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Posted in Numero 36 - Novembre 2014, Numero 36 - Rubriche, Numero 36 - Scaffale, Scaffale

Marco Ventura Creduli e credenti: il declino di Stato e Chiesa come questione di fede Torino, Einaudi, 2014

Marco Ventura Creduli e credenti: il declino di Stato e Chiesa come questione di fede Torino, Einaudi, 2014

di Paolo Passaniti

Scaffale PassanitiIl volume di Marco Ventura su creduli e credenti è un saggio che contiene al suo interno tante diverse storie. Come recita intanto il sottotitolo, è una storia del declino di Stato e Chiesa, affrontato sul versante della fede. Tra discorso civile, questione di fede e divulgazione scientifica, Ventura fornisce un’agile ricostruzione dei nodi cruciali del diritto ecclesiastico dallo Stato liberale ai nostri giorni. I rapporti Stato-Chiesa esaminati per quello che sono stati, ma anche illustrando le tante alternative non percorse. Questa storia di lungo periodo ne contiene tante altre sempre più ravvicinate, richiamate ed intrecciate tramite illuminanti richiami ai punti di svolta. Riaffiora la visione del rapporto Stato-Chiesa attraverso la trama concordataria, esaminata nei suoi tre grandi passaggi: 1929, 1947, 1984, ovvero concordato, art. 7 cost. e successiva revisione. In altre parole: Mussolini, Togliatti e Craxi. E proprio la vicenda della revisione del concordato è il punto di inizio della storia del parallelo declino.

Ventura contestualizza il significato dell’accordo Casaroli-Craxi, mettendo in risalto le tante contraddizioni irrisolte frutto dell’incontro tra due debolezze: da una parte lo Stato che sente il peso dell’egemonia politica cattolica, dall’altra una Chiesa, uscita dal decennio precedente da dure sconfitte su aborto e divorzio, ben consapevole della necessità di adeguare la sua azione nel campo di una sempre più marcata secolarizzazione. Emergono le contraddizioni originarie dell’accordo, a cominciare dal significato stesso della revisione, con uno scambio dialettico che prosegue dopo le storiche firme sull’interpretazione di quanto pattuito. Da una parte del Tevere, vi è lo sforzo di avvalorare l’idea di mettere definitivamente in sicurezza la presenza cattolica nella società italiana, ultimando il percorso iniziato nel 1929 e proseguito con la controversa costituzionalizzazione del concordato; dall’altra, la pretesa di presentare come svolta storica quella che per l’altro stipulante rimane un aggiornamento del sistema, o, forse ancora meno, un perfezionamento dell’esistente.

Quello che avviene nel decennio successivo, con la crisi dei grandi partiti di massa e la dissoluzione del partito cattolico, segna l’inizio di un’altra storia che Ventura descrive – con sapiente sovrapposizione di storie e cronache italiane – attraverso la politicizzazione della dialettica di sempre tra creduli e credenti, tra uso e abuso politico della religione e la fede, che a partire dagli anni Novanta assume un significato nuovo sino ad invadere, se non inquinare, il discorso pubblico. Non vi sono più campi ben distinti per laici e cattolici, per credenti e non credenti. Una politica debole finisce per confondere la fede cattolica con il moderatismo, seguendo la logica dell’utile, sempre più ferma alla tattica dopo aver smarrito l’ideologia e soprattutto un orizzonte di sviluppo civile e morale. Sempre più votata ad un’azione di contenimento di una socialità che non comprende più – in virtù del ritardo storico accumulato, evocato dal Cardinal Martini – la Chiesa finisce per assorbire logiche politiche di cortissimo respiro.

A questo punto Ventura ricostruisce la trama dialettica dell’inizio del nuovo secolo, che contiene, a sua volta, quella dell’ultimo decennio e persino dell’ultimo lustro. Siamo ormai negli anni del berlusconismo che vedono una relativizzazione delle ragioni del credere con atei devoti e cattolici ‘adulti’. La vicenda del referendum sulla fecondazione assistita viene ripercorsa esplorando i significati della doppia crisi. Da una parte una società civile che accetta l’invito balneare del Cardinale Ruini – lo stesso invito formulato da Bettino Craxi contro il referendum per la preferenza unica con ben altro esito, come ricorda l’autore – disertando le urne, dall’altra una Chiesa che pur di vincere si accontenta di ingrossare la quota degli astenuti con una campagna parrocchia per parrocchia. Ma fu una vera vittoria o l’inizio del tracollo? È questa la domanda che interroga i lettori. Fu una straordinaria vittoria politica, a tutto tondo, in cui le ragioni della fede si smarrirono nel vuoto del non-voto. I non-voti non si pesano ma si contano, mettendo insieme teocon nostrani, la riserva parrocchiale e quella massa crescente di neo-individualismo disposto a formarsi un’opinione non oltre il perimetro dei propri interessi personali, assunti a vero parametro di relativizzazione culturale. Nelle urne disertate trionfa il vuoto relativizzante che corrisponde alle ragioni della Chiesa per un solo giorno, disperdendo quelle della fede nel terreno dell’indifferenza civile, che è anche morale e, alla fine, religiosa. Creduli sono i cattolici disposti a vincere, anche semplicemente rinunciando a convincere, difendendo un’idea attraverso la sua mancata espressione, apparentandosi con tutto e tutti pur di ottenere qualcosa. Vincere riparandosi dietro la debolezza dello Stato, in una sorta di prosecuzione del rapporto amore-odio iniziato nel 1929: lo Stato visto come una sorta di oppressore di fiducia che certo inibisce margini di azione sociale, ma, allo stesso tempo, interlocutore necessario per arginare la secolarizzazione, competitore diretto e limitante nel ‘sociale’, ma anche tutore dell’ordine tra religione e società.

È un’esultanza da scampato pericolo l’esito trionfale del referendum. La seconda repubblica offre spazi immensi di negoziato politico, ma intanto nel Centro-nord il numero dei matrimoni civili supera quello dei matrimoni concordatari. La Chiesa continua a sentirsi accerchiata da una secolarizzazione strisciante e incontrollabile da arginare aggrappandosi alla politica berlusconiana per poter difendere obbiettivi sempre più risicati e pagati con un costo altissimo, secondo l’autore, per le ragioni della fede. Basti pensare alla questione del crocefisso nelle scuole difeso in nome di un’evidente banalizzazione della fede ridotta sempre più a identità storico-culturale, con un’operazione di purissima relativizzazione, di quella relativizzazione da combattere sul terreno della dottrina, che diventa il vero punto di dialogo tra creduli e credenti, con i primi ad imporre la loro ragione con utilizzo disinvolto della storia. Nel discorso credulo sulle radici cristiane dell’Italia e dell’Europa, le ragioni del credere costituiscono il pezzo pregiato da esporre sul sempre più asfittico mercato delle post-ideologie. La ‘radice cristiana’ come mezzo per pensare e fare politicamente cose molto spesso lontane dalla fede e dalla pratica sociale cattolica. Sempre più evidente appare il corto circuito tra l’utilizzo politico delle “radici cristiane” e l’impegno umanitario dei cattolici (religiosi e laici) per l’assistenza e l’integrazione senza se e senza ma degli immigrati di ogni appartenenza culturale e spirituale, con inevitabile frattura tra una parte di gerarchia e una parte di base.  E quando quella base continua ad operare nonostante tutto, poco o nulla ascoltando quella gerarchia, si alimenta ulteriore religione fai-da-te che pure si vorrebbe combattere in ottica anti-relativista.

Vi è una distanza abissale, che il libro di Ventura ha il merito di evidenziare, tra il dialogo Casaroli-Craxi del 1984 e le contrattazioni intorno al voto dei cattolici, in operazioni sempre più esasperate di marketing elettorale all’inseguimento del famigerato centro moderato, confondendo il conservatorismo sociale con il costume.

In questo doppio declino vi è un declino ancora più evidente rappresentato dalla società civile che dimostra di non aver più anticorpi per resistere al degrado del discorso politico, percepito troppo distante per essere, se non seguito, almeno orientato, ritirandosi così nei tanti comodi rifugi privati offerti del neo-individualismo.

Un discorso non più attraversato da visioni alte della dimensione religiosa, che pure le sfide (accettate a parole) del multiculturalismo imporrebbero. La debolezza della politica nel non saper dare un orizzonte ai nuovi diritti addebita la propria inconcludenza ad una Chiesa che pretende di compensare l’autorità morale e spirituale persa con vere e proprie campagne collocate alla stessa altezza del dibattito politico, finendo così per essere percepita come sempre più invadente nella pervasiva (ed impropria) attenzione alla difesa di italici paletti, tra etica e identità culturale.

Un libro che interroga laici e credenti intorno ad un possibile nuovo discorso civile, ma anche quelli che credono di non credere e quelli che credono di credere, e quindi sul significato di credere. Le tanti questioni sviluppate in diversificate ed intrecciate scansioni storiche sono ricomprese in una più grande che attiene appunto al ‘credere’, la dimensione pubblica della fede, nella società multiculturale e religiosa. Una società in cui è possibile credere, senza perdere credibilità, anche soltanto per porsi contro l’altro, passando con disinvoltura da improbabili riti celtici alla difesa delle radici cristiane dell’Europa, difendendo più le ragioni dei propri mercanti che quelle del tempio.

Un libro opportuno nel 2014 per rileggere trent’anni di storia che si chiudono nella primavera del 2013 con i due papi e la conferma obbligata del Capo dello Stato. Da una parte un nuovo pontificato portatore di aperture impensabili su diritti e famiglie, dall’altra un sistema politico avvitato nelle proprie dinamiche. Le coppie irregolari unite in matrimonio da papa Francesco e il caos normativo – tra ragioni varianti e varietà regionali – sulla fecondazione assistita, insomma, costituiscono una paradossale fotografia di fine estate che è anche e soprattutto l’immagine iniziale di questa nuova stagione storica tutta da percorrere.

Un’altra storia, dunque, che propone nuove domande di fede e di laicità alla luce della spettacolare parallela crisi, con differenti vie d’uscita, che neanche il credulo narrato da Ventura può più negare, costretto forse a reinventarsi per rimanere, con nuove parole, sulla scena dell’eterno teatro italiano del rapporto Stato-Chiesa.

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