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Posted in Numero 51 - Dicembre 2019, Numero 51 - Laboratorio, Numero 51 - Rubriche

Ottobre-Dicembre 1935: il partito conservatore britannico e i riflessi della guerra Abissina.

Ottobre-Dicembre 1935: il partito conservatore britannico e i riflessi della guerra Abissina.

Abstract

La crisi etiopica rappresenta, com’è noto, uno dei momenti di svolta decisivi per gli equilibri internazionali negli anni tra le due guerre. Vista dalla prospettiva britannica, e in particolare da quella degli ambienti del partito conservatore, essa può essere vista come uno dei momenti che misero maggiormente in risalto la debolezza ma soprattutto l’ambiguità in politica estera del National Government, egemonizzato proprio dal partito di Baldwin. Incarnazione di questo atteggiamento fu il ministro degli Esteri Samuel Hoare, che nelle convulse settimane che seguirono l’annuncio dell’invasione italiana dell’Etiopia finì nello stesso tempo per essere artefice e vittima di una linea politica giocata costantemente sul filo del rasoio. Ricostruendo dall’ottica delle varie anime del partito conservatore britannico le concitate fasi che vanno dallo scoppio della guerra, all’inizio di ottobre del 1935, fino al dicembre di quello stesso anno, ovvero al fallimento del Piano Hoare-Laval, questo contributo intende delineare i tratti i tratti caratterizzanti di quella svolta che si consumò nei rapporti tra ampi strati del mondo conservatore e il fascismo. I due mesi che seguirono lo scoppio della guerra d’Etiopia e il conseguente naufragio dell’ambiguo progetto di Hoare lasciarono cicatrici profonde. Anche se la rottura definitiva si sarebbe compiuta di fatto solo nel giugno del 1940, essi segnarono in modo indelebile i rapporti tra i due paesi. Pur non eliminando definitivamente il dialogo tra Londra e Roma, infatti, la crisi Abissina tolse ai rapporti tra il fascismo e il partito conservatore quell’alone retorico di benevola, paternalistica amicizia – in taluni casi di entusiastico sostegno – che sin dalla marcia su Roma era stato costruito e rinsaldato con il contributo della stampa, degli osservatori politici, degli ammiratori più o meno occasionali e dei giudizi provenienti dai vari ambienti culturali allo scopo di legittimare una comunanza d’intenti che, all’indomani di quella crisi, si scoprì definitivamente essere contraddistinta unicamente da precisi calcoli politici.

di Gianni Silei

Ottobre-Dicembre 1935: il partito conservatore britannico e i riflessi della guerra Abissina

 Il 3 ottobre 1935, alle ore 13.00, il Ministero per la Stampa e Propaganda diramava il comunicato numero 10. In quel testo, riportato il giorno successivo da tutti i principali giornali italiani, si denunciava «l’aggressione continuata e sanguinosa» alla quale era stata «sottoposta l’Italia negli ultimi decenni» e si annunciava ufficialmente che il Comado superiore in Eritrea aveva ricevuto l’ordine di occupare «talune posizioni avanzate, oltre le nostre linee»[1].

Le operazioni militari erano iniziate senza alcuna dichiarazione di guerra alle cinque del mattino di quello stesso giorno quando i tre corpi d’armata italiani guidati da De Bono attestati lungo il corso d’acqua del Mareb avevano iniziato la loro avanzata (Rochat, 48-74). L’attacco faceva seguito al discorso tenuto da Mussolini da Palazzo Venezia nel tardo pomeriggio del giorno prima con il quale, facendo appello alla «Italia proletaria e fascista», l’«Italia di Vittorio Veneto e della Rivoluzione [fascista]», egli aveva annunciato che «un’ora solenne stava per scoccare nella storia della Patria»[2]. Le parole di Mussolini erano state accompagnate da una capillare mobilitazione propagandistica interna (Bricchetto, 22-65) ma anche internazionale, dalla quale non era rimasta ovviamente esclusa la Gran Bretagna. L’ambasciatore a Londra Dino Grandi, le rappresentanze degli ex-combattenti, le scuole e gli altri enti italiani presenti nella capitale del Regno Unito, come riportò enfaticamente la stampa del regime, avevano seguito le parole del capo del fascismo salutandole con entusiastiche ovazioni[3].

Il precipitare della crisi etiopica coglieva il governo britannico in una fase estremamente delicata tanto sotto il profilo internazionale, quanto su quello interno, soprattutto alla luce delle imminenti elezioni, previste per il mese di novembre. Tuttavia, l’attacco italiano non giungeva affatto inaspettato. Sin dal gennaio del 1935, un mese dopo l’incidente di Ual Ual, che aveva dato inizio alla crisi, allorché il Daily Telegraph avanzò indiscrezioni sui colloqui tra Laval e Mussolini, John Simon aveva confessato a Geoffrey Thompson il timore che gli italiani avessero l’intenzione di occupare l’Etiopia. Ancora prima (addirittura nel 1926), memori di quanto avvenuto durante la crisi di Corfù nel 1923, gli ambienti del Foreign Office avevano già ipotizzato una nuova «esplosione di politica estera» fascista di lì a 6-10 anni[4].

Quanto ai conservatori, per quanto avessero simpatizzato con il fascismo, vedendo in Mussolini e nelle sue camicie nere un baluardo contro la diffusione del bolscevismo, anch’essi erano ben consci che l’incidente di confine tra Italia e Abissinia rappresentava il preludio di una crisi ben più ampia. Non nutriva illusioni in tal senso Anthony Eden e neppure il sottosegretario agli Esteri Robert Vansittart, che già nel febbraio del 1935, dopo aver redatto un rapporto dai toni allarmati, non aveva esitato a rivolgersi direttamente ad uno sconcertato Dino Grandi invitandolo a «non farsi illusione sull’atteggiamento dell’opinione pubblica britannica» nei confronti di una possibile guerra coloniale da parte italiana (Silei, 526). Tuttavia, anziché seguire la linea della fermezza, come ad esempio consigliava Vansittart, il National Government optò da subito per un atteggiamento ondivago, fatto di blandi ammonimenti seguiti da aperture diplomatiche, col risultato che Mussolini finì per interpretarlo «almeno all’inizio per debolezza e forse anche per un tacito consenso» (Del Boca 1979, 263).

La situazione era progressivamente precipitata finché nel mese di settembre, di fronte agli evidenti preparativi militari da parte italiana e al salire della tensione, dagli ambienti ginevrini era trapelato un crescente pessimismo che aveva puntualmente trovato spazio su parte della stampa britannica[5]. L’annuncio della mobilitazione da parte di Addis Abeba contribuì a rafforzare i timori, al punto che non furono poche le testate che parlarono di una guerra imminente.

Per quanto non inattesa, la notizia dell’attacco fece comunque precipitare la situazione. La comunicazione ufficiale dell’attacco al governo britannico giunse dall’ambasciatore Grandi che, in assenza del ministro Samuel Hoare, alle dieci del mattino del 3 ottobre era stato ricevuto proprio da Vansittart. Questi non nascose il proprio sconcerto, dichiarando all’ambasciatore italiano che il regime si era appena assunto una «enorme e lamentevole responsabilità» (Mori, 103-104). Di fronte all’accaduto, tuttavia, da Whitehall non emerse alcuna chiusura, come testimoniava il fatto che Dino Grandi, dopo aver parlato con con Vansittart, incontrò Herbert Samuel, per poi intrattenersi a colazione con l’ex ministro degli Esteri Austen Chamberlain. Anthony Eden, che in quel momento ricopriva la carica di Minister for League of Nations Affairs era comunque subito partito alla volta di Parigi per incontrare Laval. Una mossa che confermava le apprensioni britanniche e nello stesso tempo, anche in considerazione degli sviluppi successivi della vicenda, la volontà inglese di concertare con Parigi una linea comune da presentare a Ginevra.

Mentre gli ambienti governativi britannici manifestavano un cauto disappunto, sconcerto e indignazione accompagnarono le reazioni degli ambienti vicini alla Società delle Nazioni presenti all’interno del partito conservatore. Queste dichiarazioni di condanna si aggiungevano a quelle che nel frattempo provenivano copiose dal Labour, dalle organizzazioni antifasciste ma anche (fatto da non sottovalutare) dall’Africa britannica, timorosa che l’aggressione italiana scatenasse un’ondata di nazionalismo in tutto il continente (Procacci, 149-174). L’opinione pubblica britannica restò profondamente turbata dalla notizia. Da tempo essa era in maggioranza pacifista e favorevole al ricorso allo strumento dell’arbitrato internazionale come strumento della risoluzione delle controversie internazionali. Simbolo di questo sentimento prevalente era stato l’esito del Peace Ballot, il questionario sulla sicurezza collettiva promosso dal National Declaration Committee della League of Nations Union, presieduta dal conservatore Lord Robert Cecil, distribuito nel corso del 1934 e i cui risultati, largamente favorevoli ai principi dell’arbitrato, erano stati resi noti nel mese di giugno del 1935.

Mentre a Ginevra il Comitato dei Sei della Società delle Nazioni riceveva l’incarico di pronunciarsi circa le eventuali violazioni proprio dell’articolo 12 Covenant, una nuova ferma condanna giunse dagli ambienti conservatori vicini alla League of Nations Union i quali, tramite Vyvyan Adams, indirizzarono una lettera a Samuel Hoare chiedendo che la Royal Navy assumesse l’iniziativa nell’area del canale di Suez impedendo un ulteriore afflusso di uomini e mezzi italiani in zona di guerra[6].

Il 7 ottobre, la Società delle Nazioni si pronunciava contro l’Italia, annunciando l’avvenuta violazione dell’articolo 12. Tre giorni più tardi, sempre da Ginevra, giunse la notizia della creazione di uno speciale organismo di coordinamento, incaricato di valutare, previa nomina di un Comitato di lavoro, le misure sanzionatorie da applicare all’Italia. Fu in questo clima che dall’Inghilterra cominciarono ad arrivare notizie di tensioni con la comunità italiana: il 10 ottobre, il Guardian riportò la notizia che in molti cinema britannici, West End londinese compreso, il pubblico aveva accolto con fischi e boati di disapprovazione un cinegiornale che mostrava Vittorio e Bruno Mussolini imbarcarsi dal porto di Napoli insieme alle altre truppe destinate alla campagna in Africa[7]. La notizia si aggiungeva ad altre corrispondenze da Londra di alcuni giorni prima che parlavano di ristoranti italiani boicottati, di vetrine infrante di attività italiane e di un mercantile italiano giunto nel porto di Cardiff accolto da grida ostili. Per quanto significativi, questi atti di intolleranza rimasero limitati a pochi episodi isolati.

Mentre l’ala “societarista” dei Tories si univa allo sdegno delle forze di sinistra e pacifiste nel condannare l’Italia fascista, la destra del partito conservatore si attestava su posizioni diametralmente opposte. Anch’essa si era attivata immediatamente tanto sul piano propagandistico, cercando di giustificare o comunque di minimizzare l’accaduto, sia facendo direttamente pressione nei confronti del National Government. Quattro giorni dopo l’annuncio dell’invasione, il Daily Mail pubblicò l’esito di un Counter Ballot, che a sua volta seguiva il National Test Vote che la Morning Post aveva pubblicato nel febbraio del 1935 (anch’esso in risposta al Peace Ballot). Per quanto datato (il sondaggio era iniziato in settembre), e dunque fosse superato dal precipitare degli eventi ed oltretutto opinabile sul piano della sua attendibilità scientifica, esso fornì risultati diametralmente opposti rispetto al questionario della LNU, suffragando così le posizioni della destra conservatrice.

I lettori del giornale di Rothermere si dissero infatti per quasi il 75% contrari a sanzioni economiche e per oltre l’80% contrari a sanzioni militari contro l’Italia. Più del 95% era inoltre favorevole ad una politica di riarmo da parte britannica e quasi il 69% era addirittura contrario ad una permanenza britannica all’interno della Società delle Nazioni, giudicata screditata ed incapace di salvaguardare gli interessi imperiali.

Fu in quella circostanza che, forte anche di queste argomentazioni, Leo Amery, già Primo Lord dell’Ammiragliato e Segretario di Stato alle Colonie, espresse la sua contrarietà a qualsiasi ritorsione nei confronti dell’Italia.  Una settimana più tardi egli si recò da Baldwin a capo di una delegazione composta da un centinaio di membri delle due Camere, dalla quale, come egli stesso annotò sul suo diario, essi tornarono delusi e irritati per l’atteggiamento ambiguo del primo ministro, che si era mostrato preoccupato unicamente delle sorti del governo alla luce delle imminenti elezioni politiche (Thompson N., 78).

A questa campagna dei Die-Hard conservatori, si aggiunse una capillare opera di controinformazione finanziata direttamente dal fascismo, tutta volta a contrastare quella avviata dalle varie associazioni filo-etiopiche che stavano nel frattempo organizzandosi in tutto il Regno Unito (Goglia). Tra i più attivi in questo senso si mostrò Victor Fisher, ammiratore di Mussolini e del fascismo di lunga data, il quale, dietro diretto sostegno dell’ambasciata italiana a Londra, fondò il British-Italian Council for Peace and Friendship. Attraverso questa associazione e tramite gli articoli pubblicati sulla Morning Post e sulla Saturday Review, due testate tra le più attive nel sostenere le tesi filo-italiane, Fisher appoggiò esplicitamente la battaglia del fascismo contro quelle che venivano definite come «le selvagge popolazioni etiopiche» (quindi avvalorando la tesi della “missione civilizzatrice” italiana che lo stesso fascismo aveva sostenuto ad uso interno), scagliandosi ripetutamente contro le «follie ginevrine» della Società delle Nazioni che, a suo parere, rischiavano di portare il mondo sull’orlo di un nuovo conflitto mondiale.

Al di là di queste prese di posizione, era evidente come il vero oggetto del confronto tra il governo britannico e il fascismo non riguardasse tanto l’Etiopia quanto i futuri equilibri nel Mediterraneo. In questo scacchiere, la tradizionale egemonia britannica sembrava essere rimessa in discussione e di questo il governo britannico pareva esserne conscio. Più volte infatti, in un passato neppure troppo recente, gli alti comandi militari britannici avevano messo in guardia circa l’impreparazione delle forze presenti nell’area nel difendere i principali obiettivi strategici (Malta, l’Egitto, il Medio Oriente) non tanto in caso di una guerra contro l’Italia ma soprattutto nella eventualità di un conflitto su più vasta scala. Per quanto da Londra si cercasse il più possibile di mascherarla, tanto sul piano interno che su quello internazionale, questa impreparazione (che avrebbe trovato una drammatica conferma nell’andamento delle operazioni militari in Nord-Africa durante la prima fase della seconda guerra mondiale) ebbe probabilmente un peso importante nell’atteggiamento attendista mostrato da parte del governo Baldwin (Quartararo, 802).

Evidentemente conscio di questa situazione, e forse anche con l’intento di dare nuova linfa al Fronte di Stresa, sottoscritto nell’aprile del 1935 e di fatto andato in fumo nel mese di giugno con la firma dell’accordo navale anglo-tedesco, il fascismo aveva dal canto suo avanzato, sia immediatamente prima che subito dopo l’invasione dell’Etiopia, ripetute e significative aperture diplomatiche (Labanca, 39-46). Ad esempio, già il 2 ottobre, nel momento in cui aveva messo al corrente Grandi dell’imminenza dell’avvio delle operazioni militari, Mussolini lo aveva pregato (cosa che Grandi stesso fece due giorni dopo) di prospettare a Baldwin una «simultanea smobilitazione nel Mediterraneo», preludio alla «apertura di trattative con Londra» riguardanti lo scacchiere africano. Questi passi, che nelle intenzioni italiane dovevano in qualche modo confermare la volontà di mantenere buoni rapporti con le potenze amiche, trovarono indiretta conferma nei giorni immediatamente successivi allo scoppio della guerra attraverso alcune dichiarazioni rese da Mussolini al giornale francese Paris Soir e subito rilanciate dal Times diretto da Geoffrey Dawson e poi dall’Observer di Garvin.

Tuttavia, proprio nel momento in cui il fascismo rilanciava una sorta di “doppia politica” nei confronti della Gran Bretagna, Londra, a sua volta preoccupata anche dall’atteggiamento ambiguo del governo francese, sembrava voler abbandonare ogni titubanza. Le dichiarazioni a favore della Società delle Nazioni rilasciate da Anthony Eden radiotrasmesse dalla BBC l’11 ottobre, parevano infatti lasciare poco spazio alle interpretazioni:

Non possiamo permetterci il lusso di tardare – dichiarò – In questo momento si uccidono uomini e si distruggono case. L’azione dev’essere rapida, e dev’essere efficace, se la Società [delle Nazioni] deve raggiungere lo scopo per cui è stata costituita… Ci siamo assunti obblighi solenni e da questi obblighi non sfuggiremo… L’avvenire della Società e tutto quanto essa afferma può dipendere dalla pronta ed efficace azione che essa intraprenderà per questa crisi. Per quanto riguarda il governo di S.M. del Regno Unito, io posso darvi questa assicurazione: come abbiamo cominciato così continueremo[8].

L’apice della tensione si raggiunse tra il 14 e il 16 ottobre. Come ricordò Raffaele Guariglia nelle sue memorie, Grandi riferì che in quei giorni che a Londra si era avuta «la sensazione che la guerra fra l’Italia e l’Inghilterra stesse per scoppiare da un momento all’altro» (Guariglia, 18).

Il 19 ottobre, a Ginevra, veniva stilata la lista delle sanzioni da adottare nei confronti dell’Italia. Fu a questo punto che l’atteggiamento britannico verso l’Italia tornò ad ammorbidirsi. Il fatto che l’adozione delle misure proposte spettasse all’azione dei singoli Stati membri e soprattutto che tra le misure sanzionatorie proposte non ve ne fossero di militari consentì al governo britannico di dirsi favorevole alle sanzioni (e dunque di non alienarsi eccessivamente i favori di una opinione pubblica sempre più critica nei confronti dell’invasione fascista) ma, nello stesso tempo, di mantenere aperto un canale di dialogo con lo stesso regime.

La tensione restava tuttavia alta e, con essa, i rischi di un allargamento del conflitto. Le voci in tal senso crebbero al punto che in discorso pubblico tenuto a Worchester, Baldwin fu costretto a smentire ufficialmente l’esistenza di piani britannici volti a rovesciare Mussolini circolati in quei giorni:

È convinzione diffusa all’estero – disse – che uno dei principali scopi della condotta adottata da questo paese sia quello di combattere e rovesciare il fascismo in Italia. Questa è una pericolosa bugia. Quale governo abbia l’Italia è questione che riguarda solo l’Italia. È lontano il tempo in cui questo paese cercava di rovesciare, con le armi o con qualsiasi altro metodo, una forma di governo esistente in un altro paese… Quale che sia la forma di governo in Italia, questo non influisce minimamente sul nostro modo di vedere e sulla nostra linea di condotta[9].

Nel frattempo, il 20 ottobre, sotto la presidenza di Alfred Zimmern, le associazioni di Oxford condannarono l’aggressione italiana e approvarono una risoluzione nella quale si chiedeva con forza che la crisi abissina fosse risolta attraverso un accordo internazionale sotto gli auspici della Società delle Nazioni (Waley, 34).

Due giorni più tardi, la crisi approdava finalmente in Parlamento. Fu proprio Samuel Hoare ad aprire il dibattito alla Camera Comuni, confermando che la linea del governo non era affatto cambiata rispetto al recente passato: «I then warned hon. Members of the gravity of the Abyssinian controversy» – dichiarò – «and of our double intention to carry out the Covenant, on the one hand, and, on the other hand, to explore every permissible line of settlement and conciliation». In tutta risposta egli ricevette da Clement Attlee, intervenuto subito dopo, l’ammonimento a non abbandonare la linea di fermezza nei confronti del rispetto delle regole della Società delle Nazioni e della salvaguardia della pace[10]. Non poche perplessità sulla linea di condotta auspicata da Hoare, che oltretutto era parso debole ed incerto nei toni (forse anche a causa dei problemi di salute che lo stavano affliggendo), furono manifestate anche dal liberale Herbert Samuel il quale, dopo aver espresso dubbi sulla efficacia di sanzioni unicamente economiche, evidenziò inoltre come fosse a dir poco «imbarazzante» (e nello stesso tempo emblematico) che si discutesse di una crisi di tale gravità nell’ultima seduta della Camera prima dello scioglimento previsto per l’appuntamento elettorale[11].

La maggioranza dei Tories avallò comunque l’operato dell’esecutivo, dicendosi favorevole ad una cauta linea societarista. Particolarmente critico fu invece l’intervento della deputata indipendente Eleanor Rathbone, che denunciò come il governo apparisse chiaramente diviso in due fazioni: «una che credeva veramente e si fidava della Lega delle Nazioni, e una che non credeva in essa, la considerava un “delirio sentimentale” che tuttavia poteva essere sfruttato come strumento per persuadere l’elettorato ad acconsentire ad una politica di riarmo». La crisi etiopica poteva essere evitata agendo per tempo, dichiarò. Ma il governo non l’aveva fatto[12].

Al dibattito ai Comuni, conclusosi alle 11 di sera del 22 ottobre, fece seguito il giorno successivo, il dibattito alla Camera dei Lord. Qui, com’era logico attendersi, non pochi furono coloro che, tra i ranghi del partito conservatore, giustificarono o addirittura difesero apertamente l’operato del fascismo. Assolutamente contrario alle sanzioni si dichiarò Lord Mottistone, che già si era espresso pubblicamente in tal senso in un discorso a Lincoln pronunciato pochi giorni prima. Su posizioni analoghe si attestarono, tra gli altri, Lord Mansfield, Lord Peel, Lord Howe, Lord Cavan e Lord Rennell, già ambasciatore a Roma dal 1908 al 1919. Tra i sanzionisti appartenenti allo schieramento conservatore, di fatto l’unica personalità di spicco presente restava quella di Lord Cecil[13].

Questo atteggiamento di sostanziale accondiscendenza nei riguardi di Mussolini non era solo il retaggio dei buoni rapporti che da lunga data legavano la destra dei Tories a colui il quale, ai loro occhi, aveva salvato l’Italia dal bolscevismo ma derivava dalla presa d’atto dell’esistenza di reciproci e convergenti interessi di politica internazionale tra Italia e Regno Unito, interessi che travalicavano le sorti del debole stato africano. Queste posizioni non erano solo presenti nei circoli della destra conservatrice ma anche negli stessi ambienti della corona, a cominciare da re Giorgio V e dal Principe di Galles. Inoltre, nonostante fosse sempre più evidente che la questione abissina avrebbe rappresentato un «test case» decisivo per la Società delle Nazioni, come lo stesso Eden aveva dichiarato proprio in Svizzera (Lessona, 171) l’esito delle imminenti elezioni non andava assolutamente dimenticato. Il partito conservatore giocò dunque una duplice carta: quella di non opporsi all’adozione di blande sanzioni senza tuttavia restare invischiato in una rigida adesione alle tesi societarie.

Così, mentre i circoli vicini alla League of Nations Union portavano avanti, assieme alle altre organizzazioni favorevoli alle sanzioni, la loro battaglia per una più rigida applicazione del Covenant e mentre sull’altro versante l’ala destra del partito e gli altri gruppi filofascisti continuavano a difendere Mussolini dai paladini del societarismo, Stanley Baldwin, dal governo, poté combattere una battaglia elettorale su posizioni ufficiali di un moderato appoggio alle tesi ginevrine, mitigate dal non voler isolare l’Italia né la punirla oltre misura.

Riguardo a quest’ultimo aspetto, giova qui sottolineare come tra la fine di ottobre e la metà di novembre – dunque in piena campagna elettorale – vi fossero stati contatti segreti (tra l’altro all’insaputa dello stesso ambasciatore Grandi) tra un emissario di Mussolini, il generale Ezio Garibaldi, compagno d’armi di Samuel Hoare durante la Grande Guerra, e il governo britannico. In quel frangente l’Italia era tornata a proporre un accordo bilaterale sul mediterraneo. Quei negoziati erano andati falliti perché da parte britannica si avanzarono riserve (piuttosto strumentalmente, se si considerano i successivi accordi Hoare-Laval) circa l’accoglimento da parte dell’opinione pubblica di un accordo italo-inglese siglato proprio mentre la crisi etiopica era nella sua fase più acuta. Anche se si erano concluse con un nulla di fatto, quelle trattative erano comunque il segnale della volontà del governo di non escludere pregiudizialmente una soluzione del problema etiopico al di fuori della Società delle Nazioni e di comune accordo con la Francia (con la quale peraltro il 26 ottobre era stato firmato un patto di assistenza che consentiva alle unità della Royal Navy di usare i porti francesi in caso di un conflitto proprio con l’Italia).

Il National Government mostrava dunque di non scartare dunque nessuna ipotesi, ma neppure di voler adottare alcuna decisione definitiva. Il manifesto elettorale firmato da Stanley Baldwin, Ramsay MacDonald e John Simon era, da questo punto di vista, lo specchio evidente di questa ambiguità di fondo:

The League of Nations will remain, as heretofore, the keystone of British foreign policy. The prevention of war and the establishment of settled peace in the world must always be the most vital interest of the British people, and the League is the instrument which has been framed and to which we look for the attainment of these objects.

We shall therefore continue to do all in our power to uphold the Covenant and to maintain and increase the efficiency of the League. In the present unhappy dispute between Italy and Abyssinia where will be no wavering in the policy we have hitherto pursued. We shall take no action in isolation, but we shall be prepared faithfully to take our part in any collective action decided upon by the League and shared in by its Members. We shall endeavour to further any discussion which may offer the hope of a just and fair settlement, provided that it be within the framework of the League and acceptable to the three parties to the dispute – Italy, Abyssinia and the League itself[14].

Decretate il 7 novembre, le sanzioni divennero operative il 18 novembre successivo, esattamente quattro giorni dopo la vittoria elettorale delle forze del National Government. Fu proprio l’entrata in vigore delle sanzioni e il dibattito avvenuto nel dicembre del 1935 attorno ad un loro inasprimento a mettere definitivamente a nudo l’ambiguità della linea del governo britannico e in particolare del suo ministro degli Esteri.

Pensando di ricorre all’escamotage rivelatosi vincente in occasione dell’incidente di Corfù del 1923, Samuel Hoare, dietro pressione della destra del suo partito, degli ambienti della corona e dello stesso governo di Parigi, ruppe gli indugi e si fece promotore di una soluzione diplomatica: il piano Hoare-Laval. L’idea (ancora una volta avanzata da Vansittart) era quella di trovare una soluzione che soddisfacesse le velleità italiane sull’Etiopia e che nello stesso tempo, scavalcando di fatto la Società delle Nazioni, riavvicinasse l’Italia al Regno Unito e alla Francia.

Il 5 dicembre, di fronte ai Comuni, in procinto di partire per la Francia ed incontrarsi con Laval, Hoare fece la sua mossa:

The world urgently needs peace. We and the French, acting on behalf of the League and in the spirit of the League, are determined to make another great effort for peace. We have no wish to humiliate Italy or to weaken it. Indeed, we are most anxious to see a strong Italy in the world, an Italy that is strong, morally, physically and socially, and that is able to contribute to the world valuable assistance. I appeal once again to Signor Mussolini and his fellow-countrymen — and I make no such attempt as the hon. Member made just now to draw a distinction between them — I appeal once again to Signor Mussolini and his fellow-countrymen to dismiss entirely from their minds the suspicion that we have sinister motives behind our support of the League. We have none. Let them dismiss from their minds the suspicion that we wish to drive a wedge between Italy and France. We wish to see Italy and France the firmest friends, and we are glad that we were able to help in the entente that brought Italy and France together at the beginning of the year[15].

Le indiscrezioni giornalistiche che avevano accompagnato e seguito il viaggio di Hoare a Parigi e che circolarono prima sul New York Times, poi sulla Morning Post, sul Daily Mail e sul Telegraph, avrebbero dovuto preparare l’opinione pubblica in vista di questa clamorosa svolta (o forse anche, ancora una volta, saggiarne le reazioni). Di fatto, esse sortirono l’effetto diametralmente opposto. Non solo infatti l’opinione pubblica manifestò preoccupazione e dissenso, ma ben presto gli stessi ambienti imperialisti, di fronte ad una soluzione che poteva dare l’impressione di un disimpegno inglese in una zona nevralgica, si mostrarono fortemente critici.

Alla fine, Hoare si trovò attaccato su due fronti. Il 13 dicembre 1935 la pubblicazione integrale delle proposte avanzate a Mussolini aumentò lo sdegno dell’opinione pubblica. A parte la Morning Post, tutta la stampa britannica si mostrò critica rendendo la posizione di Hoare sempre più difficile. Il 17 dicembre il Times, in un crescendo di editoriali di fuoco, scrisse senza mezzi termini che il piano anglo-francese «era morto». Era il preludio ad una clamorosa marcia indietro da parte di Baldwin. Incapace di venire a capo delle contraddizioni della sua stessa “doppia politica”, travolto dalla sollevazione dell’opinione pubblica, Hoare finì per essere isolato e poi abbandonato dal suo stesso governo e ricoprire così il ruolo di utile capro espiatorio. Dopo aver ricevuto pubblici elogi durante il dibattito parlamentare, fu infatti indotto alle dimissioni. Nel suo discorso di commiato, egli ribadì quali erano stati i motivi che avevano ispirato la sua linea:

Ever since I have been at the Foreign Office I have been obsessed with the urgency of two grave issues. Day in and day out I have been obsessed with the urgent necessity of doing everything in my power to prevent a European conflagration. Secondly, I have been no less obsessed with the urgent duty of doing everything in my power to avoid an isolated war between Great Britain and Italy. I believe that those two grave issues were two of the issues that were mainly in the minds of the electors at the last Election, the fear, on the one hand, of a general European conflagration; the fear, on the other hand, of isolated war between Great Britain and Italy. When the Election came to an end, war had already been in progress for some weeks. We had done our best to stop its outbreak. I, myself, had done everything within my power to mobilise world opinion against it at the Assembly at Geneva. In spite of our efforts the war broke out, and every day that it continued it involved the world in greater and more dangerous problems. There was trouble in the East; there was trouble in Egypt; there was trouble brewing in more than one quarter of Europe; and, not least, there was the depressing fact that the war seemed to be compromising British relations with a large body of public opinion in France[16].

A succedergli veniva chiamato Anthony Eden, popolare paladino del societarismo e dunque simbolo di un irrigidimento delle posizioni del governo inglese nei confronti dell’Italia. Il piano Hoare-Laval era davvero morto. Nel plaudire a questa soluzione l’Economist commentò parlando di «trionfo dell’opinione pubblica»[17]. In Italia, la notizia delle dimissioni, battuta dall’agenzia Reuters, fu immediatamente colta per quello che effettivamente significava: «una concessione governativa per placare in qualche modo la bufera scatenatasi sopra tutto sulle proposte di Parigi nel loro testo e nelle loro cosiddette “concessioni all’aggressore”»[18]. In ogni caso, la spiegazione forse più rispondente alla verità dei fatti fu quella fornita da Dino Grandi:

 «fino al mese di agosto [del 1935]» – commentò – «le grandi masse britanniche erano sostanzialmente indifferenti alla questione abissina. Il Governo conservatore montò una macchina per utilizzarla sia a fini di politica interna sia a fini di politica estera […]. Poi Baldwin ha voluto fermare questa macchina lanciata a velocità pericolosa. La macchina ha slittato, i freni non hanno tenuto»[19].

Per i rapporti tra Londra e Roma si apriva una nuova e ben più incerta fase. Una cosa, tuttavia, era certa: Baldwin, Hoare e i conservatori avevano fallito. E questa non sarebbe stata l’ultima volta.

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[1] Il comunicato n.10, Il Corriere della Sera, 4 ottobre 1935, p. 1.

[2] Italia di Vittorio Veneto e della Rivoluzione, in piedi!, Il Corriere della Sera, 3 ottobre 1935, p. 1.

[3] La vivissima ripercussione a Londra, Il Corriere della Sera, 3 ottobre 1935, p. 3.

[4] Memorandum on the Foreign Policy of His Majesty’s Government with a List of British Commitments in their Relative Order of Importance, undated, submitted to Sir A. Chamberlain under cover of a minute, April 10, 1926 by Mr. Gregory, in Documents on British Foreign Policy, Series Ia, vol. I, pp. 858 e ss. Si veda anche Letter from Sir Graham to Mr. Lampson, Rome, April 30, 1926, in Documents on British Foreign Policy, Series Ia, vol. I doc. 488, p. 701.

[5] Pessimism at Geneva, Shields Daily News, 28 September 1935, p. 1.

[6] V. Adams Papers cit. in Daniel Phillip Waley (1975), p. 37.

[7] Si trattava verosimilmente di Mussolini’s Sons Leave Italy By Ship, 1935, Reuters – Gaumont British Newsreel, 29/08/1935, in < https://www.britishpathe.com/video/VLVACOYJ56REOJKBMJ7MUZKA47JD-MUSSOLINIS-SONS-LEAVE-ITALY-BY-SHIP>.

[8] Cit. in Gaetano Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale, p. 490.

[9] Cit. in G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale, cit. p. 519.

[10] House of Commons Debates, 22 October 1935, vol. 305, cc. 17-47.

[11] Ivi, cc. 47-58.

[12] Ivi, cc. 127-130.

[13] House of Lords Debates, 23 Octobe

r 1935, vol. 98, cc.1134-1184.

[14] 1935 Conservative Party General Election Manifesto, A call to the nation: the joint manifesto of the leaders National Government (Stanley Baldwin, J. Ramsay MacDonald and Sir John Simon), The Times, October 28, 1935.

[15] House of Commons Debates, 5 December 1935, vol. 307, cc. 319-432.

[16] House of Commons Debates, 19 December 1935, vol. 307, cc. 2007-2017.

[17] The Economist, 21 December 1935.

[18] Nuovi Sviluppi politici in Inghilterra e in Francia, Il Corriere della Sera, 19 dicembre 1935, p. 5.

[19] Cit. in R. Guariglia, Ricordi, cit., p. 299.

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