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Posted in Numero 28 - Febbraio 2012, Numero 28 - Rubriche, Numero 28 - Scaffale, Scaffale

Noam Chomsky, Ilan Pappé Ultima fermata a Gaza  Dove ci porta la guerra di Israele con i palestinesi a cura di Frank Barat Milano, Ponte alle Grazie, 2010, pp. 268

Noam Chomsky, Ilan Pappé Ultima fermata a Gaza Dove ci porta la guerra di Israele con i palestinesi a cura di Frank Barat Milano, Ponte alle Grazie, 2010, pp. 268

di Charlie Lo Casto

 

Di recente pubblicazione, scritto a due mani da Ilan Pappé e Noam Chomsky, il volume Ultima fermata a Gaza. Dove ci porta la guerra di Israele con i palestinesi non si limita ad una critica nei confronti di Israele, ma fornisce una serie di suggerimenti da seguire, rivolti sia alle organizzazioni attive sul territorio palestinese che all’opinione pubblica, per porre fine al calvario degli arabi nei Territori occupati. Sin da questi presupposti, ne emerge con evidenza il carattere militante ed il percorso intellettuale dei due autori, del resto, ci fornisce indicazioni precise sul loro orientamento politico. Figlio di ebrei russi emigrati in Usa, Chomsky si è distinto per le sue ricerche nel campo della linguistica, ove è considerato un importante innovatore. I suoi libri di politica e sulle distorsioni nel sistema dei media americano, hanno il carattere di denuncia del dispotismo di una minoranza negli Stati Uniti, fortemente legata alle lobbies economiche. Anti-imperialista e anti-capitalista, voce scomoda negli Stati Uniti, Chomsky gode comunque di grande considerazione e stima nel mondo accademico e nell’opinione pubblica. Ilan Pappé, storico che ha insegnato per anni all’Università di Haifa, appartiene al filone dei “nuovi storici” israeliani. Studiosi come Pappé, Zeev Sternhell, Benny Morris e Tom Seegev hanno dedicato il loro tempo alla rilettura della storia del sionismo e della nascita dello Stato d’Israele. Soprattutto in merito ai mezzi utilizzati dai sionisti per la creazione dello Stato, emergono nuovi scenari che sottolineano la grave responsabilità della leadership israeliana in merito alla questione dei profughi palestinesi. La storiografia classica israeliana, ad esempio, non aveva mai analizzato la presenza di una deliberata politica sionista di espulsione dei palestinesi, durante la Guerra israelo-palestinese del 1948. Ilan Pappé mette in evidenza questa politica, e condanna il movimento sionista in modo inequivocabile. Collocato politicamente a sinistra, Pappé è stato tra l’altro coinvolto – merita di ricordare – in una accesa disputa accademica, scoppiata in seguito ad una tesi di dottorato di uno studente dell’Università di Haifa. Ilan Pappè appoggiò lo studente Theodor Katz, il quale aveva documentato, attraverso testimonianze dirette, il massacro perpetrato nel 1948 dai militari israeliani in un villaggio palestinese, che avrebbe provocato dai 200 ai 260 morti. Pappè ha rischiato l’espulsione dall’Università di Haifa, impedita solamente grazie agli scudi alzatisi sia a livello nazionale che internazionale. A partire da questa vicenda, Pappé si è impegnato in campo accademico per incentivare il boicottaggio delle Università israeliane, complici di coprire le nefandezze compiute da Israele durante il primo conflitto con i palestinesi.

Venendo dunque all’esame del testo considerato, occorre innanzitutto dire che si tratta di un volume complesso ed articolato, composto di otto saggi, e nel quale tra l’altro si utilizza spesso la forma dell’intervista per comparare le tesi dei due autori. Partendo dai crimini commessi nella Striscia di Gaza e passando per il ruolo degli Stati Uniti, questo libro intende far ragionare i lettori in merito alla empasse politica attuale, che impedisce una qualsiasi soluzione pacifica del conflitto. Si sostiene in particolare la tesi secondo cui le elezioni del 2006 tenutesi a Gaza, che si sono concluse con la vittoria di Hamas, avrebbero alimentato la mitologia che Gaza rappresenti la base terroristica determinata a distruggere Israele. Le scelte elettorali dei palestinesi, non gradite da Israele e Stati Uniti, sarebbero così state utilizzate come giustificazione alle restrizioni sull’ingresso nella Striscia di alimenti e medicinali, oltre che per la limitazione della libertà di movimento. Se i palestinesi – si afferma di conseguenza – avessero votato secondo gli auspici di Israele, che da decenni coincidono con quelli americani, Gaza sarebbe diventata un territorio simile alla Cisgiordania, regione ove i palestinesi sono senza diritti civili e politici. L’indigenza ed il perenne controllo delle forze israeliane, sarebbero perciò state accentuate proprio dalla scelta del voto favorevole ad Hamas. Nel 2008, l’esercito israeliano ha intensificato il blocco contro Gaza. Date le condizioni demografiche, il blocco assume il carattere di un’azione fortemente punitiva. Dopo aver ritirato i propri coloni dalla Striscia, Israele ha intensificato l’attività di insediamento negli altri Territori occupati. Essendo la situazione della Cisgiordania più stabile, il governo israeliano ha concentrato le attenzioni su Gaza, rispondendo ai razzi di Hamas con l’uso della forza.

Nell’ottica di una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese, vengono analizzati dai due autori gli elementi che la frenano e quelli che potrebbero accelerarla. La narrazione si snoda in particolare lungo due traiettorie fondamentali: da una parte l’imperialismo americano, sottolineato da Chomsky, dall’altra l’inflessibilità di Israele, evidenziata da Pappè. Chomsky ci presenta una situazione stagnante, ove gli Stati Uniti, il paese più potente al mondo, proseguono una collaborazione con Israele che dura dal 1947. Critico molto impegnato della società americana, Chomsky arriva così a proporre la tesi secondo cui il vero problema sarebbe in effetti rappresentato dall’assenza negli Stati Uniti di una vera democrazia che garantisca informazione all’opinione pubblica, ove questa possa quantomeno indirizzare la politica nazionale. In mancanza di informazione adeguata, il compito spetterebbe ad attivisti e organizzazioni. Ilan Pappè illustra invece il ruolo esercitato dai fondamentalisti cristiani. Sotto la presidenza di George W. Bush, il fondamentalismo cristiano americano dichiara una guerra non al terrorismo, bensì all’Islam. Quest’ultima fase storica, che viene erroneamente classificata in Occidente come “lotta al terrorismo”, avrebbe invece avuto secondo l’autore come unico effetto reale quello di avvicinare gli Stati Uniti ad Israele. Già negli anni Settanta, il governo israeliano aveva avviato il dialogo con i fondamentalisti cristiani. Si cita a sostegno di questa tesi l’affermazione fatta nel 1985 da Benjamin Netanyahu, attuale primo ministro israeliano, all’epoca ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite, che dichiarò all’assemblea nazionale dei sionisti cristiani che il loro sostegno a Israele era un atto morale superiore. Da una parte, la lobby filoisraeliana in U.S.A. concentrava i propri sforzi per orientare il Partito democratico verso Israele, dall’altra i fondamentalisti cristiani trasformarono il Partito repubblicano in un simpatizzante della causa ebraica. Il cambiamento di rotta in seno al Partito repubblicano ha provocato delle conseguenze notevoli. Andando in direzione opposta rispetto agli imprenditori legati ai repubblicani, più inclini ad accettare il punto di vista arabo, i fondamentalisti cristiani, dei quali Gorge W. Bush è stato il maggior rappresentante, hanno compiuto la seguente sintesi: “Chi si mette contro Israele si mette contro Dio”. La stessa lobby filoisraeliana, dalle parole del suo fondatore, nacque con lo scopo di limitare l’influenza filoaraba sul Dipartimento di Stato. Coloro i quali assunsero posizioni di vertice nell’amministrazione Bush, sono tutti legati all’Aipac (lobby ebraica), specialmente Donald Rumsfeld e Dick Cheney. L’appoggio a Israele arriva oggi da un Partito democratico tradizionalmente sensibile alla causa sionista e da un Partito repubblicano che, dal 2001, ha adottato un’ideologia anti-islamica. Ogni anno l’Aipac si riunisce a Washington e ribadisce l’incondizionato appoggio a Israele. Oggi i ricchi ebrei americani impiegano molti capitali per mantenere la politica americana entro i binari filo-israeliani.

Dopo l’approfondita analisi dei problemi in oggetto, i due autori dedicano tutto il resto della trattazione alla proposta di alcune soluzioni possibili alla crisi. Ilan Pappè, ad esempio, auspica un ritorno dell’attenzione internazionale sull’opzione dello Stato unico. La risoluzione 181 delle Nazioni Unite del 1947, che dava forma al piano di maggioranza della Commissione Onu per la Palestina, accantonò la possibilità di creare uno Stato unico bi-nazionale. Quello che occorre ricordare, è che il piano per lo Stato unitario fu presentato in sede di Nazioni Unite da quei paesi che non erano sotto l’influenza di Stati Uniti e Unione Sovietica, paesi che appoggiavano la spartizione e la creazione dei due Stati. La soluzione prevedeva uno Stato unitario, conferendo la cittadinanza indipendentemente dall’etnia, ove la popolazione autoctona doveva essere rappresentata da quei due milioni, tra ebrei e arabi, che vivevano all’epoca in Palestina. Questa soluzione, che venne all’epoca accantonata dall’Onu, verrà in seguito ripresa dalla Lega araba e dalla Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). La situazione cambiò a partire dagli anni Settanta, quando la corrente del “sionismo pragmatico” prese il sopravvento in Israele. Coloro i quali si identificano come sionisti pragmatici, caldeggiano la soluzione dei due stati e credono che Israele debba avere il controllo sulla quasi totalità della terra della Palestina mandataria, nonché sulle acque territoriali, lo spazio aereo e i confini esterni. La limitata sovranità palestinese può essere concessa ad aree (metà della Cisgiordania e la Striscia di Gaza) che poco interessano ad Israele. La stessa Organizzazione per la liberazione della Palestina, si è piegata all’interpretazione sionista, e ha dovuto riadattare le proprie politiche secondo l’opzione dei due stati. Va precisato, inoltre, che i negoziati degli ultimi decenni tra Israele e i rappresentanti arabi partono dando come assodate le conquiste ottenute durante la Guerra arabo-sionista del 1948, in quanto la Guerra dei sei giorni del 1967, e non il conflitto del 1948, viene ritenuta dai “sionisti pragmatici” come il primo atto del conflitto. Una visione di questo genere, ha complicato notevolmente i negoziati successivi al 1967. Le rivendicazioni palestinesi, infatti, oltre che la sovranità su Cisgiordania e Gaza, riguardano altre questioni, nello specifico quella dei diritti dei profughi del 1948 al “ritorno”. La guerra del 1948 e le drammatiche conseguenze sul popolo palestinese, viene considerata da Israele non come primo atto del conflitto bensì come lecita appropriazione di un territorio che apparteneva ai padri dell’ebraismo. L’attività di promozione in favore dello Stato unitario, è confinata a quelle Ong attive sul territorio che, seppur dispongano di una certa visibilità, mancano dell’organizzazione e potere persuasivo tipiche di un movimento politico. Da qui la necessità di un movimento che effettui pressioni su chi detiene il potere politico, affinché quella che è una spinta popolare alla creazione dello Stato unitario si trasformi in un programma politico. La mancanza di fiducia verso la classe politica e la necessità di un certo lasso di tempo per creare un movimento politico maturo, potrebbero far arenare il progetto. Per risolvere questi problemi, Pappé propone di intensificare la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni; ossia si appella alla comunità internazionale affinché vengano intraprese azioni non violente ma drastiche nei confronti di Israele. Considerando la peculiare e insostenibile situazione dei palestinesi nei Territori occupati, ossia quella di una “comunità imprigionata, soggetta a occupazione posta in una enclave e priva di un’entità statale”, occorre dare una speranza all’opzione unitaria. Dato che, soprattutto in occidente, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, la politica ha un carattere evolutivo e non rivoluzionario e attenersi alle formule è insito nella natura di questi sistemi politici, è improbabile che la classe politica se ne discosti. Serve quindi un movimento che cerchi di allargare il consenso, ossia letteralmente il tentativo di spostare la mentalità, gli interessi e gli apprezzamenti delle persone. È inoltre necessario studiare a fondo il fallimento della risoluzione 181 e del piano di spartizione, affinché si maturi una consapevolezza storica attorno alla pulizia etnica della Palestina ed alla impraticabilità della soluzione dei due stati. Una prima necessità del movimento deve essere quella di dare una risposta all’atteggiamento verso l’idea dello Stato unico. Una seconda necessità riguarda invece la possibilità di creare e implementare dei gruppi di lavoro, che discutano in maniera pratica riguardo ad una convivenza tra Israele e Palestina, indipendentemente dalla forma statuale. È necessario inoltre discutere, e farlo adesso, del problema delle colonie ebraiche in territori a maggioranza araba. Tutto questo, dovrà avvenire però con la stretta collaborazione di Olp e Hamas, che nei processi di pace saranno necessariamente coinvolti. La posizione di Noam Chomsky, riguardo alle possibili svolte e alla politica dei boicottaggi, è abbastanza diversa. Riguardo a quest’ultimi, non ne esalta i meriti, anche se riconosce che un certo tipo di boicottaggi ossia quelli selettivi come contro i fornitori di armamenti ad Israele, darebbero qualche risultato. Un’inversione di rotta e il riconoscimento della Palestina, per Chomsky, necessita dell’appoggio degli Stati Uniti. Appoggio che difficilmente potrà arrivare. I palestinesi sono soli, indifesi, e alle concentrazioni del potere americano non hanno nulla da offrire. Riguardo ad Israele, gli investimenti tecnologici e militari americani in Israele, l’influenza della lobby ebraica e la stima che gli intellettuali statunitensi vantano verso Israele, sono elementi molto più forti della solidarietà popolare verso i palestinesi. L’opinione pubblica americana è favorevole al riconoscimento dell’entità statuale palestinese e chiede addirittura che gli aiuti vengano equiparati. Affinché vi sia una svolta, è necessario che gli Stati Uniti cambino la loro posizione, e che rispettino a casa loro la democrazia e la volontà popolare, per poi esportarla effettivamente altrove.

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