prese il nome del suo autore: il piano destinato a rendere l’agricoltura europea meno assistita, più dinamica, efficiente e redditizia. Va tenuto presente che, come per ogni proposta della Commissione, il piano non rifletteva nei suoi contenuti la sola visione che Mansholt aveva della riforma del sistema agricolo; la Commissione, prima di sottoporre al Consiglio dei ministri una proposta formale, aveva consultato i ministeri dell’Agricoltura dei sei Paesi della Cee e le organizzazioni di categoria, recependone almeno in parte quei suggerimenti che avrebbero permesso di delineare, nel corso del dibattito, gli elementi che avrebbero potuto portare ad un compromesso unanimemente accettato (dopo la crisi scatenata dal presidente della Repubblica francese De Gaulle nel 1965 contro le velleità dei partners comunitari e, soprattutto della odiata Commissione, di decidere a maggioranza nelle riunioni del Consiglio dei ministri Cee, l’unanimità era politicamente d’obbligo). Nonostante le intenzioni di Mansholt di proporre soluzioni equilibrate, il suo piano suscitò sin dall’inizio forti reazioni negative delle associazioni agricole e dei ministeri dell’Agricoltura. La riforma fu adottata dal Consiglio dei ministri dell’Agricoltura nel 1972, dopo quattro anni di negoziati asperrimi. E di dimostrazioni che condussero a Bruxelles migliaia di agricoltori europei.

La mucca e il presidente

Convocato lunedì 15 febbraio 1971 a Bruxelles, il Consiglio dei ministri dell’Agricoltura della Cee aveva al suo ordine del giorno, come punti principali, la fissazione dei prezzi agricoli e la continuazione dei negoziati sul Piano Mansholt.

Il piano poggiava essenzialmente su due capisaldi:

  • la modernizzazione dell’agricoltura europea onde correggere gli inconvenienti (gravi) che la politica di liberalizzazione degli scambi aveva prodotto. A tal fine il piano prevedeva di migliorare la situazione degli agricoltori, incoraggiando attraverso una serie di aiuti, l’abbandono del settore agricolo di un considerevole numero di addetti considerati in sovrannumero rispetto alle esigenze del mercato; ed il sostegno tramite adeguate sovvenzioni, della modernizzazione delle aziende già ben inserite nel mercato stesso;
  • il blocco temporaneo dei prezzi delle derrate agricole al fine di provocare una diminuzione degli eccedenti, soprattutto di burro, di zucchero, di latte e di grano il cui stoccaggio ed il cui smaltimento costavano molto caro al Fondo europeo di garanzia agricola (Feoga) e quindi al bilancio comunitario.

Purtroppo il Consiglio dei ministri dell’Agricoltura, nelle estenuanti riunioni mensili in cui aveva discusso il piano Mansholt, era giunto a prendere una decisione solo sul secondo elemento costitutivo di quest’ultimo: i prezzi erano stati bloccati quasi per tre anni, ma nessuna misura era stata varata per sostenere gli agricoltori e le aziende agricole, secondo le modalità indicate nel piano stesso.

Questa incapacità di decidere su misure che pure tutti i partners comunitari ritenevano, in linea di principio, necessarie ed ineluttabili (salvo poi battersi aspramente ed interminabilmente quanto alle modalità ed all’entità del loro finanziamento), mentre la situazione nelle campagne continuava a degradarsi (prezzi bloccati e crescita dell’inflazione), andava suscitando un forte sentimento di rivolta contro un’istituzione ormai percepita come lontana dai problemi del settore agricolo, non affidabile, autoreferenziale. Così, sempre più frequenti nei sei Paesi della Cee si svolgevano manifestazioni di agricoltori che chiedevano alle loro autorità nazionali di agire sul Consiglio dei ministri Cee perché prendesse infine delle misure volte ad alleviare una situazione percepita ormai come insopportabile da molti agricoltori.

Quel 15 febbraio 1971, un piccolo gruppo di agricoltori belgi (allevatori duramente colpiti dal persistente blocco dei prezzi) aveva deciso di manifestare il suo scontento di fronte al palazzo dei Congressi di Bruxelles, dove si teneva la riunione del Consiglio dei ministri. Erano accompagnati da tre delle loro mucche, solide come monumenti. La mancanza di un servizio d’ordine adeguato all’ingresso del palazzo (la capitale belga non aveva ancora conosciuto manifestazioni europee violente: nel 1968 la prima manifestazione di agricoltori comunitari, convenuti per esternare le loro preoccupazioni in occasione della presentazione del piano Mansholt, si era svolta pacificamente) costituiva un’occasione favorevole per dare alla protesta un forte impatto mediatico. Così, sopraffatta la resistenza di due sorpresissimi poliziotti municipali e di pochi commessi del Consiglio, una trentina di allevatori e le loro tre mucche erano penetrati nel palazzo dei Congressi e lentamente (gli animali salivano le scale con comprensibile difficoltà) ma inesorabilmente si avvicinavano alla sala in cui si stava svolgendo la riunione dei ministri. Preceduto dai muggiti delle vacche e dagli slogan urlati dagli agricoltori, il gruppo fece il suo ingresso nella sala del Consiglio verso le ore 16. Commento del presidente della riunione, percepito da alcuni dei presenti: “abbiamo ora un punto non previsto all’ordine del giorno della nostra sessione”.

Il parapiglia fu pittoresco e pari alla sua incongruità rispetto al luogo dove avveniva il tumulto. I commessi (cinque o sei in tutto) cercarono di fare argine contro gli “invasori”. Una resistenza coraggiosa ma vana, di cui testimoniano varie fotografie scattate in quel frangente. Ci furono scambi vivaci, non solo di epiteti. Si vide il vice rappresentante permanente francese, l’alto diplomatico cioè che sedeva accanto al presidente (la presidenza semestrale era affidata alla Francia), afferrare e brandire una sedia, con le peggiori intenzioni, mentre il presidente, il ministro francese dell’Agricoltura, Michel Cointat, un bretone calmo e gentile, rimaneva con ostentata tranquillità seduto al suo posto; anche quando accanto a lui comparve il muso di una delle mucche. Non ci fu niente da fare, le vacche avevano occupato la sala ed un surreale (ma Bruxelles è la patria del surrealismo) odore di stalla aleggiava sui presenti.

I lavori furono sospesi, ma mucche ed agricoltori rimasero a lungo nella sala prima di accettare di ritirarsi. Occorse più di un’ora per ripulire e riassettare la sala. Dopo di che i lavori poterono riprendere con accorate dichiarazioni del presidente e dei ministri sulla necessità di “preservare la dignità del Consiglio e delle sue deliberazioni”. Parlare di “decisioni” invece che di “deliberazioni’ sarebbe stato fuori luogo. Visto che, ancora una volta, il Consiglio non riuscì a trovare un accordo sulle riforme proposte dalla Commissione.

La stampa europea salutò con una certa simpatia l’incursione delle mucche. “Le Monde” del 17 febbraio 1971 dava un resoconto particolareggiato degli avvenimenti, senza privarsi di sottolinearne gli aspetti più folcloristici. In altri organi di stampa trapelava la preoccupazione che, a causa della mancanza di decisioni da parte del Consiglio, il conflitto con il mondo agricolo si sarebbe esasperato e che dovevano temersi episodi ben più gravi dell’occupazione di una sala del Consiglio da parte di tre mucche e dei loro mandriani.

Un morto come epilogo

L’incapacità di prendere decisioni in materie importanti per larghi strati dei cittadini comunitari era già una caratteristica della cosiddetta “piccola Europa” a sei. Il processo decisionale affidato a quella conferenza tecnico-diplomatica che è il Consiglio dei ministri Cee (definizione questa di Altiero Spinelli) richiedeva e richiede negoziati interminabili alla ricerca di compromessi spesso inadeguati e comunque, spesso, tardivi.

Trascorse un altro mese dall’episodio delle mucche senza che gli esperti ed i diplomatici a cui era affidato il compito di preparare le decisioni che i politici avrebbero dovuto prendere arrivassero ad intendersi.

Imponenti manifestazioni di agricoltori si svolsero in tutti i Paesi Cee; le associazioni di categoria che le avevano organizzate premevano sui rispettivi ministeri dell’Agricoltura perché il Consiglio uscisse dalla situazione di stallo in cui si trovava da ormai troppo tempo e perché, in mancanza di meglio, almeno i prezzi venissero adeguati.

Perché la loro voce fosse intesa dai loro ministri riuniti in Consiglio, le organizzazioni agricole dei sei Paesi convocarono una imponente manifestazione nella capitale belga in occasione della riunione del Consiglio stesso successiva a quella delle mucche.

Martedì 23 marzo 1971 centomila agricoltori venuti dalle campagne dei loro Paesi (anche se prevalentemente dalle campagne belghe) sfilarono per le vie del centro e dinanzi al palazzo “Charlemagne”, dove si teneva la riunione, per indicare con chiarezza che il momento della decisione non poteva essere ancora una volta rinviato.

Le autorità belghe avevano disposto uno spiegamento di forze di polizia e di gendarmeria impressionante. Poliziotti a piedi e a cavallo, autopompe, cavalli di Frisia.

L’inizio della manifestazione si svolse pacificamente, con slogan, canti, bandiere, striscioni e mortaretti.

Poi le cose erano rapidamente cambiate. Gruppi di manifestanti avevano cominciato a disselciare il “pavé” con cui erano ancora lastricati i grandi boulevards del centro di Bruxelles, indicando in tal modo la loro determinazione ad utilizzare quei proiettili in un’imminente battaglia di strada. Altri gruppi avevano acceso dei falò, alimentati da cassette di legno, travi ed altro materiale sottratto da cantieri.

Su “Le Monde” del 24 marzo 1971 il corrispondente da Bruxelles Philippe Lemaitre descrive con abbondanza di particolari la manifestazione ed il suo degenerare in sommossa. Spinti da una minoranza determinata e disperata, gli agricoltori cominciarono a distruggere vetrine, edicole di giornali e cabine telefoniche, a divellere alberi e semafori; ad incendiare auto e trams. Le forze di polizia che avevano conservato una calma apprezzabile dovettero intervenire. E lo fecero con determinazione. Un ufficiale di polizia circondato da manifestanti esplose un colpo di pistola che ferì alla spalla un dimostrante. Questo episodio provocò un ulteriore scoppio di violenza. Una vera e propria guerriglia urbana si svolse allora nelle vie di Bruxelles. Una bomba lacrimogena sfondando una finestra aveva appiccato il fuoco all’edificio della Posta, in piazza De Brouckère. Nella confusione un’auto travolse e uccise un manifestante. I feriti si contavano a decine.

A notte fonda soltanto pochi irriducibili continuavano a sfidare la polizia. Poi anch’essi si dispersero per fare ritorno alle loro campagne ed ai loro problemi.

Ma nonostante un morto, la prima e, fortunatamente, la sola persona deceduta nel corso di una manifestazione “europea” a Bruxelles; nonostante i feriti, i danni e la disperazione che quel morto e quei feriti rivelavano drammaticamente, il Consiglio dei Ministri rimase ancora una volta bloccato dalla sua incapacità di decidere sul finanziamento delle misure di ammodernamento dell’agricoltura europea di cui discuteva da due anni. Gli italiani (guidati dal ministro Lorenzo Natali) sostenuti dalla Commissione e, almeno in parte, dai francesi, chiedevano che i costi per modernizzare le zone rurali meno sviluppate fossero a carico del bilancio comunitario (attraverso il Feoga). Tedeschi ed olandesi, poco inclini a pagare per l’ammodernamento delle regioni dell’Italia meridionale o per quelle della Bretagna, chiedevano che, per un periodo di prova di tre anni, il rinnovo delle strutture fosse a carico dei bilanci nazionali. E da questa “impasse” il Consiglio non riusciva ad uscire. E continuò a non uscire per un altro anno.

Il solo, microscopico progresso avvenne nel contesto dei prezzi, dove cominciò a delinearsi un abbozzo di compromesso che avrebbe dovuto placare gli agricoltori. Ma anche questa restava per il momento un’eventualità.

Le prime grandi dimostrazioni contadine a livello europeo mettevano in risalto non solo l’inadeguatezza delle misure in discussione, ma anche la distanza che si era venuta creando tra gli agricoltori ed il potere politico a cui questi si rivolgevano. Un potere politico sfaccettato dove era conveniente per molti, se non per tutti, nascondersi dietro la muraglia di decisioni “prese a Bruxelles” e dunque “al di fuori della portata dei poteri nazionali”.

Così il contenuto del piano Mansholt, nelle sue grandi linee largamente condiviso da tutti gli Stati membri (ma certamente, come visto sopra, non nelle sue implicazioni finanziarie), era aborrito da molte associazioni di categoria a cui i ministeri dell’Agricoltura non avevano saputo o voluto spiegare l’ineluttabilità di una dolorosa modernizzazione delle strutture, delle tecniche e della gestione; né le misure di indennizzo che in contropartita sarebbero state attribuite agli agricoltori.

Scriveva Philippe Lemaitre sempre su “Le Monde” del 24 marzo 1971 a proposito dei manifestanti e della loro angoscia:

A qui s’en prendre? L’adversaire a tant de visages qu’il est difficile à personnaliser… Il restait bien évidemment M. Sicco Mansholt, le père du Marché commun agricole qui a tant déçu, l’auteur de ce programme de réformes, dont les dirigeants nationaux expliquent à l’envi, depuis trois ans, qu’il a pour seul but de vider les campagnes, de ruiner l’exploitation familiale, de rejeter de la collectivité rurale les moins forts, les moins prospères, les moins habiles. Deux années d’une telle action psychologique ont porté leurs fruits: M. Mansholt est conspué, son nom figure sur toutes les pancartes, synonyme de détresse et d’abandon: un ânon sympathique, un corbillard, sont marqués à ses couleurs. 

Nel corso degli anni le manifestazioni si sono ripetute. Talora in modo violento, senza tuttavia raggiungere il livello della dimostrazione del 23 marzo 1971 e senza dar luogo ad episodi di folklore che stessero alla pari con quello delle mucche nella sala del Consiglio dei ministri.

La parte della spesa dedicata all’agricoltura continua ad essere la voce più importante del bilancio dell’Unione europea, ma si è andata gradualmente riducendo nel corso degli anni (oggi intorno al 43%), mentre il numero degli Stati membri è passato da sei a ventisette: le fette della torta agricola sono così diventate sensibilmente più sottili. Anche se di riforma in riforma ormai le sovvenzioni vengono oggi erogate come aiuti diretti agli agricoltori e non esclusivamente sotto l’aspetto della fissazione dei prodotti agricoli, come agli inizi della Pac.

Suscitando ricorrenti malesseri presso le categorie agricole più esposte. Che periodicamente sfilano a Bruxelles, per far intendere la loro inquietudine o la loro rabbia, ma che, come nel 1971, la struttura decisionale disorienta: come allora è difficile percepire chi sono i responsabili delle scelte, talora dolorose, fatte dal Consiglio. Ogni ministro nazionale, interpellato dai suoi concittadini, dai suoi elettori, tenderà a dire che “la colpa non è sua”; “che sono i rappresentanti di certi altri Paesi che hanno spinto a prendere decisioni non pienamente soddisfacenti” (soprattutto oramai che la regola delle decisioni a maggioranza qualificata è pienamente applicata); la responsabilità poi “è della Commissione”, capro espiatorio perfetto, una tecnostruttura di “senza patria” come la chiamava con ostentato disprezzo il generale De Gaulle.

La prossima riforma della Pac è prevista per il 2013.

I manifestanti del 23 marzo 1971 avevano lasciato cartelli e graffiti in cui avvertivano: “Nous reviendrons!”.

Sono stati di parola. E lo saranno ancora, l’anno prossimo e nel 2013.

Bibligrafia

Bainbridge Timothy

2003                The Penguin Companion to European Union, London, Penguin Books.

 

Bernini Carri C., Calcaterra E., Marsh J., Velo D. (cur.)

1979                Il mercato comune agricolo, Firenze, La Nuova Italia.

 

De Marchi Bruno (cur.)

1979                Il rischio Europa, Milano, “Vita e pensiero”

 

Frediani Carlo

1979                La politica agricola comune: principi e contraddizioni, in De Marchi.

 

Moussis Nicolas

2006                Guide des politiques de l’Europe, Bruxelles, éditions Mols.

 

Perissich Riccardo

2008                L’Unione Europea, una storia non ufficiale, Milano, Longanesi.

  1. La presente citazione e quella che segue sono tratte da Dario Velo, Il mercato comune agricolo ed il processo d’integrazione europea, Firenze, La Nuova Italia, 1979, pp. 17-19. []

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