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Posted in Memoria del quotidiano, Numero 31 - Marzo 2013, Numero 31 - Memoria del quotidiano, Numero 31 - Rubriche

Luoghi della memoria  e culto dei caduti italiani in Tripolitania (1911-1914)

Luoghi della memoria e culto dei caduti italiani in Tripolitania (1911-1914)

di Marco Bizzocchi

Abstract

L’obiettivo della ricerca è quello di evidenziare la presenza di alcuni luoghi della memoria italiani di periodo liberale in terra coloniale, prevalentemente in Tripolitania, e di analizzarne alcune delle caratteristiche predominanti. La ricerca ha portato a risultati in gran parte coerenti con la storiografia di ambito nazionale, evidenziando un debole impegno governativo nel proporre strumenti in grado di creare una solida coscienza coloniale in colonia. Inoltre il testo, oltre a descrivere i lieux ed interpretarli, evidenzia l’indubbia funzione stereotipante che questi luoghi nascondono, mantenendo inalterate nel tempo alcune interpretazioni di avvenimenti, che andrebbero sicuramente rivisitate e re-interpretate.

 

Abstract English

The objective of the research is to highlight the existence of some Italian places of memory of liberal period into colonial land, mainly in Tripolitania, and analyze some of their predominant features. The research has led to results in a large part coherent with our historiography in national sphere, highlighting a weak government commitment to propose tools able to create a solid colonial conscience in colony. Moreover the text, in addition to describe the lieux and explain it, highlight an undeniable stereotyped function that these places hide, keeping unaltered in time several explanation of events, that would certainly revisited and re-interpreted.

Descrizione della ricerca e premesse metodologiche

Nel settembre del 1996 Nicola Labanca ha pubblicato, all’interno della curatela di Mario Isnenghi, I luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, un saggio dedicato ai luoghi della memoria coloniali nell’Italia liberale. Lo studio contiene una rassegna, divisa tra la produzione legata a circoli espansionistici locali e nazionali e quella statale, di alcuni dei principali lieux de mémoire italiani, di periodo liberale, dedicati all’oltremare: francobolli, esposizioni coloniali, toponomastica stradale, cartoline, fogli volanti e, naturalmente, monumenti e lapidi (la lista è riassuntiva, non sono ovviamente presenti tutti i casi considerati da Labanca). L’obiettivo di Labanca è quello di segnalare la presenza di questi luoghi e di dare una lettura complessiva delle strategie, adottate da governo e circoli espansionistici per “popolarizzare la prospettiva coloniale e per mantenerne vivo il ricordo e aperta la strada” (Labanca 1996, 287).

Lo storico fiorentino, che conclude un ragionamento sulla “monumentomania” coloniale italiana in patria, aggiunge questa nota a piè pagina:

[…] merita di essere segnalata la tempestività e, relativamente, una certa dovizia di erezione di monumenti coloniali italiani nella colonia stessa. Qui però la monumentomania coloniale assume un segno e un senso tutto diverso: di occupazione di un territorio e di uno spazio in partenza non propri, di compattamento della componente bianca e di minaccioso ammonimento per l’altra, autoctona. S’intendono così lapidi, cippi e monumenti che divenivano un lieu classico per la comunità coloniale italiana e per le sue manifestazioni e sfilate, anche a vari decenni di distanza (Labanca 1996, 280n).

 È un primo e raro riferimento della storiografia italiana nei confronti di lieux de mémoire italiani in colonia1.

La segnalazione di Labanca merita sicuramente uno studio approfondito per rintracciare i luoghi della memoria nelle varie colonie italiane, dalle prime esperienze in Africa Orientale fino alla conclusione della parabola imperiale. La presente ricerca intende offrire un primo tassello a questo grande proposito, andando a rintracciare alcuni riferimenti, effettivamente riscontrati, di quanto sostenuto da Labanca, in Tripolitania fino al 1914. È possibile fare ciò attraverso la testimonianza scritta di persone che parteciparono alla Prima escursione nazionale in Tripolitania organizzata dal Touring Club Italiano nell’aprile-maggio 1914. Sappiamo inoltre dell’esistenza di altre due manifestazioni; ma della prima di queste, organizzata dalla Dante Alighieri alla fine del 1912, allo stato attuale delle fonti abbiamo a disposizione solo poche colonne molto generiche, riportate nel volume di gennaio 1913 degli Atti della Società nazionale “Dante Alighieri”, che non ci permettono di fornire un quadro d’insieme specifico e dettagliato. Della seconda, ancora più oscura, abbiamo a disposizione pochissime informazioni reperite in un foglio ciclostilato dove si invitano gli italiani a partecipare al Primo pellegrinaggio nazionale alle tombe dei valorosi caduti in Tripolitania e Cirenaica. L’invito alla stessa manifestazione è apparso anche sulle colonne di quotidiani come “La Lombardia” (Grande pellegrinaggio… 1912) nelle quali si sosteneva che la carovana, organizzata da Cesare Magnani, uomo di provata esperienza nell’organizzare manifestazioni patriottiche, doveva svolgersi dall’1 al 15 dicembre 1912, e vi era prevista la partecipazione di 3000 persone (Primo pellegrinaggio italiano… 1912). Non sappiamo se la manifestazione avvenne davvero2 ma queste notizie, frammentate e poco chiare, ci permettono comunque di attestare un qualche interesse della Penisola per gli avvenimenti africani e ci confermano che il culto dei caduti italiani è effettivamente approdato nell’oltremare.

Molto chiare risultano invece le giornate trascorse dai gitanti del Touring Club Italiano in Tripolitania nell’aprile-maggio 1914. Per questa carovana abbiamo a disposizione sia il resoconto di viaggio “autobiografico” di Mario Tedeschi3 dalle colonne della “Rivista mensile del Touring Club Italiano” (Tedeschi 1914), sia diverse memorie di viaggio di gitanti che, una volta tornati in Italia, e per motivi tra loro diversi, misero nero su bianco il ricordo della propria esperienza4. A complemento delle fonti si trova anche un ricco apparato fotografico conservato sia nell’articolo di Tedeschi, sia in almeno due resoconti privati e nell’archivio storico del Touring Club Italiano a Milano. Questa carovana è la principale fonte che ci ha permesso di rintracciare notizie e informazioni riguardanti i luoghi della memoria italiani in Tripolitania e il culto dei caduti di cui sono stati fatti oggetto. Dall’analisi delle fonti è possibile cogliere la presenza di diversi lieux: principalmente monumenti, lapidi, cimiteri e francobolli5 ma anche nomi di strutture ristoratrici (come il ristorante “Italia”, dove i gitanti del Touring hanno pranzato e/o cenato quando si trovavano a Tripoli), o la toponomastica stradale costruita dalle truppe di montagna, che rimanda ai nomi delle cime alpine o delle piazze, come quella di Homs, dedicata alla giornata del 12 giugno 1912. Ancora, è dato rintracciarne nella prima realtà museale della Tripolitania, sempre ad Homs, dove vengono custodite alcune rovine di Leptis Magna.

In territorio coloniale, infatti, il rapporto di forza tra dominato e dominatore si esterna soprattutto nell’instaurarsi delle condizioni e nel palesarsi delle possibilità prima di allora impossibili. Il dominio dei nomi e dei significati è la dimostrazione più palese del dominio politico in regione. Anche per la componente bianca, lieux quali il ristorante o i nomi delle vie svolgono funzione di “compattamento”, dando al colono la sensazione di patria6.

Trattare di ogni singolo luogo è, però, questione che va oltre i limiti di questo saggio e abbiamo preferito selezionare alcuni degli esempi più significativi per cogliervi ogni sfumatura utile al nostro scopo. Questo perché, vista la natura delle fonti in esame, spesso la notizia si limita a descrivere i luoghi senza aggiungere alcuna informazione. Per tale motivo, abbiamo scelto di compilare una semplice lista di luoghi di interesse e di mantenere un approccio a gamma d’azione più ristretta ma più profonda che ci permettesse di cogliere anche aspetti meno immediati del lieu. Ci siamo soffermati su monumenti e cimiteri costruiti dalle forze armate non solo perché meglio evidenziati dalle fonti a disposizione, ma anche perché, in Libia, essi rappresentano la grande maggioranza dei casi. Come in Italia (Labanca 1996, 286-289), infatti, sembra che in questi primi anni di dominazione il governo liberale non si sia interessato a costruire una forte coscienza coloniale in colonia e se vogliamo trovare un effettivo impegno in questa direzione, dobbiamo volgere il nostro sguardo all’esercito o all’associazionismo patriottico7.

Trattando di cimiteri e monumenti di commemorazione militare, i grandi protagonisti che emergono dall’oblio sono i soldati caduti che, grazie ai lieux, vengono conservati nella memoria collettiva. Sarà quindi indispensabile soffermarsi anche sull’estetica e sulla natura di queste figure disvelate, così come vengono presentate dai lieux e come vengono colte da chi, visitatore o colono, si è recato a visitare questi luoghi.

Nello svolgere la funzione di diffusione e conservazione di un messaggio, il lieu, in Tripolitania, compie un’azione attiva e, nello stesso tempo, ne subisce una passivamente. L’azione attiva consiste nel collegare il soggetto alla memoria del lieu, operazione legata all’aspetto estetico di quest’ultimo: la sua forma, il luogo in cui è collocato, eventuali iscrizioni e simboli, ecc., che sono gli strumenti con i quali chi ha fatto il progetto del lieu intende diffondere immagini e conservarle nel tempo. Si tratta sostanzialmente di un’azione premeditata dell’artista o di chi ha deciso la realizzazione del luogo. L’azione passiva invece, emerge nel momento stesso in cui, nel soggetto osservante, irrompe il ricordo legato al luogo. Posto di fronte al lieu, il soggetto approda sicuramente a un particolare ricordo condiviso dalla collettività, determinato proprio dall’azione “attiva” del lieu. Allo stesso tempo, l’immagine mnemonica finale è inevitabilmente contaminata dalla personale interpretazione dei fatti data da ogni soggetto osservante. L’azione passiva che, in sostanza, il lieu subisce, è quella determinata dalla libertà del soggetto di generare, almeno in parte, quello che dal lieu emerge a livello mnemonico.

La visione personale del soggetto in genere è legata a uno sfondo politico ben determinato e concreto. Se si immaginano tre personalità decisamente diverse del mondo politico italiano della prima metà del XX secolo, Prezzolini, Corradini e Caetani (la selezione ha l’unico criterio di scegliere tre personalità politiche differenti, la selezione particolare però è totalmente casuale), e si pongono di fronte al medesimo lieu, tutte e tre le immagini mnemoniche prodotte avranno sicuramente la medesima “sceneggiatura”, ma altrettanto sicuramente ognuna delle tre sarà più o meno diversa dalle altre due. Questo dipende dalla personale opinione del soggetto in merito all’evento che il lieu conserva. Per Corradini per esempio, un monumento in Tripolitania a ricordo dei caduti di Henni e Shara Shatt (Sciara Sciat nella cultura italiana) potrebbe apparire come un tempio elevato alla memoria dei martiri per la grandezza della nazione nella competizione mondiale, mentre per Caetani, orientalista di fama internazionale ed uno dei pochi parlamentari ad essersi opposto alla guerra italo-turca (cfr. Mastrogregori 2011; Del Boca 2010, 60), l’immagine mnemonica rievocherebbe sempre dei caduti, ma questa volta colti nella loro dimensione tragica, cioè come coloro che sono stati vittime dell’ignoranza italiana verso la cultura araba e per questo caduti in trappola.

Dai vari resoconti della carovana, possiamo cogliere sia l’azione attiva del lieu, sia soprattutto la particolare azione passiva che, dai gitanti, il lieu ha subito. Ci viene in aiuto l’analisi di alcuni discorsi e di cerimonie svolte davanti al monumento di Henni e di Shara Shatt, che ci permette di capire quello che ha effettivamente colpito il soggetto. In sostanza, il mondo dell’esercito che ha costruito materialmente i lieux e quello dei gitanti che attraversarono i mare per visitarli, bisogna valutarli come due realtà differenti e separate.

Il cimitero di Henni: tra barbarie e stereotipizzazione

La prima tappa, toccata sia dai gitanti del Tci che da quelli della “Dante Alighieri”, è stata la visita al cimitero militare di Henni8. Esso raccoglie le spoglie “dei prodi caduti nelle fatali giornate del 23 ottobre e del 26 novembre” 1911 (Tedeschi 1914, 368). Il luogo in cui sorge il cimitero non è casuale e presenta più di un aspetto interessante; un’immagine suggestiva ci viene fornita da una serie di testimonianze, la prima delle quali è di Paolo Pasi, partecipante alla carovana:

Siamo sopra una piccola altura sabbiosa, al piede della nuova cinta di fortificazioni che difende Tripoli, resa in questo punto più valida dal forte di Henni. Salendo sull’osservatorio del forte si domina tutta la vasta piana verde e giallastra dell’oasi, poiché ci troviamo al centro di essa, e si comprende l’importanza strategica della posizione. Su questa nuda altura si raccolgono le più commoventi memorie e rovine e ricordi. Qui le tombe sempre ornate di fiori, ove riposano le salme di quelli che caddero combattendo il 23 ottobre e il 26 novembre, e fra i quali non può essere dimenticato l’ufficiale Verri; qui la moschea di Henni, ridotta dai nostri cannoni ad un mucchio di rovine, dopo che vi furono trovati uccisi e mutilati molti dei nostri; qui il famoso pozzo nel quale gli Arabi con furore barbaro aveano gettato i soldati italiani che aveano fatto a pezzi ed ai quali avevano strappato gli occhi per farne trofei degni di cannibali. Nello aggirarsi in questo luogo il ricordo dei fratelli morti eroicamente si imprime vivissimo nell’animo e ben si sente che il loro sacrificio li rende immortali, perché essi vivono nel culto dei morti per la grandezza della patria (Pasi 1914, 10).

Una seconda testimonianza dello stesso luogo ci viene dall’ingegner Giovanni Bearzi:

Nelle ore pomeridiane la carovana visita Henni e Sciara Sciatt. Questi nomi ci turbano e ci fanno fremere. Il fortino turco, già ristaurato dall’Italia, è là che si innalza, funestamente celebre, per le sanguinose giornate; ovunque si vedono le traccie del tremendo conflitto. Dalla specula in legno appare la estesa pianura della oasi insidiosa. Ancora è al suo posto il reticolato. Nella vecchia moschea sono collocate le scuole, un’altra moschea è bombardata. Ultima nefanda visione, il pozzo dove giaciono le salme dei crocifissi!! Da ultimo assistiamo alla mesta cerimonia per i caduti, che un modesto monumento raccoglie (Bearzi 1914, 16).

 Ed infine una terza, del cavalier Carlo Albanese:

ci siamo recati ad Henni sulla via di Sciara-Sciat, giungemmo ad una specie di lunga e vasta duna, che a sinistra avea il mare con la imponente cinta di mura che circonda ora tutto il territorio di Tripoli, a destra il piano e dietro stradelle incassate, muretti di giardini, siepi di fichi d’india e palme. Accompagnati da bravi Ufficiali e distribuiti per gruppi, andavamo soffermandoci ed ascoltando col cuore agitato e le facce piene di mestizia: Ecco il pozzo dove furono gettati semivivi 17 bersaglieri – circa un metro di muretto attorno ad un fosso, con armatura di ferro in alto, per la carrucola che sostenea la corda per tirare l’acqua, ed una iscrizione rustica che dicea: SACRO ALLA PATRIA/ 82° FANTERIA 3° BATTAGLIONE 23 OTTOBRE 1911 (Albanese 1914, 22).

Le tre testimonianze offrono punti di vista e inquadrature alternative soffermandosi, ognuna, su particolari e dettagli diversi; quello che però non varia nei tre testi è il riferimento al “famoso pozzo”. La fama acquisita da tale pozzo ha la sua origine in un fatto di cronaca di guerra: nella giornata del 23 ottobre 1911, il lato sud-est del fronte italiano passante per le posizioni principali (descrivendo da ovest ad est, quindi con la fronte a mare) di forte Messri, Henni e il villaggio di Shara Shatt viene pesantemente attaccato dalle azioni congiunte dell’esercito regolare turco da sud e della popolazione araba in rivolta del villaggio di Shara Shatt e della stessa Tripoli (vi è una buona descrizione dell’attacco, con particolare attenzione alle quantità di uomini impiegati da parte turca-araba, in Dore 2009). I bersaglieri dell’11° reggimento, responsabili della posizione, si trovarono accerchiati e pochissimi riuscirono a salvarsi. Angelo Del Boca (2010, 109) ci riferisce che la rivolta araba coinvolse sia uomini che donne, sia vecchi che bambini e che fu spietata “come tutte le ribellioni venate non soltanto di xenofobia ma di fanatismo religioso”. In questa cornice avvenne il fatto che diede la fama al pozzo visitato dai gitanti: non si conoscono con esattezza le dinamiche dell’accaduto, anche le tre testimonianze sopra riportate offrono versioni leggermente diverse una dall’altra. Quello che a noi interessa, non è arrivare alla verità del fatto in sé, ma sottolineare il comune carattere di barbarie che dalle tre testimonianze affiora.

Il tema della barbarie è centrale per comprendere l’aspetto forse più incisivo di questi luoghi della memoria; veniva utilizzato generalmente, dalla classe politica italiana di quegli anni, per definire macroscopicamente la realtà storica della Tripolitania nei secoli che separano la fine della dominazione romana e il 1912, anno della dichiarazione di resa dell’impero ottomano all’Italia9. Il pozzo, nell’essere il diffusore della memoria di un fatto di barbarie perpetrato dagli arabo-turchi a danno dei soldati italiani, non solo appare come una conferma dell’interpretazione storica data a tanti secoli di storia libica (“il popolo arabo è effettivamente barbaro”), ma diventa anche un oggetto con il quale il cittadino italiano incrementa e conferma la propria idea di se stesso come “soggetto civile”. Quest’ultimo passaggio avviene riconoscendo il soldato italiano quale vittima di un atto di barbarie, vittima che il governo, con la complicità delle testate giornalistiche e dell’esercito, fa di tutto per non trasformare a sua volta in carnefice, agli occhi dell’opinione pubblica10. L’obiettivo è quello di costruire un’identità nazionale capillare basata sulla totale alterità tra il “noi” e il “loro”.

Il pozzo contribuisce in maniera preponderante a disegnare, nella mente del gitante, l’idea della guerra in una dimensione manichea; le sfumature tra bianco e nero perdono di significato; bene-male, vittima-carnefice, civiltà-barbarie, sono binomi concettuali impiegati, nella loro inflessibile rigidità, per descrivere e spiegare gli accadimenti di Henni e Shara Shatt. Le informazioni e le notizie riguardanti il comportamento riprovevole tenuto dagli italiani nei confronti del popolo libico già dai primi giorni dallo sbarco, nel quale rientrano maltrattamenti e stupri, e che potrebbero controbilanciare e quindi fornire almeno una spiegazione di ordine psicologico delle efferate azioni arabo-turche, non passano le strette maglie della censura, obbligando l’opinione pubblica a spiegarsi Henni come un raptus barbarico derivato non dall’esasperazione del momento, ma dall’effettiva natura barbarica della popolazione libica. Il ricordo di questi avvenimenti, costruiti dalla dis-informazione, contribuisce a generare stati mentali e dinamiche psicologiche pericolosamente simili a quelli dei soldati durante la guerra. Del Boca (2010, 119-120), per esempio, ci parla di due sentimenti dominanti nella vita della trincea libica: l’odio e il disprezzo, sentimenti che finiscono con l’eclissare la razionalità e lo spirito critico di soldati e giornalisti:

L’odio, […] cresce a dismisura nelle trincee di Tripoli, annega ogni altro sentimento, deforma la realtà, trasforma gli arabo-turchi in mostri e demoni, alimenta il piacere di uccidere. […] All’odio si aggiunge il disprezzo. […] Gli arabi vengono dipinti come bestie [di seguito vengono riportati alcuni esempi]. […] Abbiamo visto […] come gli avvenimenti dal 23 ottobre alla fine del mese vengano ricostruiti e riferiti dai giornalisti italiani presenti a Tripoli, senza un minimo di obiettività e di distacco, senza un solo tentativo di capire anche le ragioni e i diritti degli avversari, accettando acriticamente la tesi del “tradimento”, demonizzando gli arabo-turchi per la loro crudeltà e assolvendo l’esercito italiano anche quando pratica il genocidio e la deportazione.

Per i soldati e gli ufficiali italiani il nemico non aveva un volto umano: “questa gente […] rassomiglia e fa come le belve alla foresta”, sosteneva Omero Bonelli, “paiono bestie vestite”, scriveva Guelfo Ferrari, “vivono nelle case come i maiali […] e quelli di campagna dormono nelle caverne come le volpi”, osservava Leopoldo Antonini (Del Boca 2010). Da questo processo mentale che annebbia lo spirito critico e la moderazione, non è esente nemmeno il mondo del giornalismo, in particolar modo quello nazionalista e imperialista che, spesso e volentieri, era coerente con il mainstream governativo; esso viene alla luce nella sua inquietante realtà nella testimonianza di Federico De Maria (1912, 136-137), giornalista, poeta e scrittore futurista presente alle battaglie:

A contatto con essi [i turchi-arabi] molti di noi, io pel primo che a casa mia, nella mia città, fra gente a me simile, sono stato sempre sensibilissimo al dolore altrui né saprei uccidere a caccia un uccello, ora sento quanto sia inane la pietà, dannoso atto di debolezza.

 Se però, durante il conflitto, la brutalizzazione del nemico aveva cause ben determinate e risultava più comprensibile alla luce di una psicologia di guerra intuibile (Bono 1971, 535-538), vediamo dalle testimonianze dei gitanti che, finito il conflitto, il nemico di un tempo conserva gran parte delle caratteristiche bestiali anche quando viene a mancare il fattore di annebbiamento esercitato da stress, shock e alta tensione caratteristico dell’esperienza della trincea.

In questo si coglie come la dimensione psicologica e manichea del soldato in trincea, che vive sulla sua pelle i drammi del conflitto, e le testimonianze dei singoli giornalisti vengano prima diffuse nell’opinione pubblica attraverso giornali, pamphlet, libri e poi conservate nel tempo attraverso luoghi della memoria come il “famoso pozzo”. Esso mantiene vivo il ricordo manicheo del “barbaro eccidio” (Albanese 1914, 21.), di una “nefanda visione” (Bearzi 1914, 16), di quando “gli Arabi con furore barbaro aveano gettato i soldati italiani che aveano fatto a pezzi ed ai quali avevano strappato gli occhi per farne trofei degni di cannibali” (Pasi 1914, 10). Nelle memorie di questi luoghi il nemico mantiene le fattezze di una folle bestia che dilania corpi e conserva macabri trofei. Un nemico che, secondo Pasi, abbandonata ogni moralità, non conosce il rispetto per i feriti ma approfitta di ogni debolezza avversaria: “alcune modeste tombe […] ricordano i valorosi, i quali, mentre facevano opera umana medicando feriti, furono assaliti dagli Arabi e caddero sopraffatti” (Ibidem, 9).

Il pozzo e il cimitero di Henni hanno la funzione di tenere vivo il ricordo di un avvenimento di barbarie. Proprio questa memoria conservata va a confermare la semplice equazione che sta alla base di gran parte della retorica del discorso coloniale, in Tripolitania, durante la guerra italo-turca (soprattutto dopo Shara Shatt): la Civiltà : la Barbarie = la Vittima : il Carnefice. Di fronte alla così eclatante diversità tra italiani e arabo-turchi tratteggiata attraverso questi lieux, ciò che alla fine veniva portato maggiormente in luce era, appunto, il presunto alto grado di civiltà del popolo italiano. In merito a questo, Alessandro Triulzi ci ricorda che l’Italia, in quanto formazione nazionale ancora incompiuta, necessitava di immagini forti che caratterizzassero l’opposizione tra un “noi” e un “loro” e che questo processo era svolto più per mobilitare la società interna e spingerla verso un senso di unità da opporre all’Altro, che per comprendere la realtà africana (Triulzi 1945, 169) che di norma veniva schiacciata dalla civiltà politicamente dominante. Il “famoso pozzo”, in quanto lieu coloniale, contribuisce a conservare e mantenere nel tempo lo status quo immaginario di un’Africa brutale e selvaggia.

Per quanto riguarda l’impatto psicologico che il soggetto subisce alla vista del luogo della memoria possiamo ipotizzare, attraverso la lettura delle fonti, che si sia trattato di sentimenti di collera nei confronti degli arabo-turchi intrecciati ad altri di pietà per gli italiani. I gitanti presenti al cimitero di Henni, mentre camminavano tra i tumulati, si sentivano pervasi da stati d’animo diversi. Giovanni Bearzi sostiene che anche soltanto i nomi di Henni e Shara Shatt “ci turbano e ci fanno fremere” (Bearzi 1914, 16); Albanese afferma che erano “tutti pieni di raccoglimento e coll’animo oppresso […] andavamo soffermandoci ed ascoltando col cuore agitato e le facce piene di mestizia […]. E procedevamo mesti, e frementi d’ira e di pietà” (Albanese 1914, 21-22). Soprattutto gli ultimi due aspetti risultano i più interessanti: è intuibile che il ricordo di un fatto come quello “narrato” dal “famoso pozzo”, reale o fittizio che sia, possa risultare difficile da razionalizzare e che sia causa di stati emotivi alterati come quelli evidenziati da Albanese. Il punto è che il lieu, nel conservare nel tempo l’immagine del fatto del quale è passivo protagonista, inevitabilmente tende a conservare anche lo stato emotivo alterato che il ricordo dell’evento comporta. Se è vero che il ricordo tende ad avere il carattere dell’evanescenza e quindi è destinato a destrutturarsi e, infine, a scomparire del tutto se non opportunamente coltivato, è altrettanto vero che non si può trascurare questo aspetto psicologico ed emotivo del soggetto di fronte al lieu quando si va a studiare, per esempio, il rapporto che si instaura tra la minoranza italiana, dominante, in colonia e la popolazione autoctona. Alla luce di ciò, riteniamo non privo di significato il porsi la domanda su quale sia stata, da questo punto di vista, l’influenza della quotidiana presenza di questi luoghi della memoria a Tripoli nei rapporti tra autoctoni ed italiani e su come questi influirono sulla gerarchizzazione e sull’amministrazione della società coloniale. Dalle fonti da me reperite, però, non è possibile avere una risposta chiara; resta ineludibile il fatto che il lieu in colonia, anche nella piccola realtà della prima colonizzazione libica, svolse sicuramente una funzione stereotipante e che, con ogni probabilità, andò ad incidere sulla quotidianità della società coloniale africana.

I due monumenti, i tumuli e il culto dei caduti

In riferimento al culto dei morti, in ambito statuario e monumentale, del periodo risorgimentale e post-risorgimentale, Bruno Tobia ha speso parole importanti evidenziando la presenza di tre tipologie diverse di elaborazione del lutto ponendo attenzione anche alla figura del caduto che via via si manifestava: una prima, dedicata al culto del grande eroe, rappresentato soprattutto da Garibaldi, seguita da una seconda tipologia “allargata” in cui, alla statua dell’”eroe dei due mondi”, sono accostati i busti dei compagni più famosi (Tobia 2008, 48-49). Infine, Tobia ha evidenziato una terza tipologia d’omaggio celebrativo:

dai caratteri in un certo senso innovativi, ed è un monumento funerario che o direttamente raduna insieme le spoglie dei caduti oppure che rimanda nella sua composizione formale ad una collettività indistinta [il corsivo è di Tobia] di combattenti, accomunata dallo specifico evento di quella determinata battaglia o di quel particolare fatto d’arme.

 In Tripolitania troviamo una tipologia di omaggio celebrativo molto simile a questa, evidenziata da Bruno Tobia. Bisogna fare però delle precisazioni: tutti i monumenti colti da Tobia sono stati eretti per volontà del governo liberale o dei comuni nel quale venivano a trovarsi. In Tripolitania, almeno fino al 1914, questo genere di monumenti non trova collocazione; il governo liberale non si prodiga per erigere monumenti o statue per commemorare i caduti e gli unici riferimenti che abbiamo trovato e troveremo nelle pagine successive sono paternità dell’esercito. Sappiamo che in questi primi anni di dominazione, l’amministrazione della colonia era in gran parte gestita dalle forze armate e persino i tre governatori che si succedettero alla gestione della Tripolitania erano generali con ampio spazio di manovra: Caneva, Ragni e Garioni (Labanca 2002a, 347-348). Tener presente questa paternità nel mentre si analizzano i lieux e le figure dei caduti è imprescindibile, perché il contesto di costruzione del luogo della memoria può essere diverso a seconda di quale istituzione si sia impegnata nella sua realizzazione.

Iscrizioni, estetica e simbolismo possono essere diversi a seconda del fatto che a costruire il lieu sia stato l’esercito, il governo liberale o una qualsiasi associazione o società privata interessata a questo genere di commemorazioni. Labanca sottolinea il bisogno di studiare separatamente il discorso coloniale militare da quello governativo liberale proprio perché, già dalle prime esperienze in AOI, si nota grande disaccordo tra le strategie e le modalità di conduzione non solo della guerra ma anche dell’amministrazione coloniale (Labanca 2002b). Questa dovuta precauzione metodologica, però, non impedisce di analizzare il cimitero di Henni o qualsiasi altro lieu della Tripolitania utilizzando il valido criterio qualitativo di Tobia.

In base a questo, possiamo sinteticamente sostenere che, nel breve lasso di tempo qui preso in considerazione, non c’è stato tentativo alcuno, da parte dell’esercito, di erigere monumenti o statue dedicate al singolo eroe in Tripolitania, siano essi riferiti ai grandi padri della patria, Garibaldi o Mazzini, sia a un grande condottiero divenuto celebre durante la guerra. Quest’assenza potrebbe essere motivata dall’effettiva ondata democratizzante che lentamente ma inesorabilmente invase il discorso patriottico nazionale del culto dei morti post-risorgimentale, ma potrebbe anche trovare alternativa motivazione nel fatto che la guerra italo-turca non ha avuto, nemmeno lontanamente, un personaggio o un eroe paragonabile per fama a Garibaldi o Mazzini.

Diverso invece è il discorso riguardante la seconda tipologia di commemorazioni evidenziata da Tobia, ossia l’erezione di monumenti o di busti dedicati a singoli “eroi minori”. Nella guerra italo-turca sono esistiti casi in cui la fama del singolo soldato è diventata tale da permettere una discreta conoscenza del milite (nome, cognome e gesta compiute) da parte dell’opinione pubblica. Tale, per esempio, è il caso del Capitano Pietro Verri. Morto giovane il 26 ottobre 1911 nell’assalto di Henni e Shara Shatt, questo soldato ricevette in patria molti riconoscimenti: tra i più importanti, il conferimento, nel 1912, della medaglia d’oro al valore militare (Ministero della guerra… 1930, 62-64; cfr. anche Pietro Verri… 1912, 14-15), le cerimonie di commemorazione e l’apposizione di targhe all’interno di istituti scolastici maschili (La commemorazione… 1912), l’erezione, in piazza Petrarca a Pavia, di una lapide che ancora oggi si può ammirare (Veronesi 2009, 45). Una cannoniera che espletò funzioni di scorta durante la stessa guerra di Libia e nella Grande guerra venne chiamata Capitano Verri ed, in ultimo, ancora più rilevante è il cofano, donato dalla città di Pavia in memoria di Verri, che venne collocato nel Museo delle bandiere del Vittoriano a Roma (Ibidem; va ricordato, inoltre, che Pietro Verri fu protagonista anche di alcuni famosi versi dannunziani). Quest’attenzione verso il caduto non si verificò, invece, in Tripolitania: tutto quello che ricordava il capitano Pietro Verri al cimitero di Henni si riduceva a un piccolo tumulo dove sembra che l’unica cosa che lo distinguesse dagli altri sepolcri fosse il nome posto sulla tomba (Albanese 1914, 23; sembra che sia stata costruita una nuova caserma a Tripoli dedicata a Pietro Verri, ma non è stata riscontrata la notizia dalle fonti). Il tributo caratteristico della seconda tipologia di commemorazioni, il monumento o il busto sembra, quindi, non sia stato riservato, in quel luogo, a nessun generale, ufficiale o soldato distintosi nella guerra.

La terza tipologia di commemorazioni è l’unica realmente presente in Tripolitania e ne abbiamo una valida rappresentanza nel cimitero militare di Henni. La struttura cimiteriale appare caotica e priva di un disegno razionale e geometrico. Carlo Albanese (1914, 22) parla di “tumuli sparsi”; al suo centro sorge “una specie di sacro recinto di morti”. Da alcune fotografie11 poste a complemento del testo di Albanese, si desume che il sacro recinto sia costituito da una catena di ferro che circoscrive un’area all’interno della quale sorgono due monumenti che hanno la forma di piramide tronca, in cima ai quali sorgono, rispettivamente, il simbolo di una stella e una fiaccola12.

Passeggiando tra i tumulati, Albanese (1914, 22) prende nota di alcune iscrizioni molto significative:

e leggiamo presso la tomba del Capitano Verri ed altri tumuli sparsi:

CADDERO DA PRODI PER LA GRANDEZZA D’ITALIA

S’ORNINO I TUMULI DI SEMPRE VERDI GHIRLANDE.

IL 40° FANTERIA AMMIRANDO ED ONORANDO

NE COMPOSE QUI LE SALME

GLI STUDENTI DELLE UNIVERSITÀ ITALIANE

AI FRATELLI CADUTI

PER LA GLORIA D’ITALIA MCMXI.

 Le fonti non permettono di avere ulteriori informazioni né sui tumulati, né sulle iscrizioni ivi presenti. Quello che domina in queste descrizioni è il carattere “indistinto” dei combattenti, il “carattere collettivo dell’omaggio, l’accento portato sulla comunità del sacrificio che si determina e prende forma nel luogo stesso dove essa si immolò per la patria” (Tobia 2008, 49-50). L’unico nome che compare è quello del capitano Verri, gli altri soldati sono riassunti da vari plurali come “prodi”, o “caduti”. In questo caso, il discorso coloniale, declinato nella commemorazione dei caduti dell’esercito, utilizza la stessa modalità di omaggio del governo liberale. Anche per il gitanti e per il Touring Club Italiano si conferma la volontà di dare riconoscenza non al singolo soldato ma alla comunità del sacrificio:

 [Ai piedi di tali monumenti la carovana del Tci depose] “la magnifica targa di bronzo […] con la seguente scritta:

AI PRODI CHE QUI S’IMMOLARONO

PER PROLUNGARE OLTRE IL MARE LA PATRIA

DA TUTTE LE TERRE D’ITALIA

IL TOURING CLUB ITALIANO

RECA L’AMORE E LA FEDE

MAGGIO 1914.

(Albanese 1914, 22)

Da questi esempi appare evidente che il culto dei caduti, declinato nella prospettiva monumentale e commemorativa, in colonia, si orientava sulla stessa parabola metodologica evidenziata dagli studi in patria: un continuo intensificarsi dell’attenzione indirizzata verso la comunità del sacrificio piuttosto che alle gesta del singolo eroe.

Per quanto riguarda invece l’immagine del soldato che emerge dall’azione attiva del lieu, sappiamo ben poca cosa: essa è presa in considerazione, nella maggior parte dei casi, nella sua dimensione comunitaria e viene richiamata con aggettivi quali prode o caduto. La dimensione trascendente del commiato è ridotta al minimo quando non assente e il richiamo agli ideali più alti come causa di morte viene generalmente limitato al classico “per la grandezza [o gloria] d’Italia”. In sostanza, sembra che l’esercito, nel cimitero di Henni, non si sia dato cura di fornire una dimensione trascendente o metafisica alla figura dei caduti, ma si sia limitato a dare degna sepoltura ai cadaveri e a fornirne una lettura prettamente terrena.

Ben diverso è l’atteggiamento di Carlo Albanese e Giovanni Bertacchi che, subito dopo la deposizione della targa del Tci, uno dopo l’altro fecero un discorso ai piedi dei due monumenti. Ecco il testo di Albanese (1914, 23):

Benedetti voi tutti che qui moriste! Benedetti voi che qui mostraste il coraggio e la resistenza degli Italiani a coloro che ci credevano imbelli! a coloro che per tanti anni d’inerzia, ritenevano perduta la fede in noi stessi, ch’è primo fattore di ogni vittoria. Voi martiri, Voi valorosi, riaffermaste coll’olocausto della vostra vita l’Unità della nostra Patria, fugando ancora una volta, mentre lottavate e morivate valorosamente insieme, le insidiose distinzioni d’Italiani del Nord ed Italiani del Sud. Voi tutti foste ugualmente valorosi come lo furono i nostri padri nelle guerre combattute per l’indipendenza d’Italia sui campi della Lombardia, a Custoza, a Magenta, a Solferino, a Calatafimi, a Palermo, a Milazzo, al Volturno e sulle sbalze del Tirolo. Addio santi nostri morti! Addio! Alla vostra memoria, in nome dei Garibaldini d’Italia, mando un saluto che non è di rimpianto no, ma di gloria! Che viva dunque eterno il vostro ricordo! Che viva con la grandezza d’Italia13.

 In questo caso i soldati morti vengono richiamati con tutt’altri epiteti: “benedetti”, “martiri”, “santi”; L’utilizzo sincretico di questi termini, che hanno con tutta evidenza origine spirituale, lo si deve ad un processo secolarizzante che esiste in Italia sin dal primo Risorgimento, quando Mazzini professava la religione della Patria e il misticismo politico (Balzani 2008; Gentile 2007). Dall’Unità in poi anche i vari governi succedutisi hanno sempre utilizzato simili termini per commemorare eroi e combattenti del Risorgimento, morti per creare una nazione libera e unita (Banti 2011; 2007; Gentile 2007). Come si può comprendere dal discorso di Albanese, nemmeno la commemorazione per la guerra di Libia, in colonia, è esente da questa consuetudine. I soldati vengono benedetti e santificati e la loro morte non è più un semplice sacrificio ma un vero e proprio “olocausto” offerto alla Nazione. Anche il ruolo svolto da Albanese evidenzia il dato sincretico: in questa cerimonia, nella struttura estetica, linguistica e concettuale profondamente cristiana, ma laica nella sostanza, anche il ruolo del relatore si sdoppia: cittadino nella sostanza, sacerdote nell’estetica, nella linguistica e nei concetti. Non manca neanche il richiamo alle guerre d’Indipendenza ed unità nazionale; il legame tra il Risorgimento e la guerra di Libia viene esplicitato dal parallelismo egualitario tra i soldati morti e i “nostri padri nelle guerre combattute per l’indipendenza d’Italia”, così da creare una democratica continuità tra Garibaldi e questi soldati caduti per “la grandezza d’Italia”.

Il culto del caduto per la colonizzazione libica rientra, in un discorso di lungo periodo, in una strategia già ampiamente assodata per il nation building moderno nel periodo precedente, che ha avuto grande importanza negli eventi e nelle politiche degli anni successivi14.

Subito dopo Albanese è il turno del poeta Giovanni Bertacchi pronunciare il suo discorso a ricordo dei caduti:

 “No! madri che piangete ancora lo strazio dei vostri figli! I vostri figli non sono morti! Li abbiamo visti noi, laggiù, nella lontana Africa, andare predicando civiltà, amore e pace a quei nostri fratelli intristiti nella servitù!

Essi lavorano al progresso umano, a costruire strade, a scavare porti, ad impiantare nuove linee di comunicazioni, a dare la vita intellettuale a chi non l’ha mai avuta.

Alle madri addolorate noi ripeteremo, tornando in patria, i vostri figli no! non sono morti! Noi li abbiamo visti!”15.

La “mater dolorosa”, cioè le donne, madri o mogli di soldati uccisi in battaglia, è una di quelle figure che Alberto Mario Banti ritiene “più pregnanti dell’intero sistema discorsivo nazional-patriottico” (Banti 2011, 77). Attraverso l’analisi di alcuni classici della letteratura e una rassegna di opere cinematografiche, Banti evidenzia la presenza effettiva e costante di questo topos, non solo letterario ma anche estetico, in tutta la storia del mito nazionale, dal Risorgimento fino al fascismo. Il primo colonialismo italiano in Libia non è esente da questa costante; proprio come nel Risorgimento, e come sarà per le guerre mondiali e per il fascismo, anche nella guerra italo-turca la figura della “mater dolorosa” è presente. In questo caso, il dolore della grave perdita deve essere mitigato dalla consapevolezza che il figlio è morto per portare “civiltà, amore e pace”; un discorso altruistico già abilmente utilizzato dalle stampe nazionali prima e dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Turchia (D’Orsi 2011).

In più, dal discorso di Bertacchi emerge anche il tema della resurrezione degli eroi. Essi non sono morti davvero ma, attraverso le strade, i ponti e le scuole da loro costruiti, continuano ad esistere per il miglioramento di quei “nostri fratelli intristiti nella servitù”. Quello della resurrezione è un tema già presente nei discorsi e nei proclami del Risorgimento; per esempio nell’Inno a Garibaldi, composto da Luigi Mercantini e approvato da Garibaldi stesso nel 1859, i morti scoprono le tombe e tornano a impugnare le armi in nome dell’Italia:

Si scopron le tombe, si levano i morti,

I martiri nostri son tutti risorti!

Le spade nel pugno, gli allori alle chiome,

La fiamma ed il nome d’Italia sul cor.

(Riall 2008, 32).

 Ma non è nemmeno un tema esclusivo del Risorgimento: la resurrezione dei soldati viene ripresa da D’Annunzio in un discorso tenuto a Quarto, il 5 maggio 1915, per l’inaugurazione del monumento a Garibaldi (Banti 2011, 88-89), e sarà un cavallo di battaglia nella rielaborazione del lutto della Grande guerra sia in Italia che in Germania, Francia e Inghilterra (Mosse 2002). L’aspetto interessante del discorso di Bertacchi che ci ricollega, per contrasto, al “famoso pozzo”, è proprio il potente ruolo svolto dal concetto di civiltà per la valorizzazione dei caduti, un aspetto che poggia le radici nella tradizione risorgimentale mazziniana ma che, proprio per il luogo esotico nel quale è ospitato, si colora di forti tinte pratiche. Nell’Africa completamente stereotipata che gli studi post-coloniali ci hanno insegnato a vedere, il tema della civiltà, colta nella sua dimensione universale e non particolare16, veniva sfruttata dai potenti dell’epoca per “ridurre l’Africa ad un’icona del primitivo, del selvaggio, e divulgare il mito di una colonizzazione-missione, portatrice, cioè, di progresso e civiltà, tanto comoda per nascondere o motivare gli interessi economici e politici che realmente muovevano le nazioni Europee tutte, Italia compresa” (Migliorucci 2000, 204-205). In questo contesto, il caduto italiano in Libia non rappresentava più solo un martire della grande Italia, ma anche della civiltà, colta nella sua portata universale. La carovana stessa che portò i gitanti a Tripoli, era organizzata da un’associazione, il Touring Club Italiano, che fin dall’inizio del conflitto italo-turco si era sempre adeguata alle scelte governative in politica estera. Si esprime così, il 31 marzo 1912, il direttore generale del Tci, Johnson nella dichiarazione d’apertura dell’Assemblea generale dei Soci:

Vada dunque […] vada il pensiero, vada il saluto nostro, il saluto dei centomila soci del Touring, sulle rive vittoriose del rivendicato mare nostro, vada ai gloriosi eroi caduti, ai valorosi combattenti, che il sentimento del dovere e l’amore della Patria hanno servito e servono con tanto animosa energia d’intelletto e di cuore, esplicando essi con le armi quei principi stessi di civiltà, di progresso, di umana conquista rigeneratrice, che sono nel programma eminentemente italiano della nostra grande Istituzione” (Assemblea generale dei Soci… 1912, 277).

 È proprio alla luce di questa forte tensione “altruistica” che si comprende fino in fondo il “dramma” dei gitanti di fronte al “famoso pozzo”: le vittime di quell’atto barbarico non erano, a loro volta, spietati assassini o banali conquistatori, ma missionari della civiltà, pronti a portare il progresso a popoli che non l’hanno mai avuto. È proprio di fronte al pozzo che prende forza l’immagine del martire che, per l’incompreso bene che porta, muore in una terribile agonia.

Homs

Altra tappa significativa toccata dalla carovana del Touring Club Italiano fu la visita di Homs, una piccola cittadina costiera di circa 3000 abitanti posta a cento chilometri ad est di Tripoli. In essa troviamo due monumenti ai caduti, un cimitero cristiano e la prima esperienza museale della Tripolitania. L’interesse dei gitanti e del Tci per Homs, oltre che dalla storia che lega il luogo alla guerra, era accresciuto dalla vicinanza delle rovine di Leptis Magna: grande città romana, luogo natale dell’imperatore Settimio Severo. Tra le rovine, i gitanti vennero accompagnati dalla guida dell’allora ispettore generale degli scavi della Tripolitania, Salvatore Aurigemma (Tedeschi 1914, 373).

L’archeologia ha svolto un ruolo di assoluto primo piano nella costruzione del mito della missione di civiltà italiano in colonia (Merker 2006; Munzi 2001) e, di conseguenza, nella retorica nazionalista per l’apertura alla “quarta sponda”. L’interesse del governo nella salvaguardia e nella valorizzazione del materiale archeologico della Libia è evidenziato dall’intraprendenza del Ministero delle Colonie nell’emanare delle normative in materia di “beni culturali” coloniali: risale infatti al 14 gennaio 1912, quindi ancora in piena guerra, il primo decreto che regolamentava la tutela del patrimonio archeologico ritrovato dai militari (Munzi 2001, 35). L’interesse per il discorso archeologico viene ulteriormente confermato dal quantitativo non indifferente di fotografie scattate dai gitanti alle rovine di Leptis Magna e dallo spazio dedicato loro nelle memorie private di viaggio (Fotografie dei gitanti a Leptis Magna si possono trovare in Tedeschi 1914 e, soprattutto, in Pasi 1914). Lo stesso Touring Club Italiano, sostiene Daniele Bardelli (2004, 304), “adoperò [nel 1911] l’archeologia per giustificare i diritti italiani sulla Libia divulgandone le ragioni storiche assieme alle cognizioni geografiche che costituivano la premessa indispensabile per la penetrazione italiana”. Bardelli non può che riferirsi all’articolo di Attilio Rossi In Cirenaica e in Tripolitania, pubblicato nel numero di giugno 1911 sulla “Rivista mensile del Touring Club Italiano”; esso è l’unico testo dedicato alla Libia che compare quell’anno sulla rivista mensile, prima dello scoppio della guerra italo-turca. Oltre alla funzione già spiegata da Bardelli, vi troviamo un ragionamento molto interessante, simile ad alcuni che avevamo già evidenziato nelle pagine precedenti:

Così visse la Cirenaica per secoli: inospite, assetata, infeconda e selvaggia, dal medio evo fino ad oggi, sotto il flagello degli arabi e dei turchi. Nel seno di quella terra stanno, dunque, ancora ignoti i tesori della sua grandezza antica, scampati all’immane naufragio. Viaggiatori ed archeologi, che a quando a quando la visitarono, non seppero darci che malinconiche visioni dei contrasti che essa mostra fra la tristezza presente e la grandiosità dei suoi vecchi ricordi (Rossi 1911, 314).

Ricompare il tema della barbarie, incarnato ancora una volta dal “flagello degli arabi e dei turchi”; l’atto che compiono è quello dell’abbandono alla devastazione del deserto e del tempo, delle antiche glorie della cultura romana17. Non è azzardato sostenere che il testo dica molto di più di quello che appare a prima vista: nel discorso retorico dell’”epica del ritorno”, l’Italia torna in Tripolitania per ridare vigore sia alla civiltà dei suoi avi, sia alla civiltà universale che quei frammenti rappresentano e lo fa attraverso il diritto morale che proprio la presenza di quelle antiche rovine assegnano. L’articolo di Rossi rappresenta la principale adesione del Touring Club Italiano alla guerra italo-turca e il suo pieno appoggio alla politica coloniale italiana18. Questo spiega anche la natura dell’escursione in sé e la motivazione che spinge il sodalizio di Milano a compiere un’escursione così fuori dai suoi tradizionali schemi e limiti19.

Il museo di Leptis-Magna

In riferimento alla valorizzazione archeologica della Libia, interessante è la visita dei gitanti a quella che, con ogni probabilità, è la prima esperienza museale italiana di tutta la Tripolitania20, un piccolo museo archeologico situato ad Homs in cui erano raccolti alcuni monumenti di notevole valore. In una lapide inserita nel muro del Beladia (Bartoccini 1922, 79), vi era scritto che la raccolta venne inaugurata il 12 giugno 1913 dal “Colonnello Cav. Di Albertis” (Albanese 1914, 32). Il museo è stato disposto dal tenente Stroppa dell’89° fanteria (Bartoccini 1922, 79) e al suo interno, oltre a prendere visione del materiale archeologico raccolto, era possibile comprare una pubblicazione dello stesso tenente Stroppa (anche se non si ha l’assoluta certezza, il testo dovrebbe essere Stroppa 1912) in cui venivano riportate fotografie e commenti su Leptis Magna e sugli oggetti raccolti nelle sale. Il ricavato dalla vendita del volumetto sarebbe andato a beneficio delle famiglie dei morti e dei feriti delle giornate del 2 maggio e 12 giugno 1912 (Albanese 1914, 32).

Il riferimento alla commemorazione dei morti è evidente proprio dalla giornata scelta per l’inaugurazione, che cade nell’anniversario della battaglia dei Monticelli Rossi, e dalla scelta di devolvere il ricavato della pubblicazione alle famiglie dei caduti. La funzione conservatrice, propria di questo primo museo, rappresenta, seguendo la retorica del tempo, una lampante dimostrazione che la civiltà è tornata in Tripolitania e come prima conseguenza di ciò, i resti degli antichi palazzi non rimangono sepolti nella sabbia a deteriorarsi ma vengono raccolti e custoditi con cura in appositi luoghi. La visita della carovana al museo non solo aveva l’intento di soddisfare la curiosità e l’interesse che di alcuni gitanti, ma voleva fornire la prima dimostrazione materiale che il sacrificio dei soldati fosse servito a qualcosa, in ambito archeologico, dando la possibilità a questi antichi frammenti di alta civiltà di avere un posto degno di essi.

Il monumento ai caduti

Questo è l’unico caso di monumento, in tutta la Tripolitania, costruito appositamente ed esclusivamente in funzione di un lieu. Le informazioni arrivate fino a noi, in questo caso, sono molto scarse ma ci permettono comunque di descrivere, anche se sommariamente, il monumento. Esso è stato costruito dalle forze armate in piazza 12 giugno ed “inaugurato in questo stesso giorno anniversario del combattimento dei ‘Monticelli’. Il piccolo monumento è alto metri 7.50; ha la forma di obelisco che si erige su doppia base di sezione quadrata con angoli smussati ed è in conglomerato di calcestruzzo” (I lavori del genio militare… 1914, 18-19, che riporta anche l’unica immagine attualmente a disposizione del monumento). In cima all’obelisco è stata posta, come in uno dei due monumenti al cimitero di Henni, una piccola stella. La data di inaugurazione è legata ad un fatto d’armi che vede coinvolte le truppe del generale Reisoli, attestate nel fortino ai Monticelli, contrapposte a quelle del temibile Khalil bey. Inizialmente le posizioni italiane vennero sopraffatte dall’impeto turco, ma già poche ore dopo arrivò il contrattacco italiano che riprese il possesso delle difese. Paolo Pasi (1914, 32) descrive così la battaglia del 12 giugno:

Queste colline, poco distanti dalla città, erano state occupate dai nostri, che le difendevano con ridotte. Il nemico, con un assalto di sorpresa, durante una notte oscura, tentò riprenderle, ma fu respinto dai presidi e sbaragliato, mercè anche il soccorso di una colonna giunta da Homs. La memorabile battaglia, avvenuta il 12 giugno 1912, fu però funestata da un episodio di barbarie: un manipolo di 15 soldati con due ufficiali, che stavano alla difesa di una ridotta, prima che giungessero i soccorsi, furono arsi vivi dagli Arabo-Turchi.

Anche in questo caso un ricordo di barbarie. L’esempio portato è diverso da quello evidenziato dal “famoso pozzo”, perché in questo caso il ricordo di barbarie non è indotto dall’estetica né dalla natura del lieu; ma il commento di Pasi sottolinea comunque l’esigenza di costruire una memoria condivisa basata su una netta differenza qualitativa tra il “noi” e “loro” attraverso il binomio concettuale civiltà/barbarie.

Sul monumento venne trovata una piccola targa commemorativa con la seguente scritta:

AI PRODI CHE CADDERO PER LA GRANDEZZA D’ITALIA.

XXI OTTOBRE MCMXII.

(Albanese 1914, 32).

E “una corona di bronzo viene deposta quale riverente omaggio della Carovana” (Tedeschi 1914, 373).

Anche in questo caso, come ad Henni, sul monumento innalzato dall’esercito non si immette sfogo trascendente, la figura del soldato rimane ancorata ad una dimensione prettamente umana, soffermandosi su virtù principi del soldato che il termine “prodi” suggerisce: coraggio e intraprendenza. Anche questo monumento rientra nella terza tipologia evidenziata da Tobia, dove si rende omaggio non all’eroe-temerario singolo, ma a tutta la collettività di combattenti che qui s’immolarono per la patria.

Il cimitero cristiano e la colonna romana del Forte Italia

Altro luogo visitato dai gitanti è il piccolo cimitero cristiano di Homs costruito dall’esercito sulla spiaggia, dove vennero sepolti circa 150 soldati:

 Il cimitero è modesto ma commuove per la sua semplicità e per il ricordo che fu costruito dai soldati combattenti che hanno composto nelle tombe i loro fratelli d’armi, colla probabilità di potere esservi deposti loro stessi qualche giorno dopo (Albanese 1914, 33).

È di dimensioni 50×40 metri ed è recintato tutto attorno da un muro alto 2.50 metri (I lavori del genio militare… 1914, 19); rispetto al cimitero di Henni, dove le tombe risultavano collocate senza un preciso disegno razionale, qui i tumuli sono allineati con ordine:

La visita del cimitero cattolico, ove dormono i valorosi caduti durante la guerra, in tombe allineate come se fossero in parata, è davvero commovente (Pasi 1914, 31).

 Al centro del cimitero è stato posto un piccolo monumento che reca in fronte la seguente poetica iscrizione:

 AI MORTI GLORIOSI

CON L’ONDA DEL MARE

VI BACI LA PATRIA.

(Pasi 1914, 32; Tedeschi 1914, 373)

Nel piccolo complesso cimiteriale è presente anche una grande cappella che reca una breve iscrizione, questa volta in latino: “Santa est cogitatio pro defunti exorare”.

Anche in questo caso, come in tutti gli altri evidenziati in questo saggio, i caduti vengono raccolti in comunità e non valorizzati singolarmente: sia nell’azione attiva sia, questa volta, in quella passiva, i soldati sono considerati “morti gloriosi”, “valorosi caduti” o “soldati combattenti”, non hanno una dimensione trascendente. Inoltre appare interessante la descrizione del cimitero lasciataci da Pasi con particolare riferimento alla disposizione dei tumulati. Il loro allineamento fa venire in mente all’osservatore una parata militare (un present’arm?). È comprensibile che al giorno d’oggi, abituati a “convivere” con il mare uniforme di lapidi dei cimiteri militari dei due conflitti mondiali, questo possa succedere con facilità, ma il collegamento logico che ciò necessitava, al tempo di Pasi, non era in alcun modo scontato. È possibile che Pasi, per quest’immagine sortagli apparentemente spontanea, abbia attinto a informazioni venute dal passato? Dopo la sconfitta militare di Dogali, quando circa cinquecento soldati vennero circondati e poi annientati da ras Alula, nacque una “leggenda” che narrava, in particolare, il modo in cui erano morti gli ultimi soldati. Il tenente colonnello Tommaso De Cristoforis, responsabile dei 500, presagendo la fine inevitabile dei suoi, ordinò ai soldati ancora vivi di “presentare le armi ai compagni caduti” e, colpiti dal fuoco nemico, caddero in modo che “tutti giacevano in ordine come fossero allineati” (Finaldi 2009, 398). Giuseppe Finaldi sostiene che “l’epica caricatura della fine di De Cristoforis dilagò sui mezzi di comunicazione di massa italiani”(Ibidem) e divenne un mito molto diffuso nell’opinione pubblica. Anche se non da escludere, non è possibile sostenere che il cimitero sia stato costruito appositamente dalle truppe per fare un rimando esplicito alla sconfitta di Dogali. Con ogni probabilità, esiste un netto collegamento tra la storica battaglia e l’immagine sorta in Pasi. Del resto è risaputo quanto il dolore e la sorpresa suscitati da Dogali e, soprattutto, da Adua, abbiano favorito la creazione di una mitologia attorno a queste due battaglie e come la volontà di rivincita sia stata alla base di gran parte della retorica nazionalista e imperialista proprio per la campagna di Libia (in merito a questo, la ricerca in Italia è stata molto attenta: oltre a Finaldi 2009 segnaliamo Labanca 2002b; 1997). Questo ci porta a pensare che Dogali sia divenuta effettivamente un lieu in se stesso, come sostiene Finaldi (2009, 396), con caratteristiche “mimetiche” molto particolari. Proprio per la popolarità che la leggenda della battaglia ottenne, il suo ricordo si presentò in soggetti posti di fronte a lieux di tutt’altra battaglia o fatto dando prova, Dogali, di incredibile vitalità e longevità.

Subito dopo la veloce visita al camposanto, i gitanti salirono sulla piccola collina fortificata sul Margheb, ancora munita di cannoni perfettamente funzionanti. Il capitano d’artiglieria, che comandava questa postazione difensiva, fece da guida e accompagnò i gitanti a visitare le ridotte, i reticolati e i luoghi dove si svolse la battaglia per il dominio della collina, il 27 febbraio 1912 (Tedeschi 1914, 373). In quello stesso giorno, dopo aver effettuato un finto sbarco sulla spiaggia di Zliten, alle 6 del mattino, 3 colonne forti di 6000 uomini attaccarono le forze arabo-turche e raggiunsero la vetta alle 7.40 (Del Boca 2010, 164). Questo scontro arrivò dopo un periodo di forte inattività che aveva scoraggiato e demoralizzato non solo le truppe ma anche gli alti comandi dell’esercito21; di conseguenza la vittoria ebbe molta risonanza, soprattutto in Reisoli, tanto che gli ufficiali e i sottoposti spesso lo criticavano, sostenendo, in seguito, che si era adagiato sulle vittorie ottenute a Homs il 27 febbraio e il 12 giugno (Del Boca 2010, 187-188). A ricordo di questa impresa venne posta, nei pressi dell’ingresso del Forte Italia che dominava tutta la collina, una “bellissima colonna romana, appartenente ad un grandioso edifizio romano che sorgeva quassù e del quale ora si ammirano alcune rovine” (Pasi 1914, 32). Sulla colonna trovarono questa scritta: “Presa del Margheb 27 febbraio 1912”.

La scelta di utilizzare una colonna romana come monumento per commemorare una vittoria del presente rientra nel generale tentativo di creare un legame tra il passato remoto della romanità con il presente della colonizzazione libica. Avvengono parallelismi tra le vittorie delle legioni romane e quelle dei battaglioni italiani in Libia che vanno a collegarsi alla già menzionata valorizzazione archeologica e al mito della missione di civiltà. Questo tipo di monumento “misto”, che vede la fusione di due epoche diverse, pare abbia suscitato un discreto interesse tra il pubblico, tanto che venne riprodotto anche in cartoline e diffuso tra le masse a testimonianza della popolarità che il legame “antico-presente” aveva nell’opinione pubblica. Un esempio di queste cartoline lo possiamo trovare nel libretto Episodi della guerra Italo-turca, edito e stampato a Milano nel 1912. Inoltre, l’insolito monumento al Forte Italia non è l’unico caso in cui l’antico e il nuovo si incontrano; Giuseppe Piazza, per esempio, riporta un altro caso in cui vengono utilizzati resti di rovine romane per cerimonie e commemorazioni:

Ma io ricordo la sublime cerimonia a Bu-Meliana per la commemorazione dei morti del 23 e del 26. Un inaspettato senso d’arte aveva improvvisato il monumento venusto: una colonna romana, e alcune palme recise. Il colonnello Spinelli – lo splendido colonnello del 26 – cominciò: “Al cospetto di Dio! In nome del Re! Per delegazione della Patria lontana!…” Poi, fra il deserto nemico e l’oasi insidiosa, sul limite sacro ancora tutto insanguinato dei nostri, egli fece a voce squillante l’appello dei morti. Egli li chiamava: “Tenente Orsi! Capitano Faitini!…Capitano Humbert!…Tenente Bellini!…” Dopo l’appello dei “ragazzi” morti, i ragazzi superstiti sfilarono a uno a uno davanti al monumento, e ricevettero, a uno a uno, commossi, il bacio in fronte dal colonnello commosso… (Piazza 1912, 224).

Questa volta, il “ricavato” monumento, è situato a Bu-Meliana, poco distante dal centro di Tripoli. Questa seconda testimonianza ci permette di dire che tale tipologia di monumenti “misti”, del quale la colonna al Forte Italia rappresenta per noi un primo esempio, non è un caso isolato e non è stato il prodotto di una fortuita ed accidentale combinazione di fattori; essa è il frutto di ben precise ideologie e di sentimenti dominanti nei soldati e nella cultura italiana di quegli anni.

Conclusioni

La ricerca ha cercato di mettere in luce alcuni aspetti rilevanti di quelli che possono essere considerati i primi luoghi della memoria italiani in Tripolitania. L’interpretazione che tende a leggervi una tiepida strategia mirata alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica e alla costruzione di una diffusa coscienza coloniale del governo liberale (Labanca 1996), trova nuova conferma nella prima colonizzazione libica negli anni che intercorrono tra l’inizio del conflitto italo-turco e lo scoppio della Prima guerra mondiale. Le fonti utilizzate hanno permesso di mettere in luce alcuni lieux, certi anche di alto interesse ma, sostanzialmente, tutti legati all’universo militare, il più delle volte sorti dall’immediato desiderio dei soldati superstiti di dare degna sepoltura ai compagni caduti, senza la mediazione ministeriale o degli alti ranghi dell’esercito. La stessa carovana, che aveva sicuramente la funzione ufficiale di presentare la Tripolitania all’Italia, soltanto posteriormente, a progetto avviato, ha avuto il patrocinio del governo. Anche l’altra manifestazione, quella della “Dante Alighieri”, escludendo quella partita dalla città di Torino della quale sappiamo ancora meno, rappresenta un puro atto spontaneo di una delle associazioni patriottiche più assodate d’Italia. Se dobbiamo quindi andare a ricercare, negli anni del primo colonialismo libico, un vivo interesse verso la creazione di una coscienza coloniale nella popolazione, dobbiamo probabilmente rivolgere il nostro sguardo ad associazioni e società private che dimostrarono attivo interesse per la questione. In particolar modo mi riferisco a realtà ormai assodate come il Touring Club Italiano, la “Dante Alighieri” e la Reale Società Geografica Italiana (ad esempio, il testo di Pasi è stato pubblicato sul “Bollettino della Reale Società Geografica”, cfr. Pasi 1914. Pasi era anche socio della società); o a realtà più recenti, come la Società Italiana per lo studio della Libia, sorta subito dopo la conclusione del conflitto. Queste associazioni sensibilizzarono la coscienza degli italiani per i destini della colonia attraverso carovane e viaggi organizzati, oppure utilizzando le relative Riviste o i Bollettini, nei quali si pubblicavano i risultati delle ricerche compiute in o sulla colonia, da soci e non.

Per quanto riguarda invece i lieux colti in Tripolitania, il piccolo lasso di tempo analizzato non permette certo un’analisi di lungo periodo; ciò nonostante è stato possibile rinvenire alcuni casi interessanti che non solo risultano importanti in sé, ma che ci permettono di cogliere aspetti non secondari del culto dei morti coloniale. Come ha segnalato Labanca in quella nota a piè pagina che fa qui da trampolino di lancio, questi luoghi sono di natura diversa da quelli che siamo abituati vedere in Italia. Tale diversità è essenzialmente basata sul fatto che ad una realtà sociale, politica e culturale differente necessitano di strumenti e applicazioni sostanzialmente diversi. Ho cercato di evidenziare come nel soggetto, di fronte al lieu, generalmente affiori un ricordo nel quale i protagonisti hanno ruoli e caratteristiche ben strutturate e stereotipate: il soldato italiano è l’apostolo di civiltà che rischia, e spesso subisce, il “martirio”, per portare il grande “fardello dell’uomo bianco”, mentre l’arabo e il turco vengono sempre colti in atteggiamenti aggressivi, dove spesso e volentieri questa aggressività si manifesta nell’estetica trasformando i corpi umani in deformità animalesche dalle mostruose sembianze.

Da questo punto di vista possiamo cogliere due diverse tipologie di lieux: una prima dove sono la natura e l’estetica stessa del luogo che inducono determinati ricordi stereotipati, ed è il caso del “famoso pozzo”, e una seconda, più neutra, dove la stereotipizzazione non viene suggerita dal luogo, per esempio il monumento ai caduti eretto in piazza 12 giugno a Homs ma è solamente il soggetto osservante che determina la sostanza mnemonica in base alle sue conoscenze proprie del fatto. Questo ci porta a diverse conclusioni: per quanto riguarda il “famoso pozzo”, il cimitero nel quale è stato inserito ci induce a pensare che la conservazione del ricordo della barbarie, del quale il pozzo è simbolo e strumento insieme, è un atto premeditato e voluto dall’esercito. Se il pozzo si fosse trovato isolato o in un contesto diverso, sarebbe plausibile ritenere che soltanto una casuale conoscenza del soggetto portasse a conservare il ricordo del “barbaro eccidio”. Invece, inserire il pozzo nel contesto cimiteriale sottolinea il bisogno di metterlo in evidenza e la premeditazione nella conservazione del ricordo. Il camposanto non è più solo un luogo sacrale dove vengono sepolti i morti ma diventa un “museo degli orrori” nel quale il visitatore apprende un messaggio stereotipato. In più appare evidente dalle fonti che questo tipo di lieu attivi determinate dinamiche psicologiche che portano a coltivare il risentimento e la diffidenza nei confronti dell’Altro; sarebbe interessante analizzare come la portata psicologica di questi lieux abbia influenzato il quotidiano rapporto tra autoctoni e coloni nella società libica post-bellica. E sarebbe altrettanto interessante valutare quanto l’immagine demonizzata dell’arabo abbia influito sulla decisione degli emigranti italiani di scartare la Libia come luogo in cui vivere (secondo Labanca – 2002, 376 – il dato quantitativo sull’emigrazione di italiani in Libia impallidiva di fronte allo stesso dato in colonie straniere, per esempio in Algeria, Egitto e Tunisia). Chi vorrebbe abitare in un paese popolato per la maggior parte da traditori, animali e mostri?22

L’altro aspetto che ho cercato di mettere in risalto è proprio l’estetica e la natura del caduto che si coglie dall’analisi dei lieux militari. L’azione attiva del luogo, dal quale traspare quindi la volontà dell’esercito, è quella di presentare un soldato prima di tutto umano, senza pretese di trascendenza; invece che le virtù di sacralità e santità presenti nel culto dei caduti risorgimentale, da questi lieux traspare maggiormente il coraggio e la fedeltà alla causa nazionale abbandonando, almeno apparentemente, l’aspetto trascendente del culto per approdare a qualcosa di più accessibile ed imitabile. Non vi sono riferimenti espliciti all’eroe singolo ma i monumenti e i cimiteri militari rimandano quasi completamente ad una comunità sacrificale dove il singolo si fonde nella collettività e quando è presente una seppur minima differenza, come nel caso del Capitano Verri, questa è quantificata semplicemente dalla presenza del nome, del cognome e del grado raggiunto.

Diverso è invece l’atteggiamento dei gitanti che visitano i lieux: nonostante nei loro discorsi e nelle testimonianze ci sia affinità con l’azione attiva del monumento e i soldati vengano presentati quasi prevalentemente nella loro dimensione collettiva di comunità sacrificale, in loro i caduti sembrano appartenere a una dimensione trascendente che, come abbiamo visto, nei monumenti non appare se non in minima parte. Con questo non si vuole sostenere in alcun modo che in tutto il discorso coloniale dell’esercito il caduto non abbia mai avuto una dimensione divina o extra-umana, ma solo che la natura dei caduti, evidenziata dai monumenti (e solo da essi), non ha il carattere della trascendenza.

Biografia

Marco Bizzocchi si è laureato in Scienze Storiche con una tesi di laurea magistrale dal titolo Il Touring Club e la Libia. Nazionalismo e culto dei caduti in colonia. Il campo di ricerca attuale verte sull’approfondimento delle tematiche della tesi improntate maggiormente verso un approccio in chiave post coloniale, ricercando fattori stereotipanti nei tradizionali strumenti di national building europei utilizzati in Africa. Dal 2011 collabora con la rivista online “Almatourism. Journal of Tourism, Culture and Territorial Development” del polo di Rimini dell’Università di Bologna per il quale ha scritto due articoli: “Per la grandezza della patria”. Places of memory outside Italy: the libyan case e The Touring Club Italiano and the pride for the army from 1908 to 1914, quest’ultimo in fase di pubblicazione. Dal 2012 è socio dell’Istituto per la storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della provincia di Rimini.

 

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Siti consigliati

http://periodici.librari.beniculturali.it/PeriodicoScheda.aspx?id_testata=57

A questo indirizzo internet si trovano digitalizzati alcuni numeri del “Notiziario archeologico del Ministero delle Colonie”: n. 1-2 (1915), n. 1-2 (1916), n. 3 (1922), n. 4 (1927). Il servizio si chiama BiASA (Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte) e contiene 117 riviste.

  1. Altri riferimenti, più o meno espliciti, si possono trovare in studi italiani e stranieri. Un riferimento alla Libia si trova in Bardelli 2004, 317, e Bagnaresi 2011. Per accenni ad altre colonie, si rimanda al capitolo sul colonialismo italiano in Merker 2006. []
  2. Non sappiamo se la manifestazione si sia svolta veramente perché non sono state trovate fonti che attestino la sua effettiva realizzazione e, inoltre, sia questa manifestazione, sia quella del Touring Club Italiano si arrogano il primato cronologico di una carovana in Tripolitania. È impensabile l’ipotesi che il Tci non fosse a conoscenza della manifestazione torinese. []
  3. Mario Tedeschi faceva parte del Touring Club Italiano. Non solo era il responsabile logistico della manifestazione, ma ha compiuto, nel 1913 e nel 1914, continui viaggi in Tripolitania per organizzare in loco, l’accoglienza da riservare ai gitanti. []
  4. Le fonti private alle quali mi riferisco sono: Albanese 1914, dove sono presenti un buon apparato fotografico e la lista, con nome e cognome, di tutti i 430 partecipanti alla carovana oltre che, ovviamente, il resoconto di viaggio; Bearzi 1914; Pasi 1914, che rappresenta la testimonianza più voluminosa fornita di un ricco apparato fotografico. Poco utilizzate ma ugualmente interessanti sono Zatti 1914 e Lanzoni 1914. []
  5. Secondo la Gazzetta Ufficiale del 26 settembre 1912, venne approvata l’emissione di francobolli identici a quelli del Regno da utilizzare esclusivamente in Libia e nell’Egeo. Cfr. I francobolli… 1912. []
  6. Per questo particolare aspetto sarebbe utile risalire al menù del ristorante: il cibo può essere un ottimo luogo della memoria. Ma fornirebbero interessanti informazioni anche le descrizioni sulla decorazione del ristorante, sulla musica e sui servizi offerti. []
  7. Per esempio il Touring Club Italiano informa, già nel gennaio 1913, che una succursale del Tci è stata aperta a Tripoli. Cfr. Il Touring in Libia… 1913, 2. []
  8. Sappiamo con sicurezza che entrambe le manifestazioni fecero visita a questo luogo. Nonostante ciò, useremo quasi esclusivamente le fonti riportare sulla manifestazione del Tci. Per la conferma che la carovana della “Dante Alighieri” ha davvero visitato Henni, cfr. A Tripoli… 1913, 30 []
  9. Questo punto necessita di alcune precisazioni: non è propriamente esatto, né storicamente fondato, sostenere che il termine barbarie sia stato utilizzato per definire lo spazio temporale intercorso tra la fine dell’impero romano e la dominazione italiana della Libia. Infatti, al crollo della potenza romana nel nord Africa succedette il regno Vandalo di fede ariana. Sarebbe interessante vedere quando, negli anni della guerra italo-turca, sia cominciato il lungo periodo di barbarie nel nord Africa per la corrente cattolica. Esso ha inizio con la dominazione vandala di Genserico, che abbracciava l’arianesimo e per lungo tempo fu tollerante nei confronti dei cattolici, oppure con la conquista del nord Africa da parte degli Arabi? Inoltre, non sempre il termine barbarie ebbe una connotazione necessariamente negativa: Alessandro Triulzi, per esempio, sostiene che l’immagine dell’Africa e dell’africano generico sia stata modificata dalle sconfitte di Dogali e soprattutto di Adua. Mentre prima di questi avvenimenti l’Africa veniva vista come una placida terra da incivilire e migliorare, è solo dopo queste due sconfitte che l’aspetto bestiale, caricaturale e disumano dell’estetica autoctona ha preso il sopravvento. Cfr. Triulzi 1945, 173-176. []
  10. È, al giorno d’oggi, tristemente famoso il fatto che alla rivolta araba seguirono tre giorni di spietata repressione in tutta l’oasi di Tripoli ad opera dell’esercito italiano, e che questi metodi venivano spalleggiati dai giornalisti italiani e ufficiali dell’esercito che facevano di tutto per velare, all’opinione pubblica in patria, la realtà della cronaca. Chi protestava per la condotta deplorevole della situazione erano, per la maggiore, gli inviati di giornali esteri come “Times”, “Daily Mirror”, “Frankfurter Zeitung” ai quali veniva intimato di cambiare le loro “false notizie” o di andarsene da Tripoli. Cfr. Del Boca 2010, 119-124, oppure Dore 2009, 669-675. Per un approfondimento del tema dell’oscurantismo di stampa nella repressione dopo Shara Shatt, si rimanda a Del Fra 1995. []
  11. fotografie significative del cimitero di Henni si possono trovare in Albanese 1914, 22-23. Una fotografia migliore è possibile trovarla in Tedeschi 1914 []
  12. Per quanto riguarda la simbologia posta in cima ai due monumenti, la stella la ritroviamo già in diversi siti dedicati alle battaglie del Risorgimento. Essa comparve, per esempio, nell’obelisco innalzato a Villafranca l’8 dicembre 1880 (abbattuto da un fulmine), oppure nel piccolo obelisco inaugurato a Sforzesca per il 50° anniversario della battaglia di Mortara. Cfr. Tranfaglia 1982. La stella compare anche successivamente nella commemorazione dei caduti per la Grande guerra. È presente, ad esempio, in diverse tombe poste al Colle S. Elia nel complesso del sacrario del Redipuglia. Cfr. Ministero della difesa… 1988. Ritroviamo la stessa stella anche in un monumento posto al centro della piazza di Homs. Per quanto riguarda invece la fiaccola (o fiammata), essa risulta un simbolo tradizionale dell’esercito italiano presente anche nella simbologia degli stati pre-unitari. Purtroppo non vi è modo di capire se il simbolo usato al cimitero di Henni rimandi ad un preciso corpo dell’esercito o ad una simbologia generale. Simboli simili sono stati ritrovati in gagliardetti coloniali (divisione Carabinieri, II gruppo sahariano) di età fascista e successiva. Risale sempre a quegli anni il simbolo della “fiammata della Ferrigna granata” appartenente al corpo dei Granatieri di Sardegna, ritrovato in alcuni monumenti al sacrario del Redipuglia. Lo stesso simbolo è naturalmente accostato al corpo dei carabinieri, il quale sappiamo svolse un ruolo rilevante nella guerra italo-turca. Cfr. Bovio 1985; Ales 1990. []
  13. Si può avanzare qualche perplessità sull’autenticità del discorso scritto. Non ci sono dubbi che Albanese abbia davvero pronunciato un discorso al cimitero di Henni perché, oltre ad una fotografia che attesta il discorso di Albanese, abbiamo anche la conferma di Mario Tedeschi, nell’articolo sulla rivista mensile del Touring Club Italiano. Cfr. Tedeschi 1914, 368. Altra cosa, però, è dimostrare che il testo qui riportato sia effettivamente e precisamente quello pronunciato. Non siamo in grado di dare totale attendibilità allo scritto. []
  14. In merito a questo, la storiografia italiana inizia ora a riconoscere che gran parte della retorica, della simbologia e delle ideologie della Prima guerra mondiale hanno conosciuto i natali proprio nella guerra italo-turca. Si moltiplicano sempre di più, per esempio, i testi che accorpano in un unico capitolo la campagna di Libia e la Prima guerra mondiale. Cfr. D’Orsi 2011. Il titolo del capitolo, infatti, reca: 1911-1918. Da Tripoli a Vittorio Veneto. Oppure si veda in Lepre, Petraccone 2008, dove il titolo del capitolo è: La guerra di Libia e la Grande Guerra. []
  15. Non si è sicuri che il testo qui esposto riporti le esatte parole pronunciate da Bertacchi in questa cerimonia. Il brano si trova in Albanese (1914, 23), ma non c’è stato modo di ritrovare il testo autentico. []
  16. Mi riferisco alle due principali accezioni del termine Civiltà. La prima, alla quale si attiene anche Bertacchi, concerne il concetto di civiltà caro ai filosofi illuministi, con una forte carica universale. Mentre quando mi riferisco al termine civiltà “particolare”, intendo il concetto di civiltà al plurale colto, per esempio, da Oswald Spengler e Arnold Toynbee. Quest’ultima accezione, per essere compresa, va completata con un aggettivo che determina di quale civiltà si stia parlando, ossia la civiltà italiana, quella francese o quella europea. []
  17. “[…] monumenti che i nuovi arrivati (prima i barbari vandali, poi gli arabi) non avranno la forza né la volontà non solo di emulare ma nemmeno di distruggere: la loro degradazione sarà il frutto più del tempo che degli uomini: ed è per questo che essi sono oggi là a dimostrarci, meglio che quelli di altre provincie, la potenza, la chiarezza e la salda organicità del genio che li creò” (Romanelli 1970, XXIV). []
  18. La “Rivista mensile del Touring Club Italiano” è la principale fonte con il quale cogliere l’adesione del Touring alla guerra italo-turca. Sfogliando anno per anno la rivista, si coglie che fino al 1911 il Tci dava veramente poco interesse alle questioni coloniali, filosofia che cambia radicalmente a partire dalla dichiarazione di guerra alla Turchia. Già dal gennaio 1912 gli articoli riguardanti la terra africana si moltiplicano fino a due interventi al mese. []
  19. Per la storia del Touring Club Italiano in cui però non vengono toccate le corde coloniali cfr Pivato 2006; oppure Raccagni 1983-1984. Per testi che rimandano all’attività del Touring nelle colonie, cfr. Della Valle 1935; oppure Bardelli 2004. Per quanto riguarda invece un testo “autobiografico” del Tci cfr. Volta 1954. []
  20. Sappiamo infatti che un primo museo ufficiale, a Tripoli, venne inaugurato soltanto l’11 maggio 1919. Cfr. Sangiovanni 1993, 90. []
  21. Era dall’inizio dell’anno che in Tripolitania regnava una calma quasi assoluta. Il generale, malcontento per una strategia giudicata troppo attendista, finì sulle spalle del generale Caneva che, per questo, venne destituito dal suo ruolo nell’agosto del 1912. Cfr. Del Boca 2010, 174-190. []
  22. Non si vuole certo sostenere che questo sia l’aspetto dominante e nemmeno che acquisti minimamente un’importanza simile, però bisogna sottolineare anche l’aspetto psicologico per valutare a tutto tondo le cause del fallimento libico nella politica di emigrazione almeno nel periodo immediatamente successivo alla fine del conflitto. []

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