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Posted in Numero 45 - Dicembre 2017, Numero 45 - Percorsi, Numero 45 - Rubriche, Percorsi

L’agroalimentare cooperativo dalle origini a Fico. Breve excursus storico sulla food valley italiana

L’agroalimentare cooperativo dalle origini a Fico. Breve excursus storico sulla food valley italiana

di Giuliana Bertagnoni

Abstract

La prima parte dell’articolo racconta le radici identitarie della cooperazione agricola emiliano-romagnola, stimolata dall’abbondanza di braccia e dalla carenza di lavoro, che hanno indotto le ideologie ottocentesche a favorire, attraverso la cooperazione bracciantile, soluzioni pratiche a questo bisogno. Parallelamente, l’introduzione di nuove colture e l’intensificarsi dei rapporti con l’industria hanno fatto nascere esigenze associative anche nei produttori agricoli, per la trasformazione e la commercializzazione, coinvolgendo inizialmente soprattutto l’associazionismo padronale.

Nella seconda parte si tematizza la grande spinta verso la cooperazione del secondo dopoguerra, di matrice prevalentemente popolare, in un contesto di grande partecipazione democratica in reazione alla dittatura. Parallelamente, lo Stato promuove la piccola proprietà contadina, che si afferma come il modello prevalente nelle campagne della regione. In questo contesto, la cooperazione si radica in uno spazio diverso rispetto alla proprietà dell’impresa, che rimane del singolo produttore, il quale si associa per la gestione di alcune fasi della produzione, per operare la trasformazione dei prodotti, per la commercializzazione. Questo processo di aggregazione permette ai piccoli produttori di acquisire una capacità competitiva sul mercato che come singoli non avrebbero potuto raggiungere, offrendogli l’opportunità di continuare un’attività che diversamente avrebbero dovuto abbandonare. Il legame persistente con le ideologie politiche, che promuovono la cooperazione come esempio di democrazia economica perché è il lavoro che gestisce l’impresa e non il contrario, consolida in questa regione il successo del modello, costruendo attorno ad esso la solidarietà fra produttori (nelle campagne) e consumatori (nelle città), che è la ragione profonda del radicamento territoriale.

Abstract English

The first part records the roots of farm cooperation in the Emilia-Romagna region, stimulated by the abundance of manpower and the lack of work, which led 19th century ideologies to promote, through labour cooperation, practical solutions to this need. At the same time, the introduction of new crops and intensified relations with industry gave rise to the need to associate also among farmers, in the fields of processing and marketing; initially, it mainly involved the association of landowners.

Part II focuses on the surge in cooperation after World War II, mainly characterized by ordinary people in a context marked by great democratic participation, as a response to dictatorship. Parallely, the State promoted small farming property, which became the prevalent model in rural areas of the region. In this context, cooperation was classed in a different category from company ownership, which remained the property of a single manufacturer, who associated himself to others in order to manage certain phases of production and subsequent processing and marketing. This kind of aggregation allowed smaller manufacturers to gain a competitiveness in markets which they could not reach as individuals, by offering them the opportunity to continue an activity which they would otherwise have to abandon. The persistent link with political ideologies promoted cooperation as an example of economic democracy. It is labour that manages the company and not the other way around. This consolidates the success of the model in this region, fostering solidarity between producers (in rural areas) and consumers (in towns), which is the fundamental reason for territorial rooting.

Introduzione

L’Emilia-Romagna, già terra di cooperazione, si aggiudica un nuovo primato, quello di food valley italiana, sancita recentemente dall’apertura di Fico, la Fabbrica italiana contadina, il parco agroalimentare inaugurato alla fine del 2017 a Bologna. Questo breve excursus, senza nessuna pretesa di esaustività trattando un argomento così complesso e articolato, intende ripercorrere la storia della vocazione agroalimentare di questa regione da una particolare lente di ingrandimento, quella del modello cooperativo di impresa che ha dato, riteniamo, particolare impulso al settore primario nella realtà territoriale presa in esame.

Si ripercorrono qui le tappe di sviluppo dell’agroalimentare cooperativo, che rappresenta oggi una realtà economica di grande rilievo (con circa 12.947 milioni di euro di fatturato nel 2013), per poi trattare, nel prossimo numero della rivista, le fasi evolutive delle diverse filiere1.

Vocazioni produttive e nuovi equilibri nelle campagne emiliano-romagnole fra ’800 e ’900.

L’Emilia-Romagna, uno spicchio triangolare di territorio che dalla Pianura Padana risale gli Appennini a sud, tuffandosi nel mare a est, ospita un sistema fluviale reticolare, costituito dagli affluenti del Po, che corre trasversalmente sul confine settentrionale, e dal Reno, che circoscrive una linea curva da sud ad est. Dopo l’Unità d’Italia, l’area nord-orientale era caratterizzata dall’abbondante ma disordinata presenza di acqua, la quale aveva caratterizzato così profondamente il territorio che i suoli coltivati a risaia sfioravano il tetto dei 25.000 ettari (Cazzola, 1997). Paludi e acquitrini venivano di mano in mano bonificati per rendere la terra disponibile all’agricoltura e riorganizzati con sapienti canalizzazioni per valorizzare il ruolo dell’acqua funzionale alla prosperità dei campi. Un processo che implicava la necessità di ingente attività manuale anche prima della coltivazione, in un connubio fra lavoro agricolo e operaio tipico dell’occupazione bracciantile emiliano-romagnola a cavallo fra ’800 e ’900.

Nell’area montana, che occupa circa un quarto del territorio, l’agricoltura viveva in complementarietà fra arativo, bosco e allevamento, ma la pressione demografica e i seminativi fin troppo estesi mettevano a rischio l’equilibrio ambientale e non consentivano la stabilità economica delle aziende agrarie, fornendo alle popolazioni prodotti di diretto consumo: frumento, mais e patate in primo luogo, ma anche fave, ceci e altri legumi.

Nella porzione più ampia della regione, tendenzialmente pianeggiante, il paesaggio agrario era tradizionalmente dominato dalla presenza del podere cerealicolo-canapicolo, tipico della pianura bolognese, ferrarese e cesenate, con rotazione a granturco. Era il frutto di un secolare adattamento ai vincoli imposti dall’ambiente, dalle risorse energetiche disponibili e dalla necessità di fornire contemporaneamente alimentazione per la famiglia contadina e una rendita monetaria per il padrone della terra. Al di fuori di quest’area, il frumento manteneva comunque un primato, con una rilevanza crescente mano a mano che dalle province occidentali si andava verso il mare, mentre la caratteristica produzione di foglie di gelso per l’allevamento del baco da seta continuava in alcune aree collinari, specie romagnole, ma aveva perso la rilevanza che aveva avuto per secoli.

Il sistema agrario permetteva di alimentare il bestiame da lavoro, la più importante forza motrice dell’epoca, con una superficie minima di terra destinata alla produzione foraggera. Biomassa aggiuntiva per nutrire i bovini proveniva dalle fitte alberature di olmo e acero poste a separazione dei campi e collegate fra loro dalla vite tenuta alta (la piantata). In caso di necessità si ricorreva ad apporti esterni provenienti dalle zone paludose della bassa pianura. La priorità data al lavoro frenava lo sviluppo dell’allevamento bovino da latte, tuttavia nella seconda metà dell’800 alcuni territori cominciavano a valorizzare la risorsa bestiame: le province di Parma e Reggio aumentarono gli stabilimenti di lavorazione del latte; mentre a Modena andò sviluppandosi l’allevamento di suini in relazione al caseificio e all’industria dei salumi.

Alla fine dell’800, il vino, una presenza consistente in tutto il territorio, specie in pianura, ma generalmente di qualità scadente e poco commerciabile, coltivato nella forma intercalata promiscua e destinato all’autoconsumo, cominciò in alcune aree la crescita qualitativa mirata ad uscire dalla cerchia del consumo locale, in particolare nella zona di Sorbara nel modenese, nelle prime colline bolognesi e soprattutto nelle colline forlivesi e piacentine. Erano i primi passi di un processo che avrebbe portato, nel lungo periodo, alla scelta dei vitigni e dei terreni più adatti alla coltivazione della vite, facendo emergere un settore vitivinicolo quantitativamente sempre più elevato, con uve e vini adatti al mercato nazionale e internazionale.

La grave crisi che colpì il mondo agricolo alla fine del XIX secolo accelerò alcuni cambiamenti e stimolò la ricerca di nuovi equilibri. Una delle trasformazioni più importanti riguardò il concetto dell’autosufficienza produttiva del podere agricolo, che gli agricoltori emiliano-romagnoli furono costretti ad abbandonare sia sul piano della produzione sia su quello della vendita, cominciando un processo che avrebbe rivoluzionato il settore. La stretta relazione tra agricoltura e industria, che sarebbe diventata caratteristica intrinseca del comparto, nel secondo dopoguerra significativamente ribattezzato «agroalimentare», cominciò qui, divenendo già all’inizio del ’900 uno degli elementi peculiari della regione, per il vorace consumo da parte delle campagne di prodotti quali concimi chimici e macchine, pompe e centrifughe per la lavorazione del latte, semplici trinciaforaggi e sgranatoi a mano per il granoturco, complesse e costose trebbiatrici, aratri funicolari mossi dal vapore, fino al moderno trattore.

Il ruolo delle Cattedre ambulanti di agricoltura legate alle Facoltà di agraria, che cercavano di promuovere il cambiamento e di formare i produttori agricoli per metterli in grado di affrontare i nuovi scenari, è noto ma mai abbastanza evidenziato. Questi istituti di divulgazione della tecnica agronomica nel mondo rurale, nati dall’esigenza di disporre di un sistema che permettesse di avvicinare la scienza agricola al mondo rurale della produzione, portando l’insegnamento direttamente nelle campagne, operavano grazie all’iniziativa privata sostenuta dai contributi degli enti locali, e avevano una duplice valenza: informare i proprietari terrieri, molti dei quali aperti al progresso nel fervore dell’unificazione della nazione; formare le masse contadine analfabete, composte da fittavoli, mezzadri, salariati giornalieri, piccoli proprietari. Fu la prima volta che un’organizzazione pubblica o parapubblica andava loro incontro direttamente sul campo per insegnare nuove tecniche agricole. L’iniziativa sollevò molte aspettative e dette anche concreti risultati. Il successo delle Cattedre ambulanti, nate ad Ascoli Piceno (nel 1863) e a Rovigo (nel 1870), poi diffusesi in tutta Italia (in Emilia-Romagna nel 1893 a Bologna, e nel 1896 a Rimini), si deve soprattutto alla competenza ed alla motivazione degli insegnanti itineranti, al sistema organizzativo per lungo tempo decentrato ed al contatto diretto con il mondo rurale. Tutti i settori produttivi, soprattutto la cerealicoltura e la zootecnia, beneficiarono di questo movimento in un diretto, reciproco contatto tra la ricerca e il mondo agricolo.

Con il nuovo secolo, anche l’aspetto dei campi coltivati cambiò visibilmente. I prati di foraggio da piccoli fazzoletti cominciarono ad estendersi, segno dell’avvenuto ingresso delle campagne emiliane nella rivoluzione agronomica. La conversione foraggera dei terreni, probabilmente favorita dalla conflittualità che spinse i proprietari agrari a indirizzarsi verso colture meno bisognose di manodopera, favorì la specializzazione nella produzione zootecnica, soprattutto nel reggiano, dove si superarono le attitudini miste con l’adozione delle razze lattifere selezionate, e nel ravennate, dove la crisi delle risaie e la caduta dei prezzi cerealicoli spinsero gli agricoltori a una conversione foraggera, con beneficio della razza bovina locale, la romagnola.

Fecero la loro comparsa nuovi prodotti: la barbabietola da zucchero, specialmente nelle zone di Ferrara, Bologna e Ravenna, che, per le sue proprietà rinnovatrici del terreno e nutrizionali per il bestiame, sostituì nella rotazione agraria il binomio grano-canapa e grano-mais. Poiché l’industria saccarifera era l’unico sbocco di mercato per il prodotto, il radicamento della barbabietola stimolò l’integrazione fra agricoltura e industria che si estese presto all’intera regione, anche per merito della promozione operata dalle Cattedre ambulanti di agricoltura.

Si diffusero, inoltre, altre tre colture: il pomodoro, il tabacco e la frutticoltura specializzata. Il pomodoro da conserva si affermò con estrema rapidità nel parmense. La produzione di concentrato, oltre a stimolare attività legate alla produzione di recipienti di latta, realizzando un ulteriore stimolo all’integrazione fra agricoltura e industria, iniziò ad espandersi anche in altre aree della regione, favorita dall’abbondanza di forza-lavoro stagionale, superando brillantemente anche la crisi agraria degli anni ’30.

Ma la vera novità del ’900 fu la frutticoltura specializzata, che iniziò a contrassegnare la fisionomia di una parte sempre più vasta della regione. Il mercato interno considerava la frutta un bene di lusso, ed era condizionato dall’offerta prodotta in orti familiari e nell’ambito della coltivazione promiscua delle campagne. Inoltre, altri problemi rallentarono il radicamento di questa produzione: conservazione, trasporto, lunga attesa che l’investimento desse dei risultati. Il primo nucleo produttivo fu quello di Massa Lombarda del 1902, pioniere della frutticoltura intensiva. Nel cesenate, destinato a diventare uno dei fulcri propulsori, i ciliegi (il cui frutto, mantenendo un carattere promiscuo, sarebbe diventato il primo prodotto) e poi i peri cominciarono a sostituire gli olmi. Dalla Romagna, la frutticoltura andrà espandendosi nei decenni successivi anche nelle province di Ferrara e Bologna, con propaggini significative nel modenese, dove il ciliegio diventerà coltura primaria e tipicizzata a Vignola.

Alla vigilia della prima guerra mondiale, si era ormai conclusa la fase più rilevante del processo di modernizzazione del sistema produttivo agrario della regione. Le “vocazioni” agricole erano delineate e pronte a stimolare l’espansione del mercato interno ed estero, grazie anche all’aumentato indice di produttività per merito della meccanizzazione e chimizzazione dell’agricoltura e all’evoluzione dei rapporti di produzione, in particolare la mezzadria, che, come abbiamo detto, cominciava a superare il concetto dell’autosufficienza del podere.

La cooperazione come risposta innovativa alle trasformazioni economiche delle campagne

L’agricoltura è il settore nel quale la cooperazione emiliano-romagnola è cresciuta nell’accompagnare le trasformazioni strutturali profonde sopra descritte, in un processo di stimolo reciproco in cui la causa si è con/fusa con l’effetto.

La forma cooperativa di impresa, nata in Europa nella seconda metà dell’800, era l’unica che coniugava la remunerazione monetaria con la crescita culturale e sociale dei lavoratori, dei consumatori e dei soci in generale, che si univano per autogestire delle attività economiche in modo più vantaggioso, rappresentando una risposta moderna e di avanguardia, sul piano economico e sociale, alle contraddizioni e ai problemi posti dalla rivoluzione industriale.

La riflessione italiana in materia cooperativa fu molto fertile anche per la ricchezza culturale di cui erano espressione i padri fondatori, per lo più intellettuali, che avevano intrapreso percorsi formativi di stampo europeo e si muovevano nell’alveo di tre correnti di pensiero: liberale, socialista e cattolica. Per i socialisti la cooperazione era uno strumento popolare di resistenza, autonomia ed emancipazione, capace di sgretolare i secolari vincoli di subalternità ai ceti padronali e alle figure simboliche della gerarchia sociale (il parroco, il medico o il farmacista, il maestro, eccetera); per i liberale e per i cattolici, invece, era un mezzo per superare la lotta di classe.

La divisione culturale delle origini favorì la nascita di organizzazioni di rappresentanza cooperativa diverse: i socialisti diedero via alla Lega nazionale delle cooperative e mutue (che qui citeremo col nome attuale, Legacoop); i cattolici diedero vita alla Confederazione cooperative italiane (Confcooperative). Questa frattura, che nel secondo dopoguerra ha favorito la nascita di una terza centrale cooperativa, l’Associazione generale delle cooperative italiane (Agci), che rappresentava la componente repubblicana e parte dei socialdemocratici, è sopravvissuta fino al presente, e ha determinato strategie di impresa differenti, ognuna con una propria ragione storica che ha reso il quadro italiano da una parte articolato e ricco di stimoli; dall’altra complesso e dipendente da fattori extraeconomici.

Sul finire dell’800 l’Emilia-Romagna andava affermandosi come terra di cooperazione per antonomasia, diventando la regione con maggior presenza di cooperative in rapporto agli abitanti e al numero di comuni. Il reticolato di autogestione si dipanava sul territorio intorno alla cooperazione di consumo, che più di ogni altra impresa operava per la salvaguardia dei ceti popolari nel contesto sia urbano sia rurale, calmierando i costi dei consumi dei soci attraverso il meccanismo del ristorno. Una delle prime cooperative di consumo della regione fu quella di Molinella, fondata da Giuseppe Massarenti nel 1896, che, trovandosi in una delle aree più interessate dalla diffusione delle risaie e dalle agitazioni sindacali conseguenti, fu un supporto economico fondamentale per i lavoratori delle campagne, che poi si organizzarono anche in cooperativa agricola.

Con l’incalzare della crisi agraria e l’importanza che il lavoro manuale aveva assunto nell’approntamento della terra alla coltivazione, particolare diffusione ebbe la cooperazione bracciantile, che gestiva in appalto le opere pubbliche, effettuava il trasporto di materiali, l’arginatura, lo sterro, la spaccatura delle pietre, la realizzazione di canali, e così via, introducendo anche innovazioni tecniche, come il sistema meccanico di sollevamento delle acque nelle opere di bonifica, che segnò l’avvio di un nuovo periodo di trasformazioni agrarie.

Di matrice prevalentemente socialista, all’origine la cooperazione bracciantile era sostenuta anche dall’iniziativa della borghesia filantropica, che la riteneva utile per allentare i conflitti sociali. La prima e più importante fu l’Associazione generale dei braccianti agricoli di Ravenna, esclusivamente operaia, fondata nel 1883 da Armando Armuzzi e Nullo Baldini, che ottenne lavori anche fuori regione, come l’appalto di importanti opere di bonifica a Roma, e segnò significativi traguardi, raggiungendo i 2.240 soci nel 1894. Questo genere di cooperazione si rafforzò nel primo decennio del ’900, grazie alle aperture del governo Giolitti con una legislazione favorevole che favorì il radicamento di un’altra organizzazione tipica della cooperazione emiliano-romagnola: i consorzi cooperativi. La legge stabiliva le modalità di partecipazione delle cooperative ad appalti pubblici, in modo da incoraggiare la costituzione di strutture cooperative di secondo livello, cioè associazioni di imprese cooperative. Questo permise il consolidamento del movimento cooperativo, che poté affrontare sfide straordinarie, come la costruzione del Canale sulla destra del Reno operata dalla cooperativa di Nullo Baldini. Quando, nel 1884, la cooperativa ravennate prese in gestione un vasto podere, nacque anche la prima cooperativa agricola italiana.

La cooperazione bracciantile, dunque, si sviluppò intorno a due anime: una legata ai lavori di sistemazione del territorio, in particolare inerenti la bonifica, l’altra di conduzione agricola. A sua volta, nella conduzione agricola a inizio secolo fece la sua comparsa l’affittanza collettiva, che avrebbe avuto la massima diffusione nel cosiddetto “biennio rosso”, il periodo 1919-1920 caratterizzato da uno scontro sociale diffuso e radiale. Ed ecco che le differenze ideologiche fra socialisti e cattolici cominciarono ad avere un peso sulla cultura dell’impresa: mentre in ambito socialista l’affittanza collettiva era la sola forma di conduzione agricola praticata, la cooperazione cattolica prediligeva un altro tipo di contratto agrario, l’affittanza a conduzione divisa, cioè l’assunzione di ampie tenute che venivano poi suddivise fra i soci per la gestione. Questo si sposava con i desiderata sia della base sociale sia della dirigenza del movimento cattolico, incentrati sulla realizzazione della piccola proprietà volta a trasformare braccianti e mezzadri in contadini.

Al contrario, la cooperazione agricola a conduzione collettiva nasceva dalla strategia sindacale elaborata per rispondere ai bisogni dei braccianti. Il problema fondamentale emiliano e romagnolo era la sovrabbondanza di braccia rispetto alla terra, che non consentiva buone condizioni di lavoro e remunerazioni adeguate. La lotta nelle campagne era molto aspra e risoluta. Le organizzazioni sindacali bracciantili della sinistra, organizzate nella Federterra, cercavano di garantire a tutti la sussistenza attraverso la distribuzione egualitaria del lavoro agricolo, con un’azione volta a tenere insieme gli interessi dei diversi soggetti della campagna (soprattutto braccianti e mezzadri), cercando di spezzare il fronte padronale con un impegno unitario e realizzando, contemporaneamente, le cooperative di affittanza collettiva. Accanto all’esperienza di Ravenna e di Molinella nel bolognese, all’inizio del ‘900 si svilupparono altre importanti realizzazioni della cooperazione bracciantile, come quelle di Santa Vittoria e di Fabbrico, nel reggiano, dove una trentina di braccianti (ma erano ammessi anche affittuari e mezzadri) diede vita, nel 1901, alla Società anonima cooperativa di miglioramento fra lavoratori della terra di Fabbrico, realizzando un esperimento di “cooperazione integrale”, una sorta di villaggio operaio utopico, interamente gestito in forma cooperativa, secondo un modello propugnato da Antonio Vergnanini, uno dei padri teorici della cooperazione italiana e fondatore della Camera del lavoro di Reggio Emilia.

La possibilità di concorrere ad appalti pubblici prevista dalla legge di inizio ’900 fu poi estesa, dal settore bracciantile, anche a consorzi fra cooperative agricole, quali le affittanze collettive, i consorzi agrari, i granai cooperativi ed ogni altra impresa cooperativa avente scopi di produzione agricola, che potevano costituirsi per la realizzazione di opere pubbliche, migliorie fondiarie, iniziative nell’agricoltura.

Mentre la cooperazione socialista si concentrava su questo genere di realizzazioni, il movimento cattolico dava vita non solo a cooperative di affittanza divisa, in cui la famiglia contadina gestiva un podere come proprio; ma anche a cooperative di servizi, in cui i produttori si associavano per l’acquisto condiviso di attrezzatura e macchine. Spesso i due tipi di cooperative, socialista di braccianti e cattolica di contadini, convivevano in realtà locali piccolissime, entrando facilmente in conflitto, come nel caso di Conselice nel ravennate, in cui lo scontro fra due aziende agricole di diversa matrice esplose con particolare durezza durante la cosiddetta “settimana rossa” del 1914.

La cooperazione cattolica di conduzione terreni poteva contare anche sulle casse rurali, che ebbero un ruolo determinante per il sostegno di mezzadri, affittuari e piccoli proprietari, i più toccati dalle trasformazioni prodotte dall’economia capitalistica. Il capitale versato singolarmente in queste banche era puramente simbolico, mentre il patrimonio sociale che generava credito era costituito dai pochi beni individuali posseduti dai soci; per questo si affermarono lentamente, ma diedero un contributo fondamentale nel convogliare il prestito verso aree e settori che non avrebbero mai potuto ottenere altre forme di credito bancario.

Inoltre, nel movimento cattolico assunse importanza un altro modello cooperativo innovativo per il mondo contadino: le cantine sociali e le latterie. Nel corso del ’900 il comparto lattiero-caseario fu interessato dall’espansione della formula cooperativa. La stalla creava le condizioni per una dimensione di imprenditorialità parcellizzata ma diffusa che trovava nella sperimentazione cooperativa una naturale evoluzione. Infatti, mentre il capitale bestiame doveva essere equilibrato alle possibilità di nutrizione del podere e alle necessità lavorative per la coltivazione dei terreni, grazie ai quali i conduttori (fossero essi piccoli proprietari, affittuari o mezzadri) avevano la garanzia della sopravvivenza della famiglia (e la perdita di questo capitale retrocedeva il conduttore allo status di bracciante); i prodotti della stalla prendevano quasi esclusivamente la strada del mercato e in questo settore, che non metteva in discussione la sua sopravvivenza, il conduttore poteva rischiare e sperimentare cercando di conseguire maggiori guadagni. Si svilupparono così le latterie sociali, nelle quali si mettevano in comune non solo la lavorazione del latte, ma anche la commercializzazione dei derivati, rendendo possibile investimenti in moderni impianti e in manodopera specializzata, in grado di migliorare la forza contrattuale della produzione sul mercato.

Questa esperienza, che vide il socio direttamente coinvolto nell’andamento dell’azienda (anche per l’alta deperibilità del prodotto che obbligava a studiare precocemente tecniche per la conservazione, come la pastorizzazione), fu la prima che fece sperimentare al produttore come fosse utile la forma associativa per fare crescere imprese che si collocavano fra agricoltura e industria, costituendo un modello per gli altri comparti dell’agroalimentare in fase di evoluzione: il vino e l’ortofrutta, in particolare la barbabietola e il pomodoro.

Parallelamente, la cooperazione si affermò anche nella commercializzazione di alcuni prodotti, come nel caso della ciliegia cesenate che fu affidata a una società cooperativa per la vendita della frutta, poi trasformata nel 1908 in Società anonima cooperativa per l’esportazione dei prodotti agrari di Cesena.

Una lenta partenza

Il ventennio fascista sembrò segnare una sospensione del peso della campagna nella vita economica nazionale, per il ritorno propagandistico alle colture tradizionali. La politica autarchica del regime, inaugurata con la “battaglia del grano”, soddisfaceva i conservatori legati a certe produzioni, ma preoccupava chi aveva investito in quelle più pregiate e promettenti. Tuttavia il cambiamento avviato nella specializzazione territoriale si dimostrò inarrestabile. Nel modenese e nel reggiano i redditi provenienti dall’allevamento, dal latte, dalle foraggere e dalla viticoltura avevano assunto un rilievo che rendeva impensabile un ritorno alla cerealicoltura e al grano. Nel 1934 a Reggio Emilia, come effetto della caduta dei prezzi del latte sul mercato locale, i produttori si riunirono in un organismo consortile; mentre 19 caseifici sociali della provincia diedero vita alla Latteria cooperative riunite. Nel 1937 la provincia di Modena era diventata la prima produttrice di latte dell’Emilia-Romagna, ed aveva potenziato l’allevamento non solo dei bovini, ma anche dei suini.

La specializzazione in frutticoltura rallentò la sua corsa e le colture promiscue, con le legnose intercalari, continuarono a dominare il paesaggio, con l’eccezione di Cesena, ma anche di Bologna e Ferrara. Fra le fruttifere spiccavano il pesco e il susino, più lenta fu l’affermazione del melo e del pero, per la quale bisognò aspettare il secondo ’900.

Nel 1936, quando oltre la metà della popolazione faceva parte di famiglie con a capo un addetto all’agricoltura e la Regione contribuiva per il 12% alla produzione agraria nazionale, il 45% di tale produzione lorda era rappresentato da colture industriali (barbabietola, canapa, tabacco, eccetera), segno evidente del progressivo radicarsi dei cambiamenti in atto.

In questa fase di incertezza la cooperazione agricola subì una profonda trasformazione, consolidandosi definitivamente nel comparto della trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli, e radicandosi in fasce sociali meno bisognose di tutela e più motivate sul piano imprenditoriale.

Infatti, il regime fascista, sciolte la Lega e la Confederazione, operò l’“epurazione” dalla cooperazione degli elementi antifascisti, fatto che determinò la perdita del primato delle cooperative di produzione e lavoro, che, soprattutto in Emilia-Romagna, erano più legate al movimento socialista. Questo comportò anche l’indebolimento dei consorzi fra cooperative, che erano stati uno dei fattori innovativi nel primo ’900. Si fermò inoltre la crescita della cooperazione di consumo, che si polarizzò al nord; e della cooperazione nel comparto del credito, per effetto della crisi delle banche popolari e delle casse rurali.

L’unico settore in ascesa fu quello agricolo, che tuttavia spostò il suo baricentro. Infatti, il sistema che si reggeva sulle affittanze collettive aveva conosciuto una crescita intensa fra il 1918 e il 1921 (con 400 cooperative socialiste di conduzione terreni e ca 50.000 ettari di terreno; 310 cooperative cattoliche e 50.000 ettari di terreno; 10 cooperative repubblicane e 10.000 ettari di terreno), anche per il legame organico con il movimento di emancipazione contadina in un rapporto virtuoso stabilito fra la cooperazione (che, insieme all’associazionismo più in generale, emancipavano i ceti popolari dalla dipendenza dal padrone), le Leghe di resistenza sindacale (che aiutavano a conquistare condizioni lavorative più dignitose) e l’Amministrazione comunale (che promuoveva l’istruzione e la sanità pubblica, agiva sul fisco locale, e via dicendo). A Modena, per esempio, di 11 cooperative di affittanze collettive che si registravano nel 1925, 8 erano nate nel 1919, evidentemente spinte dal fermento sociale di quel periodo.

Inoltre, con il consolidamento del regime fascista, che ridusse al silenzio le rivendicazioni bracciantili e mezzadrili, anche il modello cooperativo delle affittanze collettive fu in gran parte affossato. Al contrario, crebbe invece in modo significativo la cooperazione nel campo della trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli, grazie al diffondersi della media e piccola borghesia rurale che costituiva la base sociale di questo tipo di cooperative e che era guardata con favore dal fascismo nel tentativo di consolidare la sua base di consenso. Così come i salariati, nelle aree caratterizzate da una intensa tensione sociale, erano stati i principali protagonisti dell’istanza cooperativa nella regione, ora il baricentro si spostava sulle organizzazioni imprenditoriali a carattere eminentemente contadino, che il fascismo tentava di fare proprie e rilanciare con una funzione stabilizzatrice nelle campagne. La cooperazione fra contadini aveva cominciato a diffondersi nel primo dopoguerra, ma non era particolarmente significativa in relazione al numero effettivo delle aziende agrarie. Nel 1927 il loro numero era salito a 8.490 unità, comprese le casse rurali (5.973 al nord, 1.025 al centro, 750 al sud e nelle isole). Circa la metà erano cooperative agroindustriali, cioè caseifici, cantine, centri zootecnici o molitori. Si registravano poi 1.325 sodalizi per gli acquisti collettivi, 331 cooperative di “manodopera rurale” e 1.141 società di altro genere, principalmente di servizi, (ma comprendevano anche le mutue rurali). Alla fine degli anni ’30 la crescita risultava soprattutto qualitativa, passando dalle lavorazioni tradizionali all’utilizzo di macchinari e procedimenti industriali, per una produzione molto più ampia che interessava una base sociale più consistente (Menzani, 2009). Nel 1939 erano censite 3.514 cooperative di trasformazione: 3.225 latterie e caseifici, 176 cantine, 26 oleifici, 21 molini, 66 essiccatoi di bozzoli.

I cambiamenti descritti toccavano particolarmente l’Emilia-Romagna. Nel 1937 fra le cooperative regionali iscritte all’Ente nazionale fascista della cooperazione venivano censite anche 7 cooperative ortofrutticole distribuite fra Bologna, Ferrara, Reggio e Ravenna; una distilleria a Modena; 8 esercenti macchine agricole a Bologna e 50 a Ravenna; un essiccatoio tabacchi a Ferrara e 3 a Forlì; 4 imprese di conserve vegetali a Modena e 1 a Ravenna.

Il comparto agroalimentare che emerge dai numeri aveva una connotazione cosiddetta “padronale”. Le organizzazioni cooperative non coinvolgevano, se non marginalmente e in maniera subordinata, le fasce deboli della campagna, come i mezzadri o la piccola e piccolissima proprietà, ma erano imperniate sul ceto agrario, sostenitore del fascismo e diviso fra la percezione di una rendita e l’attitudine imprenditoriale. Fra le cooperative censite dall’Ente fascista comparivano anche i Consorzi agrari che, raggruppati nel 1892 nella Federazione dei consorzi agrari (meglio nota come Federconsorzi), svolsero un ruolo importante per l’agricoltura italiana, assumendo ben presto una fisionomia lontana dalla loro origine cooperativistica. I Consorzi agrari ebbero subito una chiara impronta padronale, associando i proprietari agricoli per l’acquisto in comune di prodotti e attrezzature, passando poi alla vendita, all’esercizio del credito agrario, alla formazione dei magazzini generali, alla promozione dell’istruzione professionale e ad altre attività a sostegno dell’agricoltura. Il fascismo fece della Federconsorzi il perno della propria politica corporativa nelle campagne, anche nel contesto del razionamento dei consumi che si instaurò con l’economia di guerra. Includendo i Consorzi agrari, la cooperazione italiana di commercializzazione, se valutata nel contesto europeo, alla vigilia della seconda guerra mondiale aveva acquisito un certo rilievo, con una media di soci che era la più elevata in Europa.

L’Emilia-Romagna, in particolare, affrontava la grande prova della completa riorganizzazione dei consumi imposta dall’economia di guerra avendo ormai avviato il processo di modernizzazione del sistema produttivo agrario. Infatti, abbiamo visto come la crisi di fine ’800 avesse messo in crisi l’autosufficienza del podere e indotto l’agricoltore ad affacciarsi al mercato, facendo scelte produttive volte alla specializzazione. In questo processo il legame fra agricoltura e industria acquisì un ruolo importante, sia sul piano della produzione (l’industria dei concimi, la meccanizzazione dell’agricoltura), sia sul piano della trasformazione (con la coltura della barbabietola e del pomodoro). L’allevatore aveva sperimentato l’efficacia del modello cooperativo nel settore del latte, riuscendo ad essere più competitivo sul mercato grazie alla messa in comune di alcune fasi della produzione e della commercializzazione, che avrebbero richiesto investimenti troppo gravosi per il singolo. Con la cooperazione il produttore difendeva il suo reddito partecipando attivamente al sistema di rapporti agroalimentari, anziché limitarsi a produrre e a vendere all’industria privata. Questa strada, intrapresa dall’agricoltura e dalla cooperazione, che si era sviluppata a latere dell’agricoltura tradizionale e della cooperazione di conduzione dei terreni, nel periodo fascista ebbe una battuta d’arresto, perché le scelte del regime valorizzarono le colture storiche, ma contemporaneamente, come abbiamo visto, si consolidò, perché nel movimento cooperativo il legame con l’agroalimentare continuò a radicarsi, in attesa di riprendere vigore.

È quanto avverrà nel secondo dopoguerra.

L’agroalimentare nel secondo dopoguerra

Il secondo dopoguerra, nel quadro europeo delle trasformazione a seguito della transizione da un contesto eminentemente locale a un circuito più ampio e strutturato, impresse cambiamenti profondi anche al mondo agricolo emiliano-romagnolo. Il territorio era uscito provato dalla guerra, essendo stato per molti mesi diviso a metà dal fronte e avendo subito l’aspetto più virulento dell’occupazione nazifascista. In particolare, l’esercito tedesco in ritirata aveva cercato di lasciarsi alle spalle terra bruciata, arrecando danni ingentissimi al patrimonio agricolo e zootecnico. Nella ripresa economica della regione il comparto agricolo giocò un ruolo di primo piano. Agli inizi degli anni ’50 l’occupazione nel settore primario rappresentava il 55% dell’occupazione in regione, ma presto i tempi furono maturi per un cambiamento strutturale, tanto che alla fine degli anni ’80 questa percentuale era calata al 12%.

Apice della trasformazione furono gli anni ’60, cosiddetti del “miracolo” economico italiano, a partire dai quali città e campagna moltiplicarono i legami reciproci, con una rete di piccole e piccolissime imprese caratteristica dei distretti industriali che si andavano costituendo nell’Italia del centro e del nord-est. La mezzadria scomparve e le famiglie multiple, tipiche di questa forma di conduzione della terra, si disgregarono. In alcuni casi abbandonarono la campagna, in altri acquistarono piccoli appezzamenti coltivati dai più anziani, mentre i giovani fornivano manodopera all’industria e forza lavoro agricola solo part time, in altri ancora si modernizzarono e diedero vita a fiorenti aziende competitive sul mercato agroalimentare. Lo spostamento dell’occupazione dall’agricoltura ad altri settori, massima negli anni ’60, fu più graduale nei decenni successivi, e interessò soprattutto i lavoratori indipendenti (coltivatori e coadiuvanti familiari), proprio in relazione alla scomparsa della mezzadria. I bassi redditi e le condizioni di vita delle famiglie agricole nelle campagne furono elementi importanti nel favorire l’uscita dal settore di questi lavoratori.

Coerentemente, in questi anni cambiò radicalmente l’assetto proprietario dei terreni della regione, tanto che l’Emilia-Romagna fu uno dei territori con la più alta percentuale di superfici che cambiarono proprietà. Il processo fu così significativo anche per l’attività dell’Ente per la colonizzazione del Delta Padano, istituito nel 1951, a seguito della riforma agraria, per espropriare e appoderare migliaia di ettari di terra nel ferrarese e in parte del ravennate.

Per dare un quadro quantitativo: il podere mezzadrile, che agli inizi degli anni ’50 occupava quasi la metà della superficie agricola regionale, nel censimento del 1961 era già passato al 35%, per poi calare al 12% nel ’70 e al 4% nel 1982. Al suo posto si erano affermate aziende condotte da salariati e cooperative, che nel 1982 corrispondevano al 23% della superficie regionale (il 5% del totale regionale erano cooperative). Ma preponderanti erano le aziende a conduzione familiare, passate da poco più del 40% della superficie agricola regionale agli inizi degli anni ‘50 al 45% nel 1960, al 61% nel 1970, al 72% nel 1982. Queste erano caratterizzate da una dimensione media modesta (di meno di 5,5 ettari) e avevano diversità interne profonde, raggruppabili in tre tipologie: aziende sempre meno imprenditoriali, condotte da persone anziane, che rappresentavano il 15-16% di tutte le imprese a conduzione diretta regionali, collocate soprattutto in collina e in montagna; aziende in cui nessun familiare lavorava più di 150 giornate all’anno, occupato in prevalenza in altro tipo di attività, sviluppatesi soprattutto dalla seconda metà degli anni ’70, piccole e piccolissime, che negli anni ’80 erano il 57% del totale regionale delle imprese a conduzione diretta, ma occupavano solo il 37% della superficie; infine aziende professionali, condotte da giovani, più grandi della media, con redditi e livelli occupazionali soddisfacenti. Queste, in aumento dagli anni ‘60, negli anni ‘80 erano il 30% di tutte le imprese a conduzione diretta regionali, occupando il 50% della superficie, soprattutto in pianura

Il radicamento dell’agroalimentare, che tendeva a concentrarsi nelle aree di pianura e a marginalizzare quelle collinari e montane, si accompagnò a trasformazioni produttive, fondiarie e aziendali così profonde da cambiare completamente anche il paesaggio agrario.

La scomparsa della mezzadria seguì di poco il forte incremento produttivo agricolo, reso possibile, a partire dagli anni ’50 e ’60, dall’impiego di mezzi chimici (concimi e antiparassitari), dallo sviluppo della meccanizzazione, dal miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie negli allevamenti zootecnici, con il progressivo distacco dell’alimentazione animale dalla produzione di foraggi aziendali e con l’introduzione di mangimi industriali. L’intensificazione produttiva raggiunse il picco negli anni ’50, per poi calare negli anni ’60 e ridursi progressivamente nei decenni successivi. Conseguentemente, nello stesso periodo, si affermava la tendenza alla specializzazione, sia nelle produzioni arboree, con un incremento annuo dei vigneti di oltre l’8,5% e della frutticoltura del 4% negli anni ’50 e ’60, sia negli allevamenti, con un saggio medio di sviluppo più costante, intorno al 3,5%, leggermente accentuato, anche in questo caso, negli anni ’50 e ’60 (Fanfani, 1992). Le coltivazioni erbacee nel lungo periodo sono state quelle meno dinamiche a livello regionale, con uno sviluppo del 2%, nonostante alti e bassi legati alle colture ortive e alle situazioni eccedentarie verificatesi con il mercato europeo.

Dunque grazie alla specializzazione, che aveva portato a concentrarsi in regione una parte rilevate di alcune produzioni (per esempio il 50% di barbabietole da zucchero, circa il 60% di pere ed il 40% di pesche e susine, mentre la produzione di carne e latte rappresentava un quarto ed un quinto della produzione nazionale), e all’intreccio fra queste e l’industria di trasformazione agricola, diffusasi sul territorio, negli anni ’80 si crearono delle aree in cui il sistema agricolo-industriale assunse caratteristiche analoghe e quelle dei “distretti industriali”.

Le realtà di impresa operanti in questo contesto avevano molto spesso carattere cooperativo, segno che nel nuovo scenario, animato dalla piccola o media azienda contadina, la cooperazione ebbe la capacità di ridefinire i propri tratti e confermò le sue capacità di adattamento all’ambiente socio-economico con soluzioni decisamente originali, coinvolgendo gli imprenditori agricoli in molteplici esperienze estranee alla conduzione della terra, che pure era stata l’anima della cooperazione prefascista, e si ritagliò un ruolo trainante in regione.

Non fu facile comprendere che l’agroalimentare avrebbe rappresentato il punto di svolta e la chiave del successo della cooperazione agricola, dal momento che, per percorsi storici diversi, cattolici e socialcomunisti avevano sempre visto l’impresa associata come risposta ai bisogni di emancipazione dei ceti più poveri delle campagne. Anche quando, con il progressivo ridimensionamento della cooperazione di conduzione agricola e il consolidamento dell’azienda contadina dei piccoli proprietari e affittuari, erano sorti nuovi bisogni di carattere commerciale (forniture, vendita dei prodotti agricoli, noleggio delle macchine, ecc.) e legati alla trasformazione dei prodotti, le cooperative che se ne fecero carico erano viste come naturale prosecuzione dell’azienda agricola, per fornire servizi complementari. Tanto più che un annoso dibattito, alla luce dell’esperienza di qualche cooperativa di consumo che gestiva direttamente piccole attività di produzione, indicava il futuro della cooperazione nella possibilità di integrazione fra produzione e consumo: cooperazione fra braccianti, che alimentava la cooperazione agroalimentare, che dava vita alla cooperazione di consumo. Questa sfida, che partiva dalla cooperazione integrale del primo ’900, era tornata di grande attualità nel dopoguerra, anche perché in Europa la cooperazione di consumo aveva creato imprese di produzione e si presentava come una grande realtà integrata con le imprese alimentari e agroalimentari.

L’Italia, invece, avrebbe costruito un modello di filiera dal produttore al consumatore diverso e originale, perfettamente inserito nel sistema economico atipico che si stava sviluppando nel nord-est del Paese, quello distrettuale, che aveva in Emilia-Romagna uno dei suoi fulcri propulsivi e che, nell’agroalimentare, coniugava la tradizione agricola con quella meccanica, che era l’altro punto di forza della regione. In quanto espressione di questo contesto, la cooperazione agricola elaborò un percorso di sviluppo nel quale il processo di trasformazione industriale rimase in capo alla produzione, in linea con il modello locale, che integrava le piccole e medie imprese, specializzate per fasi interconnesse di lavorazioni.

Il nuovo ceto piccolo imprenditoriale della campagna, fatto di proprietari ed affittuari, diede vita alle cooperative di lavorazione e trasformazione industriale nel settore ortofrutticolo, vitivinicolo, lattiero-caseario, molitorio, in qualità di conferente di prodotti e, contemporaneamente, ebbe la possibilità di accedere ai servizi dei consorzi provinciali delle cooperative. Nella rete di attività agroalimentari e commerciali, che era stata costituita dalle cooperative agricole tradizionali, facevano il loro ingresso i singoli agricoltori, che ne divennero i protagonisti. Questo passaggio rappresentò una svolta epocale e comportò la trasformazione economica del mondo rurale, con il predominio dell’agricoltura a fini commerciali che ha completamente soppiantato quella di sussistenza. L’iniziativa dei piccoli produttori, sostenuti dalle organizzazioni sindacali e cooperative di riferimento, si è incontrata con la forza propulsiva del mercato, rappresentando la chiave di volta della modernizzazione della cooperazione agricola in Emilia-Romagna, e determinandone l’attuale successo, con imprese leader a livello nazionale ed europeo. D’altro canto, la cooperazione ha dato un contribuito sostanziale alla determinazione della fisionomia e dell’identità del settore agroalimentare emiliano-romagnolo attuale.

I consorzi territoriali e la grande trasformazione degli anni ’80

I consorzi provinciali delle cooperative agricole, che nel fascismo erano stati egemonizzati dagli agrari, nel dopoguerra, attraverso il voto democratico delle basi sociali, tornarono sotto l’influenza di Legacoop, che fu la prima centrale cooperativa a riorganizzarsi. Tali realtà intendevano effettuare gli approvvigionamenti e le vendite collettive degli enti consorziati, assistendoli e promuovendo una più efficace organizzazione, specie in relazione alla tecnica agraria, alla meccanizzazione, alle conoscenze. Miravano quindi allo sviluppo e al potenziamento delle cooperative agricole, intervenendo nei confronti delle imprese più deboli, risanandone i dissesti finanziari e fornendo un indirizzo comune agli associati. Il consolidamento dei consorzi passava per l’allargamento delle funzioni commerciali, per cui oltre all’acquisto delle sementi, all’affitto di alcune macchine agricole, alla vendita di qualche prodotto delle associate, si cominciarono ad introdurre nuovi tipi di attività, come le gestioni di carburanti, mangimi e riso, in un processo che avrebbe portato questi consorzi a cambiare completamente funzione (Menzani, 2007).

In questa prospettiva, soppiantarono i vecchi consorzi a Modena e a Bologna l’Alleanza provinciale delle cooperative agricole (Apca) e, a Reggio Emilia, il Consorzio provinciale delle cooperative agricole (Cpca), che ebbero molta rilevanza per la crescita del settore. L’Agci diede vita, nel 1953, al Consorzio contadini di Ravenna, successivamente noto come Consorzio cooperative produttori dell’agricoltura (Ccpa), che si sviluppò entro i confini della Romagna.

In seguito, l’evoluzione naturale della cooperazione agroalimentare portò alla costituzione delle cooperative di conferimento, che assunsero anche il ruolo di promozione e assistenza prima riservati ai consorzi provinciali delle cooperative agricole, i quali ancora una volta cambiarono funzione. I consorzi di Ravenna e di Modena fecero da apripista e costituirono un modello regionale.

La Federazione provinciale delle cooperative di Ravenna, che nel 1945 aveva compiti consortili tradizionali, negli anni ’60 aveva completamente cambiato volto, sviluppando un’attività di concessione e garanzia per l’accesso al credito, che la portarono ad essere il puntello finanziario del movimento cooperativo ravennate, grazie anche al patrimonio posseduto, dal momento che la Federazione aveva tradizionalmente preferito acquistare la terra coltivata, piuttosto che affittarla.

L’Apca di Modena, a metà degli anni ’60, intraprese un processo di fusione con altri tre consorzi, incorporando poi le principali cooperative agricole socie e arrivando a gestire direttamente la conduzione agricola, certi servizi correlati e alcune “gestioni separate”: il molino di Ganaceto, la produzione mangimi di Sorbara, la selezioni sementi di Carpi, alcuni macelli di polli, allevamenti di vitelloni e suini, l’ufficio tecnico macchine, i concimi e antiparassitari. Nel 1971 l’Apca incorporò anche la Cooperativa frutticoltori modenesi e il Consorzio riproduzione e allevamento suini. L’operazione, che consentiva economie di scala e felici sinergie, come l’abbinamento fra produzione mangimistica e assistenza veterinaria, trasformò l’Apca da consorzio fra cooperative agricole a consorzio agrario con mansioni agroalimentari, direttamente impegnato nella gestione, richiedendo anche l’acquisizione di competenze manageriali prima non necessarie. Questa sperimentazione di successo fu un modello anche per altre realtà, come il Cpca di Reggio Emilia, che incorporò i molini cooperativi ed altre società minori.

L’elemento innovativo era che i consorzi da strutture di servizio per le associate, che furono incorporate direttamente, divennero enti al servizio dei singoli agricoltori, espressione di una imprenditoria rurale di origine popolare che si era molto evoluta rispetto alla vecchia categoria del padronato terriero.

Anche Confcooperative e Agci organizzarono le proprie associate intorno ai consorzi agricoli. Nel 1949 le cooperative cattoliche di Savigno, di Sala Bolognese, di Molinella, di sant’Agata Bolognese, di Vergato e la Cooperativa industria lattiero-casearia e affini di Crevalcore, diedero vita al Consorzio interprovinciale delle cooperative agricole (Cica), una struttura di servizio e assistenza che negli anni ’50 ebbe un ruolo importante nella gestione delle macchine per conto delle affiliate e per l’accesso alla proprietà della terra da parte dei braccianti riuniti in cooperativa, grazie alle opportunità offerte dalla Cassa per la piccola proprietà contadina. Fallito il tentativo di attrarre l’Associazione Quadri nell’Unione di Modena (che era una struttura originata dal corporativismo fascista e legata all’Associazione agricoltori, particolarmente attiva nei servizi per l’agricoltura, con una corposa base sociale), il Cica divenne il perno di tutta la cooperazione agricola regionale di ispirazione cattolica, centro propulsore di iniziative imprenditoriali importanti: in particolare, nel 1960, avviò il primo zuccherificio cooperativo di Minerbio, nel bolognese.

Dalla seconda metà degli anni ’80 la cooperazione cominciò a risentire del fermento determinato dalla prospettiva della liberalizzazione di capitali prevista per il 1992 all’interno dell’Unione europea. Si imponevano importanti salti dimensionali alle imprese italiane, per sostenere la competizione con la concorrenza straniera, che avrebbe potuto entrare in modo massiccio sul mercato. Il tessuto cooperativo emiliano-romagnolo nel settore agroalimentare era formato da imprese di produttori conferenti, che realizzavano la raccolta, la manipolazione, lo stoccaggio e la vendita. Si erano raggiunti buoni risultati in campo microeconomico, ma si trattava di una realtà molto frammentata, mentre il mercato finale era rimasto nelle mani di altri operatori che determinavano prezzi e politiche.

La nuova situazione costringeva quindi alle ristrutturazioni, razionalizzazioni ed integrazioni interne, per diventare più concorrenziali e attrezzarsi meglio sul piano imprenditoriale. Il sistema di imprese cooperativo regionale doveva organizzarsi secondo un modello in cui, pur mantenendo un radicamento territoriale, bisognava uscire dai confini locali per raggiungere dimensioni economiche, produttive, organizzative tali da competere con le multinazionali allo stesso livello, investendo nella ricerca e nella programmazione, nell’innovazione tecnologica e di mercato, nelle politiche di marca e di comunicazione, nella standardizzazione della qualità ai livelli richiesti.

In particolare, in produzioni fondamentali come il vino, la frutta, il Parmigiano c’era bisogno di conquistare fette di mercato disponibili, soprattutto all’estero. Al fine di favorire questo processo nacquero anche le associazioni fra i produttori agricoli, unitarie, per aumentare il potere contrattuale e la capacità di programmazione: nel 1981 in Emilia videro la luce le associazioni di produttori interprovinciali nei settori lattiero-caseario, vitivinicolo e delle carni bovine e suine; per l’ortofrutta funzionava invece Conecor.

Inoltre, le risposte messe in campo furono da una parte iniziative che rimanevano interne al movimento cooperativo (e questa linea fu sposata in particolare da Confcooperative), con la costruzione di un sistema consortile di secondo grado (per integrare le cooperative di trasformazione dei prodotti), e di terzo grado (i consorzi nazionali per la commercializzazione); oppure, d’altra parte (e questo percorso fu intrapreso con più convinzione dalla Lega), le realtà più strutturate diedero vita ad articolazioni societarie complesse, nella logica di Gruppo, in cui l’anima cooperativa esercitava il controllo, attraverso la maggioranza azionaria, su Società per azioni che svolgevano con meno vincoli le funzioni imprenditoriali sul mercato.

Non fu un passaggio indolore. Negli anni ’60 e ’70 la condivisione di valori e prospettive della cooperazione facilitò fusioni e aggregazioni societarie per dare vita a realtà imprenditoriale più stabili. Negli anni ’80 e ’90 entrò in crisi la capacità degli ideali cooperativi di trasformarsi in valore economico: la necessità di acquisire una visione manageriale, di articolare le imprese in Gruppi con diverse funzioni di impresa, rese sempre più attuale il problema di governance nelle realtà medio-grandi, con il rischio di uno scollamento di queste ultime dalla rete del movimento. Cominciò un annoso dibattito, mai completamente sopito, sulla ridefinizione della funzione dei soci dell’impresa cooperativa, sollevando la necessità di individuare strumenti di supervisione sull’operato dei manager, in modo da superare la crisi di fiducia determinata anche dal fallimento di alcune realtà storiche, come il latte Giglio o Parmasole.

Verso nuovi paradigmi di sviluppo

Con l’aumento della complessità del mercato agroalimentare e l’ingresso dei gruppi internazionali, negli anni ’90 si cominciarono anche ad elaborare concetti che per noi oggi sono entrati nella quotidianità, come quello di rintracciabilità dei prodotti e di filiera controllata.

La cooperazione era l’impresa dei produttori, che si erano uniti per migliorare la propria condizione di vita e di lavoro, in un contesto che dava valore alla solidarietà. Quest’idea, che faceva parte della “qualità” dei prodotti e che ben si prestava a catturare la fiducia dei consumatori, aveva favorito nel corso degli anni l’affermazione anche dell’immagine di alcune importanti cooperative agroalimentari, e ora, nel contesto economico legato a una nuova cultura dei consumi, poteva aiutare queste imprese a impostare un’efficace politica di marchio basato sulla qualità, che era l’elemento decisivo della competizione internazionale.

Questo andava, ovviamente, accompagnato a un’operazione di innovazione, che invece nell’impresa cooperativa incontrava alcuni ostacoli e richiedeva il superamento di qualche tabù.

Il primo era dato dalla difficoltà a razionalizzare il personale nelle fasi di crisi. Per ragioni evidenti, il licenziamento dei lavoratori in esubero rappresentava una sorta di tabù: la lotta alla disoccupazione e alla miseria era stata uno degli elementi fondanti del mondo cooperativo; la necessità di ridurre il personale si infrangeva contro questo fondamentale valore etico. In molte realtà i processi di ristrutturazione furono così rinviati fino a renderli improcrastinabili, pena il fallimento dell’impresa stessa. In caso di licenziamenti, si cercò comunque di ridurre il danno sociale, ricorrendo ai prepensionamenti o alla cassa integrazione e cercando l’accordo con i sindacati.

Il secondo ostacolo da superare riguardava la patrimonializzazione: la cooperazione era nata come alternativa alla speculazione privata e per garantire un prezzo equo ai produttori agricoli, ma l’obiettivo di ben remunerare i soci conferenti aveva avuto conseguenze negative sulla capitalizzazione delle aziende. Il perdurare della gestione a costi e ricavi aveva impedito l’accumulazione di capitale proprio. Per ripristinare l’equilibrio finanziario, negli anni ’80 si rese necessario il ricorso a piani di capitalizzazione straordinari, spesso accettati a malincuore dai soci.

L’ultimo elemento di debolezza riguardava le barriere e gli steccati ideologici che non solo sopravvivevano, ma influenzavano ancora le scelte strategiche fondamentali. Malgrado alcuni tentativi di avvicinamento, rappresentati per esempio dall’unione di Granarolo-Felsinea, nel settore del latte fresco, le divisioni fra il mondo Confcooperative e quello Legacoop permanevano. Non si riuscivano a realizzare, così, progetti di accorpamenti strategici a causa della mancanza di fiducia fra le diverse componenti culturali.

Concludendo, nel secondo dopoguerra la cooperazione agricola emiliano-romagnola, malgrado l’iniziale entusiasmo per la cooperazione bracciantile e di conduzione terreni, proseguì lo sviluppo della cooperazione di servizi e, soprattutto, di trasformazione prodotti, dopo la falsa partenza del primo ’900, il cui slancio era stato bloccato dal fascismo, ma che aveva continuato a radicarsi. Negli anni ’80 e ’90 l’affermazione di queste realtà era completata, tanto da rendersi necessaria una ristrutturazione radicale per sostenere la competizione con il mercato internazionale, mentre la nascita dei distretti industriali e l’espandersi dei mercati di riferimento rappresentarono lo stimolo, ma anche la necessità di elaborare nuove strategie per difendere il reddito dei produttori.

Perché la cooperazione agroalimentare ha attecchito in Emilia-Romagna all’inizio del ’900 e ha conservato questo primato fino al presente?

Il primo motivo è in relazione allo sviluppo del sistema cooperativo di quest’area. Gli studi mostrano che, alla nascita della cooperazione, c’era qui una relazione diretta fra la diffusione delle imprese solidaristiche e l’alta “spesa sociale”, termine con il quale si intende l’insieme dei sussidi e degli interventi finanziati dagli enti locali, dalle società di mutuo soccorso, dalle opere pie per fare fronte alle situazioni di bisogno dei cittadini, come malattia, disoccupazione, vecchiaia (Battilani, 2005). Questi interventi avrebbero creato una mentalità collettiva favorevole al radicamento dei valori di collaborazione cooperativa. A livello storico, dunque, le politiche dell’ente pubblico territoriale, specie in Emilia-Romagna, hanno sempre avuto un legame stretto con la cooperazione, soprattutto creando una cultura solidaristica, rispondendo ai bisogni locali, alimentando reti di fiducia.

Il secondo motivo è legato alle caratteristiche strutturali del comparto, che hanno favorito un felice connubio con la cooperazione. Abbiamo visto, infatti, come l’evoluzione della proprietà agraria nella regione privilegiasse il formarsi della piccola e media azienda agricola, e come alcune produzioni, in particolare quelle zootecniche e ortofrutticole, abbiano faticato ad affermarsi come linea di specializzazione e fonte di reddito principale per la famiglia contadina. Poiché questi settori necessitavano di investimenti significativi in termini sia economici sia di tempo, si era storicamente preferito tenere qualche capo di bestiame e qualche albero da frutta a latere delle produzioni classiche. La specializzazione cominciò piano piano, e si sviluppò anche grazie alla formula cooperativa. Infatti, solo l’associazionismo ha consentito ai produttori: la vendita di piccole produzioni, che messe insieme sono diventate quantità competitive sul mercato; la possibilità dell’uso di tecnologie innovative che il singolo non avrebbe potuto permettersi; la consulenza e la formazione da parte di personale tecnico di alto profilo, in grado di indirizzare gli agricoltori verso scelte più proficue e utili; la flessibilità del sistema, che un modello basato sul coinvolgimento democratico e sulla partecipazione dei soci alla governance dell’impresa è capace di generare. Questo processo non solo ha consentito a tanti piccoli produttori di costruire, uniti, una massa critica in grado di avere forza contrattuale sul mercato, ma ha portato gli agricoltori a diventare protagonisti anche del processo industriale, di trasformazione dei prodotti, e della fase commerciale.

La formula cooperativa, d’altra parte, ha consentito alla produzione agroalimentare di rimanere in capo all’impresa emiliano-romagnola, che ha assunto la dimensione nazionale prima e adesso internazionale; mentre il confronto con il mercato ha determinato la costruzione di un sistema basato sull’integrazione, sotto forma sia di unificazioni sia di reti, che si è realizzata a livello geografico, “politico”, settoriale.

Infatti le fusioni o/e le creazioni di consorzi e gruppi hanno avuto una dimensione geografica ampia, che oggi comprende tutto il territorio nazionale; hanno attualmente unito appartenenze e identità dissimili, superando storiche differenze culturali; hanno seguito una logica di filiera, con economie di scala e di scopo derivate da sinergie in attività aziendali diverse ma complementari e coordinate. Ne è uscito un sistema in grado di reggere la competizione globale perché flessibile e dinamico ai diversi livelli cooperativi e ai molteplici gradi consortili. In questa dimensione la cooperazione ha sperimentato vari percorsi integrativi: Confcooperative ha seguito con più decisione la via della creazione di consorzi, Legacoop ha realizzato anche articolazioni societarie complesse, cercando di crescere con fusioni e accorpamenti fra cooperative prima, e poi, in anni più recenti, ha seguito anche la via delle acquisizioni di privati. Indipendentemente della linea seguita, però, si tratta di un sistema di imprese in cui la proprietà e la governance continuano ad essere in capo ai soci, anche laddove la catena decisionale è snellita e velocizzata. Un modello in cui la virtù etica della cooperazione – sostengono gli studiosi di modelli economici (Zamagni, 2009) – si traduce oggi nella capacità di affrontare i problemi risolvendo il conflitto fra interessi individuali e collettivi, perseguendo gli interessi propri e quelli degli altri insieme e coordinando gli sforzi fra i soggetti coinvolti, con una mutua responsabilità e sostegno, e un risultato che è una somma unitaria in cui è impossibile scindere i singoli contributi individuali.

1 Per ulteriori approfondimenti, si rimanda al mio volume La cooperazione agroalimentare in Emilia-Romagna: una storia di successo, un futuro di sfide (ed. inglese: Agri-Food Cooperation in Emilia-Romagna: a success story, a future of challanges), Bologna, Regione Emilia-Romagna, 2015 (entrambe le versioni sono scaricabili on line).

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