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Posted in Articoli, Numero 30 - Articoli, Numero 30 - Novembre 2012

La ricostruzione della Zona Industriale di Massa-Carrara nel secondo dopoguerra

La ricostruzione della Zona Industriale di Massa-Carrara nel secondo dopoguerra

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di Marco Cini

Abstract

La Zona Industriale Apuana costituisce un esempio paradigmatico delle politiche per lo sviluppo delle aree depresse, concepite nel periodo dell’Italia liberale e consolidate negli anni del fascismo, incentrate sulla costituzione di “zone industriali speciali”. Nell’articolo si ripercorrono le fasi attraversate dalla Zona apuana nel primo decennio successivo alla seconda guerra mondiale: dal tentativo di rilanciarla attraverso la proroga delle esenzioni fiscali e tributarie riconosciute alle imprese ivi ubicate, fino al fallimento dell’esperienza, già palese alla metà degli anni ’50, determinato dai mutamenti intervenuti nelle politiche industriali nazionali. Questi ultimi, da un lato, portarono al superamento di una concezione dello sviluppo delle zone depresse incentrata sulla creazione di diritti tributari eccezionali e di aree di evasione legale e, dall’altro, risultarono sempre più orientati ad incentivare i processi di industrializzazione del Mezzogiorno a scapito delle Zone Industriali Speciali create nella prima metà del secolo.

Abstract english

Special industrial compounds and development of in-between areas: the reconstruction of the Massa-Carrara industrial compound during the second post-war period

The Apuan industrial compound is a paradigmatic example of the Italian policies for the development of depressed areas, conceived during the Liberal era and strengthened during the Fascist years, which focused on the creation of “Special Industrial Compounds”. This essay chronicles the different phases the Apuan area went through during the first decade after WWII, beginning with the attempt to kick-start it through the extension of tax exemptions up to its failure in the mid ‘50s, caused by the mutated national policies for industrial areas.

Nella vicenda italiana della prima metà del Novecento, l’esperienza della Zona Industriale Apuana (Zia) rappresenta uno dei non pochi casi in cui lo Stato, attraverso l’elaborazione di criteri originali e non ordinari d’intervento pubblico, ha innescato – o ha tentato di innescare – processi di sviluppo in ambiti territoriali depressi ubicati in posizione periferica rispetto ad aree economicamente forti (Petri 1990). Il comprensorio industriale fu istituito con Rdl 24/7/1938 n. 1266 (convertito in legge 5 gennaio 1939, n. 343), modificato e integrato dal Rdl 2/2/1939 n. 112 e dalla legge 23/3/1940 n. 231. Le motivazioni che portarono alla creazione della Zia sono direttamente ricollegabili alla crisi dell’economia marmifera innescata nella provincia di Massa-Carrara dalle politiche di stabilizzazione monetaria adottate dal fascismo nel 1926 ed aggravata dalla successiva depressione economica mondiale. Alla metà degli anni ‘30, infatti, a fronte di 5.507 occupati nel settore marmifero, a livello provinciale la disoccupazione ammontava a poco meno di 10.000 unità1.

Nei mesi successivi alla creazione della Zona furono autorizzate ad impiantarvi stabilimenti 69 società industriali su 110 che avevano presentato domanda. La normativa sopra indicata prevedeva molteplici incentivi per le imprese che si fossero insediate nella Zia. Fra le agevolazioni di tipo fiscale erano stabilite l’esenzione per un decennio – quindi fino al 1948 – dell’imposta di ricchezza mobile sui redditi industriali prodotti dai nuovi stabilimenti, e la riduzione nella misura fissa di £ 20 della tassa di registro e di trascrizione ipotecaria sul passaggio di proprietà per l’esproprio o l’acquisto dei terreni occorrenti per l’impianto e l’esercizio di attività industriali. Le agevolazioni doganali prevedevano invece l’esenzione dai dazi sui materiali da costruzione, macchinari ed in generale su tutto quanto sarebbe occorso al primo impianto o all’ampliamento e alla trasformazione degli stabilimenti. Fra le opportunità destinate ad esercitare una maggiore attrattiva per i potenziali investitori figurava – caso unico nel panorama nazionale – la fornitura dell’energia elettrica a carico delle Ferrovie dello Stato a condizioni particolarmente vantaggiose. L’Amministrazione ferroviaria era poi obbligata a farsi carico delle spese per la costruzione degli impianti necessari all’esercizio della zona e dei collegamenti fra le singole fabbriche e l’arteria ferroviaria principale. Infine, erano stabiliti incentivi tariffari per il trasporto di merci utilizzate per l’impianto, la manutenzione ed il funzionamento degli stabilimenti.

È opportuno precisare che la prima industrializzazione della regione apuana avvenne senza un preciso coordinamento. Il decreto istitutivo della Zia non aveva previsto la creazione di un ente ad hoc per la gestione della Zona: al comune di Apuania (creato con Rdl 16/12/1938 n. 186 accorpando i comuni di Massa, Carrara e Montignoso) era attribuito il solo potere di procedere all’esproprio dei terreni ubicati nella Zia – il perimetro di quest’ultima coinvolgeva una parte dei territori dei comuni di Carrara e Massa fra i fiumi Carrione e Frigido, la Via Aurelia e il mare, per una superficie di circa 800 ettari – e un ruolo decisivo fu assicurato dal richiamo dei vantaggi localizzativi di carattere fiscale disposti dal decreto istitutivo. Ciò agevolò l’installazione di imprese facenti parte di grandi gruppi nazionali, soprattutto del settore metalmeccanico e chimico (Iri, Montecatini, Edison, Fiat, Piaggio, Snia-Viscosa, Pignone, ecc.), e di alcune imprese di dimensioni minori, prive di coordinamento con le precedenti e non complementari, tanto da derivarne una Zona Industriale dalle interrelazioni interne poco accentuate, ed incapace pertanto di autopropulsione nello sviluppo (Predieri 1971, 46-57).

Tabella 1: Stabilimenti industriali attivi nella Zia all’8 settembre 1943

Ditta

Produzione

Occupati

Capitale

S.A. Magneti Marelli Candele per motori a scoppio e isolatori per linee elettriche

113

Marelli/Fiat

Società Iniex Pompe di iniezione per motori a scoppio

1.050

Marelli/Fiat

Catenificio Bassoli Catene

710

Pignone

Padovani & C. Calzificio

15

regionale

S.A. Cesare Rolfo Costruzioni meccaniche, proiettili

25

locale

S.A. Montecatini Calciocianamide e carburo di calcio

440

Montecatini

S.A. Diana Fusti metallici

170

nazionale

Palma Carlo Lavori in cemento

5

locale

S.A. Maglificio di Apuania Maglierie

280

Snia Viscosa

Società Imca Manufatti in cemento

30

n.n.

Cementerie Apuane S.A. Cementificio

180

Pignone/Italcementi

Soc. Fibronit Fibrocemento

115

Milanese

S.A. Manifatture Calze e Affini Calzificio

100

nazionale

Società Apuana Vetro neutro e derivati Oggetti vari di vetro

181

Soc. del Caffaro

Società Elettrica ed Elettrochimica del Caffaro Polvere Caffaro, anticrittogamici

15

Soc. del Caffaro

Cioppi e Pistolesi Calzaturificio

10

locale

Dazzi Aurelio Segatura e lavorazione legno

13

locale

S.A. Stabilimenti Rumianca Prodotti chimici

440

Italgas

Soc. Ernesto Breda Bombe a mano

770

Frua DeAngeli

Bertoni e Frediani Pastificio

80

locale

S.A. Abital Confezioni abiti maschili

350

Châtillon/Iri

Anonima Distillerie Agricole Distilleria, lavorazione semi oleosi e saponificio

25

n.n.

Ditta Tognetti Manufatti in cemento

45

locale

S.A. Dolomite Apuana Calcinazione dolomite

40

locale

Icta Macinazione e raffinazione talco

25

n.n.

Cokapuania SA Cokeria, fertilizzanti sintetici

230

Montecatini/Edison

Compagnia Generale Contatori Contatori

200

Edison

S.A. Montecatini Ammonia e deriv. Ammoniaca, acido nitrico, ecc.

400

Montecatini

S.A. Innocenti Tubi di acciaio

850

Dalmine/Iri

Società Italiana Berlese Derivati zucchero, insetticidi

60

Piaggio

Caturi Gino Officina meccanica, macchine industriali

20

locale

Società Ernesto Breda Deposito proiettili

50

Frua De Angeli

S.A. Magnesia e derivati Prodotti chimici

16

n.n.

S.A. Dolomite Materiali coibenti

15

nazionale

S.A. Cima Meccanica di precisione

85

regionale

Grazzini Gino Materiale in bakelite

27

regionale

ACI Benzina sintetica

17

n.n.

S.A. Officine di Villar Perosa (Riv) Cuscinetti a sfera

350

Ifi/Fiat

Eredi Enrico Moise Apparecchiature industriali

20

transregionale

Compagnia Resiniera Italiana Distillazione resine

16

S.A. Industriale Calce Montignoso Produzione calce viva

90

nazionale

Società Italia Pirelli Conduttori elettrici

125

Pirelli

Illea Lazzini Lavorazione legname

15

locale

Saroa Recupero olii da stracci

15

locale

Fonte: Petri 1990, 202.

La produzione ebbe inizio soltanto nel 1942: rispetto ad una previsione di 800.000 tonnellate annue, gli stabilimenti insediati nell’area apuana produssero annualmente, in media, soltanto il 40-50% di quanto atteso2. Prima dell’8 settembre 1943 risultavano attivi 44 stabilimenti con 7.902 addetti complessivi (rispetto ai 10.000 inizialmente preventivati); nei mesi successivi, il prolungato stazionamento del fronte di guerra lungo la Linea Gotica, causando l’asportazione dei macchinari e il trasferimento degli impianti nel nord-Italia o in Germania, nonché la distruzione di numerosi stabilimenti, portò inevitabilmente alla totale cessazione delle attività produttive (Minuto 2008, 31-36).

All’indomani del secondo conflitto mondiale, la riattivazione della Zia entrò, come priorità non eludibile, nell’agenda delle forze politiche e sociali della provincia di Massa-Carrara ponendosi, in primo luogo, nella prospettiva di un recupero delle occasioni occupazionali cancellate dalla guerra. Effettivamente, nel gennaio 1946 i disoccupati erano circa 20.000 su una popolazione residente entro i confini provinciali di poco superiore ai 200.000 abitanti. Nell’industria marmifera risultavano impiegati 1.738 operai e 116 impiegati, contro i 2.760 operai e i 140 impiegati del 1938 (Andreazzoli 1977-1978, 110), mentre all’interno della Zona industriale risultavano occupati circa 2.700 operai e 220 impiegati. La guerra aveva comportato la distruzione dell’80% degli impianti, e la Camera di Commercio valutava in circa un miliardo e mezzo di lire i danni di guerra accusati dalla Zona, a cui si doveva sommare la mancata attività per quasi due anni3.

Dopo la Liberazione, oltre al problema dell’asportazione dei macchinari, pesava sull’orientamento degli industriali l’incertezza circa il ripristino delle agevolazioni fiscali, tariffarie e doganali previste dal Rdl del 1938, il quale era stato annullato dalla circolare del ministro delle Finanze del 20 dicembre 1945, n. 61184. Proprio a quest’ultimo provvedimento è riconducibile l’estrema lentezza con la quale procedettero le operazioni di ricostruzione degli stabilimenti danneggiati durante il conflitto.

Agli inizi del 1946 alcune industrie – fra cui la Pirelli – avevano cessato le attività, mentre altre avevano rinviato la ripresa a tempi migliori (Iniex, Magneti Marelli, Caturi, Pignone); altre ancora, la cui attività era strettamente in relazione alle esigenze produttive della Zona, avevano faticosamente riavviato il ciclo produttivo (Rolfo, Fabbrica Calce, Marni, Cima, Frugoli). Nel comparto chimico la situazione delle principali industrie era la seguente: la Montecatini Azoto (360 dipendenti) stava procedendo alla ricostruzione degli impianti, anche se il pieno recupero della capacità produttiva era condizionato dalla riattivazione della linea ferroviaria Genova-Apuania. Anche la Montecatini Calciocianamide aveva ripreso l’attività con la rimessa in funzione di un forno per la produzione di carburo; occupava circa 400 operai ed aveva ancora in corso il montaggio di un secondo forno e la riattivazione dell’impianto per la produzione di calciocianamide. A tal riguardo, vale la pena osservare che nel 1946 la capacità produttiva del gruppo Montecatini, pur essendo sostanzialmente buona, accusava un vistoso peggioramento rispetto al periodo pre-bellico proprio nei settori riguardanti la produzione di azoto e di calciocianammide, i cui stabilimenti erano ubicati nella Zia (Covino, Gallo, Mantovani 1976, 220-226). La Montecatini Resine Sintetiche, invece, non aveva dato inizio al ripristino delle strutture. La S.A. Cokapuania (circa 150 dipendenti), pur avendo avviato la ricostruzione degli impianti, accusava gravi problemi circa il rifornimento delle materie prime ed il recupero dei macchinari asportati durante il conflitto. Più avanzate erano le operazioni di riattivazione delle linee produttive della Rumianca, che a gennaio 1946, con circa 300 operai occupati, aveva ripreso la produzione di anidride arseniosa e di solfati, mentre l’impianto per la produzione di soda e trielina era in fase avanzata di ricostruzione. La Società Magnesia e derivati risultava inattiva, così come la Società Generale Esplosivi Nobel e la Società Elettrica ed Elettrochimica Del Caffaro, le cui attività erano strettamente legate alla rimessa in efficienza della Ferrovia Marmifera4.

Molto più compromessa appariva la situazione delle industrie del comparto meccanico e metallurgico. Lo stabilimento Pignone, che prima della guerra occupava 600 operai, era stato pesantemente danneggiato durante il conflitto e non era ancora stata avviata la ricostruzione degli impianti. Allo stesso modo le Officine Riv, la Breda, la Magneti Marelli e la Iniex non avevano ancora predisposto un programma per la ripresa della produzione, mentre la Pirelli aveva già stabilito che lo stabilimento apuano non avrebbe più riaperto i battenti.

Nel settore del cemento, la Sogeca, con 150 operai, stava provvedendo alla riparazione degli impianti, mentre la Fibronit, con 200 operai, operava a ritmo ridotto dovendo acquisire il cemento da Civitavecchia e da Casale Monferrato. L’Italcementi di Pontremoli aveva ripreso la produzione di calce e cemento occupando 150 dipendenti. La S.A. Dolomite invece era inattiva5.

A partire da questo momento si intensificarono le richieste al governo formulate da organi di rappresentanza di interessi, da associazioni e da partiti politici per il rinnovo delle agevolazioni previste dal decreto del 1938, misura considerata essenziale per la ripresa degli investimenti e, quindi, della produzione industriale.

In questa fase, un ruolo di primo piano fu indubbiamente svolto dalla locale Camera di Commercio. In un riunione indetta dall’organo camerale per il 4 marzo 1946, presieduta da Giovanni Gronchi, ministro dell’Industria e del Commercio, a cui parteciparono i responsabili delle principali istituzioni pubbliche e i dirigenti di numerose società della Zona Industriale fu stilato un documento nel quale si sottolineava che le industrie presenti nella Zona vi si erano installate soltanto in virtù delle agevolazioni contemplate dal decreto del 1938. In quell’occasione gli industriali interessati alla ricostruzione della Zona espressero unanimemente i seguenti voti: 1) conferma di “tutte le agevolazioni concesse al momento della istituzione della zona industriale di Apuania con le disposizioni sopra richiamate, costituendo esse un preciso impegno del Governo e condizione indispensabile per la ripresa dell’attività della zona”. In particolare si chiedeva il ripristino del trattamento di favore in materia di trasporti ferroviari stabilito dal decreto del 1938; la sollecita ripresa della fornitura di energia elettrica da parte delle Ferrovie dello Stato, tenendo per base i contratti originari; l’esenzione dai dazi doganali per macchinari e materiali importati dall’estero; l’esenzione generale sui macchinari e materiali occorrenti per l’impianto o la ricostruzione degli stabilimenti; la sollecita costruzione del porto di Marina di Carrara; 2) proroga di cinque anni delle agevolazioni contemplate dal decreto del 1938; 3) istituzione di un ente morale per la gestione della Zona Industriale, misura resa indispensabile dal ripristino – avvenuto il 1° marzo 1946 – dei tre comuni che precedentemente avevano formato il comune di Apuania6. Le linee generali delle rivendicazioni portate avanti nei mesi successivi non si sarebbero discostate, nella sostanza, da quelle indicate dal sopra citato documento, le quali, peraltro, erano già state anticipate nel mese di febbraio dalle principali società industriali insediate nella Zona7.

Nel luglio del 1946 soltanto il 40% degli stabilimenti era in fase di ricostruzione, mentre per un altro 40% non era stato ancora stabilito alcun programma per il futuro8, e questo mentre il continuo aumento della disoccupazione minacciava di generare seri problemi di ordine pubblico e sociale. In una situazione così configurata, una spinta decisiva per la ricostruzione della Zona fu portata dal “Comitato esecutivo per la ripresa della zona industriale” – formato nell’agosto da membri della Camera del Lavoro, dell’Anpi, dell’Associazione Combattenti e Reduci e da ex-dipendenti degli stabilimenti della Zona9, ed ufficialmente riconosciuto con decreto prefettizio del 13 novembre 1946 – che intraprese una serrata azione di rivendicazione e di denuncia dei comportamenti scorretti o opportunistici degli industriali. In previsione della vista a Massa del nuovo ministro dell’Industria Rodolfo Morandi, proprio il Comitato Esecutivo presentò un documento nel quale si richiedeva la concessione alla Zia per ulteriori dieci anni delle agevolazioni previste dal Rdl del 1938; l’assegnazione da parte dello Stato di un contributo di 100 milioni di lire per il ripristino dei collegamenti viari e delle opere di servizio della Zona Industriale; significative anticipazioni statali alle imprese gravemente danneggiate che ne avessero fatto richiesta e che si fossero impegnate per una ripresa immediata della produzione; la restituzione dei macchinari asportati durante la guerra; l’esproprio degli stabilimenti di proprietà delle società che si fossero rifiutate di riportare i macchinari ad Apuania10. Quest’ultima richiesta era da mettere in relazione all’atteggiamento ambiguo di parte delle società presenti nella Zona, che stava innescando proteste sempre più accese da parte dei lavoratori e delle istituzioni locali. La Magneti Marelli, per esempio, nel 1944 aveva trasportato i macchinari dello stabilimento di Apuania a Lecco e poi a Crescenzago, dove nel 1946 erano in uso; il Comitato Esecutivo chiese che la società facesse ritornare tali macchinari, proponendo l’utilizzazione dello stabilimento della Iniex, che a differenza di quello della Marelli era già efficiente11. La Riv aveva già provveduto a ricostruire uno dei due stabilimenti che aveva ad Apuania ma i macchinari erano a Torino inattivi; il Comitato riteneva quindi inopportuno che la società subordinasse la ripresa della produzione al rimborso dei danni di guerra da parte dello Stato12. Il Comitato denunciò anche la Ditta Caturi, che produceva martelli pneumatici e lame per le segherie di marmi, il cui proprietario disponeva di materie prime che avrebbero garantito lavoro per i successivi quattro anni, ma attendeva che lo Stato concedesse nuovamente le agevolazioni fiscali per riprendere le attività13.

Nel complesso, le richieste avanzate dal Comitato, sebbene in alcuni casi più radicali, non differivano sostanzialmente da quelle già presentate a Gronchi dalla Camera di Commercio e dalla locale Associazione degli Industriali. Le difficoltà accusate dalla Zia, tuttavia, non si limitavano a quelle fin qui elencate. Particolarmente grave era la carenza di energia elettrica, che le Ferrovie dello Stato non potevano più fornire alle imprese per i danni riportati dall’elettrodotto Larderello-Zia, i cui lavori di ripristino procedevano con esasperante lentezza (terminarono soltanto alla fine del 1946). Non meno grave era la carenza di carbone, materia prima necessaria a numerose industrie chimiche presenti nella Zia. Di fatto Morandi, giunto a Massa il 9 ottobre 1946, si impegnò concretamente soltanto per assicurare la fornitura del carbone, mentre rispetto alle altre richieste – ripristino della legislazione del 1938, ritorno dei macchinari asportati – gli impegni presi dal ministro, il quale peraltro in quel frangente si trovava in gravi difficoltà nel perseguire il proprio disegno di politica industriale (Salvati 1982, 251-261), furono assai meno netti14.

Poche settimane dopo, grazie alle richieste presentate dal deputato carrarese Aladino Bibolotti al sottosegretario all’Industria Tremelloni, la questione della Zia fu discussa dall’Assemblea Costituente (seduta dell’11 dicembre 1946), ma anche in questa circostanza le aspettative dei sostenitori della Zona andarono deluse15. Tremelloni, infatti, rigettò la proposta riguardante la costituzione di un Ente per la Zona Apuana con dotazione di 100 milioni sul bilancio dello Stato, in quanto eccessivamente onerosa (il governo stava invece valutando la possibilità di costituire un consorzio partecipato dagli enti pubblici territoriali e da alcuni enti finanziari). Per il recupero dei macchinari trasferiti in Germania assicurò che l’esecutivo stava procedendo di concerto con le autorità alleate ma che non era possibile prevedere tempi certi per il rientro delle attrezzature asportate. Infine, rese noto che il ministro dei Trasporti aveva espresso un parere sfavorevole circa il ripristino delle agevolazioni ferroviarie godute in precedenza dalle imprese della Zia.

L’anno si chiuse con un bilancio ben magro: dei 44 stabilimenti presenti al momento dell’Armistizio, soltanto 17 erano stati ricostruiti ed occupavano appena 2.152 operai (si veda Tabella 2), mentre la disoccupazione, a livello provinciale, continuava a stazionare intorno alle 25.000 unità (Andreazzoli 1977-1978, 153).

Tabella 2: Numero stabilimenti e occupazione nella Zia 1943-1956

Anni

Stabilimenti costruiti o ricostruiti

Maestranze occupate

1943

44

7.902

1946

17

2.152

1947

25

3.100

1948

30

4.055

1949

30

4.378

1950

35

4.784

1951

41

5.262

1952

44

5.469

1953

42

5.351

1954

44

5.561

1955

47

6.320

1956

50

6.436

Fonte: Consorzio per la Zona Industriale Apuana, Relazione del Presidente Dr. Avv. Gurgo Salice Ermanno al Consiglio direttivo dell’Ente sulla attività svolta nell’anno 1956.

Le difficoltà che attanagliavano l’economia nazionale – dalla crescente inflazione alla svalutazione monetaria e alla carenza di materie prime – costituivano di per sé un ostacolo oggettivo alla ripresa delle attività industriali, a cui si sommavano le incertezze derivanti dai negoziati sui trattati di pace, che sembravano dover imporre – come sottolineato da Morandi nel corso della sua visita a Massa – un deciso ridimensionamento di alcuni comparti industriali, a partire da quello siderurgico. Il ritorno dei macchinari trasferiti nel settentrione rappresentava un ulteriore scoglio, dal momento che tale opzione avrebbe prodotto inevitabili dissesti nelle regioni in cui la produzione era già ripresa, rischiando così di alterare i faticosi tentativi compiuti dal governo per legare la ripresa economica ad un politica di programmazione (Barucci 1978; Lavista 2010). Tali dubbi non potevano che rinvigorire le critiche di quanti avevano denunciato, fin dai primi mesi successivi alla fine del conflitto, l’inopportunità di riattivare le “zone industriali” create dal regime fascista, sottolineandone la vocazione autarchica e, quindi, antieconomica (Petri 1990, 215-219). Del resto, la medesima Camera di Commercio di Massa Carrara aveva dimostrato di comprendere pienamente il problema di “inquadrare le industrie della Zona in un possibile piano organico della industria nazionale”16, senza tuttavia andare oltre tale generica affermazione. Conseguentemente l’orientamento prevalente alla Costituente sembrava rinsaldare le opinioni negative sulla Zia, ritardando sine die l’approvazione dei provvedimenti legislativi richiesti dalle forze politiche e dalle associazioni di categoria dell’area apuana. Il disagio sociale, di riflesso, non accennava a diminuire, tanto che nel febbraio del ‘47 i partiti politici locali inviarono a De Gasperi un allarmato telegramma con il quale declinavano ogni responsabilità circa possibili agitazioni o disordini causati dal ritardo nella promulgazione del decreto concernente il ripristino della Zona Industriale17.

Il 26 febbraio 1947 finalmente il Consiglio dei Ministri approvò l’atteso provvedimento concernente la Zia. Il decreto istituiva il Consorzio per la Zona Industriale Apuana – formato dai comuni di Massa, Carrara e Montignoso, dalla Provincia di Massa-Carrara e dalla locale Camera di Commercio – con lo scopo di stimolare le iniziative per il completamento ed il perfezionamento della Zona Industriale; al Consorzio era attribuita la potestà di chiedere l’esproprio di edifici e fondi compresi nel perimetro della Zona Industriale. Ancor più significativi gli articoli 12 e 13 del decreto, che prorogavano le agevolazioni tributarie e ferroviarie previste dal Rdl del 1938 fino al 31 dicembre 1951, mentre con il successivo Dlgs 31 marzo 1948 n. 242 altre provvidenze – dazi doganali e tariffe preferenziali per i trasporti ferroviari – furono prorogate fino al 31 dicembre 195618. Con i medesimi provvedimenti furono emanate disposizioni per la compilazione del piano urbanistico generale della Zona ed il governo si impegnò a stanziare 150 milioni di lire per il completamento delle infrastrutture e per i servizi generali dell’area. È opportuno sottolineare che i provvedimenti presi in tale frangente riflettevano in modo pedissequo le vecchie logiche sperimentate nel periodo liberale e in quello fascista, assumendo come unico strumento per l’attribuzione di agevolazioni alle aree depresse l’esonero tributario e tariffario.

Con la creazione del Consorzio le operazioni di ricostruzione della Zona subirono una sensibile accelerazione: dai 25 stabilimenti riattivati al 31 dicembre 1947 si passò a 41 alla fine del 1951 (anno di scadenza delle agevolazioni fiscali). Fra gli atti più significativi del Consorzio figura la presentazione del piano urbanistico della Zia19, il quale prevedeva, oltre al completamento dei servizi stradali, idraulico-fognari e telefonici, anche la costruzione o il potenziamento di alcune infrastrutture ritenute di vitale importanza per lo sviluppo dell’area. Oltre all’attrezzatura di un aeroporto in località Cinquale, il piano insisteva su due questioni di indubbia rilevanza: il completamento del porto di Marina di Carrara e la costruzione di un bacino idroelettrico nella zona di Tendola per la fornitura di energia alla Zona Industriale.

Relativamente alla prima infrastruttura, il piano prevedeva un ampliamento del porto da realizzare attraverso il prolungamento del molo di ponente e la costruzione di un nuovo molo a levante, di un pontile e di una banchina, al fine di consentire l’attracco di almeno quattro grandi petroliere da 25.000 tonnellate. La spesa preventivata per i lavori era di circa 1,5 miliardi di lire (sullo stentato sviluppo del porto si rimanda a quanto scritto da Bernieri, Mannoni, Mannoni 1985).

Ancor più delicata era la questione della fornitura dell’energia elettrica. Come accennato, sulla base di quanto disposto dal Rdl 24 luglio 1938 n. 1266 le Ferrovie dello Stato avevano l’obbligo di fornire l’energia richiesta dalla aziende della Zia a prezzi agevolati; tuttavia, anche in seguito al ripristino del collegamento con l’elettrodotto di Larderello, la potenza fornita non superava i 24.000 Kw. Circostanza, quest’ultima, che comportava sovente l’interruzione nella fornitura dell’energia, con conseguente sospensione della produzione in numerosi stabilimenti. La costruzione di un impianto idroelettrico nel bacino di Tendola – per il quale era prevista una spesa intorno ai 10 miliardi di lire – avrebbe comportato la generazione di un potenziale energetico medio di 19.500 Kw che, sommato alla forniture elettriche delle Ferrovie dello Stato, avrebbe consentito al distretto di acquisire una maggiore autonomia.

Al 31 dicembre 1949, dopo la ripresa di stabilimenti come la Dalmine, la Olivetti Synthesis e la PB, l’occupazione era passata dalle 4.005 unità dell’anno precedente alle 4.378. Grande speranza era stata riposta nel progetto – rivelatosi poi effimero – riguardante la costruzione di una raffineria da parte della Shell, la cui entrata in produzione avrebbe anche permesso l’utilizzo dei sottoprodotti della lavorazione del petrolio da parte delle imprese medio-piccole, trasformando la Zia in un polo chimico di portata nazionale20. L’impianto della raffineria – la cui ubicazione era stata stabilita nella zona di Battilana, fra Avenza e Marina di Carrara – avrebbe comportato una spesa di 7-8 miliardi di lire ed avrebbe garantito l’occupazione, a regime, di oltre 1.000 operai21. Inoltre, la raffineria avrebbe finalmente consentito il definitivo sviluppo del porto di Marina di Carrara. Si presumeva, infatti, che il nuovo impianto avrebbe dato luogo ad un movimento merci di 3.000 tonnellate giornaliere da e per il porto di Marina di Carrara. Sulla base di un calcolo prudenziale si riteneva che la Zia avrebbe contribuito con altre 1.000 tonnellate, alle quali so dovevano sommare circa 1.000 tonnellate di prodotti dell’industria marmifera, per complessive 5.000 tonnellate giornaliere22.

Un ulteriore indirizzo seguito dal Consorzio fu costituito dalle trattative intavolate con industriali dalmati intenzionati a rilevare alcuni stabilimenti inattivi – fra cui quello della Breda –, orientamento tuttavia ostacolato dalla problematica definizione della posizione dei crediti vantati dagli imprenditori dalmati verso il governo italiano per la nazionalizzazione e confisca dei beni degli industriali italiani compiuta dal governo jugoslavo23. Un altro tema scottante trattato dal Consorzio, anche in questo caso senza successo, fu quello del credito industriale, che si ritenne possibile affrontare chiedendo che il Monte dei Paschi di Siena fosse autorizzato a creare una Sezione di Credito Industriale per la concessione di crediti agevolati alle industrie che intendevano stabilirsi nella Zona24.

Al 31 dicembre 1950 gli stabilimenti riattivati erano 35 ed altri 5 erano in corso di costruzione – Indusgas (gas liquido per industrie), Corderia Livornese (corde di canapa), Prodotti Industria Legno (lavorazione legnami), Rinaldi A. (forni elettrici), Ricci Mario e Michele (tessitura e filatura) – mentre gli occupati erano saliti a quota 4.704. Il fatto più significativo dell’anno fu l’approvazione della legge 21 luglio 1950 n. 818 – caldeggiata dai parlamentari della provincia – che estese anche ad alcuni comuni della Lunigiana e della Versilia25 gli ordinamenti aventi valore per la Zia, salvo le disposizioni relative al piano urbanistico e all’obbligo per le Ferrovie dello Stato di fornire energia elettrica anche agli stabilimenti ubicati nei comuni entrati a far parte della Zona. In seguito all’entrata in vigore della legge, il Consorzio provvide immediatamente all’esproprio dello stabilimento Italcementi di Pontremoli a favore della Cooperativa Cementi Pontremoli, assecondando gli orientamenti favorevoli espressi dai partiti politici locali. Tale legge, tuttavia, produsse esiti assai modesti26 ed incontrò l’opposizione dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Massa e Carrara, la quale riteneva che la Lunigiana non potesse essere classificata, come i comuni di Carrara e Massa, “zona depressa”, bensì come “zona arretrata”, quindi bisognosa di investimenti più consistenti; l’estensione della normativa della Zia non avrebbe conseguentemente arrecato reali benefici a questo territorio, ed avrebbe altresì distratto risorse finanziarie preziose per le industrie della Zia originaria (Associazione degli Industriali della Provincia di Massa e Carrara 1954).

Il biennio 1951-1952 rappresenta, per molteplici aspetti, un tornante significativo nella storia dell’economia apuana. All’inizio del decennio, infatti, l’occupazione assicurata dal comparto industriale provinciale aveva raggiunto le 18.486 unità, di cui 5.288 nella Zia (Centro Studi e Ricerche Economico-Sociali, Unione Regionale delle CCIAA della Toscana 1974, 539), per quanto la disoccupazione continuasse a stazionare su livelli elevatissimi27. Altrettanto significativo è il dato riguardante il reddito pro-capite prodotto nella provincia di Carrara, equivalente, nel 1952, a 149.692 lire – pari all’89,5% della media nazionale – mentre nel 1938 era di 1.528 lire, corrispondente al 56,5% del reddito medio nazionale ed inferiore del 50% al reddito prodotto in Toscana (Istituto di Studi sul Lavoro 1958, 3-4)28. Relativamente alla composizione del reddito lordo provinciale, il 44,2% risultava essere assicurato dall’industria, il 14,4% dall’agricoltura ed il 41,4% dal terziario e dalla Pubblica Amministrazione (Tagliacarne 1973).

Gli indubbi progressi compiuti dall’economia apuana e dalla Zia negli anni della Ricostruzione documentati dai dati sopra riportati non possono tuttavia fare velo ad alcune contraddizioni che emersero e si consolidarono proprio in questi anni. La prevista scadenza delle esenzioni fiscali e delle agevolazioni tariffarie e doganali – nel 1951 e nel 1956 – costituì un oggettivo vincolo alla piena ripresa della Zona, ed incise in misura ancora maggiore sulla tipologia delle industrie che vi si istallarono. Tale circostanza causò una tangibile contraddittorietà nel processo di sviluppo dell’area, che gli stessi industriali apuani non mancarono di rilevare, denunciando anche l’assenza di un politica economica nazionale coerente per le zone industriali delle aree depresse. Il principale “accusato” non poteva che essere Ezio Vanoni, il quale, già nel 1950, in occasione della discussione parlamentare sulla proposta di legge che avrebbe dovuto prorogare le agevolazioni di cui godeva la Zia, aveva sostenuto l’inopportunità di violare il principio della generalità dell’imposizione, sottolineando che la creazione di diritti tributari eccezionali e di aree di evasione legale non poteva risolvere il problema della produzione nelle zone depresse (si veda l’intervento di Vanoni, seduta del 26 maggio 1950 della Camera dei Deputati, discussione della proposta di legge n. 722).

Alla fine del 1951 i deputati della circoscrizione apuana – Togni, Angelini e Negrari della maggioranza e Bernieri e Bottati dell’opposizione – avevano provveduto a sollecitare la proroga delle agevolazioni tributarie presentando due separate proposte di legge in data 12 novembre 1951, proponendone il prolungamento fino al 31 dicembre 1956. Nel corso della seduta della Commissione Finanze e Tesoro della Camera del 27 giugno 1952 l’on Tosi, relatore delle proposte di legge Togni e Bernieri, mise in dubbio l’opportunità di rinnovare le agevolazioni, ritenendo che il meccanismo impiantato in Apuania non fosse autopropulsivo e che l’esito dell’esperimento dovesse, in conclusione, considerarsi negativo (Associazione degli Industriali della Provincia di Massa e Carrara 1954, XX-XXI). Ciò nonostante, la proposta Togni, Angelini e Negrari fu approvata dalla Commissione ma con la limitazione del rinnovo delle provvidenze al 31 dicembre 1954 ed escludendo dalla proroga le agevolazioni in materia di imposta generale sull’entrata.

Tuttavia, l’interruzione della legislatura nel 1953 bloccò l’iter d’approvazione del provvedimento, per cui Togni, Angelini e Negrari furono costretti a ripresentare la medesima proposta di legge il 15 ottobre 1953. Gli industriali apuani, a riguardo di tale discussione, osservarono che le limitazioni imposte dalla Commissione Finanze e Tesoro avallavano oggettivamente l’orientamento di Vanoni tendente ad abolire ogni genere di agevolazioni (si veda, a tal proposito Vanoni 1977; Quadrio Curzio 2007, 227-265; Magliulo 2008, 175-193), introducendo una vistosa discontinuità rispetto alla politica fino ad allora adottata per la Zia. Era evidente, sottolineavano ancora gli industriali, che la riduzione delle agevolazioni approvate dalla Commissione parlamentare dovesse “necessariamente riguardarsi come il principio della disintegrazione di quel complesso di particolari disposizioni agevolative che sono state in ogni tempo, e sono tuttora, la premessa indispensabile sia di una gestione economica delle imprese stabilitesi nella zona industriale apuana e della conseguente loro permanenza nella zona stessa, sia – a maggior ragione – della costruzione di nuovi stabilimenti industriali e della ricostruzione e riattivazione di quelli distrutti dalla guerra”29.

Effettivamente, il mancato rinnovo, nel 1952, di una parte delle agevolazioni comportò una prima interruzione di tendenza nel processo di sviluppo della Zia: sotto il profilo dell’occupazione, nel 1953, per la prima volta dal dopoguerra, si registrò una riduzione di 118 unità. Tale contrazione era in parte addebitabile alle difficoltà incontrate a livello nazionale, dai primi anni della Ricostruzione, dall’industria meccanica (Doria 1987, 35-75; Locatelli 2011, 398-416), i cui contraccolpi furono immediatamente percepiti anche a Massa, al punto che fin dal 1951 il Consorzio aveva tentato di incentivare l’istallazione nella Zona di imprese meccaniche di piccole dimensioni, ritenendo tale opzione una valida alternativa alla grande industria (Focacci 1951). Tuttavia, incideva in misura maggiore il fatto che con il decadere delle agevolazione fiscali non si erano più registrate nuove iniziative industriali, tant’è che dai 44 stabilimenti attivi nel 1952 si era passati a 42 per la chiusura di due importanti stabilimenti, fra cui la Berlese30.

Già in questo periodo la Zona Industriale aveva assunto un trend di sviluppo stentato e particolarmente lento, soprattutto per l’incapacità delle maggiori aziende a generare iniziative collaterali e complementari. La struttura produttiva iniziò a presentare caratteri fin troppo marcati di polarizzazione fra piccole e grandi aziende – secondo uno schema comune anche ad altre aree della Penisola (Giannetti, Vasta 2003) –, accentuati dalla scarsa propensione dei grandi gruppi nazionali – come la Montecatini, la Dalmine e l’Olivetti, i cui centri decisionali erano ubicati fuori la provincia di Massa-Carrara – a considerare come prioritaria l’attivazione di relazioni di interscambio con le imprese locali medio-piccole. L’indotto delle grandi imprese, conseguentemente, si specializzò prevalentemente nella fornitura di attività di manutenzione degli impianti e di servizi; altrettanto significativa appare la tendenza dell’imprenditoria locale a svilupparsi “per linee parallele”, in una pluralità disomogenea di settori con una bassa propensione all’interazione, una caratteristica, quest’ultima, che si manterrà inalterata anche nei decenni successivi (Grossi 1991).

Nel 1956, anno di scadenza delle ultime agevolazioni doganali e tariffarie, su un totale di 145 unità produttive attive nella provincia e nei comuni della Lunigiana e della Versilia aggregati alla Zia, le imprese con oltre 400 dipendenti erano soltanto sei – Dalmine, Montecatini Azoto, Olivetti, Riv, Rumianca e Montecatini Jutificio (quest’ultima ubicata nel comune di Aulla) –, mentre quelle con un numero di dipendenti compreso fra 100 e 399 appena nove (fra queste, sette erano ubicate nella Zia originaria)31. Come indicato nella Tabella 3, a fronte di un’occupazione complessiva pari a 8.728 unità, ben il 73% delle maestranze risultava concentrato negli stabilimenti insediati nei comuni di Massa, Carrara e Montignoso, area peraltro caratterizzata da una media di addetti per stabilimento di gran lunga più elevata rispetto alle altre due aree intercomunali.

Tabella 3: Stabilimenti attivi al 31 dicembre 1956 in diversi comuni

 

Massa, Carrara, Montignoso

Aulla, Filattiera, Fivizzano, Pontremoli, Villafranca

Pontremoli, Forte dei Marmi, Seravezza, Stazzema

N° stabilimenti

55

35

55

Totale occupati

6.429

1.563

736

Media addetti per stabilimento

117

45

13

Fonte: Consorzio per la Zona Industriale Apuana, Relazione del Presidente Dr. Avv. Gurgo Salice Ermanno al Consiglio direttivo dell’Ente sulla attività svolta nell’anno 1956 (nostra elaborazione).

Per quanto riguarda la Zia originaria, dalla Tabella 4 si può osservare come le grandi imprese fossero sostanzialmente ancora quelle stabilitesi negli anni del fascismo, ma con la significativa contrazione dei grandi gruppi metalmeccanici. La grande industria si era progressivamente articolata intorno ai colossi chimici, Montecatini e Rumianca, senza tuttavia che tali industrie avessero proceduto ad avviare il ciclo integrale, che solo avrebbe potuto dare vita ad un significativo indotto impegnato nella lavorazione delle fasi intermedie del ciclo produttivo.

Al termine di quello stesso anno il Consorzio tentò nuovamente di intervenire sul governo al fine di ottenere un rinnovo delle agevolazioni fiscali, scontrandosi tuttavia con il diniego di Pella e della Dc, i cui deputati furono indotti a non rinnovare le proroghe degli incentivi stabiliti per la zona di Massa-Carrara, così come quelli per le zone industriali di Livorno e Roma32. L’unico risultato ottenuto fu il rinnovo delle agevolazioni riguardanti le tariffe ferroviarie, prorogate fino al 31 marzo 195833. Ciò che anche in questa circostanza appare singolare è l’insistenza da parte del Consorzio nel reclamare unicamente misure di carattere fiscale che già da alcuni anni i governi centristi ritenevano palesemente inidonee a sostenere lo sviluppo del sistema manifatturiero-industriale, mentre non traspare alcun accenno alla richiesta di forme di credito speciale o agevolato, che proprio in quegli anni stavano acquisendo una marcata centralità nelle politiche industriali nazionali (Leonardi 2008, 639-657).

L’incerto percorso che dopo la guerra aveva seguito l’iter per la proroga delle agevolazioni aveva sicuramente avuto riflessi negativi sulla ricostruzione e sul definitivo decollo della Zia, ma più ancora incisero, a livello nazionale, i mutamenti d’indirizzo intervenuti nelle politiche economiche e commerciali stabilite dai governi centristi, dai crescenti vincoli europei al successivo spazio accordato all’industrializzazione del Mezzogiorno. Particolarmente emblematico, sotto quest’ultimo profilo, appare il mancato accordo con la Finsider per impiantare nella Zia una acciaieria, in alternativa a Taranto, che avrebbe portato all’assorbimento di circa 2.000 lavoratori ed avrebbe potuto fornire esternalità anche a società industriali come la Dalmine, la Cokeapuania e la Montecatini Azoto. Il Consorzio aveva tentato di interloquire con i vertici della finanziaria dell’Iri al fine di dimostrare i vantaggi che sarebbero scaturiti dall’ubicazione dell’impianto a Massa-Carrara. Nella Zia, infatti, erano già attivi un tubificio (la Riv) ed una cokeria; inoltre, si proponeva di associare all’apertura dell’acciaieria la costruzione di una centrale termoelettrica della potenza di 120-130 mila Kw, che sarebbe stata alimentata per 2/3 dai gas del nuovo impianto, e per 1/3 da quelli della cokeria. Tuttavia, come rilevato dal presidente del Consorzio, ad ostacolare questo disegno industriale si frappose il governo, orientato a sfruttare tale occasione per l’industrializzazione del Mezzogiorno34. A livello regionale, invece, pesò in modo definitivo la centralità acquisita dal porto di Livorno – intorno al quale fu ridisegnato il sistema infrastrutturale dei trasporti ferroviari regionali con la Valle Padana e l’Italia settentrionale – rispetto a quello di Marina di Carrara, accentuando le difficoltà logistiche e le prospettive strategiche dell’area (Amministrazioni Provinciali della Spezia, Parma e Massa-Carrara 1975).

In definitiva, con la crisi della Zia ciò che usciva definitivamente sconfitto era il concetto di “zona industriale speciale”, le cui deboli fondamenta progettate durante il fascismo furono ulteriormente fiaccate, nel periodo repubblicano, dal ripensamento complessivo delle politiche di incentivazione delle aree economicamente depresse e, in particolare, dalla legislazione sull’industrializzazione del Meridione che, con la creazione della Cassa per il Mezzogiorno, portò al superamento di un modello di sviluppo per tali zone incentrato su una molteplicità incoerente di norme tributarie eccezionali (Petri 1990, 311-317).

Tabella 4: Stabilimenti attivi al 31 dicembre 1956 nei comuni di Massa, Carrara e Montignoso

Stabilimento

Produzione

N° dipendenti

Attocarrozzeria Parmense Autocarrozzeria

10

Bertolini Officina meccanica

2

Biscottificio Piemonte Biscottificio

31

Caffaro Ossicloruro di rame

24

Carbogas Ossigeno

17

CARP Resine plastiche

10

CASA Cemento e agglomerati

183

Cellubloc De Borck Materiali prefabbricati

34

Cima Torni e trapani

16

COGE Auto Riparazione jeeps

338

Cokapuania Coke metallurgico, benzolo

235

Corderia Corde, sacchi, ecc.

64

Cotonificio Cucirini Pedone Cucirini

120

Cuturi Martelli pneumatici

15

Dalmine Tubi in acciaio

1.370

De Borck Cucine economiche, stufe

119

Diana Fusti metallici

-

Dica Distilleria petrolio

89

Domade Materiali coibenti

15

Eneo

-

Fibronit Fibrocemento

228

Fiam Avvolgibili per finestre

-

Filippi e Biagi Mattonelle in cemento

-

Fonderia Marioni Fonderia

16

Icesi -

27

Illea Lavorazione legnami

14

Incab Abiti in serie

109

Grazzini G. Giocattoli

-

Industria Calce Zolle di calce viva

57

Italaga Protossido d’azoto

9

La Triestina Officina meccanica

13

Legnotan Tannino

25

Moise Apparecchiature navali

6

Mineraria Marittima Macinazione talco

27

Montecatini Azoto e calciocianamide Acido nistrico, nitrato ammonico, carburo di calcio, ecc.

1.090

Nuovo Pignone Industria meccanica e fonderia

200

Olivetti Schedari metallici

492

Omlas Lame per segherie

11

Osva Vetri artistici

28

Pastificio Frediani Pasta alimentare

40

Pibigas Gas liquidi

80

Pisanelli Officina meccanica

22

Rational di Ciaponi Mobili in ferro

13

Refrattari Massa Refrattari

67

Riv Cuscinetti a sfera

463

Rumianca Trielina, soda, caustica ecc.

466

Sacam Calzificio

37

Salger Officine meccaniche ed elettriche

5

Saponeria Silva Saponificio

59

Silis Rilavorazione materiali di ferro

7

Simc Mattonelle di cemento

27

Tassara C. & F. Cottura della dolomite

57

Termochimica Apuana -

5

Union Gas Gas liquido

15

Venturini & C. Lame per segherie

18

TOTALE

6.429

Fonte: Consorzio per la Zona Industriale Apuana, Relazione del Presidente Dr. Avv. Gurgo Salice Ermanno al Consiglio direttivo dell’Ente sulla attività svolta nell’anno 1956.

Per citare questo testo attenersi alle seguenti indicazioni: Marco Cini, La ricostruzione della Zona Industriale di Massa-Carrara nel secondo dopoguerra, in “Storia e Futuro”, Articoli, n. 30, novembre 2012.

Biografia

Marco Cini è ricercatore di Storia economica presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Pisa. Si occupa prevalentemente di storia dei ceti dirigenti fra Ottocento e Novecento e di storia della moneta. Fra i suoi lavori monografici più recenti figurano: Volterra francese. Finanze pubbliche, imposte e produzione negli anni napoleonici, Pisa, Plus, 2007; Culture economiche e modelli di sviluppo nella Toscana del primo Ottocento, Pisa, Dedizioni, 2008, Finanza pubblica, debito e moneta nel Granducato di Toscana. 1814-1859, Pisa, ETS, 2011.

Biography

Marco Cini is research professor in Economic History at the Department of Political Sciences in Pisa University. His main research interests concerns the history of the upper middle classes between the 19th and 20th century, and the history of currency.

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  1. “Il Tirreno”, 17 e 18 aprile 1956. []
  2. Camera di Commercio Industria e Agricoltura di Massa Carrara (d’ora in poi Ccms), prat. 62-6, XIII 12/5, Questionario sulle zone industriali, compilato il 24 luglio 1946 e inviato alla Sottocommissione per l’Industria del Ministero per la Costituente, Commissione economica. []
  3. Problemi inerenti la Zona Industriale di Apuania, documento inviato il 4/2/1946 al ministro dell’Industria e Commercio Giovanni Gronchi (Ccms, prat. 62-6, XIII 12/5). []
  4. Relazione situazione industriale al 31/1/46, Ccms, prat. 62-6, XIII 12/5. []
  5. Ibidem []
  6. Ccms, prat. 62-6, XIII 12/5, documento senza intestazione. []
  7. Particolarmente significativo, a questo proposito, è il documento preparato dalla Montecatini, su richiesta della Camera di Commercio, proprio in vista della riunione con Gronchi, ed al quale appare inspirato il documento presentato nel marzo al ministro (Problemi inerenti la Zona Industriale di Apuania, documento inviato il 15/5/1946 dalla Montecatini Azoto alla Camera di Commercio, Ccms, prat. 62-6, XIII 12/5). []
  8. Ccms, prat. 62-6, XIII 12/5, Questionario sulle zone industriali, compilato il 24 luglio 1946 e inviato alla Sottocommissione per l’Industria del Ministero per la Costituente, Commissione economica, p. 6. []
  9. “Il Tirreno”, 27 agosto 1946. []
  10. “Il Nuovo Corriere”, 25 settembre 1946. []
  11. “Il Tirreno”, 12 ottobre 1946. []
  12. “La Gazzetta”, 27 ottobre 1946. []
  13. “La Gazzetta”, 30 ottobre 1946. []
  14. “Il Tirreno”, 10 ottobre 1946. []
  15. Assemblea costituente, XXVI, seduta dell’11 dicembre 1946, p. 905 ss., consultabile all’indirizzo http://legislature.camera.it/_dati/costituente/lavori/Assemblea/sed026/sed026nc.pdf. []
  16. Relazione situazione industriale al 31/1/46, Ccms, prat. 62-6, XIII 12/5. []
  17. “La Gazzetta”, 22 febbraio 1947. []
  18. Decreto Legislativo del Capo provvisorio dello Stato del 3 aprile 1947, n. 372 (GU n. 120 del 28 maggio 1947). []
  19. “Il Tirreno”, 17 e 19 giugno 1949. []
  20. L’attività del Consorzio per la Zona Industriale Apuana nel 1949, Ccms, “Bollettino economico”, n. 2, 1950. []
  21. “La Sveglia Repubblicana”, n. 2, 31 gennaio 1948. []
  22. “La Sveglia Repubblicana”, n. 6, 29 febbraio 1948. []
  23. La legge 27 ottobre 1950 n. 910 stabilì la concessione di finanziamenti agli industriali giuliani e dalmati che si fossero insediati nel Mezzogiorno, nella Zona Industriale Apuana e nei comuni di Ancona e Gorizia. Tuttavia il provvedimento non fu mai operante a causa del rifiuto delle banche di effettuare i mutui alle condizioni previste dalla legge stessa. []
  24. L’attività del Consorzio per la Zona Industriale Apuana nel 1950, Ccms, “Bollettino economico”, n. 3, 1951. []
  25. I comuni della Lunigiana contemplati dalla legge 21 luglio 1950 n. 818 erano Aulla, Filattiera, Fivizzano, Pontremoli e Villafranca, mentre i comuni della Versilia erano Forte dei Marmi, Pietrasanta, Seravezza e Stazzema. Dopo la guerra numerosi stabilimenti industriali che si erano istallati in Lunigiana negli anni fra le due guerre non ripresero la produzione o cessarono le attività pochi mesi dopo la Liberazione: fra questi il polverificio di Pallerone, il polverificio di Stacchini di Fivizzano e la Montecatini Sgem di Villafranca, il cementificio di Pontremoli e la Loser di Filattiera (Centro Studi e Ricerche Economico-Sociali, Unione Regionale delle CCIAA della Toscana 1974, 502). []
  26. Le maestranze occupate al 31 dicembre 1951 nei comuni lunigianesi e versiliesi entrati a far parte della Zia erano pari 2.461 unità; tuttavia, la maggior parte risultava occupata negli stabilimenti già presenti in queste aree (Consorzio per la Zona Industriale Apuana, Relazione del Presidente Dr. Avv. Gurgo Salice Ermanno al Consiglio direttivo dell’Ente sulla attività svolta nell’anno 1951). []
  27. Nel 1949 i disoccupati erano 12.167 unità (dato medio annuale), mentre nel 1952 erano 12.210. Ancor più significativo è il dato relativo ai giovani di età inferiore ai 21 anni in cerca di prima occupazione, che nel 1949 erano 2.781, mentre tre anni dopo erano 4.158 (Ccms, Indici della ricostruzione, s.d.). []
  28. Un ulteriore indicatore della crescita economica stimolata dalla Zia è l’incremento del gettito dell’imposta Icap (Imposta comunale sulle industrie, commerci, arti e professioni) per Massa-Carrara: fatto 1 il 1938, nel 1948 sfiorò quota 21, arrivando a 91,2 nel 1952 (nel 1953, anno di crisi, tornò a 76,2). []
  29. Associazione degli Industriali della Provincia di Massa e Carrara, Relazione all’Assemblea ordinaria dei Soci del 30 aprile 1953, pp. 61-64. []
  30. Consorzio per la Zona Industriale Apuana, Relazione del Presidente Dr. Avv. Gurgo Salice Ermanno al Consiglio direttivo dell’Ente sulla attività svolta nell’anno 1953. []
  31. Consorzio per la Zona Industriale Apuana, Relazione del Presidente Dr. Avv. Gurgo Salice Ermanno al Consiglio direttivo dell’Ente sulla attività svolta nell’anno 1956. []
  32. Archivio del Consorzio per la Zona Industriale Apuana, Verbale n. 63 del 13 dicembre 1956. []
  33. Archivio del Consorzio per la Zona Industriale Apuana, Verbale n. 64 dell’11 aprile 1957. []
  34. Archivio del Consorzio per la Zona Industriale Apuana, Verbali n. 64 dell’11 aprile 1957 e n. 65 del 18 giugno 1957. []
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