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Posted in Numero 36 - Novembre 2014, Numero 36 - Percorsi, Numero 36 - Rubriche, Percorsi

Note intorno alla storiografia sul sistema bancario italiano: il caso della Banca d’Italia

Note intorno alla storiografia sul sistema bancario italiano: il caso della Banca d’Italia

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di Valentino Giomi

Nella notevole produzione in materia di storia economica dell’Italia contemporanea, ancora oggi il problema delle origini e dell’organizzazione di un istituto centralizzato di emissione è oggetto di una considerazione non congrua al rilievo del tema. Il volume più importante che affronta le origini della Banca d’Italia è infatti ancora oggi il testo di Guglielmo Negri pubblicato nel 1989 dalla casa editrice Laterza: Giolitti e la nascita della Banca d’Italia nel 1893, inserito nella Collana Storica della Banca d’Italia nella sezione dei documenti, e pubblicato sotto il coordinamento di un comitato nel quale – oltre a ben tre Governatori della stessa Banca, nelle persone di Paolo Baffi, Guido Carli e Carlo Azeglio Ciampi – sedevano il Vicedirettore Generale Pierluigi Ciocca e Carlo Maria Cipolla, storico ed economista italiano, consulente scientifico per la serie documenti. E tuttavia è significativo che – a parte l’originalità di questo lavoro, corredato da due appendici rispettivamente dedicato al quadro normativo ed alla liquidazione dell’istituto e sostenuto soprattutto da un ampio saggio di carattere storico-istituzionale scritto da Negri, egli stesso del resto da sempre impegnato nella riflessione intorno ai problemi istituzionali sia come studioso che come alto funzionario e consigliere parlamentare – gli studi sulla storia della Banca d’Italia appaiono ancora oggi incongrui rispetto alla rilevanza del tema. Evidenziano queste carenze, ad esempio, i due capitoli di Alberto Cova La formazione della Banca Centrale in Italia. Lo stato degli studi – inserito nel volume La formazione della Banca Centrale in Italia, che raccoglie gli atti della giornata di studio in onore di Antonio Confalonieri (Giappichelli Editore, Torino, 1994); e Considerazioni sullo stato degli studi, pubblicato in La Banca, ventitreesimo annuario tematico della Storia d’Italia dall’unità ad oggi (Einaudi, Torino, 2008).

Uno dei primi elementi che appaiono ancora cruciali e discussi in storiografia è del resto quello della stessa natura dell’istituto bancario, problema intorno al quale si misurano opinioni differenti e spesso addirittura contrastanti: nel 1987 Cassandro inseriva i primi enti che svolgevano la funzione bancaria nella costituzione e nello sviluppo di un’economia monetaria, con l’utilizzo di strutture piuttosto diffuse di negozi creditori, sia piccoli che grandi (Cova 2008, 5); mentre Felloni, da altro punto di vista, definiva banche tutte le imprese che ricoprivano il ruolo di intermediarie tra coloro che possedevano una certa liquidità e chi non ne aveva, concentrando il risparmio nel primo gruppo e concedendolo in prestito al secondo. I banchieri era invece definiti come gli esecutori dell’attività bancaria: amministratori, dirigenti e proprietari di un istituto di credito. I banchieri, i banchi e le banche più antiche inoltre, presentavano connotati più variegati, mutevoli e complessi di quelli recenti.

L’avvio di un primo superamento delle lacune evidenziate si è avuto soprattutto grazie a scritti pubblicati in occasione di ricorrenze, ma è comunque da sottolineare la persistente carenza di studi sulla storia della banca per un periodo di tempo piuttosto lungo.

Uno studio abbastanza esaustivo apparve nel 1993 quando Alessandro Polsi presentò un libro dal titolo Alle origini del capitalismo italiano. Stato, banche e banchieri dopo l’unità (Cova 2008, 8), al quale seguì rapidamente, nel 1997, il Profilo di storia economica di Giuseppe Felloni con una esposizione delle vicende principali del sistema delle banche della nostra penisola dalla restaurazione al 1900. Successivamente, nel 2004, Salvatore La Francesca fu autore di una Storia del sistema bancario italiano (Il Mulino, Bologna), come profilo generale dell’intera storia di questo peculiare comparto del sistema economico e sociale del nostro paese dall’Unità agli anni Novanta. Un segnale ulteriore dell’insufficienza, soprattutto a livello quantitativo rispetto a quello qualitativo, degli studi sulla storia della banca, si individua in modo chiaro nei congressi di storia economica, ove lo spazio destinato a tale argomento era stato sempre limitato. Mooij sosteneva l’opportunità di includere negli studi sulla storia delle banche centrali l’analisi della cosiddetta cultura d’impresa (Cova 2008, 12-13), sottolineando come fosse stato scritto prevalentemente sulla cultura aziendale e molto meno sulla storia delle banche centrali. Sulla questione del metodo da applicare ad un possibile studio della storia delle banche rimane comunque fondamentale l’opinione di Goodhart, che evidenziava l’esigenza di studiare

le motivazioni del personale delle banche centrali che viene considerato in genere capace ed amante del bene pubblico […] e il risultato finale delle operazioni che effettua” e di controllare il concetto secondo il quale le origini della banca centrale si chiarivano con l’intenzione di creare organismi “capaci di assicurare vantaggi di ordine finanziario allo Stato piuttosto che di esercitare un ruolo di supervisione rispetto alle altre banche (Goodhart 1991, 7-8).

Il compito principale di siffatti istituti era dunque quello – seondo Goodhart (1991, 9) – di tenere stabile la convertibilità dei biglietti in oro e argento. La situazione di privilegio giuridico beneficiato grazie allo status di banche dello Stato, e come istituti di emissione le aveva logicamente portate ad un livello di accentramento nel sistema bancario fino a trasformarle in banche delle banche. Ed infatti Goodhart prosegue notando che:

furono le responsabilità connesse a questo ruolo nell’esperienza storica che portarono le banche d’emissione a sviluppare la loro specifica funzione di gestione della moneta.

Opinione condivisa da Ciocca, che vedeva proprio nella funzione di controllo dell’emissione monetaria il perno di una possibile comprensione storica delle origini delle banche centrali. E nello stesso senso si esprime Giuseppe De Luca riconoscendo la centralità del credito e della banca all’interno dei livelli di trasformazione strutturale dell’economia. Al proposito egli sottolinea infatti:

Il ruolo delle banche e degli istituti creditizi è sempre ambivalente. Da una parte esse sono dipendenti fondamentalmente dal grado di sviluppo economico. Dall’altra […] conservano, entro questi stessi limiti, un certo grado di autonomia in rapporto allo sviluppo. Esse dispongono […] di margini di libertà che lasciano loro la possibilità di giocare un ruolo motore e di freno del processo di sviluppo economico (De Luca 2004, 38-40).

L’esiguità degli studi sulle banche di emissione risultava d’altra parte a fronte del notevole incremento degli studi di storia economica, che pure parevano trascurare questo aspetto specifico e tecnico del problema, se si eccettua la comparsa di lavori di raccolta di fonti e problemi presentati da alcuni degli autori classici del pensiero economico italiano: Boccardo, Canovai, Supino, Alberti (Cova 2008, 37), e fatti salvi i primissimi studi interpretativi ad opera di Epicarmo Corbino.

Più interessante, anche per la ricchezza quantitativa, appare invece la situazione degli studi dopo il 1945, che può essere suddivisa in una prima fase durata fino agli anni Settanta ed una seconda, ad essi successiva. Durante il primo ciclo, il valore quantitativo e qualitativo degli scritti pubblicati nel dopoguerra poteva essere definito, in buona parte, dai saggi di Luigi De Rosa, storico a forte vocazione meridionalistica, sino all’ultimo impegnato nello studio degli istituti di emissione e soprattutto nell’archivio del Banco di Napoli (Cova 1994, 61). Il punto fondamentale era l’argomento della crisi bancaria di fine ottocento come prefazione per una elaborata considerazione sulla nascita della riforma del 1893, su cui si imperniava anche la robusta relazione che lo stesso De Rosa tenne nel Convegno perugino del 1967 (De Rosa 1970). All’interno di tale contributo si citava ad esempio il libro del 1956 di Domenico Demarco((Una pagina di storia bancaria italiana. La espansione territoriale della Banca Nazionale Sarda e i tentativi di soppressione del Banco di Napoli (settembre 1860-aprile 1863), in Archivio storico delle aziende di credito, Roma, 1956.)) sulla presenza della Banca Nazionale nelle zone meridionali, studio da collocare nella parte delle ricerche sul tema dell’unificazione o della molteplicità delle banche di emissione. Tale tema era stato affrontato anche da Giuseppe Di Nardi a partire dall’opera, del 1944, La Banca d’Italia nel periodo 1894-1943: uno dei primi contributi esplicativi della storia dell’istituto che aveva in particolare il merito di individuare le tappe principali del graduale consolidarsi del ruolo di banca centrale (Cova 2008, 38), con un riscontro ed un consenso piuttosto largo nella comunità degli storici dell’economia. Si individuava innanzitutto una prima fase che copriva il periodo 1894-1908, definita di perfezionamento del riassetto della banca dopo la riforma innovativa del 1893; una seconda tappa compresa tra il 1908 e il 1914, nella quale l’autore evidenziava il sostegno dell’istituto all’economia della nazione. Per quanto riguardava il terzo periodo 1914-1927, secondo Di Nardi, poteva essere definito come il periodo del primato della Banca d’Italia, mentre l’ultimo periodo era infine rivolto all’analisi del compito dell’istituto divenuto banca centrale. Il libro presentava limiti effettivi di completezza, in quanto era influenzato dalla scarsa disponibilità delle fonti, che costrinsero l’Autore a dare un certo spazio all’analisi quantitativa della gestione dell’istituto (Cova 1994, 63); ma aveva d’altro canto l’indubbio merito di presentare piuttosto chiaramente un disegno complessivo e generale sulla storia della banca.

Il libro più rilevante, fondamentale e tutt’oggi valido pubblicato nel primo periodo fu comunque senza dubbio, ancora ad opera di Di Nardi, Le banche di emissione in Italia nel secolo XIX, del 1953 (Cova 1994, 62). Corposo e ben articolato, dedicato specificamente alla storia delle banche di emissione in Italia nel diciannovesimo secolo, il volume assumeva importanza soprattutto per due motivi. In primo luogo perché rappresentava una sorta di riflessione introduttiva al fondamentale cambiamento del 1893. In secondo luogo perché per la prima volta si offriva una analisi piuttosto accurata sulla storia degli istituti di emissione negli anni precedenti all’unificazione (Cova 1994, 63).

Fu poi il 1961, anno del centenario dell’Unità, ad offrire suggestioni molteplici per l’approfondimento del tema della costruzione del sistema bancario in Italia. Così fu ad esempio per il contributo di Giordano Dell’Amore, inserito in volume sull’economia italiana nei cento anni dell’Unità, presentato da Amintore Fanfani (Cova 2008, 38), caratterizzato da un intreccio profondo di teoria e storia bancaria, centrato soprattutto sugli aspetti istituzionali, il che spiega anche, almeno in parte, l’iniziale non sufficiente riscontro avuto tra gli studiosi. Si trattava tuttavia di un contributo assai ricco di suggestioni, soprattutto relativi alla valutazione globalmente negativa della pianificazione del credito circa le necessità dell’economia, all’indicazione delle basi politiche della non riuscita razionalizzazione della struttura dell’emissione nel senso di affermazione dell’unica Banca Nazionale ed infine ai limiti del decreto del 1926, che assegnava alla Banca d’Italia il monopolio dell’emissione dei biglietti senza che quest’ultima fosse divenuta effettivamente una banca centrale (Dell’Amore 1961).

Alla fine degli anni settanta ci fu una rilevante intensificazione degli studi di storia della banca. Tuttavia l’assenza di chiari e condivisi scopi non consentì e non consente tutt’oggi di trarre da essi nessun tipo di sintesi interpretativa. Era facilmente immaginabile che lo scarso livello di interesse per la storia delle banche di emissione, e di conseguenza della banca centrale, fosse dato anche dalla consapevolezza sottintesa circa la limitatezza delle esperienze italiane in questa materia. Gli studi di Renato De Mattia((I bilanci degli istituti di emissione italiani dal 1845 al 1936, altre serie storiche di interesse monetario e fonti; e, tra il 1977 e il ’78, Storia del capitale della Banca d’Italia e degli istituti predecessori. )) raccolsero in questo senso molti degli elementi più rilevanti di bilancio, e quindi, delineavano un punto significativo delle ricerche storiografiche in tale ambito. La parte più importante della seconda opera era formata dall’analisi della suddivisione delle azioni della Banca d’Italia per i vari gruppi sociali e per le diverse zone come pure l’andamento dei valori di mercato di quel titolo. All’inizio degli anni settanta fu poi Eligio Vitale (1972) a farsi promotore e curatore della pubblicazione di un volume sui documenti parlamentari pertinenti ad un periodo rilevante della storia della nazione. Il periodo storico di riferimento è quello riferito agli scandali bancari della fine dell’ottocento. Il volume illustrava la riorganizzazione della struttura del credito e di come in questo ambito avesse inciso nei successivi tre anni la legge bancaria del 1893 (Cova 2008, 39-40). Era certamente un libro da considerare come un punto di arrivo di una storiografia pur ancora esigua, e tuttavia esso lasciava ancora ampio spazio – soprattutto sul piano metodologico – ad altre indagini nel campo della storia del sistema dell’emissione nella sua totalità. Andarono in questa direzione, ad esempio, gli studi di Romualdo Giuffrida – analisi sulla vita anche interna di un istituto di emissione nell’ottocento nella nostra penisola – e di Antonio Confalonieri sui rapporti tra sistema bancario e sistema industriale. Nello specifico Confalonieri diceva che era:

Mosso dall’esigenza di costruire il quadro di riferimento delle politiche monetarie e creditizie pensate e attuate dalle banche delle quali egli intendeva studiare l’attività, ( le loro scelte in ordine alla raccolta e agli impieghi, la rete di collegamenti con il sistema banche italiane e straniere) non potevano mancare pagine dedicate alle banche di emissione e specialmente alla Banca nazionale (Cova 2008, 43).

I principali temi del primo libro (Confalonieri 1974) rappresentano rilevanti acquisizioni storiografiche soprattutto dal punto di vista interpretativo, come per esempio quella relativa alla scarsa consapevolezza che le banche di emissione avevano del proprio compito, alla mansione di banca delle banche esercitata non per l’operazione di raccolta ma solo limitatamente al risconto, all’ottenimento dei capitali nella sottoforma di depositi, ai vari tipi di impieghi come anche il credito al settore fondiario e immobiliare ed infine all’aiuto economico all’attività produttiva (Confalonieri 1974). Secondo Confalonieri, in particolare, era possibile comprendere come la funzione di banca di riferimento venisse esercitata dalla Banca Nazionale. Nel secondo volume (Confalonieri 1975), poi, l’autore reintroduceva l’argomento degli istituti di emissione ma focalizzando l’interesse sul consolidamento della Banca d’Italia, mettendo in rilievo i risultati della legge di riforma ed in ultimo analizzando il ruolo e i rapporti con il Tesoro. Nell’altro libro, quello riguardante il periodo 1907-1914, Confalonieri esaminava le operazioni della Banca d’Italia, dalle quali si notavano le varie relazioni con gli istituti, il progressivo affermarsi della banca sempre più come centro decisionale e organizzativo della politica monetaria, il ruolo sempre più rilevante di Bonaldo Stringher e infine la maggiore laboriosità dei rapporti con il Tesoro. Confalonieri sottolineava quest’ultimo punto ricordando come:

la storia delle banche nel nostro paese negli anni sino alla guerra europea, non fosse più una storia parallela ma una vicenda intrecciata: oltre che di rapporti tra istituti di credito e imprese industriali, di banche tra di loro, relazioni tra istituti di emissione, […] autorità politiche e istituti di credito ordinario  (Cova 1994, 68).

Un ulteriore punto di svolta e di avanzamento degli studi sulla storia della banca fu la decisione presa dalla Società degli storici dell’economia, nel primo congresso celebrato nel 1986, di rivolgere l’attenzione al nesso tra banca e sviluppo economico. Fu una decisione che determinò una florida ripresa delle ricerche, che tuttavia si mossero senza seguire una stessa direzione, e per quanto riguardava, nello specifico, il tema degli istituti, senza esiti di notevole rilievo. Una delle opere più significative fu quella di Leandro Conte (1988) sulle questioni del Regno di Sardegna che costituiva la premessa dell’opera più articolata e completa sulla medesima materia del 1990. In tale libro lo scrittore metteva in risalto le varie fasi della fondazione della Banca Nazionale iniziando dalle proposte dei genovesi per la realizzazione di un istituito di emissione per riuscire a supplire alle crescenti necessità di moneta richieste da un sistema notevolmente occupato nelle attività di scambio rispetto a quelle di produzione. Conte avvertiva nell’esperienza maturata dalla Banca Nazionale degli Stati Sardi la consapevolezza della esigenza di realizzare una Banca Centrale che riuscisse a superare la dimensione regionale, che potesse competere nel mercato sopranazionale dei capitali, che controllasse le riserve metalliche ed infine che sostenesse le transazioni nelle quali si usava il biglietto. Un salto in avanti nella conoscenza della storia delle banche di emissione in Italia si registrò quando la stessa Banca d’Italia promosse una serie ampia di indagini e ricerche per la celebrazione dei primi cento anni dalla sua costituzione (Cova 1994, 70). L’allora governatore Carlo Azeglio Ciampi, nella presentazione di alcuni libri inerenti a questo argomento sosteneva e affermava di

promuovere studi storici sul sistema finanziario italiano, […] sulle origini e sull’evoluzione delle funzioni, dell’organizzazioni, della posizione istituzionale della banca. Le linee generali dell’iniziativa sono impostate da un Comitato di coordinamento. È stato costituito un Ufficio ricerche storiche per compiere attività diretta di ricerca, raccordare contributi dei diversi settori dell’Istituto, collaborare con gli studiosi esterni (Negri 1989, V).

I primi volumi cominciarono dal prendere in esame la nascita della Banca Nazionale degli Stati Sardi e continuano con l’argomento delle scelte riguardo all’unificazione o alla molteplicità degli istituti di emissione (Cova 2008, 40). Le opere seguenti erano cadenzate da una cronologia convenzionale in quanto relative a eventi rilevanti e importanti della storia dell’istituto e della storia d’Italia. Le stesse erano anche integrate da alcune parti dedicate a personaggi illustri come ad esempio il Governatore Donato Menichella, personaggio dalla considerevole storia personale e pubblica in un periodo cruciale della storia italiana ed in particolare del sistema bancario italiano. Gli studi promossi dalla Banca d’Italia vennero infine raccolti – nei loro risultati – in due volumi: il primo dal titolo La Banca d’Italia. Sintesi della ricerca storica 1893-1960 pubblicato nel 2003 a cura di Franco Cotula, Marcello De Cecco e Giuseppe Toniolo, nel quale si evinceva che la Banca d’Italia aveva assunto caratteristiche istituzionali e tutte le funzioni di banca centrale, compresa la vigilanza sul sistema creditizio, partendo dalle funzioni originarie di banca di sconto e di circolazione. I criteri principali nell’essere diventata banca centrale, erano correlati al rafforzamento dell’autonomia della banca riguardo le necessità del Tesoro e nelle relazioni con gli istituti di credito. Il secondo volume, intitolato Via Nazionale. Banca d’Italia e classe dirigente. Cento anni di storia, e pubblicato nel 2006 a cura di Alfredo Gigliobianco, concentrava piuttosto l’attenzione sul problema dei quadri e dei gruppi dirigenti che avevano condotto la Banca centrale nel lungo periodo della propria attività. Si inserirono poi, all’interno delle pubblicazioni della collana storica, studi settoriali e specifici che contribuivano ad ampliare il quadro tematico e metodologico. Come osserva Cova (2008, 41):

Tutto ciò ha contribuito […] ad allargare […] e, in definitiva, a capire la storia della banca in Italia e ad alzare il livello qualitativo della ricerca, perché introduzione e documenti riguardano temi e questioni che superano […] la storia dell’istituto per connettersi alla storia generale italiana ed europea. Non altrimenti si deve concludere se si guarda allo spazio riservato agli aspetti internazionali dei problemi, ai nessi con il sistema produttivo e di scambio e con l’intero sistema del credito.

Il rilievo di tali studi non mancò di essere presto sottolineato da uno storico del valore di Roberto Vivarelli (1994, 43), secondo il quale lo studio delle introduzioni e i relativi documenti nelle loro palesi connessioni con alcuni avvenimenti generali della nazione “impongono agli storici generali (e quindi non caratteristici di questo ramo) un’attenta considerazione”.

Nella parte che raccoglieva i volumi di impronta effettivamente storiografica – da Gigliobianco a Sannucci, da Roccas a Tuccimei a Cardarelli – erano illustrati vari argomenti alcuni dei quali addirittura tralasciati dagli esigui saggi antecedentemente pubblicati, e basti citare in questo senso il contributo di Roccas (1990) sul livello di integrazione tra il credito e la finanza in Italia, ma anche nell’ambito sovranazionale negli anni di formazione della banca centrale; o quello di Tuccimei (1990) sulla struttura organizzativa e le operazioni dell’istituto che veniva analizzato a livello centrale e al vertice. Il punto fondamentale di tale volume, che in effetti non ignorava lo studio dei rapporti con il Tesoro e anche a livello sovranazionale, non scaturiva solamente dalla rinnovata promessa di affrontare contenuti già trattati o a indicarne di nuovi ma principalmente dal fatto che Tuccimei portava in rilievo l’argomento delle relazioni tra sede centrale e sedi locali e in modo meno specifico il livello di indipendenza delle zone esterne rispetto al centro della Banca. I libri di Cardarelli e Sannucci proponevano le stesse questioni ed erano in correlazione tra di loro. Di fatto i due volumi sopracitati ruotavano attorno al critico e complicato argomento dell’unificazione o della molteplicità degli istituti di emissione. La prima opera (Cardarelli 1990) illustrava e cercava di spiegare i vari tentativi per riuscire a realizzare la Banca d’Italia. Presentava alcune lacune nella competenza delle bibliografie meno antiche sul sistema bancario italiano come per esempio le casse di risparmio, inoltre, la ricerca di Cardarelli riprendeva in esame periodi rilevanti del durevole e contorto scontro parlamentare a favore e contro l’unificazione dell’istituto di emissione e nello specifico sui disegni di legge Manna, Sella, Cambray-Digny. Il secondo contributo, ossia quello di Sannucci, rappresentava una specie di integrazione rispetto al primo testo in questione e il punto saliente era l’analisi delle ragioni che illustravano l’opzione di sostenere l’eterogeneità della facoltà di emissione (Cova 1994, 72). L’autrice, del secondo testo, era interessata a riuscire a capire le ragioni economiche della scelta precedentemente fatta e confermava in questo volume varie conclusioni alle quali erano giunti, anche, alcuni storici economici che avevano preso in esame questo argomento. Il discorso appena citato non andava ad intaccare la validità dell’opera che aveva preso spunto dalla documentazione presente nell’archivio della Banca d’Italia, come anche in tutti gli altri testi che facevano parte di questa Collana storica. Il volume di Gigliobianco (1990) si collegava invece, per alcuni aspetti, ai contributi di Confalonieri; riprendendo in esame le relazioni tra il sistema bancario e la Banca d’Italia. L’Autore metteva in evidenza, grazie alla determinazione dei risconti, l’autorizzazione effettiva delle concessioni ed evidenziava perfino come le principali banche miste, ovvero Banca Commerciale e Credito Italiano, non avessero stretto relazioni importanti con l’istituto centrale in quanto lo ritenevano un contendente. Sottolinea in proposito Cova che

Da un punto di vista storiografico, va da sé che un notevole rilievo hanno i volumi della serie “documenti” (presenti nella Collana storica della Banca d’Italia) (Cova 1994, 73).

Nella letteratura sulla storia del sistema finanziario merita una riflessione più approfondita il primo volume della Collana storica curato da De Cecco (1990) dedicato al sistema finanziario dall’unità d’Italia al 1914, con un particolare riferimento al rapporto tra l’Italia e il sistema monetario internazionale, il ruolo della Banca d’Italia nelle relazioni finanziarie sovranazionali e la gestione della convertibilità. Il secondo volume compreso nella serie “documenti” era quello di De Mattia (1990), che riconsiderava i vari tentativi di unificazione della facoltà di emissione, e a sua volta ripresi all’interno di suddetto libro da diversi scrittori. Il terzo, dal punto di vista dell’ordine temporale degli eventi, veniva dedicato principalmente alla legge del dieci agosto 1893. Si tratta dell’opera di Guglielmo Negri (1989), che ricostruiva il clima politico ed economico in cui maturò quell’avvenimento e documentava il modo in cui si giunse alla costituzione della Banca d’Italia e i primi anni del suo funzionamento. Come affermava Cova (1994, 74) anche quest’ultimo volume

si apre come tutti quelli di questa serie (di “documenti” della Collana), (e cioè ) con un saggio interessante anche per la consistenza dell’analisi delle dimensioni politiche della vicenda.

Tale questione, era già stata ben analizzata da un’opera di Vitale, precedentemente citata in questo paragrafo. Lo studio di Franco Bonelli (1991) illustrava invece le funzioni e la vita della Banca d’Italia dal 1894 al 1913, presentando inoltre una introduzione ampia e di ragguardevole consistenza storiografica. L’ampiezza delle osservazioni e la numerosità degli atti relativi agli aspetti istituzionali, si spiegava di fatto con l’opinione dell’Autore secondo la quale questa sarebbe stata la linea per individuare l’identità dell’istituto e le sue caratteristiche nei confronti dei grandi istituti funzionanti in Europa, come per esempio Banca di Germania, Banca di Francia e Banca d’Inghilterra. All’interno del volume, come pure è stato osservato, Bonelli:

fa emergere le idee sottese alle decisioni prese in sede legislativa in ordine alla natura e al ruolo delle banche d’emissione; i condizionamenti del potere politico agli […] azionisti della Banca; le funzioni attribuite alla dirigenza dell’istituto ai vari livelli; gli orientamenti del […] responsabile Stringher; i caratteri del mercato finanziario e le esigenze poste dal […] industrializzazione in atto, (dove operava) anche la Banca d’Italia (Cova 1994, 74).

L’ultimo libro che si prenderà in esame della serie “documenti” della Collana storica, come già ricordato precedentemente, è quello pubblicato da Toniolo (1989). I documenti presi in considerazione servivano in questo caso ad evidenziare lo svolgimento di istituzione della banca centrale grazie a vari passaggi importanti del percorso della Banca d’Italia. Nel periodo in questione, rilevata la perdita di alcune competenze degli amministratori, l’Autore segnalava come alcune circostanze conducessero quasi spontaneamente la Banca d’Italia ad attribuirsi un livello di effettiva supremazia nei confronti dell’intero sistema creditizio e finanziario. Inoltre, evidenziava il compito fondamentale dell’istituto sul punto cardine della politica dei cambi e di quella monetaria. Toniolo, in un altro suo volume (1988, 184), dava il proprio parere sulla posizione assunta dalla Banca d’Italia, dopo poco tempo, dalla costituzione di essa:

Essa deriva dalla consapevolezza del ruolo che ormai le compete di garante della stabilità del sistema finanziario e, indirettamente, anche di quello industriale e dell’intero processo di sviluppo, grazie a rapporti […] con il governo da un lato e con le aziende di credito e con il mondo della produzione dall’altro.

Un caso specifico di comparazione tra l’ambito nazionale italiano e quello internazionale, era presente nel primo testo della sopracitata Collana, e cioè il volume di De Cecco (1990). Lo studioso napoletano, prendendo in esame il periodo della prima industrializzazione, esponeva i contenuti più rilevanti della integrazione tra l’istituto di emissione principale, il governo e il campo della finanza nazionale e sovranazionale ed infine raffigurava i sistemi e le strutture dell’integrazione della penisola italiana nell’ambito europeo. In questa visione, l’Autore riproponeva un avvenimento che non aveva interessato notevolmente i ricercatori e/o gli studiosi, ossia la vicenda della Unione monetaria latina che De Cecco esaminava con molta parsimonia. Il fatto più rilevante, era comunque la scelta di acquisire una prospettiva dimensionale sovranazionale, dando spazio anche ad altri argomenti come per esempio il prestito internazionale collegato al ripristino della convertibilità degli anni ottanta dell’ottocento, la trasformazione della rendita all’inizio del novecento e infine le difficoltà della gestione dei cambi e della definizione e assestamento all’estero dei titoli del debito pubblico della nostra nazione (De Cecco 1990). Alcuni Autori sostenevano che chiunque, anche chi fosse stato dotato di scarsa esperienza storiografica, conoscevano bene quali fossero le complessità e i rischi che si presentavano quando si doveva analizzare e ricercare i dati, i documenti, i saggi e le fonti. Difatti, se gli atti di tale argomento erano circoscritti, come nell’ipotesi della Banca d’Italia quando venne introdotta la legge bancaria 1893, non si sarebbero presentate notevoli problematiche. Invece, complicazioni potevano sorgere quando si trattava di curare documenti inerenti non ad un unico avvenimento, anche se articolato e considerevole, ma relativo alla storia dell’istituto in un determinato momento storico. La serie dei “documenti”, trattati in precedenza, di fatto oltre a migliorare le conoscenze su tali questioni, riusciva ad indicare approfondimenti e considerazioni su eventi conosciuti anche minimamente della situazione di fine ottocento e inizio novecento nella sfera degli istituti d’emissione e nello specifico della Banca d’Italia (Cova 1994).

Tra gli studi più recenti, quello di Alessandro Polsi del 1993 rappresenta un importante tentativo di riassumere la storia della banca nella nostra nazione, ed inoltre è apprezzabile poiché fa emergere la parte ancora da esaminare di fine ottocento. Sulla stessa linea andava, l’anno successivo, un volume di Pecorari (1994). Alcuni anni dopo lo stesso Polsi (2001) curò un altro testo sviluppando uno studio di lungo periodo sulla particolare funzione, assunta dalla banca, che lo studioso poneva al centro del sistema della circolazione e del credito, e conseguentemente della vita finanziaria del nostro paese. Una parte di quest’ultimo libro si soffermava sui personaggi collocati al vertice della Banca d’Italia, e tale argomento tratteggiava una specie di anticipazione dell’opera presentata, nel 2006, da Gigliobianco. Ancora in questo quadro si inseriva La Francesca, rileggendo alcuni testi di storia della banca, partendo dal mutamento segnato dai volumi di Confalonieri, già citati in precedenza, attraverso i quali emergevano le direzioni di sviluppo dello studio sul novecento bancario italiano. La Francesca (2004, 203) sottolineava in particolare che:

dalla storiografia italiana (emergeva) implicitamente si la considerazione dei problemi di funzionalità del sistema creditizio rimasto a lungo banco-centrico sia il riconoscimento del ruolo a promozione e di sostegno del sistema produttivo svolto complessivamente dal credito nel lungo periodo.

Da tutto ciò si poteva comprendere l’importanza accordata alle modificazioni istituzionali degli istituti, alle dimensioni delle banche, al progresso operativo, alla politica monetaria, alle relazioni con il settore della finanza nazionale, sovranazionale e con il settore industriale. Ma grazie all’evoluzione e il miglioramento delle ricerche e degli studi sono stati messi in evidenza pure gli schemi operativi delle attività esercitate e le trasformazioni avvenute nell’arco temporale fin ora descritto, i personaggi presenti al vertice degli istituti, le congiunzioni e le collaborazioni con il sistema politico. Metodologicamente uno degli esiti più prolifici della notevole opera di ricerca di La Francesca (2004, 234) verteva nell’ottenimento della consapevolezza che

la segmentazione bancaria è stata alla fine riguardata come una forma propria alla crescita dell’economia italiana nelle sue varie componenti.

Quest’ultima ricerca, era soprattutto attenta a circoscrivere la funzione degli istituti in relazione all’economia, a individuare le ragioni e i procedimenti grazie ai quali quelle relazioni si erano manifestate nell’effettiva operosità delle banche e ad analizzare i sistemi di supporto finanziari ma anche quelli culturali e sociali dati alla collettività (La Francesca 2004). Come hanno esposto alcuni Autori, saranno pertanto condivisibili gli scritti di Bermond, sulla storia degli istituti, che riporterò qui di seguito:

la storia bancaria dell’Italia preunitaria e di quella liberale è ancora in […] costruzione a causa […] del ritardo con il quale si sono sviluppati nel nostro paese gli studi relativi a questo periodo […]. Negli ultimi […] anni tuttavia, sono stati posti alcuni pilastri che costituiscono la struttura portante della ricerca storica relativa al periodo (come la Collana storia della Banca d’Italia). La disponibilità di queste (ed altre) […] ricerche, […] fa sì che sia forse giunto il momento di tentare una sintesi complessiva del periodo sia a livello descrittivo sia interpretativo con lo scopo di collegare l’evoluzione istituzionale del sistema creditizio, […] con il ruolo, […] svolto dalle banche nel sostenere lo sviluppo economico […] del paese (Bermond 2004, 198-199).

Questo ultimo autore individuava taluni avvenimenti del mondo delle banche che meritavano maggiore attenzione da parte degli studiosi, partendo dal rilevamento delle notevoli difformità dei contenuti e delle irregolarità temporali. Si evidenziavano inoltre, la presenza di difficoltà storiografiche, di argomenti esaminati nello specifico ed altri approfonditi in modo approssimativo (Bermond 2004, 199). Se prendiamo in considerazione il periodo dell’espansione dell’istituzione della Banca, cioè con specifico riferimento alla fine dell’ottocento e inizio del novecento, uno dei temi principali che poteva essere trattato a fondo riguardava il tema della concorrenza e delle concentrazioni; relativamente a questo argomento gli storici potevano fornire qualche contributo per far comprendere meglio la questione. Tenendo in conto i concetti illustrati precedentemente, sarebbe un’ottima prospettiva analizzare la storia interna dell’istituto e la sua pianificazione, le varie caratteristiche della prassi di reclutamento, i diversi tipi di formazione dell’organico, gli schemi di governance, le relazioni tra il centro della struttura e la sua periferia (Cova 2008, 46). Inoltre, il management e le rispettive funzioni ed infine i personaggi rilevanti, ma anche le schede biografiche rappresentative dei compiti del personale di un certo livello della piramide organizzativa ma non il suo apice. Per quanto riguardava le biografie bancarie, il primo esempio è fornito dal testo di Belloni del lontano 1951. Un altro volume, che fu pubblicato per aggiornare e migliorare i contenuti, trattava l’argomento della biografia dei banchieri del nostro paese ed aveva preso spunto dal libro sopracitato (Falchero 2001). Nuovi terreni di ricerca e di indagine, dunque, in una letteratura che – arricchitasi con i recenti studi di Rosanna Scatamacchia – appare oggi costituire uno dei percorsi più interessanti e fertili della ricerca storica.

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