Pages Menu
TwitterFacebook
Categories Menu

Posted in Numero 38 - Giugno 2015, Numero 38 - Percorsi, Numero 38 - Rubriche, Percorsi

L’endemicità dello sviluppo urbano di Bologna tra XIX e XX secolo, nel consolidarsi del pattern strate-gico della metropoli europea. Il ruolo di una governance igienistico-militare.

L’endemicità dello sviluppo urbano di Bologna tra XIX e XX secolo, nel consolidarsi del pattern strate-gico della metropoli europea. Il ruolo di una governance igienistico-militare.

di Pier Giorgio Massaretti

«La città va costruita in modo che ciascuna sua parte, ciascuna massa di case per sé presa ci mostri un paesaggio vivo. Occorre che a una folla di case venga dato libero gioco, acciocché essa, se ci si può esprimere così, prenda a giocar di repentinità, e s’imprima da subito nella memoria e perseguiti l’immaginazione.»[i]

«La varietà delle testimonianze storiche è pressoché infinita. Tutto ciò che l’uomo dice o scrive, tutto ciò che costruisce, tutto ciò che sfiora, può e deve fornire informazioni su di lui […] per mettere in luce fenomeni considerevoli, più gravidi di conseguenze, più capaci di modificare la vita futura che tutti gli avvenimenti politici» (Bloch, 20022, 52). La mia sintomatica sottolineatura nella citazione del celebre volume incompiuto: Apologie pour l’histoire ou Métier d’historien, di quel Marc Bloch cofondatore, nel 1929, dell’epocale rivista francese: «Annales d’histoire économique et sociale», attesta una speculare ermeneutica: l’incidenza della memoria costruita (monumentum) nell’attualizzazione delle complesse dinamiche antropiche, e contemporaneamente, l’esauriente utilizzo della memoria documentale (documentum) per disambiguare la caotica narrazione dello spazio antropizzato, a scala architettonica e/o urbana. Una virtuosa interazione tra monumentum e documentum (Le Goff, 1982, 449-456, “La critica dei documenti: verso i documenti-monumenti”), perciò, che ha ispirato proprio i creatori delle «Annales», nella fondazione dell’innovativa disciplina geo-storica (Febvre, 1980, 62-66).

E proprio a questa interpretazione geo-storica affiderò il compito di attualizzare le dinamiche identitarie e sistemiche della metropoli europea, a cavallo tra ’800 e ’900, con cui mi addentrerò in questa mia riassuntiva indagine.

1) Background storiografico della “narrazione” urbana nella Bologna moderna

Il testo: Norma e arbitrio. Architetti e ingegneri a Bologna 1850-1950 (Gresleri-Massaretti, 2001) – pubblicato dall’editore Marsilio come catalogo dell’omonima mostra tenutasi presso il Museo Civico Archeologico cittadino, in occasione della manifestazione “Bologna 2000-Città Europea della Cultura”[ii] –, aveva come obiettivo centrale quello di ‘portare a sintesi’ un esemplare bagaglio di riflessioni storiografiche inerenti i complessi ed anomali processi socio-economico ed antropologico-culturali che hanno investito la modernizzazione della città[iii].

La straordinarietà dell’evento espositivo è stata quella di illuminare la storia di un secolo di Bologna – e del suo endemico modello di sviluppo e crescita urbana –, attraverso l’ordinata rassegna di oltre trecento testimonianze documentali, prelevate da trentasei fondi archivistici pubblici e da  ben ventidue collezioni private. Il voluminoso catalogo poi – altra apprezzata anomalia diagnostica che ha caratterizzato l’evento –, non era strutturato nell’usuale impostazione di schede critiche, destinate a rendicontare la sequenza dei pezzi esposti, ma sbilanciava la sua mira interpretativa nella restituzione di una sequenza di trenta saggi monografici, ordinati in una sequenza cronologico-storiografica di otto capienti sezioni[iv].

Sarà facile distillare, da questa fertile storiografia multidisciplinare, i necessari riferimenti per approfondire la crucialità della governance amministrativa – individuata nel titolo –, e da cui ottimizzare gli assi portanti della “narrazione” urbana che connotano l’endemica straordinarietà del modello Bologna nel periodo in esame.

Tale imprinting municipalista ha, nella storiografia regionale, attestazioni di eccellenza e di portata internazionale. Esemplari le ricerche pioniere di Degli Innocenti (1982) e D’Attorre (1983)[v]; ed ancora, Alaimo (1990), oltre la complessa indagine internazionale di Putnam (1993), sulle «tradizioni civiche regionali» – ricerca che, significativamente, si conclude concentrandosi sul modello emiliano-romagnolo –; ed ancora: Coccolini (1994), testo contemporaneo al lavoro di Penzo (1994). Un approccio ormai ampiamente sperimentato e ripreso, proprio in Norma e arbitrio […], dalla stessa Penzo (2001), e da Massaretti (2001c)[vi].

La genealogia postunitaria dell’anomalo riformismo emiliano-romagnolo affonda le sue radici nell’autoctono bagaglio “municipalista” che molta saggistica di settore affronta: «La durata delle amministrazioni “rosse” (dato incomprensibile per il massimalismo salveminiano) dipendeva direttamente dalla capacità della sinistra di aggregare frammenti di nobilitato “progressista”, e dotati di abilità tecnica ed amministrativa» (Balzani, 1997, 615); uno sviluppo corroborante «la formazione di un ceto amministrativo “rosso”, rafforzato tanto dall’esperienza politica dei blocchi popolari, quanto dalla sperimentazione di nuovi strumenti di organizzazione pubblica dei servizi (in primis le municipalizzate)» (idem).

Tale archeologico municipalismo si sintonizzò, a scala nazionale, con quella svolta liberale che Acquarone (1987) già diagnosticava, in relazione alla raffinata “ingegneria istituzionale” del governo Giolitti: «la predisposizione di un efficace arsenale amministrativo (e tecnico) a disposizione del governo locale, e da imporre non automaticamente, ma caso per caso, a secondo delle pulsioni modernizzatici dei ceti dirigenti periferici» (Balzani, 1997, 617); una dotazione dirigenziale, questa, «utile a costituire forme “naturali” di mediazione con i detentori del potere economico tradizionale, a spingere gli assessori socialisti o repubblicani fino alla porta della Cassa Depositi e Prestiti, con geometri ed ingegneri al seguito, per confrontarsi con l’arida prosa dei mutui agevolati» (idem, 618; la sottolineatura è mia).

2) Prolegomeni di un dibattito politico e disciplinare sulla città

Circoscritta la specificità dell’ambito storiografico in esame, il mio paziente lettore mi perdonerà se ora mi soffermerò in un sintetico screening teorico sul senso e l’identità fenomenologica della città.

2.1) Perimetrazione della fenomenologia geo-storica ed i suoi riflessi interpretativi.

I segni fisici del territorio, i reticoli urbani che ne cadenzano l’estensione, le pietre che ne costituiscono le architetture, polarizzano e movimentano valori giuridici, trend economici, una maglia disordinata di funzioni e/o desideri, producendo così «un’esauriente territorializzazione delle trame storiche» (Deleuze-Guattari, 1996, 69). Entropiche ed imperfette testimonianze materiali che sedimentano espressivamente un universo di valori socio-culturali: che la “norma” – statutariamente – tenta di razionalizzare in forme controllabili di linguaggi giuridici ed economici; che il mercato riempie di valori astratti e impersonali. Testimonianze materiali dei «luoghi dell’abitare» (Heidegger, 19912, 96), queste; espressive di una pluralità di attori e conflitti, di una caotica stratificazione di tempi, culture e linguaggi che, nella Modernità, con il travolgente complicarsi del “macchina-mercato”, scatenarono simultaneamente: una nomadica circolazione di culture e saperi, la concreta esigenza di luoghi d’apprendimento e trasmissione culturale, l’ottimizzazione di modelli di condivisione collettiva dello spazio urbano.

Su tali basi,

La nozione di appropriazione, che postula la natura totalmente sociale della città, può essere utile per ricomporre l’unità geostorica del problema urbano. Essa presuppone l’idea di un adattamento attivo e di un reinterpretazione degli spazi ereditati da parte dei membri della società, a secondo del loro equilibrio e delle loro strategie. Il processo di appropriazione porta ad una modificazione della funzione, del significato e dell’impiego dei luoghi (e talvolta anche della loro organizzazione). Lo studio delle modalità di appropriazione dello spazio urbano da parte dei cittadini, rendendo necessaria la scelta di un punto d’osservazione prevalente, permette di delineare l’oggetto di studio in maniera più netta ed accessibile sia teoricamente sia empiristicamente, anche se forse più limitata: apre la strada ai possibili nuovi racconti, senza negare la definizione di regole della narrazione storica (Olmo-Lepetit, 1995, 39).

2.2) La città, il territorio ed il tessuto comunitario.

Per la ricchezza delle implicazioni possibili, sopra enunciate, credo necessario concentrare su questo punto un’analisi più attenta.

Indubbiamente il privilegiamento che Max Weber fa, nel suo memorabile Wirtschaft und Gesellschaft[vii] del modello della città medioevale mitteleuropea, «come test per misurare i processi di modernizzazione euroccidentale» (Tosi, 1987, 30), risulta – per l’endemica straordinarietà del caso nazionale – in parte inadatto. Se infatti risulta pregiudiziale recepire l’idea cardine weberiana della «città come teatro dei processi inerenti il potere» (Weber, 1979, 4), decisamente più esaurienti sono le osservazioni che Carlo Cattaneo – sebbene in una forma decisamente meno sistematica ed estesa – produce sulla città italiana (Cattaneo, 1957), come eredità ed emanazione privilegiata della civitas romana.

Attivando un puntuale censimento delle dotazioni urbane nazionali d’impianto romano-imperiale Cattaneo, attraverso Cicerone (De Officiis, 1, 17, 53), intravede nella città uno strategico elemento di raccordo all’interno di una struttura più complessa, «un anello intermedio tra la famiglia e lo stato, con tutta la sua complessa rete di relazioni sociali, politiche e culturali, incastonante in un insieme monumentale comune» (Cracco Riggini, 1987, 127). Cattaneo condivideva cioè l’attualità di tale razionalizzazione astratta che nasceva dalla stessa realtà politica imperiale e dal suo evolversi: la città italiana rappresentava sempre meno un luogo di partecipazione alla gestione degli affari comuni (il caso della polis ellenica è esemplare), e sempre più invece una «struttura di integrazione, secondo una gamma di doveri, di diritti, di privilegi. Agli occhi dei romani, infatti, le città apparivano ormai soprattutto come parti integranti di un più complesso sistema di potere, “piccole patrie” all’interno della grande “patria comune”» (Idem, 127).

Una forza quasi “miracolosa” spinge genti distanti per stirpe, per lingua, per costumi e tradizioni a dar vita alla civitas romana. «Concordia civitas facta erat» (inseguendo ancora Cattaneo, alla ricerca di Sallustio); ed è proprio in forza dell’unità d’intenti, del comune interesse, dei comuni fini, che si produce la civitas.

La civitas è il prodotto dell’agire politico retto un’idea della concordia normalizzata dalla legge. Soltanto attraverso le leggi, dettando iura, Romolo può far convivere in un unico corpo quella moltitudine dispersa. È l’obbedienza alla legge che fa il cittadino, non la terra, né il sangue, né la religione. Cittadino è quindi chi accetta l’artificio della legge e vi si rifugia, senza distinzione tra servi o liberi. E proprio questo fu il primo segno della potenza della civitas romana imperiale (Cacciari, 2001, 47-48).

La città quindi – completando la trattazione cattaneana –, la sua fondazione, la specializzazione dei suoi organi, rappresenta quella rete di regole di interazione comunitaria, capace di incorporare spazi fisici, dando loro un nome, proprio attraverso l’azione comunitaria, e accreditandone così la cittadinanza.

Con tali premesse vennero a decadere miopi distinzioni tra città ed il suo hinterland («La città forma con il suo territorio un corpo inseparabile[…]» (Cattaneo, 1957, 384)); fu fatta emergere così la straordinaria efficacia strategica delle reti municipalistiche emanate dagli usi civici romani – «[…] l’organizzazione dei municipi non creava contraddizione tra città e campagna» (idem) –, e di cui esemplificativamente la texture della Centuriatio conserva ancora, a distanza di oltre duemila anni, la genealogica efficacia (Settis, 1984).

Rapporto città campagna; vocazionalità policentrica dei nodi civici; natura comunitaria delle regole di interazione territoriale: emerge da questa pur sintetica puntualizzazione una plurisecolare continuità di dinamiche urbane e territoriali, di cui occorrerà testare sul campo la veridicità o le discrepanze, ed illuminare infine, oltre un compiacente e rassicurante localismo, «gli incomprensibili dilemmi della vita collettiva» (Putnam, 1993, 191).

«L’ideale urbanistico di Haussmann erano gli scorci prospettici attraverso lunghe fughe di viali. Esso corrisponde alla tendenza che si osserva continuamente nell’Ottocento a nobilitare necessità tecniche con finalità artistiche. Gli istituti del dominio mondano e spirituale della borghesia dovevano trovare la loro apoteosi nella cornice delle grandi arterie stradali […] nelle fantasmagorie dello spazio urbano.»[viii]

3) Le contaminazioni locali del modello metropolitano europeo

Definito, nel capitolo precedente, il background storico-politico che alimentò l’affermarsi di un preciso modello di sviluppo della complessità del fenomeno urbano locale (a Bologna esemplarmente, ma con dinamiche sincroniche per l’intero territorio regionale e/o nazionale[ix]), può risultare assai illuminante un didascalico, ermeneuticamente retorico, raffronto delle pur disassate narrazioni disciplinari di due “effimere” capitali fortificate: quella della Parigi haussmanniana (1845-1880), e quella “desiderante” di Bologna, mancata capitale dell’Italia post-unitaria (1859-1872).

Dunque, due presidi urbani militarizzati, con l’ausilio di appositi circuiti fortificati quasi contemporanei (metà del XIX° secolo); ma nonostante questo condiviso pattern della morfologia urbana, le dinamiche di modernizzazione e governo dei rispettivi territori regionali ebbero significative differenziazioni.

Per Bologna, l’articolata traguardazione difensiva ottimizzata dal “campo trincerato” del generale Manfredo Fanti (Apollonio, 2005) – ma anche il suo fisiologico bypassa mento –, non costituì uno scatenante ed emancipativo progetto strategico. Infatti il Piano Regolatore del 1889 bloccò le sue direzioni di crescita a ridosso di tale linea fortificata; e anche la domanda «di decoro civico e d’igiene» (Musiani, 2005, 88-89), che fu in grado di scatenare timidamente l’abbattimento delle mura urbane, nel loro tracciato Cinque-Seicentesco, si scontrò in modo irrisolvibile con quella «residualità delle memorie urbane» (idem, 95) che certamente rallentarono più evolute ed “europee” esigenze di modernizzazione.

Nel caso di Parigi invece, nonostante alcuni irrisolti limiti dello scavalcamento (fisico e metaforico) delle servitù militari del sottomura (Demier, 2005, 409), «il progetto del Prefetto Haussmann fu in grado di analizzare lo spazio cittadino in modo globale[…] de-valorizzandone l’originaria matrice militare, con l’annessione metropolitana dei comuni della periferia[…] conferendo [a tale spazio] un’innovativa dimensione amministrativa ed una concorrenziale vocazione economica» (idem, 409-410)[x].

Se una disomogenea e distante modernizzazione caratterizzò quelle storie “capitali”, tuttavia un condiviso trend di miglioramento delle rispettive governance sincronizzò, pur in forma differenziata, i due citati racconti urbani. E se per la Parigi haussmanniana il rinnovamento di strumenti e di politiche di governo della crescita urbana segnò una svolta per l’intero regime delle della capitali europee[xi], questo stesso raffinamento strumentale delle procedure di diagnostica e governo si accredita anche, seppur timidamente, nel pur periferico caso bolognese. Per questo rimando a Penzo, 2009, uno screening puntuale delle procedure di gestione amministrativa del comune di Bologna, nel cruciale periodo post-unitario. In questa stessa prospettiva merita poi una riflessione particolare l’utilizzo sistematico che l’ing. Coriolano Monti – il fondatore del primo efficiente “ufficio tecnico” della stessa amministrazione bolognese (cfr. Gresleri, 2001) – fece dell’innovativo strumento tecnico della fotografia, al servizio dei processi censuari e di rendicontazione gestionale del patrimonio storico-architettonico della Bologna post-unitaria e neo-eclettica[xii]. Ed infine, dalla ricca dotazione di “Schede biografiche”, contenuta nei conclusivi Apparati del volume: Norma e arbitrio[…], è possibile dedurre quella sinergica interazione, un mai interrotto interscambio tra l’azione libero-professionale e l’impegno amministrativo dei più accreditati tecnici bolognesi del periodo. Un efficiente imprinting disciplinare tra Pubblico e Privato, che fu in grado di convogliare, in un’aggiornata dotazione professionale del reparto tecnico-amministrativo comunale, quell’attrezzata élite di tecnici che si stava formando nelle nascenti “scuole di specializzazione” per Ingegneri e gli Architetti della nuova Italia Unita[xiii].

 

4) Per una geo-storia delle polimorfiche narrazioni urbane

A partire da questo punto gli interrogativi ermeneutici che investirò in chiusura di questo mio sintetico sondaggio, si allontaneranno decisamente dalla dura cogenza materiale dell’“azione costruttiva”, per addentrarsi invece in quella diagnosi dell’episteme della città capace di orientare le decisioni progettuali inerenti il riuso di un patrimonio urbano consolidato – sia in termini generali, sia per quanto potrebbe riguardare la specificità “Staveco”.

Il testo di Matteo Vegetti (2009): Filosofie della metropoli. Spazio, potere, architettura nel pensiero del Novecento, non casualmente apre la sua trattazione su due lontani autori – Max Weber e Michel Foucault –che hanno fatto del rapporto Potere e Spazio urbano il punto nevralgico della loro genealogica trattazione della fenomenologia metropolitana.

Agostino Petrillo, discutendo in questo volume collettaneo di Max Weber – già richiamato criticamente in apertura del § 2.2) – e dell’epifenomeno Die Stadt (Petrillo, 2009), lancia le basi per quell’interpretazione tipicamente euroccidentale dei processi di «razionalizzazione urbana» (idem, 42), così mutuate nella corrente trattatistica di settore. Sulla base della teorizzazione politico-giuridico del Leviathan di T. Hobbes (1651), il liberalismo weberiano concentra la sua diagnosi sull’ambivalente razionalità della città-stato dell’Europa medioevale:

Nel mondo moderno è lo Stato ad incarnare questo progetto di razionalizzazione, in cui si esprimono le potenze militari, della burocrazia e dell’amministrazione. L’affermazione degli Stati nazionali, strettamente intrecciata all’imporsi del capitalismo, implica una centralizzazione [burocratica], un accrescimento del controllo territoriale [di tipo militare] e una drastica limitazione delle autonomie politiche e amministrative (idem, 45).

Tuttavia il centrifugo sviluppo di questa egemonizzante visione del controllo burocratico-statuale della città (e perfettamente materializzatasi, ad esempio, nei casi di Parigi e/o Bologna succitati), si sta progressivamente modificando. Nell’epoca della produzione postfordista e della globalizzazione lo Stato, il suo egemone decisionismo burocratico, sta perdendo potere di direzione e di orientamento – soprattutto per quanto riguarda le decisioni localizzative e di governance urbana –, a favore di un progressivo accrescimento delle autonomie locali.

Pierandrea Amato, nel suo: La genealogia e lo spazio[…] (Amato, 2009) con chiarezza tratteggia la lettura decisamente “antagonistica” che Michel Foucault (2001) fa della stessa episteme metropolitana. A partire dalla comune genesi hobbesiana, condivisia criticamente con Weber, la diagnosi di Foucault si sbilancia in un esame decisamente extra-giuridico dell’autoritaria attorialità della burocrazia e del governo moderni, per puntare invece su quei lineamenti genealogici della nozione di «biopolitica» che delinea il contemporaneo spazio urbano.

[Essa] Riguarda i corpi, le mura dei fabbricati, le strade. In realtà è la città nel suo complesso che assume una rilevanza strategica, permettendo di valutare il modo in cui la vita degli uomini in Occidente sia stata amministrata. […] Il potere appare come un fenomeno sociale immanente a qualsiasi relazione umana […] L’individuo moderno è il risultato di una rete di procedure, meccanismi, tecniche microfisiche di potere che ne influenzano la condotta senza che sia indispensabile, per modellarne il comportamento, l’intervento punitivo della legge (idem, 50).

Un’aggressiva ed antagonistica «geofilosofia panottica» della città (idem, 73) che ancora nutre la lettura contemporanea dei fenomeni urbani post-coloniali e/o neocoloniali odierni (Petti, 2007); una diagnosi che, tuttavia, nei riguardi delle catastrofiche marginalità delle postmoderne metropoli euroccidentali[xiv], è oggi in grado di scatenare un’utopica attenzione “di cura” per la città, ed i suoi «spazi indecisi» (Clément, 200514), da parte di un’operante Comunità.

Troppo stringate riflessioni sul caotico polimorfismo dell’epifenomeno urbano che non rispondono ai cruciali interrogativi epistemologici con cui Roncayolo inaugura la sua riflessione sulla città:

1) Quali relazioni esistono tra la sua struttura globale e gli assetti territoriali che essa comporta. La città come luogo di incontro, di «convivenza», di divisione o lotta tra gruppi, è un semplice riflesso passivo di tali rapporti sociali?

2) La città non è tanto un concetto di analisi quanto piuttosto una categoria di pratica sociale. Fino a che punto allora si può parlare di continuità, nelle relazioni, nelle rappresentazioni, nell’ideologia, tale che permetta l’uso delle stesse parole, delle stesse nozioni applicate a formazioni storiche differenti? (Roncayolo, 1988, 8).

È tuttavia la riflessione “geostorica” sulla città che é capace di riallacciare tale frammentazione. Ed proprio sulle città che Lucien Febvre – nel chef-d’œvre: La terre et l’évolution humaine. Introduction géographique à l’hostoire (Febvre, 1980, 63) – ci spinge ad aggredire coraggiosamente tale caoticità: «Gli uomini, le società non creano il loro ambiente solamente per soddisfare certi bisogni fisici o sociali, ma anche per proiettare entro uno spazio reale di vita alcune loro speranze, ambizioni utopie».

Bibliografia

Acquarone A. (1987), Tre capitoli dell’Italia giolittiana, Il Mulino, Bologna.

Alaimo A. (1990), L’organizzazione della città. Amministrazione e politica urbana a Bologna dopo l’Unità (1859-1889), Il Mulino, Bologna.

Amato P. (2009), “La genealogia e lo spazio. Michel Foucault e il problema della città”, in Vegetti M. (a cura di), Filosofie della metropoli. Spazio, potere, architettura nel pensiero del Novecento, Caroccio, Roma, pp. 49-78.

Apollonio F.I. (2001), “La corona estrema. Manfredo Fanti ed il vallo fortificato”, in Gresleri G., Massaretti P.G. (a cura di), Norma e arbitrio. Architetti e ingegneri a Bologna 1850-1950, Marsilio, Venezia, pp. 123-132.

Apollonio F.I. (2005), “Il limite stremo della Bologna moderna: dal campo trincerato alla piazzaforte permanente”, in Varni A. (a cura di), I confini perduti. Le cinta murarie cittadine europee tra storia e conservazione, Compositori, Bologna, pp. 65-86.

Balzani, R. (1997), “Le tradizioni amministrative locali”, in R. Finzi (a cura di), “L’Emilia-Romagna”, Storia d’Italia. Le regioni dall’unità a oggi, Einaudi, Torino.

Benassati G., Tromellini A. (1992), Fotografia e fotografi a Bologna 1839-1900, Grafis, Bologna.

Benjamin W. (2012), Aura e choc. Saggi sulla teoria dei media, a cura di A. Pinotti, A. Somaini, Einaudi, Torino.

Bloch M. (20022), Apologia della storia o Mestiere di storico (ed. or., Paris 1949), Einaudi, Torino.

Bortolotti L. (1999), “Per una storia dei ceti tecnici in età contemporanea”, in Giuntini A., Minesso M. (a cura di), Gli ingegneri in Italia tra ‘800 e ‘900, FrancoAngeli, Milano, pp. 33-41.

Cacciari M. (2001), “Digressioni su Impero e tre Rome”, Micromega, 5, 2001, Roma, pp. 47-48.

Carozzi C., Mioni A. (1970), L’Italia in formazione. Ricerche e saggi sullo sviluppo urbanistico del territorio nazionale, De Donato, Bari.

Cattaneo C. (1957), “La città considerata come principio ideale delle istorie italiane” (ed. or. Milano 1832), ora in Id., Scritti storici e geografici, a cura di G. Salvemini e E. Sestan, vol. II, Le Monnier, Firenze, pp. 383-437.

Coccolini G. (1994), “Sviluppo urbanistico a Bologna da Napoleone alla prima guerra mondiale: cronologia degli avvenimenti più importanti”, in Strenna Storica Bolognese, n.u/1994, pp. 161-189.

Cracco Ruggini L. (1987), “La città romana dell’età imperiale”, in P. Rossi (a cura di), Modelli di città. Strutture e funzioni politiche, Einaudi, Torino, p. 127.

D’Attorre P. P. (1983) (a cura di), Bologna. Città e territorio tra ’800 e ’900, FrancoAngeli, Milano.

Degl’Innocenti M. (1982), “Il Comune nel socialismo italiano dalla fine dell’800 al primo dopoguerra”, in Id. (a cura di), Le sinistre e il governo locale in Europa dalla fine dell’800 alla seconda guerra mondiale, Nistri-Lischi, Pisa.

Deleuze G., Guattari F. (1996), Che cos’è la filosofia (ed. orig. Paris, 1991), Einaudi, Torino (cap. 4, “Geofilosofia”, p. 69).

De Luca G. (1991), “La «metafora sanitaria» nella costruzione della città moderna in Italia”, Storia urbana, 57/1991, pp. 22-41.

Demier F. (2005), “I parigini e le loro fortificazioni tra il 1840 e il 1919”, in Varni A. (a cura di), I confini perduti. Le cinta murarie cittadine europee tra storia e conservazione, Compositori, Bologna, pp. 407-418.

Farinelli F. (2006), “La ricostruzione in Emilia-Romagna: le interpretazioni, gli assetti, la logica”, in Parisini R. (a cura di), Politiche urbane e ricostruzione in Emilia-Romagna, Bononia University Press, Bologna, pp. 21-30.

Febvre L. (1980), La terra e l’evoluzione umana. Introduzione geografica alla storia (ed. or., Paris 1922), Einaudi, Torino. [cap. “La geografia umana erede della storia”, pp. 62-66; cap. Le città – L’uomo e le possibilità umane”, pp. 408-410]

Foucault M. (1977), “Domande a Michel Foucault sulla geografia”, in Id., Microfisica del potere. Interventi politici (ed. orig. Paris, 1975), Einaudi, Torino, pp. 147-162.

Foucault M. (2001), Spazio, sapere, potere (ed. or., Paris 1978), in Id., Spazi altri. I luoghi delle eterotopie, a cura di S. Vaccaro, Mimesi, Milano.

Gambi L. (1975), “Il reticolo urbano in Italia nei primi vent’anni dopo l’unificazione”, in Caracciolo A. (a cura di), Dalla città preindustriale alla città del capitalismo, Il Mulino, Bologna, pp. 173-197.

Giannetti R., Vasta M. (1999), “Ingegneri e sviluppo economico. L’Italia in una prospettiva comparata (1886-1914)”, in Giuntini A., Minesso M. (a cura di), Gli ingegneri in Italia tra ‘800 e ‘900, FrancoAngeli, Milano, pp. 41-62.

Giovannini C. (1996a), “La città dei professionisti”, in Malatesta M. (a cura di), I professionisti, «Storia d’Italia-Annali», 10, Einaudi, Torino, pp. 381-412.

Giovannini C. (1996b), Risanare le città. L’utopia igienista di fine Ottocento,FrancoAngeli, Milano.

Gottarelli E. (1978), Urbanistica ed architettura a Bologna agli esordi dell’Unità d’Italia, Cappelli, Bologna.

Gresleri G. (2001), “Per una ricognizione del sapere architettonico nella «Bologna moderna», in Gresleri G., , Massaretti P.G. (a cura di), Norma e arbitrio. Architetti e ingegneri a Bologna 1850-1950, Marsilio, Venezia, pp. 3-17.

Gresleri G., Massaretti P.G. (2001) (a cura di), Norma e arbitrio. Architetti e ingegneri a Bologna 1850-1950, Marsilio, Venezia.

Guerri M. (2009), Dal tramonto della «grande città» allo «Stato mondiale». Nietzsche, Spengler, Jünger, in Vegetti M. (2009) (a cura di), Filosofie della metropoli. Spazio, potere, architettura nel pensiero del Novecento, Caroccio, Roma, pp. 183-220.

Guenzi C. (1981a), “La manualistica italiana”, in Scarpa l. (a cura di), Riviste, manuali di architettura, strumenti del sapere tecnico in Europa, 1910,1930, «Rassegna», 5/1981, pp. 73-77.

Guenzi C: (1981b), L’arte di edificare. Manuali in Italia 1750-1950, BE-MA Editrice, Milano.

Heidegger M. (19912), “Costruire, abitare, pensare”, in Id., Saggi e discorsi (ed. orig. St. Gallen, 1957), Mursia, Milano, p. 96.

Henard E. (1976), Alle origini dell’urbanistica. La costruzione della metropoli (1903-1911), a cura di D. Calabi e M. Folin, Marsilio, Padova.

Le Goff J.  (1982), Storia e memoria, Einaudi, Torino. [cap. “La critica dei documenti: verso i documenti/monumenti”, pp. 449-456]

Marchesini M., Palmieri R., Scannavini R. (1988),  Nascita della città post-unitaria, 1889-1939. La formazione della prima periferia storica a Bologna, Nuova Alfa, Bologna.

Massaretti P.G. (2001a) (a cura di), Atlante urbano, in Gresleri G., Massaretti P.G. (a cura di), Norma e arbitrio. Architetti e ingegneri a Bologna 1850-1950, Marsilio, Venezia, pp. 19-25.

Massaretti P.G. (2001b) (a cura di), Bibliografia sistematica, in Gresleri G., Massaretti P.G. (a cura di), Norma e arbitrio. Architetti e ingegneri a Bologna 1850-1950, Marsilio, Venezia, pp. 441-476 (vedi, in particolare, le rubriche: “Il contesto storico e il quadro socio-economico”, p. 441; “La storia politico-amministrativa”, pp. 441-442; “Bologna: le politiche e le strategie urbane e infrastrutturali”, pp. 465-469; “Interventi urbani-Piano regolatore 1889”, pp. 469-470; “Interventi urbani-Stazione ferroviaria”, pp. 471-472; “Interventi urbani-Trasformazioni urbane postunitarie”, pp. 472-474).

Massaretti P.G. (2001c), “Governare l’emergenza per rilanciare il municipalismo. Il podestà Agnoli e il PRG del 1944-45”, in Gresleri G., Massaretti P.G. (a cura di), Norma e arbitrio. Architetti e ingegneri a Bologna 1850-1950, Marsilio, Venezia, pp. 331-348.

Massaretti P.G. (2003), “Processi di modernizzazione e modelli urbani. La crescita della città, le culture civiche e le professionalità urbanistiche nazionali nel trentennio 1930-1960”, in Parisini R. (a cura di), I “piani” delle città. Trasformazione urbana, identità politiche e sociale tra fascismo, guerra e ricostruzione in Emilia-Romagna, Compositori, Bologna, pp. 15-70.

Massaretti P.G. (2006), “L’urbanistica, gli uffici tecnici comunali e i piani regolatori”, in Parisini R. (a cura di), Politiche urbane e ricostruzione in Emilia-Romagna, Bononia University Press, Bologna, pp. 47-70.

Massaretti P.G. (2010a), “Le accademie di belle arti”, in Malatesta M. (a cura di), Atlante delle professioni, Bononia University Press, Bologna, pp. 44-46.

Massaretti P.G. (2010b), “Progettualità, committenza e target imprenditoriale nell’età di Muggia”, in Bettazzi M.B., Lipparini P. (a cura di), Attilio Muggia. Una storia per gli ingegneri, Compositori, Bologna, pp. 55-74.

Morachiello P. (1976), Ingegneri e territorio nell’età della destra (1860-1875), Officina. Roma.

Muggia A. (1933c), Storia dell’architettura dai primordi ai nostri giorni, Vallardi, Milano.

Mumford L., (20073), La cultura delle città (ed. or., New York 1938), Einaudi, Torino (vedi in particolare il cap. “V. La struttura regionale della civiltà”, pp. 299-352).

Musiani E. (2005), “«Bisogna fare una città, direi quasi nuova». Restaurare e innovare nel dibattito bolognese di fine secolo”, in Varni A. (a cura di), I confini perduti. Le cinta murarie cittadine europee tra storia e conservazione, Compositori, Bologna, pp. 87-106.

Olmo C., Lepetit B. (1995), “E se Erodono tornasse in Atene? Un possibile programma di storia urbana per la città moderna”, in Id. (a cura di), La città e le sue storie, Einaudi, Torino, p. 39.

Penzo P.P., (1994), “L’urbanistica e l’amministrazione socialista a Bologna, 1914-1920”, Storia Urbana, 66/1994, pp. 13-32.

Penzo P.P., (2001), “Gli anni dell’amministrazione socialista”, in Gresleri G., Massaretti P.G. (a cura di), Norma e arbitrio. Architetti e ingegneri a Bologna 1850-1950, Marsilio, Venezia, pp. 331-348.

Penzo P.P. (2009), L’urbanistica incompiuta. Bologna dall’età liberale al fascismo (1889-1929), Clueb, Bologna.

Petrillo A. (2009), La città medievale e la nascita dell’Occidente moderno: “Die Stadt” di Max Weber, in Vegetti M. (2009) (a cura di), Filosofie della metropoli. Spazio, potere, architettura nel pensiero del Novecento, Caroccio, Roma, pp. 19-48.

Petti A. (2007), Arcipelaghi ed enclave. Architettura dell’ordinamento spaziale contemporaneo, con prefazione di B. Secchi, Bruno Mondandori, Milano.

Putnam R.D. (1993), La tradizione civica nelle regioni italiane, con R. Leopardi e R.Y. Nenetti (ed. orig. New York, 1993), Mondatori, Milano, p. 191.

Restucci A. (1982), Città e architetture dell’Ottocento, «Storia dell’arte italiana», 6.2, Settecento e Ottocento, Torino, Einaudi, pp. 725-792.

Roncayolo M. (1988), La città. Storia e problemi della dimensione urbana, Einaudi, Torino.

Roncayolo M. (1995), “L’esperienza e il modello”, in Olmo C., Lepetit B. (a cura di), La città e le sue storie, Einaudi, Torino.

Sapelli G. (1981), “Gli «organizzatori della produzione» tra struttura d’impresa e modelli culturali”, in Vivanti C. (a cura di), Intellettuali e potere, «Storia d’Italia-Annali», 4, Einaudi, Torino, pp. 591-700.

Settis S. (1984) (a cura di), Misurare la terra: centuriazione e coloni nel mondo romano, Panini, Modena.

Tosi A. (1987), “Verso un’analisi comparativa della città”, in P. Rossi (a cura di), Modelli di città. Strutture e funzioni politiche, Einaudi, Torino, p. 30.

Tromellini A. (2001), “Punti di vista fotografici sulla città. Bologna 1860-1863”, in Gresleri G., Massaretti P.G. (a cura di), Norma e arbitrio. Architetti e ingegneri a Bologna 1850-1950, Marsilio, Venezia, pp. 61-76.

Varni A. (2005) (a cura di), I confini perduti. Le cinta murarie cittadine europee tra storia e conservazione, Compositori, Bologna.

Vegetti M. (2009) (a cura di), Filosofie della metropoli. Spazio, potere, architettura nel pensiero del Novecento, Caroccio, Roma.

Weber M. (1979), La città (ed. or., Heidelberg 1921; prima ed. it., Milano 1961), introduzione di L. Sichirollo e prefazione di E. Paci, Bompiani, Milano.

Zucconi G. (1989), La città contesa. Dagli ingegneri sanitari agli urbanisti (1885-1942), Jaca Book, Milano.

Zucconi G. (2001), La città dell’Ottocento, Laterza, Roma-Bari.

[i] N. Gogol’, “Sull’architettura dei nostri tempi” (ed. or., Arabeschi, Sanpietroburgo 1834), in Idem, Opere, vol. primo, Mondadori, Milano, p. 970.

[ii] L’evento espositivo segnò la prestigiosa conclusione del poliennale progetto di ricerca: “Individuazione, catalogazione e censimento dei fondi degli architetti e degli ingegneri relativi al periodo 1850-1950 presenti nell’area bolognese presso Istituzioni pubbliche, Enti e Privati” (1995-2000), curato da Giuliano Gresleri, presso il suo corso di Storia dell’Architettura dell’allora Dip. di Architettura e Pianificazione Territoriale di UniBo; simultaneamente – in relazione alle esigenze scientifiche ed organizzative scatenate dalla stessa mostra – prese vita la “Sezione Architettura” dell’Archivio storico dell’Università di Bologna (http://www.archiviostorico.unibo.it/Template/listImmagini.asp?IDFolder=145&LN=IT), ancora attivo protagonista dell’innovativa mission archivistico-censuaria succitata.

[iii] Un obiettivo sistemico concretizzatosi, sia nell’articolazione programmatica del testo, sia nello sviluppo di una nutrita Bibliografia sistematica (Massaretti, 2001b, pp. 441-476), inerente i diversi e specifici temi della ricerca; un’efficiente sintesi sottolineata, infine, dall’impiego esclusivo qui prodotto delle illustrazioni contenute nello stesso catalogo.

[iv] i) Per una genealogia della Bologna moderna; ii) Prima delle «moderne storie»; iii) L’architettura nell’età degli ingegneri; iv) Tra le due guerre; v) Gli anni Trenta. Protagonisti locali e cultura internazionale (il nucleo più voluminoso); vi) Gli anni Quaranta e Cinquanta. Il dibattito sulla ricostruzione; vii) Bologna Picta (un trasversale résumé dei cent’anni della Bologna in esame, attraverso il metaforico osservatorio della pittura); viii) il capiente contenitore finale (pp. 379-476) di quasi cento fitte pagine degli Apparati, e comprensivo (in ordine progressivo): a) le oltre 130 Schede Biografiche dei professionisti bolognesi trattati nei testi; b) tre mirati interventi (pp. 415-421) inerenti una selezione dei fondi archivistici bolognesi più dotati (L. Marani, L’Archivio Storico del Comune di Bologna [il link attuale: http://www.comune.bologna.it/archiviostorico/]; L. Borghi, L’archivio centralizzato della Regione Emilia-Romagna [il link attuale: http://parer.ibc.regione.emilia-romagna.it/]; A. Tromellini, Dalla Fototeca sll’Archivio fotografico dell’istituzione Cineteca [il link attuale: http://www.cinetecadibologna.it/]); c) Il Percorso espositivo della mostra (pp. 423-440); d) la succitata Bibliografia sistematica.

[v] Un indispensabile testo cardine, questo, sulla Bologna a cavallo tra XIX-XX secolo; un promettente mandato che la sua scuola storiografica universitaria bolognese sta ancora frequentando, con pregevoli risultati.

[vi] Questo testo, sulla podesteria di Agnoli del 1944-¢45, delinea un passaggio chiave della governance amministrativa bolognese: l’indebolimento, la progressiva scomparsa, di un endogeno municipalismo, per proiettarsi verso quel “policentrismo territoriale” che ancor’oggi connota il modello di governo della Regione Emilia-Romagna; cfr. Farinelli, 2006; Massaretti 2003 e 2006.

[vii] Il saggio weberiano sulla città, nella traduzione italiana, compare sia nel volume monografico La città (con prefazione di E. Paci), Milano, Bompiani, 1950 (poi ristampato nel 1979), sia all’interno dell’opera maggiore, Economia e società, Milano, Comunità, 19743, vol. II, pp. 530-669.

[viii] W. Benjamin, “Parigi la capitale del XIX secolo [Exposé del 1935]”, in Benjamin, 2012, p. 384.

[ix] Doverosa la citazione di quei “manuali” che hanno fondato la storiografia urbanistica nazionale, in corrispondenza della genesi post-unitaria del network urbano italiano: Carozzi-Mioni, 1970 (il caposaldo genealogico); Gambi, 1975; Morachiello, 1976; Restucci, 1982 (l’accreditamento enciclopedico della Storia dell’Arte “Einaudi”).

[x] Quella modernizzazione di una Parigi «antimilitarista[…] antindustriale[…] antiproletaria» che Benjamin ci rammenta nel suo citato Exposé del 1935; cfr. W. Benjamin, 2012, 384-386.

[xi] Illuminante lo sviluppo transnazionale della riflessione di Sica (1977) sulle capitali europee del secondo Ottocento; cfr. il capitolo riassuntivo: “I fenomeni territoriali e urbani nel quadro della crescita del capitalismo industriale”, pp. 9-64.

[xii] Cfr. Benassati-Tromellini, 1992; Tromellini, 2001; per conoscenza rimando alla precedente nota 4, in cui la stessa Tromellini, negli Apparati del già citato Norma e arbitrio[…], sviluppa questa innovativa dotazione dell’ufficio tecnico bolognese, e che nutrirà con le sue voluminose dotazioni documentali una nicchia cruciale della locale Cineteca.

[xiii] Sulla genesi delle élite tecniche dell’università nazionale in evoluzione, se per il caso nazionale sono doverosi alcuni richiami bibliografici di base (Zucconi, 1989; Giovannini, 1996a e 1996b; Bortolotti, 1999: Giannetti-Vasta 1999), per il caso bolognese – la sua Scuola di Applicazione in rapporto all’Amministrazione Comunale di Bologna –, la ricerca monografica sulla figura di Attilio Muggia (Bettazzi-Lipparini, 2010), grande maître à penser dell’ingegneria bolognese a cavallo tra 800 e 900, ha fatto emergere il ruolo di questa scatenante interazione tra Pubblico e Privato; nel dettaglio la Bibliografia sistematica del volume rendiconta della nutrita letteratura di settore rintracciabile, ed inerente sia il livello nazionale che quello locale. Infine, esemplificativamente, nel mio testo qui contenuto (Massaretti, 2010), ho inteso mettere in  luce il sinergico interagire delle tre simultanee, inglobate, interagenti vocazioni scientifiche del Muggia: quella accademica, quella professionale ed imprenditoriale.

[xiv] «[…] una sorta di contro-luoghi, specie di utopie effettivamente realizzate nelle quali i luoghi reali – rappresentati, contestati, sovvertiti – sono al di fuori di qualsiasi localizzazione egemone e razionale[…] Questi non-luoghi che sono assolutamente altro da tutti i luoghi che li riflettono e di cui parlano, li denominerò, in opposizione alle utopie, eterotopie», in Teyssot, 1981, 24.

Iscriviti alla Newsletter di Storia e Futuro

Sarai sempre informato sulle uscite della nostra rivista e sulle nostre iniziative.

La tua iscrizione è andata a buon fine. Grazie!

Share This