Pages Menu
TwitterFacebook
Categories Menu

Numero 33 – Novembre 2013

DOSSIER – Testimonianze autobiografiche: archivi della memoria e centri di ricerca (prima parte)

Posted by on Dic 4, 2013 in Memoria del quotidiano, Numero 33 - Memoria del quotidiano, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche, Primo piano | Commenti disabilitati su DOSSIER – Testimonianze autobiografiche: archivi della memoria e centri di ricerca (prima parte)

DOSSIER – Testimonianze autobiografiche: archivi della memoria e centri di ricerca (prima parte)

 

read more

Novità editoriali luglio-novembre 2013

Posted by on Dic 2, 2013 in Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche, Numero 33 - Scaffale, Scaffale | Commenti disabilitati su Novità editoriali luglio-novembre 2013

Novità editoriali luglio-novembre 2013

di Luca gorgolini   A cura di ALDO AGOSTI Il partito provvisorio. Storia del Psiup nel lungo Sessantotto italiano Laterza   GUIDO ALFANI, RIZZO M. (CUR.) Nella morsa della guerra. Assedi, occupazioni militari e saccheggi in età preindustriale Franco Angeli   ANPI (ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA) (CUR.) Le stragi nazifasciste del 1943-1945. Memoria, responsabilità e riparazione Carocci   MARINA ANTONELLI (CUR.) Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849 Carocci   ANNA BADINO, INAUDI S. (CUR.) Migrazioni femminili attraverso le Alpi. Lavoro, famiglia, trasformazioni culturali nel secondo dopoguerra Franco Angeli   FRANCESCO BENIGNO Parole nel tempo. Un lessico per pensare la storia Viella   FRANCESCO BENVENUTI Russia oggi. Dalla caduta dell’Unione sovietica ai nostri giorni Carocci   ELISABETTA BINI La potente benzina italiana. Guerra fredda e consumi di massa tra Italia, Stati Uniti e Terzo mondo (1945-1973) Carocci   ANNUNZIATA BERRINO (CUR.) Storia del turismo Franco Angeli   GIOVANNI BORGOGNONE Come nasce una dittatura. L’Italia del delitto Matteotti Laterza   ALBERTO BURGIO, ZAMPERINI A. (CUR.) Identità del male. La costruzione della violenza perfetta Franco Angeli   MAURO CALISE Fuorigioco. La sinistra contro i suoi leader Laterza   GIOVANNA CIGLIANO La Russia contemporanea. Un profilo storico. Nuova edizione Carocci   COSTANTINO CIPOLLA (CUR.) Il sogno di Garibaldi. Oltre Terracina, contro i Borboni Franco Angeli   COSTANTINO CIPOLLA, BORTOLETTO N., ARDISSONE A. (CUR.) Storia Della Croce Rossa in Emilia Romagna dalla nascita al 1914 Franco Angeli   CHRISTOPHER CLARK I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra Laterza   EMMA FATTORINI (CUR.) Diplomazia senza eserciti. Le relazioni internazionali della Chiesa di Pio XI Carocci   PAOLO FAVILLI (CUR.) Il letterato e lo storico. La letteratura creativa come storia Franco Angeli   CARLO ALBERTO GEMIGNANI L’occhio sul paesaggio. Archivi fotografici locali e patrimonio rurale della montagna appenninica Franco Angeli   EMILIO GENTILE Né Stato né Nazione. Italiani senza meta Laterza   ALEXANDER HÖBEL Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945) Carocci   LEILA EL HOUSSI Il risveglio della democrazia. La Tunisia dall’indipendenza alla transizione Carocci   MARIO INFELISE I libri proibiti. Da Gutenberg all’Encyclopédie Laterza   LUISA LAMA Nilde Iotti. Una storia politica al femminile Donzelli   ALBERTO MALFITANO Scrivere in prima linea. Max David inviato speciale e corrispondente di guerra Bononia University Press   MICHELE MEZZA Avevamo la luna. L’Italia del miracolo sfiorato, vista cinquant’anni dopo Donzelli   MARIO ISNENGHI Diario di un arcidiavolo. Nell’Italia della democrazia liquida (1994-2013) Donzelli   ISTITUTO ROMANO PER LA STORIA D’ITALIA DAL FASCISMO ALLA RESISTENZA Uguaglianza/differenze. Riflessioni per Anna Rossi-Doria. L’Annale Irsifar Franco Angeli   STEFANO JOSSA Un paese senza eroi. L’Italia da Jacopo Ortis a Montalbano Laterza   CARLO G. LACAITA, FUGAZZA M. (CUR.) L’istruzione secondaria nell’Italia unita 1861-1901 Franco Angeli   KEITH LOWE Il continente selvaggio. L’Europa alla fine della seconda guerra mondiale Laterza   MARCO MARIANO L’America nell’Occidente. Storia della dottrina Monroe (1823-1963) Carocci   GIUSEPPE MAMMARELLA Storia degli Stati Uniti dal 1945 a oggi Laterza   SILVANO MONTALDO Celebrare il Risorgimento. Collezionismo artistico e memorie familiari a Torino 1848-1915 Carocci   MARIA CONSIGLIA NAPOLI Giuseppe Maria Galanti. Letterato ed editore nel secolo dei lumi Franco Angeli   RAFFAELE NOCERA, TRENTO A. America Latina, un secolo di storia Carocci   FEDERICA ONELLI All’alba del neoatlantismo. La politica egiziana dell’Italia (1951-1956) Franco Angeli   LUISA PICCINNO I trasporti in Liguria all’inizio dell’Ottocento. Nuove dimensioni...

read more

Cesare Malagoli, Fabio Montella, Luca Marchesi, Il Comune di San Possidonio. L’istituzione, la società e l’economia San Felice sul Panaro (Modena), Gruppo studi Bassa Modenese, 2013

Posted by on Nov 30, 2013 in Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche, Numero 33 - Scaffale, Scaffale | Commenti disabilitati su Cesare Malagoli, Fabio Montella, Luca Marchesi, Il Comune di San Possidonio. L’istituzione, la società e l’economia San Felice sul Panaro (Modena), Gruppo studi Bassa Modenese, 2013

Cesare Malagoli, Fabio Montella, Luca Marchesi, Il Comune di San Possidonio. L’istituzione, la società e l’economia San Felice sul Panaro (Modena), Gruppo studi Bassa Modenese, 2013

di Franco Verri  La fortuna della storia locale si è molto modificata nel volgere degli ultimi anni. Un tempo era il campo d’azione esclusivo di eruditi che si dedicavano alla raccolta di ogni informazione disponibile sul loro paese, spesso alla ricerca di un qualche primato di cui fregiarsi e soprattutto della continuità culturale e dell’integrità monumentale. Essi sono stati in questo benemeriti, per aver rivendicato l’importanza delle piccole storie nei confronti della grande storia nazionale, delle grandi sintesi degli storici accademici. In molti casi tuttavia veniva a mancare il quadro di riferimento più generale e si rischiava di individuare particolarità localistiche anche là dove sarebbe stato possibile inquadrarle, senza per questo negarle, in movimenti più ampi, in tendenze di più lunga durata. Il merito di aver superato questo modo di intendere la storia locale si deve ad una schiera di nuovi studiosi locali, che affiancano al lavoro d’archivio, minuzioso e per quanto possibile completo, alla conoscenza degli indirizzi storiografici più consolidati. Questo ha mutato anche la considerazione, da parte degli storici di professione, nei confronti di questi lavori, ora apprezzati per il loro valore di studi che possono fornire la conferma per così dire “sul campo” di quanto la grande storia ha elaborato oppure spunti di riflessione per nuovi ambiti di ricerca. In questo nuovo modo di intendere la storia locale si inquadra il bel volume di storia del comune di San Possidonio, che viene ripercorsa dalla nascita dell’istituzione municipale fino ai giorni nostri. I tre autori si sono appunto sforzati di delineare una sintesi significativa e vivace del percorso di crescita civile e sociale di quella piccola comunità, non perdendo di vista i rapporti tra queste vicende e la storia nazionale, con cui condivideva le idealità politiche, la provenienza sociale e culturale delle classi dirigenti e le difficoltà di una nazione che ha costruito in un secolo e mezzo la propria unità, trasformando la propria economia e società da agricola ad industriale. Il saggio di Cesare Malagoli è dedicato agli anni dall’Unità alla Prima guerra mondiale, anni in cui si gettavano le basi della nostra identità nazionale. L’attenzione dell’autore insiste sui passaggi cruciali della progressiva estensione dei diritti politici a fasce sempre più ampie della popolazione e del contemporaneo accrescersi degli ambiti di autonomia locale. Il Comune di San Possidonio venne istituito dal Farini Decreto del 4 dicembre 1859, distaccando il territorio dal municipio di Concordia. Quel provvedimento estendeva le province da lui governate, in attesa dei plebisciti di annessione al regno sabaudo della legge comunale e provinciale La Marmora-Rattazzi, che poi la Destra storica (i seguaci di Cavour) estese a tutto il Regno. Essa attribuiva la nomina dei sindaci ai prefetti, pur in presenza di un consiglio comunale eletto a suffragio ristretto su base censita ria. La classe dirigente locale rimaneva così limitata ad un ristretto numero di possidenti terrieri, che, almeno per i primi anni, avevano ricoperto analoghi incarichi amministrativi anche per il Ducato estense. La vita politica locale era quindi caratterizzata da scontri personali, piuttosto che da sostanziali divergenze politiche, che non potevano esistere stante la omogeneità sociale dei consiglieri comunali. Gli storici hanno individuato nella ristrettezza di questa base elettorale (171 aventi diritto su 2.773 abitanti) e nei limiti puramente amministrativi in cui si muoveva l’amministrazione comunale le ragioni della disaffezione al voto: a...

read more

Alberto Guasco, Cattolici e fascisti. La Santa Sede e la politica italiana all’alba del regime (1919-1925) Bologna, Il Mulino, 2013

Posted by on Nov 30, 2013 in Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche, Numero 33 - Scaffale, Scaffale | Commenti disabilitati su Alberto Guasco, Cattolici e fascisti. La Santa Sede e la politica italiana all’alba del regime (1919-1925) Bologna, Il Mulino, 2013

Alberto Guasco, Cattolici e fascisti. La Santa Sede e la politica italiana all’alba del regime (1919-1925) Bologna, Il Mulino, 2013

di Paolo Valvo       Il tema del rapporto tra la chiesa italiana e il fascismo non è certo nuovo nell’attuale panorama storiografico, che ha potuto – e indubbiamente potrà ancora – giovarsi dell’apporto delle fonti archivistiche vaticane relative al pontificato di Pio XI (Achille Ratti, 1922-1939), rese disponibili alla consultazione degli studiosi nel settembre 2006. Questa considerazione vale in particolare per chi negli ultimi anni ha potuto leggere con profitto i numerosi contributi che Alberto Guasco ha dedicato alla fase iniziale di questo rapporto così complesso. Di questi interventi Guasco offre ora al pubblico una sintesi organica nel corposo volume Cattolici e fascisti, il cui sottotitolo chiarisce l’oggetto peculiare su cui si è concentrata l’attenzione dell’Autore, vale a dire la Santa Sede e la linea da essa tenuta nei confronti del fascismo, dagli albori del movimento alla sua definitiva affermazione politica. La politica vaticana al riguardo, descritta nel suo sviluppo cronologico secondo tre scansioni che corrispondono ai capitoli in cui principalmente si articola il volume (dalla nascita del movimento nel 1919 alla marcia su Roma, il primo governo Mussolini, la crisi seguita al delitto Matteotti), risulta non priva di incertezze e di ambiguità, assommando in sé – per usare le parole dell’Autore – “una pars destruens, una pars costruens e un delta di differenza insopprimibile, che consente gli avvicinamenti ma rifiuta le confusioni, soprattutto le confusioni sul piano dei principi” (p. 46). È principalmente sul piano pratico, infatti, che si gioca il giudizio di Pio XI e della Curia sul primo governo Mussolini – “sul governo, non sul fascismo”, come sottolinea Guasco (p. 156) –, che si dimostra attento a intercettare i desiderata vaticani in particolare nel campo strategico dell’istruzione e nella lotta contro la massoneria (per quanto piena di contraddizioni), e per questo appare più efficace del Partito popolare di don Luigi Sturzo nella tutela degli interessi dei cattolici e della Santa Sede. L’approccio largamente tradizionale seguito da quest’ultima nell’affrontare il fenomeno fascista, tuttavia, si scontra con la natura tutt’altro che tradizionale del fenomeno medesimo, il cui potenziale rivoluzionario appare molto più evidente alla “periferia” che al centro. Sotto questo profilo, le denunce dei sistematici atti di violenza perpetrati dai fascisti in molte diocesi (o durante l’occupazione di Fiume, come testimoniano eloquentemente i rapporti di mons. Celso Costantini) rappresentano uno degli elementi più significativi che emergono dall’ampia documentazione archivistica utilizzata da Guasco, che in gran parte conferma, approfondendolo, il quadro esistente delle fonti edite, sia d’archivio sia memorialistiche. Come e in quale misura questi “campanelli d’allarme” abbiano contribuito o meno alla formulazione di un giudizio complessivo sul fascismo da parte della Curia è una questione (o forse la questione) che merita di essere ulteriormente indagata e che, mutatis mutandis, attraversa in fondo l’intero arco del pontificato piano, costellato da momenti di crisi e fasi più o meno stabili di distensione nei rapporti tra le “due Rome”. Che il Vaticano all’alba del Ventennio non si renda conto della radicale novità incarnata dal fascismo e della sua natura totalitaria, è un fatto che non può sorprendere oltre una certa misura, e che si spiega alla luce di diversi fattori, presi in considerazione dall’Autore, non ultimi la diffidenza/indifferenza verso il sistema politico liberale e l’incombente spettro del socialismo. Il volume di Guasco documenta il successo della strategia di Mussolini,...

read more

Claudio Cornazzani e Rossano Novelli, Lo zuccherificio di Classe Fuori Ravenna. La zucarira ad Clas fura. Vicende, avvenimenti e ricerche storiche sul territorio di Classe Fuori. Costruzione, vita e chiusura dello zuccherificio Ravenna, Capit, 2013

Posted by on Nov 30, 2013 in Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche, Numero 33 - Scaffale, Scaffale | Commenti disabilitati su Claudio Cornazzani e Rossano Novelli, Lo zuccherificio di Classe Fuori Ravenna. La zucarira ad Clas fura. Vicende, avvenimenti e ricerche storiche sul territorio di Classe Fuori. Costruzione, vita e chiusura dello zuccherificio Ravenna, Capit, 2013

Claudio Cornazzani e Rossano Novelli, Lo zuccherificio di Classe Fuori Ravenna.  La zucarira ad Clas fura. Vicende, avvenimenti e ricerche storiche sul territorio di Classe Fuori. Costruzione, vita e chiusura dello zuccherificio Ravenna, Capit, 2013

di Tito Menzani Da un paio di decenni a questa parte, la storiografia italiana sta dedicando grande attenzione al tema dello zucchero, soprattutto dall’angolazione della business history. Oltre ai numerosi lavori di Maria Elisabetta Tonizzi, varie ricerche locali si sono indirizzate sulla ricostruzione dell’attività industriale degli zuccherifici. Attorno a questi complessi, infatti, si snodavano vicende che andavano ben oltre la produzione manifatturiera vera e propria, ma che inerivano al contesto agricolo – in particolare alla produzione di barbabietole –, all’attività sindacale, alla mobilità operaia, al ripensamento dell’economia e dell’urbanistica una volta che gli impianti saccariferi sono stati chiusi. Il volume qui recensito ricostruisce un pezzo di questa storia, in particolare le vicende incentrate sullo zuccherificio di Classe Fuori, frazione del Comune di Ravenna. Costruito nel 1901, lo stabilimento fu ampliato nel 1906, nel 1937, fra il 1950 e il 1953, e nuovamente tra il 1964 e il 1966, per poi essere chiuso nel 1982. In 528 pagine formato A4 – alle quali si aggiungono le 40 del volumetto allegato con Indice alfabetico dei nomi e breve glossario – si raccontano per filo e per segno le varie vicissitudini dello zuccherificio, dalla Grande Guerra all’avvento del fascismo, dal secondo conflitto mondiale al boom economico, dai travagliati anni settanta alla ristrutturazione della Società romana zuccheri che lo gestiva. Claudio Cornazzani e Rossano Novelli non sono storici di professione, ma semplici appassionati di storia locale. Il primo si definisce “laureato, pensionato, diplomato tecnico e progettista di impianti industriali”, con interessi “di filatelia e cartofilia, di storia ravegnana, di motociclismo e automobilismo, di radioestesia e geobiologia delle quali è didatta e conferenziere della Associazione Mosaico di Ravenna”. Il secondo, invece, è nativo di Classe Fuori e docente di musica in un istituto superiore di Ravenna, ma da tempo coltiva la passione per “gli aspetti storici, economici, sociali e demografici del territorio classicano”. Entrambi, tra l’altro, hanno alle spalle varie pubblicazioni e una ricca attività convegnistica, che testimonia la grande vivacità ed erudizione nell’ambito della storia e della cultura locale. Il libro sullo zuccherificio di Classe Fuori si presenta come uno straordinario condensato di informazioni, che ha richiesto un lungo e laborioso lavoro di scavo sulle fonti, nonché l’organizzazione dei tanti materiali poi confluiti nel volume: fotografie, documenti d’archivio, testimonianze, verbali, tabelle, mappe e simili. Colpisce indubbiamente la vastità e la trasversalità di una ricerca omnicomprensiva, che è partita dall’oggetto zuccherificio per incunearsi nei meandri del tessuto socio-economico di Classe Fuori, visto che gran parte della vita di questa località gravitò a lungo attorno allo stabilimento saccarifero. Il valore di un’opera di questo genere – non tanto in senso storiografico, quando di attenta e minuziosa ricostruzione – è ricordato anche da Massimo Cameliani, assessore alle attività produttive del Comune di Ravenna, Elsa Signorino, presidente della Fondazione RavennAntica, e Giorgio Amadei, presidente dell’Accademia nazionale di agricoltura, che hanno accondisceso a scrivere un testo di presentazione introduttiva al lavoro di Cornazzani e Novelli. La Fondazione cassa di risparmio di Ravenna e il Comitato cittadino di Classe hanno poi contribuito a sostenere economicamente questa ponderosa pubblicazione. Tra l’altro, si tratta di un lavoro assolutamente prezioso in vista della trasformazione dell’ex zuccherificio classicano in museo del territorio, che in parte sarà anche dedicato anche alle vicende dell’industria saccarifera...

read more

Mattia Granata, Cultura della crisi. La politica e il tramonto dello Stato imprenditore (1972-1992) Soveria Mannelli, Rubettino, 2012.

Posted by on Nov 30, 2013 in Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche, Numero 33 - Scaffale, Scaffale | Commenti disabilitati su Mattia Granata, Cultura della crisi. La politica e il tramonto dello Stato imprenditore (1972-1992) Soveria Mannelli, Rubettino, 2012.

Mattia Granata, Cultura della crisi. La politica e il tramonto dello  Stato imprenditore (1972-1992) Soveria Mannelli, Rubettino, 2012.

di Tito Menzani Accanto a quella privata e a quella cooperativa, l’impresa pubblica è da tempo oggetto di interesse della business history, specialmente nel contesto italiano, visto il ruolo che ha avuto nel Novecento, in particolare tra la crisi del 1929 e la fine della cosiddetta “Prima repubblica”. Mattia Granata, presidente del CentroLumina, collaboratore dell’Università di Milano e studioso abbastanza noto di questi temi, ha voluto dedicare una ricerca alla parabola discendente di questo tragitto, compresa fra il 1972 e il 1992. Nei primi anni trenta, la nazionalizzazione delle banche miste a rischio di fallimento, attraverso la creazione dell’Istituto mobiliare italiano (Imi) e dell’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), aveva posto le basi del dirigismo pubblico in economia. Dopo la fine del fascismo e della seconda guerra mondiale, tale assetto non venne smantellato, e le imprese statali continuarono a proliferare negli anni del miracolo italiano. In questa fase, anzi, vari settori merceologici – come quello chimico, quello meccanico o quello siderurgico – raggiunsero livelli di eccellenza, proprio grazie al sistema delle cosiddette partecipazioni statali. Esauritasi la fase di crescita dell’economia, l’impresa pubblica imboccò una strada di progressivo declino, in linea, del resto, con ciò che stava accadendo negli altri paesi occidentali. Le privatizzazioni e le liberalizzazioni inaugurate dal governo britannico di Margaret Thatcher furono un modello poi imitato da numerosi altri contesti europei, tra i quali l’Italia, che a seguito della crisi economica e politica del 1992 abbandonò gran parte delle precedenti vocazioni di Stato-imprenditore. I vent’anni considerati da Granata furono densi di dibattiti sull’opportunità di rivedere o ripensare l’impresa pubblica, per risolvere i problemi principali che l’attanagliavano, ad iniziare dall’inefficienza organizzativa, della cultura clientelare, dagli oneri pubblici in termini di ripianamento dei bilanci. Dunque, il libro – edito grazie al sostegno della Fondazione Ivano Barberini – ripercorre un tragitto di declino sulla base della documentazione, spasso inedita, delle tante commissioni parlamentari, ministeriali e tecniche che si sono occupate di questi problemi nel corso degli anni settanta ed ottanta. Ne emerge – questa la tesi di fondo di Mattia Granata – l’incapacità della classe politica di fare i conti con lo Stato-imprenditore, per ammodernarne le strutture e ridare fiato a quanto di positivo aveva espresso negli anni precedenti. Quindi, la cancrena dell’inefficienza finì con l’avere la meglio su tutto il sistema delle partecipazioni statali, repentinamente privatizzate nei primi anni novanta, in parallelo al collasso della Prima repubblica e dei partiti che l’avevano animata. Nell’introduzione al volume, Salvatore Bragantini – collaboratore del Corriere della sera ma soprattutto forte di una lunga esperienza nel private equity – utilizza toni ancor più netti, affermando che le partecipazioni statali sono sprofondate in un “abisso di chiacchiere inutili […], con il loro carico di esperienze e competenze solo in parte riutilizzato dall’economia italiana”. Il riferimento è all’insieme di sterili dibattiti – chiamato efficacemente da Granata “un coro tragico” – che hanno accompagnato la fine dell’industria di Stato senza modificarne in alcun modo le sorti. Si tratta di un volume che affronta di petto una questione forse scomoda – la fine delle partecipazioni statali è letta alla luce di gravi responsabilità della classe politica – che come tale è destinato a sollecitare una nuova attenzione storiografica su questi aspetti, se non addirittura a suscitare una qualche reazione verbale da parte di coloro che vissero quella...

read more

Paolo Passaniti, Diritto di famiglia e ordine sociale. Il percorso storico della “società coniugale” in Italia Milano, Giuffrè, 2011

Posted by on Nov 30, 2013 in Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche, Numero 33 - Scaffale, Scaffale | Commenti disabilitati su Paolo Passaniti, Diritto di famiglia e ordine sociale. Il percorso storico della “società coniugale” in Italia Milano, Giuffrè, 2011

Paolo Passaniti, Diritto di famiglia e ordine sociale. Il percorso storico della “società coniugale” in Italia Milano, Giuffrè, 2011

di Gianni Ballarani Fra quanti ritengono che la riflessione scientifica in materia di diritto di famiglia non possa prescindere dall’indissolubile connessione tra contesto storico, istanze sociali e sistema giuridico, la lettura del testo di Passaniti non potrà che venire diffusamente apprezzata. Sin dall’introduzione, l’Autore, ricostruendo il percorso e le finalità della sua ricerca, pone implicitamente in luce l’esigenza dell’indagine storica ai fini della revisione critica degli istituti giuridici, in ossequio alla funzione propria che il diritto – e segnatamente il diritto di famiglia – assolve nella società, essendo questo chiamato, come scienza pratica, a conoscere i fenomeni che sul terreno sociale si vengono a determinare ed eventualmente a tradurli sul piano normativo, attribuendogli rilevanza giuridica e dettandone la relativa disciplina. Non è chi non veda, peraltro, come le principali sfide odierne del diritto della famiglia s’insinuino nel processo di integrazione dell’attuale contesto europeo a 28 Stati: scenario, questo, ove confluiscono tendenze post-moderne e tradizioni pre-moderne e in cui le riflessioni coinvolgono il bagaglio più intimo di ogni Stato Membro, rappresentato da quei principi e valori ritenuti non negoziabili e imprescindibili; il che svela l’urgenza della riflessione storica, che consente di focalizzare l’attenzione su ciò che ha determinato, tra contesto ed ordinamento, le scelte di politica del diritto e l’attuale assetto normativo, al fine di giustificare, orientare e radicare le risoluzioni venture. Non stupisce, infatti, come la prospettiva storica faccia emergere con ogni evidenza la relatività dell’attualità delle questioni, collocandosi queste in un percorso che, a diverse riprese e con differenti sfumature, ha interessato – e continua a interessare – ogni epoca, subendone le influenze e le dinamiche. Attraverso una lettura trasversale dell’Opera, che muove dalla fine del Settecento, s’individuano agevolmente i paradigmatici eventi che hanno segnato i momenti cruciali del passaggio dalla disciplina di un istituto ad un’altra, già nella riflessione speculativa prim’anche che nella norma: le fasi che, in tempi diversi, hanno caratterizzato le discussioni in ambito matrimoniale tra indissolubilità ed risolubilità del vincolo, che oggi sfociano nelle istanza di riconoscimento e di tutela dei diritti civili tra conviventi; le logiche al fondo della premazia dell’uomo sulla donna, che, per un verso, hanno stimolato le riflessioni sul ruolo della donna nella famiglia e nella società, sulla tutela della maternità e sul riconoscimento del lavoro domestico, consentendo la definizione degli ambiti di emancipazione e di autodeterminazione; le medesime logiche, ancora, che, per altro verso, hanno permesso la revisione della potestà del marito sulla moglie e sui figli, consentendo l’affermazione della potestà genitoriale in un’ottica di eguaglianza morale e giuridica e di parità di posizioni oggi costituzionalmente imposte e che stimolano l’ulteriore odierno passaggio verso la nuova concezione della responsabilità genitoriale volta ad esaltare il profilo delle conseguenze dell’esercizio delle funzioni genitoriali, più che la situazione giuridica soggettiva derivante dal fatto della procreazione. Esaustiva revisione critica delle differenti impostazioni che nel corso dei secoli hanno caratterizzato l’approccio normativo degli Stati a noi più vicini è offerta dall’Autore che con deciso tratto non si astiene dall’esprimere le proprie considerazioni offrendo al lettore suggestivi spunti di riflessione. Non è un caso che l’A., in apertura del suo lavoro, si allinei a quanti considerano la famiglia come “‘fulcro’ della storia del diritto privato” (p. 1), a voler porre l’accento su come l’intima connessione tra società e diritto sia rappresentata proprio dalla realtà meta-giuridica...

read more

Beni culturali ed ambientali: brevi riflessioni sul ruolo della tutela penale

Posted by on Nov 30, 2013 in Articoli, Numero 33 - Articoli, Numero 33 - Novembre 2013 | Commenti disabilitati su Beni culturali ed ambientali: brevi riflessioni sul ruolo della tutela penale

Beni culturali ed ambientali: brevi riflessioni sul ruolo della tutela penale

di Annalisa Maccari Relazione presentata al Seminario La gestione dei beni culturali nel mosaico delle autonomie locali, organizzato da Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati” di Firenze, il Centro Interuniversitario per la Storia del Cambiamento Sociale e dell’Innovazione (Ciscam) e l’Associazione di Promozione Sociale “Storia e Futuro” con il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Cultural, seminario di studi, Siena 12 dicembre 2012. Considerazioni generali: il Titolo V, luci ed ombre, di una riforma costituzionale e “non culturale” Ad oltre un decennio dalla riforma del Titolo V della Costituzione, il bilancio offre risultati poco confortanti. Numerose perplessità, non vacuamente polemiche, avevano anticipato l’entrata in vigore della riforma (Bartole, Bin, Falcon, Tosi 2005). Per molti aspetti, il novellato titolo V ha finito e per essere percepito come un ulteriore livello burocratico, un’ennesima stratificazione di regole, una diversità di governance in “territori” contigui e dimensionalmente e demograficamente, poco significativi, nonché un moltiplicatore della spesa pubblica (Candido s.d.; Eugenio 2012). Le differenze e divergenze tra “unità territoriali” non hanno stimolato una competizione positiva, quanto provocato una sorta di decomposizione dello Stato: le parti “più deboli” non si sono sollevate dall’endemica, “debolezza”, preservando le differenze negative con le aree più sviluppate. Un corpo unitario, con uno sviluppo disarmonico e asimmetrico, con misure inadeguate di riallineamento, ove la parte debole e talvolta, ulcerosa, temporaneamente celata, dalla parte sana, ineluttabilmente, diffonde il “morbo” a tutto il corpo. La metafora organica allude alle persistenti divergenze socio–economiche tra le regioni italiane ed alla constatazione della diffusione di pratiche criminose, segnatamente i reati associativi, da alcune regioni a tutto il territorio nazionale (Aa. Vv. 2013). Il rapido sguardo sullo stato di attuazione del federalismo si è soffermato sull’emersione di alcuni aspetti patologici, non direttamente causati, ma neppure interrotti dalla riforma del titolo V, ma anche sulla scarsa efficacia del federalismo, in materia di responsabilità politica e giuridica, nei livelli locali dell’amministrazione pubblica. La prossimità con chi esercita la governance avrebbe dovuto essere di stimolo ed incentivo per best practise, posta la possibilità immediata di riconoscere meriti e demeriti e dare una risposta oltre che sul piano giuridico, anche politico L’auspicata assunzione di responsabilità, in termini positivi o negativi, non si è registrata. La periferia punta o meglio continua a puntare il dito contro il centro, adducendo la mancanza di trasferimento di risorse, la parziale attuazione del federalismo fiscale, la persistente competenza concorrente dello Stato, in termini concorrenti insieme alle regioni e agli enti locali territoriali. Nelle materia o meglio nei valori costituzionalmente protetti dell’ambiente, ecosistema e beni culturali, di cui all’art. 117, colla 2 lett. s) , Cost., le note critiche della riforma costituzionale emergono nitidamente (Pozzo, Renna 2004). In maniera icastica, la Consulta ha fotografato la continuità del modello di concorso di competenze, laddove ha affermato che per la tutela dell’ambiente (art. 117, Cost, comma 2), non è “configurabile una sfera di competenza statale rigorosamente circoscritta e delimitata, ma piuttosto un valore trasversale, che investe e nel quale s’intrecciano inestricabilmente altri interessi e competenze” (Corte Costituzionale, 26 luglio 2002, n. 407 in Regioni, 2003, 312 e ss.). Uno Stato policentrico, a più velocità, tra le cui finalità vi erano la realizzazione di una democrazia partecipativa, di una chiamata immediata e diretta di responsabilità politico-giuridica dei livelli locali di governance, sempre meno celati, dall’alibi più...

read more

An inquiry upon perspectives of historical studies (Jurgen Kocka, Sandro Rogari)

Posted by on Nov 30, 2013 in Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Percorsi, Numero 33 - Rubriche, Percorsi, Primo piano | Commenti disabilitati su An inquiry upon perspectives of historical studies (Jurgen Kocka, Sandro Rogari)

An inquiry upon perspectives of historical studies (Jurgen Kocka, Sandro Rogari)

di SeF Editorial Board When, ten years ago, “Storia e Futuro” began to be published, it emerged – among the several different specialistic review dedicated to historical studies – as one able to propose a new perspective of the relationship between past and present, and the approach to a historical perspective of it. “Placed between a past so rich of events, changements, cultural, political and social heritage, and a future which was going on along new directions, risks and opportunities”, “Storia e Futuro” claimed itself as an instrument to analyze these tremendous changements in the mirror of past. After ten years, we can say – without exaggeration – this main purpose has been – in a general meaning – achieved. Lots of themes and subjects of research – in a large number of essays – have been approached: from political history to institutional one, without missing the great attention given to the matter of social history in the most different fields: from demographic development to economic one; from culture to sport; from the history of food to the emerging new technologies. Always, we have to precise too, regarding the dual dimension of international and local history: from the universal dimension of global history, to the local dimension of a very specific – territorially based – case of study. The same development had the different sections the review is divided in: so, just to make two examples, for the Agenda and the Scaffale, which took care to have a continuous overlook on the new results of historical research, both regarding meetings and conferences at a local, national and international level; and the bibliography, continuously up-dated. After ten years, “Storia e Futuro” can take – we think – a positive stock of its experience. During this period not only “Storia e Futuro” changed: both in its formal aspects and in its contents. As a review perfectly involved in the national and international debate, it could observe the strong changement in historical science itself: in its contents and approaches, in its editorial, academic, scientific mechanisms. For these reasons we think it can be useful open a debate on what historical studies have become, what historical science is today, in a moment of deep crisis and decline of humanistic studies and humanistic intellectual. Strongly attacked not only by technical, but also – and perhaps mostly – from social sciences, history appears today in a deep decline: both from the point of view of its methodological and episthemological status, and from the point of view of its social role. Who is the historian? What kind of activity does it practice? What are his instruments? And what kind of knowledge – useful to the progress and development of human community – can he obtain? These are some of the questions we intend to propose to the debate, which will bring our readers to know opinions and suggestions of several different historians – of recognized authority, of different generations – from Italy, Europe, and all over the world. We begin, in this first step, offering the answers given by Jurgen Kocka – Professor of History at the Universiy of Berlin, one of the most important and recognized historians in Europe and all over the world, especially in the field of social history – and Sandro Rogari...

read more

Didattica della Linea Gotica: la metodologia del “diorama vivente” www.lineagotica.eu

Posted by on Nov 30, 2013 in Didattica, Numero 33 - Didattica, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su Didattica della Linea Gotica: la metodologia del “diorama vivente” www.lineagotica.eu

Didattica della Linea Gotica: la metodologia del “diorama vivente” www.lineagotica.eu

di Massimo Turchi Il progetto didattico Storie di uomini in guerra sulla Linea Gotica, nasce nel 2002 e da subito il suo principale punto di forza diventa la metodologia didattica del diorama vivente, che usa la narrazione biografica di personaggi di tutte le parti in conflitto, interpretati da ricercatori storici. Essa definisce e ricostruisce un preciso episodio storico legato a una data e a un luogo della memoria, col fine di stimolare nel pubblico (col quale gli interpreti interagiscono) una partecipazione attiva ed emozionale ai fatti e alla complessità della guerra. Ma, prima di addentrarci nella sua disanima, partiamo dalla difficoltà di affrontare in classe il tema della Seconda guerra mondiale. Come insegnare la Seconda guerra mondiale e il conflitto sulla Linea Gotica? Questa è la domanda a cui intende rispondere il progetto Storie di uomini in guerra sulla Linea Gotica. La Seconda guerra mondiale è un argomento vasto e complesso, con ripercussioni che giungono fino a oggi… E lo stesso vale anche per una parte di quella guerra: la Linea Gotica, appunto. Eppure non possiamo esimerci dall’approfondire le varie sfaccettature di questa complessità per riuscire a fornire agli studenti un quadro di riferimento, sia pur semplificato, ma sufficientemente chiaro e articolato, per dar loro la possibilità di compiere dei collegamenti, di fare dei confronti e, alla fine, di farsi una propria opinione. Dare senso allo studio della Seconda guerra mondiale La Seconda guerra mondiale ha rappresentato il punto di svolta tra il vecchio e nuovo mondo: tutto ripartì (anche se, ovviamente, non da zero) da quel conflitto. A quel periodo è possibile far risalire alcune (se non tutte, sicuramente la maggior parte) delle problematiche attuali, ma anche l’idea di un’Europa unita. Le esperienze che in questi anni abbiamo vissuto con i ragazzi delle scuole medie e superiori ci hanno messo di fronte alla duplice esigenza: da un lato di coinvolgerli attivamente e con argomenti posti in termini problematici, spesso provocatori, e, dall’altro, di collegare i fili che legano la storia della loro famiglia agli eventi bellici che per loro sono così lontani. Un ragazzo diciasettenne di origine siciliana la seconda volta che entrai in classe mi disse: “Anche oggi è venuto, bene… Parlerà ancora di guerra? Possiamo parlare di qualcos’altro? La guerra è triste.” Rimasi un po’ turbato e soprattutto spiazzato. Con difficoltà riuscii a rispondere che l’Europa di oggi fonda le proprie radici nella Seconda guerra mondiale per questo è così importante studiarla; non solo, ma che la storia dell’Europa unita è una concentrazione di storie nazionali diverse, anche se intimamente intrecciate, ma è anche una questione di confini e di identità nazionali del dopo Seconda guerra mondiale: dalla cortina di ferro alla caduta del muro di Berlino e anche dopo. È sufficiente pensare alle problematiche tuttora vive legate per esempio al confine orientale italiano da una parte, e dall’altra a quello sloveno e croato, fino ai confini della Polonia, senza dimenticare le problematiche di quelli relativi a Germania, Austria e Slovacchia. Due punti di forza: il legame col territorio e con le emozioni dei protagonisti Posti di fronte all’oggettiva difficoltà di un approccio globale, che si concretizzerebbe in una lunga teoria di eventi bellici, di date e luoghi, noi preferiamo una localizzazione circoscritta a un territorio ristretto puntando sulla ricostruzione di un evento bellico preciso. L’approccio...

read more

Towards a Global History of Domestico Workers and Caregivers 49th Linz Conference, Linz, 12-15 September 2013

Posted by on Nov 30, 2013 in Agenda, Numero 33 - Agenda, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su Towards a Global History of Domestico Workers and Caregivers 49th Linz Conference, Linz, 12-15 September 2013

Towards a Global History of  Domestico Workers and Caregivers 49th Linz Conference, Linz, 12-15 September 2013

di Andrea Ragusa Organized by the International Conference of Labour and Social History (ITH) and the Chamber of Labour of Upper Austria, supported by Friedrich Ebert-Foundation (Bonn), Stichting Professor van Winter Fonds (Utrecht), Labour Movement, Archives and Library (Stockholm), the Provincial Government of Upper Austria and the City of Linz; the 49th Linz Conference has been devoted, this year, to the boungled and not easy subject of domestic workers, one of the crucial matter – among the several different matters related to the world of work – today emerging all over the world, deeply linked to the tremendous changement economy, productive structure, and labour market, are been developing. The Preparatory Group – coordinated by Silke Neunsinger (Laboru Movement Archives and Library – Stockholm), Elise van Nederveen Meerkerk (Wageningen University – The Netherlands), Dirk Hoerder (Salzburg – Austria) Marcel van der Linden (International Institute of Social History – Amsterdam), Raquel Varela (Instituto de História Contemporânea – Universidade Nova de Lisboa) and, for the ITH Berthold Unfried and Eva Himmelstoss – and the Advisory Committee – composed of Josef Ehmer (Universität Wien), Donna Gabaccia (University of Minnesota – USA), Vasant Kaiwar (Duke University – USA), Amarjit Kaur (University of New England, Armidale – Australia), Elizabeth Kuznesof (University of Kansas – USA), Sucheta Mazumdar (Duke University – USA) – have proposed an open and large range of different aspects to develop an interesting discussion about this new field. From the problem of Definitions and Concepts referred to the dimension of domestic work, through the matter of Changing Division of Labour; from the analysis of the new Working Conditions to the more linked to a classical political and historical approach matter of Resistance, Mobilization and Organization, the Conference has discussed in 23 papers proposed, presented and commented by scholars coming from Europe, United States and South America, South and East Asia, Australia, an extended numbers of problems, cases, personal and group stories, organizations and political actions. At the centre of the discussion, the matter of domestic workers in private homes, considered from the point of view of global history: a labour market – as Dirk Hoerder write in his preparatory report – with a long history, expanded all over the world, and that has included, in addition to physical labour, care for infants, children, and the elderly, such as “emotional labour”. An inclusive concept of work the conference has been discussed about so much, especially when – during the final discussion – Ulla Plener, a recognized and historian from Berlin (President of the Association for the Study of History of Labour Movement), linked to a consolidated marxist approach, claimed her dissenting opinion with the general approach of the Conference, that not sufficiently had developed the analysis of differences between productive and un-productive work, placing the domestic work not precisely in one of the two cathegories. As Raffaella Sarti (University of Urbino – Italy) explained in her introductive paper, historical research abut domestic work represent one the emerging frontiers of social history, developed in particular from the 1960s focusing history of family, historical demography, and (particularly from the 1970s) women’s and gender history. A deep link with social sciences has been developed by social historians approaching the subject of domestic work: in particular the relationship between domestic work and modernisation, industrialisation, and urbanisation, especially...

read more

Corpi Posseduti as presented in the Senate Library in Rome

Posted by on Nov 30, 2013 in Agenda, Numero 33 - Agenda, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su Corpi Posseduti as presented in the Senate Library in Rome

Corpi Posseduti as presented in  the Senate Library in Rome

di Karen Lund Corpi Posseduti. Martiri ed Eroi dal Risorgimento a Pinocchio (Lacaita, 2012) Body Possession. Martyrs and heroes from the Italian Risorgimento to Pinocchio, written by Dino Mengozzi, was discussed in Rome on 17 September 2013 at the Senate Library “Giovanni Spadolini”. The presenters were scholars Maurizio Degl’Innocenti, Alberto Mario Banti and Michele Rak. The three scholars were in agreement about the new research surrounding the construction of national Italian identity by paying attention to the human body in social anthropological terms and the human body as a tool for political use and a fountain for metaphors. Maurizio Degl’Innocenti underlined the comparison to French historiography, particularly the social history perspective of Michel Vovelle and Alain Corbin and also David Le Breton’s anthropological history of pain. Dino Mengozzi uses these references to enrich cultural history and is also connected to written works by Alberto Banti. All this theory of historiography permits the author to define “body possession” as a possession of the patriotic ideology of a person and to see how these individuals escaped from the traditional authority of the family and the state and how they became an example of martyrdom. In this way, they are a positive ideal to be imitated as well as victims to be revenged. Alberto Banti confirms that “body possession” is a continuous dialogue with death. When an individual is near death and accepts to die with his ideology, this is seen as attaining the maximum of nobility. In fact, this subversive movement from the old state exposes them to a more violent repression. Therefore, suffering and death are not depressive, but exalting as recalling the sacrifice of Christ. Political martyrdom and the self-recognition of faith are equal. According to Michele Rak, this is about a different kind of pain: the psychological pain which is the detachment from the family and the physical pain of the body that is visible in the relics of the Risorgimento. Some examples are locks of hair, drops of blood and personal journals. The patriot is thus a martyr who will not be forgotten and all will know his place of burial and location of these relics. Otherwise, his fame will disappear from memory. The body of the martyr is an ethical map that must be travelled in order to understand the birth of a nation. The dead body is valued more than the living body as a collective essence. The three scholars agree that something new happened in 1859 where successful military campaigns had no space in narratives surrounding martyrdom. Martyrs disappeared and heroes emerged. The triumphant Giuseppe Garibaldi had a double body as both hero and martyr. Some of his relics became mythical. For example: his poncho became a symbol of femininity and his cigar a symbol of masculinity. Surrounding Garibaldi there was a kind of confusion. One was the erotic attraction from Sicilian and Neapolitan women and the second was an unchained violence against the enemies. In the Sicilian village of Partinico, the people killed and cooked some Bourbon soldiers as an offer to Garibaldi in 1860. The identity of the people was unmasked by these acts that were equal to the extreme violence by the counter-revolutionary followers of Cardinal Ruffo in 1799. The heroes are then simply ordinary people without special physical attributes. It...

read more

Un crocevia di popoli: ultimi studi sulle migrazioni italiane

Posted by on Nov 30, 2013 in Agenda, Numero 33 - Agenda, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su Un crocevia di popoli: ultimi studi sulle migrazioni italiane

Un crocevia di popoli: ultimi studi sulle migrazioni italiane

di Michelangela Di Giacomo Tre anni fa, sulle pagine di questa stessa rivista, avevamo osservato come la storia delle migrazioni stesse prendendo corpo in Italia sulla scia di alcuni affermati studiosi che sempre più stavano avvicinando le scienze storiche ai cosiddetti migration studies, considerando le mobilità umane come un punto di osservazione privilegiato per la comprensione delle dinamiche storiche della nostra Penisola. Oggi possiamo affermare che quel filone – allora ancora quasi appena percettibile – è fecondamente aperto e sondato da storici di varia formazione e di generazioni differenti. Il 2012 ha visto in particolare l’uscita di due volumi, entrambi nella collana “Quadrante” per i tipi Laterza, che tentano proficuamente di definire dei quadri d’insieme delle migrazioni interne ed internazionali in Italia, valutando fenomeni di spostamento di popoli sul tempo lungo dei secoli o addirittura dei millenni. Paola Corti e Matteo Sanfilippo, tra gli studiosi delle migrazioni due tra quelli di più lunga data e già curatori nel 2009 dell’imponente 24° Annale della “Storia d’Italia” Einaudi proprio alle migrazioni dedicato, fanno ora nell’agile L’Italia e le migrazioni (Roma-Bari, Laterza, 2012) un bilancio di un percorso di studi pluriennale. Il che consente loro di guidare il lettore in un excursus dalla preistoria ai giorni d’oggi descrivendo il territorio italico come un crocevia di popoli, un continuo rimescolarsi di genti che finisce per presentarsi forse come il più profondo tratto unificante dell’Italia. Obiettivo – raggiunto – del volume è tentare di comporre un quadro d’insieme dei risultati di una disciplina ancora molto settoriale. La giovane età degli studi migratori in Italia ha infatti implicato la necessità di affrontare la questione per piccoli passi, ciascuno studiando una determinata epoca, un determinato tipo di migrazione, una determinata area geografica. Anche quando più si è tentato in passato di superare la settorialità, il risultato sono state raccolte di saggi iper-specialistici – volumi dunque che più che restituire la concomitanza o correlazione di fenomeni distinti, finivano per peccare di disomogeneità e al tempo stesso di eccessiva minuziosità di dettaglio. Il lavoro di Corti e Sanfilippo permette invece un approccio globale alle tematiche migratorie, un volo radente – ma non per questo superficiale – rivolto ad un pubblico di specialisti ma anche ad un lettore meno addentro alle letture storiografiche. E soprattutto permette di ridefinire il peso attribuibile ai singoli fenomeni migratori evitando quelle enfatizzazioni che ne hanno negli anni sedimentato una lettura distorta: solo per dire dei più eclatanti, è il caso della emigrazione transnazionale a cavallo tra XIX e XX secolo o dell’immigrazione extracomunitaria degli ultimi vent’anni. Al tempo stesso, trovano una nuova luce degli aspetti spesso più marginali, come le migrazioni interne, senza la cui valorizzazione perdono di senso anche altre tendenze più o meno spontanee della demografia italiana e dei suoi processi di sviluppo economico e sociale – e non ci si riferisce solo agli spostamenti di questo secondo dopoguerra, ma anche al fortissimo rimescolamento di popolazione che interessò la Penisola in epoca medievale. La periodizzazione del volume è vastissima, s’è detto, ed era impossibile per gli autori addentrarsi in scelte cronologiche ardite. L’Otto-Novecento ha uno spazio maggiore, lasciando forse scontenti quanti maggior curiosità sentono per le epoche precedenti, ma, se ne giustificano gli autori stessi, la scarsità di studi disponibili – e non colmabili in un lavoro “compilativo” come è il...

read more

Testimonianze autobiografiche: archivi della memoria e centri di ricerca. Nota introduttiva alla prima parte

Posted by on Nov 30, 2013 in Memoria del quotidiano, Numero 33 - Memoria del quotidiano, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su Testimonianze autobiografiche: archivi della memoria e centri di ricerca. Nota introduttiva alla prima parte

Testimonianze autobiografiche:  archivi della memoria e centri di ricerca. Nota introduttiva alla prima parte

di Patrizia Di Luca – Luca Gorgolini Nel corso del Novecento – con particolare riferimento alla seconda metà del secolo scorso per quel che riguarda il caso italiano – la progressiva affermazione della storia sociale come fondamentale ambito di studio ha prodotto alcuni cambiamenti importanti nello svolgimento della ricerca scientifica. Il territorio di azione dello storico si è ampliato con l’acquisizione alla storia di soggetti e campi tematici precedentemente considerati estranei; la moltiplicazione degli strumenti che lo storico è chiamato ad utilizzare all’interno del suo laboratorio; l’adozione di opzioni teorico-metodologiche utili a promuovere un approccio alle fonti maggiormente qualificante; la necessità di operare all’interno di un contesto multidisciplinare in grado di far emergere le potenzialità euristiche delle fonti con cui lo studioso è di volta in volta chiamato a confrontarsi. Si è assistito, per così dire, all’ingresso in scena di attori per lungo tempo esclusi dalla Storia: coloro i quali, non avevano scelto “consapevolmente di essere materiale da costruzione di una storia che si innalza al di sopra delle loro teste, al di là delle loro intenzioni” (Sorcinelli 1996, 13); i riflettori sono stati così puntati in direzione di coni d’ombra, affollati di individui in precedenza ignorati: ai protagonisti della storia politica e diplomatica dell’istituzione statale e delle classi dominanti e agli interpreti della storia delle idee (non solo politiche ed economiche, ma anche teologiche e scientifiche) e delle campagne militari si sono inizialmente aggiunti gli animatori delle lotte operaie, a seguire la massa dei contadini, gli analfabeti, gli individui con un lavoro precario, le donne, i bambini e altri soggetti lungamente ritenuti “senza storia”. In modo sempre più convinto si è inteso procedere con la ricostruzione “dal basso” di alcuni processi storici, dando voce a chi, occupando gli ultimi gradini della piramide sociale, era stato per molto tempo costretto ad una condizione di soggetto afono, poiché non aveva avuto l’opportunità di lasciare traccia diretta e volontaria di sé nelle pagine della documentazione storica tradizionale, su quelle carte d’archivio e fonti a stampa che generalmente erano prodotte da individui appartenenti ad altre fasce sociali (diplomatici, funzionari dello stato, ufficiali militari, politici, intellettuali, giornalisti e via dicendo). Contestualmente si è assistito, da parte di un numero progressivamente crescente di storici, al ricorso a nuove fonti: carte processuali, testamenti, storie orali, testimonianze folkloriche, testi scritti di origine popolare, immagini fotografiche ecc. . Mentre per Benedetto Croce (e per gli stessi storici espressione della scuola positivista) gli “oggetti” della storia erano coloro che contemporaneamente risultavano anche “soggetti” della storia in quanto produttori di documenti scritti – considerati uniche fonti degne di rilievo storiografico in quanto prove obbiettive del passato e fondamento del fatto storico -, oggi consideriamo fonti, con uguale dignità e con lo stesso interesse, tutte quelle le testimonianze lasciate dagli esseri umani nel corso della loro esistenza: “i documenti scritti e le testimonianze orali (comprese favole e leggende), la conformazione del paesaggio e il manufatto, le espressioni artistiche e l’iconografia popolare, le illustrazioni scientifiche e gli “archivi della natura”, la fotografia e il cinema, i nomi geografici, i reperti archeologici, la produzione letteraria che fornisce uno spaccato dell’ambiente sociale e intellettuale in cui lo scrittore è vissuto, e, ancora, giornali, pubblicazioni ufficiali, discorsi parlamentari, registri commerciali e lettere private, processi e testamenti” (Sorcinelli 1996, 14). Una “onnivoracità” che lo “storico-orco”,...

read more

Una lezione dai disastri? Il Vajont e l’alluvione di Firenze

Posted by on Nov 29, 2013 in Articoli, Numero 33 - Articoli, Numero 33 - Novembre 2013 | Commenti disabilitati su Una lezione dai disastri? Il Vajont e l’alluvione di Firenze

Una lezione dai disastri? Il Vajont e l’alluvione di Firenze

di Gianni Silei Abstract Le catastrofi naturali e disastri di natura antropica da sempre rappresentano un banco di prova tanto per le società antiche quanto per quelle moderne. Partendo da due eventi che hanno profondamente segnato la storia dell’Italia del secondo dopoguerra, il disastro della diga del Vajont e l’alluvione del 1966 che, tra gli altri centri, sommerse Firenze con il suo inestimabile patrimonio artistico, monumentale e culturale, l’articolo mette a confronto le modalità della gestione dell’emergenza e le risposte di medio-lungo periodo poste in essere dalle autorità pubbliche negli anni sessanta cercando di far emergere novità, elementi positivi e criticità con, sullo sfondo, il nodo della resilienza, cioè delle modalità con cui tali eventi vengono fronteggiati e superati. Abstract english Natural and man-made disasters have always been a relevant test for ancient as well as modern societies. Moving from two events that have profoundly marked the history of Second Postwar Italy, the Vajont dyke disaster and the flood that in 1966 submerged Florence with its priceless cultural, monumental, and artistic heritage, this article focuses on the question of resiliency in Italy during the 1960s, comparing risk management and emergency and reconstruction policies adopted by public authorities. Qualche anno dopo la pubblicazione del suo lavoro più conosciuto, La società del rischio, Ulrich Beck è tornato su queste stesse tematiche, declinandole più specificamente nel contesto della società globalizzata, pubblicando un nuovo studio che si intitolava significativamente Conditio Humana. In questo lavoro Beck insiste particolarmente su quelli che rappresentano per larga parte della letteratura in materia, e non solo da quella, i due risvolti caratterizzanti – ambivalenti e apparentemente contraddittori eppure centrali – legati al concetto di “rischio” a loro volta legati a quello di “crisi”: il rischio inteso come pericolo e il rischio come opportunità (Beck 2008; Silei 2011). Un pericolo per le conseguenze disastrose che possono assumere ma anche una opportunità, ad esempio, in quanto consentono di fare tesoro degli eventuali errori compiuti e di mettere in pratica comportamenti “virtuosi” utili per “fare prevenzione” e farsi trovare preparati (o il più preparati possibile) in caso di eventi futuri. Da sempre le catastrofi naturali, come tutti gli eventi estremi, hanno rappresentato un duro banco di prova tanto per le società antiche quanto per le società avanzate. Sotto questo aspetto, gli eventi naturali sono impietosi: esse ne mettono a nudo le debolezze e le criticità. Nel contempo, tuttavia, non bisogna incorrere nell’errore, tutt’altro che infrequente anche in molte interpretazioni a noi contemporanee di disastri, che la natura non possiede di per sé valenze né positive né negative. Essa non è, in altri termini, né “madre” né “matrigna” (Silei 2012). Ne deriva che gli eventi naturali (espressione di per sé neutra) assumobo valenze catastrofiche in rapporto all’uomo e alle conseguenze, non necessariamente soltanto materiali, che producono (Frisch 1979, 103). Accanto agli eventi naturali vi sono però anche eventi, di portata altrettanto e in taluni casi ancor più distruttiva, provocati dall’uomo attraverso la sua interazione sull’ambiente. Diversamente da quanto una certa fiducia nella scienza indurrebbe a ritenere, il rischio che incidenti di questa natura si verifichino anche in società complesse ed ipertecnologizzate è costantemente presente. Nel corso degli anni Ottanta, peraltro contraddistinti proprio da alcuni gravissimi disastri tecnologici (ad esempio quello legato alla fuga di isocianato di metile dallo stabilimento della Union Carbide...

read more

Voluntary action. Spunti di riflessione su volontariato e terzo settore in Italia da un libro di lord William Beveridge

Posted by on Nov 29, 2013 in Articoli, Numero 33 - Articoli, Numero 33 - Novembre 2013, Primo piano | Commenti disabilitati su Voluntary action. Spunti di riflessione su volontariato e terzo settore in Italia da un libro di lord William Beveridge

Voluntary action. Spunti di riflessione su volontariato e terzo settore in Italia da un libro di lord William Beveridge

di Davide Gobbo Abstract Un libro di lord William Beveridge del 1948, Voluntary action: a report on methods of social advance, delinea le caratteristiche del welfare state futuro, in cui un ruolo importante lo avrà l’azione volontaria dei cittadini e delle associazioni per integrare tutti quei bisogni che lo stato non riuscirà più a soddisfare. Quest’evoluzione, pur con i limiti del nostro welfare particolaristico – clientelare e con un’alta frammentazione di enti assistenziali, può essere osservata anche per l’Italia. L’articolo delinea le tappe di quest’evoluzione che culmina con l’introduzione del principio di sussidiarietà nel 2001, e si sofferma su alcuni momenti chiave del dibattito e del riconoscimento legislativo di volontariato e terzo settore. Tuttavia alcune dei suggerimenti di Beveridge, come quello di un reddito minimo di inserimento, non sono state mai realizzate, vanificando così il processo di modernizzazione del nostro paese. Abstract english Voluntary action. Cues for reflection about voluntary work and third sector in Italy, from a book of Lord William Beveridge. A 1948 book of lord William Beveridge, Voluntary action: a report on methods of social advance, outlines the characteristics of welfare state in the future, when an important role will be held by citizen’s voluntary action and associations in order to integrate all those needs that the state will not be able to satisfy. This trend, even with the limitations of our particularistic welfare – patronage and a high fragmentation of aid agencies, can be observed for Italy too. The article outlines the stages of this evolution, culminating in the introduction of subsidiarity in 2001, and focuses on some key moments of the debate and legislative recognition of voluntary work and third sector. However, some of the Beveridge’s suggestions, such as a minimum income, were never realized, thus defeating the process of modernization of our country. “Ci sarà ancora spazio per l’azione volontaria”? Sembrerebbe un accostamento azzardato quello di Lord Beveridge, il padre del welfare state, con la “Big Society” di Cameron, che si basa sul coinvolgimento dei cittadini nella gestione dei servizi pubblici e il trasferimento di potere “dal centro alla periferia e dalla pubblica amministrazione ai corpi intermedi” (Degl’Innocenti 2012, 7) oppure con il terzo settore, termine tanto in voga al giorno d’oggi e spesso confuso con il volontariato. Il nome di Lord Beveridge ci richiama alla mente piuttosto Social insurance and allied services, il rapporto uscito nel 1942 con il quale, andando ben oltre il suo scopo originario (indagare le distorsioni del modello assicurativo britannico) aveva elaborato un vero e proprio piano per “liberare dal bisogno” i cittadini britannici. Da profondo conoscitore e studioso dei problemi sociali aveva capito che la povertà non poteva essere provocata da difetti morali, ma da distorsioni provocate dall’economia, e perciò lo stato aveva il dovere imprescindibile di garantire un minimo di sussistenza a tutti i cittadini, senza distinzioni di sesso, di età, di classe in modo da tutelarli da tutti i rischi nel caso di interruzione del lavoro: malattia, disoccupazione, vecchiaia, infortunio. Connesso alla garanzia di un reddito minimo le proposte del piano si focalizzavano anche sulla creazione di un sistema sanitario pubblico efficiente e gratuito, affinché i lavoratori potessero riprendere le loro occupazioni “as soon as possible” e su un sistema di assegni familiari che integrasse il reddito da lavoro per garantire un tenore di vita...

read more

Romolo Sabbatini. Storia di un sindacalista romano dal socialismo al fascismo

Posted by on Nov 29, 2013 in Archivi, Numero 33 - Articoli, Numero 33 - Novembre 2013, Primo piano | Commenti disabilitati su Romolo Sabbatini. Storia di un sindacalista romano dal socialismo al fascismo

Romolo Sabbatini. Storia di un sindacalista romano dal socialismo al fascismo

di Daniele D’Alterio Sigle Acs: Archivio Centrale dello Stato Ascd: Archivio Storico della Camera dei Deputati Ascrl: Archivio Storico della Cgil di Roma e del Lazio Bncr: Biblioteca Nazionale Centrale di Roma Cac: Carte Antonino Campanozzi Cal: Carte Alberto Lapegna Cav: Carte Antonio Vicini Cdp: Carte di Parlamentari Cib: Carte Ivanoe Bonomi Cpc: Casellario Politico Centrale Crs: Carte Romolo Sabbatini Feo: Fondo Eredi Orano – d’ora innanzi Fpb: Fondo Paolo Basevi Fsp: Fondo Sergio Panunzio Fuo: Fondo Ugo Ojetti Fus: Fondazione Ugo Spirito e Renzo de Felice di Roma Gnam: Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, Gpp: Giunta per le Petizioni Ic: Incarti Commissioni Abstract Il saggio prende in esame il percorso biografico di Romolo Sabbatini, dirigente politico nonché leader sindacale del movimento operaio romano e italiano: dall’inizio del Novecento, ovvero dall’esperienza come tipografo dell’Avanti! diretto da Enrico Ferri e soprattutto dalla militanza sindacalista rivoluzionaria nel gruppo guidato da Enrico Leone, fino al progressivo approdo a posizioni “riformiste”, nel corso degli anni Dieci viepiù moderate, anticonflittuali ed infine – in virtù della successiva adesione all’interventismo e poi al fascismo – organicamente reazionarie. Grazie a una ricca documentazione archivistica – in particolare le Carte Romolo Sabbatini dell’Archivio Storico della Cgil di Roma e del Lazio – si snoda pertanto la biografia d’una figura di spicco del movimento operaio romano e italiano, in grado d’attraversare molteplici e differenti stagioni politiche – ad esempio quella del “blocco popolare” e d’Ernesto Nathan sindaco di Roma, tutt’uno con l’affiliazione massonica di Romolo Sabbatini – fino all’esperienza di Sabbatini come redattore del quotidiano Il Messaggero negli anni Venti e Trenta, ed infine alla sua morte, avvenuta a Roma nel 1943. Abstract english The essay analyses the life of Romolo Sabbatini, one of the leaders of the labour movement in Rome and in Italy at the beginning of the twentieth century: from his experience as a typographer of the socialist newspaper Avanti! directed by Enrico Ferri, and especially from militancy in the group of the revolutionary syndicalism Enrico Leone, until the progressive adoption of reformist positions during the 1910s, positions which moved from being moderate to reactionary – because of the subsequent adhesion to interventionism and then to fascism. The biography of Romolo Sabbatini unfolds thanks to an extensive archival material – especially the Papers of Romolo Sabbatini at the Historical Archive of the Cgil of Rome and Lazio – returning the image of a prominent figure in the Roman and Italian labour movement, capable to cross multiple and different political seasons – for example, the “popular bloc” and the Rome mayoralty of Ernesto Nathan, which went hand in hand with Sabbatini’s affiliation of Masonry – until his experience as journalist of the newspaper Il Messaggero in the Twenties and Thirties, and finally to his death in Rome in 1943. Sindacalista, socialista e tipografo dell’“Avanti!” nella Roma d’inizio Novecento Romolo Sabbatini1 è una delle figure meno prese in esame dagli studiosi che, nel corso degli anni, si sono occupati di movimento operaio a Roma. La lacuna appare tanto maggiore quanto più consideriamo l’oggettiva importanza della vicenda che, di volta in volta e nel suo complesso, ha interessato il Sabbatini tipografo, socialista, dirigente sindacale – dapprima sindacalista rivoluzionario, direttore de Il Sindacato Operaio e principale “luogotenente” del leader Enrico Leone; poi segretario riformista della Camera del Lavoro...

read more

Note sul discorso scientifico nei telegiornali durante il terremoto della pianura emiliana 2012

Posted by on Nov 29, 2013 in Laboratorio, Numero 33 - Laboratorio, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su Note sul discorso scientifico nei telegiornali durante il terremoto della pianura emiliana 2012

Note sul discorso scientifico nei telegiornali durante il terremoto della pianura emiliana 2012

di Carlos H. Caracciolo La notizia televisiva dipende della realtà, ma non la registra, la rappresenta. E la rappresenta secondo le regole che appartengono ai modi in cui si può rappresentare un evento non necessariamente alla realtà dell’evento che si rappresenta (Calabrese e Volli 1987, 45). Abstract Il modo in cui una comunità percepisce una calamità naturale dipende in gran parte da come essa è presentata dai mezzi di comunicazione. Questo lavoro mira a individuarne le caratteristiche con cui i telegiornali italiani hanno presentato i terremoti che hanno colpito l’Emilia in maggio 2012. Lo scopo di questa “storia del tempo presente” è di analizzare i meccanismi attraverso cui il discorso sismologico è stato trasmesso nonché di avviare una riflessione sui problemi della comunicazione della scienza quando è messa in stretto contatto con la realtà sociale. Abstract english Scientific conversations in Italian television newscasts during the 2012 Emilia Romagna earthquakes The way a community perceives a natural disaster mainly depends on the way mass media present it. This paper aims to individuate the common characteristics with which Italian television newscasts presented Emilia Romagna’s earthquakes in May 2012. The goal of this present-time-history paper is to analyze how the seismological discourse was broadcasted, as well as to reflect about the problems communicating science presents when it is in close contact with social reality. Il modo in cui una comunità percepisce il terremoto dipende in gran parte da come esso è presentato dai mezzi di comunicazione1. Per chi opera nel settore della ricerca è indispensabile sapere come operano i mass media e quali sono le loro motivazioni per interagire meglio con essi. Questa analisi sul modo in cui i telegiornali italiani hanno presentato i terremoti del maggio 2012 mira a individuarne le caratteristiche comuni per avviare una riflessione sui problemi della comunicazione del discorso sismologico e sulle conseguenze nell’opinione pubblica. I telegiornali e la costruzione della notizia Fin dal suo inizio, circa cinque secoli fa, il giornalismo crea i suoi prodotti attraverso due operazioni: la scelta dei fatti da narrare (l’uomo che morde il cane, per intenderci) e la loro traduzione in storie attraenti per il pubblico. L’evoluzione tecnologica e culturale non cambia queste premesse. In Italia il giornalismo televisivo è la fonte informativa primaria per la popolazione e la visione del telegiornale serale è una radicata abitudine di massa (Calabrese, Volli 1987, 5-7). Malgrado la crescente concorrenza di Internet, è in sostanza ancora valida l’affermazione fatta da due semiologi italiani un quarto di secolo fa, nel periodo in cui si comincia a parlare di neotelevisione con riferimento all’evoluzione imposta alla televisione pubblica dalla concorrenza delle reti private. La TV tralascia il ruolo pedagogico e culturale per creare un rapporto colloquiale e conviviale col pubblico; i telegiornali si adeguano alle leggi dell’infotainment (ovvero la somma di informazione e intrattenimento che dà come risultato la spettacolarizzazione delle notizie) le quali prevedono servizi brevi dai commenti schematici intercalati da interviste per dare il senso del vissuto ed emozionare il pubblico per catturarne l’attenzione (Lipovetsky 1989, 239). Rispetto alle calamità naturali, studi recenti hanno verificato la capacità dei mass media di tradurre la realtà dell’evento in immagini e parole da cui i cittadini ricavano la percezione di “ciò che è successo” (Fonio 2005, 119) e che condizionano in buona parte la percezione del rischio e...

read more

Lord Robert Vansittart: una voce contro l’appeasement (PARTE II)

Posted by on Nov 29, 2013 in Articoli, Numero 33 - Articoli, Numero 33 - Novembre 2013 | Commenti disabilitati su Lord Robert Vansittart: una voce contro l’appeasement (PARTE II)

Lord Robert Vansittart:  una voce contro l’appeasement (PARTE II)

di Fabio Casini Sigle NA: National Archives FO: Foreign Office CAB: Cabinet CC: Churchill Centre and Museum at the Churchill War Rooms, London DBFP: Documents on British Foreign Policy 1919-39 DGFP: Documents on German Foreign Policy   Le rassicurazioni e gli avvertimenti britannici non dissuasero Mussolini dal compiere la sua impresa: il 3 ottobre 1935 ebbe inizio l’attacco all’Etiopia. Le operazioni durarono sino al maggio 1936, quando il Negus Hailé-Selassié abbandonò il paese e gli italiani entrarono ad Addis Abeba. Due giorni dopo l’apertura delle ostilità, Baldwin aveva inviato all’ambasciatore francese, Corbin, un messaggio che conteneva toni ostili nei confronti di Mussolini e della sua impresa. Il premier affermava che l’Inghilterra, di fronte all’impulso delle dittature di superare le proprie frontiere mettendo in pericolo la pace, sarebbe dovuta intervenire per sventare tale minaccia (Colvin 1965, 72). Tuttavia “il fermo atteggiamento verso Mussolini che l’opinione pubblica era stata indotta ad aspettarsi non venne mai” (Lambert 1966, 161). Vansittart tranquillizzò Mussolini, tramite l’ambasciatore in Italia, Drummond (in seguito lord Perth), che tale discorso del Primo Ministro non doveva essere preso alla lettera, che la Gran Bretagna non sarebbe andata oltre le sanzioni economiche e che non intendeva certamente mettere un blocco all’Italia fascista. Infatti, quando il 5 ottobre il governo etiopico si appellò alla Sdn, ottenne solo l’adozione di limitate sanzioni economiche all’aggressore. Fu proibita la fornitura di armi all’Italia, ma al tempo stesso anche all’Etiopia. Furono esclusi dall’embargo merci strategiche utili alla guerra, come ferro, acciaio, rame, zinco, piombo cotone, lana e soprattutto petrolio. Le sanzioni produssero dunque il risultato di irritare Mussolini, senza però impedire al dittatore di continuare la sua prova di forza. L’articolo 16 del Covenant era stato applicato solo parzialmente ed il proposito di frenare l’aggressione italiana sviluppato dalla Sdn col patrocinio inglese, risultava veramente poco credibile. Tali nobili propositi divennero ancor meno attendibili se si considera il lavorio sotterraneo che da mesi (Eden 1962, 311-381) gli anglo-francesi stavano attuando per giungere ad un compromesso con Mussolini al fine di farlo desistere dal completare la sua impresa, recuperarlo al “fronte di Stresa” (Di Nolfo 1994, 197) e salvare la faccia di fronte alla Sdn. L’accordo Hoare-Laval, cui si giunse l’8 dicembre 1935, prevedeva la cessione all’Italia della maggior parte dei territori del Tigré e dell’Ogaden e la possibilità di sviluppare la sua influenza economica sull’Etiopia meridionale. In cambio l’Etiopia di Hailé Selassié avrebbe avuto la concessione di uno sbocco al mare fino al porto di Assab. Dopo la firma dell’accordo, Vansittart e l’ambasciatore britannico a Parigi, Clerk, si congratularono con Hoare per aver ristabilito il fronte anglo-francese. Peterson, capo del Dipartimento per l’Etiopia al Foreign Office, ritornò a Londra con i documenti relativi all’incontro. Prima che partisse, Vansittart lo esortò ad enfatizzare, nei confronti del governo, la necessità, ora, di “serrare i ranghi contro l’impeto tedesco” (Goldman 1974, 122). Egli non perdeva mai di vista il pericolo hitleriano ed aveva in tal senso le stesse convinzioni di Churchill. Vansittart desiderava vedere Francia ed Inghilterra pronte a fronteggiare con tutte le loro forze quel pericolo più grave con alle spalle un‘Italia non ostile ma amica (Churchill 1953, 209). Il testo dell’accordo suscitò alla Camera un acceso dibattito politico. Si aprirono discussioni sulla opportunità o meno di comunicare il piano contemporaneamente a Mussolini ed al Negus e sulla...

read more

Custodire il futuro: la Fondazione Memorie Cooperative e l’Archivio Storico di Unicoop Tirreno

Posted by on Nov 29, 2013 in Memoria del quotidiano, Numero 33 - Memoria del quotidiano, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su Custodire il futuro: la Fondazione Memorie Cooperative e l’Archivio Storico di Unicoop Tirreno

Custodire il futuro: la Fondazione Memorie Cooperative  e l’Archivio Storico di Unicoop Tirreno

di Enrico Mannari, Marco Gualersi, Antonella Ghisaura Abstract Unicoop Tirreno è una cooperativa che affonda le proprie radici nella storia d’Italia del secondo dopoguerra. L’Archivio Storico raccoglie la documentazione sia della cooperativa “maggiore” (che nacque nel 1945 come Cooperativa La Proletaria e negli anni ha cambiato il suo nome in Toscana Lazio e infine Unicoop Tirreno) che delle varie cooperative vi sono confluite – per fusione o incorporazione; nel 2011 è stata costituita la Fondazione Memorie Cooperative per valorizzare il suo materiale documentario e portare avanti una ricerca sulla storia cooperativa nella fascia tirrenica. L’impegno della Fondazione è quello di raccogliere e raccontare storie, attingendo dalle proprie carte o dalla viva voce dei protagonisti, cercando di coinvolgere anche le nuove generazioni. Abstract english  Unicoop Tirreno is a cooperative that has its roots in the history of Italy after World War II. The Historical Archive collects the documentation of the main cooperativa (which was founded in 1945 as Cooperativa La Proletaria and over the years has changed its name in Toscana, Lazio and finally Unicoop Tirreno) and of the various cooperatives that were transferred – for merger or incorporation,  in 2011 the Foundation Memories cooperative was established  to enhance its documentary material and carry out research on the history of cooperative in the Tyrrhenian coast. The Foundation’s commitment is to collect and tell stories by gathering information from their documents or directly from the protagonists, trying to also involve  the younger generations.  L’Archivio Storico di Unicoop Tirreno è stato ufficialmente inaugurato il 10 ottobre 2009, ma la sua storia è ben più lunga. La cooperativa nacque a Piombino con il nome La Proletaria nel 1945, nello spaccio dell’ILVA. La sua storia si è sviluppata quindi per tutta la seconda metà del XX secolo: uscita dai cancelli della fabbrica e dai confini della città, La Proletaria si è espansa fondendosi o incorporando le cooperative più piccole allargando sempre di più il suo territorio e incrementando i propri soci; dopo due cambi di denominazione (nel 1991 in Coop Toscana Lazio e nel 2004 in Unicoop Tirreno) oggi la cooperativa è estesa su tutta la fascia tirrenica, da Carrara sino alla Campania. Da tempo la cooperativa si è impegnata su temi come quelli della memoria e della storia; basti pensare alle celebrazioni del 50° e del 60° anniversario e alle pubblicazione di due volumi curati da Ivan Tognarini. All’inizio degli anni ’80 si affermò la volontà di raccogliere presso un unico soggetto conservatore, in un’unica sede, tutta la documentazione prodotta nel corso della sua esistenza. Il 12 aprile 1985 la Soprintendenza archivistica per la Toscana espresse la prima dichiarazione di “notevole interesse storico” per l’Archivio della cooperativa (provvedimento n. 493), a seguito di una rilevazione effettuata dai funzionari regionali che aveva portato alla redazione di un primo elenco di consistenza. Coop Toscana Lazio nell’ottobre del 1997 decise di iniziare il riordino e l’inventariazione, concentrandosi sulla documentazione cronologicamente più antica. Nel 2008 è iniziato il secondo intervento, indirizzato a raccogliere la documentazione più recente ma soprattutto più eterogenea in termini sia di argomenti che di tipologie documentarie. In particolare l’attenzione si è concentrata, in primo luogo, sulla documentazione risultante dall’attività di conduzione e indirizzo della cooperativa ovvero di tutte quelle attività legate agli organi decisionali (consigli di amministrazione, assemblee dei soci, comitati esecutivi, collegi sindacali),...

read more

Dieci anni di attività della Fondazione Memoria della Deportazione. Storia della Biblioteca Archivio Pina e Aldo Ravelli dal 2003 al 2013

Posted by on Nov 29, 2013 in Memoria del quotidiano, Numero 33 - Memoria del quotidiano, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su Dieci anni di attività della Fondazione Memoria della Deportazione. Storia della Biblioteca Archivio Pina e Aldo Ravelli dal 2003 al 2013

Dieci anni di attività della Fondazione Memoria della Deportazione. Storia della Biblioteca Archivio Pina e Aldo Ravelli dal 2003 al 2013

a cura di Giovanna Massariello con la collaborazione di Massimo Castoldi ed Elena Gnagnetti Abstract La Fondazione Memoria della Deportazione, costituita nel 1999, riconosciuta giuridicamente nel 2001 e dal 2003 ammessa all’associazione dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (Insmli), compie quest’anno i dieci anni di attività. Si è proceduto al riordino, all’arricchimento e alla valorizzazione dell’Archivio Biblioteca Pina e Aldo Ravelli, riconosciuto da parte della Soprintendenza Archivistica della Lombardia di interesse storico particolarmente importante, per i materiali conservati inerenti alle “deportazione politica e razziale nei lager nazisti”. Si è lavorato sia all’Archivio cartaceo (Fondo Aned e Fondo Tibaldi catalogati e altri in attesa di catalogazione), sia a quello fotografico e audiovisivo, ancora parzialmente in fase di riordino. Al lavoro d’archivio la Fondazione ha affiancato negli anni una crescente attività didattica e culturale, organizzando mostre, conferenze, corsi, dibattiti sul contesto storico-politico della deportazione nazifascista, sulle testimonianze e sul loro rapporto col mondo di oggi, cercando di privilegiare la funzione di cerniera tra scuole, università, istituti di ricerca e pubbliche istituzioni.   Abstract english Unicoop Tirreno is a cooperative that has its roots in the history of Italy after World War II. The Historical Archive collects the documentation of the main cooperativa (which was founded in 1945 as Cooperativa La Proletaria and over the years has changed its name in Toscana, Lazio and finally Unicoop Tirreno) and of the various cooperatives that were transferred – for merger or incorporation, in 2011 the Foundation Memories cooperative was established to enhance its documentary material and carry out research on the history of cooperative in the Tyrrhenian coast. The Foundation’s commitment is to collect and tell stories by gathering information from their documents or directly from the protagonists, trying to also involve the younger generations. Ci è parso interessante, oltreché doveroso, nel decimo anno dell’attività della Fondazione Memoria della Deportazione (costituita nel 1999), ripercorrere le attività da essa promosse, benché nelle pagine del sito dell’Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti (Aned) siano state pubblicate relazioni annuali di attività e notizie degli eventi dei quali si è anche riferito in Triangolo Rosso. Si intende, pertanto, condurre il lettore attraverso un percorso cronologico e concettuale nel quale il lavoro svolto emerga con maggiore evidenza. La Fondazione, riconosciuta giuridicamente il 29 marzo 2001, dal 2003 è stata ammessa all’associazione dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (Insmli), nel cui portale sono inserite le attività e la descrizione dei fondi archivistici. Con atto dell’8 settembre 2004, l’“Archivio Biblioteca Pina e Aldo Ravelli” è stato riconosciuto di interesse storico particolarmente importante per i materiali conservati (cartacei, fotografici e audiovisivi) da parte della Soprintendenza Archivistica della Lombardia – Ministero per i Beni Culturali, poiché conserva “documentazione inerente la deportazione politica e razziale nei lager nazisti, in tutti gli aspetti a essa inerenti: storico, documentario, artistico, letterario, psicologico e iconografico”. L’Archivio Negli anni 2003 – 2008 un primo intervento di riordino delle carte è stato compiuto per opera dell’archivista Dott. Susanna Massari. Nell’autunno del 2009 è stato avviato il lavoro di revisione, integrazione e informatizzazione del fondo Aned Nazionale a cura della Dott. Sonia Gliera e con la collaborazione di Vanessa Matta: si rendeva necessario integrare gli atti esclusi dal riordino, sia quelli già presenti in Fondazione, sia quelli che l’Aned...

read more

La Fondazione Isec di Sesto San Giovanni: archivi e biblioteche per la storia

Posted by on Nov 27, 2013 in Memoria del quotidiano, Numero 33 - Memoria del quotidiano, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su La Fondazione Isec di Sesto San Giovanni: archivi e biblioteche per la storia

La Fondazione Isec di Sesto San Giovanni:  archivi e biblioteche per la storia

di Alberto De Cristofaro, Primo Ferrari Abstract La Fondazione Isec (già Istituto milanese per la storia della Resistenza e del movimento operaio) è una onlus costituita nel marzo 1973 con lo scopo di raccogliere, conservare, ordinare e porre a disposizione degli studiosi fonti documentarie e bibliografiche utili per ricostruire le vicende sociali, politiche ed economiche dell’Italia contemporanea. Ha raccolto negli anni un’imponente documentazione che permette di ricostruire la storia di personalità del mondo della politica e della cultura, di organizzazioni sindacali e partiti politici, di imprese. Possiede inoltre un cospicuo patrimonio librario, comprendente diverse biblioteche tecniche. La Fondazione Isec promuove ricerche e pubblicazioni di carattere storico, dando rilievo in particolare ai lavori di giovani studiosi. Organizza infine convegni, seminari, dibattiti pubblici sia nell’area metropolitana milanese sia in altre sedi italiane o straniere, in collaborazione con analoghe istituzioni culturali. Abstract english The Isec Foundation (previously Institute of Milan for the History of Resistance and the Labor Movement) it’s a non-profit established in March 1973 with the aim to collect, store, sort, and make available to researchers useful documentary and bibliographical sources for reconstructing the Italian contemporary political, economic and social events. Has collected over the years an impressive documentation that allows you to reconstruct the history of politicians and culture, trade unions and political parties, businesses. It also has a large collection of books, including several technical libraries. The Isec Foundation promotes research and historical publications, highlighting in particular the work of young researchers. Also organizes conferences, seminars, public debates both in the Milan area and in other Italian or foreign locations, in collaboration with similar cultural institutions. La Fondazione La Fondazione Istituto per la storia dell’età contemporanea (Isec) principiò nel marzo 1973, in una biblioteca alla periferia di Sesto San Giovanni (Mi), il suo lavoro di raccolta e valorizzazione di archivi e biblioteche. La spinta iniziale all’impresa venne da alcuni giovani intellettuali che avvertirono la necessità di concentrare in un unico luogo la documentazione relativa alla Resistenza nel Milanese e quella inerente la storia del movimento operaio a partire almeno dall’inizio del XX secolo. Da qui, da questa duplice esigenza, il primo nome dell’Isec, ovvero Istituto milanese per la storia della Resistenza e del movimento operaio (Isrmo). Il tessuto sociale e culturale di Sesto San Giovanni si prestava certamente a favorire l’iniziativa: la città era divenuta infatti nel corso del ’900 uno dei poli principali dell’industrializzazione italiana e durante la guerra di Liberazione si era contraddistinta per la qualità e la quantità degli sforzi condotti contro nazisti e fascisti (a Sesto, nel 1972, fu conferita la Medaglia d’oro al valor militare). Anche nel dopoguerra Sesto aveva mantenuto la sua caratteristica di grande polo industriale e dunque di centro di attività sindacali e politiche. In parallelo si era sviluppato anche un largo ventaglio di attività culturali di diversa matrice ideologica. Questo per dire che l’iniziativa dei fondatori dell’Istituto non nasceva dal nulla, ma aveva solide radici in una sensibilità diffusa che univa personalità di varia provenienza politico-ideologica, dai comunisti ai socialisti, dai repubblicani ai cattolici democratici. Oggi, a testimonianza del lavoro svolto in questi quarant’anni, la Fondazione, che ha depositi in due edifici contigui nel centro di Sesto San Giovanni (Foto 1. Foto 2.), conserva in estrema, e sicuramente difettiva, sintesi: – 5.000 metri lineari di documenti; – 80.000 volumi;...

read more

Laboratorio di Storia sociale “Memoria del quotidiano”

Posted by on Nov 27, 2013 in Memoria del quotidiano, Numero 33 - Memoria del quotidiano, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su Laboratorio di Storia sociale “Memoria del quotidiano”

Laboratorio di Storia sociale “Memoria del quotidiano”

di Giulia Nataloni Le fonti di natura diversa, prodotte in tempi diversi, per occasioni diverse richiedono un lungo lavoro per essere messe a confronto […]. Aprono prospettive che diversamente sarebbero irraggiungibili. Non servono a ‘completare’, a dare l’altra faccia, quella genuina, di base. Non c’è nulla che completa alcunché: ti apre una finestra su un’altra facciata, un’altra finestra (Calegari 2007, 31). Abstract Il Laboratorio di Storia sociale “Memoria del quotidiano” nasce dall’unione di due progetti che hanno avuto origine e sono cresciuti nel Campus di Rimini, Università di Bologna. Il primo in ordine di tempo è ImaGoOnline; nato nel 2004 come attività didattica, ha come obiettivo la raccolta di immagini fotografiche inedite, tratte da album familiari che vengono poi digitalizzate e inserite in un database online (http://www.imago.rimini.unibo.it/default.htm). A un anno di distanza un secondo progetto è andato ad affiancarsi e a completare ImaGo: l’Archivio delle voci. L’Archivio è nato con l’obiettivo di raccogliere e immortalare, tramite telecamera, le storie di vita di un campione di popolazione che vive in un paesino dell’entroterra marchigiano al fine di documentarne i cambiamenti sociali dal dopoguerra a oggi. I risultati di questa ricerca, oltre ad un libro, hanno incentivato la nascita di una serie di progetti volti a raccogliere altre storie di vita che sono state rese disponibili e consultabili tramite un sito internet (http://www.archiviodellevoci.eu/browse.php). Oggi quindi i risultati e le nuove ricerche di ImaGoOnline e dell’Archivio delle voci possono essere visualizzate a partire dai singoli siti oppure dalla home del Laboratorio di Storia sociale (www.laboratoriodistoriasociale.eu), che unisce e definisce meglio in un unico laboratorio il materiale raccolto, informando sulle ultime ricerche e le più recenti produzioni editoriali. Abstract english The Laboratory of Social History “Daily Memory” comes to life with the union of two projects that have originated and grew up in the Campus of Rimini , University of Bologna. The first in order of time is ImaGoOnline , born in 2004 as educational activities, has as its objective the collection of unpublished photographs, taken from family albums which are then digitized and entered into a database online (http://www.imago.rimini.unibo.it/default.htm ). A year after, a second project went side by side and complete ImaGo: the Archive of voices. The Archive is created with the aim to collect and capture through the camera, the life stories of a sample of the population living in a small town of the Marche region in order to document the social changes since World War II to the present. The results of this research, as well as a book, have encouraged the emergence of a number of projects to collect other stories of lives that have been made available and accessible through a website (http://www.archiviodellevoci.eu/browse.php). So today the results and new research of ImaGoOnline and Archive of the voices can be viewed from the individual sites or from the home of the Laboratory of Social History (www.laboratoriodistoriasociale.eu), which best combines and clarifies in a single laboratory the material collected , informing on the latest research and the most recent editorial productions. Spesso è capitato di chiedermi come poter descrivere, in modo conciso, il Laboratorio di Storia sociale “memoria del quotidiano”, ma non ho mai trovato una definizione abbastanza pertinente per rappresentarlo in tutta la sua complessità. Questo forse perché il Laboratorio ha diversi fini e funzioni e la...

read more

L’Archivio Ligure della Scrittura Popolare di Genova (Alsp)

Posted by on Nov 27, 2013 in Memoria del quotidiano, Numero 33 - Memoria del quotidiano, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su L’Archivio Ligure della Scrittura Popolare di Genova (Alsp)

L’Archivio Ligure della Scrittura Popolare di Genova (Alsp)

di Fabio Caffarena, Graziano Mamone Abstract L’Archivio Ligure della Scrittura Popolare (Alsp), istituito nel 1986, è un centro di ricerca del Dipartimento di Antichità, Filosofia, Storia dell’Università di Genova che ha lo scopo di raccogliere, catalogare e studiare esempi di scrittura privata di gente comune, in particolare epistolari, diari e memorie di emigranti, soldati, prigionieri. In quasi trenta anni di lavoro l’Alsp ha accumulato un patrimonio ingente, costituito da 348 unità archivistiche, per un totale di circa 60.000 carte e oltre 6.000 fotografie, ai quali si aggiunge un fondo di oltre 1000 quaderni di scuola e svariato materiale miscellaneo. L’Archivio si distingue da altre istituzioni simili, italiane e straniere, interessate alle testimonianze scritte popolari per le sue finalità eminentemente scientifiche. I documenti raccolti vengono utilizzati a livello didattico nell’ambito dello studio dei processi di alfabetizzazione e dell’uso della scrittura in contesti comuni, l’emigrazione, le due guerre mondiali, il fascismo. Abstract english The Ligurian Archive of Popular Writing (Alsp), born in 1986, is a research centre of the Department of Antiquity, Philosophy, History at the University of Genoa. Its aim is to collect, catalogue and study private writings by ordinary people: letters, diaries, memoirs by emigrants, soldiers and prisoners. In its almost thirty year history, Alsp has collected over 348 archival units, totaling 60.000 papers, and over 6.000 photos, and a file consisting of over 1000 school writing books. The difference between Alsp and many similar institutions in Italy and abroad is that its aim is primarily scientific. Documents are used to analyze issues such as literacy, the possible uses of writing, migration, the First and Second World Wars, Fascism. Un archivio tra storia e memoria La comparsa della memoria e della soggettività nella narrazione storica è strettamente correlata alla scelta e alla raccolta delle fonti in grado di farle risaltare in tutta la loro complessità. La forte relazione tra eventi e memoria che emerge dalle storie conservate nell’Alsp sembra assumere il ritmo di una fisarmonica capace di modularsi in maniera variabile – ora incalzante ed impetuosa, ora placida e riflessiva – a seconda della portata del vissuto. Attraverso le testimonianze scritte ed orali della gente comune è possibile penetrare gli eventi storici che hanno coinvolto uomini, donne, ma anche bambini, partendo da un punto di osservazione privilegiato: dall’interno e dal basso. L’Alsp ha nel tempo modificato il proprio primario intento genetico, legato alla dimensione “popolare”, estendendo la ricerca alla gente comune in senso più ampio, agli individui in genere, senza preclusioni di “classe”. Pur non perdendo la vocazione alla storia della quotidianità (seppur extra-ordinaria come nel caso, per esempio, della vita di trincea nella Grande guerra), l’archivio ha evidenziato un rapporto in continua ridefinizione con la documentazione che via via andava acquisendo. Lo scopo ultimo non è infatti trattare la scrittura come fine del discorso scientifico, all’interno degli steccati dei processi di scolarizzazione e delle pratiche di alfabetizzazione, bensì come tramite per la rappresentazione della mentalità degli individui. Si tratta di una prospettiva storiografica basata su frammenti deboli, su fonti fragili esposte ad un forte rischio di dispersione, tuttavia in grado di fornire risposte non trascurabili. Tali testimonianze rappresentano una straordinaria risorsa da indagare: esse comunicano su più frequenze, perché veicolano concetti registrati su più piani. A livello superficiale esprimono esigenze meramente comunicative; ad un livello medio sono portavoce...

read more

La Libera Università dell’Autobiografia. Un originale luogo di formazione e ricerca autobiografica

Posted by on Nov 27, 2013 in Memoria del quotidiano, Numero 33 - Memoria del quotidiano, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su La Libera Università dell’Autobiografia. Un originale luogo di formazione e ricerca autobiografica

La Libera Università dell’Autobiografia. Un originale luogo di formazione e ricerca autobiografica

di Caterina Benelli Abstract La Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari è un’Associazione culturale fondata nel 1998 da due studiosi di storie di vita: Duccio Demetrio e Saverio Tutino. Il contributo consegna una fotografia dell’Associazione con l’attenzione alla prospettiva didattica, alla progettazione e alla ricerca condotta negli oramai quindici anni di storia della Libera Università dell’Autobiografia. All’Associazione va il merito di aver portato ad Anghiari una moltitudine di persone di ogni età e provenienza che, attraverso la partecipazione ai corsi e alle iniziative culturali, hanno intrapreso un lavoro personale e professionale di ricerca di sé attraverso l’arte della scrittura. Abstract english The Free University of Anghiari is a cultural association founded in 1998 by two researchers of life stories: Duccio Demetrio and Saverio Tutino. The contribution delivers a exact description of the Association with attention to educational perspective, for design and research conducted in fifteen years of history of the Free University of Autobiography. The Association has the merit of having brought to Anghiari a multitude of people of all ages and backgrounds, through the participation to the courses and cultural initiatives, have undertaken a personal and professional work of self research through the art of writing. Il contributo intende tracciare un’immagine – seppur a grandi linee – della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari facendo riferimento in particolare alla sua storia, alla prospettiva didattica, alla progettazione e alla ricerca condotta negli oramai quindici anni di storia della Libera Università dell’Autobiografia: un’associazione culturale fondata nel 1998 patrocinata dal comune di Anghiari e dall’Università di Milano-Bicocca. Una storia nata da un felice incontro tra il giornalista Saverio Tutino (che ci ha lasciato nel novembre 2011) già fondatore dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve S. Stefano e il professore Duccio Demetrio, già docente di Educazione degli adulti, di Filosofia dell’educazione e di Metodologie autobiografiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Da segnalare che nel 2008 nel mese di settembre ha avuto luogo all’interno del Consiglio comunale di Anghiari, il conferimento della cittadinanza onoraria a Duccio Demetrio da parte delle autorità comunali: un passaggio significativo per la storia della Libera e la storia locale che decreta un nuovo senso di appartenenza al prof. Demetrio, ma anche all’Associazione da lui fondata assieme a Saverio Tutino. L’incontro tra i due studiosi e appassionati di memoria e autobiografie, ha dato vita alla Libera Università dell’Autobiografia, un’Associazione culturale fondata ad Anghiari uno dei borghi più belli d’Italia e Bandiera Arancione della Valtiberina toscana: un luogo che Tutino aveva indicato come ‘Polo della memoria’. Entrando alle porte del paese vediamo la scritta ‘Anghiari. Città dell’autobiografia’, ed è proprio di autobiografie che si occupa e che si è occupata in questi quindici anni l’Associazione, cogliendo le urgenze e le emergenze sociali di una società dinamica, in trasformazione che intende conoscere in profondità i cambiamenti in corso dei suoi protagonisti. La Libera Università dell’Autobiografia offre proposte culturali e formative rivolte a professionisti e persone intenzionate all’apprendimento di metodologie auto-biografiche per una ricerca personale e professionale. Sono dunque i soggetti in formazione al centro dell’interesse dell’Associazione. Numerose sono quelle persone che negli anni hanno vissuto ad Anghiari momenti di riflessione, di formazione, di crescita professionale e che poi, nella maggior parte dei casi, sono tornate per continuare a sviluppare le loro competenze attraverso percorsi avanzati, ma anche per mettere queste stesse competenze, affinate...

read more

L’Archivio della scrittura popolare della Fondazione Museo storico del Trentino

Posted by on Nov 27, 2013 in Memoria del quotidiano, Numero 33 - Memoria del quotidiano, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su L’Archivio della scrittura popolare della Fondazione Museo storico del Trentino

L’Archivio della scrittura popolare della Fondazione Museo storico del Trentino

di Quinto Antonelli Le origini L’Archivio della scrittura popolare nasce informalmente sul crinale degli anni Settanta del secolo scorso, per poi costituirsi nel 1987 come settore organizzato all’interno del Museo del risorgimento e della lotta per la libertà di Trento (ora Fondazione Museo storico del Trentino). All’origine dell’Archivio c’è l’attività del gruppo di storici legati alla rivista “Materiali di lavoro” che, a partire dal 1978, rompono con una tradizione storiografica tradizionalmente erudita e politico-istituzionale e, mutando prospettiva, cercano di ricostruire una storia “dal basso”, privilegiando nuovi protagonisti, i contadini, gli operai, i soldati, le donne, gli emigranti, i militanti politici di base, i “vinti” per citare Nuto Revelli e una delle sue opere maggiori (1977) e individuando nuove fonti. Tra queste, le scritture delle personi comuni (dalle lettere ai diari, alle memorie autobiografiche) introducono una dimensione più soggettiva nell’interpretazione dei fenomeni storici (Isnenghi 1992). La nascita dell’Archivio (la sua costituzione materiale come luogo di conservazione e di studio) è accompagnata negli anni da una costante riflessione teorica al confine tra storia, antropologia, letteratura, linguistica e paleografia. I temi fanno riferimento al carattere ricostruttivo e selettivo della memoria (luogo di costante aggiustamento rispetto alle necessità soggettive del presente e del gruppo di appartenenza), al rapporto tra testimonianze orali e scritture autobiografiche, alla sfida della storia “dal basso”: la necessità di far interagire biografie di uomini comuni e quadri d’insieme o, in altre parole, di contribuire con le loro stesse testimonianze, alla conoscenza dei processi e degli eventi di cui gli uomini comuni sono stati partecipi (Antonelli, Iuso 2000). Le scritture popolari costringono gli storici a lasciare da parte la storia un po’ astratta dell’uomo e della sua civiltà, per fare i conti con la storia di uomini realmente esistenti o esistiti che nascono e muoiono, che si legano tra loro con forti sentimenti di amore e di odio, che agiscono mossi da rappresentazioni e pulsioni soggettive, che sono immersi in una materialità fisica e biologica (Passerini 1988). I temi trattati nei seminari periodici che hanno punteggiato in questi anni la vita dell’Archivio hanno poi riguardato il processo di alfabetizzazione e la pratica diffusa della scrittura (Antonelli 2010); il rapporto tra scrittura, lettura e modernizzazione; le relazioni tra scrittura, senso dell’intimità e sfera degli affetti privati (la formazione dell’io); la complementarietà tra crescita dello Stato moderno ed estendersi delle pratiche della scrittura (Antonelli 1999a). Una definizione Iniziamo con una definizione sintetica: l’Archivio della scrittura popolare recupera, conserva e studia testi autobiografici, riconosciuti come popolari, ovvero di scriventi appartenenti a una classe sociale medio-bassa (artigiani e contadini, operai e commercianti) che condividono una prossimità sociale e una pressoché simile formazione scolastica. Ma si tratta di una scelta di campo praticata con una certa larghezza, volendo accentuare soprattutto il ruolo di scriventi comuni, contrapposto a quello di scrittori (professionisti della scrittura). Questa connotazione sociale è ciò che distingue il nostro da altri archivi autobiografici, ed esplicita una delle sue finalità non secondarie: affermare e rendere visibile l’esistenza di una pratica autobiografica popolare autonoma, contro una linea interpretativa per cui “saremmo costretti a racchiudere l’esperienza comunicativa delle classi popolari fra i due estremi dell’oralità che esclude la scrittura e della scrittura come espressione di un’emergenza sociale (nel senso di uno sradicamento e di un estraniamento dalla classe di appartenenza) che esclude l’oralità e la...

read more

L’Archivio degli Iblei: l’uso della rete per partecipare e suscitare interesse per la storia

Posted by on Nov 27, 2013 in Memoria del quotidiano, Numero 33 - Memoria del quotidiano, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su L’Archivio degli Iblei: l’uso della rete per partecipare e suscitare interesse per la storia

L’Archivio degli Iblei: l’uso della rete per partecipare e suscitare interesse per la storia

di Chiara Ottaviano   Abstract L’Archivio degli Iblei è un archivio on line, in libera consultazione, che prevede la più ampia partecipazione per il suo arricchimento. Conserva interviste a testimoni e studiosi, immagini digitali provenienti da collezioni pubbliche e private, testi e ricerche. Tutti i contenuti sono navigabili anche attraverso una sezione articolata per temi: In campagna; Il mangiare; La scuola; In trincea; La religione; La politica; Operai e artigiani; L’emigrazione; La seconda guerra mondiale; Consumi e tempo libero; Famiglia, generazioni e genere; Salute e malattie; Tradizioni popolari; Su Terra matta. Insiste sull’area della provincia di Ragusa, la più a sud d’Italia. Può diventare un modello di raccolta di documenti e diffusione della conoscenza storica ripetibile in altre periferie per il recupero e la valorizzazione di storie e saperi che possono rivelarsi materiale prezioso, soprattutto in un momento di crisi, per comprenderci e ripartire proprio dalla cultura. Abstract english The Iblei’s Archive is an archive online, for free consultation, which provides the widest participation for its enrichment. Preserves interviews with witnesses and experts, digital images from public and private collections, books and research. All contents are navigable through a section divided by themes: In the country; The food; The school; In the trench; Religion; Politics; Workers and craftsmen; Emigration; World War II; Consumption and leisure; Family , generations and gender; Health and illness; Popular traditions; On Terra Matta. Insists on the area of the province of Ragusa, the South of Italy. It can become a model of document collection and dissemination of historical knowledge repeatable in other suburbs for the recovery and development of stories and knowledge that may prove valuable material, especially at a time of crisis, to understand each other and restart specifically from the culture. L’Archivio degli Iblei è un archivio on line, in libera consultazione, nato all’interno del “Progetto Terramatta” ideato da Cliomedia Officina, la società da me fondata anni orsono attiva nel campo sia della ricerca storica che della comunicazione della conoscenza della storia anche attraverso le tecnologie digitali. Il progetto, articolato in due principali direzioni, prende il nome da Terra matta, l’autobiografia di Vincenzo Rabito edita da Einaudi nel 2007 e già vincitrice del Premio Pieve Santo Stefano promosso dall’Archivio diaristico nazionale. Rabito era un umile cantoniere nato a Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa, nel 1899, che da autodidatta assoluto in tarda età ha scritto migliaia di pagine tanto sgrammaticate quanto avvincenti, ma soprattutto capaci di suggerire sguardi nuovi per la comprensione di aspetti ben noti o poco conosciuti del secolo scorso: una miniera di suggerimenti e indizi per la storia delle mentalità, del genere, della sessualità, dei consumi, delle pratiche legate alla religione e alla politica e altro ancora. Insomma quel vasto campo di interessi che, secondo la lezione di Peter Burke (2004), possiamo considerare parte della storia culturale. Primo obiettivo del progetto è stato la realizzazione del film documentario Terramatta; Il Novecento italiano di Vincenzo Rabito analfabeta siciliano, da me prodotto e sceneggiato con la regia di Costanza Quatriglio, presentato alla 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2012 e vincitore nel 2013 del Nastro d’argento come miglior documentario dell’anno. Nel marzo del 2013, attraverso un convegno di studi svoltosi a Chiaramonte Gulfi, è stato annunciato il secondo degli obiettivi: la costruzione dell’Archivio degli Iblei, che è dunque solo...

read more

Tra classe e soggettività. Le voci e i suoni dei “senza-storia”. Fonti autobiografiche negli Archivi e nella storia dell’Istituto Ernesto de Martino

Posted by on Nov 10, 2013 in Memoria del quotidiano, Numero 33 - Memoria del quotidiano, Numero 33 - Novembre 2013, Numero 33 - Rubriche | Commenti disabilitati su Tra classe e soggettività. Le voci e i suoni dei “senza-storia”. Fonti autobiografiche negli Archivi e nella storia dell’Istituto Ernesto de Martino

Tra classe e soggettività. Le voci e i suoni dei “senza-storia”. Fonti autobiografiche negli Archivi e nella storia dell’Istituto Ernesto de Martino

di Antonio Fanelli Abstract L’articolo è diviso in due parti, una prima dedicata alla storia e all’attività dell’Istituto Ernesto de Martino, alle pubblicazioni e alla metodologia della ricerca sul campo, lungo un arco storico di mezzo secolo che privilegia le connessioni tematiche e il dibattito teorico relativo alle fonti orali biografiche e la loro rappresentatività socio-culturale, e una seconda invece che esplora il vasto patrimonio archivistico conservato dall’Istituto con una capillare ricognizione nelle diverse sezioni della Nastroteca delle fonti autobiografiche e delle storie di vita. L’attenzione e la sensibilità verso le autobiografie intese nel senso attuale di testimonianze di vita della gente comune e della vita quotidiana è una acquisizione molto recente e il lungo lavoro dell’Istituto de Martino, vi ha contribuito in vario modo, sia sul versante storico-antropologico della ricerca sul campo sia nella valorizzazione delle testimonianze orali e dei repertori personali di musiche tradizionali e di canti sociali nei dischi dell’etichetta “I Dischi del Sole” delle Edizioni del Gallo – Bella Ciao. “Negli anni Sessanta, quando cominciavamo a registrare storie di vita, ci ripetevamo a vicenda due indicazioni fondamentali: primo, non appoggiare il microfono sullo stesso piano su cui si posava il magnetofono, per non registrare anche il ronzio del motore; secondo, non spegnere mai il magnetofono” (Coggiola 1999, 164; corsivo mio). 1. Dalle voci dell’Altra Italia alle storie di vita. La rappresentatività socio-culturale delle testimonianze orali Nel 1994 a Bologna al Seminario “Le fonti orali nell’archivio” Franco Coggiola, presidente dal 1980 al 1996 dell’Istituto Ernesto de Martino (d’ora in poi IEdM) e Conservatore della Nastroteca sin dalla fondazione dell’Istituto nel 1966, forniva nella sua relazione dei Consigli pratici per una buona registrazione di interviste e storie di vita (Coggiola 1999). Nel terzo paragrafo entreremo nel merito delle indicazioni metodologiche fornite da Coggiola, ma prima è utile inquadrare questo intervento nella vicenda più ampia della storia dell’IEdM, segnalando sin da subito come l’interesse per le storie di vita, le fonti autobiografiche e il rilievo per la soggettività, siano degli ‘esiti’ di un lungo percorso di ricerche sul campo e di attività politico-culturali piuttosto che dei ‘presupposti’ fondativi espressi nella mission dell’Istituto che ha nella Premessa allo Statuto stesa da Alberto Mario Cirese il suo documento programmatico (Cirese 1976). Sin dalla sua nascita a Milano nel 1966, come centro di studi e di raccolta del materiale di ricerca del gruppo di lavoro delle Edizioni del Gallo e del Nuovo Canzoniere Italiano (d’ora in poi NCI), reduce dal clamore per lo spettacolo Bella Ciao a Spoleto nel 1964 e da Ci ragiono e canto con Dario Fo nel 1966, l’IEdM si pone come uno strumento di analisi del materiale di ricerca e di elaborazione di proposte di intervento politico-culturale basate sull’attenzione alle voci e alle storie dell’Altra Italia. La denominazione completa è infatti “Istituto Ernesto de Martino per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario”. L’ideatore e la figura di riferimento è Gianni Bosio (Bermani 2011, Fanelli 2009a) storico del movimento operaio, militante socialista vicino a Lelio Basso (Fanelli 2009b) e ‘organizzatore di cultura’. Direttore dal 1953 al 1964 della casa editrice del PSI, le Edizioni Avanti! (Mencarelli 2011, Fanelli-Scotti 2012), Bosio fu una figura originale nell’ambito della sinistra marxista del tempo, che egli contribuì a rinnovare sia come storico (Bosio 1981, 2002) sin dalla...

read more
Share This