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Posted in Laboratorio, Numero 48 - Dicembre 2018, Numero 48 - Laboratorio, Numero 48 - Rubriche, Primo piano

“L’Ordine Civile” di Gianni Baget Bozzo (1959-1960)

“L’Ordine Civile” di Gianni Baget Bozzo (1959-1960)

di Mario Tesini

L’Ordine civile”, rivista quindicinale apparsa tra il giugno 1959 e il dicembre 1960 e diretta dall’allora trentaquattrenne Gianni Baget Bozzo, ebbe una vita breve. Avrebbe tuttavia coinciso con alcuni momenti della vita pubblica italiana d’importanza cruciale: in particolare con la controversa e ancor oggi, sul piano storiografico, non del tutto chiarita, vicenda del governo Tambroni, nel contesto della transizione politica in atto tra centrismo e centro-sinistra. E avrebbe anche coinciso, in rapporto alle vicende del partito di maggioranza relativa in Italia, con il definitivo passaggio (per usare le categorie dello stesso Baget Bozzo, in libri che nella seconda metà degli anni Settanta avrebbero avuto un’incidenza notevole) dalla DC di De Gasperi e di Dossetti a quella di Fanfani e di Moro (Baget Bozzo 1974 e 1977). Sullo sfondo stavano infine le dinamiche della politica europea, tra le quali il ritorno al potere di de Gaulle in Francia – maggio 1958 – costituiva l’evento di significato maggiore: anche per le sue possibili evocazioni, e trasposizioni, nel contesto italiano.

E ancora: nell’anno antecedente la pubblicazione del primo numero, la scomparsa di Pio XII avvenuta nell’ ottobre del 1958, aveva acuito la percezione, anche in specifico riferimento alla situazione italiana, della fine di un’epoca. A quella generale sensazione di un profondo mutamento degli equilibri intellettuali e politici del mondo, avrebbe ulteriormente contribuito, proprio negli ultimi mesi di apparizione della rivista, l’elezione di John F. Kennedy – novembre 1960 – tra l’altro il primo cattolico nella storia degli Stati Uniti: fatto che all’epoca veniva ovunque sottolineato, se pur con enfasi diversa (esplicitamente non benevola nel caso della rivista diretta da Baget Bozzo)1.

A una riflessione sulle riviste di cultura politica2, può contribuire l’utilizzo di alcune categorie generali, ai fini della loro identificazione e per quelle esigenze classificatorie che la ricerca storica comporta: categorie cronologiche, relative all’indirizzo politico, all’intensità della loro ‘militanza’ e all’incidenza sul concreto svolgersi degli eventi; infine in relazione ad alcuni aspetti formali: periodicità, durata nel tempo, diffusione, etc.

Una ulteriore e nel caso nostro assai significativa distinzione è possibile: quella tra riviste nella loro conduzione collegiali (in cui agisce un gruppo redazionale e di collaboratori rispetto ai quali la figura del direttore o del fondatore – se esiste – esercita una funzione di primus inter pares) e riviste monocratiche (che arrivano sino alla forma estrema e ben conosciuta nell’esperienza di epoche e contesti storici diversi, dell’unico, o quasi unico, estensore).

Pure avvalendosi di un notevole gruppo di collaboratori, sia continuativi che episodici, “L’Ordine civile” appartiene a questa seconda categoria. Parlare di questa rivista significa dunque fermare l’attenzione su una peculiare figura della vita pubblica italiana. “L’Ordine civile” è anche, e forse soprattutto, un momento della biografia di Gianni Baget Bozzo: di una lunga e complessa parabola intellettuale e politica che arriva – siamo oggi a circa dieci anni dalla scomparsa3 – sin quasi ai nostri giorni.

Chi scrive di storia ha, come è ovvio, la conoscenza “del dopo”. Che questa hindsight knowledge non debba agire in senso condizionante, o prevaricante, rispetto al giudizio storico (in virtù di un processo, non sempre agevole, di disciplina intellettuale) è altrettanto assiomatico. E tuttavia non solo è inevitabile, ma anche non privo di suggestioni, che nel situarci su questo specifico terreno di indagine, tematicamente e cronologicamente circoscritto (nel caso nostro una rivista), sullo sfondo stia anche il complessivo, e successivo, itinerario politico, ecclesiologico, esistenziale del suo direttore ed interprete4.

Nel 1959-60, Baget Bozzo aveva alle spalle (proprio con riferimento al tema specifico delle riviste di cultura e di militanza politica), un passato importante. Un decennio prima era stato “tra le penne più vivide e prolifiche delle dossettiane Cronache sociali”: così Giovanni Tassani, i cui libri sono una fonte imprescindibile per la ricostruzione dell’insieme di quelle vicende5. In seguito nell’ambito di un’attività rivolta ad animare culturalmente i Gruppi giovanili democristiani, aveva svolto, tra 1953 e 1954, un ruolo di primo piano nella rivista “Terza generazione” (era dunque passato da una rivista di “opposizione” a De Gasperi a una rivista sostenuta, anche finanziariamente, dallo stesso De Gasperi)6. A immediato ridosso della fondazione dell’“Ordine civile” era inoltre divenuto, nel 1958, editorialista del “Quotidiano”, organo ufficiale dell’Azione cattolica: momento di ulteriore evoluzione, che gli aveva consentito di uscire dal rapporto esclusivo con le élite intellettuali, per incontrare nel contesto cattolico un pubblico non soltanto più ampio ma, sotto il profilo dell’estrazione sociale, certamente più composito.

Tale insieme di attività avrebbe finito per risolversi in una vera e propria cesura politica, tale da configurare un ‘nuovo’ Baget Bozzo, “al culmine di una radicale autocritica dei suoi antecedenti dossettiani: che sceglie lo Stato anziché i partiti, la Chiesa anziché la DC, il richiamo etico-politico allo sturzismo anziché alla prassi di ‘Iniziativa democratica’”7.

È il Baget Bozzo dell’“Ordine civile”: ‘antidemocristiano’ (soprattutto antifanfaniano); difensore dello spirito e degli orientamenti del pontificato pacelliano nei confronti delle istanze di ‘aggiornamento’ che andavano allora delineandosi; sostenitore di una soluzione istituzionale nel senso del rafforzamento dei poteri dell’esecutivo e, in chiave antipartitica, del ricorso a un potere personale fondato sul consenso diretto del popolo. Gli pareva infatti questa l’unica soluzione possibile alla crisi politica italiana che il fallimento dell’ipotesi degasperiana del 1953 – la cosiddetta “legge truffa” – aveva ineluttabilmente aperto.

Questo fino al 1960. Ma noi conosciamo anche il dopo: la difesa per un anno ancora della prospettiva tambroniana, attraverso la fondazione di un nuovo periodico – dal titolo significativo: “Lo Stato”, ancora più decisamente orientato a destra e aperto all’apporto di collaboratori appartenenti in modo esplicito, o contigui, all’area neo-fascista; la direzione tra 1967 e l’avvento al pontificato di Giovanni Paolo II della rivista teologica “Renovatio”, vigorosamente anticonciliare e ispirata alle posizioni dell’arcivescovo di Genova, cardinale Siri; fino a quella che potremmo considerare una nuova cesura, e in un certo senso un vero e proprio colpo di scena, la partecipazione alla fase fondativa del quotidiano “La Repubblica”, nella veste di commentatore, in prima pagina, delle vicende politiche italiane (in modo particolare di quelle democristiane). Fino a tutti gli anni Ottanta – che lo avrebbero visto per due mandati eletto al parlamento europeo nelle liste del Partito socialista italiano, e per questo sospeso ‘a divinis’ da quello stesso cardinal Siri del quale era stato, sul piano dell’esperienza ecclesiale, il più fervido collaboratore e seguace. E fino agli anni Novanta e Duemila, in cui tra l’altro si colloca la fondazione e direzione di una nuova rivista – compimento significativo dell’attività di un grande promotore e artefice di riviste, nel senso più tradizionale del termine – questa volta elettronica: Ragionpolitica.it, direttamente e esplicitamente rivolta a sostenere l’opera e l’azione di governo di colui che dopo Dossetti, dopo Tambroni, dopo Craxi, era divenuto il realizzatore della prospettiva palingenetico-morale che, in sostanziale continuità di aspettative, egli aveva ritenuto dovesse essere il compito essenziale del leader politico8.

Che ad una coerenza soggettiva, indubbia e contraddistinta da una convinzione profonda, riconducibile alla dichiarata inclinazione mistica del suo protagonista, abbia corrisposto anche una coerenza oggettiva, sul piano intellettuale e politico, è questione che deve intendersi aperta.

“Mi sono continuato”, replicava – alla metà del XIX secolo – Lamennais a chi gli obiettava incoerenze e aporie nei suoi diversi passaggi, dal pensiero teocratico negli anni della Restaurazione al cattolicesimo liberale all’indomani della Rivoluzione di Luglio, fino al radical-socialismo degli anni attorno al Quarantotto. Baget avrebbe potuto dire – in qualche misura lo ha detto – altrettanto.

Dell’“Ordine Civile”, nelle sue finalità e intenti, egli ha offerto più volte una sorta di ‘interpretazione autentica’ in particolare in un’occasione memorialistica del 1997 (autobiografia richiestagli da Giuliano Ferrara, allora direttore del settimanale “Panorama”, poi ripubblicata sul “Foglio” all’indomani della morte). Al momento in cui il quotidiano dell’Azione Cattolica – anche su pressione della Segreteria di Stato vaticana – aveva posto fine alla sua collaborazione, contraddistinta da articoli di radicale ostilità nei confronti della fanfaniana, e di lì a poco anche morotea, ‘apertura a sinistra’, Baget ricorda di “[aver] preso contatti con Luigi Gedda, fondatore dei Comitati civici: con lui e con il suo sostegno decisi di fondare un settimanale che chiamai “L’Ordine Civile”. Non so se riuscirò mai a ripubblicare quella rivista, di cui ho perso gli esemplari, ma essa sarebbe oggi attuale: aveva per oggetto due temi fondamentali, la riforma in senso presidenziale dello Stato e la critica della partitocrazia” (Baget Bozzo 1997).

Vi erano anche, all’origine del periodico, temi di carattere più generale, di natura ‘ideologica’: che comunque erano tutti rivolti a sostenere quelle due concrete, essenziali ipotesi politiche. Nel primo editoriale della rivista si dichiarava come essa intendesse porsi come “lo strumento di una battaglia politica che tende a obiettivi di potere”, per poi subito, coerentemente, aggiungere: “non abbiamo nessuna obiezione puristica al desiderio di potere”9.

Temi quali quelli della crisi irreversibile di una civiltà e di una cultura, post-razionalistica e post-romantica – della quale crisi le due guerre mondiali erano state l’ultima sanzione – così come di una radicale rigenerazione etica affidata alla politica, tema quest’ultimo d’impronta decisamente dossettiana (rilevante sopravvivenza al beneficio d’inventario dell’eredità del dossettismo da parte di colui che, a suo tempo, era stato l’allievo forse prediletto) sostenevano l’intera impalcatura teorica.

Il confronto critico con il marxismo (e anche, in termini più estesi, con la tradizione del realismo politico, da Machiavelli a Marx) rimaneva al centro dell’analisi filosofico-politica: “Il dramma del mondo contemporaneo” posto di fronte a una impetuosa crescita materiale e organizzativa, era rappresentato da una “continua, insensibile, quotidiana degradazione della coscienza per cui l’uomo si riduce ogni giorno di più a funzione sociale”10. Sotto questo profilo, “Il marxismo ha indovinato tutto: ha sbagliato solo nella previsione che costituiva la suprema giustificazione ideale e morale che esso deve alle sue tesi: cioè che il processo di socializzazione dell’uomo avesse come risultato la liberazione dell’uomo”11. Qui “la fede nella dialettica” rivelava il suo carattere fallace: nonostante ogni illusione emancipatrice, nelle società contemporanee “l’uomo ritorna sotto le cose, ritorna schiavo della propria opera”12. Ogni tentativo di compromesso da parte della cultura cattolica nei confronti di tale inaccettabile realtà del mondo moderno, appariva pertanto come cedimento nei confronti dell’“ideologia progressista” (locuzione polemica destinata a divenire corrente).

Qui era in particolare ravvisabile l’apporto che Augusto Del Noce avrebbe dato alla rivista. Ma la polemica nei confronti del maritainismo andava al di là: non soltanto rivolta a quella che veniva considerata una lettura parziale dell’opera di Maritain, ma anche direttamente al filosofo francese: definito in un editoriale non firmato “più saggista che filosofo”; “in realtà […] sul piano del pensiero politico, tributario [non] del pensiero tomista ma del pensiero moderno”13.

La polemica ‘antimoderna’ investiva l’intero percorso dell’Europa post-rivoluzionaria che l’Italia, al momento di costituirsi come Repubblica, aveva sostanzialmente accettato: “Dall’Assemblea Costituente prese forma una struttura dello Stato che nelle sue linee fondamentali non solamente ricalcava lo schema classico dello Stato Liberale – fondato sulla prevalenza assoluta dei valori individuali rispetto alle esigenze insopprimibili di organicità e funzionalità della società moderna – ma poneva alla base del suo essere il riconoscimento, di diritto e di fatto, di quegli organismi, i partiti, che dovevano considerarsi la espressione ultima del processo di corrompimento e di alterazione dell’idea liberale”14.

Baget, oramai distaccatosi, come egli stesso avrebbe anni dopo ricordato, “dalle tesi di Dossetti e di Costantino Mortati sul primato del partito sullo Stato” (Baget Bozzo 1997, 2), rimaneva peraltro convinto dell’idea, maturata al tempo della sua responsabilità nazionale di dirigente della “formazione politica” del partito democristiano, “che l’interpretazione della storia d’Italia era la via per la formazione dei giovani”15. Ora, nonostante ogni dichiarata professione di fedeltà a De Gasperi (in antitesi ovviamente a Fanfani e a Moro) dalle pagine dell’“Ordine Civile” emerge una presa di distanze dal degasperismo, non meno netta che dal dossettismo. E questo proprio a partire da una lettura della storia italiana recente: da Baget essenzialmente centrata sul rapporto tra Chiesa e politica. L’interpretazione dell’evento elettorale del 18 aprile – a dieci anni di distanza – rifletteva un’opzione di fondo: “Sotto molti aspetti, la presente congiuntura politica rappresenta l’esatto rovesciamento di quella che si determinò il 18 aprile 1948 […]”.

Al centro di allora stette, non tanto, come si disse, la figura di De Gasperi, quanto quella di Pio XII. Il papato era apparso negli anni del collasso militare e politico dello Stato italiano come l’unica autorità esistente: e fu al pontificato che gli italiani si rivolsero nell’ora della tempesta come l’unica forza che potesse ricondensare in Italia una struttura politica e consentire la riedificazione dell’ordine civile. La D.C. Era soltanto il termine di mediazione tra la coscienza nazionale ed il pontificato romano16.

L’aver mancato quel compito” – concludeva Baget non senza un evidente schematismo – “ha reso oggi attuale un’altra congiuntura, al centro della quale sta l’on. Nenni, e la sua politica delle cose: dalla impostazione cristiana del problema politico si è passati all’impostazione marxista di esso”17.

Tale attitudine si rifletteva in parallelo nel giudizio storico sul fascismo e in modo particolare sulla fase terminale di esso: “Nel 1940 il fascismo si trovò davanti al problema della scelta della sua morte” – scriveva Del Noce in un lungo articolo che sarebbe stato tra le fonti intellettuali del cosiddetto revisionismo storico di Renzo De Felice e di Ernst Nolte18.

Poteva infatti subordinarsi alla politica di pace di Pio XII, facendo dell’Italia il perno della fascia di paesi neutrali; in questo caso doveva però consentire a dissolversi tacitamente in una forza d’altra natura. Poteva invece accettare di diventare uno strumento del nazismo. Tutte le ragioni di ordine politico militavano per la prima soluzione. La tendenza eversiva di Mussolini lo portò invece a un’alleanza che non si poteva chiamare tale, data la posizione di totale soggezione in cui il fascismo dovette collocarsi nei confronti del nazismo19.

Era dunque una visione non priva di assonanze ‘neo-guelfe’ a essere proposta a fondamento dell’identità politica e intellettuale della nazione italiana. Ma la Chiesa, cui competeva quel ruolo decisivo di salvaguardia dei costumi e di continuità identitaria, nulla aveva a spartire con l’eredità del cattolicesimo liberale, in Italia e in Europa: “[…] nazismo e comunismo hanno travolto in tutta Europa le fragili categorie della ‘tesi’ e dell”ipotesi’ ed hanno fatto del Sillabo l’unica base possibile per un giudizio cristiano della storia”20. “A questo riguardo”, poteva leggersi altrove, “Maritain conchiude uno svolgimento di pensiero che si può far iniziare in Montalembert”21.

Il processo di secolarizzazione e di naturalizzazione del cristianesimo stava dunque alla radice della crisi politica e della crisi morale che nel ventesimo secolo era sfociata nei regimi totalitari (Stalin, espressione estrema di una “grande utopia”, doveva considerarsi come “l’ultimo dei titani del mito moderno”22) e che dopo l’eclissi di quei regimi aveva assunto i caratteri, potenzialmente non meno totalitari, di una società esclusivamente rivolta al soddisfacimento dei bisogni materiali: interpretazione a quell’epoca corrente anche se in verità a dir poco eccessiva. “Oggi” poteva leggersi sulle colonne dell’“Ordine Civile” “nonostante tanto sangue innocente sia stato così recentemente sparso, nessuno ripete la contestazione di Dostoevskji”, il rifiuto di Dio espresso da Ivan Karamazov in nome appunto della sofferenza innocente: “Tutti vogliono solo dimenticare: tutti vogliono una pacifica condizione terrestre in cui l’indigenza umana sia colmata dai beni materiali e ci si affanna a presentare il cristianesimo come la miglior ricetta del secolo, il ‘passepartout’ del benessere, la sicura via della materiale prosperità. Il massimo ideale (se tale può essere chiamato) non è la Verità ma la socialità: a ciascuno il suo televisore ed il suo elettrodomestico. E per queste cose non c’è nemmeno più bisogno dell’inno a Satana, basta l’inno al Papa”23.

Ora, luglio 1959, al vertice della Chiesa si trovava da meno di un anno Giovanni XXIII; e all’inizio di quello stesso anno, datava l’annuncio della convocazione di un Concilio ecumenico del quale poteva intuirsi – perché al fondo preparata da correnti teologiche diffuse – la portata di innovazioni profonde. La rivista, anticipando la linea radicalmente critica del Concilio che negli anni Sessanta e Settanta sarà propria di “Renovatio”, dava fin da subito l’impressione di temere una tale prospettiva. Sorprende, in pagine che hanno come tema essenziale la centralità della Chiesa nella vita dei popoli, la scarsità dei riferimenti al nuovo pontefice: se non per richiamare – quasi per un’esigenza di autoconforto e per esorcizzare prospettive di cambiamento ritenute esiziali – la devozione del nuovo papa alle figure di Pio IX e di Pio X. Questi ultimi, il papa del Sillabo e il papa della lotta al modernismo (oltre ovviamente a Pacelli citato così largamente da dare la rassicurante impressione che egli, e non Roncalli, fosse il papa regnante) appaiono indicati come le autentiche guide della Chiesa nella sua permanente opera di contrapposizione alle tendenze ideologiche moderne, rappresentate dal liberalismo e dal socialismo: ottocentesco parto gemellare dell’esperienza rivoluzionaria in Europa.

Il pontificato di Giovanni XXIII e di lì a poco l’elezione di Kennedy in America, avrebbero come si sa favorito in modo importante tendenze oramai da anni visibili nell’orientamento della politica italiana. La battaglia contro il centro-sinistra, di cui si era avuta l’anno prima sperimentazione con il governo Fanfani, rappresentava il tema politico essenziale, declinato in ogni possibile forma: dalla politica economica alle incompatibilità di carattere ideologico; dalle scelte di fondo della politica internazionale fino alle questioni, di lì a poco destinate a divenire di rilevanza cruciale, dell’ordine pubblico.

Per il “democristiano deluso” quale poteva all’epoca definirsi Baget, era soprattutto la Democrazia cristiana a costituire un bersaglio critico costante. La DC tutta: il congresso di Napoli del 1954 che aveva segnato il passaggio di consegne da De Gasperi e dal vecchio nucleo dirigente di estrazione popolare, a Fanfani e ad una nuova leva (ormai decisamente post-degasperiana non meno che post-dossettiana) aveva mostrato, a giudizio del quindicinale di Baget, una radicale incomprensione del momento storico. Non era infatti la DC “riuscita ad assimilare la lezione di storia degli anni dal ’14 al ’45, che aveva definitivamente condannato l’impegno politico delle formazioni di partito che si rifacevano all’esperienza liberale”24. La conseguenza era stata quella di sprofondare nel pragmatismo, nel clientelismo, nella “consueta duttilità tattica dell’on. Andreotti”25 o nell’opportunistico, talvolta cinico, attivismo e ‘organizzativismo’ fanfaniani, tratti che nelle pagine della rivista erano sottolineati non solo con immediatezza e efficacia polemica ma anche con spunti di analisi che rimandavano a una sociologia politica per l’Italia dell’epoca decisamente ante litteram26. Quella che era venuta a configurarsi era dunque una situazione ove l’unico elemento connettivo del partito, ben lungi dall’auspicata sintesi storico-intellettuale, risultava un condiviso ma sempre più vago – e in definitiva ininfluente – riferimento religioso.

Se “il solo cemento che tiene unita la DC è un cemento di natura religiosa”27, tale vincolo era opportuno spezzarlo. L’opzione di Baget andava ormai decisamente nel senso della rottura – da destra – di quell’unità politica dei cattolici che da De Gasperi a Moro avrebbe rappresentato l’obiettivo, in taluni momenti l’assillo, della politica democristiana. Una linea che coincideva con quella di Gedda e di alcuni ambienti di Curia (il card. Ottaviani) ma che – si noti – non incontrava il favore di Siri, orientato a un condizionamento interno alla DC in chiave conservatrice, senza arrivare all’estremo di spezzarne l’unità elettorale e politica. La fine dell’esperienza de “L’Ordine civile”, e le successive, immediate attività pubblicistiche di Baget (la direzione della nuova rivista “Lo Stato”, tra 1960 e 1961) sarà determinata anche dalla radicalizzazione del progetto, risultato alla fine velleitario, di costruire un’alternativa – anche sul piano pratico, dell’organizzazione e della presenza territoriale – al partito democristiano in Italia.

La scelta ‘antidemocristiana’ della rivista trovava una specifica articolazione nella connessa e ancor più insistita polemica nei confronti della sinistra interna al partito, o più in generale della “sinistra cattolica”. Soffermarsi su quella contrapposizione significherebbe ricostruire la storia delle riviste di area cattolica nei due primi decenni del dopoguerra. Nello stesso “Ordine Civile” confluiva parte dell’esperienza propria alla “sinistra cristiana” di Felice Balbo. E costanti interlocutori critici saranno riviste sia interne che esterne al partito: da “Politica” diretta a Firenze da Nicola Pistelli alle “riviste influenzate dal gruppo dirigente della sinistra cristiana”: “Lo spettatore italiano” e “Il dibattito politico”28.

I ‘cattolici di sinistra’ e, in termini politicamente ancor più insidiosi, la ‘sinistra d.c.’ costituivano il nemico per eccellenza: i protagonisti di quello che, riecheggiando un celebre titolo, Baget non esitava a definire il “tradimento dei laici”29. “[…] i nostri ‘cattolici di sinistra’ […] vagheggiano un loro futuro di egemonia” aveva egli scritto in un editoriale del maggio 1960, come “arbitri del conflitto tra Chiesa e sinistra, modesti attori della riconciliazione nazionale e del superamento delle ‘ideologie astratte’ (marxismo da un lato e integrismo dall’altro)”30. Di tale prospettiva, “il recente tentativo dell’on. Fanfani [era] stata la prova generale”. Lungi dal temere la scissione del partito, la sinistra d.c., a giudizio di Baget, nei fatti l’auspicava: salvo desiderare di compierla “da una posizione di forza”31.

Posizione di forza nel partito, ma anche nella società italiana, in virtù del cedimento del mondo cattolico italiano alla cultura del progressismo politico. Era “in nome della tesi dell’assoluta profanità del temporale” che da quest’ultimo veniva attribuito “ad immaturità storiche o a servitù economiche il veto ecclesiastico dell’apertura a sinistra”32. In tal senso andava anche interpretata la frase di La Pira secondo cui la sinistra democristiana doveva considerarsi “l’ala pensante del partito”33 che proprio in virtù di tale primato risultava in grado di esercitare un’egemonia culturale, premessa – secondo uno schema ricorrente in Baget – di un’egemonia politica del tutto conseguente. Due erano a tal fine, i “miti” che la sinistra d.c. era riuscita a imporre e a volgere a proprio vantaggio: quello ‘dell’autonomia’ (intesa come svincolo da ogni direttiva o condizionamento ecclesiastico) e, su un piano più generale di rapporti politici, ‘il mito dell’antifascismo’ (quest’ultimo evidentemente connesso a uno dei temi centrali che avrebbero contrassegnato un conflitto destinato a acutizzarsi, a partire dall’investitura del governo Tambroni).

Non erano soltanto miti culturali quelli su cui poggiava l’azione e, come si è detto, la pretesa egemonia della sinistra d.c.: la necessità di affrontare alcuni nodi essenziali della cosiddetta questione sociale costituiva un altro elemento tale da rendere “possibile e necessaria” l’apertura a sinistra.

Vi era tuttavia al riguardo un equivoco di fondo, che richiedeva attenzione:

il pietismo, il lapirismo, la ‘povera gente’ [erano] in ultima analisi un elemento strumentale secondario … Sin dai tempi del dossettismo, essa [la sinistra d.c.] ha imparato a distinguere tra sinistra politica e sinistra sociale […] I partiti di sinistra hanno dunque rapidamente surrogato ‘la povera gente’ nella visione politica della sinistra d.c. 34.

La quale aveva dunque trovato la sua autentica forza nella cosiddetta ‘terza generazione’ – espressione carica di significato nel lessico democristiano di quegli anni – “nata nel segno del potere democratico-cristiano”35. Si andavano così profilando i contenuti di una polemica antidemocristiana, corrente già all’epoca e ancor più destinata a connotare i successivi decenni. Se tale polemica indulgeva a volte a stereotipi all’epoca correnti, nei redattori dell’“Ordine Civile” essa si avvaleva, è doveroso osservarlo, di una maggiore conoscenza e esperienza della psicologia e della vita interna del partito, oltreché della complessità delle radici intellettuali e sociali di esso:

Nei giovani d.c. i fermenti laicisti hanno compiuto il loro pieno corso ed hanno dato luogo ad una figura politica singolare che non ha né speranze rivoluzionarie, né senso amministrativo della politica, che non è giacobina né conservatrice, ma che si risolve senza residui in una ricerca del potere per il potere, aspirando a un tempo a usare della Chiesa come base di manovra ed a liberarsi ad ogni costo, da ogni forma di controllo ecclesiastico 36.

Ne risultava in definitiva che, in quello che Baget Bozzo avrebbe definito “il partito cristiano al potere”, lo scontro interno dovesse ridursi a “una lotta fra ‘la terza generazione’ e i pochi notabili che ancora si oppongono alle loro mire”37. Una nuova corrente democristiana, nell’alveo di tale conflitto, aveva avuto origine, quasi il distillato più coerente di tale processo storico e intellettuale. Dalla vasta aggregazione di “Iniziativa democratica” (“matrice comune” di dorotei, morotei e fanfaniani, e orientatasi fin da subito come “sinistra” del partito, in opposizione al vecchio nucleo dirigente di estrazione popolare: Piccioni, Scelba, etc.) e sul terreno della visione moralmente dualistica di Dossetti (per il quale “Politica e Chiesa [erano] due mondi regolati da leggi di assoluta alterità)38, accanto alle diverse forme di sinistra in Italia (“una sinistra laica machiavellica … una sinistra laica ideologica che sostituisce … Marx a Machiavelli e dà un’interpretazione populistica al concetto di classe”)39 era infine nata la più insidiosa delle possibili forme di sinistra, perché interna, in modo potenzialmente egemone, alla Democrazia cristiana e allo stesso mondo cattolico: la sinistra della corrente di Base. Il processo di definizione della linea politico-culturale della rivista arrivava dunque all’estremo e più decisivo atto: quella dell’individuazione, al di là di ogni possibile e fuorviante apparenza, dell’antagonista radicale, in una parola del ‘nemico’: il quale, secondo una ben nota prospettiva, non può che configurarsi come, in qualche misura, un nemico interno.

A quasi venti anni di distanza dalla cessazione del periodico, in un libro che ripercorreva in chiave storica l’insieme di quelle vicende, Baget riassumeva i caratteri della rivista: “L’Ordine civile fa la sua proposta politica, che è una nuova forma di Stato di diritto, fondata su due organi costituzionali ambedue eletti a suffragio universale: l’organo di governo e l’organo di controllo del governo […] Diversamente da La Civiltà cattolica, L’Ordine civile non critica la sinistra democristiana soltanto, ma la Democrazia cristiana. La Civiltà cattolica polemizza con Stato democratico, la rivista della Base: ma è possibile che tutta la Dc ruoti ideologicamente attorno ad una minoranza senza una grave ragione?” “Baget Bozzo – scrive in terza persona Baget – vede nel partito ideologico la figura politica caratteristica della civiltà moderna ed il suo punto di crisi”. Obiettivo essenziale in tale prospettiva era quello di “annullare la base istituzionale della partitocrazia” (Baget Bozzo 1977, 40).

La polemica della rivista nei confronti dei partiti non indulgeva a toni moralistici, non coglieva spunto da qualche singolo episodio di malaffare, né prendeva di mira singole personalità rappresentative di un intreccio perverso tra la gestione della cosa pubblica e gli interessi privati. Essa aveva un più radicale carattere. “Il partito moderno”, si legge in un lungo articolo di Baget, pubblicato in tre parti tra 15 giugno e 15 luglio 1960, nei giorni decisivi che avrebbero condotto alla crisi definitiva del governo Tambroni, e dal titolo emblematico Stato o partito, “è l’organo di una rivoluzione che distrugge alla radice il concetto greco-romano di ordine civile … in nome di un cristianesimo interamente razionalizzato e laicizzato […] Porre il problema del superamento del partito è porre il problema della restaurazione dello Stato, della respublica, della tradizione politica classica: e comporta l’elaborazione di un disegno costituzionale diverso da quello dello Stato liberale, e delle sue derivazioni totalitarie di destra e di sinistra”40.

La Costituzione, dunque. Lungi dall’essere quel feticcio intangibile, quale si rimprovererà al dossettismo di considerarla (in una polemica di lungo corso: l’ultimo, postumo libro di Baget potrà prendere di mira anche l’estremo Dossetti, quello dei dei Comitati per la difesa della Costituzione; Baget Bozzo, Soleri, 2009) la Carta del 1948, a poco più di un decennio dalla sua entrata in vigore, veniva definita “quel documento impastato di buone intenzioni, di retorica, di nebulosità, di compromesso”41. I documenti democristiani dell’epoca, fondati sulla dichiarata volontà di “attuare integralmente la Costituzione”, apparivano dunque rivelatori di un “immobilismo sul terreno politico-costituzionale” dal quale sarebbe derivata l’incapacità del partito di maggioranza di esprimersi altrimenti che “sul terreno dell’equivoco, del compromesso e dell’ordinaria amministrazione”42.

È dunque in un tale quadro di riferimenti che va situata la posizione della rivista in relazione ai temi del presidenzialismo: anche alla luce di quella originale forma di Repubblica semi-presidenziale (con il forte elemento carismatico connesso alla personalità di de Gaulle) che in quello scorcio finale degli anni cinquanta, aveva visto la luce in Francia.

Di qui, anche, la favorevole inclinazione alla linea presidenziale inaugurata da Gronchi, la cui stessa elezione era apparsa come una piuttosto clamorosa sfida all’”egemonia partitocratica” fondata su un patto di reciproca spartizione della sfera di governo e di quella dell’opposizione sociale, tra i due maggiori partiti. Non era dunque da sorprendere il fatto che, dopo l’elezione al Quirinale, Gronchi si fosse trovato in condizioni di sostanziale isolamento. “Tutta la tradizione della sinistra europea” era infatti “una tradizione assembleare”43. La Dc e le destre, avrebbero sì “nelle loro tradizioni molti motivi ‘presidenziali’ avendo una diversa concezione del significato e del ruolo dell’autorità”, ma “ coloro che, in queste forze sono ancora legati a tale tradizione politica (e non sono molti) sono poi avversi al concreto uso che dei poteri presidenziali farebbe la persona dell’on. Gronchi e per questo si schierano su posizioni parlamentaristiche e partitiche”44.

Dell’incarico di Gronchi a Tambroni veniva data subito una lettura del tutto antitetica a quella del governo ‘amministrativo’, del governo ‘a termine’, meno che mai di un’iniziativa definibile, nel caratteristico linguaggio politico di quegli anni, ‘pendolare’: inaugurata ‘a destra’ ma destinata a produrre un effetto di accelerazione in direzione dell’apertura a sinistra (e ciò anche per la personale inclinazione di un presidente del Consiglio – Tambroni appunto – che al recente congresso democristiano di Firenze si era pronunciato in tal senso).

L’on. Tambroni”, così “L’Ordine Civile” interpretava gli esordi di quell’esecutivo, “ha avuto coraggio nell’affrontare la costituzione di un governo fuori dell’ipoteca delle sinistre”. E anzi: “Sarebbe stato meglio se fosse andato più avanti”45.

I fatti, nella loro evoluzione e nell’esito, sono tanto noti quanto controversi. Tutta la vicenda del 1960 ha un’atmosfera d’altri tempi che investe l’intero l’asse destra/sinistra. Se la percezione e la misura delle distanze non meno che il riscontro delle analogie, costituisce uno dei motivi di suggestione e di insegnamento della Storia non vi è dubbio che la breve vicenda del governo Tambroni ha, in relazione alla storia dell’Italia contemporanea, un suo peculiare interesse. Le posizioni riconducibili ai partiti della sinistra, alle loro emergenti frange estreme – da quel momento suscettibili di rendersi autonome, come avrebbe molti anni dopo rilevato proprio Baget Bozzo recensendo il libro appena apparso di uno storico inglese46 (Cooke 2001) – appartengono agli albori, allora appena ravvisabili, di una stagione che avrebbe tragicamente segnato l’Italia negli anni di piombo. E, su tutt’altro versante, non può non suscitare una certa impressione il percorso che dal Msi dei giorni del mancato congresso di Genova ha portato nel contesto della vicenda storica della cosiddetta seconda Repubblica, alcuni tra i continuatori diretti di quella formazione politica a assumere una posizione di inattesa centralità: fino all’estremo paradosso per cui nel corso di un’altra estate politica (luglio-settembre 2010, esattamente cinquant’anni dopo i fatti di Genova), colui che era stato l’erede designato di Almirante alla guida del Movimento sociale, ha addirittura costituito il faro – episodio breve ma non per questo meno reale – di quella parte dell’opinione pubblica politicamente e elettoralmente orientata a sinistra47. Così come infine, in relazione alla maggiore forza politica e perno di tutte le possibili alleanze di governo, archeologico appare il problema che tanto stava a cuore alla rivista di Baget Bozzo (fino a proporne una radicale soluzione chirurgica) del rapporto tra la Democrazia cristiana e la gerarchia della Chiesa.

L’Ordine Civile” rifletteva l’insieme di quelle generali tendenze. I fatti di luglio avrebbero rappresentato, agli occhi dei suoi redattori, come il precipitato in termini di eventi, il punto di non ritorno e il momento rivelatore di una crisi irreversibile. In forme che potevano apparire di così acuto pessimismo da attirarsi l’accusa da parte di due giovani collaboratori del Mulino, Francesco Traniello e Gianni Sofri, di “Tacitismo nero” (Sofri, Traniello 1959), oltre a quelle più consuete, e meno dotte, di fascismo, oppure di franchismo (così Pietro Nenni)48 e, come si vedrà entro breve – etichetta alle altre più o meno equiparata – di gollismo.

Il giudizio sulla vicenda Tambroni – come poteva attendersi da una rivista diretta da chi, secondo l’opinione di un testimone ed interprete di quegli eventi (a lungo deputato democristiano, di stretta osservanza fanfaniana) Luciano Radi, era stato “l’uomo che più […] aveva sostenuto ed ispirato” (Radi 1990, 138) Tambroni – fu un giudizio reciso: la vittoria “della piazza sullo Stato”49.

La liquidazione frettolosa e sommaria del governo Tambroni aveva reso, attraverso quel cedimento ed anzi in ragione di una vera e propria “psicosi della resa”, il pericolo comunista “più incombente che mai”50. Quello stesso Pci che fino all’anno prima era stato descritto non soltanto in piena “emorragia elettorale”51, insidioso soltanto per l’abilità tatticistica di Togliatti e dedito agli espedienti del milazzismo, la cui vis rivoluzionaria appariva esaurita e che risultava incapace di trascinare le masse se non in uno sciopero a carattere economico (come in quella stessa Genova era avvenuto nel corso del 1959 per i licenziamenti all’Ansaldo “per un piano meramente economico e in un clima di solidarietà cittadina”)52, riappariva ora, dopo Genova 1960, come nei giorni dell’immediato dopoguerra, “una forza di conquista”53.

L’Ordine Civile” non aveva atteso le giornate genovesi di luglio, per guardare al di là delle Alpi. Fin dal primo numero della rivista, una particolare attenzione era rivolta agli sviluppi della situazione algerina, a un anno ormai dal ritorno al potere di de Gaulle.

In una rivista che su tutti i temi oggetto di dibattito – da quelli di politica interna a quelli di politica internazionale – appariva decisamente collocabile “a destra”, può sorprendere la chiara opzione anticolonialista che, per più di un anno, non sarebbe stata disattesa. Esplicito era il richiamo alla Francia come alla “patria dei diritti dell’uomo”54; quale “ironia crudele” veniva denunciato il fatto che “le denominazioni religiose [fossero] strumentalizzate in denominazioni razziali” fino ad esprimere “la distinzione tra colonizzazione ed indigeno come distinzione tra ‘cristiano’ e ‘musulmano’”: misura quest’ultima del modo in cui si era fatta “violenza alla religione” e “strumentalizzato il cristianesimo”55. Fino al punto di invocare – cosa non priva di paradosso per una rivista al fondo cattolico-tradizionalista come “L’Ordine Civile” – la necessità di un nuovo J’accuse56 e a lamentare come tale ipotetica denuncia, a differenza del modello originario, si sarebbe smarrita nell’inflazione e nella banalizzazione mediatica.

De Gaulle aveva dunque espresso, lui solo, “la reazione della coscienza politica francese di fronte a uno Stato mediocre e impotente”57. Ora era necessario che egli procedesse con ancora maggiore energia: a metà del 1959, era insomma un’obiezione ‘di sinistra’ che la rivista rivolgeva al fondatore e presidente della Quinta Repubblica francese

Quante volte il presidente de Gaulle, in cui così spesso tutti coloro che credono, senza scopi di parte, nella imperiosa necessità della pace con giustizia in Algeria (con il vero e pieno riconoscimento degli uomini algerini a essere uomini, del popolo algerino ad essere popolo), hanno guardato con fiducia e speranza, non sembra anch’egli come impotente di fronte al peso delle passioni scatenate, alla follia cieca del Forum di Algeri e dei suoi manipolatori 58.

Si trattava dunque, contro il suo stesso esitante governo, contro le resistenze o le illusioni dei Debré e dei Soustelle, di portare fino in fondo le conseguenze della svolta istituzionale compiuta. Fin quasi all’intimazione: “Dovrà egli cadere sotto l’accusa di aver voluto nuovo potere solo per andare fino in fondo, sul cammino dell’impotenza e dell’abdicazione”, deludendo così “le speranze che, nonostante i paras egli aveva saputo suscitare nel cuore di molti?”59.

Non era tuttavia soltanto una sensibilità al problema algerino a determinare l’attenzione della rivista di Baget nei confronti di de Gaulle. L’interesse per la politica francese aveva radici profonde: esso rimandava in sostanza a quell’ideale solidarietà tra Chiesa, Francia e cultura umanistica che accomunava – anche nella loro realtà italiana di riviste dialoganti o polemizzanti tra loro – la ‘destra’ e la ‘sinistra’ cattoliche.

L’apporto di Baget Bozzo è di rilievo, per l’acutezza di un’analisi – si veda in particolare l’articolo “Per una interpretazione del gollismo” del 15 dicembre 1959 – che non soltanto andava in controtendenza rispetto alla semplificazione del de Gaulle “dittatore”, stereotipo quasi senza oppositori in Italia, come ha sottolineato in pagine di grande efficacia sintetica Pietro Scoppola60, ma anche per la capacità di supplire a fonti di informazione e a linee interpretative, all’epoca manchevoli o difettose nell’ambito della stessa cultura francese.

Che idea si poteva avere del resto, alla fine degli anni cinquanta e per tutto il successivo decennio, dei tratti distintivi di una figura, a lungo per gli stessi francesi enigmatica; che possibilità di distinguere ciò che doveva considerarsi gaulliste da ciò che era eminentemente gaullien?

Un’idea più compiuta dell’opera e della personalità di de Gaulle – anche sotto il profilo intellettuale, al di là del mito da lui stesso creato – si sarebbe acquisita, soltanto alla metà degli anni Ottanta, con la grande opera dello storico-giornalista forse più celebre della tradizione della gauche républicaine in Francia, Jean Lacouture (Lacouture 1984-86) e di lì a poco con i dibattiti che nel 1990 avrebbero animato una vera e propria “année de Gaulle”, immediatamente successiva all’année bicenténaire della Rivoluzione: occasione congiunta di riflessione non soltanto sulla storia di Francia ma in relazione anche a una storia europea in gran parte dalla Francia ispirata (dal 1789 fino al ‘maggio’ del ’68).

In realtà, ancora per diversi decenni il “gollismo all’italiana” (Cfr. Chiarini 1992 e 1994) si sarebbe sostanzialmente configurato come metafora politica, equivalente in termini generici, a ‘Stato forte’, a presidenzialismo antipartitico. Insomma: un gollismo senza de Gaulle. Si deve riconoscere a Baget di non essere rimasto prigioniero di tale limitata e in definitiva strumentale visione. Forse proprio in virtù della connotazione “religioso-profetica” dell’antico discepolo di Dossetti, veniva superata la prospettiva strettamente politico istituzionale del gollismo di un Pacciardi, per non parlare di quella radicata nella tradizione del neo-fascismo italiano di un Pisanò (tra i sostenitori di soluzioni ispirate al gollismo e adattabili in Italia, solo Edgardo Sogno avrebbe mostrato, ma in scritti di molti anni successivi, una documentata consapevolezza della dimensione gaullienne del problema; cfr. Sogno 1997)61.

Nel suo articolo, apparso alla fine del 1959, Baget-Bozzo osservava, quasi in presa diretta, e come si è detto, in piena controtendenza rispetto alla cultura politica italiana, come “sarebbe stato facile tentare una interpretazione del gen. De Gaulle secondo i canoni del cesarismo democratico”62. Considerare de Gaulle come “una reincarnazione del bonapartismo” costituiva invece un errore di prospettiva storica e insieme psicologico-politica. Del bonapartismo, rilevava con preveggenza Baget, “gli manca la volontà di possesso personale del potere, al di sopra delle istituzioni e del diritto”; ed era questo l’elemento fondamentale a fare del gollismo “un fenomeno nuovo”63: “il cesarismo democratico è la negazione della democrazia e dello Stato di diritto: il gollismo è invece la riforma della democrazia, la sua liberazione dal mito della volontà popolare come unico criterio di legittimità di un atto del potere, e quindi della partitocrazia, che dà capziosamente ed artificiosamente, forma pratica a quel mito”.

A tale interpretazione era connesso un interrogativo che non erano in molti a porsi a quell’epoca: che cosa aveva fatto sì che “la tentazione del bonapartismo”, che “certamente più di una volta si era posta a de Gaulle”64, fosse in lui superata?

Il mistico Baget aveva forse in sé qualche cosa per intendere il visionario de Gaulle. “Nessuna delle figure tipiche della politica moderna” erano riconoscibili nella figura del fondatore della Quinta Repubblica: “Non è un militare autoritario: non è un capo democratico: non è un dittatore di massa: non è un tecnico di statura politica”. “Con Charles de Gaulle – scriveva Baget – ritorna con noi la tradizione cavalleresca e regale del medioevo: una tradizione altissima che ripete in sé valori di legge naturale, una tradizione pre-machiavelliana, che non ha nulla a che vedere con la degenerazione che quelle consuetudini false ed effimere che giustamente chiamiamo moderne impressero alla cultura e alla politica umana”65.

Qui, pur nel quadro di una suggestiva visione, nel tentativo di risposta a una tale domanda c’era in Baget il rischio di un fraintendimento. De Gaulle non rappresentava il ritorno a una tradizione semplicemente pre-machiavellica: realismo e tradizione machiavelliana – recepita in Francia dall’assolutismo monarchico – erano invece, come di lì a poco avrebbe mostrato l’accorta gestione della crisi algerina sino al suo definitivo compimento, connotati essenziali della personalità intellettuale, e dunque della politica golliana.

Qui stava forse anche la radice della futura, non troppo distante, delusione. Ancora all’inizio del 1960 si poteva leggere in un editoriale dal titolo De Gaulle magnifique, in cui ancora risuonava l’eco del tema anticoloniale delle nazionalità oppresse: “De Gaulle apre un nuovo periodo politico nella storia d’Europa. L’impasse d’Algeria in cui tra l’egoismo dei coloni e la violenza degli insorti, de Gaulle cerca una soluzione di convivenza nella dignità e nella libertà dei francesi e degli arabo-berberi nel quadro di uno statuto politico nuovo dell’Algeria come popolo e come Stato, è come il segno di questa nuova epoca storica”66.

I toni sarebbero decisamente cambiati dopo l’estate, in non casuale coincidenza con l’esaurirsi dell’esperienza Tambroni. Una possibile analogia tra la politica francese e quella italiana era già stata alcuni mesi prima adombrata da Baget. Rispondendo a un giovane e assiduo collaboratore dell’“Ordine civile”67 che aveva espresso riserve radicali sull’interpretazione del ruolo storico e politico di de Gaulle (inficiato di arcaismo, ultranazionalismo, spirito anti-europeo e velleitarismo nucleare), sotto il titolo Moi, de Gaulle così Baget dissentiva: “No […] io non mi sento affatto libero perché il capo dello stato italiano non dice: io Gronchi Giovanni”68. Dopo Luglio, il fallimento dell’avvenuto ‘pronunciarsi’ del Presidente della Repubblica, con una iniziativa personale cui l’“Ordine Civile” aveva offerto un quasi temerario sostegno, avrebbe comportato un progressivo slittamento di giudizio anche sul significato storico del gollismo, e non soltanto in rapporto alla situazione italiana.

Il merito storico del gollismo – si era appena all’inizio di una interpretazione dai toni riduttivi – era stato essenzialmente quello di rompere con le tradizioni parlamentari della Quarta Repubblica e di aver determinato una forte regressione elettorale del partito comunista, proprio perché il gollismo si era posto nella sua vera essenza “come opposizione radicale a tutto il sistema, del quale, del resto proprio i comunisti rimasero i più strenui difensori”69. Non più di questo: “LOrdine Civile” sembrava allinearsi, gradualmente, alle tendenze del “gollismo” italiano: in cui a una visione parziale e impallidita del gollismo corrispondeva quasi la scomparsa del de Gaulle della Storia.

Ciò risultava in contraddizione con le acute percezioni dello stesso Baget che, nei mesi del suo idillio politico, si era interrogato su “che cosa [nel giugno 1940] [avesse indotto] il gen. De Gaulle a rompere le tradizioni di obbedienza che il gallicanesimo e l’assolutismo avevano così bene impresso nella tradizione francese, soprattutto nella tradizione militare e a scegliere la via della libertà contro quella del servilismo, la via della legge naturale contro quella della legge positiva, se non la forza della visione, del compito provvidenziale operante in lui?”70. Questo gli era dunque parso il ‘significato’ di de Gaulle, ciò che lo aveva reso “così radicalmente diverso dalle grandi figure paganeggianti della Francia del secolo XVII, XVIII, XIX e lo avvicinava alle grandi figure dell’età della fede”. De Gaulle era dunque “il principio della restaurazione dello stato, dopo il suo assorbimento nella filosofia e nella rivoluzione, iniziata dall’illuminismo e dal giacobinismo, compiuta dal fascismo e dal comunismo”. Per concludere: “Dalla Francia nacque il vecchio Stato, dalla Francia nasce il nuovo”71. Quell’entusiasmo, ora appariva lontano. Nell’ottobre del 1960, tra l’appello del generale all’autoproclamatosi Governo popolare della Repubblica algerina ad aprire le trattative e il discorso televisivo di inizio novembre [4 novembre 1960] in cui egli per la prima volta si sarebbe pronunciato per una pace negoziata in Algeria, tale da non escludere l’indipendenza, un editoriale eccezionalmente né anonimo né a firma di Baget [Secondo tempo in Francia, 15 ottobre 1960] prendeva in modo ormai definitivo le distanze. Restava “il grande merito di de Gaulle di aver posto fine al periodo legato al parlamentarismo”, ma ora egli sembrava “fermarsi di fronte a soluzioni più radicali … queste pur necessarie”. “A due anni di distanza dal plebiscito che dal ritiro di Colombey-les-deux-Eglises lo [aveva] portato vittorioso all’Eliseo” de Gaulle – rilevava l’“Ordine Civile” – “vede lentamente sfuggirgli di mano la situazione”. Non è più il “de Gaulle magnifique” di pochi mesi prima: “l’entusiastico appoggio del popolo francese … non è più tale, ed insieme al largo consenso che la figura del generale aveva suscitato, si va attenuando quella compattezza nazionale che lo stesso de Gaulle aveva determinato e garantito”72.

Non diversamente dalla situazione italiana, ove andava affermandosi uno stile di mediazione moroteo attraverso il quale veniva a realizzarsi una rinnovata egemonia delle forze politiche di centro attorno alla Democrazia cristiana: agli occhi di Baget (che nei confronti del suo ex-partito sembrerà nutrire ancora per lunghi decenni una sorta di odium theologicum), la perpetuazione dei vizi politici nazionali e la premessa di ulteriori, futuri cedimenti.

E difatti quello che veniva ora definito, non senza finezza di analisi, il “grave errore” di de Gaulle “era consistito nella volontà di mediare tra le tesi della sinistra e quelle della destra, di adattare l’astrattismo ideale dei Sartre e della sinistra alle ragioni politiche della destra”73. Occorreva invece assumere quelle “misure radicali” che, si può supporre, dovevano considerarsi radicali anche sul piano militare. E del resto, così poteva ormai leggersi su una rivista che aveva ormai del tutto consumato il filogollismo spiritualistico della fase iniziale, “i capi militari e della destra sono e rimarranno la coscienza critica di de Gaulle; sono e rimarranno la riserva morale e spirituale per le future prove che la Francia dovrà superare”74.

Distanti erano i tempi in cui “riportare la pace con giustizia in Algeria” era parso al direttore dell’“Ordine Civile”, un atto tale da congiungere “le due tradizioni a cui fu fedele Peguy, quella cristiana e quella repubblicana”75. Se avesse con pari acribia indagato tra le fonti intellettuali e morali del generale de Gaulle, Baget avrebbe potuto anche riscontrare, alla radice, la tradizione di un cattolicesimo liberale e democratico, proprio nella linea – da lui esplicitamente esecrata – da Montalembert a Maritain.

Non erano esclusivamente le contingenze drammatiche del conflitto algerino, alla base del distacco, non solo dell’“Ordine Civile” ma di tutta la destra italiana, dall’esperienza del gollismo e del progressivo, e sempre più evidente avvicinarsi alle posizioni espresse in Francia dal grido (minaccioso non soltanto a parole) di de Gaulle-trahison.

Come ha ancora, tra gli altri, osservato Pietro Scoppola, vi era al fondo “una diversa percezione in Francia e in Italia dell’eredità della Resistenza”. Non soltanto perché in Francia essa era stata in larga misura incarnata da de Gaulle ma perché “nella visione del generale la Resistenza non [era] una parte della Francia ma il tutto”, essa si legava alla mistica della “France Libre”; era “la nazione stessa nella sua continuità”(Scoppola 315 e ss.). Da tale prospettiva derivava il radicale rifiuto di Vichy dichiarato, anche sul piano della continuità statuale, come ‘nullo e non avvenuto’: non una deviazione o un cedimento dello spirito francese ma, nella visione gollista, vera e propria anti-Francia, negazione assoluta dei valori fondativi della Nazione, irrecuperabile a una sintesi che si ponesse anche soltanto sul terreno di un’interpretazione storica.

Risultava del tutto inapplicabile quindi alla visione di de Gaulle, l’argomentazione sottile di Augusto Del Noce, per la prima volta formulata proprio su “L’Ordine Civile”, circa il superamento della dicotomia fascismo/antifascismo76 come chiave di volta dell’interpretazione della storia recente d’Italia, e come supporto teorico a scelte di schieramento parlamentare, come quelle che avevano, sul piano teorico appunto, sostenuto l’infelice esperimento Tambroni.

Tutto ciò avrebbe avuto conseguenze tenaci, tali da differenziare le rispettive culture politiche, di qua e di là dalle Alpi. La marcia sull’Avenue des Champs-Elisées nel maggio del 1968, espressione dell’adesione a de Gaulle, contro la nuova ‘dittatura’ di Parigi e della sua intellighenzia, da parte di una Francia che si affermava maggioritaria e era indubbiamente in prevalenza conservatrice, vedeva pur sempre in prima fila due intellettuali-scrittori in grado – fin proprio dai giorni della Resistenza – di parlare all’intera nazione: François Mauriac e André Malraux; e accanto ad essi il rappresentante più emblematico del liberalismo classico, Raymond Aron77.

Nulla di tutto questo sarebbe stato pensabile, per limitarci a questo unico esempio, nelle marce milanesi della prima metà degli anni Settanta, ove il tema della “maggioranza silenziosa” veniva ripreso, ancora una volta, in chiave italiana: nei termini di una reazione alla minaccia comunista disgiunta dall’affermazione di una continuità ideale e politica con i princìpi di resistenza alle dittature totalitarie di destra di cui, viceversa, in Francia, de Gaulle era il depositario e l’interprete.

Insomma, per adattare al nostro contesto una celebre frase78, il gollismo non era, in ogni caso non sarebbe in alcun modo divenuto, una merce d’importazione.

1L’orientamento del periodico aveva mostrato nel corso della campagna elettorale maggiori simpatie per il candidato repubblicano: cfr. Elezioni U.S.A. Fiducia a Nixon, in “L’Ordine Civile” (d’ora in poi: OC), 1-15 agosto 1960, p. 10-11 , ove si contesta che “la fede religiosa di Kennedy sarebbe una garanzia assoluta contro cedimenti o debolezze nei confronti del comunismo”(ivi, p. 11). Sulle prime dichiarazioni di Kennedy, cfr. Risposta a ‘Il Mondo’, OC, 15 settembre 1960, p. 19.

2Una prima versione di questo testo è stata presentata in occasione del IV convegno internazionale della Fondazione Salvatorelli svoltosi a Marsciano (PG) dal 3 al 6 novembre 2010 sul tema “La milizia della cultura: le riviste militanti in Italia e in Europa dal 1945 al 1968” (atti in seguito non pubblicati): l’impostazione di questo articolo e in particolare il tentativo di saldare l’aspetto della militanza intellettuale agli eventi politici, è dunque riconducibile alla sollecitazione originaria di quel titolo.

3Avvenuta a Genova l’8 maggio 2009.

4Cfr. il numero monografico de “Il domenicale”, 8 maggio 2010, La forza del pensiero. Don Gianni Baget-Bozzo a un anno della scomparsa, ove, tra i vari interventi (in cui al di là del tono talvolta celebrativo di alcuni di essi, si trovano numerose informazioni e considerazioni utili), M. Cacciari osserva come “in lui la dimensione religiosa, sviluppata in alcune opere fino al misticismo ‘reagisce’ con quella politica, condotta fino alla pratica più diretta; l’attenzione al logos propriamente filosofico (e teo-logico) si alimenta di una incessante curiosità per tutte le altre dimensioni del fare […]” (ivi, p. 8)

5Sul tema specifico di questo saggio si veda Tassani 1991 e 1976, pp. 81-109. Per una collocazione in più ampia prospettiva di quelle vicende, si veda Tassani 2010. Colgo l’occasione per ringraziare Giovanni Tassani per la lunga conversazione avuta con lui sui temi oggetto di questo saggio alla vigilia del convegno di cui alla nota 3, per me particolarmente ricca di stimoli e di informazioni, anche bibliografiche. Senza quell’apporto il presente lavoro non avrebbe potuto assumere la forma attuale. Degli esiti, come è doveroso e consuetudine dire, sono ovviamente il solo responsabile.

6Cfr. Tassani 1988. La nuova rivista risultava “finanziata in parte da Luigi Gedda in ragione della stima per il suo direttore Gianni Baget Bozzo, che già sette anni prima gli si era rivolto per un aiuto a Felice Balbo e al suo gruppo uscito dal Pci” (Tassani 1991, 258).

7Ivi, p. 257.

8“In fondo, si potrebbe dire – ha scritto Silvio Berlusconi – che per don Gianni, io sono stato la conferma della sua convinzione secondo cui la storia agisce secondo un disegno provvidenziale che si rivela però dalle possibilità che la libertà immette nella storia” (Ancora oggi don Gianni ci protegge, in “Il domenicale”, p. 3). Può darsi. Ma è difficile dire come Baget Bozzo potesse conciliare la fedeltà al tessuto di costumi e di presupposti morali radicati nella cultura cattolica, che gli erano cari e la cui difesa costituisce uno dei temi portanti dell'”Ordine Civile“, con la vera e propria eversione di quei valori cui la televisione commerciale, a partire dagli anni Ottanta, avrebbe con grande efficacia operato.

9OC, 25 giugno1959, editoriale dal titolo Potere politico e ordine civile, p. 1.

10Ivi, 10 luglio 1959, p. 1.

11Ivi.

12Ivi.

13Dal Sillon a Maritain, in OC, 1 ottobre 1959, p.2. Di Del Noce si veda l’articolo Maritainismo 1935 e maritainismo 1959, nel precedente numero del 10 agosto 1959, ove con riferimento all’opera di Maritain – da Umanesimo integrale al saggio sulla ‘fine del machiavellismo’ – vengono affrontate questioni molto pratiche (in particolare la possibilità di utilizzo parlamentare dei voti del Msi).

14Il falso antifascismo, in OC, 1-15 agosto 1960, p. 9. La polemica nei confronti dei partiti è una costante nelle pagine della rivista: cfr. la serie di tre articoli, firmati, di Baget Bozzo sui numeri del 15 giugno, 1 luglio, 15 luglio 1960.

15Ivi.

16Articolo Non sappia l’elettore… in OC, 15 ottobre 1960, p. 3.

17Ivi.

18A. Del Noce, Idee per l’interpretazione del fascismo, in OC, 15 aprile 1960, pp. 15-18.

19Ivi, p. 18.

20G. Baget Bozzo, Totalitarismo e cristianesimo, in OC, 1 0ttobre 1960.

21Dal Sillon a Maritain, cit., p. 4.

22Editoriale Potere politico e ordine civile, in OC, 25 giugno 1959, p. 2.

23La prima enciclica di Giovanni XXIII, in “Note e commenti”, OC,10 luglio 1959, p. 11.

24DC: un potere non un ideale, 10 agosto 1959, pp. 10-12, la cit. a p. 11.

25Il governo Segni e il congresso DC, in OC 10 luglio 1959, p. 12

26“Si voleva, come allora si disse, dare alla Dc nelle zone depresse di Italia una forte struttura organizzativa, capace di affiancare l’impegno politico del partito e del governo con mezzi e strumenti moderni. Si affittarono nuove sedi, si distribuirono bandiere, radio, televisori; si inviarono nei comitati provinciali fuonzionari appositamente preparati al centro; tutte cose che l’on. Fanfani a Trento definì ‘strumenti ai combattenti scudo-crociati’. Ma ci si guardò bene dall’affrontare i veri problemi del partito al Sud; il trasformismo dei dirigenti provinciali e sezionali, i tesseramenti gonfiati fino all’assurdo, il più completo analfabetismo politico della base” (Fanfani e l’organizzazione, in OC, 15 settembre 1959, p. 189).

27Le correnti a congresso, in “Note e commenti”, 1 ottobre 1959, p. 16

28Cfr. Dal dossettismo alla sinistra laica, 15 novembre 1959, p. 1.Cfr. per una visione d’insieme la sintesi di D. Saresella, 2011.

29Cfr. l’editoriale, La trahison des laïcs, OC, 1 maggio 1960, p. 1.

30Ivi.

31Ivi.

32Ivi.

33Cfr. l’art. di O. Bucci, Il sonno della ragione, in OC, 1 maggio 1960, p. 6.

34Ivi, p. 7.

35Ivi.

36Ivi.

37Ivi.

38Editoriale (in questo caso firmato da G. Baget Bozzo), Dal dossettismo alla sinistra laica, in OC, 15 novembre 1959, p. 1.

39Ibidem: a giudizio di Baget la prima forma di sinistra, quella da lui definita laica machiavellica, “nasce sul terreno del dualismo dossettiano”, e ad essa “la critica dello Spettatore e del Dibattito serve soltanto come critica definitiva di ogni pensiero politico e di ogni valutazione dottrinale della realtà politica”.

40Stato o partito, I, in OC, 15 giugno 1960, p. 6.

41DC: un potere, non un ideale, in OC, 10 agosto 1959, p. 11.

42Ivi.

43Editoriale La via dell’avventura, in OC, 15 marzo 1960, p. 2.

44Ivi.

45OC, 15 aprile 1960, p. 2.

46Cfr. la recensione di G. Baget Bozzo nel sito Ragionpolitica.it, alla data 25 maggio 2001.

47L’episodio cui si allude nel testo è l’attesa per il discorso di Gianfranco Fini, allora entrato in contrasto con Berlusconi e la maggioranza del Pdl, all’annuale Festa tricolore svoltasi, appunto nel settembre del 2010, a Mirabello (FE), luogo simbolico dell’Msi di Almirante. Per un inquadramento della vicenda Tambroni in una prospettiva di particolare attenzione alle vicende interne del Movimento sociale, cfr. il libro di una delle figure intellettuali più interessanti della destra italiana (che ebbe tra l’altro con Baget Bozzo un intenso rapporto ai tempi della rivista “Lo Stato” e della costituzione di quella rete dei “Centri di Ordine civile” che alcuni anni prima della Nuova Repubblica di Pacciardi, avrebbero sollevato il tema della repubblica presidenziale): (Accame 2001, 171-179). “Pare … venata di pur comprensibili pregiudizi” scrive tra l’altro Accame “ la convinzione di quanti sostengono, come Pietro Scoppola, che il Msi abbia deciso di tenere il congresso a Genova ‘con evidente intento provocatorio’”. In realtà, a giudizio di Accame, il partito, sotto la direzione di Arturo Michelini avrebbe a quel tempo cercato di “sancire la definitiva legittimazione democratica di un movimento sorto nel dopoguerra dalle nostalgie fasciste, anticipando i passi tentati con la scissione di Democrazia nazionale (dicembre 1976) e infine compiuti con la creazione di Alleanza nazionale (gennaio 1995)”(ivi, p. 174 e s.). Su questi temi, in un’intervista alla testata erede almeno nella denominazione della tradizione politica del Movimento sociale italiano, è più recentemente intervenuto Giovanni Tassani: Fu la Dc, dopo Tambroni, a spingere il Msi nel ghetto, in “Il Secolo d’Italia”, 24 ottobre 2016, consultabile online.

48L’on. Nenni e il franchismo, in OC, 1 giugno 1960, p. 17.

49Cfr. l’editoriale Ordine pubblico e ordine politico, in OC, 15 luglio 1960.

50Cfr. l’importante art. di A. De Sanctis, La vera lotta contro il comunismo, che fissa in termini sintetici la posizione della rivista a seguito della vicenda Tambroni: OC, 15 settembre 1960, p. 7 e s.

51PCI: una tattica non una politica, in OC, 10 agosto 1959, p. 12 e s.

52Ivi.

53La vera lotta contro il comunismo, cit., in OC, 15 settembre 1960. Ma cfr. anche la già ricordata recensione al libro di Philip Cooke ove Baget acutamente coglie le contraddizioni interne alla stessa sinistra, delineatesi a partire da quelle giornate: “Perché Genova luglio ’60 ha creato la categoria chiave degli anni rossi, la contrapposizione tra classe rivoluzionaria e Pci. Il merito del libro [di Cooke] è di seguire il ’60 genovese non nella politica romana come feci io ed altri, ma nella cultura della sinistra e ci ha dato una documentazione che si era forse intuita, ma che non era stata posta alla coscienza culturale, dominata dalla lettura dei fatti di Genova da tutti i partiti dell’arco costituzionale” (Ragionpolitica.it, 25 maggio 2001).

54L’appello del cardinale Feltin e del pastore Boegner, in OC, 25 giugno 1959, p. 13. In tal senso va vista la conclusione dell’articolo di Oddo Bucci che fissava la linea della rivista: “Crediamo […] di assistere veramente ad una svolta decisiva nella vita del popolo algerino. Il generale de Gaulle guida la Francia: portato al potere dagli ultras” – si osservava lucidamente – “quasi per legittimare la loro posizione di intransigenza, de Gaulle attraverso quella gradualità che gli è propria nel risolvere i più gravi problemi, sta dando sempre maggiore consistenza alle speranze di pace […] Siamo agli inizi del 1960: non possiamo che formulare l’augurio che questo sia l’anno del riconoscimento dell’Algeria libera in nome di quel diritto umano che è universale a tutti popoli” (Il problema algerino, in OC, 15 gennaio 1960, p. 11). Nel sostenere queste posizioni – ove esplicito era l’auspicio dell’”indipendenza” dell’Algeria – l’”Ordine Civile” era del resto coerente a una certa linea ‘terzomondista’ assunta dalla rivista. Si può, ad esempio, citare il giudizio relativo all’appena consumatosi rovesciamento di regime a Cuba: “L’esperimento di Castro merita la massima attenzione perché potrebbe veramente aprire una via nuova nel sistema politico-economico sud-americano e soprattutto capace di spazzar via radicalmente in questi paesi gli ultimi residui di un radicalismo pseudo-popolare” (Cuba e l’America Latina,in OC, 1 maggio 1960, p. 14).

55L’appello del cardinale Feltin e del pastore Boegner, cit., p. 13.

56Ivi.

57Ivi.

58Ivi.

59L’Algeria problema africano, in OC, 10 agosto 1959, p. 15.

60Quando in Francia, sotto la pressione del problema algerino, si apre la crisi della IV Repubblica e de Gaulle nel 1958 dà vita a un nuovo ordinamento costituzionale, in Italia si diffonde, non solo nella sinistra ma in tutti gli ambienti politici, la sensazione che la nazione sorella si incammini sulla via del fascismo” (Scoppola 1999, 313): ma si veda tutto il paragrafo “Francia e Italia: la via istituzionale e la via politica”, pp. 313-320). Scoppola, a lungo, si noti, interlocutore critico delle tesi di Augusto Del Noce, così proseguiva: “In Francia […] La costituzione del ’46 non era stata identificata con la resistenza; de Gaulle ha potuto criticarla e può travolgerla senza spezzare la continuità della resistenza e della Francia democratica”. E dunque: “Il ritorno di de Gaulle nel ’58 ha in questa immagine della Resistenza un presupposto naturale e un elemento di garanzia democratica”(ivi, p. 316). Completamente diverso il quadro di riferimento al di qua delle Alpi: “[…] in Italia il ritorno di de Gaulle non può essere visto in questa luce, perché la Resistenza era stata sentita invece come divisione e discontinuità rispetto alla storia precedente, non soltanto fascista ma [anche] prefascista” (ibidem): temi, come si vede, al centro della riflessione dell’”Ordine Civile che, tuttavia, finirà entro breve esso stesso vittima di una forma diversa, ma speculare, di ‘incomprensione’.

61Il libro di Sogno, nell’ultimo capitolo, risente di un’ amarezza retrospettiva e di un qualche velleitarismo nella proposta concreta. Ma ciò non inficia la chiara e documentata analisi della vicenda gollista, tale da costituire un’esempio di comprensione (al di là delle conseguenze pratiche che Sogno credette di darne) indubbiamente raro nella cultura politica italiana.

62Editoriale (firmato Giovanni Baget-Bozzo), Per una interpretazione del gollismo, in OC, 15 dicembre 1959, p.1. Come osserva giustamente Chiarini, tra coloro che rivendicano l’esperienza gollista in Italia, “diverse sono … sia le fonti ispiratrici che le prospettive. Mentre, infatti, l’orizzonte di Pisanò e di Pacciardi è strettamente politico-istituzionale, quello dell’ex seguace di Dossett è anche ‘religioso-profetico’”(La fortuna del gollismo in Italia. Le suggestioni, cit., p. 196): è proprio tale circostanza, a mio avviso, a consentire in Baget una più articolata comprensione della personalità storica di de Gaulle.

63G. Baget Bozzo, Per una interpretazione del gollismo, cit., p. 1.

64Ivi.

65Ivi, p. 2.

66De Gaulle magnifique, in OC, 1 febbraio 1960, p. 1 e s.

67Francesco Mercadante.

68Moi De Gaulle, in OC, 15 giugno 1960, p. 18 e s.

69A. De Sanctis, La vera lotta contro il comunismo, in OC, 15 settembre 1960.

70G. Baget Bozzo, Per un’interpretazione del gollismo, in OC, 15 dicembre 1959, p. 1.

71Ivi.

72Editoriale dal titolo Secondo tempo in Francia, siglato O.B. [Oddo Bucci], in OC, 15 ottobre 1960, p. 1.

73Ivi, p. 2.

74Art. di F. Belfiori, La protesta nazionale, in quello stesso numero, p. 5. Si assisteva dunque a un vero e proprio rovesciamento di posizioni: “L’Algeria viene ad avere … un’importanza strategica di primo piano; abbandonarla significherebbe offrire ai sovietici un’arma micidiale di cui essi si servirebbero presto contro noi stessi […] È una fede nell’Europa quella che anima gli ‘ultras’, una fede nel destini dell’Europa e dei compiti della Francia all’interno dello scacchiere europeo” (ibidem, sottolineatura mia). Vengono così anticipate le posizioni che, con crescente radicalizzazione di discorso, saranno sostenute dalla rivista che raccoglierà l’eredità dell’”Ordine Civile”, “Lo Stato” (cfr. Chiarini, p. 207 e s.).

75L’appello del cardinale Feltin e del pastore Boegner, cit., p. 13.

76Cfr. A. Del Noce, Idee per l’interpretazione del fascismo, cit.

77La rilevante differenza tra i movimenti e partiti gollisti in Francia e il ‘gollismo all’italiana’ è riscontrabile anche dal raffronto tra riviste come l’Ordine Civile, ovviamente nella sua fase di adesione all’azione politica di de Gaulle, e una importante, ma poco conosciuta, rivista di area gollista, pubblicata tra 1949 e 1953 con il titolo Liberté de l’esprit. Diretta da Claude Mauriac, figlio del celebre srittore e a sua volta una delle personalità intellettuali francesi di maggiore originalità, che nei successivi decenni avrebbe tentato un’ardua composizione tra la fedeltà a De Gaulle e il sodalizio intellettuale e politico con Michel Foucault, la rivista pubblicata negli anni del RPF ma da esso formalmente autonoma, aveva tra i più costanti collaboratori Raymond Aron (che con de Gaulle intrattenne come si sa un rapporto complesso) e pubblicava scritti, tra gli altri, di J. Burnham, E. Cioran, K. Jaspers, D. de Rougemont, L. Senghor, A. Toynbee oltre a, naturalmente, di A. Malraux. Della complessità, e anche contraddittorietà dei riferimenti culturali inerenti il gollismo scarsa eco arrrivava in Italia (e del resto la rivista, bisogna aggiungere, Liberté de l’esprit ebbe un’assai limitata circolazione nella stessa Francia).

78“Il fascismo non è merce d’esportazione”, attribuita a Mussolini e frequentemente citata anche se da lui esplicitamente disconosciuta.

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