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Posted in Numero 38 - Giugno 2015, Numero 38 - Rubriche, Numero 38 - Scaffale, Scaffale

Gerardo Nicolosi: Perché un Dizionario del liberalismo italiano? E perché un volume biografico?

Gerardo Nicolosi: Perché un Dizionario del liberalismo italiano? E perché un volume biografico?

di Gerardo Nicolosi

L’idea di un Dizionario del liberalismo italiano nasce tra il 2004 e il 2005 a corollario di una ricerca sul ruolo dei liberali italiani dall’antifascismo alla Repubblica, alla quale parteciparono studiosi e docenti di diverse università italiane, che ebbero modo di confrontarsi in occasione di più convegni (Siena, Napoli, Padova) ed i cui risultati sono stati poi raccolti in due corposi volumi pubblicati da Rubbettino nel 2008 e nel 2010 (I liberali italiani dall’antifascismo alla Repubblica). Rispetto all’apertura di questo nuovo fronte di ricerche,  è da sottolineare il grande interesse suscitato nella comunità scientifica, soprattutto tra i giovani ricercatori, molti dei quali infatti sono autori di saggi nei volumi sopracitati e poi di contributi sul Dizionario, rispetto al quale il campo delle collaborazioni si è di molto ampliato, anche in considerazione del suo taglio pluridisciplinare.

Queste ricerche costituirono l’occasione per riflettere sull’importanza del liberalismo nella storia d’Italia, un’importanza per molti anni rimasta in ombra, non sufficientemente messa in evidenza non solo dalla storiografia, ma dal discorso pubblico in genere. Tutto ciò ha avuto a che fare con il declino che la cultura liberale ha avuto a partire dagli anni Sessanta. É a partire da questa fase e per tutti gli anni Settanta e Ottanta, che la cultura liberale è coltivata ormai soltanto in ambienti “di nicchia”, per citarne alcuni:  la “scuola” di Matteucci a Bologna; i fedelissimi seguaci di Croce riuniti attorno ad Alfredo Parente nella “Rivista di Studi Crociani”; a livello politico il piccolo PLI di Malagodi, che dopo il successo nelle elezioni del 1963 va di molto riducendo il suo peso, sebbene continui a svolgere una importante attività sul piano culturale, ma che sino agli anni Ottanta veleggia attorno al 2-3%; poi «Il Mondo» di Pannunzio, che però aveva dato il meglio di sé negli anni Cinquanta e con la morte del direttore, nel 1968, in sostanza chiude i battenti.

Tutto ciò ha favorito una quasi totale perdita di memoria del “liberalismo” italiano, della sua storia effettiva, nonché di buona parte dei suoi protagonisti, ciò che equivale a dire, la totale perdita di memoria di buona parte della storia d’Italia. Da qui la necessità di un Dizionario del liberalismo italiano in due volumi, un primo dedicato ai lemmi, pubblicato per Rubbettino nel 2011, ed un secondo alle biografie, uscito per gli stessi tipi nel 2015, sotto la direzione di Giampietro Berti, Dino Cofrancesco, Luigi Compagna, Raimondo Cubeddu, Elio d’Auria, Eugenio Di Rienzo, Francesco Forte, Tommaso Edoardo Frosini, Fabio Grassi Orsini, Giovanni Orsina, Roberto Pertici. Una operazione, tengono a precisare i direttori, che non vuole essere un tentativo di “sistematizzazione”, che mal si addice alla materia liberale, che non vuole chiudere un discorso, ma che semmai vuole aprirlo.

E vengo ora a trattare più specificatamente del secondo volume del Dizionario del liberalismo italiano, cioè quello dedicato alle biografie. Intanto non si può fare a meno di premettere come il genere biografico sia stato in generale poco “frequentato” dalla storiografia. Nella introduzione ad un Dictionary of liberal biography curato da Duncan Brack (1998), Ben Pimlott notava come il genere biografico costituisca spesso il percorso migliore per comprendere la storia, perché ne è elemento essenziale. Come scriveva Thomas Carlyle «la storia è fatta in sostanza di innumerevoli biografie», cioè ogni movimento o idea poggia sulla partecipazione, e sempre sulla ispirazione e sulla leadership, di individui. Ed ancora, Pimlott notava come non fosse un caso che in Inghilterra il genere biografico fosse associato alla cultura liberale, perché i liberali hanno sempre dato particolare enfasi alla unicità dell’individuo e del suo agire nel campo della politica, dell’economia, della cultura, dell’arte, ecc..

Nel caso italiano il discorso è più o meno analogo: la storiografia di matrice liberale ha dato indubbiamente un valore significativo all’aspetto biografico, ai protagonisti della storia: un caso paradigmatico è quello della Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 di Federico Chabod, significativamente ripartita in due parti, la prima dedicata a Le passioni e le idee ed una seconda dedicata a Le cose e gli uomini, in cui le biografie di Visconti Venosta, Nigra, de Launay, di Robilant, Lanza, Minghetti e Vittorio Emanuele II  non sono un superfluo corollario alla ricostruzione storica, ma ne sono parte integrante, elemento essenziale per comprendere  in pieno le linee di politica estera perseguite dalla diplomazia italiana e la costruzione della rete delle relazioni internazionali che hanno caratterizzato una delle fasi cruciali della storia del Regno d’Italia. Su questa stessa scia si colloca poi forse la più bella biografia politica mai scritta in Italia, che è quella di Rosario Romeo su Cavour, pubblicata in anni in cui molta attenzione veniva invece riservata ad altri settori di ricerca. E forse, se ci pensiamo bene, non è un caso che Renzo De Felice, un ex allievo dell’Istituto Croce, abbia voluto far ruotare il suo monumentale studio del fascismo attorno alla biografia di Mussolini.

In generale però il genere biografico, ripetiamo, non è stato molto frequentato, con tutto ciò che ne consegue circa la possibilità di mettere a fuoco pienamente i fatti, le idee, quindi rispetto alla possibilità di una piena comprensione dei processi storici. Per avere un’idea di questo ritardo, basti pensare che soltanto nel 1989 viene dedicata attenzione ad Antonio Salandra in un libro che però si fermava al 1914 (M. M. Rizzo, Politica e amministrazione in Antonio Salandra, 1875-1914, Galatina 1989), un soggetto sul quale la storiografia è ritornata soltanto recentissimamente, nel 2012 (F. Lucarini, La carriera di un gentiluomo. A. Salandra e la ricerca di un liberalismo nazionale, 1875-1922, Il Mulino, Bologna 2012), libro quest’ultimo che però non prende in considerazione il passaggio di Salandra all’opposizione dopo il 3 gennaio 1925. Di esempi del genere d’altronde se ne potrebbero portare svariati e non solo in relazione alla storia dell’Italia liberale – manca, per esempio, una biografia di Emilio Visconti Venosta! –  se si pensa che ancora non disponiamo di una biografia di Leone Cattani e l’unico volume scritto su Niccolò Carandini è in tedesco.

Un discorso diverso va fatto riguardo alle biografie collettive, rispetto alle quali invece in Italia si deve registrare un certo progresso a partire dagli anni Ottanta, quando cominciano a essere biografati i grandi corpi dello stato (pioneristico a questo proposito è il Repertorio bio-bibliografico dei funzionari del Ministero degli Affari Esteri, 1861-1915, promosso e curato da uno dei direttori del DLI, Fabio Grassi Orsini, pubblicato nel 1987). Ad oggi disponiamo di ottimi repertori  che riguardano alcuni importanti “corpi collettivi”, come quello dei Consiglieri di Stato – uno studio promosso e curato da Guido Melis (Il Consiglio di stato nella storia d’Italia, voll 1-2, Giuffrè, Milano 2006) – o quello che riguarda i giuristi o altri strumenti analoghi pubblicati per cura del MIBAC ed ancora altri sui quali necessiterebbe a questo punto un repertorio. Un grande vuoto è stato di recente colmato con la pubblicazione del repertorio dei senatori del Regno d’Italia, a cura dell’Archivio Storico del Senato, dal quale è possibile avere un quadro abbastanza netto della classe dirigente italiana di quegli anni. Una situazione quindi che è andata migliorando e che sopperisce in parte ai ritardi del Dizionario Biografico degli Italiani che di recente però ha fortunatamente ripreso la sua marcia, grazie ad una direzione ora più energica ed efficiente.

Oltre a ciò, si aggiunga la constatazione della mancanza di un Dizionario che prendesse in considerazione la famiglia politica liberale, mentre invece esistono opere del genere su quasi tutti i movimenti politici: si pensi al recente Dizionario del comunismo nel  XX secolo, a cura di S. Pons e R. Service, Einaudi, Torino 2006 o ai più datati, ma non meno importanti Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, 1860-1980, diretto da Francesco Traniello e Giorgio Campanini, Marietti, Torino 1981-1997; Il movimento operaio italiano: dizionario biografico, 1853-1943, curato da Franco Andreucci e Tommaso Detti, Editori Riuniti, Roma 1979 ed il Dizionario biografico degli anarchici italiani, diretto da Maurizio Antonioli e Giampietro Berti, BES, Pisa 2003-2004. Abbastanza indicativo è che al fenomeno fascista siano stati dedicati addirittura ben tre contributi quali il Dizionario del fascismo, a cura di V. De Grazia e S. Luzzatto, Einaudi, Torino 2002-2003, il Dizionario del fascismo: storia, personaggi, cultura, economia, fonti e dibattito storiografico, a cura di A. De Bernardi, Scipione Guarracino, Mondadori, Milano 2006 e il Dizionario dei fascismi: personaggi, partiti, cultura e istituzioni in Europa dalla grande guerra a oggi, a cura di Pierre Milza, Bompiani, Milano 2006. Così come l’ultimo dei numerosi contributi dedicati alla Resistenza, a partire dai sei volumi della Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza di cui primo direttore fu Pietro Secchia (Milano, La Pietra 1968-1989), è stato pubblicato soltanto qualche anno fa col titolo Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti, R. Sandri e F. Sassi, Einaudi, Torino 2002-2003.

Come è stato scritto nell’introduzione al II° volume, predisporre una parte biografica in un’opera interamente dedicata al liberalismo italiano è apparso come “qualcosa di assolutamente irrinunciabile”, come un’occasione da non perdere per cercare di colmare un vuoto di carattere scientifico e culturale. A quella introduzione, che invito  a leggere attentamente, rimando per ciò che riguarda anche i criteri di scelta dei personaggi da biografare, che sono improntati al principio della “inclusività”. Non entro nel dettaglio, ma a prevalere è stato il principio secondo il quale andavano incluse quelle personalità la cui vicenda politica e intellettuale abbia avuto un rapporto con la storia del liberalismo italiano. Ciò significa che tali personalità possono avere avuto un contatto con la cultura liberale, un apprendistato, un percorso di formazione o anche una tardiva conversione liberale.

Mi sembra esemplificativo il caso di Giovanni Gentile, che per anni è stato il più intimo collaboratore di Croce. In relazione agli anni del secondo dopoguerra, pensiamo per esempio a quelle personalità che hanno avuto un contatto con la cultura liberale e poi hanno militato in formazioni diverse dal Partito liberale, come Ugo La Malfa. In questi casi, si è trattato di ricostruire dei percorsi biografici dai quali emerge nettamente come quella cultura di formazione, indipendentemente dall’affiliazione partitica, abbia continuato a produrre effetti, emergendo in qualche caso a seconda della contingenza. Rimanendo al caso di Ugo La Malfa, come non ricordare che egli fu in qualità di Ministro del commercio estero del VII governo De Gasperi il promotore e realizzatore di quella liberalizzazione degli scambi che fu una delle premesse del boom economico?

Un discorso diverso è stato invece quello che ha riguardato quelle personalità che si sono poste in modo critico nei confronti del liberalismo o in posizione interlocutoria con esso (Mazzini, Cattaneo, Salvemini, Rosselli e Sturzo). Si è trattato cioè di rendere conto anche delle critiche al liberalismo ed anche degli apporti che quelle critiche hanno favorito nei confronti del metodo liberale: si pensi al lascito di Mazzini per la definizione del principio di nazionalità di Pasquale Stanislao Mancini, che fu “dottrina” della nostra diplomazia unitaria!

Poi, certo, ci siamo trovati stretti tra un problema di fattibilità, in rapporto alle forze di cui abbiamo potuto disporre, ed il timore di dare un’immagine riduttiva del liberalismo italiano, quando invece esso ha rappresentato non soltanto l’idea guida dell’unità nazionale, ma per lungo tempo anche il punto di riferimento politico-culturale di intere generazioni di italiani, ed anche indipendentemente dallo schieramento politico di appartenenza.

Quale utilità può avere un dizionario biografico del liberalismo italiano? In primo luogo, credo sia uno strumento importante per la comprensione delle diverse accezioni del liberalismo italiano. Come sarà noto, il liberalismo non è il marxismo, non ha un corpo unitario, ha una natura “fluida”, mutevole, si alimenta della storia. Attraverso il vissuto delle personalità biografate è possibile ricostruire i suoi diversi percorsi, le sue diverse declinazioni e capire come esso si sia modulato attraverso il tempo e abbia risposto alle sfide che di volta in volta ha dovuto fronteggiare.

In secondo luogo, anche in relazione a quanto si diceva sopra, questa parte biografica è un ottimo strumento per la ricostruzione di buona parte della storia d’Italia, per la ovvia considerazione che il liberalismo era la cultura prevalente, costituiva l’idea-guida della classe politica che ha retto le sorti dello stato sino all’avvento del fascismo. Ma non trascurabile è l’ausilio che il Dizionario può offrire per la ricostruzione di alcuni passaggi chiave della storia d’Italia successiva, con particolare riferimento all’opposizione morale al fascismo, alla resistenza, alla transizione repubblicana, al centrismo degasperiano, ma anche all’impegno nell’amministrazione centrale dello Stato e nell’apparato finanziario e imprenditoriale ed alle realizzazioni nel mondo della cultura, dell’arte, del giornalismo. In relazione all’Italia repubblicana, questo Dizionario dimostra come in realtà una classe dirigente liberale sia esistita e sia andata oltre lo stesso Partito liberale, con ruoli che non sono stati affatto di secondo piano (si pensi alla figura di Guido Carli).

Ovviamente, molte cose ci sarebbero da dire e molte sono le suggestioni che un’opera del genere può offrire. Vorrei concludere ricordando che uno dei moventi di questa operazione è stato quello di rispondere al deficit di cultura liberale che ci circonda. Per cultura liberale qui ovviamente non si fa riferimento al retroterra di idee proprie di un partito politico, ma, come ha bene espresso Roberto Vivarelli in un convegno senese di qualche anno fa, si fa riferimento “ad un sistema di valori” a “quei fermenti ideali” che sono la linfa delle libere istituzioni e che dovrebbero essere vivi, attivi nell’insieme della vita pubblica e dovrebbero infondere la vita e la cultura di tutte quelle formazioni politiche che si riconoscono in un determinato sistema politico. Ecco, forse riguardo a ciò ogni ottimismo potrebbe apparire improprio. Mi preme però ricordare che, almeno nelle intenzioni di chi scrive, questo corpus di biografie non è da intendersi come la rappresentazione di una civiltà perduta, vite che sono espressione di un qualcosa che non può più ritornare. In questo Dizionario c’è una bella voce dedicata a Giacomo Leopardi, in  cui si può leggere di questa tensione alla “supremazia dell’antico”. Nulla di tutto ciò, anzi, vogliamo sperare che quest’opera venga intesa nel suo significato opposto: le 404 voci biografiche coprono un periodo che parte dai primi dell’Ottocento e giunge quasi sino a noi, attraversano cioè due secoli di vita italiana e pertanto non possono non restituire una immagine “viva” del liberalismo, semplicemente perché sono la testimonianza della sua capacità di rinnovarsi. Se, insomma, le idealità, i principi cui si sono ispirate le vite che sono state ricostruite in questo volume hanno costituito, con varia gradazione e intensità, una presenza costante nella nostra vita nazionale, anche nei suoi momenti più bui e tormentati, perché non credere che tutto ciò possa ripetersi?

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