Pages Menu
TwitterFacebook
Categories Menu

Posted in Laboratorio, Numero 21 - Laboratorio, Numero 21 - Novembre 2009, Numero 21 - Rubriche

L’Assemblea delle Romagne

L’Assemblea delle Romagne

Antonio Drei

A seguito delle vittorie franco piemontesi della II guerra d’Indipendenza anche la Romagna si libera, nel giugno 1859, senza colpo ferire, dal regime pontificio.

La difficile situazione diplomatica delle ex Legazioni Pontificie consiglia però estrema prudenza e perciò una apposita commissione si reca da Vittorio Emanuele II, che la riceve il 21 giugno nel suo quartier generale a Calcinate, per offrirgli la dittatura.

L’11 luglio giunge a Bologna come Commissario Regio Massimo Taparelli D’Azeglio che però lascia l’incarico all’indomani di Villafranca. Il 24 agosto il nuovo Governatore, Leonetto Cipriani, indice per il 28 dello stesso mese le elezioni di un’Assemblea Nazionale delle Romagne.

Le Romagne, come allora si diceva, devono eleggere un deputato ogni 8.000 abitanti, 124 in totale; alla provincia di Ravenna, che all’epoca comprende anche Imola, ne spettano 21: 8 a Ravenna, 5 a Faenza, 4 ad Imola e 4 a Lugo. Per Ravenna sono eletti: Domenico Boccaccini, il dott. Giacomo Camporesi, il capitano Domenico Farini, figlio di Luigi Carlo, il conte Ippolito Gamba, il prof. Filippo Mordani, il conte Ferdinando Rasponi, il conte Gioachino Rasponi, ed il conte cav. Pietro Rasponi. Faenza elegge: il dott. Marco Balelli, il prof. Federco Bosi, il dott. Gaetano Brussi, Lodovico Caldesi ed il conte Achille Laderchi. Ad Imola sono eletti: Giuseppe Scarabelli, Pietro Toschi, il dottor Luigi Lolli ed il conte Anton Domenico Gamberini.

I deputati eletti vengono invitati a trovarsi il giorno 1° settembre “nella Residenza della Commissione Municipale del Comune di Bologna nel pubblico Palazzo alle ore 10 antimeridiane, per recarsi alla Basilica di S. Petronio ad assistere alla Festa Religiosa per l’inaugurazione dell’Assemblea Nazionale”. Alle ore 12,05 il Dittatore Leonetto Cipriani, succeduto al D’Azeglio, apre i lavori dell’Assemblea:

Signori, i popoli delle Romagne, dopo aver dato mirabile prova di saviezza civile col contegno tenuto in questi tre mesi, ne hanno dato altra più grande di senno politico accorrendo ai comizi elettorali. Spetta ora a voi, legittimi rappresentanti del paese, l’esprimerne i voti…

Il giorno 3 settembre l’Assemblea elegge presidente il bolognese Marco Minghetti, vicepresidente l’imolese Giuseppe Scarabelli ed il ravennate Gioachino Rasponi questore. Lo stesso giorno viene depositata una proposizione che ha, fra i dieci deputati presentatori, il ravennate Gioachino Rasponi e l’imolese conte Anton Domenico Gamberini. La proposta, posta in votazione il giorno 6, dopo aver riassunto in breve la storia delle nostre province, sancisce una decisione storica che il bolognese Marco Minghetti riassume così:

Considerando che questi popoli, dopo aver avuto statuti e leggi proprie, e nel principio del secolo presente fatto parte del Regno Italico, furono nel 1815, senza il consenso loro posti sotto il Governo temporale pontificio, e che questo, senza ripristinare le antiche franchigie, distrusse i buoni ordini nuovamente introdotti; Considerando che tale Governo colla mala sua amministrazione riconosciuta dall’Europa afflisse i sudditi, onde la storia di queste provincie d’allora in poi fu una dolorosa vicenda di rivoluzioni e di reazioni, tanto che alla perfine le misure eccezionali e gli stati di assedio divennero la regola ordinaria di governo; Considerando che ciò produsse grave danno della pubblica prosperità non solo, ma pervertimento del senso morale nelle popolazioni e pericolo incessante della quiete d’Italia e d’Europa; Considerando che tornarono inutili le preghiere dei popoli e i consigli dei potentati d’Europa; che ogni tentativo di riforme fu vano; che le promesse furono sempre deluse; Considerando che tale Governo non seppe neppure difendere la vita e le proprietà dei suoi sudditi; Considerando che abdicò di fatto la sovranità, dandone le più nobili prerogative in mano di generali austriaci che tennero per molti anni il governo civile e militare di queste provincie e ne fecero strazio; Considerando che, se questi popoli hanno voluto adempiere all’obbligo loro di partecipare alle guerre dell’Indipendenza, dovettero farlo contro le dichiarazioni sovrane e malgrado gl’impedimenti di ogni maniera; Considerando che tale Governo è incompatibile colla uguaglianza civile, colla libertà e colla nazionalità italiana; Considerando che alla partenza degli Austriaci il Governo temporale pontificio cadde ad un tratto; che non può reggersi con forze proprie, ma solo con armi straniere o mercenarie, per cui sarebbe impossibile la quiete pubblica e l’ordine stabile; Considerando infine che il Governo temporale pontificio è sostanzialmente e storicamente distinto dal potere spirituale della Chiesa, cui questi popoli professano piena riverenza; Noi, rappresentanti dei popoli delle Romagne, convenuti in generale Assemblea, appellandone a Dio della rettitudine delle nostre intenzioni, dichiariamo: Che i popoli delle Romagne, rivendicato il loro diritto, non vogliono più Governo Temporale pontificio.

Il voto dell’Assemblea si compie per appello nominale e scrutinio segreto. Su 122 deputati eletti ne sono presenti 121, la maggioranza richiesta è di 61 voti; votano a favore in 121, nessun astenuto, nessun contrario. I verbali registrano, dopo la lettura dell’esito della votazione: “La Camera adotta all’unanimità. – I deputati ed il popolo si alzano in piedi, e prorompono in applausi entusiastici e prolungatissimi, agitando fazzoletti e gridando: Viva l’Assemblea Nazionale!”.

Il giorno successivo un’altra importante proposizione viene approvata dall’Assemblea. Tra i firmatari compaiono il faentino Federico Bosi ed il lughese conte Giacomo Manzoni; la relazione all’Assemblea viene fatta dal conte Gioachino Rasponi.

È ancora il presidente Minghetti a riassumere la situazione:

Considerando che il voto unanime e fermo di questi popoli è per un Governo forte, che assicuri l’indipendenza nazionale, l’uguaglianza civile e la libertà; Considerando che il loro primo bisogno è di posare in un assetto stabile e finale rispetto alla Nazione, il quale chiuda l’êra delle rivoluzioni; Considerando che il solo Governo che possa adempiere queste condizioni è quello di Sardegna, per la forza, per le tradizioni, per la organizzazione, per le istituzioni e pei sacrifici fatti alla causa italiana; Noi, rappresentanti i popoli delle Romagne, DICHIARIAMO: Che i popoli delle Romagne vogliono l’annessione al Regno Costituzionale di Sardegna sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II.

Anche questo voto, che vede presenti 120 deputati, ne registra 120 a favore, nessun astenuto e nessun contrario. Sempre i verbali registrano: “La camera approva all’unanimità. I deputati s’alzano plaudenti: il popolo accalcato nelle tribune pubbliche prorompe in fragorosi applausi ed evviva ai rappresentanti ed al Re Vittorio Emanuele”.

Il giorno 23 settembre parte per recarsi a presentare al re a Monza l’indirizzo dell’Assemblea una Deputazione composta di sette deputati. Di essa fanno parte, per Ravenna i due deputati Achille Laderchi di Faenza e Giuseppe Scarabelli di Imola.

Così descrive il viaggio Angelo Marescotti:

Il suo passaggio nelle città lombarde fu accolto da un saluto che si direbbe trionfale. A Piacenza, a Lodi, a Melegnano le autorità municipali si fecero a riceverla in pompa; il popolo s’accalcava per le vie: l’accompagnavano la Guardia nazionale e la banda musicale. A Lodi, a Melegnano le finestre apparate e gremite di persone applaudenti e festose; fiori, evviva e auguri, perché il voto di unione e di fratellanza, ch’essa portava al loro Monarca, avesse felice accoglienza. Uomini e donne di ogni età e ceto prendevano parte alla festa, e il clero si metteva innanzi ai magistrati per esprimere la fraterna accoglienza. A Milano la festa divenne più pomposa e più solenne. Giunta la deputazione a Porta Romana sulle quattro pomeridiane del giorno 23, trovava il Podestà conte Belgioioso circondato dagli assessori del Municipio, dai sindaci di pressoché tutte le città di Lombardia, dal Marchese d’Azeglio, da alcuni deputati del Parlamento piemontese, da altri personaggi tutti raccolti in addobbato steccato, circondati dallo stato maggiore e da molti ufficiali della Guardia nazionale e dalle bande musicali. Il Podestà medesimo dirigeva alla Deputazione parole di ospitalità e di fratellanza; e la invitava a salire sopra carrozze di gala.

Possiamo desumere che le parole del Podestà di Milano fossero sostanzialmente quelle riportate nel manifesto affisso in città:

Illustri Deputati delle Romagne. Siate i ben venuti in questa Città e accoglietene cortesi il fraterno saluto. Altra volta in altri tempi la grande Città dell’Emilia ospitava i monzesi deputati ad onoranza della loro venerata Corona Ferrea, che fatalmente a quei giorni non doveva posarsi che sul capo di chi avrebbe fatto strazio d’Italia. Ora sotto ben altri e più felici auspici, la libertà e la concordia, Voi ci rendete quella visita. I giorni delle nazioni si computano a secoli. Tre ne passarono e dolorosi; ma se la storia li registra e sta, la fantasia ne stringe la scorsa e ravvicina alle vetuste le età presenti. Siate i ben venuti apportatori di ricambiati voti di concordia. Non è più adunque l’Italia la terra del parteggiar diverso e delle invidie cittadine e delle stragi fraterne che la dier sì facile preda allo straniero? No, già da tempo; no. E non appena la vittoria ebbe allargata la frontiera dell’osteggiato Piemonte, si dilatarono i cuori, i popoli si cercarono, intesi a cancellare le pagine delle antiche accuse contrapponendone una meravigliosa tanto da offuscare i vanti delle prische età. ILLUSTRI DEPUTATI DELLE ROMAGNE: tra noi conoscenze antiche a ricambio di liete accoglienze, siate i ben venuti a reiterarle; ma un più antico e più solenne patto ci stringe a Voi, patto segnato col sangue versato. Vi rammenti che la più cospicua e colta tra le vostre Città giurò coi Lombardi la lega a Pontida. Volsero sette secoli, ed eccovi ancora tra noi.          L’avversario d’ogni bene in Italia è pur sempre lo stesso che fugammo a Legnano: gli stessi siam noi che aneliamo ancora a liberarnela: ma questa volta per sempre. Né falliremo; perché uniti in un sol pensiero, fidenti nelle forze non di poche e disperse, ma di tutte le sue Cento Città congiurate tutte in un medesimo sforzo. Se alla italiana indipendenza mancava un Eroe che ne guidasse i cuori anelanti e risoluti al conquisto; ora, e ne sian grazie al Cielo, l’Italia lo possiede, e voi Illustri DEPUTATI, andatevene pur fiduciosi ad offrirgli i vostri voti; chè un voto solo sta in ogni cuore italiano, un solo nel cuore del MAGNANIMO RE VITTORIO EMANUELE II: L’INDIPENDENZA ITALIANA. W. BOLOGNA E L’ITALIA – W. IL RE VITTORIO EMANUELE II. W. IL MAGNANIMO IMPERATORE NAPOLEONE III.

Marescotti prosegue così la sua relazione:

Fu dunque accompagnata sino all’albergo de la Ville in modo solenne, traversando strade apparate a festa, e fra mezzo un popolo affollato e festoso. Gli evviva erano fragorosi e da ogni banda piovevano fiori. Sotto al balcone dell’albergo il popolo si fece più folto ed applaudente; onde fu debito della Deputazione volgergli parole di ringraziamento. Uno dei deputati dalla ringhiera ringraziava dunque per tale accoglimento solenne: poi che era fatto al voto di unione e di nazionalità, che la Deputazione arrecava a Vittorio Emanuele e a’ suoi popoli in nome della Assemblea e del popolo delle Romagne. Tanto più lieti siamo noi, diceva esso, perché questa accoglienza manifesta come il popolo lombardo sappia valutare giustamente il voto che apportiamo; avendo la Romagna combattuto un nemico che oltraggia la nazionalità e la civiltà dell’Italia, più che non la oltraggi il barbaro: un nemico che non si debella colle armi ma col senno. Infatti la Romagna ha fatto vedere che non è d’uopo perseguitare la religione e il clero per rendere all’Italia le nostre provincie: ma basta allontanare dal governo civile una casta, che per la sua superbia, per le sue menzogne e crudeltà si è resa odiosa e spregevole: una ibrida casta che non si deve confondere col sacerdozio pastore del popolo, avvocato del giusto e dell’onestà: allontanarla senza esitanza, senza rumore di parti e senza persecuzioni, restituendo al popolo quello che gli appartiene. Non solo Romagna, ma tutta Italia godrà di cotesta vittoria; voi Milanesi l’avete compreso; soggiungeva, ed ecco perché applaudite: e perché i vostri applausi riescono tanto più grati a noi medesimi. Tuttavia non ci dissimuliamo le difficoltà: e poiché sono grandi abbiamo d’uopo di confidare maggiormente nella generosa anima del Monarca a cui volgiamo i nostri passi: e di confidare eziandio nella scuola della perseveranza a cui ci siamo ammaestrati e nell’unione che proclamiamo. Tali parole erano applaudite fragorosamente perché esprimevano l’intendimento del popolo lombardo, già manifestato in vari indirizzi recitati dai magistrati e dal clero. Altri indirizzi consimili ricevette la Deputazione e dai corpi scientifici e dal clero milanese, e da compagnie industriali ed artigiane, e da società politiche.

Marescotti, anche se per modestia non lo dice, parla ai milanesi dal balcone dell’albergo ma, considerata la situazione politica e diplomatica egli non può inserire nella sua relazione due saluti che vengono portati ai delegati romagnoli: il primo da esuli romani che dichiarano come la loro città e le altre provincie ancora sotto il giogo del potere temporale vogliano essere libere e far parte della grande famiglia italiana. Ecco alcune parole degli esuli romani:

Finché questo sommo scopo non sarà raggiunto, non si speri che l’Italia possa mai essere veramente indipendente e libera. Se Roma ora tace fremendo, si ricordino gl’Italiani che i loro stessi più vitali interessi ve la costringono e che è questo il più gran sacrificio che possa ella fare sull’altare della patria: ma sarebbe forse pericoloso ritardare troppo il giorno della sua liberazione.

Ma i romani non si fermano a questo appello. Uno di loro, tale professor Guidi declama anche ai nostri deputati il suo carme L’Unione degli Italianiù; eccone alcuni versi:

Al Re valoroso stringiamoci fidenti,

Ché seppe mertarsi di tutti la fè.

Diciamgli: “Vittorio, noi fummo redenti,

Ma tutta redenta l’Italia non è !

Non anco è compito il nostro riscatto

Se Italia calpesta un piede stranier…

Poiché dell’unione già stringesi il patto,

Si corra alla festa dell’inno guerrier !

D’un popol che pugna pel suolo natio

Lo slancio sublime frenar chi potrà ?…

La voce d’un popolo è voce di Dio ! –

L’union fa la forza ! L’Italia sarà !”.

La relazione di Angelo Marescotti prosegue:

[La Delegazione] Ricevette bandiere e ghirlande onde doveva specialmente alla classe operaia volgere nuovamente la parola onde lodarla de’ suoi nobili sentimenti di nazionale concordia. Vennero parrochi con loro parrocchiani fin da lontano a felicitare la deputazione delle Romagne e la sera stessa il Vescovo di Milano non invitato, non sollecitato da alcuno faceva illuminare il Duomo e la meravigliosa sua cupola. Era una festa universale, a cui non solo prendevano parte tutte le classi della città di Milano, ma tutte le città di Lombardia.

Il Marescotti nella sua relazione non fa cenno alla serata che la Delegazione trascorre al Teatro alla Scala ove si rappresenta il Rigoletto. I palchi per i nostri delegati erano stati ornati con gli stemmi di Bologna, Forlì, Ravenna e Rimini. Allo stesso modo egli non cita l’arco eretto in loro onore a Monza che riporta due iscrizioni:

SALVETE, SALVETE,

O LATORI AUSPICATISSIMI DEL PATRIO VOTO

CHE MIRABILMENTE AVVICINA IL COMPITO

DELL’INDIPENDENZA NAZIONALE

E DELL’UNIFICAZIONE ITALIANA:

OH ! NARRATE, CORTESI,

ALLA NOBILE PARTE D’ITALIA

CON CUI EBBIMO COMUNI DOLORI E SPERANZE

IL GIUBILO, ONDE MONZA ACCOMPAGNA LA GRANDE MISSIONE

CHE QUI VI TRASSE, O GENEROSI

Il giorno 24, prosegue Marescotti, la Deputazione si reca a Monza, e dopo essere stata colà pure accolta dai magistrati, dal clero, e dal popolo con festa e plauso vedeva esaudito il suo ardente e primo desiderio di venire condotta alla presenza di Vittorio Emanuele.

È il vice presidente dell’Assemblea, Giuseppe Scarabelli, a leggere a Vittorio Emanuele II il messaggio a nome dei delegati delle Romagne:

Sire! I popoli delle Romagne rivendicato il loro diritto proclamarono per voto unanime dell’Assemblea legalmente costituita l’annessione loro al Regno di Sardegna. I pregi che l’Italia tutta ama ed ammira in Vostra Maestà, la sua lealtà in pace, il suo valore in guerra, conquistarono tutti gli animi, e fu la più nobile conquista dell’influenza morale. Ma questo voto d’annessione fu non solo uno slancio d’entusiasmo, fu ancora un calcolo di matura ragione. Le Romagne travagliate per quarant’anni dalle discordie civili anelano di chiudere l’êra delle rivoluzioni e di posare in un assetto stabile e definitivo. E mentre professano piena riverenza al Capo della Chiesa cattolica, vogliono un Governo che assicuri l’uguaglianza civile, la nazionalità italiana, l’ordine e la libertà. La Monarchia costituzionale di Vostra Maestà è la sola che possa darci questi beni. Le tradizioni di Casa Savoja, che seppe identificarsi colle aspirazioni dei suoi popoli, la natura armigera del Piemonte, la sua forte organizzazione, le sue libere istituzioni, i sacrifici fatti per la causa italiana, sono pegno sincero che nell’intima unione coll’altre provincie, noi troveremo quel finale ordinamento che s’accorda coll’indipendenza nazionale, e co’ destini della patria comune. Accogliete, o Sire, i nostri voti; propugnandoli dinanzi all’Europa compirete un’opera nobilissima, ridonerete la pace e la prosperità a quelle provincie che più lungamente soffersero per l’amore dell’Italia.

Alle parole di Scarabelli risponde l’ancora Re di Sardegna Vittorio Emanuele II:

Sono grato a’ voti de’ Popoli delle Romagne di cui voi, o signori, siete gl’interpreti verso di me. Principe cattolico, serberò in ogni evento profonda ed inalterabile riverenza verso il Supremo Gerarca della Chiesa. Principe italiano, debbo ricordare che l’Europa, riconoscendo e proclamando che le condizioni del vostro paese ricercavano pronti ed efficaci provvedimenti, ha contratto con esso formali obbligazioni. Accolgo impertanto i vostri voti, e forte del diritto che questi mi conferiscono, propugnerò la causa vostra innanzi alle grandi Potenze. Confidate nel loro senno e nella loro giustizia; confidate nel generoso patriottismo dell’Imperatore dei Francesi, che vorrà compiere quella grande opera di riparazione, alla quale pose sì potentemente la mano e che gli ha assicurato la riconoscenza dell’Italia tutta. La moderazione che informò i vostri propositi nei più dolorosi momenti dell’incertezza dimostra, colla irrecusabile prova dei fatti, che nelle Romagne la sola speranza di un nazionale reggimento basta ad acquietare le civili discordie. Abbiatevi i miei ringraziamenti, o signori. Quando nei giorni della lotta nazionale mandavate numerosi volontari, che mostravano tanto valore sotto le mie bandiere, voi comprendeste che il Piemonte non combatteva per sé solo, ma per la patria comune: ora serbando unanimità di voleri e mantenendo incolume l’ordine interno, fate l’opera più grata al mio cuore e quella che può meglio assicurare il vostro avvenire. L’Europa sentirà che è comune dovere, com’è comune interesse, di chiudere l’êra dei rivolgimenti italiani procurando soddisfazione ai legittimi voti.

Vittorio Emanuele II è molto prudente. La situazione politica dell’Europa, ed in primo luogo gli intrighi che il suo stesso alleato Napoleone III sta intessendo con lo scopo di impadronirsi dell’Italia centrale, non gli consentono di accettare subito ciò che gli viene offerto. Ma chiudiamo l’incontro dei romagnoli col re tornando al racconto di Marescotti:

Dopo di che il grazioso Monarca si degnava ospitarla [la Delegazione] alla sua tavola: dandosi a conoscere a ciascuno mercè la sua affabilità, e i suoi nobili sensi come esso sia nato per dare sesto a una grande nazione.

Sempre il Marescotti prosegue la sua relazione:

Nel giorno 25 il Municipio ordinava un banchetto nazionale in onore della Deputazione delle Romagne. Eranvi presso che cento ospiti d’ogni provincia d’Italia, specialmente di Piemonte, di Lombardia e della Venezia. Eranvi uomini segnalati di Francia e d’Inghilterra: si udirono brindisi, ma più che brindisi discorsi politici, atti a maturare il senno del popolo. E la Società del Casino volle compiere questo lieto giorno con una danza elegante.

Ma, prima del banchetto, un’altra sorpresa attende i nostri deputati. In albergo una deputazione del clero milanese si reca a visitarli lasciando loro un distico:

LA RIVERENZA DELLE SOMME CHIAVI

NON VIETA UN VOTO PER L’ITALIA UNITA

Marescotti, come ha taciuto nella sua relazione il messaggio dei romani, tace ora quello degli esuli veneti.

Era debito dei veneti, che a Milano rappresentano i desideri, i dolori ed i diritti del loro paese, o che vi vennero per esservi una costante protesta contro lo straniero dominio, di felicitarvi per la patriottica vostra risoluzione, d’incoraggiarvi e correrne i pericoli, di ringraziarvi infine per il pensiero che si levò fra i rappresentanti delle Romagne di contribuire in qualsiasi modo al riscatto della Venezia dalle mani del comune nemico.

La partenza della Delegazione da Milano è così narrata dal Marescotti:

E quando la Deputazione delle Romagne dopo avere reso le visite al Municipio, al Governatore della Lombardia, al Podestà di Milano, a Massimo d’Azeglio; dopo aver conosciuto tanti uomini eminenti, che onorano l’Italia: dopo avere alla perfine visitati i feriti piemontesi e francesi, e specialmente portati i suoi sensi di riconoscenza all’ufficialità francese che ancora geme mutilata o inferma per la guerra italiana: quando credeva partirsene per rimpatriare senza niuna pompa o solennità; avendo anche rinunciato agli inviti che gli faceva una Deputazione della città di Torino: essa videsi anche nell’ultimo istante acclamata dal popolo milanese, onorata dalla presenza del Podestà e da alcuni assessori del Municipio e da vari membri del clero. Ripeteronsi dovunque al alta voce da uno dei deputati i sensi di gratitudine che si dovea a tal popolo: ripeteronsi quelle intelligenze di unione, di fraternità, di perseveranza nelle quali erano già tutti concordi: e in mezzo a una ovazione tanto più solenne quanto improvvisa e spontanea: in mezzo agli applausi, ai saluti, agli auguri uscì la Deputazione da Milano: per trovare a Lodi presso che a mezzanotte un’altra illuminazione e un altro incontro festoso, e per rimpatriare e attestare che niente più separa le Romagne dalla Lombardia: che gli animi sono stretti di tal fratellanza che né il ferro né le insidie possono disgiungerli: che l’alta e media Italia è già per diritto e per valore del popolo un sol Regno.

L’ultimo saluto dei milanesi ai nostri deputati è un nuovo, bellicoso, manifesto:

ADDIO DEI MILANESI AI DEPUTATI DELLE LEGAZIONI

Addio, o deputati dell’intrepida e generosa Bologna. Voi rappresentate città e paesi ben meritevoli dell’Italia, una città, la quale senz’alcuna speranza di legalizzata redenzione, insorse sempre gloriosa, sia nel trentuno, sia nel quarantotto, che nel cinquantanove. La pretina vendetta, l’abbandono degli alleati, i sacrificj mai non l’atterrirono e come olocausti dell’indipendenza volenterose le madri i loro cari, i quali è meglio, cadano in lotta accanita, pugnando, che straziati sotto il bastone nelle carceri. I posteri le saranno grati e Bologna splenderà fra le italiane stelle, sublime. Si oppongano pure le potenze al suo assennatissimo e sacro voto, ricusi materiale soccorso anche l’italiano ministero; ma saranno a lei egualmente congiunti i popoli, che nessuno al mondo può dividere, perché uniti dalla natura e da Dio. Incatenati un tempo tutti al carro del tiranno vincitore, egli appunto ci fece comprendere vantaggio dell’unione, dell’esser fratelli; come a Pontida, ci baciammo animosi e lo vincemmo; ma egli è ancor forte: parte d’Italia è ancor ne’ suoi artigli e bisogna ritoglierla per quanto possa esserne sanguinoso l’acquisto. La guerra ci libererà dall’Austriaco, e pel pericolo meglio renderacci uniti e di conseguenza fortissimi. Vale, o deputati; dite ai vostri conterranei esser nostro sommo desiderio la loro unione, e lieti e pronti a qualunque sacrificio per il paese, che tanti ne fece; che salutandovi, ci cadono lagrime di tenerezza e di speranza.

Tremino i tiranni di essere disperati; compiangano i popoli la nostra infelice, divisa e tradita nazione, che pur tanto fece all’umanità, sulla cui terra d’eroi sono ad ogni passo monumenti famosi, che un dì saranno ornamento di sola e rispettata nazione. Madre tedesca, che forse piangi l’unico tuo, ed imprechi all’Italia; oh pensa, quanti dei nostri ne morirono, non solo sul campo, ma sulla forca; e niega se puoi di compiangerci, d’arrossire e tremare per la tua patria crudele. La strada ferrata congiungeracci fra poco; ma non ne abbiamo d’uopo per unirci; perocchè già lo facemmo in onta ai gendarmi ed alle spie.

Il sangue Lombardo, Veneto, Piemontese, Toscano, Bolognese, grida insieme vendetta al trono di Dio, e comuni devon’essere al pari dei dolori le gioie. Sia lieve ed infiorata d’alloro la terra che copre i prodi a Palestro, a Magenta ed a Solforino caduti, ascoltino le loro alme dal Cielo, i nostri fervidi inni; Addio madri, addio donzelle Bolognesi; non compiangete i vostri estinti cari; ma animate i superstiti ad imitarli.

Giovani fratelli Emiliani, in riva alla laguna piange la vergine Veneta, alza trepida e pure in noi sperando le luci al firmamento, ci stende le braccia; dunque, a rivederci sul campo dell’onore, nel beato momento in cui fugati i tiranni, godremo l’ineffabile estasi di dare la libertà ad un popolo fratello, che tanto fece e soffrì per la patria comune; piuttosto che schiavi sulla terra, a rivederci liberi in Cielo. Diamo addio alla debolezza ed all’egoismo, se vogliamo darlo finalmente all’opprimente tirannia e godere il meriggio del sole della libertà, che nell’infinito oceano del futuro, noi vediamo brillante e desideroso spuntare, come l’unico bene che possa all’uomo arrecare, non solo la gioja, ma la virtù e la dignità. Proprie dell’immagine di Colui, avanti il quale sono polvere re, popoli e pianeti, è un pensiero l’universo. Egli prova, punisce e premia; ma alla fine, libera gli infelici e calpestati popoli della terra!

Ma la prudenza e le incertezze che abbiamo visto manifestare da Vittorio Emanuele II sono destinate ad essere preso spazzate via. Il 9 novembre il russiano Luigi Carlo Farini, fedelissimo di Cavour, assume la temporanea dittatura su tutte le provincie dell’Emilia Romagna ed il 30 dello stesso mese, visti i decreti delle Assemblee di Modena, Parma e Romagne che proclamavano l’annessione agli Stati Sardi, sopprime i Governi separati e li accentra in uno solo.

Il 1° marzo 1860, considerando che prima della riunione del Parlamento subalpino era necessario che le provincie dell’Emilia assumessero assetto definitivo convocava il popolo nei giorni 11 e 12 marzo perché dichiarasse la propria volontà sull’annessione alla monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II oppure un regno separato. Il 15 marzo viene promulgato il risultato del plebiscito: 426.006 voti per l’annessione, 756 per il regno separato e 750 nulli. Lo stesso giorno Vittorio Emanuele II prende atto del risultato ed un Regio decreto 18 marzo 1860 proclama che le provincie dell’Emilia fanno parte integrante dello Stato.

Iscriviti alla Newsletter di Storia e Futuro

Sarai sempre informato sulle uscite della nostra rivista e sulle nostre iniziative.

La tua iscrizione è andata a buon fine. Grazie!

Share This