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Posted in Articoli, Numero 51 - Articoli, Numero 51 - Dicembre 2019, Primo piano

Ma cos’è questo golpe? Mario Monicelli alla prova dei colonnelli

Ma cos’è questo golpe? Mario Monicelli alla prova dei colonnelli

GOLPE BORGHESE MONICELLI STORIA E FUTURO N. 51.pdf

di Mirco Dondi

MA COS’È QUESTO GOLPE? MARIO MONICELLI ALLA PROVA DEI COLONNELLI[1]

Abstract

Il saggio analizza il film del regista Mario Monicelli, uscito nel 1973 e ispirato al golpe Borghese in parte attuato tra il 7 e l’ 8 dicembre.  Il lavoro si sofferma sulle differenze tra la vicenda reale e la messa in scena cinematografica. Apparentemente il film sembra convergere sulla vulgata con il quale è stato a lungo catalogato il tentativo di Borghese: un golpe da operetta. A un’analisi più attenta, pur nel tono lieve della commedia, il film si rivela aderente alle più circostanziate indagini della magistratura svolte negli anni Novanta che vedono nel golpe Borghese nient’altro che un innesco per attuare un altro colpo di Stato senza insegne littorie, ma di marca autoritaria.

Biografia

Mirco Dondi insegna Storia contemporanea e Storia e Analisi delle Comunicazioni di Massa all’Università di Bologna dove ha ideato e dirige dal 2009 il Master di Comunicazione Storica. Cura la collana Comunicazione storica per la casa editrice Unicopli ed è direttore della rivista “Bibliomanie: Letterature, Storiografie, Semiotiche”.         Tra i suoi ultimi libri: 12 dicembre 1969. La strage di Piazza Fontana, Roma – Bari, Laterza, 2018; L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965 – 1974, Roma – Bari, Laterza, 2015; L’Italia repubblicana. Dalle origini alla crisi degli anni Settanta, Bologna, Archetipolibri, 2007.

LA RICEZIONE DEL FILM VOGLIAMO I COLONNELLI

        Lunedì 6 marzo 1973 esce nelle sale cinematografiche il film di Mario Monicelli Vogliamo i colonnelli, considerato una satira, in stile commedia all’italiana[2], che allude al tentativo di colpo di Stato da parte degli uomini guidati da Junio Valerio Borghese, attivi nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970. L’opera presenta aspetti vicini alla realtà e non si può definire un film di fantapolitica tout court come lo è invece Colpo di Stato (1969, regia di Luciano Salce) che si proietta nel futuro immediato prefigurando la vittoria a sorpresa del Partito comunista alle elezioni a cui fa seguito la rinuncia del Pci a governare, spaventato dal preallarme statunitense, e, in fondo, intimorito ad assumersi responsabilità.

        Sia le testimonianze che giudizi in sede storiografica ritengono che il golpe Borghese sia stato il tentativo di sovvertimento più pericoloso dell’ordine democratico nonché l’avvenimento di maggior rilievo nel percorso che porta dalla strage di Piazza Fontana alla strage di Piazza della Loggia a Brescia[3]. Si tratta dell’unico tentativo di colpo di Stato che passa a una fase esecutiva. Una ventina di uomini di Avanguardia nazionale – approfittando di amichevoli complicità[4] penetrano nell’armeria del Viminale, uno dei luoghi più protetti dello Stato, dal quale asportano due camion di armi, poi restituite, tranne un fucile tenuto per ricordo (Cipriani A. Cipriani G., 1991, 153). Sono particolari al tempo non noti all’opinione pubblica.

        Le sequenze finali di Vogliamo i colonnelli si ispirano, ricollocandoli in diverso contesto, ad alcuni aspetti conseguenti al Piano Solo del 1964, in particolare il colpo apoplettico che ha colpito il presidente delle Repubblica Antonio Segni il 7 agosto 1964 durante un diverbio con Giuseppe Saragat.

        La prima stesura della sceneggiatura da parte di Agenore Incrocci e Furio Scarpelli (noti come Age e Scarpelli) risale al 1967, prendendo spunto dal colpo di Stato dei colonnelli in Grecia, ma poi – a grandi linee – come racconta Monicelli che si unisce alla scrittura del soggetto, si sofferma sul golpe Borghese di cui “si sapeva poco” (Mondadori, S., 2005, 126). Il titolo Vogliamo i colonnelli si adatta a quel presente, come minaccia dei militari sulla vita democratica, e rimanda all’esperienza greca, in definitiva non troppo lontana[5]. Oltre al 1964, la minaccia golpista non è un tema nuovo per la storia italiana essendo aleggiata soprattutto nel 1969, prima e dopo la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre, dove è stata proiettata anche l’ombra dei colonnelli. Il tema ricorre anche in una segnalazione interna massonica del settembre 1969 nella quale si comunica che Licio Gelli avrebbe iniziato “quattrocento alti ufficiali dell’esercito al fine di predisporre un governo dei colonnelli” (Cipriani A., Cipriani G., 1991, 155; De Lutiis G., 2010, 108).

        Nella sceneggiatura il legame internazionale dei congiurati è coperto dalla figura del colonnello Andreas Automatikos (un fantomatico vice capo dei servizi segreti greci), ma nella realtà la rete ellenica è distante da questo colpo di Stato.

        Il film è stato selezionato nel 1973 dalla giuria del Festival di Cannes, per quanto la maggior parte della critica francese imputi al film un eccesso di volgarità e di cattivo gusto (Borghini F., 2007, 10; Garel A., 1975, 96 – 98).

        In Italia il passaggio al botteghino presenta un riscontro accettabile con 409.815 presenze stimate (Coletti M., 2001, 320), una cifra però non sufficiente a decretare il successo del film che in quel momento arride all’hollywoodiano Il Padrino e a Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Mario Monicelli lamenta il sabotaggio del film da parte del distributore Italnoleggio – emissione dell’Istituto Luce – controllato dalla Democrazia cristiana (Mondadori, S., 2005, 125).

        La casa produttrice, la Dean Film, mira a inserire questo lavoro – nei suoi messaggi promozionali – sull’onda degli indimenticabili successi della commedia all’italiana firmati da Monicelli: “Sbrindellati come I soliti ignoti, sgangherati come L’Armata Brancaleone, arrivano i colonnelli nel nuovo irresistibile film di Mario Monicelli”[6].

        Un lavoro connotato da un non conciliato bilanciamento tra satira e cronaca, induce alcuni critici a esprimere riserve sul valore dell’opera. Gian Maria Guglielmino su “La Gazzetta del Popolo” del 17 marzo 1973 vede il film “fallire proprio quell’obiettivo politico che al democratico Monicelli stava indubbiamente a cuore” (Delvino I., 2008, 99). Si associa con toni simili “Stampa Sera”: “una farsa dove la buffoneria appare mischiata grezzamente alla fantapolitica”. Più attento l’organo del Partito comunista che apprezza tanto l’”irrisione beffarda del neofascismo […] e della cretineria piccolo borghese” quanto l’”insinuazione del salutare sospetto […] che, al coperto di certe esibizioni pagliaccesche, si stia provando una diversa commedia, la quale potrebbe non avere lo stesso fine”. Un messaggio che piace molto al critico cinematografico del Partito comunista che evita le dissertazioni stilistiche, tanto care alla critica militante della sinistra. La recensione mira a evidenziare la posizione del Pci: è bene stare all’erta, ma bisogna considerare che “un colpo di Stato, aperto o strisciante, non è cosa troppo facile a realizzarsi, nel nostro paese”. Un sentimento di vigilanza è espresso nel film ripetendo due volte la stessa battuta: “Anche la marcia su Roma fu una buffonata, ma riuscì”; la prima volta è pronunciata verso il ministro dell’Interno da un esponente socialista, preoccupato per le sorti della democrazia, mentre, la seconda volta, è proprio il ministro dell’Interno a riprendere questa affermazione per attuare il suo piano di stabilizzazione. Il film riprende circostanze previste nel progetto golpista come l’occupazione della Rai (c’è un cameo dell’annunciatrice Mariolina Cannuli) e l’arresto del presidente della Repubblica.

        La critica più positiva e circostanziata giunge sul “Corriere della Sera” da Giovanni Grazzini che, a differenza de “L’Unità”, nomina senza remore i protagonisti “(da Borghese ai parlamentari missini!)” ritenendo però che il registro parodico porta “a sottovalutare le capacità mimetiche dei più insidiosi nemici della democrazia”. La coda velenosa che chiude il film funziona se “lo spettatore si serba lucido e sveglio, e dietro la crosta del buffo sente il brivido di un lugubre futuro”[7].

        L’interesse per questa pellicola è cresciuto con il tempo, per il suo modo di alludere alla realtà e riconoscendo un valore al melange di registri che compone l’opera. Nel 2015 il film è stato restaurato e proposto nella sezione Venezia classici.

        Il messaggio politico di Vogliamo i colonnelli non è accomodante: il colpo di Stato resta un’opzione della politica: non sarà frutto di un attacco esterno, non rivedrà le simbologie littorie, ma sarà realizzato dall’interno delle istituzioni e, non a caso, a effettuare la svolta autoritaria sarà proprio il ministro dell’Interno. Senza mezzi termini, Monicelli parla di “storia che culmina nel contro golpe della Democrazia cristiana” (Mondadori S. 2005, p. 127).

        Fare un golpe per farne un altro è l’autentica trama del golpe Borghese, concatenazione storica che nessuno, al tempo, colse o volle rendere pubblica, con l’eccezione degli sceneggiatori di questo film, forse informati da qualcuno, anche se ignorati dalle forze politiche sull’ipotesi da loro proposta[8]. Interna a questa concatenazione – che il lavoro di Monicelli sommariamente esprime – si manifesta un conflitto interno alle forze atlantiste, tra i fautori dell’autoritarismo alla greca e i sostenitori di una stabilizzazione morbida, vista con favore dagli ammiragli Gino Birindelli e Giovanni Torrisi, dagli ambienti imprenditoriali e dal socialdemocratico Mario Tanassi (Giannuli A. 2011, 142 – 143). Il fallimento del golpe mette fuori causa Junio Valerio Borghese, ma non i suoi uomini che si ritrovano nel successivo tentativo golpista della Rosa dei venti.

        Il tentativo di Borghese era stato notevolmente ridimensionato dalla stampa[9], al punto che la vulgata ha finito per dipingerlo come golpe da operetta, aspetto sul quale contribuisce la superficiale ricezione del film con la sottovalutazione di un finale che ha risvolti più inquietanti che burleschi.

        Sul fronte politico, in quel periodo non mancano esponenti di rilievo manifestare preoccupazione per un possibile colpo di Stato. C’erano state le precedenti dichiarazioni del socialista Giacomo Mancini, ma a suscitare scalpore il 5 novembre 1972, sono le affermazioni del segretario della Democrazia cristiana Arnaldo Forlani in un discorso tenuto a La Spezia, dove dichiara che i colpi di mano contro la democrazia non sono cessati e di sapere “documentalmente” che il più pericoloso è ancora in corso (Giannuli A., 2018, 398 – 401), con allusione ai movimenti golpisti della Rosa dei venti. Il segretario della Dc non smentisce, ma non approfondisce. La sua è una freccia avvelenata contro Giulio Andreotti e i suoi legami equivoci con esponenti della destra. Con quel “documentalmente” Forlani si pone in una posizione di superiorità rispetto a chi potrebbe denunciare.

        Ad aprile del 1973, si aggrava la posizione giudiziaria degli ordinovisti Franco Freda e Giovanni Ventura per la strage di Piazza Fontana. Una curiosa e involontaria coincidenza con la trama del film si verifica il 7 aprile 1973 quando un ordigno esplode in mano al neofascista Nico Azzi sulla toilette del treno Torino – Roma, attentato che nel progetto avrebbe dovuto essere attribuito all’estrema sinistra. Anche nel film, l’attentatore al Duomo, subisce le conseguenze dell’ordigno che ha piazzato, ma l’opinione pubblica non ne sarà informata. Poco più di un mese dopo, il 17 maggio, in concomitanza con la strage alla Questura di Milano, i congiurati della Rosa dei venti (al cui interno ci sono uomini del Fronte nazionale, ma non il loro capo Junio Valerio Borghese) progettano un rivolgimento contro le istituzioni democratiche[10].

        L’11 settembre 1973 avviene il colpo di Stato in Cile che rovescia il governo di sinistra di Salvator Allende. Il timore che anche l’Italia, se governata solo dalle sinistre possa essere colpita da una simile trama, si insinua nella mente del segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer che arriverà a proporre la formula del compromesso storico, un governo delle forze popolari che includa, oltre al Pci e al Psi, anche la Democrazia cristiana.

        All’uscita del film, i veri partecipanti al golpe Borghese sono al coperto. Dopo i primi arresti effettuati nel marzo 1971 l’indagine si arena. A febbraio 1972 sono scarcerati gli eversori e viene revocato il mandato di cattura per Junio Valerio Borghese tempestivamente fuggito all’estero, il 18 marzo 1971, per sottrarsi all’arresto.

        Nella seconda metà del 1972, l’ufficio D del Sid – senza informare il direttore Vito Miceli (del quale si sospetta la collusione con i congiurati) – avvia un’indagine riservata. Il capitano Antonio La Bruna riesce a intercettare, in Svizzera e in Italia, diversi golpisti raccogliendo una documentazione ponderosa destinata a essere solo in parte utilizzata.

LA SCENA INIZIALE: L’ATTENTATO AL DUOMO DI MILANO. UNA TRAMA E UNO STILE

        Un anno, non precisato, di storia italiana si chiude con la parata militare del 2 giugno. L’incipit è un attentato senza vittime che distrugge la guglia del Duomo di Milano che sorregge la Madonnina. Si tratta di un episodio inventato che ha un rimando evocativo a un altro attentato simbolico, compiuto il 12 dicembre 1969, all’Altare della Patria a Roma. Nel film, come nella realtà, la natura dell’obiettivo colpito serve per costruire un indizio sull’identità politica degli attentatori. La Madonnina richiama anche il momento stabilito per l’esecuzione dell’azione: la notte della Madonna[11].

        Con la bomba al Duomo, gli autori ricostruiscono la trama dell’attentato di provocazione: compiere un atto terroristico e attribuirne la responsabilità ai nemici politici, come accaduto il 12 dicembre 1969 con la bomba in Piazza Fontana a Milano e le altre esplosioni avvenute nella capitale alla Banca Nazionale del Lavoro e, per l’appunto, all’Altare della Patria. Non a caso, nel dibattito parlamentare steso per la sceneggiatura, dai banchi della sinistra si grida: “E’ un attentato provocatorio per sollevare l’opinione pubblica contro i partiti della sinistra.”

        Proprio le scene iniziali (dopo i trenta secondi dedicati alla parata militare del 2 giugno) si presentano come un condensato della strategia della tensione, vista nel suo sviluppo sui media. Il botto – con la rapidissima sequenza del crollo (appena due secondi) – proiettano subito lo spettatore sulle prime pagine dei quotidiani italiani e stranieri, accompagnate dal commento della voce fuori campo:

“L’attentato che danneggia gravemente un simbolo della fede e uno dei monumenti più antichi e venerati della cristianità, provoca l’indignazione generale. L’Italia è percorsa da un’ondata di esecrazione e di sbigottimento.”

L’esplosione e i titoli dei quotidiani sono condensati in appena 9 secondi, uno sviluppo narrativo ricco in rapporto al tempo che vi è dedicato, tale da non imprimere i suoi fitti i rimandi simbolici su uno spettatore mediamente attento.

        I primi due minuti non risparmiano nemmeno il telegiornale (il cui studio dell’edizione delle 13.30 è fedelmente ricostruito), visto come strumento di pressione sull’opinione pubblica: in un attimo la paternità degli attentati passa dagli “ignoti attentatori” ai “gruppi dell’estrema sinistra extraparlamentare”.

        Da questo ritmo serrato emerge l’intento di Mario Monicelli: coniugare la commedia all’italiana, stile nel quale eccelle, con l’impegno politico. A livello strutturale, il film si presenta con due blocchi narrativi che procedono paralleli: il mokumentary[12] – falso documentario – (Formenti 2016, 106) innervato con falsi spezzoni di telegiornali che mima l’inchiesta televisiva e la presentazione dei congiurati, vilipesi a macchiette, intenti a realizzare il colpo di Stato.

        C’è uno sfasamento interno tra l’asettica enunciazione di Riccardo Cucciolla quale voice over, che guida le parti documentaristiche, e la sbracata dabbenaggine dei congiurati. La ricostruzione documentaria si avvale del freddo commento musicale di Carlo Rustichelli, Synthetizer Rhythmic, in tutto simile agli accompagnamenti impiegati nelle inchieste televisive[13]. Due impianti diversi per suscitare contrapposte sensazioni: da un lato, il costrutto documentaristico (musica inclusa) produce suspence, dall’altro lato la tensione si scioglie in riso dinanzi all’inanità degli eversori.

ORIENTAMENTI E RECLUTAMENTI

        Nel dibattito parlamentare (da 3.00 a 4.33) sono raccolti alcuni orientamenti della politica conservatrice italiana: il desiderio di ordine, a destra, e la retorica degli opposti estremismi di marca democristiana. Il ministro dell’Interno – ridimensionando l’attentato al Duomo di Milano – denuncia le “violenze più estese nelle strade, nelle scuole e nelle fabbriche”, preannuncio della svolta autoritaria che lui stesso compirà nelle scene finali rivolgendosi al presidente della Repubblica con queste parole: “La martirizzata silenziosa maggioranza è stufa e ha diritto a una duratura pacificazione sociale”. Qua c’è il richiamo al movimento di Maggioranza silenziosa (evocato nel film anche dal golpista Giuseppe Tritoni), un aggregato di esponenti conservatori dei partiti democratici e del Msi che la egemonizza, attivo dal 1971 al 1973.

        La parte iniziale della sceneggiatura si muove attorno a una lista di nomi di ufficiali che il deputato golpista, Giuseppe Tritoni, punta a coinvolgere nel suo progetto eversivo. I nomi contenuti nell’elenco avevano partecipato a una precedente congiura (“il mancato colpo di Stato del De Vincenzo”), con un chiaro rimando al Piano Solo del 1964.

        Nella parte narrativa, legata al falso documentario, tutti gli ufficiali contattati sono identificati dalla posizione politica, dalla specializzazione militare e, non ultimo, anche dal numero di uomini che sono, a loro volta, in grado di mobilitare, un aspetto – quest’ultimo – che si è verificato.

        Lo specchio di questa trama è aderente a una figura chiave come il generale dei carabinieri Dino Mingarelli (non rappresentato nel film), anello di congiunzione tra il Piano Solo e il golpe Borghese. Il generale è tra gli estensori del Piano Solo, e risulta attivo nel golpe Borghese portando a Roma 800 allievi della scuola di Firenze in assetto di guerra[14].

CHI SONO I GOLPISTI? SANDRO SACCUCCI VERSUS TRITONI – TOGNAZZI

        In un cineasta come Mario Monicelli il rapporto con la storia è racchiuso in due momenti alti come La grande guerra (1959) e I compagni (1963) o in trovate burlesche come nella saga di Brancaleone. In Vogliamo i colonnelli il lavoro di documentazione si svolge su una vicenda che parla ancora al presente e culmina nell’individuazione di una persona reale – il deputato missino Sandro Saccucci – per la creazione del protagonista Giuseppe Tritoni interpretato da Ugo Tognazzi.

        Fra l’opinione pubblica la scarsa notorietà dei congiurati si riflette nella scelta di un cast che predilige attori non professionisti o scarsamente noti al pubblico. L’unica eccezione è rappresentata di Ugo Tognazzi, ruolo che a distanza di tempo Monicelli si pente di avergli assegnato ritenendo che sarebbe stato preferibile mantenere la scelta su attori sconosciuti (Mondadori S., 2005, 127)[15].

        Sandro Saccucci è un tenente paracadutista, stretto collaboratore di Borghese, aderente all’organizzazione di estrema destra Ordine nuovo[16]. Saccucci è un uomo ruvido, in rapporti con Licio Gelli la cui loggia massonica P2 vede diversi suoi affiliati coinvolti nel tentativo di golpe e nelle seguenti indagini. Si tratta degli uomini del gruppo Centrale, direttamente collegati con Gelli[17]. La loggia sarà scoperta soltanto nel marzo 1981 quando verranno resi pubblici i suoi affiliati. Per la partecipazione al golpe, Saccucci sconta 11 mesi di detenzione, una parte di questi trascorsi in una clinica lussuosa. Viene poi individuato come candidato dal Msi nelle cui liste riesce a ottenere l’elezione a deputato nel 1972 e nel 1976 (De Lutiis G., 2010, 109; Flamigni S., 1996, 46; Giannuli A., 2018, 273, 354, 496).

        Il personaggio della finzione è mosso dall’urgenza dell’azione. Nel testamento attribuibile a Junio Valerio Borghese (presumibilmente l’ultimo documento redatto prima della morte nel 1974, con l’intento di riguadagnare credibilità tra i suoi adepti)[18] l’ufficiale fa riferimento, nei mesi che precedono dicembre 1970, all’impazienza del tenente: “Saccucci Scalpita” (Giannuli A., 2011, 415).

        Il Saccucci – Tritoni della finzione, per convincere il camerata Ciccio Introna (che somiglia e veste come l’agitatore di Reggio Calabria Ciccio Franco) afferma: “E’ arrivato il momento di entrare in azione. Un pugno d’omini decisi e tutti ci verranno dietro: chi per fede, chi per interesse, chi per paura”.

CHI SONO I GOLPISTI? JUNIO VALERIO BORGHESE VERSUS ALCEO PARIGLIA

        E’ una scelta di sfrontata derisione associare Junio Valerio Borghese – che in pubblico si presenta come inesorabile nemico dei comunisti – con il generale rimbambito Alceo Pariglia (interpretato dallo sconosciuto Belisario De Matteis) al quale è affidato il comando della giunta militare – da burattino manovrato – con il compito di leggere il proclama del colpo di Stato alla televisione. Per gli stessi congiurati Pariglia “è una mezza figura”. Variante monicelliana: Pariglia è un generale dell’Aviazione mentre Borghese è un ufficiale della Marina, Pariglia è più anziano di Borghese che nel 1970 ha 64 anni. Nel film il ruolo di tessitore delle relazioni con i congiurati e con l’industriale di fantasia Antonino Irnerio Steiner è assegnato al Tritoni – Tognazzi, ma nella realtà è Junio Valerio Borghese ad avere contatti con ambienti militari, politici e industriali al fine di ottenere adesioni e sostegno economico, quest’ultimo valutato dal magistrato Libero Mancuso nell’ordine di 700 milioni[19].

        Rispetto al Tritoni – Tognazzi che agisce di propria iniziativa, Borghese ha alle spalle una strutturata organizzazione come il Fronte nazionale – di cui è presidente – alla quale si affiancano, oltre a singoli, parti dell’esercito, la massoneria di Licio Gelli e altri gruppi dell’estremismo nero come Avanguardia nazionale, Ordine nuovo, Europa civiltà. Complessivamente il tentativo di Borghese arriva a mobilitare circa 20.000 attivisti, tutt’altro peso rispetto allo “sparuto gruppo di eversori” (la battuta è assegnata al presidente della Repubblica) presentato nel film.

        Pur in una dimensione non paragonabile tra Borghese e il Pariglia della finzione, anche il ruolo di comando di Borghese appare più nominale che reale, dal momento che il colpo di Stato viene interrotto da una telefonata, probabilmente di Gilberto Bernabei, plenipotenziario di Giulio Andreotti che invita Borghese a sospendere il piano[20]. Non é lui al comando, non è quello il colpo di Stato. Vero invece che sarebbe spettato all’ex comandante della Decima Mas comunicare alla televisione l’avvenuta presa del potere.

        Nella finzione filmica i golpisti subiscono un inciampo dietro l’altro nell’attuazione del piano, nella realtà il progetto prosegue secondo quanto concordato e si arresta poco prima di sferrare l’attacco al ministero della Difesa (Cucchiarelli P., Giannuli A., 1997, 248).

CHI SONO I GOLPISTI? UN’IPOTESI SUL MINISTRO DELL’INTERNO E SUL RUOLO DI GIULIO ANDREOTTI

        L’altro personaggio chiave del film è il ministro dell’Interno Salvato Li Masi (interpretato dal cantante lirico siracusano Lino Puglisi), scaltro e intelligente timoniere della crisi aperta dai congiurati e uomo dal quale promana il vero colpo di Stato. Considerando gli evidenti parallelismi tra i principali personaggi e le persone reali, il corrispondente di Salvato Li Masi appare meno certo nella sua individuazione. L’allora ministro dell’Interno Franco Restivo era un democristiano conservatore siciliano, ma l’allusione degli autori non sembra rivolta a lui. Piuttosto, Salvato Li Masi contiene tutte le lettere, a eccezione dei suffissi “-re” del nome e “-si” del cognome, del politico andreottiano Salvatore Lima detto Salvo. Potrebbe essere un richiamo indiretto, per non rischiare troppo, a Giulio Andreotti.[21].

        Borghese, nel documento a lui attribuibile, circostanzia il modello istituzionale concordato: “Ragioni contingenti e di opinione pubblica richiedevano che, sia pure con limitati poteri, la prima presidenza venisse assunta da un rappresentante della Dc, uomo politico favorevolmente considerato sia dagli americani che dalla stessa alleanza atlantica, per capacità intrinseche ed onestà, l’on. Giulio Andreotti”[22] (Giannuli A., 2011, 414). La chiamata in causa del leader democristiano è confermata dagli ambienti di Avanguardia nazionale (Adriano Monti e Stefano Delle Chiaie) mentre il neofascista Paolo Aleandri ricorda che il golpe aveva ricevuto l’assenso da alcune forze istituzionali (Giannuli A., 2011, 140; Monti A., 2006, 55; Follieri L., 1999, 140 -141). Un documento dell’Archivio della direzione centrale di polizia dell’estate 1974, fonte Ufficio affari riservati, indica in Giulio Andreotti e in Mario Tanassi (allora ministro della Difesa) due persone che “avrebbero incoraggiato favorito e finanziato il colpo di Stato di Borghese” (Giannuli A., 2011, 140). Esiste inoltre un documento anonimo All’insegna della trama nera[23], ma con informazioni riscontrabili, che segnala il ruolo di uomini (Fabio De Felice e Filippo di Jorio) vicini sia ad Andreotti che a Borghese. L’avvocato Filippo Di Jorio è un andreottiano che difende i congiurati e viene poi rinviato a giudizio per il golpe.

        Sull’altro versante il sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Claudio Vitalone che segue la prima inchiesta giudiziaria, è anch’egli vicino ad Andreotti, per quanto nel 1972 si opponga alla scarcerazione di Remo Orlandini e Sandro Saccucci stilando poi una requisitoria che, pur alleggerendo le responsabilità del direttore del Sid Vito Miceli (da correità nella cospirazione a omessa denuncia), inserisce il golpe Borghese dentro a una più ampia trama di eversione. Prima che tutto fosse negato, anche sotto il profilo giudiziario, il processo di primo grado termina il 14 luglio 1978 comminando 46 condanne, nella maggior parte dei casi pene lievi di alcuni anni. Solo a Remo Orlandini sono inflitti di 10 anni per “cospirazione politica mediante associazione”[24].

        È però ancora il “testamento” di Borghese che – con l’allusione al segretario di Andreotti – attribuisce all’esponente democristiano il ruolo di sabotatore del golpe, coerente con la tattica andreottiana di servirsi della destra per neutralizzarne le spinte eversive.

        Si apre poi una complessa trama di documenti, acquisiti dai golpisti – come indica Borghese nel “testamento” –  e di registrazioni e indagini successive, guarda caso sollecitate proprio da Andreotti al capo dell’ufficio D del Sid Gianadelio Maletti. Quest’ultima indagine arriva a delineare un’ampia rete di militari che avrebbero espresso il loro assenso al golpe, salvo però renderne noti all’opinione pubblica solo una parte, occultando alcuni nomi eccellenti, come quello dell’ammiraglio Giovanni Torrisi (negli elenchi alla P2) giunto ai vertici dei comandi militari nazionali ricoprendo i ruoli di capo di Stato Maggiore della Marina (1977 – 1980) e capo di Stato Maggiore della Difesa (1980 – 1981), incarichi che non avrebbe ricoperto se il suo nome fosse stato diffuso tra quello dei congiurati.

CHI SONO I GOLPISTI? LA GRANDE DESTRA, I MILITARI, GLI ALTOLOCATI

        “Lavoriamo per darci la fisionomia di chi vuole l’ordine nella libertà e la libertà nell’ordine”. Così sostiene nella finzione il segretario della Grande Destra l’onorevole Mazzante, somigliante e allusivo nel cognome al segretario del Msi Giorgio Almirante, di fronte a Tritoni – Tognazzi che vorrebbe spingere il partito verso una più aperta strategia golpista. È l’immagine di una destra in doppio petto, conservatrice e perbenista, che il leader missino Almirante cerca di costruire, pur muovendo al contempo il neo squadrismo nelle piazze. Quest’ultimo aspetto non rientra nella sceneggiatura, ma il Mazzante della Grande destra non è meno pericoloso finendo per schierarsi con il secondo e vincente golpe del ministro dell’Interno.

        Il tratto infido e grottesco investe il mondo militare[25], sin dall’attribuzione dei cognomi: il generale Bassi – Lega, l’ammiraglio Fontina, i colonelli Elpidio Aguzzo, Gavino Furas, Pino Barbacane, Quintiliano Terzilli, il tenente colonnello Vittorio Emanuele Ribaud. Oltre a essere ingabbiati in cognomi ridicoli, nessuno dei colonnelli riesce a esprimersi senza tradire marcati accenti regionali o senza incappare in scivoloni grammaticali, entrambi gli espedienti squalificano l’autorevolezza dei soggetti e accentuano l’effetto comico.

        Una serie di cognomi denigratori sono assegnati ai personaggi degli ambienti altolocati che guardano con simpatia ai colonnelli come l’onorevole Simonacchio (il suffisso alterativo acchio è impiegato in funzione dispregiativa), effetto che in maniera simile si riproduce sui Carotone, Botolo, Socamillo, Masticoni, Arraffa, Arronca e Scippa (Bosio R., 2014, 75).

        Nobili e industriali guardano con atteggiamento sprezzante chi sta sotto: “Noi dobbiamo anche riconoscere che la criminalità è dovuta alla libertà di stampa e di informazione. La gente meno sa e meno pensa”, afferma monsignor Giampaolino Sartorello alla festa dell’industriale Antonino Irnerio Steiner dove un altro degli invitati esprime l’auspicio di congelare l’ordine sociale: “L’uguaglianza è accettabile e giusta solo fra individui eguali. Ci deve essere anche la libertà che il ricco resti ricco e il povero povero”. È un ambiente apparentemente raffinato, ma al pari ignorante quanto quello militare: “Una repubblica presidenziale? D’accordo, ma con il re”.

        La satira investe anche gli intellettuali d’area missina come il filosofo marxista, poi deputato del Msi, Armando Plebe ripreso nella figura del professor Pube “è una delle nostre menti più acute” dove le parole della contessina della finzione si sovrappongono al vero giudizio espresso da Giorgio Almirante.

        Una coincidenza sorprendente (minuto 12) vede la figlia del generale Bassi Lega guardare alla televisione il game show per ragazzi Chissà chi lo sa, condotto da Febo Conti, dignitario di una loggia massonica Nato di Verona e tra gli aderenti al golpe, come lui stesso ammetterà davanti ai Ros nel corso dell’inchiesta sulla strage di Brescia (28 maggio 1974). In caso di successo, a Febo Conti sarebbe spettata la riorganizzazione della Rai (Giannuli 2011, 149).

CHE COSA MANCA NEL FILM

        “Il capo della giunta militare dovrebbe essere un uomo in grado di procurare consensi all’estero, specie dall’America” dichiara alla riunione segreta dei congiurati un personaggio vagamente somigliante a Giulio Andreotti. E’ poi un atleta di jūdō, con l’accento americano, a consegnare a Tritoni un documento che permette di ricattare l’industriale Steiner spingendolo a finanziare il golpe. Tritoni parlando con il judoka gli chiede: “sei della Cia?”

        Con la scelta drammaturgica di spostare il fuoco da Borghese a Saccucci resta complessivamente più sfumato l’aggancio con gli Stati Uniti. Non va dimenticato che all’indomani della Liberazione, il principe nero viene salvato dalla condanna a morte, che avrebbero potuto comminargli le corti Straordinarie di Assise, per effetto delle pressioni congiunte degli statunitensi – con James Jesus Angleton – (Parlato G. 2006, 73)[26] e del Vaticano. L’atlantismo filo americano (Ignazi P., 1998, 71) e il riguardo al cattolicesimo tradizionalista diventano due costanti del comportamento politico di Borghese che il film non restituisce. Il principe nero è al centro di una storia finanziaria, i cui riscontri possono avere inciso sul tentativo di colpo di Stato. Borghese diventa presidente della Banca di Credito commerciale e industriale su incarico di Michele Sindona, ma la conduzione di operazioni speculative porta l’istituto di credito al collasso nel 1968 che comporta, per Borghese e gli altri amministratori, un rinvio a giudizio con l’accusa di bancarotta fraudolenta. In questa situazione il principe diventa ricattabile per altri disegni[27].

        Nella realtà i collaboratori del principe forniscono una serie di tracciati che passano dai contatti con Hugh Fenwick (ingegnere della Selenia, uomo legato a Nixon e rappresentante dei repubblicani statunitensi in Italia), Herbert Klein (assistente del Segretario di Stato Henry Kissinger), e l’ambasciatore Graham Martin, un falco anticomunista in stretto contatto con il presidente Richard Nixon e, soprattutto, uomo legato ai servizi (Tonietto N., 2016, 8). E’ difficile conciliare questi legami con il tono della commedia. La più fitta rete di contatti intessuta nella realtà faticherebbe a modularsi su un film di 94 minuti, per restituire la gradazione degli atteggiamenti statunitensi, amichevoli ma non consenzienti. Graham Martin, impegolato nell’opaca gestione dei finanziamenti clandestini ai partiti anticomunisti, sconsiglia l’esecuzione del progetto (Guarna L., 2015, passim).

        Nel film il riferimento ai servizi segreti è limitato a un episodio di intercettazioni telefonica, laddove Tritoni presume che all’apparecchio del generale Bassi Lega ci sia qualcuno in ascolto.

        La realtà arriva invece a toccare il più alto livello dello spionaggio italiano. Il capo del Sid, il generale Vito Miceli, viene chiamato in causa dal braccio destro di Borghese, Remo Orlandini che racconta di avere combinato un incontro a casa sua tra Borghese e Miceli nel 1968 – quando l’ufficiale era ancora al Sios (Flamini G. 2010, 154).

        Nel film mancano i riferimenti alle mafie calabresi e siciliane, coinvolte nell’operazione dalla P2 al fine di garantire il controllo militare sulle loro aree (Flamigni S. 1996, 47).

NEL VENTRE DEL GOLPISMO

        A semplice titolo di esempio, diversi esponenti che partecipano al golpe Borghese si ritrovano implicati in altre trame di rivolgimento istituzionale. Detto del generale Mingarelli, prosegue l’attività di Remo Orlandini, stretto collaboratore di Borghese, massone di palazzo Giustiniani, in contatto con il direttore del Sid Vito Miceli, a sua volta iscritto alla P2 e non estraneo ai congiurati della Rosa dei venti (maggio 1973). Ha un ruolo interno al golpe Licio Gelli (su di lui negli anni Novanta penderà l’accusa di essere l’uomo che avrebbe dovuto arrestare Giuseppe Saragat)[28]. Sempre assolto, ma indagato, anche Dario Zagolin che figura nei processi di Piazza Fontana, del golpe Borghese e della Rosa dei venti.

        Nei rinviati a giudizio del processo di primo grado sono molti altri i nomi che compaiono (anche senza essere condannati) in altre inchieste (soprattutto Rosa dei venti) e hanno contatti con i servizi, tra questi vanno ricordati: Giovanni Alliata di Monreale, Stefano Delle Chiaie, Salvatore Drago, Attilio Lercari (industriale, finanziatore e braccio destro di Andrea Mario Piaggio), il capo del Sid Vito Miceli, Amos Spiazzi. I dirigenti del Fronte nazionale, sopravvissuti agli arresti o alla fuga, riannodano la trama eversiva che culmina con l’organizzazione della Rosa dei venti.

        Tra i 622 esponenti dell’organizzazione Gladio resi noti all’inizio degli anni Novanta, non si trovano stragisti, ma figurano alcuni nomi coinvolti nel golpe Borghese e nel golpe Bianco del 1974[29].

ESITI GIUDIZIARI

        Su 144 indagati[30] il giudizio di primo grado investe 78 imputati sui quali si è richiamata la mano clemente della magistratura nella sentenza del 1978. Nel primo processo l’imputazione di insurrezione armata contro lo Stato si alleggerisce nell’accusa di cospirazione politica, fino ad essere cancellata qualsiasi ipotesi di reato. Sei anni dopo, il 27 novembre 1984, la Corte d’Assise di Roma assolve tutti i congiurati “perché il fatto non sussiste”.

        La riduzione a zero dell’evento golpe Borghese è confermata dalla Cassazione per la quale gli imputati sono ancora più innocui dei personaggi del film: “fantasiose le accuse dell’accordo criminoso, innocui i conversari cospiratori e pura e semplice fanfaronata il presunto programma eversivo”[31].

GOLPE BORGHESE MONICELLI STORIA E FUTURO N. 51.pdf

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[1] Desidero ringraziare Francesco Biscione per le osservazioni e il proficuo confronto.

[2] Mario Monicelli esprime una definizione sul genere commedia all’italiana che si adatta al film Vogliamo i colonnelli: “La commedia all’italiana […] ride e fa ridere sempre su argomenti tutt’altro che comici, spesso drammatici. In una vera commedia all’italiana non c’è mai il lieto fine, il protagonista fallisce sempre”. (Delvino, I., 2008, 30)

[3] Al processo di Catanzaro sulla strage di piazza Fontana, si esprime in questo modo il capo della polizia in carica nel 1970 Angelo Vicari che nei piani avrebbe dovuto essere arrestato dai congiurati (De Lutiis, 2010, 108). Su un giudizio di pericolosità del tentativo convergono: (Giannuli A., 2018, 351), (Tonietto N., 2016), (Cipriani A., Cipriani G., 1991, 155)

[4] Il riferimento è a Salvatore Drago dirigente e medico al ministero dell’Interno, indicato come piduista, in stretti rapporti con l’Ufficio Affari riservati, tramite con la mafia [De Lutiis, G., 2010, 114). Il suo nome affiora dalla testimonianza di un altro congiurato, Gaetano Lunetta che racconta della visita al Viminale a ottobre e delle chiavi a loro consegnate dai carabinieri la sera del golpe (Silj A., 1994, 139 – 140).

[5] Nel 1970 esce un libro di taglio giornalistico con un titolo simile a quello del film: Nerio Minuzzo, Quando arrivano i colonnelli. Rapporto dalla Grecia, Milano, Bompiani, 1970.

[6] Brancaleone alle crociate del 1966 si attesta su una stima di 1.628.337 spettatori, mentre I soliti ignoti del 1958 ha presenze stimate per 1.555.784.

[7] Golpe, di Tognazzi, in “Stampa Sera”, 17 marzo 1973, p. 7; Ridete pure ma riflettete, in “L’Unità”, 7 marzo 1973, p. 7 (edizione romana). Giovanni Grazzini, Tognazzi magistrale, Mastroianni usuale, in “Corriere della Sera”, 9 marzo 1973.

[8] Agenore Incrocci e Furio Scarpelli erano vicini al Pci, Mario Monicelli era socialista, ma non disdegnava di farsi passare per comunista. Su Age e Scarpelli: https://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=0000000111883, visto il 9 ottobre 2019; su Monicelli: (Bosio R., 2014, 125).

[9] Fra tutti i quotidiani spicca il titolo, senza nessun elemento informativo, del quotidiano della Democrazia cristiana quando venne reso noto il tentativo di Borghese: Nella ferma difesa delle istituzioni motivo di tranquillità del paese, in “Il Popolo”, 18 marzo 1971.

[10] Si tratta del fascicolo processuale “Orlandini + 77”: Il cognome si riferisce al costruttore Remo Orlandini, stretto collaboratore di Junio Valerio Borghese. Cfr. Casa della Memoria di Brescia, Procura della Repubblica di Brescia, Procedimento penale n. 91/97 mod. 21, H-a-2, Consulenza di Aldo Giannuli, Rosa dei venti, 8 aprile 2002, pdf p. 945 e seguenti.

[11] http://leg13.camera.it/_dati/leg13/lavori/doc/xxiii/064v01t03_RS/00000007.pdf: all’interno: Dicembre 1970/3 – La notte della Madonna, p. 8 pdf, visto il 30 novembre 2019. Cfr. anche: Flamini G. 2010, 59.

[12] Il falso documentario è una tecnica cinematografica che mira a rendere un effetto di verità. L’iniziatore del genere è considerato il regista Peter Watkins con il mediometraggio del 1965 The War Game che immagina i giorni che precedono l’attacco sovietico alla Gran Bretagna.

[13] Carlo Rustichelli, tra i più grandi compositori del cinema italiano, ha accompagnato più volte i film di Mario Monicelli: nel 1960 con I compagni, nel 1966 con L’armata Brancaleone, nel 1970 con Brancaleone alle crociate e successivamente con Amici miei nel 1975. Curiosamente Monicelli ha una visione critica dei commenti musicali: “La musica in un film non mi piace. Supplisce alle manchevolezze della storia” (Mondadori S., 2004, 141)

[14] Camera dei Deputati, Xa legislatura, Relazione di Luigi Cipriani, Resoconto stenografico, 11 gennaio 1991. L’intervento si trova anche in https://www.fondazionecipriani.it/home/index.php/scritti/12-stay-behind/8-interventi-in-aula-sull-affare-gladio, visto il 19 ottobre 2019.

[15] In tutti i film sopra elencati, Monicelli partecipa anche alla definizione del soggetto e della sceneggiatura.

[16] Ufficialmente Borghese rompe con On nell’autunno del 1969 imputando all’organizzazione il rientro nel Msi. Resta però la collaborazione con i suoi uomini.

[17] Si tratta, fra gli altri, di Vito Miceli, Bruno Palmiotti e Vittorio Tanassi (legati al ministro della Difesa Mario Tanassi) l’ufficiale di Marina Giovanni Torrisi, l’ufficiale dei carabinieri Giovanbattista Palumbo, l’ufficiale dell’Esercito Giuseppe Santovito, il magistrato di Cassazione Carmelo Spagnuolo, il democristiano Filippo De Jorio legato a Giulio Andreotti (Flamigni S. 1996, 46).

[18] Il testamento di Junio Valerio Borghese è stato analizzato dallo storico Aldo Giannuli, in veste di perito per il Tribunale di Brescia. Il documento è consegnato alla procura di Brescia nel 2003 da un discendente di Enrico De Boccard che è stato uno degli organizzatori dell’Istituto Pollio, legato allo Stato maggiore della Difesa, neofascista e collaboratore del Sid nonché tra i destinatari della lettera testamento. Giannuli osserva che “nulla ci dimostra in modo inoppugnabile che esso sia stato effettivamente scritto dal principe Borghese […] però: a) lo stile letterario è del tutto compatibile con quello del Comandante Borghese; b) non ci sono errori di nomi, anacronismi o altri errori che possano inficiarne l’autenticità; c) non ci sono contraddizioni interne al testo che possano avvalorarne la falsità… (Giannuli A., 2011, 144 – 146).

[19] L’aspetto delle relazioni del comandante è rimarcato in Tribunale di Roma, Golpe Borghese, Requisitoria del sostituto procuratore della Repubblica Claudio Vitalone, 9 settembre 1975, p. 55 (cartaceo), pdf p. 56; la valutazione dei finanziamenti si trova in Tribunale di Bologna, Requisitoria di Libero Mancuso Inchiesta bis per l’Italicus 1994, quest’ultima anche in (Cucchiarelli P., Giannuli A., 1997, 295).

[20] Su chi abbia effettuato la telefonata, ci sono tre versioni. 1) Borghese nel suo testamento allude a Gilberto Bernabei, segretario di Giulio Andreotti; 2) L’estremista nero Paolo Aleandri, fondatore del gruppo Costruiamo l’azione, afferma che Fabio De Felice esponente del gruppo ma che legato a Licio Gelli, ha ammesso che il contrordine sia partito proprio dal capo della P2; 3) Amos Spiazzi, militare monarchico vicino a Borghese, dichiara invece di essere stato lui a informare il comandante che l’esercito stava predisponendo un piano di intervento contro i congiurati (Neri S., 2008, 122). Al di là del diverso grado di verosimiglianza di queste versioni (l’ipotesi 2 è una testimonianza de relato quindi con scarso valore) è probabile che Borghese ricevette più di una telefonata.

[21] Va detto che già allora Salvo Lima era un politico in odore di mafia e proprio in quegli anni (1972 – 1976) la Commissione antimafia ricostruisce i suoi legami mafiosi clientelari http://archiviopiolatorre.camera.it/img-repo/DOCUMENTAZIONE/Antimafia/03_rel.pdf, Relazione di minoranza, p. 31 pdf, p. 597 documento cartaceo. Nella vicenda reale la mafia e la ‘ndrangheta partecipano al complotto.

[22] Questa versione è confermata nella ricostruzione di Adriano Monti, medico ed esponente di Avanguardia nazionale legato a Borghese (Monti A., 2006, 55)

[23] Si tratta dello stesso documento al quale si riferisce, senza mai nominarlo, Arnaldo Forlani nel suo discorso del 1972 a La Spezia. Il documento anonimo è stato inviato a novembre del 1972 a giornali, partiti e parlamentari, ma è stato pubblicato soltanto dal settimanale “Il Borghese”. E’ stato esaminato anche dalla Commissione parlamentare sulla Loggia P2 ed è entrato fra le carte dei processi per strage, cfr.: Casa della Memoria di Brescia, Procura della Repubblica di Brescia, Procedimento penale n. 91/97 mod. 21, H-a-2, Tribunale di Milano, Relazione di perizia, Incarico del 30 aprile 1998 “Noto Servizio”, Consulenza di Aldo Giannuli, pdf pp. 203 – 208.

[24] Tribunale di Roma, Corte di Assise, Sentenza, 14 luglio 1979, pdf p. 644 – 646.

[25] Un anno prima, nel 1972 Ugo Tognazzi è protagonista di un altro film, meno riuscito, di ambiente miliare: Il generale dorme in piedi dove anche qua non mancano allusioni al Piano Solo.

[26] Un riferimento affettuoso ad Angleton compare anche nel testamento di Borghese.

[27] Casa della Memoria di Brescia, Procura della Repubblica di Brescia, Procedimento penale n. 91/97 mod. 21, H-a-1, Tribunale di Milano, Relazione di perizia, Procedimento penale n 2 92F, Consulenza di Aldo Giannuli, pdf p. 271; I soldi: da dove venivano, chi li procurava, in “L’Espresso”, 10 novembre 1974.

[28] Giorgio Cecchetti, Colpo di Stato e P2. Gelli sotto inchiesta, in “La Repubblica”, 10 aprile 1995.

[29] Casa della Memoria di Brescia, Procura della Repubblica di Brescia, Procedimento penale n. 91/97 mod. 21, H-a-1, Tribunale di Milano, Relazione di perizia, Procedimento penale n 2 92F, Consulenza di Aldo Giannuli, pdf pp. 162 – 163.

[30] Tribunale di Roma, Golpe Borghese, Requisitoria del sostituto procuratore della Repubblica Claudio Vitalone, 9 settembre 1975.

[31] Corte suprema di Cassazione, Sezione Prima penale, Sentenza del 24 aprile 1986, p. 7.

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