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Posted in Numero 21 - Novembre 2009, Numero 21 - Percorsi, Numero 21 - Rubriche, Percorsi

Migrazioni, industrializzazione e trasformazioni sociali nella Torino del “miracolo”. Uno stato degli studi

Migrazioni, industrializzazione e trasformazioni sociali nella Torino del “miracolo”. Uno stato degli studi

Michelangela Di Giacomo

Torino: la città della fabbrica, degli immigrati e della classe operaia.

Per impostare una rassegna degli studi che hanno scelto Torino come un punto di vista privilegiato per la ricostruzione delle trasformazioni che interessarono l’Italia dal “miracolo economico” all’“autunno caldo”, e in particolare industrializzazione, migrazioni interne, urbanizzazione e movimenti di massa, sembra opportuno citare alcune osservazioni di Aldo Agosti. Egli ha descritto il capoluogo piemontese come “la città italiana in cui i processi di trasformazione si manifestano con i contorni più netti e spesso con un segno anticipatore delle tendenze più generali di sviluppo del nostro paese” (Agosti 1987, 7), come il luogo in cui fu vissuta “in modo più visibile, emblematico e anche traumatico la caratteristica prevalente del cosiddetto ‘miracolo economico’ italiano, quella cioè di uno sviluppo economico e industriale attuato al di fuori di ogni regola programmatoria che ne attenuasse gli aspetti più negativi”. E notava dunque come non vi fosse nulla di “sorprendente” nel fatto “che questa città ‘laboratorio’ e ‘di frontiera’” avesse costituito “un punto di osservazione privilegiato per la ricostruzione delle direttrici principali della storia economica e sociale dell’Italia repubblicana”1. Se l’attenzione di contemporanei e studiosi sembra già di per sé fornire una rilevanza storica a tali situazioni e fenomeni, un ritorno alla loro osservazione, a partire da una ricognizione dello “stato dell’arte”, potrebbe rivelarsi un’operazione efficace, proprio perché ad essi è stata riconosciuta validità come una via per la comprensione delle forme con cui si giunse alla costituzione dello scenario “italiano”, in quanto nazionale ed unitario, negli anni dell’assestamento degli equilibri culturali, istituzionali e sociali dell’Italia repubblicana. Per descrivere uno spaccato delle ricerche svolte con tale approccio, pur senza pretesa di esaustività, si è dovuta tenere in considerazione una vasta panoramica di lavori prodotti in Italia dagli anni Sessanta ad oggi, tra i quali si sono scelti come letture di riferimento quelli che sembrano avere esercitato una maggiore influenza in virtù di metodologie e chiavi di lettura innovative. Se appaiono più o meno presenti tutti i temi di analisi – se non c’è storia di Torino che non dedichi attenzione alla Fiat o all’immigrazione, o storia della Fiat che non nomini le relazioni sindacali e la composizione della nuova manodopera, e infine se la Fiat e la nuova base militante hanno sempre un ruolo centrale nelle storie del sindacato – pur con tutto ciò si presentano sempre visioni sostanzialmente parziali di tali fenomeni, ciascuna concentrata nel proprio specifico ambito di studi e ben poco attenta alle ricerche sviluppatesi negli altri settori. La migrazione interna è stata un’esperienza che ha riguardato la collettività in toto, sebbene ancora non sia codificata un’“epopea” quale quella consolidatasi nella memoria collettiva intorno ai flussi internazionali e per quanto la memoria del fenomeno rimanga spesso affidata al tramandarsi individuale dei percorsi di mobilità dei singoli tracciati familiari. Viceversa, la storia del movimento operaio sembra essere un racconto talmente codificato dalla narrazione che di essa gli stessi partiti e sindacati hanno costruito da lasciare ben poco spazio alle sfumature dei singoli percorsi migratori, se non per sfociare in percorsi sempre più affini alla storia sociale. L’integrazione delle due prospettive a ciò sottese, degli individui e delle masse, sembra sfuggire alla maggior parte della letteratura prodotta sinora, per lo più inquadrata negli schemi delle tradizionali categorie storiografiche.

In un primo periodo, contemporaneo o immediatamente successivo agli eventi, sono fiorite storie politiche e sindacali a forte vocazione militante e indagini sociologiche sulla città e sulle condizioni di lavoro volte a dare impulso ad un cambiamento, attraverso una denuncia innestata su un buon livello di conoscenza della realtà, prodotti delle scienze sociali che possono oggi essere trattate quali vere e proprie fonti per un approccio storiografico. La prima inchiesta sulla classe operaia torinese fu pubblicata sulle pagine di “Nuovi argomenti” nel 1958 a firma di Giovanni Carocci, un giovane intellettuale romano. Tale studio promosse la diffusione presso l’opinione pubblica nazionale di una situazione poco nota fuori da Torino e dagli ambienti sindacali, denunciando dettagliatamente le condizioni di vita e di lavoro degli operai della Fiat e la repressione antisindacale in essa perpetrata. Divenne quindi presto un punto di riferimento, per il metodo dell’indagine diretta, per la ricchezza dei dati raccolti e per l’innovativa prospettiva unitaria con cui si presentavano la situazione del lavoro, le leggi di sviluppo del “monopolio” e l’evoluzione strutturale della città e della provincia torinese. Adalberto Minucci e Sandro Vertone pubblicarono poi nel 1960 Il grattacielo nel deserto, il cui titolo divenne una metafora di grande successo. Pur con un’impostazione ideologica molto caratterizzata, tale lavoro conobbe un meritato credito, in quanto fondeva in un’unica descrizione la politica interna alla fabbrica e le ambizioni di controllo del territorio della stessa industria, le relazioni sindacali e la prospettiva sociale. Nel 1962 Cominotti e Garavini, sindacalisti della Cgil, si proposero di analizzare le variazioni dell’occupazione, del reddito e dei consumi avvenute negli ultimi anni nella città e nella provincia in relazione agli incrementi di produzione dell’industria. Essi giunsero a descrivere un dettagliatissimo quadro degli stili di vita della nuova classe operaia torinese che si andava delineando, osservando come lo scopo dell’emigrazione, dei lavori massacranti e dell’assunzione di certi status di consumo fosse il frutto del tentativo di risolvere individualmente e non socialmente le aspirazioni al miglioramento delle proprie condizioni.

A questo primo periodo, ha fatto seguito negli anni Ottanta una ripresa della microstoria e della storia sociale, con la pubblicazione di vari studi basati su fonti orali e autobiografiche, che hanno cercato nuovi oggetti di indagine e risposte a multiformi interrogativi, dando luogo a studi intrinsecamente organici ma non integrati in un panorama unitario, inseguendo le infinite possibilità di studio offerte dai percorsi individuali. Dario Lanzardo (1979) utilizzò le testimonianze dirette per ricostruire quanto accadde a Piazza Statuto nel luglio ’62, come integrazione e sostituzione delle polemiche che erano state alimentate all’epoca dalla stampa, dai partiti e dagli industriali. Liliana Lanzardo (1989) si rivolse alle testimonianze autobiografiche per raccontare il classismo in fabbrica nel dopoguerra, seguendo le forme con cui esso appariva nella memoria di comunisti e cattolici che vissero il passaggio dal fascismo alla democrazia e divennero avanguardie politiche e sindacali nella fabbrica dopo la Liberazione. Gad Lerner usò alcune testimonianze di operai, immigrati negli anni Sessanta e sindacalizzatisi con il ’68-’69, per seguirne i tragitti personali e familiari lungo i venti anni successivi, fino ad assumerle come spiegazione della presunta “fine della classe operaia”, nel momento in cui “gli operai sono sopravvissuti all’Operaio” (Lerner 1988, 15), nel gioco dell’integrazione nei paradigmi della società consumistica. Adriano Ballone (1989, 13), in uno studio innovativo, usò tra le altre anche le fonti orali per “argomentare i percorsi di un gruppo di operai di aziende diverse che in un luogo circoscritto, qual è Torino, in un tempo dato (1939-1957) in una situazione in cui tutto un sistema è in fase di accelerata trasformazione, scelgono la politica, l’organizzazione e la lotta, su di queste modellano le proprie aspirazioni e con una presenza assidua e attiva danno fisionomia alla politica, all’organizzazione, alla lotta. Pagando di persona un prezzo elevato: tanto elevato da costituire per tutti un momento di identificazione collettiva”, ossia per seguire i percorsi che resero un gruppo in principio non omogeneo un nucleo fortemente integrato nella Associazione nazionale perseguitati e licenziati per rappresaglia politica e sindacale. Luisa Passerini, già esperta della tecnica delle fonti orali, le utilizzò una prima volta (1984) nell’intento di raccogliere la memoria operaia del fascismo, dando spazio anche a lavoratori che non fossero attivisti o militanti e ad aspetti non direttamente politici della loro esperienza – sempre nella consapevolezza del peso dell’autorappresentazione e della soggettività, del modo della narrazione oltre che dei contenuti – e, dieci anni più tardi (1997), ricostruendo la “memoria di Mirafiori”, che sembra costituire un racconto condiviso segnato da alcuni punti salienti – lo choc dell’ingresso in fabbrica, la progressiva “appropriazione” degli spazi personali e la costruzione di reticoli sociali.

Successivamente, come osservava Della Valle (1992) in una rassegna sugli studi dedicati al sindacalismo in Piemonte, la “decadenza” di Torino nella divisione internazionale del lavoro, la “fine della classe operaia”, la progressiva seppur superficiale integrazione e la sovrapposizione dei flussi di provenienza extracontinentale hanno portato ad un affievolimento della tematica operaista e della centralità della fabbrica come luogo della produzione e del mutamento socio-culturale. Oggi Torino permane oggetto di interesse, ma se ne studiano realtà minime, di quartiere (Levi 1974)2 o addirittura di condominio, o viceversa la più generale temperie novecentesca (D’Orsi 1987; Tranfaglia 1999a; Lanzardo 1989; Benenati 1980). Così Maurizio Gentile (1981) si è dedicato all’analisi della comunità di abruzzesi che, insediatisi a Cascine Vica, un comune della prima cintura urbana, dopo aver seguito percorsi individuali diversissimi, riprodussero alcuni schemi valoriali del paese di origine in chiave difensiva, enfatizzandone gli aspetti – pur stereotipati – che più potevano renderli graditi agli autoctoni. Egle Gennuso (1981) ha raccontato le storie di cinque donne, alcune mogli dei protagonisti del saggio di Gentile, che avevano trascorso infanzia e adolescenza nel paese e che erano arrivate in Piemonte negli anni Sessanta, riportando lì il proprio ruolo tradizionale di tutrici dei valori e giudici della moralità. Gabriella Gribaudi (1981), infine, ha addirittura focalizzato l’attenzione a livello di una scala condominiale, analizzando le relazioni di quattro signore che vi riuscirono a ricostruire legami di solidarietà analoghi a quelli abituali delle società contadine. In questo stesso quadro, l’interesse sulla Fiat si è recentemente concentrato sui singoli uomini e sulle specifiche strategie imprenditoriali che ne hanno fatto il “monopolio” – tra questi spiccano la biografia di Valletta ad opera di Piero Bairati (1983) e i recenti lavori di Valerio Castronovo su Giovanni Agnelli (2003) e sulla Fiat (2005). In tale gruppo si possono “collocare” anche i dettagliati studi di Carlo Olmo (1997)su Mirafiori, di Giuseppe Berta (1998, 1999) sul rapporto tra le imprese e lo sviluppo italiano, e di Paride Rugafiori (1999) sui nessi tra cultura, impresa e società.

Movimenti migratori interni: alcune osservazioni generali

Per quanto riguarda in particolare gli studi sulle migrazioni, la loro ripresa nell’ultimo decennio ha dedicato uno spazio molto minore alle tematiche “tipiche” dell’ex-contadino entrato nella classe operaia del Nord, per volgersi ad altre età e ad altre forme di mobilità (Arru, Ehmer, Ramella 2001; Arru, Caglioti, Ramella 2008; Arru, Ramella 2003; Corti, Sanfilippo 2009). Tuttavia, benché si affermi che l’attenzione sia stata concentrata troppo sugli anni del boom, sembra essere stato sopravvalutato il peso di quegli stessi studi sui movimenti di popolazione negli anni del dopoguerra e dell’industrializzazione, che non sono né numericamente né qualitativamente adeguati all’importanza di un fenomeno (Ginsborg 1989; Signorelli 1995; Bonomo 2004), che pure ha trovato ampio spazio nelle opere generali sulla storia d’Italia. Tra queste le più accurate sono le ricostruzioni di Paul Ginsborg (1989), Silvio Lanaro (1992) e Guido Crainz (1995). Ginsborg evidenzia sia i temi connessi allo spopolamento nelle zone di esodo che allo stabilimento dei nuovi arrivati nei territori di arrivo, con una decisa attenzione alle questioni sociali e alle trasformazioni della struttura di classe, lasciando comunque uno spazio agli aspetti culturali – nuovi consumi, nuovi modelli personali, relazionali e familiari. Lanaro con un ampio riferimento alla letteratura dei contemporanei, adotta un taglio “classico” che, all’analisi dei dati quantitativi, associa il modello migratorio di un’avanguardia di maschi giovani e celibi, evidenziando al tempo stesso la crisi dei valori della religione, l’evoluzione linguistica, il sorgere di una mentalità volta alla produzione e all’arricchimento, fino all’analisi della gestualità, delle canzoni e dei modi dell’apparire. Crainz descrive, con molti dati e con notevole chiarezza, la struttura delle zone di partenza e di insediamento, le migrazioni industriali e rurali, il breve e lungo raggio, l’esperienza soggettiva del migrante, le risposte istituzionali, statali e politiche fino alle trasformazioni della struttura del sistema industriale e del mercato del lavoro. Nella Storia dell’Italia Repubblicana Einaudi è stato poi pubblicato nel 1995 un saggio di Amalia Signorelli centrale, per agilità e completezza, per un primo approccio allo studio delle migrazioni italiane. Integrando lo studio di tutte le tipologie di spostamento, esso è una mirabile sintesi delle questioni nodali del tema: l’importanza delle reti sociali; l’impatto con le disagiate condizioni nelle città; lo scarto tra progetti e risultati; la scelta o l’ambizione del ritorno e il contatto mantenuto con le zone di esodo; il ruolo della conflittualità sociale, delle scelte familiari, delle donne, della scuola, del welfare state, dei modelli di consumo nei processi di integrazione e dei pregiudizi reciproci tra immigrati e nativi nell’impostare i propri rapporti e determinare comportamenti di quotidiana esclusione reciproca.

Gli studi sulle migrazioni interne sono un filone recente, ma già sedimentato, che ha preso avvio dagli anni Sessanta nell’esigenza, espressa in primo luogo dalla sociologia – e solo in un secondo tempo condivisa dalla storiografia –, di comprendere le cause degli spostamenti e di descrivere un profilo di coloro che si spostavano. Gli studi dell’epoca sembrano essere stati rivolti alla ricerca di “soluzioni” che, attraverso il paradigma dell’“integrazione”, consentissero di mettere in salvo la coesione sociale e le sue strutture. A fronte dello sconcerto degli osservatori per un fenomeno per la cui analisi non erano in grado di trovare riferimenti, essi hanno prodotto alcuni risultati innovativi, ma hanno anche mantenuto alcuni limiti, che l’odierna impostazione degli studi sulle migrazioni ha tentato di superare. Così ad esempio ci si è recentemente rivolti alla verifica dell’idealtipo del “forestiero” quale soggetto sotto o affatto integrato, affannato nel tentativo di colmare una presunta distanza culturale, di cui invece la comunità autoctona ricercava l’esclusione. L’incorporazione-integrazione come un compito del migrante, che implicava l’opposta dicotomia “mancata assimilazione-fallimento individuale”, è stata soppiantata da una lettura che vuole l’inserimento come un processo interattivo in cui le culture dei migranti influiscono sulle situazioni delle zone di accoglienza, portando allo sviluppo di società nuove e più pienamente “nazionali”3, in una fusione delle diversità nella condivisione di mete sociali, ambizioni e status symbol (Crainz 1997, Degl’Innocenti 20064).

Per tutto il periodo degli anni Cinquanta-Settanta si sono attribuite al fenomeno migratorio cause di tipo struttural-economicistico – riguardanti il divario tra le condizioni dello sviluppo delle differenti aree del paese e la ricerca comprensibile di situazioni di sopravvivenza “decenti”. Tali interpretazioni hanno indicato l’emigrazione quale prodotto della coppia espulsione/attrazione, prediligendo i fattori “macro” legati agli squilibri della dualità peninsulare. Un esempio autorevole è Castronovo (1977 654), che annovera tra i fattori scatenanti i processi migratori “la crescente domanda di manodopera, i ritmi più ravvicinati del turn over, la tendenza delle imprese industriali a concentrare la ricerca di nuove maestranze esclusivamente sui lavoratori maschi dai venti ai quarant’anni, ossia nella fascia d’età in cui si stava esaurendo la disponibilità d’offerta fra gli elementi residenti nelle province piemontesi” e “il progressivo sfaldamento di numerosi insediamenti contadini promossi negli anni della riforma fondiaria, rivelatasi troppo timida sul piano politico e anacronistica sotto il profilo economico”, la marginalità dello “sviluppo industriale avviato dagli stanziamenti straordinari della Cassa per il Mezzogiorno”, e l’inutilità in tali condizioni di “una politica semplicemente assistenziale e dei lavori pubblici” che non poteva “riassorbire le vaste sacche di disoccupazione”. Sembra di poter sostenere che tale approccio – cui è stata rivolto un appunto per essere non raramente scivolato nella presentazione dei soggetti quali attori acritici costretti nelle proprie scelte dalle congiunture economiche e sociali (Barberis 1960; Cafiero 1964) – mantiene a tutt’oggi una notevole potenzialità di suggestione, sì da poter affermare che una componente economicistica non possa mai essere esclusa da un discorso realistico sui fenomeni migratori. Così ad esempio ancora nel 2002 Enrico Pugliese, nel suo dettagliato lavoro sulle migrazioni interne, adduce come cause dei movimenti interni il “carattere dualistico dello sviluppo economico italiano”, la mancanza di sbocchi alternativi all’emigrazione o alla terziarizzazione nel Meridione, il processo di ristrutturazione industriale al Nord.

Negli anni più recenti sono stati puntualizzati molteplici moventi motivazionali e psicologici attinenti la ricerca della soddisfazione dei bisogni indotti dalla società dei consumi e della volontà di partecipare a parte delle aspettative di benessere e promozione sociale che un’economia in crescita sembrava promettere, ma che il permanere di strutture pre-industriali sembrava precludere. Tale filone di studi definisce il fenomeno migratorio come “scelta”, approfondendo le radici individuali nelle partenze degli emigranti, quali ambizioni, aspettative, pratiche religiose e idee politiche. Ciò ha permesso di capire alcune caratteristiche delle migrazioni altrimenti inspiegabili, come l’evidenza che i primi a muoversi non fossero i più “disperati”, ma anzi i più interessati dall’avvio dei processi di sviluppo nelle regioni depresse. Un primo esempio è stato lo studio di Fortunata Piselli (1981, 110-111) sui legami tra parentela ed emigrazione nel fittizio paese di Altipiano, in cui già notava: “l’emigrazione non solo offre la possibilità di inserirsi nel mondo produttivo con una stabilità e livelli salariali superiori a quelli del mercato del lavoro locale, ma incarna ormai l’aspirazione generalizzata dei ceti inferiori a liberarsi del lavoro manuale. […] L’ossessione dell’avanzamento sociale, della rispettabilità, l’esigenza di un lavoro civile libero, la necessità della sicurezza, di una possibilità di benessere e di un avvenire migliore per i figli, per i giovani, l’insofferenza, il desiderio di evadere, l’esigenza di una vita diversa più libera e varia e completa”. Alcuni stimoli in tale direzione vengono anche dalle fonti orali analizzate da Laura Derossi (1989, 120-122) che annotava come “la memoria minimizzi gli elementi di coercizione insiti in qualunque processo migratorio per sottolineare invece l’elemento della scelta, della volontà individuale. Le difficoltà materiali, la difficoltà a costruirsi una vita dignitosa nel proprio paese, la martellante richiesta di manodopera che proveniva alle industrie dell’Europa settentrionale e del Nord Italia che hanno fatto spesso pensare a una vera e propria deportazione di massa, sono indubbiamente sullo sfondo. Ma ciò che i testimoni sembrano soprattutto sottolineare è come in quegli anni si sia aperta un’alternativa inizialmente solo sul piano dell’immaginario, per una possibile diversa rappresentazione di sé”. Anche Fabio Levi, nel suo saggio del 1999 sull’immigrazione a Torino, sintetico ma centrale, evidenziava che “non è mai possibile considerare il mercato della forza del lavoro come un meccanismo dominato da dinamiche del tutto impersonali” e che “non è possibile ricondurre gli spostamenti di manodopera verso il Nord industriale semplicemente all’alternativa benessere-miseria”, quando sono invece uomini in carne ed ossa i protagonisti della migrazione. Se è innegabile che una parte di aspettative dovessero comparire tra i fattori scatenanti della decisione di emigrare, alcuni studi hanno amplificato tale prospettiva. Apripista in tale direzione fu L’integrazione dell’immigrato nella società industriale di Francesco Alberoni e Guido Baglioni, del 1965. A partire dal neo-introdotto concetto di “socializzazione anticipatoria” – il meccanismo che predisponeva i migranti ai valori della società di arrivo, per cui essi risultavano più disponibili ad una rapida partecipazione alla nuova cultura – gli autori promuovevano una lettura delle migrazioni interne positiva, distinguendo la condizione dell’emigrato permanente da quella temporanea delle migrazioni internazionali, per le quali solo ritenevano valide categorie come l’anomia, il distacco e il disadattamento. Sulla base di interviste a campione, gli autori osservavano che coloro che si dirigevano al Nord, già nella zona d’origine, avevano fatto proprie mete e procedure della società d’arrivo. Essi, in base ad un meccanismo di “inadeguatezza anomizzante”, dato da una pregressa crisi di valori di tale società, percepivano il sistema che lasciavano come culturalmente inferiore. Laddove era arrivato uno sviluppo iniziale dell’economia meridionale, e si era avuta esperienza di lavoro industriale, di consumi moderni, di mezzi di comunicazione, si erano diffusi in società stazionarie ad economie agricole degli “stimoli trasformativi” provenienti da società in trasformazione incessante. I protagonisti della migrazione, anche quando di modesto livello culturale, mostravano una forte propensione ad ambientarsi, poiché consideravano definitivo il distacco da quello di provenienza. La migrazione, più e oltre che da fattori economici, era la risultante di una “rivoluzione mancata”, nel momento in cui la società contadina, non potendo rinnovarsi, si andava decomponendo (Revelli 19895).

Un altro filone di ricerca ha tentato di definire chi fossero questi “immigrati”, fornendo un modello che, pur semplificatorio, ha trovato divulgazione nella letteratura e nell’opinione comune. Esso rispecchia un’impostazione che, a partire dall’osservazione che le esigenze della ristrutturazione industriale stavano progressivamente espellendo dalla produzione vasti settori di manodopera “debole” sostituendolo con una “classe operaia centrale”6, portò a prediligere le migrazioni dirette al sistema industriale che a quella classe stavano dando corpo. Con ciò si trascurava però di nominare sia coloro che si erano spostati provenendo da classi non operaie, sia tutte quelle fasce “deboli” che, pur avendo avuto un ruolo primario nel processo migratorio, svolsero percorsi paralleli, spesso difficilmente rintracciabili, nei processi d’integrazione (Ramella 2003; Decimo 2005), come nota tra gli altri Anna Badino (2008) nel suo accuratissimo e convincente studio sulle donne immigrate nel mercato del lavoro torinese degli anni sessanta7. In secondo luogo, tale schema prendeva in considerazione solo percorsi di trasferimento definitivo, seppur non necessariamente lineare, senza tenere in considerazione gli aspetti di multipolarità e circolarità dei processi migratori (Arru, Caglioti, Ramella 2008).

Il ruolo centrale delle migrazioni a Torino: segregazione urbana e conflitti culturali.

Il primo a dedicare un intero lavoro alla descrizione dell’immigrato impiegato nell’industria torinese fu Celestino Canteri, che pubblicò nel 1964 Immigrati a Torino, per comprendere la propria stessa esperienza. Nel suo studio compaiono tutti i soggetti essenziali dello studio delle migrazioni: le aspirazioni e le disillusioni per l’impiego, la struttura urbana e le difficoltà alloggiative, la crisi dell’assistenza pubblica e il boom delle speculazioni, le ragioni del pregiudizio reciproco. Nonostante presenti un quadro tutt’altro che roseo, egli però impernia la sua tesi sulla base di una visione positiva dell’immigrazione, che portava vantaggi economici alle zone d’attrazione, nuovi contributi alla lotta sindacale, e infine una tutto sommato rapida integrazione culturale, sebbene ciò significasse di riflesso un depauperamento delle regioni meridionali. Ineguagliabile però, nella costruzione di questo paradigma, fu l’inchiesta di Goffredo Fofi (1964), L’immigrazione meridionale a Torino, significativamente edita a Milano, a segnare il disinteresse nel capoluogo piemontese per il fenomeno che forse più lo stava mettendo alla prova. L’inchiesta ricostruiva le tappe della migrazione, dalla situazione del paese d’origine fino all’impatto con la nuova realtà e il progressivo inserimento in essa. Fortemente militante, ad una valutazione positiva delle migrazioni l’inchiesta avvicinava una critica aspra rispetto ai limiti mostrati dalla politica nella loro gestione e additava gli interessi privati quali ragione della disattenzione politica e della stessa caoticità e sotto-umanità del fenomeno migratorio come si stava realizzando. Nella seconda parte si affrontavano le modalità dell’immigrazione, giungendo a proporre alcune osservazioni originali: gli immigrati provenivano da uno strato professionalmente più specializzato rispetto alla media del Sud; il rimpianto era presente ma, a fronte delle contropartite ottenute dalla condizione industriale, esso veniva messo in secondo piano; la decisione di partire, legata a ragioni strutturali di miseria e disoccupazione, veniva presa da chi già precedentemente aveva avuto esperienza di ambienti diversi, da chi aveva vissuto la migrazione attraverso le vicende di familiari o amici, da chi si era inserito in reti di parentela, da chi era stato coinvolto dal mito della città del benessere. L’introduzione della narrazione di “storie di vita” aprì il passo ad un modo nuovo di avvicinarsi alle migrazioni. Ne usciva un panorama fatto di una rete fittissima di difficoltose vicende sotterranee: un succedersi, tragico ma ottimista al contempo, di attività di terziario di secondo piano e una continua mobilità abitativa alla ricerca di cambiamenti qualitativi spesso mai raggiunti, col traguardo, agognato fin da prima della partenza, di una casa popolare e di un lavoro in Fiat. Un’ultima parte teneva in considerazione la percezione che i meridionali avevano dei torinesi e degli stereotipi che essi ritenevano questi ultimi attribuissero loro, mettendo in evidenza come tutti derivassero da una sostanziale assenza di conoscenza reciproca. L’autore concludeva che l’atteggiamento dell’immigrato fosse più aperto di quello dei cittadini e che il peso delle tradizioni, pur notevole, fosse lasciato a sfere particolari della vita.

Nella costruzione di questo profilo sono emersi alcuni temi, primi fra tutti il valore da attribuire alle reti relazionali e all’azione operata da pregiudizi e discriminazioni nella costruzione di percorsi migratori efficaci. Già all’epoca ve ne era diffusa consapevolezza, e non a caso il primo testo di riferimento fu pubblicato da Emilio Reyneri già nel 1979. La network analysis aveva segnato il superamento del modello economicistico ma produsse anch’essa delle distorsioni, portando i migranti “individuali” ad assomigliare ad un homo oeconomicus, massimizzatore del proprio capitale umano, dunque presuntamente simile alla “mentalità” degli autoctoni della meta di arrivo8. La sua esasperazione, inoltre, presentando i migranti quasi quali attori passivi di un copione già attuato dai parenti e compaesani, ha spesso offuscato sia la molteplicità dei possibili centri di aggregazione che la mobilità individuale, la cui ricostruzione sfiora il campo della biografia (Piselli 1995; 1997; Cavallo 2003). La presenza o meno di reti migratorie “ricche” e le possibilità in termini di accesso all’informazione e di conoscenze di ambienti “qualificanti” che esse potevano garantire sono state indicate come fattori con un forte peso nella soluzione dei più urgenti problemi del neo-emigrato. Ne sono esempi suggestivi le testimonianze presentate dagli studi di Anna Badino (2001), in cui molte donne ricordavano di essere volute rientrare nel mondo del lavoro extradomestico proprio per sfuggire ad una continua servitù dai vincoli di ospitalità e assistenza a numerosi familiari e compaesani che arrivavano continuamente in città. É anche unanimemente riconosciuto il loro ruolo per l’ingresso nel mondo del lavoro in un’occupazione stabile, regolare e ben remunerata. Senza passare dai reclutatori nei paesi d’origine, da legami familiari con persone già assunte, dai parroci o dai sindacati non socialcomunisti era ben difficile trovare un posto nel mondo Fiat e, viceversa, per coloro che non avevano di tali garanzie l’arrivo a Torino significava una sequela di sacrifici che spesso non si rivelava sufficiente per uscire da un sottobosco lavorativo sempre in precario equilibrio sul baratro dell’illegalità (Levi 1999). Così Berta (1998) ha sottolineato come “per conquistare un posto di lavoro ambito da molti, si faceva ampio ricorso al sistema della parentela. Avere uno o più congiunti che facevano già parte della vasta enclave sociale dei lavoratori Fiat garantiva un titolo di vantaggio per l’assunzione. D’altronde, l’aziendalismo Fiat incoraggiava queste strategie familiari che potevano sfociare in un senso d’appartenenza a una comunità di lavoro”. Pugliese (2002) ha messo in evidenza come le cause dell’accesso e della permanenza degli immigrati meridionali nei settori di lavoro più gravosi e meno remunerati, per lo più operai, non è spiegabile senza il ricorso ad un complesso di cause che non si limitano al solo capitale umano individuale, né a condizionamenti economici, ma che comprendono anche la ricchezza del capitale sociale, l’accesso alla conoscenza e all’informazione e le scelte al suo interno operate. Molto suggestivo è inoltre il lavoro di Franco Ramella (2003) che, seguendo i tragitti personali di “Salvatore e gli altri” nella Torino degli anni Sessanta mette chiaramente in luce quanto vario fosse il mercato del lavoro che accoglieva i nuovi arrivati, in una mobilità anzitutto orizzontale, in cui i continui cambi di impiego rispecchiavano non solo i condizionamenti congiunturali ma soprattutto le ambizioni ad un miglioramento personale. Ossia, come fece notare Roberto Testore (1997) “di un miglioramento del tenore di vita per sé e per i familiari, di un diritto di cittadinanza all’interno della parte più moderna e progredita del paese”. Il lavoro in Fiat come “fortuna” è diffusamente testimoniato anche nei lavori contemporanei, ad esempio nello studio di Francesco Compagna, il quale, già nel 1959, sottolineava che “salvo eccezioni che confermano la regola, non è però nelle officine automobilistiche, nelle grandi fabbriche dell’industria meccanica, che trovano occupazione questi immigrati meridionali, attratti a Torino magari proprio dal mito della Fiat” (Compagna 1959, 104-105).

Con uno stretto nesso a questi temi, è stata data l’opportuna rilevanza alla questione delle discriminazioni e dei complessi di pregiudizi reciproci che agirono quale freno dell’“integrazione” e che resero spesso ancor più ostico il raggiungimento di una sistemazione soddisfacente. Processo significativamente riassunto da Berta (1998, 46): “Torino non era preparata a cambiamenti di simile portata. Alla fine della guerra, era una città di 600mila abitanti orgogliosa della sua identità industriale, ma certo ignara di dover mettere nel conto, a motivo di accelerazione dello sviluppo, un mutamento che ne doveva alterare, insieme con i confini territoriali e sociali, anche la concezione e la rappresentazione di se stessa. Dalla metà degli anni Settanta, Torino avrebbe iniziato a lamentare i caratteri perduti e a rimpiangere la propria allure di capitale risorgimentale e poi della prima, ancora aristocratica, modernità italiana, sepolta sotto una valanga migratoria così grande da far diventare irrecuperabili le radici originarie. Nel contempo, la città stava cominciando a mostrare il proprio aspetto di matrigna agli ultimi arrivati, dando fiato a quella vasta aneddotica che, per gli uni (i residenti storici), serviva a fornire le prove del carente grado di civiltà di chi era appena disceso dai treni del Sud, mentre per gli altri (gli immigrati) testimoniava della grettezza, dell’avidità e dell’ostinata ristrettezza mentale dei piemontesi, pronti a discriminare socialmente coloro stessi da cui avevano appena accettato il denaro delle pigioni”. Marco Revelli (1989, 29), inoltre, osservò opportunamente che gli immigrati trovarono al loro arrivo “una città disposta a vedere[li] solo come forza lavoro e basta. A riconoscere loro una qualche cittadinanza esclusivamente entro quel particolare territorio che è la sfera di produzione. Entro il confine della fabbrica”. Anche da ciò conseguì lo sviluppo di una peculiare struttura del mercato del lavoro, basata in primo luogo sulla segregazione dei nuovi arrivati in settori marginali o in impieghi di basso livello. Tale differenziazione risultava dallo studio apripista di Negri (1982), in cui si riscontrava la presenza diffusa di discriminazioni connesse al fatto di essere immigrati piemontesi o dal Sud. La condizione di meridionale aveva contribuito sia da sola, sia moltiplicando gli svantaggi correlati ad altri fattori, a diminuire la probabilità dei capifamiglia di raggiungere i posti “alti” della gerarchia professionale. Per i meridionali il mondo trovato a Torino era stato ricco di posti di lavoro operaio e in essi erano continuati a rimanere i loro figli. Osservazioni analoghe emersero anche dallo studio sociologico di Bagnasco (1986a), che osservava come le opportunità di successo apparivano poco correlate ad atteggiamenti acquisitivi ed invece fortemente attribuibili ad elementi ascritti, da cui derivavano nette discriminazioni sui percorsi di carriera di torinesi ed immigrati. Più recente e molto interessante è lo studio di Ceravolo, Eve e Meraviglia (2001) sull’integrazione sociale degli immigrati nella Torino degli anni Sessanta e della seconda generazione. La ricerca identifica ancora oggi due strutture sociali distinte. Il settore di estrazione regionale è ormai formato praticamente in toto di nuovo ceto medio e vecchia borghesia. Gli immigrati o nati da immigrati sono schiacciati nella riproduzione di un’enorme base operaia con evidenti svantaggi educativi e occupazionali, anche a parità di condizione familiare ascritta. A contribuire a tali differenti percorsi contribuì in una certa misura il differente livello di istruzione dei nuovi arrivati rispetto agli autoctoni, non solo in quanto fattore debilitante in sé ma anche come alimento per ulteriori pregiudizi. Bogetti (1982), analizzando disuguaglianze e rendimenti prodotti dal diverso grado d’istruzione e dalla percezione che di essa si aveva nei differenti ambiti familiari, ha annotato che, a fronte di un “investimento” delle famiglie piemontesi sull’istruzione dei figli come mezzo per realizzare speranze di promozione sociale, i giovani in maggior misura discriminati nella probabilità di studiare dopo l’obbligo erano i figli di operai immigrati meridionali con studi elementari, nelle considerazioni dei cui nuclei familiari i costi diretti della scolarizzazione e dei redditi ottenibili da un ingresso anticipato nel mondo del lavoro pesavano più dei benefici provenienti da livelli di istruzione più elevati. Tra l’altro le manchevolezze della politica e dell’amministrazione, o la loro scarsa lungimiranza, diedero luogo ad un sistema inefficace per colmare le lacune dei nuovi arrivati. Molte parrocchie diedero vita a delle scuole serali per l’alfabetizzazione degli adulti e per sopperirne all’analfabetismo di ritorno, ma si trattò per lo più di sporadici interventi, spesso non appoggiate dai poteri pubblici. L’istruzione statale, come osservava già nel 1978 Ettore Passerin, attraverso l’istituzione delle classi differenziali, pur nella buona intenzione di recuperare i giovanissimi che mostravano di non avere livelli di conoscenze analoghi ai coetanei autoctoni, finì per costituire un ulteriore strumento di segregazione e per votarne gli iscritti a carriere di basso profilo.

Le discriminazioni contro i meridionali si estendevano a tutti gli ambiti della vita, cosicché essi si trovarono parallelamente a colmare i vuoti lasciati dalla popolazione locale negli impieghi più disagiati e nelle zone fatiscenti o periferiche del tessuto urbano, in un circolo vizioso in cui l’autoreferenzialità delle loro relazioni e comportamenti era causa ed effetto della loro stessa segregazione (Musso1999a). Il persistere di reti di solidarietà e di amicizia con gruppi delle stesse aree regionali induceva a perpetuare tradizioni, costumi, percezioni, codici di moralità nonché a mantenere l’uso del dialetto come lingua di comunicazione quotidiana che, aumentando la visibilità del fenomeno, ergeva ulteriori ostacoli alla comunicabilità con gli autoctoni9. La segregazione urbanistica rendeva distanti anche i luoghi d’aggregazione e di svago (Majorino 1970). Nei locali frequentati da entrambi i gruppi il tempo libero diventava momento di espressione di ulteriore frustrazione, nell’impossibilità di vedere realizzate le ambizioni costituitesi al momento della partenza, se non individualmente e a costo di “demeridionalizzarsi”. In quelli praticati solo dagli uni o dagli altri, esso costituiva un ulteriore spazio dedicato a perpetuare i legami di solidarietà con i compaesani. L’origine d’immigrazione diventava un motivo di difficoltà anche per l’inserimento nelle attività territoriali degli stessi partiti di sinistra, in cui l’innesto di militanti immigrati diventava un elemento di disturbo dell’equilibrio della vita di sezione, sia per le loro condizioni di vita inferiori a quelle degli altri iscritti sia perché portatori di un’idea partitica legata alle esperienze delle lotte per la terra nel Meridione ben diversa dalle pratiche organizzative del Nord (Monelli 1970).

 

La più grande classe operaia nella più grande fabbrica d’Italia

Anche all’interno della stessa classe operaia della Fiat, gli ostacoli che quei pochi immigrati che riuscirono ad esservi assunti dovettero affrontare per integrarvisi non furono esigui. L’arrivo di una massa di nuovi operai mai prima socializzati al lavoro industriale – portatori di un bagaglio culturale, di un’etica del lavoro e di prassi valoriali diversissime da quelle radicate in loco – trasformò le fattezze della manodopera dell’industria automobilistica, e al tempo stesso provocò al suo interno lacerazioni che tardarono a ricomporsi. I lavori di Stefano Musso (1997) sono i più interessanti e completi sulla composizione della manodopera alla Fiat, in particolare Gli operai di Mirafiori tra ricostruzione e miracolo economico, che ha goduto meritatamente di un diffuso credito. A partire da una quantità di dati su assunzioni, licenziamenti, dimissioni, turn over interno ed esterno, malattie, leve militari, e sulla composizione demografica, egli vi ricostruiva minuziosamente come doveva apparire la classe operaia di Mirafiori: il 90% era entrato in Fiat dopo il 1945, privo della memoria storica intergenerazionale degli eventi bellici e del commissariamento postbellico, la presenza femminile era in continua diminuzione, giovanissimi e anziani venivano espulsi verso il settore “periferico” della forza lavoro. Egli stesso, due anni dopo (1999), mise in evidenza come giovani ed immigrati erano accomunati nella percezione degli anziani e dei militanti come scarsamente inclini al lavoro, se non al minimo necessario, a causa anzitutto di una mentalità differente, vuoi per ragione geografica vuoi perché non avvezzi alle privazioni della guerra. Con esigenze differenti, essi non erano propensi a scioperi frequenti ed esacerbati, né alla gestione oculata dei tempi di lavoro, ragioni d’orgoglio dei vecchi operai. Gian Primo Cella già nel 1972, da parte Cisl, osservava che tra le ragioni della decadenza del consenso che la Fiom otteneva in Fiat vi erano gli “steccati” che gli stessi lavoratori dell’organizzazione ergevano tra loro e in nuovi arrivati, poiché, non inclini a trarre le conseguenze del processo di trasformazione del sistema produttivo che poneva in primo piano i dequalificati, essi continuavano a difendere le carriere operaie. Nella stessa direzione Berta 81981, 134) attribuiva all’immissione in fabbrica di “falangi fresche di forza-lavoro”, dall’identità sociale incerta, e all’azione padronale la perdita per i militanti del loro ruolo di avanguardia, erodendone i legami con la massa dei lavoratori. E aggiungeva che fu solo per la sconfitta e per il rischio corso per la propria stessa esistenza in fabbrica che la Fiom affrontò il compito di ricostruire la propria base operaia dal basso. Con ciò si descriveva il contraltare della situazione già notata da Luisa Passerini (1997, 134) per cui dai racconti dei giovani sull’esperienza di fabbrica erano espulsi “retorica e compiacimento”, “visione eroica” e “grandi ideali di riferimento, veri e propri archetipi che avevano caratterizzato le narrazioni delle generazioni precedenti”, sintomo ora di una concezione del lavoro che non esauriva più la definizione della propria identità. La fabbrica segnava ora anzitutto un profondo shock, come emerge dalle testimonianze orali raccolte da Laura Derossi (1989), che accosta la violenza della migrazione e la violenza del lavoro industriale come i momenti chiave dei percorsi di vita dei suoi intervistati. Essi, infatti, testimoniavano che la fabbrica inizialmente “divorava” i neo-arrivati, il cui corpo e psiche reagivano con pianto, vomito, malattia e esaurimenti (Libertini 1973)10.

Tuttavia, a fronte dell’impossibilità di trovare intermediazioni e forme di integrazione sul territorio e nei luoghi d’incontro sociali, la fabbrica diventava da un lato l’unico riferimento, quasi una “patria”, per i nuovi arrivati (Revelli 1989, 31) e, dall’altro il luogo dell’integrazione attraverso la trasformazione delle masse di immigrati in classe operaia, sul terreno del conflitto industriale (Martinotti 1982a, 11). Ugo Ascoli (1979), in un volume dedicato all’analisi demografica e sociale delle migrazioni, condivise un giudizio analogo. Egli considerava che il processo di omogeneizzazione di popolazione immigrata e autoctona avveniva anzitutto a livello di classe, in nome dello “scontro antipadronale”, per cui emergeva una nuova classe operaia in cui erano progressivamente caduti i pregiudizi etnici. E così anche secondo Moretti (1970, 159) era possibile rintracciare due “tipi” di immigrati: uno, di coloro che erano arrivati nel ’57-‘58, disposti ad accettare tutta una serie di sacrifici, ed un secondo di “nuovi migranti” che non sembravano più disposti ad avallare carenze politiche e di programmazione economica. Ciò induceva l’autore a considerare che “i più diseredati” avevano preso coscienza delle condizioni di vita e di lavoro e che dunque “il povero del Sud, appena viene a contatto con l’organizzazione produttiva industriale, si trasforma in proletario”.

Se non tutti coloro che arrivarono a Torino in quegli anni entrarono effettivamente nelle catene di montaggio della Fiat, tuttavia è quasi unanime il giudizio degli studiosi al momento di segnalare un nesso forte tra lo sviluppo dell’industria, le vicende migratorie e le trasformazioni disordinate del sistema demografico e urbano. Già nel 1960 Accornero annotava, in un suo lavoro di edizione di testimonianze sulla resistenza sindacale in Fiat, che “la Fiat è oggi a Torino un mostruoso immane meccanismo che vive sulla città, avvalendosi di essa per gonfiare la propria potenza invece di servire la città nella sua espansione. Torino vive oggi nell’ambito della Fiat, e non viceversa”. Adriana Castagnola (1995, 57), analizzando le politiche dell’amministrazione provinciale, e in particolare il travagliato e fallimentare tentativo di costituire un piano urbanistico tra il capoluogo e i comuni della cintura, dimostrò la tesi per cui l’assetto del territorio era stato il “terreno reale di scontro politico sul quale si era giocata la partita” tra rendita e investimenti, tra conservazione e riforme e che aveva portato ad alla crescita della città secondo moduli insediativi “socialmente deleteri” e riscontrò che “lo sviluppo industriale trainato dal settore automobilistico sembrava inarrestabile. La strategia aziendale delle economie di scala spingeva infatti i dirigenti della Fiat ad accentrare nell’area torinese tutte le fasi di lavorazione dell’auto, con conseguenze dirompenti sul tessuto sociale e con costi assai pesanti per le amministrazioni locali, che si trovarono impreparate a rispondere alla domanda industriale e sociale di servizi. […] Ma proprio la cultura e la prassi di governo degli enti locali vennero meno di fronte a un potere economico che, ulteriormente rafforzatosi negli ultimi anni, finiva ormai con il determinare unilateralmente, in base alle proprie strategie aziendali, il destino della città” (Castagnoli 1995, 53). Tutto ciò dava luogo ad una vera e propria caoticità del territorio, come osservava Renato Calamida (1970, 238), ponendo l’accento sulla rilevanza di un territorio “leggibile” da parte dei fruitori, protagonisti di un’accresciuta mobilità territoriale che poneva l’individuo in rapporto non occasionale con una miriade di punti e percorsi e non più con un unico luogo, sede di lavoro e di residenza. L’esigenza di poter interpretare la spazialità era tanto più evidente per l’immigrato, proveniente da territori con caratteristiche morfologiche e significatività semplice, per cui “il caos e l’indifferenziazione funzionale delle nostre periferie deve porsi come un messaggio informativo veramente dirompente e sconcertante nei confronti di tipi di percezioni cui è abituato”. L’immigrato trovava estreme difficoltà al contatto con gli assetti spaziali, dominate da forze che non poteva controllare e che erano espressione di una logica del consumismo e della produzione che produceva forme periferiche mai a misura di uomo, che anzi lo riportavano rapidamente “in una situazione di sottosviluppo che illusoriamente aveva pensato di poter lasciare alle spalle” (Calamida 1970, 261).

Il coagularsi di ragioni di malcontento per le condizioni di vita e di lavoro produssero infine l’esplosione della conflittualità sociale nel 1962, nelle cui dimostrazioni si manifestò il peso della manodopera immigrata mai completamente integrata nel tessuto urbano, sociale e produttivo. Molto ben argomentata è la narrazione di quegli eventi esposta nel recente volume di Andrea Sangiovanni (2006) sui mutamenti della percezione della classe operaia dal dopoguerra in poi. Egli ripercorre, attraverso il confronto tra stampa, romanzi e quadri, film, trasmissioni televisive e concrete condizioni di fabbrica e testimonianze dirette, la storia degli operai come protagonisti dello sviluppo dell’Italia repubblicana e la percezione comune che di essi se ne è avuto, tra marginalità e sovraesposizione. Ma la più accurata ricostruzione degli scontri di Piazza Statuto, e delle interpretazioni che società civile e politica ne diedero, resta La rivolta di Piazza Statuto di Dario Lanzardo (1979) che, all’epoca ferroviere vicino al gruppo di “Quaderni Rossi”, raccolse testimonianze orali, rassegna stampa e bibliografia per smontare le accuse di aver scatenato gli scontri con dei provocatori appositamente richiamati da fuori che si rivolgevano vicendevolmente partiti di sinistra e forze dell’ordine e padronali. Viceversa, egli giungeva a concludere che gli scontri altro non erano se non l’ovvia conseguenza di un decennio di repressione, tra disciplina di fabbrica e disagio nella città, e analizzava le trasformazioni della classe operaia prodotte dall’immigrazione come la chiave di lettura dell’esplosione del conflitto, attribuendo alle giovani generazioni il ruolo trainante negli scontri. Nella stessa direzione Dora Marucco (1978, 229) sottolineava che l’entusiasmo dei nuovi arrivati sfatava i pregiudizi sui meridionali “venuti a spezzare la solidarietà degli operai piemontesi, a sconvolgere e rallentare l’esperienza di lotta dei lavoratori locali”. Renzo Giannotti (1979), ex-operaio poi dirigente della Federazione torinese del Pci scrisse poi un lavoro meticoloso su tutti i temi nodali degli studi sul movimento operaio in cui studiava la composizione e le caratteristiche della classe per capire i limiti delle stesse rivendicazioni sindacali ed individuarne delle direttrici di sviluppo. In esso sottolineava che le forme di lotta fin dall’inizio delle agitazioni ricordavano molto quelle per la terra e che in ciò si rivelava il peso che la nuova classe operaia immigrata dal Mezzogiorno aveva assunto nella determinazione e nella conduzione degli scioperi. Per cui ad astenersi dal lavoro non erano più le avanguardie isolate ma migliaia di lavoratori, giovani non collegati alle organizzazioni sindacali e di più recente immigrazione, riunitisi in forme spontanee. Ugo Ascoli (1979) collocava “l’enorme carica di lotta” dimostrata dagli immigrati, la cui rabbia si era ben presto “posta come avanguardia nei movimenti di lotta”, tra i fattori per la positiva valutazione del fenomeno stesso come fattore della modernizzazione. Benenati nel 1999 tornava a segnalare come “il fatto nuovo, che anche i sindacati accolsero con una certa sorpresa” la ripresa dell’iniziativa nelle fabbriche ad opera di nuovi soggetti operai “giovani immigrati dal sud, alle prime esperienze di lavoro nell’industria, a bassa qualificazione professionale, estranea ai linguaggi e alle culture della vecchia classe operaia torinese, solo in parte disposti ad incanalare la propria rabbia in un’azione sindacale organizzata”. Berta (1998) aggiungeva infine che dalla constatazione che ad aver agitato i disordini fossero stati i giovani immigrati era nata negli anni Settanta una sorta di leggenda politica che vi individuava una sorta di embrionale ribellione sociale e i prodromi delle lotte dell’autunno caldo, innalzando ad eroi “una generazione operaia che tradi[va] un’insofferenza acuta per la vita di fabbrica e prendeva alla lettera le parole d’ordine militanti lanciate dalla sinistra”.

In conclusione dunque si può osservare che, a dispetto delle partizioni usuali degli studi storiografici che sono stati applicati anche all’analisi dei fenomeni suddetti, migrazioni interne, industrializzazione, trasformazioni urbanistiche, demografiche e socio-culturali, rivendicazioni e trasformazioni delle culture sindacali e partitiche sembrano invece assumere a Torino e nella Fiat una dimensione integrata, per descrivere la cui evoluzione occorre fare appello ad una molteplicità di studi provenienti da differenti discipline e da molteplici branche della storiografia. Per compiere un ulteriore passo in direzione di una descrizione esauriente delle trasformazioni sociali, rivendicative e produttive della città piemontese negli anni Sessanta, potrebbe chissà risultare opportuno combinare i vari piani, raccontando i mutamenti nella cultura delle organizzazioni di massa avvenuti attraverso l’integrazione di una manodopera immigrata dai tratti innovativi nelle file della più grande industria automobilistica d’Italia, insediata nel capoluogo propulsivo dello sviluppo del Paese, concependo tutto ciò come un fenomeno omogeneo, ben oltre la storia politica, economica, delle relazioni industriali e dei sindacati, a storia orale, locale e sociale. Ciò non perché si ritenga possibile generalizzare in modelli ampi le caratteristiche di uno scenario locale micro o meso-scopico, ma piuttosto, perché per tale via si tenterebbe di rispondere all’esigenza di identificare i fattori realmente trainanti dei processi nazionali, attraverso lo studio di realtà, quantitativamente minoritarie, ma che sembrano invece aver rivestito un ruolo qualitativamente sostanziale nella modernizzazione dell’Italia repubblicana.

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  1. Sul ruolo di Torino come case study per la storia dell’Italia repubblicana cfr. tutti i condivisibili giudizi in: Minucci, Vertone 1960, 13-37 e 221; Cominotti, Garavini 1962, 7-17; Canteri 1964, 9-18; Passerin 1978, 4; Martinotti 1982, 9-10; Castronovo 1987, 460; Galli della Loggia 1999, 7. []
  2. Nel lavoro pionieristico di Giovanna Levi (1974) si osservavano, attraverso le testimonianze orali e autobiografiche e una vasta documentazione fotografica, i mutamenti architettonici e sociali provocati dall’impianto della Fiat in una zona prima quasi amorfa, semi-agreste, che, passando dall’essere una baraccopoli alla costruzione di case popolari, assunse infine una fisionomia operaia ben delineata. []
  3. Al riguardo cfr. le osservazioni in Arru A. Ramella F., cit. ; Zanfrini L.,Sociologia delle migrazioni, Laterza, Roma-Bari, 2007. []
  4. Secondo Degl’Innocenti (2006, 252) “assumendo che per mobilità sociale si intenda il mutamento di posizione di una popolazione in una determinata struttura, allora non si potrà escludere che il suddetto rimescolamento possa avere avuto effetti significativi anche sull’‘unificazione’ del paese, o almeno abbi contribuito a formare un ‘italiano nuovo’”.  []
  5. Secondo Revelli (1989) la lacerazione delle radici contadine era maturata da tempo e la migrazione, alla ricerca di un centro di elaborazione di una nuova cittadinanza, si limitò a costituirne l’ultima definizione, attraverso un faticoso percorso geografico, politico e sociale. []
  6. Cfr. le osservazioni di Pugliese 2002, 49-50. Uno studio anticipatore in tal senso è quello di Paci 1973. []
  7. I risultati di questa indagine mettono in discussione uno degli schemi più radicati nella percezione delle migrazioni e della mentalità meridionale, che vuole le donne nell’ombra al seguito dei mariti, relegate nel lavoro domestico e nella famiglia. Viceversa, esigenze economiche, desiderio di soddisfazione personale, anelito al cambiamento o ricerca del raggiungimento dei nuovi status symbol imposti dalla società dei consumi, spinsero molte, giunte sole o con famiglia nel capoluogo piemontese, a cercare lavori extradomestici. L’apparente assenza delle donne dal mondo del lavoro che emerge dalla sola lettura dei dati statistici è frutto di scelte metodologiche nelle rilevazioni dell’epoca, mediate da condizionamenti culturali che volevano la donna “angelo del focolare” anche laddove tale visione era tutt’altro che introiettata. []
  8. Cfr. Arru, Ehmer, Ramella 2001, e soprattutto l’approccio di Franco Ramella, che in tutti i suoi lavori pone l’assenza di reti sociali e la loro qualità al centro dell’analisi di qualsiasi processo migratorio. []
  9. Il problema del dialetto è rintracciato in studi interessati a diversi aspetti dell’integrazione dell’immigrato. In Passerin 1978, si considera come esso venisse spesso considerato tra i fattori su cui si giudicavano le capacità intellettive e cognitive dei ragazzi e per i quali essi venivano o meno destinati alle classi differenziali nelle scuole elementari. Dalle interviste utilizzate per il saggio di Passerini 1997, si osservano anche le difficoltà che il dialetto provocava al momento di integrarsi nella grande fabbrica, dove gli operai autoctoni, per lo più anziani, tentavano di mantenere una propria superiorità e differenziazione utilizzando il dialetto piemontese, incomprensibile ai nuovi arrivati cui pure si rivolgevano, alimentando un’incomunicabilità – colmata da altre espressioni condivise e forme di linguaggio comuni che, nei tempi liberi del “non lavoro” in fabbrica, tra piccole solidarietà e trasmissione di conoscenze, formarono la memoria di una “familiarizzazione” della fabbrica che contraddice in parte gli stereotipi sullo scontro generazionale o regionale.  []
  10. Tali fattori sono diffusamente ricordati nelle testimonianze degli operai. Giovanni Falcone, operaio immigrato dal Sud che diventerà un leader di base dell’autunno caldo, racconta che “la durezza del lavoro era rappresentata, oltre che dalla fatica fisica, dalla ripetitività delle mansioni. Anzi, era la linea di montaggio in quanto tale a determinare la percezione della fatica, non perché il lavoro fosse in sé più pesante di quello che si faceva da un’altra parte. Magari venivi da un lavoro ancora più pesante, però con dei ritmi più lenti” (Berta 1998, 55-56). []

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