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Posted in Articoli, Numero 50 - Articoli, Numero 50 - Giugno 2019, Primo piano

Le principali associazioni reducistiche del Secondo dopoguerra

Le principali associazioni reducistiche del Secondo dopoguerra

di Francesca Somenzari

A partire dal 1945, con la fine della guerra, si aprì una stagione di grande fermento in campo politico, economico, giuridico, sociale. La ricostruzione fu tale in tutti i sensi. Alla chiusura che aveva caratterizzato, per molti versi, la società fascista, si contrappose un periodo non solo di rinnovamento, ma di pluralità nell’accezione più ampia della parola. Si riorganizzarono i partiti – molti dei quali erano già nati nel Regno del Sud –, si ricostituirono i sindacati; si abbandonò il corporativismo economico tipico del Fascismo e si aderì al Piano Marshall e ad una visione liberista; fu elaborata la Costituzione e definiti i suoi principi fondamentali, alla base della nuova Repubblica Italiana. Ed è proprio in questo contesto di rinascita che si costituirono e si diversificarono tra loro le associazioni dei reduci. Affermare una specifica identità, ricordare i momenti fondamentali di un determinato percorso, riunirsi periodicamente e ricevere un riconoscimento giuridico-statale significava avere una legittimazione ed un ruolo in quella nuova Italia che si stava ricreando. Significava in sostanza esserci.

La fortuna o il problema del mondo associazionistico consistette proprio in questa molteplicità di identità, di istanze, di visioni, che per certi aspetti, potevano ricordare – pur dichiarandosi queste associazioni del tutto apolitiche – il panorama frastagliato e variegato dei partiti e dei sindacati.

Per ovvie ragioni di sintesi, la trattazione che segue si concentra su alcune tra le principali associazioni reducistiche.

Il dibattito storiografico: un panorama ancora limitato (da una prima generale ricognizione delle fonti alla storia dell’Associazione Nazionale ex Deportati)

Lo status quaestionis sui reduci della Seconda guerra mondiale si presenta fin dall’inizio un po’ scarso e incredibilmente disorganico: nell’ultimo ventennio alla figura di colui che torna dalla guerra sono stati preferiti il prigioniero, l’internato, il displaced person… Da un punto di vista storiografico il reduce non ha pertanto avuto molto successo; a questa situazione ha contribuito certamente un dato incontrovertibile, e cioè la frammentarietà delle fonti, in particolare di quelle secondarie: a parte l’opera di Agostino Bistarelli (2007), non esistono opere generali sulla figura e sulla storia dei reduci. Ciò di cui si dispone attualmente sono i “libricini” e gli opuscoli scritti dalle diverse associazioni reducistiche, che hanno cercato di ricordare l’attività dei loro fondatori e dei loro iscritti. Bruno Maida (2014) ha scritto la storia dell’Associazione Nazionale degli ex Deportati, cercando di andare un po’ oltre la mera prospettiva celebrativa: l’associazione è stata analizzata attentamente nelle sue diverse fasi storiche, con le sue luci e le sue ombre.

Il già citato Bistarelli si è invece cimentato in una vasta ricognizione di fonti, soprattutto primarie, con l’intento di far emergere la tematica dei reduci non tanto nella sua vicenda in sé e per sé (storia, eventi, turning points…), ma per così dire nella sua “esistenza” e nella sua problematicità; le domande che scaturiscono dalla lettura del volume sono numerose: sono stati veramente democratici quelli che non si occupano dei propri reduci di guerra? Quali interessi si celano, da parte di uno stato, nel portare avanti gli interessi legati ad alcune categorie di reduci? Cosa chiedono alle istituzioni coloro che hanno combattuto? Dall’opera di Bistarelli, che è in assoluto la prima che si confronta con un materiale documentario molto complesso da maneggiare, si comprende che la storia dei reduci si divide in tanti rivoli ancora da ricostruire e che la neonata Repubblica ha saputo dare risposte solo parziali. La strada del ritorno è un sapiente affastellarsi di parentesi problematiche che ci restituiscono una dimensione estremamente complessa ed eterogenea della materia.

Il lavoro di Gabriella Gribaudi (2016) si confronta con la fase immediatamente precedente al vero e proprio reducismo del Secondo dopoguerra, in quanto analizza la molteplicità di esperienze a cui vanno incontro i prigionieri italiani subito dopo l’8 settembre 1943. Per certi versi, solo se si parte dal diverso trattamento che i nostri prigionieri subiscono dopo l’armistizio sia in mano alleata (con le varie differenziazioni tra cooperatori e non) sia in mano tedesca, si può comprendere la conflittualità interna al gruppo stesso dei reduci dopo il 1945.

Un primo sguardo sull’“universo associazionistico”

Il secondo dopoguerra ci presenta un’interminabile serie di associazioni, con una loro precisa identità ed una loro storia. Il Ministero della Difesa riconobbe ufficialmente quarantasette associazioni, di cui una decina espressamente riconducibili all’esperienza della Seconda guerra mondiale o riorganizzatesi in vista del nuovo corso: Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra (Anmig), Associazione nazionale combattenti e reduci (Anc)1, Associazione Nazionale partigiani d’Italia (Anpi), Federazione Italiana volontari della libertà (Fivl), Federazione italiana delle associazioni partigiane (Fiap), Associazione nazionale reduci dalla prigionia, dall’internamento e dalla guerra di Liberazione (Anrp), Associazione Nazionale vittime civili di guerra (Anvcg), Associazione Nazionale ex internati (Anei), Associazione nazionale ex deportati politici (Aned).

Tra il 1945 e gli anni successivi furono tutte riconosciute enti morali, ovvero organizzazioni collettive, dotate di personalità giuridica e quindi in grado di perseguire scopi specifici che il singolo non sarebbe stato in grado di realizzare. Come emerge dalle pubblicazioni curate dall’Anpi (2009), l’attribuzione della suddetta denominazione era una chiara forma di tutela da parte della nuova Repubblica Italiana, in quanto, in qualità di enti morali, avrebbero beneficiato della disponibilità degli enti pubblici nazionali e locali, con fondi, finanziamenti, strutture e sedi.

Una vecchia eredità: l’Anc

Nel Secondo dopoguerra, l’Associazione Nazionale Combattenti (Anc) era stata una delle pochissime, per non dire l’unica, associazione mantenuta in vita dal Fascismo. Detto questo, essa riveste grandissima importanza non tanto per la sua azione nel 1945 o negli anni seguenti, quanto per la storia che ebbe nell’immediato primo dopoguerra: una storia di debolezza e di isolamento durante lo Stato liberale e una storia di forza durante il Fascismo. Questo passato pone tale associazione su un piano diverso rispetto ad esempio all’Anpi o all’Aned: potremmo anche definire l’Anc come “un pezzo aggiunto” al contesto associazionistico che si sviluppò dopo il Secondo conflitto mondiale o come “un’eredità ineludibile” che lo Stato non poteva disconoscere.

Questa vecchia “eredità”, a dispetto di tutto, ebbe un vantaggio di partenza rispetto alle associazioni nate nel Secondo dopoguerra: a livello ministeriale le sue necessità erano sempre state recepite e fatte proprie dall’Opera Nazionale Combattenti (Onc) – fondazione statale nata in epoca liberale, che continuò ad esistere e ad operare fino al 1977 – e questa situazione si protrasse perlopiù identica nei primi due decenni della neonata Repubblica2. Come scrive Ubaldo Riva,

La rappresentanza degli interessi materiali e morali dei reduci presso il Governo e presso l’Opera Nazionale Combattenti sono riconosciute esclusivamente all’Associazione nazionale combattenti (Riva 1978, 368-369)

Detto in altri termini, se l’Anc rappresentò il laboratorio di quelle proposte economiche pensate a favore degli ex combattenti, l’Onc fu nei fatti l’organo pubblico in grado di trasformare tali richieste in azioni concrete, essendo l’Opera «una vera e propria fondazione dello Stato a favore dei reduci di guerra» (Riva 1978, 369). Scindere quindi l’Associazione Nazionale dall’Opera Nazionale non è un’operazione semplice, dato il grado di “simbiosi” che si verificò fin dall’inizio tra i due enti: “mente” e “braccio armato” si fusero per certi versi in una cosa sola per l’ottimizzazione dei risultati.

Come era già accaduto nel Primo dopoguerra, anche nel Secondo l’Associazione si dedicò all’assistenza materiale dei suoi iscritti, concentrandosi il più possibile sulla questione lavorativa nel Sud Italia. Come riportano i suoi bollettini,

in un territorio nel quale vi sono quindici milioni di bocche in più di quanto la terra, l’industria e il commercio ne possano sfamare, l’italiano cerca affannosamente il lavoro, non aspira che al lavoro, non ama che il lavoro […]. A Napoli 200 000 persone si alzano ogni mattina senza avere la minima idea di quello che faranno durante la giornata, che cosa e come faranno per riportare a casa, la sera, un pezzo di pane (Miceli 1953, 10)

Su chiare indicazioni dell’Associazione Nazionale presieduta dall’onorevole Ettore Viola – capitano distintosi durante la Prima guerra mondiale nella difesa del Monte Grappa e successivamente capo della delegazione che si presentò a Vittorio Emanuele III a San Rossore nel 1924, come riporta Duggan (2013) – l’Opera provvide quindi a procurare lavoro e mezzi ai reduci di guerra. Negli anni Cinquanta, gli assistiti dell’Anc, grazie ai prestiti ricevuti, si organizzarono in cooperative artigiane, dando vita a numerose botteghe e attività. Come emerge, riporta ancora Franco Miceli,

Il Ministero dell’Assistenza Post-Bellica dispose nel febbraio 1946 che gli Uffici Provinciali [Apb.] versassero all’Opera immediatamente un contributo di 5 milioni ciascuno per realizzare subito l’assistenza creditizia ai reduci artigiani e alle Cooperative tra reduci. Fu raccolto così un fondo di 385 milioni col quale furono subito iniziati i finanziamenti sia di impianto sia di esercizio accolti con grande favore dai reduci […]. Era talmente urgente il bisogno di provvidenze che consentisssero ai reduci di mettersi immediatamente al lavoro, invece di tumultuare nelle piazze, che la prima operazione di finanziamento fu fatta nei primi del febbraio 1946 a favore di una Cooperativa del Mezzogiorno (Miceli 1953, 12).

Il versamento di cinque milioni all’Opera a livello locale fu un provvedimento considerato urgente, dato che i singoli Comitati Provinciali approvarono tale finanziamento a cose avvenute. La manovra voluta dal Ministero non fu accolta di buon grado dalle province: nei verbali deliberativi di Vercelli, ad esempio, così si legge:

Approvazione postuma del noto versamento dei cinque milioni all’Opera Nazionale Combattenti […]. Il Comitato, visto le circolari del Ministero rispettivamente del 12. 2. 1946 e 6.6.46 a firma entrambe del Ministro Gasparotto, con rammarico ne prende atto (AS VC3, Ufficio Provinciale assistenza Post-bellica, m. 5, 5 luglio 1946).

A livello nazionale, tra il 1946 e il 1952, furono finanziate in totale 194 Cooperative di reduci; tra queste quelle di tipo edile erano in netta maggioranza sulle altre, come la stessa Opera constatava e spiegava nel suo primo convegno nazionale nel 1953:

Le ragioni di questa prevalenza sono chiare e aderiscono pienamente alla lettera e allo spirito delle norme per l’assistenza creditizia, rivolte alla massima occupazione dei reduci: possibilità di largo impiego di mano d’opera, compresa quella non specializzata e non ben qualificata che la nostra assistenza mira anche a migliorare tecnicamente; equilibrato rapporto tra finanziamento, mano d’opera impiegata ed entità dei lavori; facilità e congruità delle garanzie; sicurezza del credito trattandosi quasi sempre di pubblici appalti. Ed, infine, maggiore possibilità di vigilanza e assistenza, specificamente attrezzata e competente nel campo dell’edilizia (Onc 1953, 48-49)

Alla base di questo riassorbimento degli ex combattenti reduci nei diversi campi occupazionali ci fu una riqualificazione professionale; per far fronte, in alcuni casi, ad una scarsa o parziale capacità, furono organizzati speciali tirocini di addestramento, chiamati “cantieri-scuola”: durante la frequentazione di tali corsi, i reduci disoccupati ricevevano un piccolo salario. Il più importante di questi cantieri – scuola fu realizzato a Roma nel 1947.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, l’attività congiunta dell’Associazione Nazionale Combattenti e dell’Opera si rivelò essenziale anche nei termini di un orientamento professionale efficace (Ghergo 2009).

L’Anpi e le altre associazioni del mondo partigiano

Le associazioni nate dall’esperienza partigiana e che si richiamavano direttamente a quella cultura furono essenzialmente tre: l’Anpi, la Fivl e la Fiap.

L’Anpi fu costituita a Roma nel giugno 1944, ottenendo il suo riconoscimento ufficiale il 5 aprile 1945, venti giorni prima del giorno della Liberazione. Era inizialmente retta da un consiglio dei rappresentanti delle varie formazioni che avevano combattuto contro i tedeschi e gli italiani della Repubblica Sociale, nello specifico dalla Brigate Garibaldi, da Giustizia e Libertà, dalle Brigate Matteotti, dalla Brigate Mazzini e dalle Brigate del Popolo. Si trattò, fin dai suoi albori, di un’associazione radicata ed estesa, con la diffusione capillare di sezioni e comitati locali disseminati su tutto il territorio nazionale e con un avvicendamento di congressi che si sono tenuti con una cadenza abbastanza regolare a partire dal 19474: una rete che esiste e che opera ancora oggi. Dal 1952 si è dotata di una rivista dal titolo “Patria Indipendente. Periodico della Resistenza e degli ex combattenti”, con una vocazione prevalentemente storico-politica.

Per l’Anpi la fase di maggiore vitalità ed incisività nella società fu indubbiamente quella dei Governi di Unità Nazionale; realizzazione pratica e tangibile di tale forza furono soprattutto i Convitti- Scuola della Rinascita, che aprirono i loro battenti tra il 1945 e il 1946 a Torino nella sede collinare di Villa Rey e a Milano in Via Zecca Vecchia e in molte altre città italiane, tra cui Novara, San Remo, Genova, Varese, Cremona, Venezia, Reggio Emilia, Bologna e Roma (Unione Culturale Antonicelli 2009). Furono le scuole dei reduci partigiani, pensate appositamente per coloro che avevano interrotto gli studi per via della guerra, e contemplavano diversi gradi di istruzione. Ma non erano solo delle scuole di recupero anni; attraverso il tipo di istruzione qui impartito, l’Anpi avrebbe contribuito a formare in parte la nuova classe dirigente del paese, ai più svariati livelli, dalle locali amministrazioni alla politica, dalle istituzioni pubbliche a quelle private. Ovviamente la presenza di questi reduci fu molto forte anche nelle fabbriche operaie. Anche se il Ministero dell’Assistenza Post-Bellica, nei confronti della categoria generale dei reduci, fu sempre in bilico tra una prospettiva di assistenza puramente materiale e una di inserimento effettivo nella società, come ripete Agostino Bistarelli (2007), nei fatti questo gruppo di reduci ebbe – in una prospettiva di medio e lungo periodo – delle importanti chance di realizzazione personale ed occupazionale5.

Con questo tipo di istruzione, basato in parte, ma non solo, sui dibattiti politici la cui base era un confronto critico, i reduci partigiani pensavano ad una “scuola del futuro” e in quel modo sperarono di imprimere al successivo sistema scolastico una concezione democratica, opposta all’ideologia fascista e alle sue tipiche parole d’ordine come “Mussolini ha sempre ragione”, “Credere, obbedire, combattere”, “Chi non è con noi è contro di noi”, “Libro e Moschetto fascista perfetto”…e di operare quindi una profonda cesura culturale rispetto al passato.

A proposito di questi Convitti-Scuola, Norberto Bobbio scrive:

Coloro che ne vissero l’esperienza hanno la meditata convinzione che quel tipo di scuola, nato nel 1945 e fondato sul diritto allo studio, sull’autogoverno, sulla prevalenza del sociale avrebbe dovuto costituire la matrice della nuova scuola italiana dopo la Liberazione […]. Il problema della scuola fu uno dei problemi che l’antifascismo militante si pose nella ricerca di proposte e di soluzioni per il rinnovamento della società italiana alla caduta del Fascismo (Unione Culturale Antonicelli 1950 cur., 9-10)

Come ho già detto, l’organizzazione e l’attività culturale dei reduci partigiani dell’Anpi si fece sentire, oltreché a Torino e a Milano con i Convitti “Baima Besquet” (1945-1951) e “Amleto Livi” (1945-1975), a Novara con il “Preda”(1946-1951), a San Remo con il “Nuvoloni” (1946-1950), a Genova con il “Gastaldi” (1946-1955), a Varese con “La Rasa” (1947-1964), a Cremona con il “Ruggeri” (1946-1949), a Venezia con il “Biancotto” (1946-1957), a Reggio Emilia con il “Fornaciari” (1945-1954), a Bologna con il “Palmieri” (1946-1949) e a Roma con il “Giaime Pintor” (1946-1948).

Tra il 1949 e il 1950 questi istituiti, finanziati fino a quel momento dal Ministero del Lavoro, conobbero il loro declino e la loro fine, per via dei nuovi indirizzi e delle nuove scelte operate dal governo di Alcide De Gasperi. Non si trattò, tuttavia di un’abolizione immediata, dal momento che alcuni di essi, con vicende alterne, poterono portare avanti alcune delle loro attività anche negli anni successivi. Sicuramente quell’esperimento di scuola fortemente voluto dall’Anpi e quindi dai reduci partigiani vide un grande ridimensionamento, perdendo il protagonismo che aveva avuto nell’immediato dopoguerra. Gli ambienti politici più legati a questa associazione avrebbero poi sostenuto che i nuovi governi “temevano il virus dell’antifascismo e della Resistenza nella scuola” (Unione Culturale Antonicelli 1950 cur., 41).

Al di là delle polemiche che accompagnarono la progressiva fine dei Convitti- Rinascita, il dato più semplice ed inconfutabile è che una determinata stagione culturale e politica aveva perso il suo smalto, cedendo il passo a soluzioni intermedie che si sarebbero auspicate una via mediana tra – come dice Giuseppe Ricuperati – “la fittizia costruzione della scuola repubblichina, con recuperi gentiliani, condanne del bottaismo, demagogie di certo fascismo di sinistra” e quella “della Resistenza, con tutte le sue esperienze e creatività” (AA.VV 2009, 18-19).

Ma l’attività dell’Anpi e di altre associazioni reducistiche, sopra citate, non si limitò alle sole iniziative culturali: esse s’impegnarono in forme di tutela vera e propria nei confronti dei propri reduci. Sulla base dei riconoscimenti formali e sostanziali che la nuova Repubblica Italiana aveva stabilito e garantito a livello legislativo – coi decreti n. 319 del novembre 19446, n. 158 dell’aprile 1945 e n. 518 dell’agosto 1945 – per coloro che avessero conseguito le prestigiose qualifiche di “patriota” e “partigiano combattente”, all’Anpi insieme all’Anc e all’Anmig spettò l’onere ma anche l’onore di decidere i futuri “benemeriti” – da intendersi in un senso assolutamente generale – del nuovo stato. Essere dichiarato partigiano significava ricevere un premio di solidarietà nazionale, pari a L. 20 000, avere un titolo preferenziale nei concorsi pubblici ed entrare a far parte come soci, con quote agevolate, di cooperative organizzate su base provinciale (Battaglia 1947). La qualifica di partigiano si articolava nelle seguenti differenziazioni, tutte più o meno spendibili in termini di successivo reinserimento o a fini pensionistici, come stabiliva il D.L. del 21 agosto 1945, n. 518: partigiano combattente, caduto, ferito in azione partigiana, mutilato o invalido per la lotta di Liberazione, patriota (Colonna 1954 cur.).

Le suddette agevolazioni non erano solo rivolte ai partigiani, ma nel complesso all’ambito dei reduci; secondo il D.L.L. del 4 agosto 1945, n. 453, nelle amministrazione statali (Colonna 1954 cur.) erano state stabilite delle quote occupazionali per varie categorie. Così ripeteva anche una circolare del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale:

Nelle nomine presso le Amministrazioni dello Stato e degli Enti Pubblici, il 50 per cento delle assunzioni che saranno disposte nei due anni successivi all’entrata in vigore del presente Decreto è riservato in favore dei mutilati, invalidi, combattenti della guerra 1940-43 e della guerra di Liberazione (Israt7, Anpi, Combattenti-Reduci, Qualifiche Partigiane, b. 9, f. 51.4, circolare del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale 9 marzo 1948).

Sappiamo che le agevolazioni occupazionali stabilite dal D.L.L. dell’agosto 1945, n. 453, furono prorogate fino al 31 dicembre 1949, con il D.L. 5 agosto 1947, n. 844 (Colonna 1954 cur.).

Proseguiva la circolare:

Dovendosi procedere a riduzione di personale si deve tener conto, in ogni caso, della condizione di reduce e partigiano (Israt, Anpi, Combattenti-Reduci, Qualifiche Partigiane, b. 9, f. 51.4, circolare del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale 9 marzo 1948)

Anche il D.L. del 1̊ settembre 1947, n. 1121 – che riguardava in questo caso il personale a tempo determinato – era pensato appositamente per favorire i reduci. Così si esprimeva il decreto all’art. 1:

Ferme restando le disposizioni che assicurano la conservazione del posto in caso di richiamo alle armi, i sussidiari e i contrattisti dell’Amministrazione dello Stato hanno diritto ad essere riassunti in servizio quando:

  1. siano stati internati dai fascisti o dai tedeschi;

  2. ovvero siano stati chiamati alle armi per adempiere agli obblighi di leva, purchè non abbiano prestato volontariamente servizio nei corpi armati della pseudo repubblica sociale;

  3. ovvero abbiano abbandonato il servizio per partecipare alla lotta di liberazione ed abbiano la qualifica di Partigiani combattenti (Israt, Anpi, Combattenti-Reduci, Qualifiche Partigiane, b. 9, f. 51.4, d.l. del 1°settembre 1947)8

All’art. 3 si specificava chiaramente che entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto stesso, l’Amministrazione era tenuta ad assumere in servizio tali categorie e all’art. 7 il decreto si lasciava andare ad un’apertura che avrebbe dato il via, da quel momento in poi, ad un periodo di non facile gestione per gli organi di vertice delle diverse associazioni reducistiche e in particolare per l’Anpi:

La qualifica di partigiano combattente può essere provvisoriamente comprovata da attestazioni dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, salvo poi regolarizzazione a seguito del riconoscimento di essa da parte delle Commissioni competenti (Israt, Anpi, Combattenti-Reduci, Qualifiche Partigiane, b. 9, f. 51.4, testo del decreto legislativo del 1 settembre 1947, n. 1121, art. 7)

Il dettato dell’art. 7 e la precedente circolare 3134 del 22 settembre 1945 del Ministero Assistenza Post-Bellica che recitava esattamente “in attesa della definitiva deliberazione della Commissione, agli interessati potranno essere rilasciate attestazioni provvisorie al fine di ottemperare alle varie esigenze (stipendi arretrati, assunzione impiegati, sussidi disoccupati)” (Israt, Anpi, Combattenti-Reduci, Qualifiche Partigiane, b. 9, f. 51.2), si prestavano chiaramente ad un’interpretazione estensiva, che avrebbe introdotto uno step potremmo dire intermedio o semplicemente un’area grigia tra la fase di una prima attestazione, rilasciata con meno rigore dalle sezioni locali e la fase più rigida del riconoscimento vero e proprio della qualifica di partigiano che era sancita da commissioni nazionali e regionali. Questa apertura operata dai dispositivi di legge sopracitati produsse un fortissimo intasamento di “richieste intermedie” – e non sempre giustificate – alle sezioni locali – nello specifico provinciali – dell’Anpi disseminate su tutto il territorio italiano. Da parte di molti, la richiesta di questi tipi di dichiarazioni intermedie erano motivate da gravi disagi economici, che tali “qualifiche” avrebbero in parte risolto. In molti casi si trattava di persone che avevano ricevuto ufficialmente la qualifica di “Benemerito” o di “Patriota” e che avrebbero preferito tuttavia il riconoscimento di “Partigiano Combattente” (Israt, Anpi, Combattenti-Reduci, Qualifiche Partigiane, b. 9, f. 51.4, 8 aprile 1948). Come ho scritto, le sezioni locali dell’Anpi avrebbero agito con più elasticità rispetto alle Commissioni ad hoc, tanto che la corrispondenza interna, che seguiva a certe richieste, riportava spesso questa frase:

Si prega di voler espletare la pratica del suddetto, trovandosi il medesimo in condizioni economiche veramente precarie e gli assegni che gli verrebbero corrisposti, se eventualmente riconosciuto con la qualifica di “Partigiano Combattente” gli sarebbero di grande aiuto (Israt, Anpi, Combattenti-Reduci, Qualifiche Partigiane, b. 9, f. 51.4, 13 aprile 1948).

Un’altra situazione, abbastanza ricorrente, che emerge dalla corrispondenza interna delle sezioni locali dell’Anpi, era di questo tipo:

Il suddetto fa presente che gli è stata assegnata la qualifica di “Patriota”. Si rende noto che il … è orfano di Caduto Partigiano regolarmente riconosciuto ed attualmente versano in condizioni economiche veramente precarie e gli assegni che eventualmente potesse riscuotere, se qualificato come “Partigiano Combattente”, sarebbe loro di grande aiuto (Israt, Anpi, Combattenti-Reduci, Qualifiche Partigiane, b. 9, f. 51.4, 13 aprile 1948).

Se la qualifica di patriota non risultava infatti molto appetibile all’interno della vasta gamma dei riconoscimenti – pur dando accesso agli assegni di pace e ad un trattamento economico di guerra definito “intero” dal ministro Alessandro Casati (Israt, Anpi, Combattenti-Reduci, Qualifiche Partigiane, b. 9, f. 50) –, quella di “Benemerito” lo era ancor meno. Così si esprimeva, a questo proposito, il Comitato Provinciale dell’Anpi di Asti:

Tale qualifica [di “Benemerito”] non ha alcun valore ai fini di concorsi ed altre pratiche, perché non beneficia dei vantaggi concessi alle categorie combattentistiche (Israt, Anpi, Combattenti-Reduci, Qualifiche Partigiane, b. 9, f. 51.5, 6 settembre 1963)

È evidente che il quadro normativo della nuova Repubblica italiana avrebbe indotto moltissimi a volersi accreditare come partigiani – con questi certificati provvisori – senza esserlo davvero o senza avere i giusti requisiti. Per evitare un’inflazione di titoli di questo tipo – come ho già scritto – erano state stabilite delle apposite e definitive commissioni con compiti di valutazione e con griglie abbastanza accurate.

La fase dei certificati provvisori per i partigiani o per i presunti tali, rilasciati dalle sezioni locali, fu interrotta ufficialmente il 1̊ agosto 1948, come annunciato dalla circolare n. 5 – dall’oggetto “Certificati provvisori per partigiani” – della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Sottosegretariato Assistenza Reduci e Partigiani:

Allo scopo di ottemperare alle varie esigenze degli interessati, si autorizzavano le sezioni provinciali dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) a rilasciare certificati provvisori per determinati fini e secondo determinate modalità […]. La circolare n. 6641/39 del cessato Ministero Assistenza Post-Bellica, è abrogata a decorrere dal 1̊ agosto 1948 (Israt, Anpi, Combattenti-Reduci, Qualifiche Partigiane b. 9, f. 51.4, 24 luglio 1948)

Il periodo un po’ elastico ed eccessivamente bonario dei certificati provvisori, rilasciati da queste sezioni locali, non inficiò tuttavia il lavoro svolto dalle Commissioni ad hoc, che dimostrarono invece un certo rigore e un serio modus procedendi nella valutazione dei diversi curricula. Bisognava infatti dimostrare di “avere non meno di sei mesi di attività partigiana per avere il riconoscimento partigiano e quattro mesi per avere il riconoscimento di patriota” (Israt, Anpi, Combattenti-Reduci, Qualifiche Partigiane, b. 9, f. 51.5, documento del 12 maggio 1964).

Roberto Battaglia è ancora più specifico:

I criteri per il riconoscimento sono definiti dai cinque commi dell’art. 7 [del decreto n.518 dell’agosto 1945]. Unica differenza tra le formazioni del Nord e del Sud è la diversità del periodo partigiano richiesto: tre mesi a Sud della linea Gotica qualunque sia il tipo di formazione, sei mesi invece al Nord per le squadre cittadine (S.A.P) per i comandi e i servizi, e tre mesi per le formazioni di montagna e per i G.A.P.; nell’un caso e nell’altro, eccetto che per gli appartenenti ai servizi, si richiedono inoltre tre azioni di guerra e viene riconosciuto come valevole il periodo passato in carcere o in campo di concentramento (Battaglia 1947, 1006)

E aggiunge:

Sono norme tanto semplici ad enunciarsi quanto difficili ad applicarsi (Battaglia 1947, 1006).

Il lavoro svolto da queste Commissioni ad hoc fu molto difficile ed ebbe, a differenza delle sezioni locali, un approccio problematizzante dal momento che nella valutazione entravano in gioco più variabili, da quelle temporali a quelle geografiche.

I numeri finali relativi a tali qualifiche attestano un esame abbastanza accurato ed approfondito da parte delle Commissioni: su un totale di 630 018 domande, 159.795 hanno avuto esito negativo, mentre dalle restanti, accolte, si contano 232.841 riconosciuti “partigiani combattenti”, 125.714 dichiarati “patrioti”, 72 500 caduti per la Lotta di liberazione e infine 39.167 con attestazione di invalidità e mutilazione (Vallauri 2003).

La Fivl e la Fiap furono delle “costole” dell’Anpi in quanto si originarono da una scissione interna. La Fivl nacque ufficialmente nel 1948 e fu espressione dei partigiani di area cattolica, guidati dal generale Raffaele Cadorna e da Enrico Mattei e in seguito da Paolo Emilio Taviani. Con sede a Milano nei locali dell’Istituto San Carlo e con rappresentanza a Roma, la Fivl procedette subito a redigere uno statuto di sedici articoli con cui si dichiarava “un’associazione politica, ma non partitica” (Istoreto10, Fondo Aminta Migliari, busta A AM 44, 129, Statuto FIVL, art. 3); tra le priorità individuate dall’associazione vi era lo sviluppo e il potenziamento di un’attività assistenziale che si sarebbe rivolta ai propri aderenti e ai loro interessi.

A differenza della Fiap, la Fivl ebbe una forza associativa di tutto rilievo non solo – come scrive esplicitamente Biondo – in quanto “i larghi mezzi di cui dispone Mattei aiutano…” (Biondo 1994, 14), ma anche grazie al consenso che la Chiesa si era conquistata nel periodo resistenziale (Forno 1999).

All’indomani della rottura con l’Anpi, data la mancanza di sedi apposite che ospitassero le riunioni delle diverse associazioni che avevano appena dato vita alla Fivl, l’onorevole Paolo Emilio Taviani chiese, in qualità di vice-segretario della Democrazia Cristiana, che il partito non si rifiutasse di mettere a disposizione di quei reduci partigiani cattolici locali ed attrezzature necessarie allo svolgimento di determinate pratiche amministrative (Fabris 1986). Tra i fattori alla base della scissione con l’Anpi – oltre alle motivazioni che spiegherò più avanti – ci fu certamente la progressiva egemonia che la Dc stava assumendo in Italia.

Da un punto di vista congressuale, la Fivl volle caratterizzarsi soprattutto per la discussione di una tematica di grande attualità e impatto, e cioè la distinzione tra Nazismo e Germania, fondamentale in una logica di riconciliazione europea (Fabris 1986); sulle pagine del suo organo di stampa, “Europa Libera”, l’associazione dei reduci cattolici si distinse per una posizione all’epoca controcorrente.

La Fiap fu fondata anch’essa nel 194811, in seguito alle contraddizioni emerse durante il primo congresso nazionale dell’Anpi: in quell’occasione Giustizia e Libertà del Partito d’Azione e le componenti partigiane – per la precisione dodicimila partigiani che lasciarono l’Anpi – che facevano capo alle Brigate Matteotti del Partito Socialista e Socialdemocratico, alle Brigate Mazzini del Partito Liberale e Repubblicano e altre formazioni anarchiche e libertarie di minore importanza decisero di imboccare una strada diversa rispetto alla corrente frontista, che iniziava a distinguersi sempre di più per una linea filo-sovietica (Cairoli 2013). Il suo primo Presidente, dal 1949 al 1969, fu Ferruccio Parri, presidente del Consiglio dal 1945 e ancor prima esponente di spicco della Resistenza, noto anche con il nome di battaglia “Maurizio”, riconosciuto ed apprezzato dai vari Comitati di Liberazione Nazionale per le sue doti militari e politiche e dagli Alleati occidentali per le sue capacità di mediazione. Nel congresso costituente, che si tenne a Milano, l’associazione si diede una forma federativa – che avrebbe permesso l’adesione anche successiva di altri gruppi, già dotati di una propria sigla –, stabilendo al contempo i propri ideali e le proprie priorità: la fede nella libertà, la difesa della pace e della Costituzione, la lotta contro “l’inflazione dei partigiani qualificati e mai visti prima della fine della guerra clandestina” (Giachetti 2011, 38).

Come ho già scritto, l’abbandono dell’Anpi da parte dei reduci cattolici e di quelli azionisti avvenne tra il 1946 e il 1947; sulle motivazioni di tale scissione Giuseppe Fabris scrive:

Già all’inizio del 1946 cominciano a costituirsi, per iniziativa di ex comandanti di formazioni autonome e cattoliche, gruppi informali di resistenti che dissentono dalla linea politica dell’ANPI e cercano di impedire che le forze partigiane comuniste raggiungano i propri obiettivi attraverso una tattica politica intimidatoria e provvedimenti di espropriazione indiscriminata (Fabris 1986, 9).

Sullo sfondo di questa rottura vi erano disordini politici e sindacali legati a richieste non sempre condivise dalle diverse anime che si erano battute per la Liberazione dell’Italia. Il malcontento che portò a tali divisioni è ben sintetizzato da una dichiarazione rilasciata da Enrico Mattei:

Già da tempo esisteva nelle file degli ex partigiani uno stato di malessere per il ritardo nell’esecuzione di quei provvedimenti che il governo aveva approvato per venire incontro alle esigenze di questa particolare categoria di lavoratori. Nessuno dei nostri partigiani però si è prestato a compiere atti di illegalità e tantomeno ha ripreso le armi per recarsi in montagna chissà per quali pazzeschi disegni […]. Noi siamo vicini alle forze dell’ordine ed il governo, che abbiamo cooperato a formare in un regime di democrazia, sa di poter contare su di noi (“Il popolo”, 31 agosto 1946).

Le parole del comandante Mattei, futuro fondatore dell’Eni, si ergevano a difesa del secondo governo De Gasperi, violentemente contestato da una parte dell’Anpi, che iniziava a connotarsi come associazione parapartitica, a dispetto del suo statuto originario; in questa deriva dell’Associazione Nazionale Partigiani, l’onorevole e partigiano Giuseppe Dossetti vi intravedeva ormai “uno strumento della rivoluzione marxista” (Anpi 2009, 2).

A differenza della Fivl, la Fiap operò la scissione con più dispiacere: per via di un passato e comune “fondamentalismo antifascista preliminare a tutto” (Giachetti 2011, 22), tra il mondo comunista e quello azionista c’era sempre stato un rapporto speciale.

L’Aned

Rispetto ad altre associazioni, l’Aned ebbe – a livello propriamente fondativo – una storia più complicata. Essa si sviluppò prima a livello locale e provinciale e solo successivamente si strutturò su base nazionale; da Torino e poi da Milano l’associazione prese piede in tutta Italia.

Il Congresso istitutivo dell’Aned nazionale si tenne a Verona nel gennaio 1957: dalla fondazione delle sedi locali (1945) ad ente nazionale passarono ben dodici anni, non solo per un fatto meramente logistico, ma anche per ragioni di tipo politico. Come scrive Bruno Maida,

Il Partito Comunista aveva uno specifico interesse affinchè l’associazione degli ex deportati facesse un salto di qualità e fosse legata strettamente alla galassia delle organizzazioni antifasciste. Che poi il peso reale del Pci nell’organizzazione del primo congresso nazionale dell’Aned e nella composizione della sua classe dirigente sia stato maggiore o minore le carte non dicono e lo lasciano solo intuire (Maida 2014, 77).

Oltre alla matrice comunista, l’Aned fu caratterizzata anche da un’impronta socialista (Maida 2014, 119).

Il programma generale, stilato al congresso di Verona, si articolava in una serie di punti, tra cui il portare avanti le pratiche per il riconoscimento dell’associazione come ente morale; costruire una memoria solida; realizzare un monumento a Roma dedicato alla figura del deportato; organizzare un viaggio gratuito annuo per i famigliari nei campi di concentramento; creare ossari internazionali; esumare le salme; costituire un elenco dei deportati… Uno degli aspetti più importanti che emerse fin dagli inizi fu la necessità di avanzare rivendicazioni economiche nei confronti del governo tedesco per le sofferenze patite nei lager: ad una fondazione piuttosto tortuosa sul piano nazionale corrispose quindi un programma di non facile e immediata realizzazione.

La questione del risarcimento fu in assoluto l’obiettivo più ambizioso che si pose l’Aned in quanto presupponeva un intervento deciso, a livello internazionale, da parte dell’Italia: negli anni del dopoguerra il nostro paese non aveva mostrato infatti di voler assumere una posizione netta su questo tema, complice chiaramente il timore di incrinare i rapporti diplomatici con la Germania. Come scrivono Focardi e Klinkhammer,

il problema maggiore da superare in quel momento era legato al comma 4 dell’Art. 77 del trattato di pace tra l’Italia e gli Alleati, firmato a Parigi nel 1947, con il quale il nostro paese rinunciava a qualsiasi domanda contro la Germania e i cittadini germanici pendente alla data 8 maggio 1945 […]. Questa rinuncia sarà considerata applicarsi ai debiti, a tutte le ragioni di carattere interstatale relative ad accordi conclusi nel corso della guerra e a tutte le domande di risarcimento di perdite o di danni occorsi durante la guerra (Focardi, Klinkhammer 2009, 12).

Il vincolo dell’art. 77 – con il quale gli Alleati si erano proposti di punire l’Italia per la sua alleanza, disconoscendo, a guerra finita, la cobelligeranza – cadde inaspettatamente nel 1958, quando il governo tedesco decise di non richiamarsi più a tale articolo, dichiarandosi disponibile ad un risarcimento (Maida 2014, 112). L’accordo tra Italia e Repubblica Federale arrivò alla fine il 2 giugno 1961: a favore di quei cittadini italiani, che erano stati oggetto di persecuzione nazionalsocialista per ragioni di razza o ideologia, la Germania si impegnò a pagare all’Italia una cifra complessiva di 40 milioni di marchi (corrispondenti a circa 6 miliardi e 200 milioni di Lire). Questo risultato fu fonte di grandi controversie e dibattiti accesi all’interno dell’Aned: il modo in cui era stata gestita la trattativa e la somma pattuita lasciarono la maggior parte degli iscritti piuttosto insoddisfatti; il gruppo torinese e quello romano si rivelarono, fin dall’inizio, i più critici. Secondo i dirigenti dell’associazione, rispetto ad altri paesi il nostro aveva avuto fretta di concludere l’accordo e per questo aveva totalizzato un indennizzo molto più modesto in confronto a Francia, Norvegia, Belgio e Austria. Nel corso degli anni Sessanta le polemiche sulla questione continuarono ad imperversare a tal punto che “malgrado l’opera di mediazione compiuta dalla dirigenza dell’ANED, non sempre riuscirono a mantenersi nell’ambito di un dibattito interno” (Maida 2014, 126).

Insieme al risarcimento per i danni subiti, l’Aned puntò, sin dalla sua fondazione, alla costruzione della memoria della Shoah, cioè una rete di luoghi, materiali e simbolici, attraverso cui far rivivere una storia e un sistema di valori. Negli anni Sessanta e Settanta l’Aned seguì attentamente tutta l’attività relativa alla raccolta di fondi, alla progettazione e alla costruzione dei monumenti ai caduti nei vari campi di concentramento in Europa: a Dachau, a Gusen, a Mauthausen, ad Auschwitz e a Ravensbrück. Le operazioni relative al monumento di Gusen si rivelarono più complesse rispetto a quelle previste per gli altri campi, dal momento che il terreno, su cui era sorto il lager, dopo la guerra era stato diviso in piccoli appezzamenti sui quali il comune aveva iniziato a costruire un quartiere residenziale: si impose quindi per l’Aned la necessità di acquistare la suddetta area per potervi poi destinare il monumento (Maida 2014, 146). La nascita del Museo della Deportazione a Carpi, in provincia di Modena, rappresentò l’ultimo tassello di questa grande operazione di costruzione della memoria. Il Museo, inaugurato nel 1973 (dopo circa sei anni di lavoro), si componeva di tredici sale, caratterizzate da luci e da elementi grafici particolari tesi a creare un’atmosfera di impatto emotivo per il visitatore; le pareti bianche e semplici erano interrotte solo dagli affreschi di Renato Guttuso; nell’ultima sala, la cosiddetta “Sala dei nomi”, l’Aned decise di concentrare sulle pareti i nomi di ben 15.000 cittadini italiani deportati nei lager. Nel cortile esterno sedici grandi stele, alte sei metri, recavano infine i nomi di sessanta campi di concentramento nazisti. L’obiettivo del Museo fu così sintetizzato da Primo Levi,

che queste immagini siano percepite come un orrendo ma solitario frutto della tirannide e dell’odio (Steiner 1985 cur., 3)

Negli anni Settanta, contemporaneamente alla nascita del Museo della Deportazione, l’Aned meditò un’altra grande iniziativa, e cioè la raccolta e la successiva pubblicazione delle testimonianze degli ex deportati: questo lavoro, nelle intenzioni dell’associazione, avrebbe risposto alle preoccupazioni di coloro che temevano un rigurgito di “fascismo” o che semplicemente erano convinti che la lezione dell’antifascismo andasse perduta. Nel 1971 il lavoro fu pubblicato dalla casa editrice Nuova Italia con il titolo di Un mondo fuori dal mondo. Indagine Doxa fra i reduci dai campi nazisti. Basato sulle esperienze di trecentodiciassette sopravvissuti, l’opera si divise in due parti ben distinte: da un lato un’analisi storico-psicologica della letteratura e della memorialistica, dall’altro i colloqui di gruppo organizzati dai ricercatori dell’istituto statistico Doxa. Nonostante l’impegno e i fondi che l’Aned destinarono a questo progetto, il libro non riscosse un grande successo in termini di lettori e quindi di vendite. Come riporta Maida,

Nel 1975 la casa editrice informava che ne erano state vendute, fino a quel momento, 73 copie. L’inchiesta aveva rappresentato un costo notevole per l’associazione. Nella sua relazione finanziari, il consigliere nazionale Luigi Mazzullo rilevava come avesse pesato non poco l’onere per il libro della Doxa, costato 5,2 milioni per la sua realizzazione a cui si dovevano aggiungere altri 2,5 milioni per l’acquisto di copie (Maida 2014, 198-199)

Come è emerso, l’Aned fu, fin dall’inizio, un ente dotato di forte personalità e di grande iniziativa: le relazioni con le altre associazioni reducistiche, in particolari con quelle resistenziali, presentarono luci e ombre (Bistarelli 2007); se l’Aned riconobbe un nesso stretto tra Deportazione e Resistenza, l’Anpi e gli altri enti di matrice partigiana non erano del tutto d’accordo, rivendicando invece le differenze profonde delle due esperienze (Martini 1980). Dall’esterno tuttavia, ciò che sembra accomunare gli ex deportati e gli uomini della Resistenza fu l’importanza della scuola, da intendersi nell’accezione più ampia possibile: se l’Anpi diede vita alle già citate “scuole della rinascita”, l’Aned puntò alla costruzione della cosiddetta “Scuola di libertà”, ovvero il concepimento e la diffusione di una rinnovata pedagogia democratica, che nell’istituzione scolastica trovava il suo punto di partenza e la sua collocazione principale. In termini concreti, questa nuova pedagogia della “Scuola di libertà” consiste, a partire dagli anni Sessanta, nella sponsorizzazione e valorizzazione dei libri sulla Shoah tra i banchi: Il “Diario di Anna Frank” e “Se questo è un uomo” di Primo Levi diventarono i classici di riferimento. L’ingresso fisico nelle scuole degli ex deportati (inizialmente osteggiato) rientrò anch’esso nel programma di rieducazione nazionale promosso dall’Aned. Terzo step di questa pedagogia fu la nascita di un presidio democratico all’interno dell’istituzione scolastica, ovvero l’individuazione e la coordinazione di tutti quegli ex deportati che potessero avere un ruolo attivo dentro la scuola: questo presidio sarebbe stato costituito con il principale obiettivo di discutere e mettere mano ad una precisa riforma dei programmi che desse ampio sviluppo alle vicende del XX secolo e che mettesse in relazione la vicenda della deportazione con la categoria di “guerra totale”.

1 Sotto il regime Fascista esisteva solo come Associazione Nazionale Combattenti.

2 Pur essendo nata nel 1917, solo col Fascismo l’Onc divenne una sorta di tutt’uno con l’Anc: la legge n. 850 del 19 aprile 1923 affidò infatti all’Opera la difesa degli interessi morali e materiali dei reduci della Prima guerra mondiale che si erano iscritti all’Anc.

3 Archivio di Stato di Vercelli.

4 I congressi nazionali dell’ANPI sono quindici: il primo si svolge a Roma nel dicembre 1947 e l’ultimo a Torino nel marzo 2011. Nei primi anni dalla fondazione, l’Associazione si è riunita ogni tre-quattro anni, mentre a partire dal 1976 i congressi si sono tenuti all’incirca ogni dieci anni.

5 Fernando Gattini, partigiano toscano di grande fama e oggi presidente onorario, all’età di 88 anni – anche noto col soprannome di Lupo – mi ha ripetuto spesso, nei nostri recenti colloqui, questa frase: “Di quel Convitto torinese di Villa Rey – a cui partecipai come studente ed ex partigiano – nessuno fallì: entrammo quasi tutti nelle istituzioni pubbliche e private anche con ruoli dirigenziali”. Fernando Gattini è stato per molto tempo sindaco del Comune di Orbassano.

6 Con questo decreto si istituirono una Commissione nazionale e un Ufficio Patrioti con l’incarico di studiare i problemi relativi all’attività svolta da questi ultimi.

7 Istituto storico della Resistenza di Asti.

8 Queste agevolazioni legislative per la generale categoria dei reduci si tradussero davvero in assunzioni statali, soprattutto nelle Ferrovie dello Stato.

9 La circolare n. 6641/3 del marzo 1946, emanata dal Ministero dell’Assistenza Post-Bellica, aveva infatti autorizzato le Commissioni locali dell’Anpi a rilasciare i certificati provvisori.

10 Istituto Storico della Resistenza di Torino.

11 La cerimonia ufficiale di nascita si tenne però il 9 gennaio 1949; la qualifica di ente morale sarebbe arrivata solo nel 1963.

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