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Posted in Articoli, Numero 31 - Articoli, Numero 31 - Marzo 2013, Primo piano

L’“Almanacco della donna italiana”:  uno sguardo al femminile nel ventennio fascista

L’“Almanacco della donna italiana”: uno sguardo al femminile nel ventennio fascista

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di Elisa Turrini

 

Abstract

Il saggio è incentrato sull’“Almanacco della donna italiana”, periodico edito dagli anni Venti agli anni Quaranta del Novecento, che offre materiale di estremo interesse per una ricostruzione della cultura femminile dell’epoca. Quella che in esso si presenta è l’immagine di una donna molto più complessa, più variegata e più contraddittoria di quanto il fascismo non fosse disposto a riconoscere. Nel primo paragrafo viene analizzata la struttura della rivista, mentre nel secondo vengono illustrate la storia editoriale e la periodizzazione interna. Le diverse fasi della testata testimoniano la profonda metamorfosi dell’“Almanacco della donna italiana” che abbandonando l’eclettismo e l’apertura alle problematiche femminili che ne avevano caratterizzato l’inizio, dopo il 1935 si allinea con le posizioni ufficiali del regime, dimostrando così un deciso conformismo, anche se in modo discontinuo e a volte contraddittorio. Ma, nonostante la necessità di dare un’impostazione completamente diversa rispetto alla precedente, la rivista tenta comunque di coniugare l’ossequio alle direttive fasciste con quella stessa spregiudicatezza che l’aveva contraddistinta fin dai primi numeri, ritagliandosi spazi relativamente autonomi come quelli dedicati alla letteratura e mantenendo costante il suo impegno a dare forza e valore alle cose fatte dalle donne, a provarsi a rassicurarle sulle loro capacità e possibilità di essere protagoniste della propria emancipazione. 

 

Abstract English

This essays concentrates on the “Almanacco della donna italiana”, a magazine published from the 1920’s to the 1940’s that offers extremely interesting material for the reconstruction of the feminine culture of that period. The magazine shows a portrayal of the woman of fascist times and this image seems to be more complex, variegated and contradictory than fascism was willing to admit. The structure of the magazine is examined in the first paragraph while the second one describes his editorial history and his internal periodization. The various phases of the sheet witness the deep metamorphosis of the “Almanacco”: the original eclecticism and openness to feminine problems were abandoned and after 1935 it went along with the official positions of the regime showing a strong but irregular and contradictory conformism. Despite the necessity of giving a totally different form compared to the previous one, the magazine tries anyway to combine the deference to fascist guideline and that open-mindness and audacity that identified it since the early issues were published carving out quite autonomous niches as those dedicated to literature, keeping constant its commitment to give strength and value to the things women do and trying to reassure them on their skills and possibility of being the protagonists of their own emancipation.

Premessa

Nel 1920, per iniziativa dell’editore fiorentino Enrico Bemporad e della rivista femminile romana “La Donna”, viene pubblicato a Firenze il primo numero de l’“Almanacco della donna Italiana”, un periodico che senza interruzioni attraversa il Ventennio fascista, filtrandone e registrandone, dal punto di vista delle donne, i cambiamenti, le crisi, le novità, sia pure nel modo ovattato e mediato tipico della stampa femminile. E offre, in una successione regolare, ritratti, immagini e modelli, evidenziandone le progressive trasformazioni. I suoi ventiquattro fascicoli, anche se costituiscono una esperienza quantitativamente più limitata rispetto a quella di altre riviste femminili, sono qualitativamente quelli che offrono i materiali più interessanti per una ricostruzione della cultura femminile degli anni Venti e Trenta. Agli occhi del lettore odierno, l’impostazione della testata appare sorprendentemente articolata, così come l’immagine di donna che viene proiettata sembra più complessa, più variegata e più contraddittoria di quanto non ci si aspetti. E non si tratta neppure di una immagine, ma di un insieme di sfaccettature e di atteggiamenti, appartenenti anche a più modelli, non sempre congiungibili fra loro. Nei fascicoli dell’annuario appare l’immagine della donna emancipata, politicizzata, rivendicazionista, militante nei movimenti femminili e femministi, delle prime annate del periodico, una donna che lotta per il voto e progetta la legge per il divorzio; ma accanto ad essa è presente anche la figura femminile persa in sogni sentimentali, suscitati dai romanzi di Annie Vivanti e Térésah, o in quelli un po’ più osé suggeriti dai libri di Guido Da Verona, qui ampiamente pubblicizzati. C’è la colta lettrice di Irene Brin, che negli anni Quaranta firma la rubrica letteraria, così come c’è, ovviamente, la donna fascista, inquadrata nelle organizzazioni del Partito Nazionale Fascista, alla quale è dedicato uno spazio fisso (Attività dei fasci femminili). C’è la casalinga e madre prolifica, per la quale si scrivono pagine di consigli, o la moderna lavoratrice. E si potrebbe continuare a lungo in questa elencazione, perché quello dell’“Almanacco della donna Italiana” è un universo femminile molto più variegato di quello offerto e riflesso da altre riviste, un universo che conferma l’esistenza di una realtà più contraddittoria e meno monolitica di quanto il fascismo non sia disposto a riconoscere. Del resto, i venti e più anni di vita della testata coincidono col periodo in cui appare più rilevante la metamorfosi della condizione femminile, realizzatasi attraverso una serie di trasformazioni tanto profonde quanto sostanziali che il regime in parte ha ostacolato, in parte ha subito, e in parte ha provocato; e di tale processo la rivista è testimone e documento (Mondello 1987, 163-164).

Struttura della rivista

L’“Almanacco della donna italiana” si apre invariabilmente con alcune pagine a numerazione romana dove gli avvisi pubblicitari si alternano ai saluti della direzione, al lancio di inchieste e referendum, a bandi e risultati dei vari concorsi via via indetti, col duplice scopo di dare visibilità alla testata e di coinvolgere nella sua fattura donne colte e desiderose di affermarsi nei rispettivi campi di interesse. Dopo l’indice, la prima parte della testata (a numerazione romana), è caratterizzata da pagine che alludono a quelle degli almanacchi tradizionali (fornendo informazioni su stagioni, segni zodiacali, eclissi e fasi astronomiche della luna, computo ecclesiastico e quattro tempora, festività civili e religiose, anniversari e ricorrenze), da un Calendario scandito da pagine mensili per massaie, ricette culinarie di stagione, moda, consigli di bellezza e, nel 1934-’35, da riproduzioni di opere di pittura e scultura fatte da donne e raffiguranti donne. Chiude quasi tutti i volumi l’Agenda femminile (sospesa dal 1928), inserto staccabile dotato di una numerazione a parte (da 54 a 64 pagine), di un mini calendario e di un proprio indice, con pagine intestate per spese personali, bilancio domestico, memorandum mensile, libri da leggere e comprare, associazioni, abbonamenti, professori e maestri, visite da fare e da ricevere, salute, corrispondenza, numeri telefonici. La parte centrale del periodico è costituita da una serie di articoli di vario argomento, a cui collaborano noti intellettuali dell’epoca (Ada Negri, Annie Vivanti, Guido da Verona e altri), che almeno per gli anni Venti hanno per oggetto tematiche femminili; ad essi si aggiungono i consueti consigli pratici alle donne, relativi alla cura della casa, alla bellezza, all’eleganza. Non mancano informazioni di carattere storico-politico-culturale, che riguardano non solo l’Italia, ma anche paesi stranieri. Seguono alcune rubriche fisse, che si mantengono per lo più inalterate fino al 1926 e sono: la Rassegna del movimento femminile italiano, la Rassegna dell’eleganza femminile, la Rassegna letteraria, artistica, musicale, sportiva (sempre al femminile). Chiude questa parte un bollettino informativo sulle Società femminili italiane (Saracinelli, Totti 1988, 74). L’immagine esterna che la rivista offre di sé è abbastanza austera: le copertine presentano figure femminili, a volte di maniera, disegni floreali o in stile liberty; negli anni Trenta la grafica è chiaramente in stile littorio. Almeno esteriormente nessun cedimento a frivolezze: anche la scelta delle illustrazioni, foto, pubblicità, ritratti, che corredano la rivista, concorrono a creare un’immagine sufficientemente impegnata della pubblicazione (Saracinelli, Totti 1988, 74-75). Le pubblicità – che non solo intervallano i testi, ma si insinuano al loro interno –, alludono a lettrici di una borghesia acculturata, abituate a trattare bene il proprio corpo e a seguire le novità editoriali: soprattutto nel campo della narrativa, ma non solo. Che esse abbiano come riferimento principale i volumi editi dalla casa editrice Bemporad è ovvio; e tuttavia non mancano inserti pubblicitari che segnalano le principali pubblicazioni periodiche per le donne, che reclamizzano le ultime novità e le collane di Cappelli e Treves, di Formiggini e Bompiani, o che invitano a leggere “Lidel” e “Cordelia”, il “Giornale della Donna” e “La Donna Italiana”, “I Diritti della Scuola” e la “Rassegna Nazionale”. Non è certo difficile comprendere perché l’editore pubblicizzi direttamente con spazi appositi, o indirettamente attraverso le recensioni, le opere da lui edite, visto che un ampio settore del suo catalogo è dedicato al pubblico femminile. Anzi, in questo senso l’“Almanacco della donna Italiana” costituisce un documento prezioso dei modi di cui l’industria editoriale, uscita dall’ambito artigianale, cerchi di influenzare il mercato, del tipo di meccanismi di persuasione attivati, dei livelli di azione della pubblicità (Mondello 1987, 179). A parte la politica degli sconti e delle facilitazioni, tutti i meccanismi messi in atto dalla casa editrice tendono a creare una sorta di “complicità” coi lettori. Vengono aperti canali di comunicazione diretti fra il periodico e il pubblico, con le iniziative più diverse: dai premi per chi procura nuovi abbonamenti, al più tipico espediente della piccola posta. Infine la rivista utilizza, oltre agli sconti, un altro accorgimento che ha una lunga tradizione, quello del concorso letterario e artistico: nei primi anni viene bandito mediante una notevole pubblicità, ma poi si esaurisce di fronte alla modesta qualità delle opere presentate. La notevole quantità delle inserzioni pubblicitarie presenti nei vari fascicoli e la dichiarazione fatta nel 1923 dalla rivista stessa in merito alla sua diffusione (quando, illustrando i risultati del Referendum sulle dieci donne più illustri viventi dell’anno precedente, l’annuario parla di un pubblico composto da 17.000 lettrici – La Direzione, Il nostro referendum, in “Almanacco della donna Italiana”, a. IV, n. 4, 1923, p. 41 –, cifra decisamente elevata per l’epoca) fanno pensare che l’“Almanacco della donna Italiana”, pur senza potere essere definito un periodico ad alta diffusione, qualifica che spetta quasi esclusivamente ad alcuni rotocalchi, sia una rivista con una discreta circolazione. La programmatica molteplicità di piani, linguaggi, registri rappresenta una costante nel cammino tormentato dell’“Almanacco della donna Italiana” dell’era di Silvia Bemporad. Ma certo non è nelle rubriche di moda, pur relativamente ampie, di tenuta della casa e dei conti, di arredamento e di cucina, di igiene e di medicina infantile che si concentrano i tratti più importanti e originali della testata, nonostante il tentativo di arricchire i “consigli” con considerazioni di più ampia portata1. Neppure il fatto che a collaborare alla rivista siano chiamati nomi di spicco come Sibilla Aleramo, Ada Negri, Matilde Serao, Annie Vivanti e Guido da Verona, può dirsi un dato qualificante, vista anche la marginalità dello spazio dedicato a racconti e poesie, nella prima fase dell’“Almanacco della donna Italiana”. Molto significativo risulta fin dall’inizio il ruolo delle Rassegne, da quelle tese a fornire informazioni ragionate e politicamente orientate sul movimento femminile italiano (Rassegna del movimento femminile italiano) e sul suo panorama associativo (Società femminili italiane), a quelle relative a performance e risultati in campo letterario, artistico, musicale, sportivo. Meno sistematiche, ma di notevole interesse, anche le riflessioni svolte nel corso degli anni a proposito delle attività filmico – teatrali, con articoli che si premurano spesso di mettere in guardia dai pericoli e dalle tentazioni di una vita dissoluta. Dal 1927 in poi, in relazione agli avvenimenti politici italiani, muta notevolmente la struttura dell’Almanacco che, pur conservando alcune parti (il Calendario, l’Agenda), si cristallizza in Medaglioni di illustri italiane viventi, in celebrazioni di Centenari, in Necrologi di donne celebri. Ma ciò che più colpisce è la dilatazione degli spazi dedicati alla Rassegna letteraria mano a mano che si restringono e si “ingessano” quelli inizialmente dedicati al movimento politico delle donne, alle loro associazioni e rivendicazioni; né meno significativa è l’attenzione ad usarli come strumento per cogliere i segni di un mutare di gusti e dei costumi, per aprirsi al mondo e alla sua varietà (Soldani, Franchini, Pacini 2007, 419-423). Nel 1929, accanto al numero progressivo di pubblicazione dell’“Almanacco della donna italiana” (X), compare il numero degli anni della denominazione fascista: è questo un dato che testimonia la perdita di identità della rivista rispetto alle premesse iniziali, e il suo asservimento al regime, seppure in modo discontinuo e a volte contraddittorio. Non è un caso che nello stesso anno 1929 ritroviamo l’ultima prefazione del periodico; dal 1930 in poi la redazione non sente più il bisogno di esplicitare le sue intenzioni: l’impostazione della rivista parla da sola. Sempre nel ‘29 vengono abolite le pagine dedicate ai movimenti femminili: non rimane spazio, infatti, nel nuovo Stato fascista, per organizzazioni che non siano quelle ufficiali e, ogni volta che la testata tratterà di attività femminili, si riferirà sempre alle iniziative delle istituzioni fasciste, sia nel caso delle iniziative del partito sia in quello di attività promosse dalle organizzazioni per il tempo libero. Dal ’30 in poi sarà proprio questa la caratteristica degli articoli politici pubblicati dall’“Almanacco della donna Italiana” che, non a caso, sono spesso firmati da Paola Benedettini Alferazzi, direttrice del “Giornale della donna”, organo ufficiale dei Fasci femminili. Scomparse dunque le rubriche più significative, si dà spazio negli anni Trenta all’attività dei Fasci femminili, a poesie e novelle di intellettuali del momento, a rassegne di libri, ma soprattutto ad articoli dai contenuti più svariati, che vanno dai Medaglioni di celebrità al Segretario galante, alla moda, al cucinare di magro, all’alimentazione del cane, alla presentazione di città e luoghi ameni (Saracinelli, Totti 1988, 79).

 

Storia editoriale e periodizzazione interna

Da un punto di vista strettamente editoriale, la storia del periodico si divide in tre fasi. La prima, che sotto molti aspetti è la più interessante, comprende le annate 1920-’36, nelle quali l’Almanacco della donna Italiana” è affidato alla direzione della moglie dell’editore Enrico Bemporad, Silvia, affiancata, fino al ’24, da Giuseppe Fumagalli2. È il periodo in cui l’annuario si presenta come una rivista eclettica e aperta verso istanze diverse, interessata ad offrire un panorama quanto più articolato possibile della realtà femminile del tempo. Tale atteggiamento subirà qualche appannamento dopo la marcia su Roma e durante “gli anni del consenso”, ma resterà sostanzialmente la caratteristica principale della testata. La seconda fase corrisponde agli anni 1936-’38, nei quali la rivista si trasforma profondamente, non solo a causa delle vicende politiche connesse col conflitto italo – etiopico, ma anche in conseguenza del cambiamento della proprietà della casa editrice, che avviene nel 1935. Infatti, fin dalla fine degli anni Venti, la Bemporad viene colpita da una grave crisi economica, dovuta essenzialmente all’iniziativa del regime di adottare un testo unico per le scuole elementari, il “libro di Stato”. Per la casa editrice, che deve ai libri scolastici una parte rilevante del suo fatturato e che per motivi economici è impossibilitata a realizzare in breve tempo una riconversione della propria produzione incrementando altri settori, non esiste soluzione diversa dall’immissione di nuovi capitali. Concretamente, tale operazione si risolve in un vero cambiamento di proprietà, che comporta, fra le molte conseguenze, la brusca estromissione di Enrico Bemporad dalla casa editrice3 e l’improvvisa sostituzione della direttrice della rivista. È così una nuova direttrice, Gabriella Aruch Scaravaglio, a firmare i fascicoli della rivista (nel 1936 non compare l’indicazione del direttore), i quali mutano il formato, la grafica e il tipo di impaginazione, che dal 1920 erano rimasti sostanzialmente invariati. Ma con la nuova fase, il periodico cambia anche la sua impostazione complessiva, abbandonando quell’eclettismo che fin lì l’aveva caratterizzato, in favore di un deciso conformismo, anche se in modo discontinuo e a volte contraddittorio. Condividendo un destino comune a gran parte delle testate italiane di quegli anni, anche quelle che precedentemente avevano manifestato una certa autonomia, dopo il 1935 l’Almanacco della donna Italiana” si va allineando con le posizioni ufficiali. Nell’Italia che celebra la conquista dell’Impero e si impegna nella battaglia autarchica, la rivista esalta le realizzazioni del fascismo, ne propaganda le iniziative e, soprattutto, abbandonata ogni velleità critica, ne sostiene la politica messa in atto verso le donne. In definitiva, quello che viene pubblicato dopo il 1935 è, sotto lo stesso nome, un prodotto fondamentalmente diverso; tant’è che se si vuole leggere la “continuazione” della rivista, si deve seguire Silvia Bemporad nella nuova impresa dell’“Almanacco Annuario della donna Italiana”, poi “Donne Italiane. Almanacco Annuario”, destinata peraltro a chiudersi nel giro di quattro anni4. Col 1939 la rivista entra nella sua terza e ultima fase, che giunge fino al 1943: dopo il varo delle leggi razziali, il nome dell’editore muta in Marzocco e la direzione della rivista viene assunta dalla scrittrice fiorentina Margherita Cattaneo5, che reimposta totalmente i fascicoli, cambiandone la struttura, resa molto più agile e snella, e chiamando nuovi collaboratori. Pur non offrendo spazio a esplicite critiche nei confronti del regime e della guerra, la rivista appare meno interessata a esercitare una funzione di sostegno attivo del fascismo, percorrendo anche in questo una strada comune a molte altre testate. Viene inoltre evitato qualsiasi accenno alle leggi razziali, emanate in quegli stessi anni. Dopo il ’39 diminuisce progressivamente il numero degli articoli politici, mentre aumenta quello dei saggi e degli interventi culturali. Soprattutto negli ultimi due anni, aumentano i testi poetici e narrativi, scelti più frequentemente fra quelli di autori contemporanei. Accentua la differenza con gli altri fascicoli il volume del ’43, l’ultimo, il quale si presenta con una nuova testata, “Donna Italiana” (Mondello 1987, 161-163). Ma la storia editoriale non restituisce la complessità della rivista. Tenendo conto della sua articolazione e dei temi trattati, è possibile individuare all’interno dell’“Almanacco della donna italiana” tre scansioni temporali, che si differenziano da quelle “strettamente editoriali”: 1) 1920-’26; 2) 1927-’35; 3) 1936-’43.

 

1920-1925

È il periodo più stimolante, aperto, eclettico e ricco di proposte, in cui viene dedicato largo spazio alla Rassegna del movimento femminile italiano, punta di diamante della rivista, alle attività delle Società femminili italiane, e alle rassegne specifiche (letteraria, artistica, musicale, sportiva). Agli interventi di carattere pratico, riguardanti consigli per la cura della casa, della bellezza personale e dell’abbigliamento di moda, se ne aggiungono altri di natura storico-culturale e anche di matrice politica; e proprio all’interno di questi ultimi si individua una delle componenti in grado di attribuire alla rivista fiorentina una portata innovativa, ma anche trasgressiva. Si parla del voto alle donne, dei congressi internazionali, delle donne lavoratrici, ma anche della cucina dell’Antica Grecia o di come vestivano le Fiorentine nel ‘400. Nelle ricorrenze storiche “il natalizio e l’onomastico di S.M. la regina Elena e di altri membri della casa reale si trovano accanto agli anniversari della morte di Mazzini e di Garibaldi, al primo maggio e alla festa dello Statuto” (Lilli 2001, 269); l’eterogeneità degli accostamenti è la spia di un’epoca in cui è ancora possibile parlare di suffragio femminile e di divorzio. Di qui a pochi anni questi temi non verranno più trattati, così come cadrà il silenzio sulla ricorrenza del primo maggio, sostituita da quella del 28 ottobre. Significativi, nello stesso periodo (1923), i risultati di una iniziativa annunciata nel volume precedente: un referendum fra le lettrici su Le dieci più illustri donne viventi, che inaugura anche una serie di medaglioni, di ritratti, pubblicati annualmente col titolo di Medaglioni di illustri italiane viventi. A parte la scarsa partecipazione del pubblico (la percentuale non giungeva all’1%, dato che su 17.000 lettrici risposero al referendum solo in 131), è piuttosto sorprendente che le donne della famiglia reale, la regina Elena e la duchessa d’Aosta siano largamente precedute da altre figure, quattro scrittrici (Ada Negri, Grazia Deledda, Matilde Serao, Annie Vivanti) e due attrici (Eleonora Duse, Francesca Bertini) e che, nel complesso, almeno la metà siano letterate. Anche i nomi che hanno ottenuto un minore numero di consensi rispettano questa preferenza per le donne emancipate e lavoratrici e non mancano né Sibilla Aleramo, nè Lydia Poet, la prima avvocatessa d’Italia, protagonista di un vero e proprio “caso”. Ma le pagine che rivelano più efficacemente se non le coordinate ideologiche della rivista quanto meno la valutazione del periodico relativa alla cultura politica delle donne e alle problematiche a cui era necessario dare spazio consistente, sono quelle dedicate alle due rubriche sulle società femminili e sui movimenti delle donne, che finiscono per assumere un tale rilievo da rendere l’“Almanacco della donna Italiana” una esperienza unica e originale nel panorama della stampa femminile dell’epoca (Mondello 1987, 167). Il saggio sulle Società femminili italiane, iniziativa voluta e curata personalmente da Silvia Bemporad, consiste in una lunga e articolata rassegna sulle varie associazioni divise per gruppi: le organizzazioni politiche e d’interesse generale, le associazioni professionali e sindacali, i gruppi di assistenza e di beneficienza, le società e le istituzioni di cultura e, infine, le federazioni internazionali che hanno operato anche in Italia. Si tratta quindi di un vero e proprio censimento (la rivista ha ottenuto le notizie direttamente dalle varie società), in parte realizzato da Laura Casartelli Cabrini, che offre una preziosa mappa delle associazioni completata dai nomi delle dirigenti, dall’indicazione delle finalità e degli scopi statuari e dell’articolazione sul territorio. La rubrica è impostata sulla base di finalità di tipo informativo, ma non mancano di trasparire, nelle parole della Casartelli, che è stata una delle protagoniste del movimento delle donne in quegli anni, la volontà di rappresentare compiutamente un tessuto organizzativo in grado di comunicare anche un’idea di società tagliata al femminile, dando così corpo e visibilità a un reticolo di donne troppo spesso sottovalutato nel suo peso specifico e nella sua capacità di aggregare, operare, incidere. Più esemplare ancora si presenta la Rassegna del movimento femminile italiano, dedicata ai problemi del movimento femminile: è a favore delle riforme legislative ispirate al principio della “libertà giuridica della donna a parità dell’uomo”, del divorzio e dell’accesso alle carriere da sempre prerogativa maschile; sostiene l’impegno femminile nel campo assistenziale, civile, politico, professionale e culturale, anzi, per questi compiti informa ed incoraggia (Crispino 1988, 130-131). La socialista riformista Laura Casartelli Cabrini ne sarà la curatrice fino al 1925, quando prenderà decisamente le distanze dal fascismo, denunciandone i danni prodotti all’interno del movimento femminile e soprattutto la “marcia indietro” innestata sul problema del voto, la “mise en scène del Governo fascista” (Casartelli 1925, 205-207), dalla quale si sono lasciate catturare molte ex-femministe. A causa di una presa di posizione così chiara ed esplicita, nel 1926 la Rassegna del movimento femminile italiano verrà firmata dalla più conformista Ester Lombardo, giornalista nettamente condizionata dai dettami ufficiali e per questo autrice di una linea molto più morbida nel tracciare le argomentazioni connesse al femminismo italiano e alle problematiche della condizione delle donne, tant’è che presenterà la legge sul voto femminile in termini entusiastici, come una vittoria del femminismo e del suffragismo. E non a caso, il suo articolo sarà seguito da un pezzo firmato da Anita Pagliari Bianchi dedicato a Le pioniere del suffragismo, che offrirà un panorama delle lotte femminili svoltesi dai primi anni del ‘900 condotto attraverso i medaglioni delle esponenti più celebri del movimento, un panorama che, senza troppi distinguo, accomunerà figure politicamente eterogenee come quelle di Teresa Labriola, Giacinta Martini, Anna Maria Mozzoni e Linda Malnati. Così, dal ’26, la Rassegna del movimento femminile italiano andrà progressivamente spegnendo ogni focolaio di rottura, per adagiarsi su posizioni sempre più conformiste e maggiormente vicine a quelle imposte dalla tradizione di stampo fascista; tant’è che nel ’28 la Lombardo rinnegherà l’esperienza del passato, ridicolizzerà il femminismo e affermerà spudoratamente:

Il cosiddetto movimento femminile in Italia non c’è più. Nessuno in fondo se ne rammarica. Accade spesso di sopportare, di curare, persino di credere di amare qualcosa che non abbiamo la forza o la voglia o l’occasione di sopprimere, ma se essa si sopprime da sé, ovvero un’anima pietosa ci fa l’inconfessato piacere di sopprimerla, tiriamo un sospiro di sollievo. Mi si dirà: ma anche lei, signora, ha fatto parte del movimento femminile. Sissignore, quando ero minorenne e ci credevo. Verso i vent’anni si crede in tante cose, alle quali poi, ahimè, non si crede più (Lombardo 1928, 293-294.).

1926-1935

Nel secondo periodo della rivista i mutamenti più appariscenti riguardano sia la struttura della rivista (l’Agenda mensile della massaia offre immagini di eleganza, ritratti di nobildonne dipinte da pittori), che i contenuti. Il posto d’onore è ora occupato dai Medaglioni di donne illustri viventi, galleria di ritratti dettagliati e dedicati a diverse figure femminili che si sono particolarmente distinte, durante il Ventennio, in ambito letterario, artistico, medico-scientifico, politico, sociale e imprenditoriale: dalla poetessa Ada Negri alla pittrice Emma Ciardi, dall’attrice Emma Gramatica alla pedagogista Giuseppina Pizzigoni, dall’infermiera e scienziata Anna Celli all’imprenditrice Luisa Spagnoli, ecc. Oltre a celebrare l’opera e l’ingegno di donne emblematiche del presente, la rivista si occupa anche di trasmettere alle nuove generazioni almeno qualche notizia essenziale su figure ed esperienze di rilievo del recente passato, attraverso una serie di Necrologi elogiativi nei confronti di personaggi femminili e tramite una serie di interventi destinati ad individuare i Centenari di personaggi artistici, storici e politici, nonché di opere, letterarie, artistiche e musicali che ricorrono in quell’anno specifico. Si evita così il pericolo sempre incombente dell’oblìo, ma anche si cerca di non ridurre tutto a poche eccellenze, e di tramandare con minuscoli inserti fotografici i volti delle donne di cui si è parlato, rendendole più concrete e “reali” (Soldani, Franchini, Pacini 2007, 425). La Rassegna del movimento femminile italiano ha vita breve: curata dalla Lombardo, durerà fino al 1928 per poi scomparire. Ciononostante, questa seconda fase della Rassegna è comunque molto significativa, in quanto documenta come sia stato represso e mortificato un potenziale di proposte, di energie, di intelligenze, di creatività e come i movimenti femminili, ridotti e impoveriti, siano stati convogliati nelle strutture di regime. Parallelamente al declino e infine alla scomparsa della Rassegna del movimento femminile italiano, si ha nella rivista l’apparire di una rubrica dedicata specificamente al movimento delle donne inquadrate nel Regime, I Fasci femminili. Essa compare per la prima volta nel 1925, inserita all’interno della Rassegna del movimento femminile italiano, poi nel 1927 a fianco della Rassegna stessa con la firma della Elisa Majer Rizzioli, infine si sostituisce ad essa completamente appunto nel 1929. Dei Fasci la rivista fornisce continuamente e in modo ripetitivo dati, cifre, nomi, insistendo sull’organizzazione e sui compiti assistenziali, propagandistici e di beneficenza che essi sono chiamati a svolgere. Numerose fotografie presentano le Piccole e Giovani Italiane nelle loro varie attività di assistenza alle colonie o negli eserciti di pronto soccorso, o nei dopolavori. Contemporaneamente si celebrano le realizzazioni dell’Opera Nazionale per la protezione della Maternità e dell’Infanzia (Omni), ripetendo in modo ossessivo che il suo scopo è quello del miglioramento e del potenziamento della razza, del risanamento morale e fisico dell’infanzia abbandonata, e si fa appello alla maternità intensiva, cui sono finalizzati i progetti del regime riguardo la donna e i programmi delle stesse organizzazioni femminili. Questo della maternità diventa il tema dominante dell’“Almanacco della donna italiana” dal 1927 in poi, nel quale alle statistiche delle nascite e dei morti, si affiancano citazioni di poesie di Ada Negri ed espressioni edificanti volte alla celebrazione della maternità, come dell’unico vero campo in cui la donna possa realizzare se stessa. Del resto, le pagine del periodico, come delle altre riviste femminili del periodo, sono il terreno più adatto alla propaganda di quella campagna demografica che Mussolini organizza dal 1927 in poi in preparazione alla svolta imperialista della sua politica. La figura privilegiata è quindi quella della madre, assistita, protetta, lusingata: “sacra creatura che compie la missione più bella nella famiglia, nella patria e nella umanità intera, con nove mesi di privazioni, di patimenti e di trepidazioni, e con parecchi anni di sacrifici, cure, ansie, raddolciti però da tante speranze” (Maineri 1928, 287). Bisogna comunque notare che le varie rubriche dell’“Almanacco della donna italiana” si sforzano di sottolineare anche la valenza sociale della donna fascista, lontana sì dall’“indigesta politica”, ma presente nelle varie opere di assistenza e di beneficenza di cui instancabilmente si riportano cifre ed elenchi. Inoltre, accanto alla madre prolifica e alla benefica assistente, altre due figure emergono dalle pagine della rivista: quella della casalinga competente, per la cui preparazione e formazione sono state istituite apposite scuole di Economia Domestica, e quella della massaia rurale, di cui il fascismo si occupa in modo particolare, essendo vivi in lei i sani e tradizionali valori della famiglia, della prolificità, l’abitudine al lavoro e al sacrificio (Saracinelli, Totti 1988, 116-118). Una prudente cautela domina quindi questa seconda fase dell’’Almanacco della donna italiana”, nella quale l’apertura degli interventi sulla politica, appartenenti alla prima metà degli anni Venti, lasciano il posto ad un conformismo che contraddistinguerà il periodico nella fase successiva. Come abbiamo visto, gli articoli che trattano questi temi si occupano ora di politica demografica (anche se con minore frequenza di quanto è accaduto, nello stesso periodo, per altre riviste), dell’importanza della donna come strumento per la salvaguardia della specie, dell’elogio della maternità e delle iniziative promosse dal fascismo per lo sviluppo del movimento dei Fasci femminili, istituzioni di natura totalmente diversa rispetto alle associazioni emancipazioniste. Se le pagine politiche della rivista percorrono un iter che dall’atteggiamento di apertura della prima metà degli anni Venti approda al conformismo degli anni Trenta, la Rassegna letteraria, invece, segue un percorso per certi versi opposto. L’“Almanacco della donna Italiana”, infatti, mostra un lento ma costante e ininterrotto processo di accettazione tanto della letteratura femminile, quanto della figura delle scrittrici, del loro ruolo e del loro modo di rapportarsi al pubblico. In anni in cui, almeno in Italia, si assiste al rafforzarsi di posizioni caratterizzate dal “più completo disprezzo per le qualità politiche e intellettuali della donna” e al moltiplicarsi di “giornali e riviste che, per regola, non ammettono più un solo nome femminile” (Agar 1930, 43), porre al centro del discorso sulla scrittura le donne e ritenere le loro opere degne di attenzione, non è cosa da poco. Ed è proprio questo impegno programmatico a dare forza e valore alle cose fatte dalle donne, a provarsi a rassicurarle sulle loro capacità e possibilità di essere protagoniste del propria emancipazione a rappresentare il filo conduttore della rivista, al di là delle pur marcate differenze di toni e di riferimenti che ne connotano la vicenda (Soldani, Franchini, Pacini 2007, 424). Come scrivevano Bemporad e Fumagalli in apertura del terzo numero dell’“Almanacco della donna italiana”, l’obiettivo della rivista è “dare alla donna la conoscenza di sé e dei sui mezzi d’azione” (Bemporad, Fumagalli 1922, V), “sostenerne i diritti, additarle i doveri sempre più numerosi e le responsabilità sempre più gravi a mano a mano che la sua azione si estende al di fuori della famiglia, darle coscienza del cammino percorso per incoraggiarla a nuovi sforzi, esserle amici e consiglieri” (Bemporad, Fumagalli 1920, p. V). Il crescente interesse verso la letteratura delle donne si allarga ulteriormente verso gli anni Trenta, quando si concretizza in una serie di rassegne internazionali dedicate alle scrittrici francesi, tedesche, all’editoria anglo-americana e talora anche spagnola, ungherese, russa e dei paesi scandinavi. È quasi superfluo sottolineare l’anticonformismo di una apertura internazionale, mantenuta negli anni in cui più forte è l’autarchia culturale del fascismo. Altrettanto evidente risulta il contrasto fra la pervicace sottolineatura dei pregi dei libri scritti da donne fatta dalla rivista e la campagna condotta dal regime contro l’eccesso di istruzione femminile, contro la donna intellettuale, e contro il lavoro extradomestico (Mondello 1987, 174-175). Inoltre, al contrario degli altri periodici dell’epoca, l’“Almanacco della donna Italiana” non indulge in recensioni “di regime” e, se usa i toni della propaganda e della retorica fascista, è solo in relazione ai libri per ragazzi, fra i quali abbondano le opere del genere avventuroso-eroico che replicano, nelle gesta dei giovani Balilla, le imprese coloniali. Col tempo, quando la quantità delle pagine della Rassegna letteraria aumenterà e si moltiplicheranno il numero delle scrittrici e lo spazio dedicato alle loro opere, verranno segnalati anche i libri di critica, storia e cultura generale, nonché i testi per ragazzi. Un passo decisivo per l’ampliamento dell’orizzonte della rivista si verifica già nel ’26 con la presentazione di una Bibliografia femminile preparata da donne membri di sezioni estere del Lyceum, una prestigiosa associazione culturale fiorentina. Si tratta di elenchi che segnalano centinaia di novità editoriali di scrittrici, divisi per nazioni (Italia, Francia, Germania, Grecia, Portogallo, Svizzera), con articolazioni diverse (talora si distinguono i vari generi, altre volte si segnalano anche i periodici femminili), ma basati sull’idea di un “movimento letterario femminile” internazionale.

1936-1943

Con la sostituzione della Bemporad vengono introdotte, dal 1936 al ’43, molte modifiche sia alla struttura che all’impostazione della rivista, la quale finisce per aderire alle direttive del regime. Dal punto di vista delle sue caratteristiche “materiali”, l’Almanacco della donna Italiana” muta formato, aumenta il numero delle pagine (il 1937 tocca il record di 450 pagine), migliora la qualità della carta e delle assai più numerose fotografie e illustrazioni, moltiplica gli spazi pubblicitari e modernizza l’impianto grafico, non più caratterizzato dai motivi floreali dello stile liberty, ma dal rigoroso stile littorio. Ma soprattutto, a cambiare sono l’impianto e il carattere della testata: viene ridotto lo spazio tipico dei lunari di un tempo, ossia il Calendario, legato ora a riproduzioni varie (Bambini nell’arte, Acconciature femminili, Orto e giardino e simili); scompaiono le rubriche fisse (sport, moda, libri, cinema, ecc.); abbondano racconti, poesie e disegni. Dal punto di vista dei contenuti, l’ultima fase si segnala fino dal volume del ’36 per un ricorso a firme maschili e a soggetti “neutri” molto più ampio del solito, per la preferenza accordata ad un prodotto meno impegnativo e più allettante, fatto di pezzi brevi e leggeri, di una ripresa di temi legati alla quotidianità e allo svago, che fanno da abile contrappunto alle esibite professioni di entusiasmo per i “destini imperiali” e “augustei” del fascismo (esaltati da Romani Bilenchi e Maria Castellani), per la sua intrinseca natura militaresca e, negli anni immediatamente successivi, per l’alleanza con la Germania di Hitler (Soldani, Franchini, Pacini 2007, 432-433). La testata è dunque ormai funzionale al regime, si allinea con le posizioni ufficiali, dimenticando ogni velleità critica e ogni sostegno alle iniziative verso la salvaguardia sociale e politica dell’universo femminile. Ma nonostante la necessità di dare un’impostazione completamente diversa rispetto alla precedente, costruita con una progressiva chiusura, la rivista tenta di coniugare l’ossequio alle direttive fasciste con quella certa spregiudicatezza che l’ha caratterizzata fin dai primi numeri, ritagliandosi spazi relativamente autonomi come quelli dedicati alla letteratura. In questa fase della rivista, aumenta il numero degli articoli mentre ne diminuisce la lunghezza, così come il numero dei collaboratori. Compaiono molte nuove firme, da Margherita Sarfatti a Francesco Jovine, Enrico Falqui,Virginia Majoli-Faccio, Pia Badaloni, Ermanno Contini, Pietro Solari, Enrico Falqui, Marx David. Di alcuni troviamo una più intensa collaborazione: è questo il caso di Maria Luisa Astaldi, di Ettore Allodi per la critica letteraria, di Olga Resnevic, che fornisce una serie di articoli sulla cultura e sulle donne russe, e di Gianna Manzini, presente con diversi racconti. Ma le modifiche più rilevanti riguardano le pagine letterarie che sono spezzettate in tanti articoli, dedicati ai vari aspetti dell’annata letteraria, anziché comporsi in unico saggio. Per esempio, nel fascicolo del ’36, accanto ad un articolo complessivo sul panorama letterario italiano e uno su quello francese, sono pubblicati un pezzo di Virginia Majoli-Faccio sulla poesia italiana e due di Maria Luisa Astaldi sulla giovane letteratura anglosassone e austriaca. Celso Maria Garatti affronta il tema Umoristi d’oggi, Umberto Lazotti parla degli Scrittori sportivi, Pia Badaloni dei Libri per ragazzi, Eleonora Raffanini Gattai di Letteratura religiosa, Gaetano Fazio di Letteratura tedesca, Olga Resnevic di quella russa e Maria A. Loschi delle scrittrici nordiche. È importante sottolineare come in questi articoli l’indagine critica si mantenga sempre puntigliosa e non indulga in recensioni di marca ufficiale, atteggiamento questo mai abbandonato nonostante la pressione della politica culturale fascista. La rassegna dell’annata italiana, firmata da Jovine, è però totalmente diversa da quelle che, tradizionalmente, hanno caratterizzato l’“Almanacco della donna Italiana”. Innanzitutto non è più dedicata alla sola letteratura femminile ma ad un panorama complessivo. Di fatto, questo cambiamento di impostazione si traduce nella limitazione della rassegna femminile ad una sola paginetta e nella segnalazione di soli sei nomi di scrittrici, in obbedienza al proposito di “segnalare solo libri narrativi che abbiano vera importanza per i loro pregi intrinseci” (Jovine 1936, 75-76). Esaurito il capitolo della letteratura femminile, le restanti dieci pagine sono dedicate alla letteratura con la maiuscola: dopo quindici anni, quella dell’“Almanacco della donna Italiana” cessa di essere una rassegna letteraria “al femminile” per divenire un più tradizionale panorama editoriale del ’35. Col ’36, insomma, si manifesta chiaramente l’intenzione di dare una diversa impostazione alla rivista, e ciò avviene con esiti contrastanti. Non che si verifichi un abbassamento della qualità del periodico, perché molti articoli sono di alto livello. Inizia, però, a manifestarsi una chiusura progressiva, anche se mascherata, al contrario, da apertura verso argomenti insoliti per la rivista, come ad esempio la psicanalisi, il cinema, la produzione discografica, la radio. La dimensione europea viene mantenuta, anche se parzialmente ridimensionata. Nel ’37 e nel ’38 il Panorama letterario è affidato ad Ettore Allodi che traccia, nel primo dei due articoli, un quadro della letteratura femminile dignitoso e in fondo più completo di quello di Jovine, pur continuando a segnalare anche le opere degli scrittori (fra i quali molti titoli ispirati all’impresa coloniale). Nel ’38, invece, si torna alla vecchia tradizione consistente nel limitare la rassegna alla sola produzione creativa delle donne. Numerosi sono anche gli articoli che hanno la funzione di sottolineare la partecipazione femminile ad una istituzione, ad una attività o, più semplicemente, ad un aspetto della vita del periodo: questa lettura “al femminile” è ricorrente, infatti, tanto in pezzi di costume, quanto in articoli culturali (Mondello 1987, 185-187). La donna e la radio, La donna e lo sport, La donna e la psicanalisi: sono tutti temi affrontati nei fascicoli di quegli anni. Inoltre, non si trascurano del tutto interventi per fare il punto sulla legislazione sociale, sugli istituti di educazione “prettamente femminili” sorti negli ultimi anni, sul recente incremento del numero delle diplomate e delle laureate (Castellani 1938, 25-34) e sulle possibilità offerte dalle “nuove professioni”, con un occhio alle Donne che lavorano e uno – più disteso – a Le donne che scrivono o che partecipano a mostre e convegni nazionali e internazionali. Ma, innanzitutto, anche in queste pagine la donna appare più come un soggetto meritevole d’attenzione che come una protagonista reale e potenziale del suo tempo, a differenza di quanto è accaduto nei volumi curati dalla Bemporad (Soldani, Franchini, Pacini 2007, 433-434). In secondo luogo, la rivista appare, nel complesso, molto meno eterogenea in quest’ultima fase di quanto non sia stata negli anni precedenti, rispetto ai periodici del regime, più legata anche al gusto commemorativo fascista: in questo senso si può dire che l’“Almanacco della donna Italiana” si presenta come una pubblicazione che, dal ’36, si “fascistizza”. Compaiono di frequente le fotografie del Duce, dei membri della famiglia reale e del papa, nonché annualmente articoli politici di bilancio dell’annata trascorsa. Si parla, per la prima volta, di politica estera fascista e dei rapporti con la Germania, come testimoniano i due articoli di Pietro Solari, Dalla letteratura tedesca alla letteratura germanica (1937) e Il movimento letterario nella Germania di Hitler (1938). Ma, soprattutto, si moltiplicano gli articoli sulla presenza e sull’intervento della donna nell’Italia e nell’Impero, insistendo sulla necessità del suo contributo di assistenza alla vita della nazione. Ve ne sono alcuni dedicati alle attività pubbliche (La donna e l’Impero di Amedeo Fani, La donna e il servizio militare di Maria Castellani, Fasci Femminili di Maria Guidi, Massaie rurali di Ada Felici Ottaviani), altri parlano del contributo per così dire “privato”. Testi come Vestire italianamente di M.L.A., La donna e le sanzioni: in cucina di Nina Milla, Le merende e le veglie all’italiana, Profumi e…sanzioni di Paolo Lorenzini, sono tutti esemplari del modo in cui si cerca di convincere le donne che ogni atto, anche minimo o banale, può influire in qualche modo sulla vita della nazione (Mondello 1987, 187-188). Nel ’39 l’“Almanacco della donna Italiana” subisce ulteriori cambiamenti in seguito alla nuova direzione di Margherita Cattaneo, molto meno ossessionata dai miti del fascismo e dall’esigenza di un coinvolgimento militante delle donne nelle sue fortune, oltre che del tutto priva di interesse per la “forma” almanacco: una parola che nel ’43 cadrà anche dal titolo, contemporaneamente con l’eliminazione dell’ultima sopravvivenza delle origini, il Calendario. Mutano, innanzitutto, la struttura della rivista, che risulta più agile, e le firme: poche le presenze femminili (oltre a quelle dell’eterna Ada Negri e della direttrice, spiccano le firme di Gianna Manzini, Alba de Céspedes, Paola Ojetti e, per la parte letteraria, di Irene Brin), e poco connotate nella loro caratterizzazione di genere, come del resto continua ad accadere nel campo delle arti, a meno che non si parli di decori e di ricami. Infatti, non solo le illustrazioni d’arte rinviano tutte ad opere di uomini (Ardengo Soffici, Primo Conti, Felice Carena, Romano Romanelli, Pietro Annigoni, ecc.) ma, salvo un pezzo del 1940 intitolato Donne che espongono, sono tutti al maschile i resoconti approntati da Marziano Bernardi o da una giovanissima Palma Bucarelli, autrice di una galleria di Ritratti di artisti moderni – Carrà, De Chirico, Campigli, Martini, Messina, Carena, Casorati, Manzù,– che si muove al di qua di ogni riflessione sui motivi della permanente fragilità femminile nel settore. Né bastano, a correggere quella scomparsa, i pur utili e significativi elenchi di Donne nel giornalismo e nelle arti (1941-42)6, che richiamano quelli ricorrenti sia nel primo “Almanacco della donna Italiana”, sia nell’“Almanacco Annuario della donna Italiana”, tanto cari alla Bemporad. Altro mutamento riguarda l’aumento del numero di testi narrativi e poetici, scelti più frequentemente fra quelli di autori contemporanei (da Alberto Savinio ad Alfonso Gatto), nonché dei disegni di artisti. La rivista non ha più una sua linea precisa: l’indice degli ultimi numeri documenta una estrema povertà tematica, inversamente proporzionale alla drammaticità del momento storico, oltre che al numero di pagine. Sempre più simile anche nella struttura a quella che un tempo si sarebbe definita una strenna – antologia ondivaga di racconti più o meno brevi, motti, pensieri, poesie, illustrazioni – e, senza dubbio, grazie anche a questa scelta, la rivista assume in questi ultimi anni lineamenti più sciolti e ariosi, relativamente colti e disimpegnati, come le donne a cui si rivolge: donne che amano essere snelle, ben truccate e vestite in modo attraente; che si preoccupano di arredare la loro casa in modo “moderno” e razionale; che allevano i figli tenendo in conto il medico e lo psicologo; che guardano con interesse al mondo in cui vogliono muoversi. Non che il fascismo al potere sia lontano o indifferente, beninteso. Nel 1939 è possibile leggere pagine che ci parlano de La donna nel quadro del regime o de La donna italiana in Africa Orientale; nel 1940 Pietro Lorenzoni spiega che, dopo i numerosi interventi del regime, “la effettiva posizione giuridica che la donna ha nella famiglia è perfetta” (Lorenzoni 1940, 67) e una professoressa elogia la neovarata Carta della Scuola. Così come, scoppiata la guerra, è ovvio che si mettano in campo le traumatiche esperienze delle crocerossine (*** 1941, 33-38) e i successi delle campagne per il Servizio del Lavoro (ex Mobilitazione Civile), e magari che – memori di quanto è accaduto venticinque anni prima – si insista sul ruolo fondamentale delle donne in conflitti che sono sempre meno di eserciti e sempre più di nazioni (m. 1941, 197-201). Ma, diversamente da ciò che è successo nel 1915-18, gli spazi dedicati alla guerra e toni con cui se ne parla sono più quelli di chi si dispone “a passare la nottata” che non quelli di chi – come è accaduto a molte donne di civile condizione nel precedente conflitto – arde di passione sacrificale, e si impegna a darne quotidiana dimostrazione (Soldani, Franchini, Pacini 2007, 435-436). In definitiva, nell’“Almanacco della donna Italiana” si manifesta una tendenza caratteristica anche di altri periodici: l’oscillazione fra due linee che, apparentemente, si contrappongono ma, in realtà, si amalgamano, e che costituiscono una duplice risposta allo stesso evento, la guerra. Così si accentua, per un verso, il carattere d’evasione (più ampia scelta dei testi letterari, incremento degli articoli sulla bellezza, sulla moda, sulla cucina, sulla cura della casa, ecc.); e dall’altro, si imposta l’appello alla mobilitazione femminile di fronte alla guerra (si moltiplicano gli articoli sui compiti delle donne, da come usare i farmaci agli obblighi del nuovo Servizio di lavoro). Per esempio, nel fascicolo del ’43 vengono accostati, in una contraddizione solo apparente, un intervento su La donna e la Patria in guerra (Rodolfo Gazzaniga) e un saggio sul sogno (U. Beka), uno scritto sulla Personalità del bambino (Giuseppe Fanciulli) e uno dedicato all’Autarchia nel campo farmaceutico (Dr. C. C.), le rassegne annuali dedicate ai libri e al cinema di Irene Brin e le istituzioni su come usare i disinfettanti; e così via per una quarantina di articoli. Trasformata quella ricchezza, che ha rappresentato la caratteristica peculiare del periodico, nella forzata ecletticità di un almanacco di guerra, la rivista esaurisce la propria esperienza. Nato per esprimere la nuova complessità del mondo femminile, che è uscito profondamente mutato dalla Grande Guerra, il periodico, di fronte al nuovo conflitto, ha perso la propria funzione (Mondello 1987, 191). Nei cinque fascicoli usciti dal ’39 al ’43, le pagine più interessanti sono sempre rappresentate da quelle pubblicate nella rubrica letteraria curata dalla giovane Irene Brin, allora venticinquenne, che ha mutato il proprio titolo diventando I libri che ho letto. Con uno stile asciutto e brillante, pieno di riferimenti culturali anche internazionali, la Brin, che diverrà una delle più abili giornaliste del tempo, apre uno spazio inaspettato nel grigiore della rivista, recensendo libri italiani e stranieri, al di fuori di ogni limite di censura. È noto che questi sono gli anni in cui le “veline” imperversano, imponendo divieti, silenzi sulla stampa e sulla produzione letteraria, ostacolando la produzione di autori stranieri. Eppure la giornalista non ha esitazioni nel polemizzare ironicamente contro la moda culturale del momento, che esalta un Kormendi e un Pittigrilli, e recensisce autori del calibro di Steinbech, Virginia Woolf, Faulkner, Aldous Leonard Huxley, David Herbert Lawrence, Marcel Proust, Gertrude Stein, Jean Cocteau, André Gide, Colette (Brin 1939, 169-174). Mentre la censura ufficiale chiede il silenzio su Moravia, e Montale viene allontanato dal Gabinetto Vieusseaux, dopo essere stato diffidato dall’Ufficio Politico della Questura, la giornalista parla dei due autori con spigliata disinvoltura e autentica ammirazione, oppure suggerisce la lettura del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, che definisce “scrittore limpidissimo, tra i migliori, se non addirittura il migliore, della sua generazione” (Brin 1940, 186). La rubrica della Brin è dunque di notevole importanza, perché, oltre a portare una ventata di cosmopolitismo, pone degli interrogativi circa l’efficacia della censura esercitata dal regime sulla stampa in generale, e sull’effettivo controllo della situazione culturale (Saracinelli, Totti 1988, 124). L’“Almanacco della donna Italiana” si contraddistingue così per la costanza nella difficoltà di continuare a produrre cultura in anni segnati da avvenimenti notevoli, mantenendo un intenzionale anticonformismo anche di fronte alla schiacciante autarchia fascista. Negli ultimi volumi, diventa sempre più evidente la distanza fra il resto del periodico e la sua sezione letteraria: e così l’eclettismo della rivista, che mette sullo stesso piano articoli dedicati agli argomenti più disparati, appare quasi stravagante. Ma l’“Almanacco della donna italiana” riflette un mutamento sostanziale che riguarda non solo i temi trattati, ma le stesse scelte linguistiche. Ad esempio, la parola “femminismo” (coi suoi derivati), negli anni ’20-’25 ha valenza positiva e, a volte, si carica di tensione morale; ma col passare del tempo il termine tende a scomparire o ad assumere un significato dispregiativo. La Lombardo, quando ancora ha per così dire un piede nel Movimento e l’altro nel fascismo, parla di “femminismo fascista” (1926), ma poi preferisce sempre più parlare di “fascismo femminile”, di “movimento femminile”. Del resto, “che altro era il femminismo, se non uno dei più caratteristici prodotti della degenerazione democratico – individualista?” (Lombardo 1929, 346). Il termine “politica” viene maneggiato con molta cautela, dopo il 1925: in precedenza non si è avuta nessuna esitazione ad accostare il termine alla donna, alle sue attività, alle sue scelte; e naturalmente si è parlato e scritto dei rapporti fra le donne e i vari partiti politici. Dopo il 1925 le cose appunto cambiano: si va sul sicuro quando si puntualizza che, ad esempio, la “propaganda delle donne fasciste non deve essere politica” (Ivi, 338-339), che l’attività dei Fasci femminili “non è precisamente politica, ma sociale” (Ivi, 340); e, a poco a poco, si fa strada la convinzione che “donna e politica” sono termini antitetici fra loro. Sempre più spesso compare il termine “razza”, per lo più qualificato dall’aggettivo “sana”, e insistente è il richiamo alla “sanità” e “salubrità” della vita dei campi. Naturalmente la struttura stessa del linguaggio ricalca progressivamente quella ufficiale: ritmi binari e ternari, aggettivazione intensa, uso di figure retoriche quali l’accumulazione e la metafora. Dunque anche l’“Almanacco della donna Italiana” riflette quella straordinaria fiducia nella parola (meglio se altisonante) che ha caratterizzato il regime (Saracinelli, Totti 1988, 124-126). L’annuario chiude col fascicolo del 1943 e non può quindi non registrare l’esperienza finale con cui si conclude il Ventennio, la Repubblica sociale italiana, in cui trova una ulteriore espressione il rapporto che il fascismo ha avuto con la sua componente femminile. Nella Repubblica di Salò si realizza il primo – sia pur limitato – esempio della storia italiana di organizzazione femminile militarizzata fondata sul volontariato, che si sviluppa dal 18 aprile del ’44 all’aprile del ’45 col nome di Servizio ausiliario femminile. Il fascismo, che ha esordito su posizioni pseudo-emancipazioniste, e ha accettato anche le squadriste nelle sue fila, chiude dunque la sua parabola con la creazione della donna-soldato. Come nel ’20 il partito fascista si è rivolto alle donne chiamandole a sostenerlo nelle elezioni, così nel ’44 la RSI fa appello all’apporto della mobilitazione femminile. L’archetipo di “sposa e madre esemplare” va dunque bene solo per la pace, quando si proclama che la vocazione muliebre rende la donna quella “donna nuova” auspicata dal fascismo, e i Fasci femminili ricalcano passivamente quelli maschili, ai quali sono giuridicamente sottoposti. All’occorrenza, il fascismo manifesta una ben diversa concezione del ruolo della donna ed è emblematico che, da questo punto di vista, la sua storia sia compresa fra due modelli femminili “militarizzati”: forze insurrezionali e irregolari nel 1919-’20 e forze regolari, per quanto lo erano le istituzioni della Repubblica di Salò, nel ’44-’45 (Mondello 1987, 195-196).

In conclusione, nelle tre fasi in cui si divide la storia dell’“Almanacco della donna Italiana” (1920-1925; 1926-1935; 1936-1943) si rispecchia con chiarezza sia il processo attraversato dal fascismo dal “diciannovismo” allo Stato totalitario, sia il processo involutivo che ha caratterizzato la politica attuata verso le donne. La rivista registra, infatti, la diminuzione dell’importanza delle donne sul piano culturale e il progressivo spegnersi di rivendicazioni, di progetti, di ambizioni, di presa di coscienza dei propri diritti. Parlare di donne e politica, sia pure in senso lato, significa ormai parlare di organizzazioni e opere dipendenti dal Pnf e da esso totalmente controllate. Si trattasse di scuole speciali, di Omni o di Federazioni professionali, di asili, di colonie, mense, dispensari o ambulatori, è ormai quasi esclusivamente di fascismo che si discorre. Tuttavia il periodico lascia anche intravedere che, malgrado tutto, gran parte delle donne non si è fatta totalmente ammaliare dall’oratoria ufficiale, se ancora nel 1939 l’“Almanacco della donna italiana” rivela che le giovani non amano affatto l’economia domestica, lamenta il fenomeno della denatalità e sottolinea con entusiasmo che sono numerose sia le ragazze che frequentano i Licei e le università sia le donne già laureate, che partecipano ai vari congressi internazionali e nazionali.

Biografia

Elisa Turrini ha conseguito con lode la laurea triennale in Storia Moderna presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna e la laurea specialistica in Storia d’Europa presso la medesima facoltà. I suoi interessi di ricerca comprendono la storia della donna nel periodo risorgimentale italiano e in quello fascista.

Biography

Elisa Turini graduated with first-class honour in Modern History in the faculty of Literature and Philosophy at the University of Bologna and took a postgraduation in History of Europe in the same faculty. Her research fields include the history of women during the Italian Risorgimento and fascism.

Bibliografia

1941                Crocerossine, in “Almanacco della donna Italiana”, a. XXII, n. 22.

Agar (alias Virginia Ratti Tango)

1930                Sermone a una donna che scrive, in “Almanacco della donna Italiana”, a. XI, n. 11.

Bemporad S., Fumagalli G.

1920                Prefazione, in “Almanacco della donna italiana”, a. I, n. 1.

1922                Prefazione, in “Almanacco della donna italiana”, a. III, n. 3.

Brin I.

1939                I libri che ho letto, in “Almanacco della donna Italiana”, a. XX, n. 20.

Casartelli L.

1925                Rassegna del movimento femminile, in “Almanacco della donna Italiana”, a. VI, n. 6.

Castellani M.

1938                Educazione e cultura, in “Almanacco della donna Italiana”, a. XIX, n. 19.

Crispino A. M.

1988                Atti del seminario: esperienza storica femminile nell’età moderna e contemporanea, Roma, UDI.

Jovine F.

1936                Letteratura italiana del 1935, in “Almanacco della donna Italiana”, a. XVII, n. 17.

Lilli L.

2001                “La stampa femminile”, in Storia della stampa italiana, a cura di Castronovo V., Tranfaglia N., Roma-Bari, Laterza, vol. V.

Lombardo E.

1928                Rassegna del movimento femminile italiano, in “Almanacco della donna italiana”, a. IX, n. 9.

1929                Sei anni di attività dei fasci femminili, in “Almanacco della donna italiana”, a. X, n. 10.

 

LorenzoniP.

1940                La donna e la legge, in “Almanacco della donna Italiana”, a. XXI, n. 21.

m.

1941                Donne in guerra, in “Almanacco della donna Italiana”, a. XXII, n. 22.

Mondello E.

1987                La nuova italiana:la donna nella stampa e nella cultura del Ventennio, Roma, Editori riuniti.

Saracinelli M., Totti N.

1988                “L’Almanacco della donna italiana: dai movimenti femminili ai fasci (1920-1943), in La corporazione delle donne: ricerche e studi sui modelli femminili nel ventennio fascista, a cura di M. Addis Saba, Firenze, Vallecchi.

Soldani S., Franchini S., Pacini M.

2007                Giornali di donne in Toscana: un catalogo, molte storie (1770-1945), Firenze, Leo S. Olschki.

(***)

  1. Emblematiche di questa attenzione sono le pagine sul nesso salute-bellezza della cantante Lina Cavalieri o quella sulla scelta dei mobili del grande maestro delle arti applicate Alfredo Melani nell’“Almanacco della donna Italiana” del 1921 (pp. 149-160 e 215-232); le carrellate storiche sulla moda di Nello Tarchiani (personaggio di indubbio rilievo negli studi e nelle attività delle Belle Arti fiorentine) nell’“Almanacco della donna Italiana” del 1924 (pp. 125-148); i ripetuti interventi sulla manipolazione e conservazione di cibi di Carolina Valvassori, direttrice della scuola agraria femminile di Firenze e socia attiva del locale Lyceum, nell’“Almanacco della donna Italiana” del 1925 (pp. 169-176). []
  2. Che Silvia Bemporand è affiancata da Giuseppe Fumagalli, è quanto si deduce dalla duplice firma apposta alle presentazioni e alle introduzioni pubblicate fino al 1924. Nei volumi successivi talora non è presente alcuna introduzione, altre volte compaiono presentazioni firmate “Almanacco della donna Italiana”, come accade nei fascicoli del 1925 e 1926. L’introduzione al volume del ’28 è firmata “Gli Editori”, quella del 1935 nuovamente da Silvia Bemporand. Solo nella seconda e nella terza fase della rivista, compare l’indicazione del nome della direttrice sul frontespizio, sul quale invece è sempre presente il nome dell’editore. Quest’ultimo rimane invariato fino al 1938, poi muta in Marzocco. Solo sul frontespizio dei primi due fascicoli, quello del 1920 e del 1921, dopo il nome dell’editore compare l’indicazione della rivista “La Donna”. Il periodico romano ha infatti collaborato al lancio dell’iniziativa, divenendone coeditore. Cfr. S. Bemporand, G. Fumagalli, Prefazione, in “Almanacco della donna Italiana”, a. I, n. 1, 1920, p. V. []
  3. La vicenda è facilmente ricostruibile dal fascicolo conservato all’Archivio Centrale di Stato, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario, fasc. n. 509230. Il fascicolo (che all’interno ne contiene anche un secondo intestato “Casa Editrice Marzocco”), ha l’intestazione “Firenze, Casa Editrice Marzocco già Bemporad”. []
  4. Per quanto sia inevitabile considerarlo a parte, non c’è dubbio che il periodico costituisca da ogni punto di vista la continuazione e il calco dell’“Almanacco della donna Italiana”: nome, impaginazione, struttura, firme, rubriche, illustrazioni, argomenti e modi di trattarli, tutto richiama la testata precedente; soprattutto l’impegno a valorizzare le capacità espressive e professionali delle donne, impegno che si realizza attraverso una strutturazione del periodico tanto accurata quanto sapiente, tesa a dare la parola alle donne facendo leva sulle loro biografie, funzioni, attività. Inoltre, il “nuovo” Almanacco fa più volte esplicito riferimento al vecchio, ora per dare conto di concorsi e premi precedentemente banditi (e di cui si rendono noti gli esiti), sia per richiamare trattazioni anteriori di argomento, ora per sottolineare la lunga vita della pubblicazione. La prima annata, in particolare, sembra essere costruita per intero con materiali raccolti per l’“Almanacco della donna Italiana”. []
  5. Nata a Firenze nel 1907, intraprende la sua attività giornalistica nel 1923 come collaboratrice di “La Nazione”. Iscritta all’Albo Nazionale dei giornalisti pubblicisti di Firenze, diviene anche collaboratrice ordinaria alla Radio (Eiar). Dal 1939 al 1943 è direttrice responsabile dell’“Almanacco della donna Italiana”, uno dei più importanti periodici femminili del Ventennio, apportando al suo interno diversi cambiamenti. Quando assume tale incarico è già conosciuta al grande pubblico come scrittrice fiorentina. Con un’accorta politica di gestione della testata, la Cattaneo riesce a salvare la sua posizione personale e il destino della sua pubblicazione. Firma collaborazioni anche per “Il Nuovo Giornale”, “Diana” e “La nuova scuola italiana”, nascondendosi spesso con diversi pseudonimi, quali Wlusky, Gin, C., Catt. Tra i suoi scritti, ricordiamo: Io, nel mezzo, che ha vinto il Premio Viareggio nel 1935; Viaggio con la mosca del 1938; Abbasso il galateo del 1942; Nasce una donna, romanzo del 1943; Corsa di Primavera del 1947. []
  6. Si tratta di un repertorio di un centinaio di pagine diviso in sette settori, dedicati rispettivamente alle giornaliste, alle pubbliciste, alle scrittrici, alle autrici di teatro, alle scultrici e alle pittrici, alle compositrici musicali e alle architette. Per ogni nominativo si indica l’eventuale pseudonimo, il recapito, una biografia sintetica ed un elenco delle opere. []

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