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Posted in Numero 24 - Ottobre 2010, Numero 24 - Percorsi, Numero 24 - Rubriche, Percorsi

Stato e Nazione nei democratici italiani  alle soglie dell’unità

Stato e Nazione nei democratici italiani alle soglie dell’unità

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Angelo Varni

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Con il giungere delle idee della Rivoluzione francese in Italia e successivamente con l’arrivo di Napoleone, il concetto di Nazione comincia ad assumere una nuova e maggiore dimensione politica. Sulla base di queste sollecitazioni, parti significative dell’Italia cominciano a dotarsi di assetti repubblicani sempre più estesi. Dispersa successivamente nelle frammentazioni degli Stati restaurati, la penisola partecipò al clima culturale europeo segnato da un romanticismo votato alla ricerca di una identità nazionale. A partire da questa temperie politica e culturale, il saggio offre un excursus del pensiero democratico preparatorio e, per certi versi, anticipatorio del nascituro Stato unitario. Il discorso politico, che anima il periodo preunitario, si snoda attraverso le correnti di pensiero, i cambiamenti politici, culturali e sociali che compongono il clima dell’epoca, riflettendosi sull’assetto che andrà assumendo l’Italia unitaria.

Fu certo con l’arrivo della Rivoluzione francese nella nostra penisola che l’idea di Nazione, subito connessa a quella di indipendenza dallo straniero, assunse quella corposità e quella dimensione politica, che la fece divenire valore primario, indiscutibile e finanche sacro – secondo la lezione insuperabile di Chabod – del nostro Risorgimento. E questo è vero tanto per i gruppi sociali più inclini ad ipotesi di mutamenti radicali della società; quanto per coloro che temevano lo scardinamento dell’esistente e che pure finirono per guidare il paese – suprema contraddizione alla base del nostro processo unitario – verso un cammino che non poté non essere rivoluzionario sul piano interno ed internazionale.

Ora, che un sentimento di appartenenza ad un’italianità trascorrente dalle Alpi al Mediterraneo esistesse da sempre nella penisola era un dato concettuale pur vero, ma appartenente in esclusiva alla dimensione culturale e alle ispirazioni letterarie dei ceti elevati: sapeva di richiami classici, come di antichi equilibri tra libere comunità cittadine; di ritorni agli appelli pacificatori di Virgilio, alle invettive di Dante, alle elegie petrarchesche, alle analisi disilluse di Machiavelli; senza che tutto questo si traducesse in consapevolezze etico-politiche, lasciando spazio alle amare osservazioni del leopardiano Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani, dove si testimonia la mancanza in Italia di un “fondamento di morale” comune, e di “ogni vero vincolo e principio conservatore della società; con gli Italiani che hanno piuttosto usanze e abitudini che costumi, le prime accettate passivamente, i secondi accolti con un atto di responsabilità personale e di conseguenza si indeboliscono i principi morali che si fondano sulla persuasione e domina incontrastata l’indifferenza e l’‘apatia’”.

Eppure in quel tempo della riflessione del poeta di Recanati, alla metà degli anni Venti dell’800, il cammino era stato intrapreso, se non sul piano della trasformazione sociale da lui auspicata, almeno nella dimensione della maturazione politica, in grado di riempire di contenuti istituzionali e di aspirazioni ideali le suggestioni richiamantesi alla Nazione e all’indipendenza.

Rousseau era giunto tra noi con la sua ipotesi di comunità affidata insieme alla storia e alla volontà del presente e del futuro di un popolo, che liberamente accettava di ordinarsi in uno Stato, appunto nazionale, trovando quindi uno spazio operativo sul terreno della politica. Di un popolo, dunque, reclamante il suo diritto alla libertà di decidere il proprio destino, di farsi costruttore di uno Stato di cittadini ugualmente sovrani nell’accettazione della legge comune, di sognare un’universalità di armoniose convivenze con gli altri popoli risvegliati alle medesime finalità. Una lettura di Rousseau in chiave esclusivamente democratica, senza il benché minimo sospetto che ad altro potesse portare la sua volontà generale e il suo Stato assorbente le libere determinazioni dei singoli cittadini.

Ma di là da queste influenze ideali, ancora più importante sul piano della realtà politica, era stato l’arrivo di Napoleone, con dappresso le esperienze maturate dall’89 in poi, con Valmy, la santificazione della patria, lo Stato definito da una legge suprema da tutti accettata con i suoi diritti e i suoi doveri. E già, sulla base di queste imperiose sollecitazioni, parti significative della penisola si erano ordinate in assetti repubblicani sempre più estesi, dagli Stati giacobini alla Repubblica, addirittura denominata italiana; già alcune città padane si erano unite in vincoli che miravano ad unità più vasta, con il Congresso istitutivo della Cispadana il 27 dicembre ’96 ad accogliere entusiasta la certezza espressa dai delegati milanesi dell’esistenza in Italia, “dopo tanti secoli di schiavitù e di orrore”, di una “Repubblica una e indivisibile”. Ancora, di lì a pochi giorni, il 7 gennaio, si innalzava il simbolo di tale unificazione, deliberando “che si renda universale lo Stendardo e Bandiera Cispadana di tre colori Verde, Bianco e Rosso, e che questi tre colori si usino anche nella coccarda cispadana, la quale debba portarsi da tutti”.

Già, ancora, gli animi degli intellettuali più accesi di quell’italianità risvegliata dal concetto importato dalla Francia rivoluzionata – primo fra tutti Ugo Foscolo – avevano espresso intera la loro indignazione per il tradimento di Campoformio, troppo configgente con quel programma di costruzione unitaria nella libertà fatto sognare dal generale corso. Ma poi non avevano potuto rifiutare di partecipare alla successiva edificazione di uno Stato moderno, con la sua certezza normativa e il suo ordinato procedere amministrativo. Per altro, molto ci dice della maturazione degli intellettuali italiani in tema di costruzioni istituzionali ispirate dai nuovi valori, gli sforzi propositivi elaborati nel ’97 al momento del concorso indetto dall’Amministrazione generale di Lombardia per individuare il governo più adatto alla nascente realtà.

Intanto per tutti usbergo di libertà e di uguaglianza non poteva non essere che la forma repubblicana, solo legittimato governo del popolo; per poi articolarsi un disparere che avrebbe animato tutto il Risorgimento e dopo, in merito al prevalere o meno della concezione unitaria rispetto a quella federalista, con la prima a prevalere, come nella dissertazione vincitrice scritta da Melchiorre Gioia indirizzata a reclamare una sovranità consolidata sull’“universalità dei cittadini”, ricomposti all’interno di una repubblica appunto indivisibile e governati da una democrazia in forma rappresentativa.

Del resto è pur da notare che perfino il concludersi dell’esperienza napoleonica veniva salutata dagli stessi austriaci conquistatori nel nome dell’esigenza degli italiani di “ribellarsi allo straniero”, per diventare Nazione libera e indipendente. Che era poi lo stesso concetto espresso dall’ultima, scombinata impresa di Gioacchino Murat, quando da Rimini ne proclamava la necessità, trovando echi consistenti nell’adesione di non pochi intellettuali dell’Ateneo bolognese, pur consapevoli del suo funesto destino. E di nuovo Ugo Foscolo, nella riflessione contenute nella Lettera apologetica (non a caso pubblicata postuma proprio da Giuseppe Mazzini), turgida di rabbiosi rifiuti verso le scelte di Napoleone, ne riconosceva, al contempo, “l’altissimo merito di aver riuniti ed educati alla guerra sei milioni di italiani”, di aver fondato “un regno potente di ricchezze e di abitatori, e dove le ricchezze erano amministrate con ordine, e il popolo era ridiventato guerriero”; avendo inoltre educato i giovani che “co’ primi tratti della loro penna avevano scritto i nomi di patria, libertà, di Regno italico, e ardevano di diventare guerrieri”.

Dispersa allora nelle frammentazioni degli Stati restaurati, la penisola fu partecipe di poi del dominante clima culturale europeo segnato da un romanticismo fatto di soggettività sentimentale, di nuove intimità individuali e collettive, di richiami ad una dimensione storica: il tutto confluente in una comune ricerca di identità nazionale, che in Italia soprattutto, in virtù dell’esperienza napoleonica vissuta, finì per colorarsi di aneliti alla libertà, all’indipendenza, alla democrazia. È la nascita dell’eroe romantico pronto a battersi per l’ideale di patria, la sua ma anche quella di altri popoli soggiogati; è il momento dell’esortazione, pur sempre di Foscolo, alle “storie” quale elemento fondativo di una nuova dimensione culturale; è l’appello del pur mite Manzoni ad una libertà e ad una unità della sua gente “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”. In un’omogeneità intrecciata di valori etnico-linguistici con una spiritualità storico-religiosa. È, più in generale, la ricerca di un “fare gli Italiani” attraverso le suggestioni di una vasta letteratura civile, colta e popolare ad un tempo, con i Giovanni Berchet, i Tommaseo, i Viesseux, i D’Azeglio ed ancora Tommaso Grossi, G.B. Niccolini, Domenico Guerrazzi, Giuseppe Giusti, Gioacchino Belli, tutti indirizzati ad evidenziare i soprusi delle dominazioni straniere di un tempo e del loro oggi, insieme ai sacrifici e alle sofferenze dei martiri per la libertà. Con in più il diffondersi di una pubblicistica filantropica, programmaticamente rivolta all’educazione alla “nuova civiltà” delle masse, nonché all’allargamento delle conoscenze reciproche delle diverse realtà esistenti nel paese.

Uno sforzo divulgativo che segnalava un forte momento di svolta, ancor più significativo dei pur importanti episodi epici delle rivoluzioni del ’20-21 e del ’31, pur sempre connotati dagli sguardi rivolti al passato di liberazione municipale, che solo si universalizzava nel comune richiamo al costituzionalismo in equilibrio tra riformismo illuminato e primi aneliti all’indipendenza nazionale. C’era, poi, in questa progressiva acquisizione di una dimensione unitaria, caratterizzata da riferimenti alla libertà individuale e collettiva, una spinta provocata dai nuovi orizzonti economici aperti in Europa dallo sviluppo di un industrialismo capitalistico guidato dalla borghesia e dai suoi valori, prima di tutti la proprietà, la libertà dei commerci, l’unità dei pesi e delle misure, le comunicazioni ferroviarie, l’istruzione popolare, lo sviluppo del credito ed altri ancora: tutti dibattuti nei Congressi degli scienziati e che vedevano in Cobden il loro campione universale. Da essi non poteva non derivare una traduzione politica, appunto unitaria e indipendentista, che rendeva anacronistici non solo i regimi esistenti, ma lo stesso timido riformismo di sapore settecentesco.

Di tutto questo intenso lavorio di produzione intellettuale e di acquisizione di esperienze pratiche si fece interprete militante il Mazzini degli anni ’30, quello della Giovane Italia e della Giovane Europa, fervido propugnatore di una trasformazione dell’esistente che, senza disperdere le conquiste dell’umanitarismo cosmopolita illuminato e delle libertà individuali dell’89, le facesse parte di un progetto rivolto ad un avvenire in cui prevalesse la dimensione sociale, lo stare insieme di uomini uguali, che trovassero la loro libertà nell’operare concordi per una comune missione di progresso rivolta all’armonioso sviluppo dell’umanità tutta intera. L’epoca dell’affermazione dell’individualità, della sua superiorità razionale finiva e lasciava il campo agli empiti di quel romanticismo – proprio della penisola, come s’è visto – tutto sentimento nazionale ed impegno morale verso un compito unitario, di cui Mazzini fu compiuta espressione. Per altro, il richiamo della concezione istituzionale dell’Apostolo all’elaborato “giacobino” di Melchiorre Gioia appare evidente in più punti, rendendo ancor più stringente il collegamento tra la battaglia nazionale-unitaria e l’affermarsi di un sistema repubblicano rappresentativo, ostile ad ogni forma di potere monarchico (compreso quello costituzionale) e all’anarchia assembleare. Solo in tal modo era possibile associare davvero il popolo all’intento rivoluzionario, dando, cioè, ad esso un’ipotesi concreta di coinvolgimento nel processo di crescita, possibile unicamente all’interno, appunto, di una repubblica di uguali. Inevitabile, quindi, l’identificazione tra questo popolo così raccolto in un intento comune con la Nazione: “Per Nazione – scriveva nel ’33 l’esule genovese – noi intendiamo l’universalità de’ cittadini parlanti la stessa favella, associati, con eguaglianza di diritti civili e politici, all’intento comune di sviluppare e perfezionare progressivamente le forze sociali e l’attività di quelle forze”. Che era poi una visione programmatica in grado – si può dire – di portare l’individuo dell’89 non solo a partecipare ad un’identità nazionale, ma a sentire questa come un dovere morale da assolvere per sentirsi davvero libero. Libertà non valore astratto, dunque; né fine a se stessa, bensì mezzo per lo sviluppo armonioso dell’attività umana. I diritti dell’uomo, pur inalienabili anche per Mazzini, che si trasmutavano, amplificandosi nei loro contenuti etici, in doveri al servizio dell’umanità. Da qui il nesso inscindibile, per lui, di Nazione e di libertà, il contenuto, in qualche modo mistico, del suo sentire il percorso della nuova epoca proiettato a far partecipare responsabilmente l’individuo – ed a questo educato dallo Stato – del miglioramento della società e questa, nella sua dimensione di comunità nazionale, a svolgere la missione sua propria assegnata dall’umanità.

Intuizioni ed illuminazioni nello snodarsi di un pensiero mai ordinato in uno schema compiuto, ma capace , forse proprio per questo, di essere possente lievito rivoluzionario per una generazione nutrita dei chiaroscuri sentimentali e delle generose indeterminatezze teoriche del romanticismo. Tanto più che nel suo richiamo ad un popolo armoniosamente composto all’interno di una missione di progresso, alimentata dall’obbiettivo primario dell’unità e dell’indipendenza dallo straniero, Mazzini coglieva assai bene i reali rapporti di forza presenti nella penisola degli anni ’30, proponendosi con una concretezza operativa assai maggiore di quanto non valutarono i suoi tanti detrattori contemporanei e successivi. Basta poi guardare in proposito, da un lato, il senso del suo fugace operare alla guida della repubblica romana del ’49 e, su di un altro versante, il completamento, nel ’61, del suo scritto di trenta anni prima, sull’Unità Italiana. “Noi non siamo un governo di partito – diceva nella Roma assediata – ma governo della nazione. La nazione è repubblicana […] Il governo della Repubblica è forte: quindi non teme: ha missione di conservare intatti i diritti e libero il compimento dei doveri d’ognuno”. Per poi passare all’elencazione di ben concreti obbiettivi amministrativi: “Economia negli impieghi; moralità nella scelta degli impiegati; capacità, accertata dovunque si può per concorso, messa a capo d’ogni ufficio, nella sfera amministrativa. Ordine e severità di verificazione e censura nella sfera finanziaria, limitazione di spese, guerra a ogni prodigalità, attribuzione d’ogni denaro del paese all’utile del paese, esigenza inviolabile d’ogni sacrificio ovunque le necessità del paese lo impongano. Non guerra di classi, non ostilità alle ricchezze acquistate, non violazioni improvvide e ingiuste di proprietà; ma tendenza continua al miglioramento materiale dei meno favoriti dalla fortuna, e volontà ferma di ristabilire il credito dello Stato, e freno a qualunque egoismo colpevole di monopolio, d’artificio, o di resistenza passiva, dissolvente o procacciante alterarlo”.

Fu, poi, ad unità raggiunta che intese riproporre in modo compiuto le sue idee sulla configurazione istituzionale del paese. Fermo restava il rifiuto di sempre del federalismo, ostile alla compattezza di popolo, alla sua missione a pro dell’umanità, per di più frutto di divisioni artificiose provocate dalla diplomazia o dalle caste aristocratiche. Una tale unità di Stato doveva, però, saper combinarsi con il rifiuto, tanto dello Stato gendarme, quanto di quello autoritario, riaffermando la necessità di combinare Associazione con Libertà: la prima, spiegava Mazzini, espressa dalla Nazione, la seconda dal Comune, visti come i soli elementi naturali di un popolo. Spettava, dunque, all’entità comunale formare la libera consapevolezza dei cittadini del contributo da offrire al dovere collettivo indicato dalla Nazione. A quest’ultima spettava la parola suprema e generale nel campo dell’istruzione, dell’esercito, della giustizia, della fiscalità, del credito, dell’ordine pubblico, delle infrastrutture, della politica estera; ma i Comuni dovevano essere autonomi nelle attuazioni pratiche di quanto deciso al centro, per “proteggere nei giusti suoi limiti la libertà delle membra dalle usurpazioni dell’Autorità che rappresenta l’Associazione”. E a tal fine, con un realismo spesso dimenticato, l’Apostolo invitava a dar vita ad entità comunali più vaste e quindi più robuste di fronte all’autorità governativa, con l’esplicito compito, ancora, di connettere città e campagna, sì da trasmettere a queste ultime la “luce delle città”. Da ultimo, la migliore funzionalità era assicurata dalla istituzione delle Regioni, “zona intermedia indispensabile tra la Nazione e il Comune, additata dai caratteri territoriali secondari, dai dialetti, e dal predominio delle attitudini agricole, industriali o marittime”. Mazzini si spingeva, nella sua costruzione d’architettura istituzionale, ad ipotizzarne 12, anch’esse, come i Comuni, vivificate dalla diretta partecipazione dei cittadini alla vita pubblica col suffragio e con tutte le possibili manifestazioni della vita collettiva: “Ordinamento siffatto spegnerebbe, parmi, il localismo gretto, darebbe all’unità secondarie forze sufficienti per tradurre in atto ogni progresso possibile nella loro sfera e farebbe più semplice e spedito d’assai l’andamento, oggi intricatissimo e lento, della cosa pubblica”.

Temperamenti di una concezione che restava saldamente unitaria e che poneva Mazzini sull’altro versante di quell’ipotesi istituzionale, già presente – s’è detto – nell’Italia giacobina, favorevole alle ripartizioni federalistiche. Tralasciandone le interpretazioni moderate, legate alle contingenze del processo risorgimentale, è in Cattaneo (senza voler dimenticare le aperture “socialiste” di Ferrari verso rivoluzioni popolari misurate sulle dirette e controllabili dimensioni dei tradizionali Stati italiani ispirati dall’esempio francese)… è in Cattaneo, dicevo, che ben si compendia questa visione di un’indipendenza nazionale da conseguire senza mai prevalere sul bene supremo della libertà. E quindi raggiungibile solo attraverso un lento e consapevole processo di maturazione storica delle aspirazioni, degli interessi, dei costumi di vita delle diverse e variegate parti della penisola, senza forzarne in modo fittizio l’omogeneità all’interno di un ordinamento centralizzato, che impedisse – secondo una sua espressione – di mantenere “padronanza” sopra l’esercizio delle proprie libertà. Un progresso, dunque, estraneo alle folgoranti suggestioni mistiche (e certo più politicamente coinvolgenti) di Mazzini, bensì affidato al graduale farsi strada della civiltà liberale e liberista contro le limitazioni del passato assolutista e contro le moderne pretese di una palingenesi guidata dall’esterno delle forze concrete operanti nella società. Nessun “contratto sociale” in lui all’origine delle nazioni, ma un costante riconoscersi dei popoli in istanze e manifestazioni comuni dalle origini lontane e vivificate dalla lingua, dalla cultura, dalle dimestichezze economiche e amministrative. Anche se, proprio per questo, finiva per incontrare Mazzini sul parallelo riconoscimento del ruolo decisivo delle città nelle vicende del nostro paese, neppure scalfito dalle lotte intestine fra i diversi partiti ed indispensabile per giustificare la presenza di corpi istituzionali intermedi tra i mille campanili e la Nazione, quegli “stati” – come li definiva – in grado di convivere armoniosamente all’interno della federazione cui si delegavano funzioni superiori di “deliberazione politica e d’azione militare”. Ma era la storia stessa a indicarne la composizione e il raggio d’azione: “La città formò col suo territorio un corpo inseparabile. Per immemorial tradizione, il popolo delle campagne… prende tuttora il nome della sua città… In molte provincie è quella la sola patria che il volgo conosce e sente”. Era il procedere di un riformismo garantito dalla tutela di tutte le libertà dell’individuo e delle collettività, dove l’attenzione al concreto del suo farsi paradossalmente non assicurava – a mio modo di intendere – proprio una realistica valutazione delle forze in campo nelle contese politiche e sociali del suo tempo.

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