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Posted in Articoli, Numero 34 - Articoli, Numero 34 - Febbraio 2014

Periferie, speculazione ed edilizia popolare. Il dibattito socialista europeo sulla città “moderna” (1900-1914)

Periferie, speculazione ed edilizia popolare. Il dibattito socialista europeo sulla città “moderna” (1900-1914)

di Carlo Andrea Stazzi

Abstract

Il saggio intende ricostruire il dibattito e le riflessioni dei riformismi socialisti europei sul “protagonismo urbano” dei primi anni del XX secolo. Attraverso il dibattito sul “comune moderno” e sul “municipio nuovo” il movimento operaio europeo giunge alla reinterpretazione del concetto di socialismo municipale. Nelle riflessioni sui nuovi ruoli da affidare al comune si intravede la nascita di quello che possiamo definire un socialismo “dal volto urbano”, capace di penetrare con competenza nella “nebulosa” riformatrice europea grazie all’acquisizione di quei “saperi professionali” determinanti di fronte alle sfide poste dallo sviluppo della città “moderna”.

Abstract english

Suburbs, Speculation and Public Housing. The European socialist debate on the “Modern” City (1900-1914) The essay focuses on the European socialist reformism debates and observations regarding the cities spaces and policies during the first years of the twentieth century. Through the debate on the “modern town council” and on the “new town council”, the European workers’ movement reinterpreted the concept of local socialism. Starting from these reflections, a qualified “local” socialism emerges, thanks to the technicians new skills facing challenges placed by the expansion of the “modern” city.

Introduzione

Questo saggio intende ricostruire il dibattito e le riflessioni dei riformismi socialisti europei sul “protagonismo urbano” dei primi anni del XX secolo. Per “protagonismo urbano” intendiamo l’importanza rivestita dai problemi connessi all’espansione delle città (Degl’Innocenti 1997; 2002).

In tale ambito, le amministrazioni locali svolgono un ruolo fondamentale: “da un lato definendo le prime forme di controllo dell’espansione urbana (piani regolatori) e della qualità degli alloggi (regolamenti edilizi); dall’altro sperimentando la gestione di nuovi servizi pubblici” (Bigatti 2002, 265).

Attraverso il dibattito sul “comune moderno” e sul “municipio nuovo” il movimento operaio europeo giunge alla reinterpretazione del concetto di socialismo municipale (Punzo 2002). A fare da sfondo all’intera questione rimane la classica tematica della cultura municipalista dei riformismi europei (Bini, Parisi 2010; Dogliani, Gaspari 2012).

Nelle riflessioni sui nuovi ruoli da affidare al comune si intravede la nascita di quello che possiamo definire un socialismo “dal volto urbano”, capace di penetrare con competenza nella “nebulosa” riformatrice europea grazie all’acquisizione di quei “saperi professionali” determinanti di fronte alle sfide poste dallo sviluppo della città “moderna”.

I socialismi europei sembrano passare, in questi anni, da una visione del “comune socialista” come comune “autonomo”, in versione antistatalista, a quella del municipio “contraente” di funzioni proprio con lo Stato.

La questione dell’autonomia amministrativa, quindi, si trasforma nella semplice richiesta di una riforma dell’attività tutoria predisposta dalle autorità centrali (attraverso prefetti e giunta provinciale amministrativa) che affidi loro compiti esclusivamente di vigilanza.

La lettura dei fenomeni urbani conduce alcuni esponenti del socialismo europeo a interrogarsi sulla questione dei ceti medi, dei “cittadini-consumatori” (Barbalace 1994), dell’urbanistica municipale. Attraverso queste tematiche, i leader del movimento operaio si inseriscono nel dibattito animato dalle culture riformiste intorno alla “questione urbana”, contribuendo, così, alla circolazione del discorso sulla città “moderna”.

In quest’ottica, tre libri divengono esemplificativi: quello di Giovanni Montemartini1 sui servizi pubblici del 1902 (Montemartini 1902), quello di Ivanoe Bonomi sulla riforma del fisco locale del 1903 (Bonomi 1903) e, infine, quello di Alessandro Schiavi, del 1910, sulle case a buon mercato e le città-giardino (Schiavi 1911).

Appunto il socialismo dal “volto urbano”: niente a che vedere con quello inteso come “mondo a parte”, interessato alla conquista di “isole rosse”. I tecnici ne sono gli artefici, gli assessori e i consiglieri comunali, soprattutto delle medie e grandi città, la più chiara espressione. Da qui il contributo socialista alla nascita dell’“Internazionale municipale” (“Union Internationale des Villes) a Gand nel 1913 (Dogliani 2002; Payre, Saunier 2000; Saunier 2001; Stazzi 2011).

Bibliografia di riferimento e dibattito storiografico

Nel 2001 lo storico tedesco Uwe Kühl cura un volume dal titolo Der Munizipalsozialismus in Europa: Le socialisme municipal en Europe (Kühl 2001) riportando l’attenzione della storiografia sull’argomento e confermando lo stretto legame tra socialismo municipale e fenomeno urbano e tra il primo, le dinamiche di centralizzazione e decentralizzazione dei poteri e i rapporti tra intervento pubblico e mercato.

In Italia a fare da “apripista” alla trattazione, in prospettiva europea, di tali tematiche è il libro, a cura di Maurizio Degl’Innocenti (1984), dal titolo Le sinistre e il governo locale in Europa.

Impostazione riproposta nel numero della rivista francese “Genèses” dedicato ai Municipalismes (Pinol, Magri 1993). Nel saggio introduttivo, incentrato sulla definizione delle nuove funzioni del “comune moderno”, si delinea il ruolo dei municipi come agenti attivi della modernizzazione e della costruzione delle politiche sociali moderne.

In Italia, le diversità tra municipi (grandi o piccoli, rurali o urbani, ecc.) e tra politiche adottate ha indotto gran parte degli storici a trattare i singoli casi in maniera a se stante, con il conseguente sviluppo della storia locale.

Un modo differente di occuparsi di politiche municipali e socialismo comunale è quello di identificare e studiare figure di assessori, sindaci, studiosi, ecc. È il caso dei lavori francesi su Henri Sellier (Burlen 1987; 1995; Guerrand, Moissinac 2005) e Maurice Halbwachs (Topalov 1997) o di quelli italiani su Alessandro Schiavi (Bianciardi 2005; De Maria 2003; Dogliani 1990; Ridolfi 1994) e Giovanni Montemartini (Aa.Vv.).

Unire il filone degli studi sul municipalismo, pur non calandolo in alcun caso specifico, con le riflessioni legate alle nuove idee di razionalizzazione e controllo delle città può essere utile. Infatti, contribuendo alla formazione di un milieu scientifico e appropriandosi di competenze specifiche, i tecnici socialisti riescono a rendere più spendibile la loro forza politica all’interno delle amministrazioni comunali.

Il legame tra la nascita dell’urbanistica e la modernizzazione dei canali di intervento pubblico dei comuni e dello Stato è un’altra importante chiave di lettura del dibattito europeo intorno al “comune moderno” (Gaudin 1989).

Pochi, però, i testi che uniscono le riflessioni dei protagonisti socialisti a livello municipale con le tematiche poste dallo sviluppo squilibrato delle città inserendole in un flusso europeo di conoscenze e competenze. Fondamentale, da questo punto di vista, il numero monografico Les socialistes et la ville (1890-1914) dei “Cahiers Jaurès”. Nell’introduzione al volume, Frédéric Moret insiste sull’importanza di comprendere come i socialisti si impossessano della “questione urbana” (2005, 3).

La rivista “Contemporary European History” dedica, anch’essa, un numero monografico alle Municipal Connections: Co-operation, Links and Transfers among European Cities in the Twentieth Century (2002). Importante risulta essere poi il numero della “Labour History Review” sulle Transnational ideas, activities and organization in labour history, 1860-1920, con il saggio di Shelton Stromquist incentrato proprio sugli “urban socialists”, coloro che prediligono le problematiche municipali come ambito principale della propria attività politica (2009).

Dal confronto con la questione urbana, le riflessioni sull’autonomia fiscale e impositiva dei municipi, la circolazione internazionale di nuove tecnologie, le pratiche dell’intervento pubblico comunale (municipalizzazioni, fondi contro la disoccupazione, Uffici municipali del lavoro) nasce un municipalismo socialista più tecnico e fattivo (Magri, Topalov 1989; Topalov 1990).

Il caso francese. La Federazione socialista della Senna

Nei primi dieci anni del Novecento “giunte popolari” governano la capitale francese e fanno da battistrada ai “blocchi popolari” dell’età giolittiana. Nelle elezioni del maggio 1908 sono dieci i membri della Sfio nel consiglio municipale parigino; nel 1914 già diciassette. Nel consiglio generale della Senna2 i radicali, nel 1908, occupano trentacinque seggi e la Sfio solamente dodici (seppur quattordici sono conquistati dai “socialisti indipendenti”3). Nel 1914 sono ventiquattro gli eletti della Sfio, raggiungendo la quota dei seggi radicali, mentre i “socialisti indipendenti” ne conquistano solamente otto. Come fanno i socialisti francesi ad acquistare una tale forza elettorale all’interno delle amministrazioni locali?

La corrente municipalista della Sfio decide di costruire un’estesa rete politica e culturale con al centro l’attenzione per il “governo del locale”. Nel 1907 nasce la “Federazione nazionale delle autorità locali socialiste”4. Dal febbraio del 1908 inizia a muovere i primi passi il “Groupe d’Études Socialistes”: un corpo di accademici “militanti” desiderosi di portare, nel Partito socialista, un programma più razionale “basato su studi socio-economici” (Payre 2002, 533). Per far parte del Gruppo occorre essere: “socialista, ammettere l’utilità dell’azione municipale e legislativa, considerare il partito socialista, sezione francese dell’Internazionale operaia, come la sola espressione del socialismo in Francia” (Prochasson 1999, 144).

Al centro di queste iniziative politiche e culturali ci sono Albert Thomas, Henri Sellier ed Edgard Milhaud, i quali si concentrano, soprattutto, sull’azione municipale socialista, comprendendo come i problemi di Parigi vadano “iscritti nello spazio dell’agglomerazione urbana” (Bonzon 2005, 7). Thomas, già nel 1910 eletto deputato per l’arrondissement di Sceaux, nel 1912 diviene sindaco di Champigny. Contemporaneamente Sellier (commissario generale, nel 1910, del Partito socialista per il dipartimento della Senna) diviene, a soli ventisette anni, sindaco di Puteaux (periferia a ovest di Parigi).

Con lo scopo di rafforzare l’azione municipale, i socialisti pubblicano i “Cahiers du socialiste” dal giugno 1908 e inaugurano a Parigi, nel maggio del 1912, il “Bureau d’informations municipales” (direttore è Georges Gelly). L’obiettivo è costruire un dettagliato e innovativo programma municipale per la Federazione socialista della Senna (segretario Pierre Dormoy).

Il riformismo socialista francese integra vocazione cooperativa (Sellier è presidente della cooperativa “La Rivendication” e uno dei protagonisti della fondazione, nel 1912, della Federazione unitaria delle cooperative) e municipalismo socialista.

Dal 1908 “la riflessione municipale è alla base della corrente riformista della Sfio” (Rebérioux 1987). La metà dei candidati socialisti alle elezioni politiche nel dipartimento della Senna ha mandati municipali, proprio per “conservare la rete di sociabilità locale” (Chamouard 2007, 32).

A dimostrare come la teoria municipalista sia il “cuore del socialismo” (Prochasson 1999, 144) riformista nasce nel 1908 la rivista “Annales de la Régie Directe” (ARD), della quale è direttore Edgard Milhaud. Più o meno contemporaneamente alla nascita degli “ARD” escono anche i primi numeri dei “Cahiers du socialiste”. Nel 1908, il primo numero è firmato da L. Garnier e si intitola proprio Le socialisme municipal.

Dal 1908, così, la Federazione socialista della Senna comincia, sempre più approfonditamente, a riflettere sulle municipalizzazioni delle imprese di utilità pubblica, su forme comunali di previdenza e soccorso ai disagiati e, soprattutto, sulla razionalizzazione spaziale di Parigi, città in rapida espansione. Afferma lo storico francese Chamouard: “[…] È dentro queste municipalità socialiste che nasce lo Stato previdenziale francese” (Chamouard 2007, 32).

Le linee guida dei programmi amministrativi socialisti insistono sul bisogno di case a buon mercato, igiene, uffici di collocamento municipali e sussidi economici comunali ai disoccupati (Fourcaut et al. 2007).

Attraverso il confronto con queste problematiche i socialisti francesi superano concettualmente e politicamente alcuni capisaldi del socialismo municipale di fine ‘800. Dalle utopie di comunità urbane autosufficienti e sperimentali si passa a una politica di gestione dei quartieri residenziali e dei “sobborghi-giardino” (termine utilizzato da Sellier nel 1914). Inoltre, oggetto di riforma non sono più solo le abitazioni operaie, ma la “città nella sua totalità” (Topalov, Magri 1987).

Il ragionamento politico socialista sull’organizzazione dello spazio urbano prende corpo attraverso le riflessioni di tre esponenti del municipalismo francese: il primo è il sociologo Maurice Halbwachs, autore del saggio La politique foncière des municipalités, pubblicato su “Les Cahiers du socialiste”, nel 1908. Il secondo è Albert Thomas, nella medesima collana, con un saggio dal titolo Espaces libres et fortifications. Il terzo è Henri Sellier nel dibattito sulle periferie urbane precedente alle elezioni amministrative di Parigi del maggio 1912.

Maurice Halbwachs5 dedica il suo saggio alla politica fondiaria delle municipalità. La riflessione di base è semplice, ma di grande importanza: più persone affollano le città, più necessitano case; nascono, quindi, nuovi quartieri e “ogni particella libera acquista un valore crescente” (Halbwachs 1912, 30). Ma siccome questo plus-valore è prodotto dalla rendita del proprietario terriero e non da una sua fatica, per i socialisti è un “guadagno illegittimo”. Secondo Halbwachs, le grandi trasformazioni delle città, “invece di compiersi secondo un pensiero d’interesse generale”, sono “divenute affari d’immensa portata”. Occorre rivendicare i diritti della cittadinanza su queste ricchezze; per fare ciò bisogna aumentare i poteri municipali, anche in ragione del fatto che, in tali agglomerazioni, servono “regolamenti edilizi e sanitari” di maggior efficacia.

Prendendo a modello il modus operandi del London County Council (LCC)6, il sociologo durkheimiano ne sottolinea l’efficacia nell’abbattere case insalubri e bonificare quartieri malsani. Per fare ciò anche in Francia bisognerebbe comporre “un piano indicante la zona in questione, dove si possono comprendere anche i terreni vicini necessari perché il piano sia adatto per costruzioni salubri”.

Sostiene Halbwachs: “un comune socialista non deve costruire case operaie su un terreno di prezzo elevato”, perché poi sarebbe impossibile ottenere un livello accessibile per le pigioni. Bisogna allontanarsi dal centro della città e per far ciò occorre sviluppare i mezzi di trasporto.

Il municipalismo socialista sposta le proprie riflessioni e politiche di trasformazione dello spazio urbano verso la “zona d’espansione della città, là ove si estendono ancora vasti terreni liberi”. Infatti, “dopo un periodo di concentramento intenso, le città si disarticolano”.

Nei nuovi spazi delle agglomerazioni urbane, “l’arte di costruire le città è difficile e ancora allo stato embrionale”: dominano le fantasie isolate di ricchi milionari ben intenzionati. Invece, necessita lo “sforzo metodico e complessivo di trasformazione”. Per l’autore, con l’emergenza posta dall’inurbamento delle masse rurali, la città nella sua globalità diventa un oggetto possibile di riforma generale.

Altro protagonista socialista della riflessione sulla trasformazione degli spazi urbani è Albert Thomas (1908), autore del saggio dedicato agli Espaces libres et fortifications. Egli sottolinea come abbattere completamente le fortificazioni che circondano Parigi significhi, aumentando la porzione di spazio libero a disposizione del comune, poter costruire case a buon mercato, contenere il costo degli affitti, migliorare le condizioni igieniche, collegare con mezzi di trasporto Parigi e i comuni suburbani.

È importante, secondo Thomas, che i socialisti abbiano una politica di “gestione generale di un’agglomerazione urbana”. A partire da una politica dei trasporti pubblici all’insegna dell’efficienza e della razionalizzazione poiché: “[…] i mezzi di comunicazione molteplici, migliori, meno costosi, tra dieci anni avranno avvicinato Parigi e la sua periferia e accresciuto formidabilmente lo spazio abitabile per gli operai laboriosi della nostra capitale”.

Ma, soprattutto, la problematica posta da Thomas riguarda la necessità di spazi liberi nelle enormi agglomerazioni urbane e nelle periferie popolose di Suresnes, Puteaux, Levallois-Perret, ecc… Occorre salvaguardare lo spazio libero tra Parigi e le periferie quando le vecchie fortificazioni saranno definitivamente abbattute; altrimenti si creerà “un’agglomerazione urbana densa quanto quella che occupa i quartieri del centro”.

La Federazione socialista della Senna propone, fin dal dicembre del 1907, dopo l’abbattimento totale delle mura che cingono la città, la difesa degli spazi liberi. Proprio contro l’occupazione selvaggia di queste aree e le speculazioni il “socialismo rientra in scena”, nell’ambito municipale, specialmente quei “socialisti pratici” (definizione di Thomas), i quali non ritengono tali questioni “riformette” (definizione data dall’ala guesdista della Sfio alla questione della riforma degli spazi urbani).

Per Thomas tre sono le richieste urgenti da avanzare: cessione gratuita dei terreni liberati dalle vecchie fortificazioni alla città di Parigi, costruzione ai confini del perimetro urbano della grande promenade circolare e riportare il plus-valore lasciato ai proprietari terrieri al municipio e ai suoi abitanti. Per ottenere ciò serve un’efficace rete politica, un “vasto movimento dei comuni periferici”. L’obiettivo, secondo Thomas, è dare “un’immagine della città del domani e assicurare, attraverso piani di estensione stabiliti molto tempo prima, lo sviluppo di una grande agglomerazione” (Thomas 1908, 9-32).

Importante per la stesura di un moderno programma politico sulla questione della concentrazione urbana sono anche gli spunti di Henri Sellier (1920) nel libro Les banlieues urbaines et la réorganisation administrative du département de la Seine7.

La prefazione al testo, scritta da Albert Thomas, propone un ragionamento basilare con il quale rivolgersi alle problematiche urbane: la popolazione nelle città cresce; aumenta, così, per effetto della legge della domanda e dell’offerta il valore del terreno fabbricabile. Più acquista valore la zona in cui si costruiscono case, più costano gli affitti. Ma in periferia il suolo vale di meno che nel centro delle città: questa è la causa dell’estensione urbana. Rapidamente, però, cresce anche il valore del suolo nei sobborghi, a maggior ragione se sono ben collegati attraverso linee pubbliche di trasporto con il centro. Nelle periferie di Parigi vivono 330.000 abitanti, all’interno delle mura circa 225.000.

È chiaro, da questi numeri riportati, come il fenomeno della crescita delle periferie meriti attenzione e richieda lo sviluppo di nuovi canali tecnici e politici di intervento. Ad esempio, lontano dalla città di Parigi, si nota la disastrosa gestione di alcuni servizi affidati alle società private. Queste non sono interessate ad allungare il tragitto dei tram dove la gente non può permettersi di pagare il costo del biglietto e dove il valore della terra è ancora troppo basso per fare importanti investimenti.

Di conseguenza, l’area extra urbana connessa alla città rimane limitata; quindi aumenta la densità degli abitanti nelle zone meglio collegate e più vicine ai luoghi di lavoro. Evidenti sono le gravi conseguenze sull’igiene. Inoltre, a causa dell’aumento delle richieste di alloggi, lievita il costo medio degli affitti.

La periferia parigina soffre, per Sellier, di “assenza totale di piano d’estensione”, dei pochi e cari mezzi di trasporto, della difficoltà delle procedure per l’esproprio a causa di pubblica utilità. Risulta impossibile fare “un piano razionale d’estensione” se le municipalità soffrono di “insufficienze amministrative” e di carenza di attribuzione di poteri. Serve una maggiore “solidarietà dei comuni nella medesima agglomerazione”, piuttosto che la conquista dell’autonomia per i singoli municipi.

Occorre affrontare il problema di “un’organizzazione municipale nuova” (Sellier 1920, 55-81). Il programma dei socialisti per la Federazione della Senna prevede, infatti, la proposta della “dipartimentalizzazione” di alcuni servizi pubblici (affidarli, quindi, non più alle autorità municipali ma a quelle dipartimentali).

In preparazione del congresso nazionale della Sfio, nel gennaio del 1911, si riuniscono a Parigi il consiglio nazionale e la direzione del Partito socialista. Si decide di mettere all’ordine del giorno del congresso nazionale, previsto a Saint-Quentin per l’aprile successivo, la questione municipale e di affidare a una commissione speciale la preparazione di tale relazione. Si insiste, nel congresso di Parigi del gennaio 1911, sull’attenzione da dedicare alla nascita di “Uffici comunali per le abitazioni”, ai piani regolatori, all’“architettura urbana” (Milhaud 1911, 198), soprattutto nei confronti dei quartieri nuovi e periferici.

Nel congresso di Saint-Quentin (16-19 aprile 1911), i delegati, infatti, riflettono sull’importanza della conquista politica delle città e sulla questione delle municipalizzazioni. Si ribadisce l’obiettivo di “ricercare ed organizzare il controllo dei consumatori e degli utenti proletari” (X 1911) dei servizi pubblici.

Il congresso di Saint-Quentin acquista maggiore rilevanza perché, contemporaneamente, è in discussione alla Camera la proposta di legge sulle municipalizzazioni fatta da due esponenti socialisti (Marietton e Veber, relatore Rozier).

Intanto, una commissione del Partito ha il compito di preparare il programma municipale per le elezioni amministrative del maggio 1912. Due le questioni trattate: l’alto costo dei generi di prima necessità e quello degli affitti. La Federazione socialista della Senna fa stampare alcuni manifesti elettorali sulla questione delle abitazioni a buon mercato, sulla politica delle municipalizzazioni e sulla richiesta di una maggiore solidarietà economica tra Parigi e le periferie.

Le realizzazioni pratiche di questa incessante attività politica nei confronti dell’ente municipale sono numerose e ricoprono un arco abbastanza ristretto di tempo. Nel 1911 nasce la Società francese degli architetti e degli urbanisti (anche se gli statuti dell’associazione sono depositati nel marzo del 1914 e i primi scritti prodotti dalla Società riferiscono come data di nascita della stessa il 1913). Importante è il contributo dei socialisti Henri Sellier e Albert Thomas, sia nella nascita della Società francese degli architetti e degli urbanisti, sia nella Società francese delle abitazioni a buon mercato. Quest’ultima viene fondata dai riformatori liberali negli anni ’90 dell’Ottocento, grazie alla legge sulle abitazioni a buon mercato del 30 novembre 1894, la quale però affida la costruzione di case popolari solo a privati (persone o enti).

Invece, grazie all’azione socialista (soprattutto di Thomas e Sellier) il 23 dicembre del 1912, con la legge Bonnevay, nascono gli “Uffici pubblici di case a buon mercato” e si riconosce la possibilità, per i poteri locali comunali, di costruire case popolari. L’“Ufficio pubblico di case a buon mercato” del dipartimento della Senna nasce nel luglio 1914 e il primo direttore è proprio il socialista Henri Sellier.

L’impegno mostrato dai socialisti parigini di fronte alla questione della riforma delle funzioni e delle competenze del municipio porterà ben due socialisti a partecipare ai lavori della commissione nazionale per la riorganizzazione dell’ente comunale (Clément Berthaud e Léon Paris). Soprattutto nelle banlieues, la Sfio raccoglierà i frutti del suo lavoro: nelle periferie parigine gli eletti al consiglio generale della Senna passeranno, infatti, dai due del 1910 (Sellier e Jules Jacquemin) ai sette del giugno 1912.

Il caso italiano. La Federazione socialista milanese

La questione abitativa (aumento dei fitti, case insalubri, sovraffollamento) ricopre un grande rilievo nei dibattiti politici e nelle riviste all’inizio del ventesimo secolo (Calabi 2008; Piccioni 2012).

La “fame di case” diventa uno dei cavalli di battaglia dei partiti popolari e del Psi, fin dal programma minimo socialista del 1897. La profondità delle riflessioni e la diversità delle proposte per la risoluzione della cronica assenza di case aumenta, in proporzione, al crescere dell’emergenza abitativa.

Nel 1902, ad esempio, in una città come Milano il rialzo dei fitti sfiora il 20-25% rispetto agli anni precedenti. Proprio i socialisti milanesi (soprattutto attraverso la Camera del Lavoro) e torinesi compiono, in questi anni, alcuni tra i primi studi scientifici su tali questioni e organizzano comitati popolari e piattaforme di agitazione per la richiesta di alloggi operai8.

L’edilizia popolare, le municipalizzazioni, la riforma del fisco locale, la richiesta di maggiore autonomia amministrativa dell’ente comunale diventano alcune delle rivendicazioni politiche sulle quali viene costruita l’alleanza popolare nelle elezioni amministrative e politiche del 1899 e del 1900. Non solo: attraverso le riflessioni su come risolvere l’emergenza abitativa, socialisti e liberal-progressisti si interrogano su compiti e funzioni del “comune moderno” di fronte ai processi di inurbamento delle masse rurali. Edilizia popolare e urbanistica municipale diventano, così, altri due punti nodali delle riflessioni intorno al “municipio nuovo” agli inizi del Novecento (Casalini 1908). In questa ottica, infatti, alcuni storici sottolineano “il rilievo che la questione delle abitazioni assume nella strategia socialista di ricerca delle alleanze popolari nella prospettiva del socialismo municipale […]”(Calò, Ernesti 1998, 197) e come “la politica abitativa entra a buon titolo in quella prospettiva di socialismo municipale […]” (Sori 1976, 174).

Se è vero che, all’inizio del Novecento, le riflessioni degli urban reformers vanno spostando il proprio centro d’interesse dalla considerazione della casa individuale alla città nel suo insieme (Bianciardi 2005), per i socialisti italiani tale innovazione avviene solamente più tardi, tra il 1909 e il 1910 (tra l’altro coinvolgendo settori minoritari del Psi, ad esempio la Federazione socialista milanese, in particolare Schiavi, Pietro Nurra, Gino Baglioni).

Sembra prevalere, infatti, nelle riflessioni socialiste uno dei due poli in cui si articola all’inizio del ‘900 la questione della “riforma della città”, ossia il risanamento dei quartieri insalubri rispetto alle soluzioni di ampliamento dell’agglomerato urbano e della riorganizzazione degli spazi abitativi periferici.

Il 1909 risulta essere l’anno centrale per l’ingresso di termini e approcci “moderni”, soprattutto tra i socialisti milanesi, nella riflessione sulla forma e sull’organizzazione della città9.

Nell’aprile del 1909, dopo il secondo viaggio in Gran Bretagna, Alessandro Schiavi pubblica sulla “Nuova Antologia” un articolo dal titolo Villaggi e città-giardino in Inghilterra. La città giardino non solo è interpretata come modello abitativo per operai di una vicina industria, ma anche come principio urbanistico per cui “tutta la città deve essere concepita sopra un piano che risponda ai bisogni dell’intera comunità” onde realizzare “la razionalità e la logica basata sui dettami della scienza del vivere sociale”. Così, “tutto il terreno destinato alla città deve trovarsi in mano ad un corpo organizzato centrale che abbia per obiettivo non di lucrare, ma di avvantaggiare i futuri abitatori dell’area prescelta”.

Secondo Schiavi bisogna, dunque, portare il movimento delle città giardino in Italia con l’obiettivo di “allontanarsi dai centri urbani sin oltre la sfera di influenza della speculazione edilizia sul prezzo delle aree”, “assicurare ai prezzi degli affitti delle abitazioni una certa stabilità entro un periodo di anni abbastanza lungo” e “costruire sopra un piano regolatore e razionale che assicuri ad ogni abitazione in abbondanza aria e luce[…]”.

Per Schiavi, infatti, il municipio, o un ente autonomo, deve comprare il terreno “dove il prezzo è calcolato sul reddito agricolo” e congiungerlo, poi, con il centro urbano “con linee tramviarie” (Schiavi 1909, 405-425).

Proprio con lo scopo di rendere più diffuso il principio delle città giardino, come metodo per razionalizzare la crescita urbana e come ambiente periferico modello, viene creata – sul finire del 1909 – a Milano la rivista “Le case popolari e le città giardino”, diretta dal socialista Pietro Nurra10 (1902).

La redazione, illustrando il proprio programma e i propri obiettivi, dichiara di voler sostenere il “movimento per le case popolari”, poiché “il problema della casa igienica e poco costosa è ormai della più alta utilità sociale”. La città-giardino è vista, in questa ottica, come rimedio “ai grandi alveari umani accumulatori inesauribili di miseria e di corruzione” (La redazione 1909, 1-2).

Nurra ospita, sul primo numero della rivista, proprio un articolo di Schiavi dal titolo Come si costruiscono le nuove città. In questo articolo, Schiavi suddivide la storia della costruzione delle città in tre periodi: un primo, dominato dalla più ampia libertà lasciata ai costruttori privati; un secondo periodo, dominato dal “piccone demolitore”, dal potere del “tecnico” e dall’utilizzazione dello spazio per un fine economico. Così, “il lucro, la speculazione, il far presto” e le esigenze dell’igiene dominano questa seconda fase, contraddistinta dal soffocamento della tradizione e dall’uccisione di ogni senso d’arte, con il risultato di città “banali e monotone”. Infine, la fase attuale, nella quale Schiavi riconosce l’affermarsi dei moderni principi della “specializzazione delle funzioni della città” e del fenomeno del “movimento centrifugo della popolazione”.

Infatti, se alcuni miglioramenti sono difficilmente apportabili alle città già esistenti, essi si possono, invece, “gradualmente ottenere nelle città nuove e nei quartieri che sorgono alla periferia dei maggiori centri urbani”. Il piano regolatore è “uno dei più efficaci rimedi per assicurare le migliori condizioni di abitazione alle classi meno abbienti”. Piano regolatore accompagnato “da adeguati poteri per l’acquisto del terreno nel quale aprire strade e vie prima che acquisti un valore di terreno fabbricabile”. Immaginando poi i “quartieri nuovi”, Schiavi sottolinea l’esigenza di spazi aperti e assi viari non necessariamente grandi e uniformi. Infine, il socialista milanese propone persino un assessorato e un “Ufficio tecnico all’urbanistica” (Schiavi s.d., 2-9; 1911a, 254).

Nel gennaio del 1910, si svolge a Milano il primo convegno nazionale sull’edilizia popolare. Da questa assise escono proposte di riforma delle leggi Luzzatti del 1903 e del 1908, fatte proprie dallo stesso Luzzatti nella presentazione di un nuovo ddl nell’aprile del 1910 (tale disegno di legge rimane in stato di relazione ancora nel marzo del 1911 e, successivamente, sarà messo da parte)11.

Importante il contributo socialista per l’organizzazione del congresso voluto dalla Lega delle cooperative e dalla Federazione delle società di mutuo soccorso. Giulio Casalini interviene nel dibattito con una relazione dal titolo Della presente legislazione italiana sulle case popolari e delle riforme che si sono manifestate necessarie (“Avanti!” 1910; 1910a) e lo stesso socialista è segretario e relatore della commissione istituita da Luzzatti per la riforma della legge sull’edilizia popolare, presieduta da Maggiorino Ferraris (Casalini 1911;1911a; 1911b; 1911c;1912).

In questa relazione si riflette, soprattutto, sulla necessità di “credito a buon mercato” e sui limiti tecnici dell’industria edilizia. Quindi come abbattere i costi di costruzione delle case popolari attraverso miglioramenti nei macchinari e una più adeguata preparazione professionale dei lavoratori edili (Schiavi 1910). Il radical-socialista Ruini12 ritiene, in fondo, la questione delle case popolari un problema “di mattoni e braccia”, di costo delle costruzioni, piuttosto che una questione di politica delle aree. A riportare l’attenzione su questa e sulla tassazione locale, in un’ottica socialista riformista, è Alessandro Schiavi, sottolineando, infatti, come il convegno milanese del gennaio 1910 si sia occupato, soprattutto, di questioni finanziarie legate all’edilizia popolare. Schiavi richiama l’attenzione sull’intervento diretto del comune per colmare il deficit di case igieniche e sulla tassazione della rendita urbana. Tale rendita è confiscabile solamente attraverso un sistema più efficace e consono della semplice imposta sui fabbricati. Quindi, “un meccanismo tributario più sicuro, più regolare, più efficace, più equo” per aiutare i comuni a difendere “i consumatori contro i monopolizzatori” del suolo e degli edifici cittadini (Sticus 1911).

Schiavi reclama oltre “all’assorbimento del plusvalore sulle aree fabbricate”, una “politica delle aree non fabbricate per costruire un demanio e assicurare al Comune il plusvalore che su di esse si verificherà in avvenire”. Quindi, il futuro direttore dello Iacp milanese individua due punti nodali ai quali i socialisti dovranno rivolgere la propria attenzione: il classico argomento della conquista del plusvalore della rendita urbana e il più moderno concetto di “politica delle aree non fabbricate”. Entrambi gli aspetti individuati sono, infatti, necessari allo “scopo della moderna politica delle aree”. Ossia, “distruggere il monopolio dei proprietari terrieri e rompere il gioco della speculazione” (Schiavi 1910a, 94-100).

In questo modo, mentre l’atmosfera del primo congresso per le case popolari fa pensare a una profonda compattezza del mondo riformatore intorno alle soluzioni con cui affrontare l’emergenza abitativa, Schiavi e gli esponenti della Federazione socialista milanese rilanciano una politica propriamente socialista per la riorganizzazione spaziale dell’intera città. Moderna politica delle aree, lotta contro il monopolio dei proprietari terrieri, tassa sull’unearned increment della rendita urbana, intervento diretto del Comune (Schiavi 1910b; 1910c).

Nell’aprile del 1910, infatti, i socialisti milanesi decidono di centrare il proprio programma amministrativo su una moderna politica delle aree: quindi, confisca del plus-valore dei terreni e degli edifici e costituzione di un vasto demanio municipale delle aree. Inoltre, non solo “sventramenti” ma “allargamento della città” fino all’assorbimento dei “comuni suburbani”, in modo da prescrivere e far rispettare anche lì norme igieniche severe e piani regolatori.

Infine, i socialisti milanesi propongono un servizio tramviario moderno, esteso “verso i punti eccentrici dove sia probabile l’esodo della popolazione per abitarvi” e dove si costruiranno “quartieri a giardini”; la costruzione di una “linea metropolitana, sotterranea o aerea, che sgorghi il movimento delle vie centrali”13 (s.a. 1910). Lo stesso Schiavi parla, dunque, di “quartieri a giardini”. Pertanto, dalla città-giardino alla periferia-giardino, al sobborgo-giardino, al quartiere-giardino.

Sulla questione dell’allargamento della città torna Pietro Nurra nei primi mesi del 1910 sulla rivista da lui diretta. Considerando il fatto che “Milano straripa” e “ingoia i comuni vicini”, l’esponente socialista si pone l’obiettivo di “mirare alla trasformazione edilizia delle vecchie città, rompendo la cerchia ristretta e antigenica dove l’urbanismo rinserra sempre più la febbrile vita moderna”. Occorre, infatti, “accelerare l’apertura e la sistemazione di nuove strade, il miglioramento dei servizi pubblici, lo studio e l’applicazione di nuovi piani regolatori”. In questo modo si potranno creare nuovi “sobborghi giardino per la classe lavoratrice” (Nurra s.d., 162-173).

Nel giugno 1910, Alessandro Schiavi porta a compimento le proprie riflessioni sulla città moderna con il libro Le case a buon mercato e le città giardino (Schiavi 1911). Il saggio di Schiavi, insieme alla Municipalizzazione dei pubblici servigi di Giovanni Montemartini e a quello di Bonomi sulla riforma del fisco locale, si possono davvero considerare una sorta di “trittico” della più moderna cultura socialista riformista nei primi dieci anni del ’900.

A tale proposito, Schiavi descrive una “nuova concezione della grande città”: ossia, una “agglomerazione dai limiti in continuo spostamento” e con una riconoscibile “specializzazione delle funzioni” e delle zone corrispondenti.

Per la progettazione dei nuovi quartieri urbani o “sobborghi”, il direttore dello Iacp milanese richiama, dunque, l’esigenza “di una scienza del costruire le città”, fondata su piani regolatori intesi come mezzi efficaci, in mano ai comuni, per “limitare l’onnipotenza e le licenze dei privati costruttori e far sorgere case e quartieri inspirati a criteri di igiene e di arte” (Schiavi 1911, 55-137).

La novità più importante, rispetto alle riflessioni precedenti del 1909 e del 1910, introdotta dal libro di Schiavi è la scissione che egli compie tra il diritto di proprietà e quello di costruzione, istituendo il così detto “diritto di superficie” inteso come “bene pubblico”. Un mezzo efficace per sconfiggere le storture prodotte dai meccanismi monopolistici e vero strumento riformista dei socialismi europei per gran parte del ventesimo secolo. Alcuni storici giungono a vedere in questa riflessione l’indice di “una concezione moderna dell’urbanistica” (Somma 1985, 16).

Nel settembre 1910, Schiavi, insieme a Umberto Ferrari (altro consigliere comunale socialista della giunta Nathan), è autore di una relazione su La politica delle abitazioni e il caro dei viveri al congresso nazionale dei consiglieri socialisti a Firenze (Stazzi 2011).

A proposito di case popolari, igieniche e a buon mercato, Schiavi ritorna a delineare le funzioni moderne dell’ente comunale: “sottrarre alla speculazione le aree fabbricabili”, tassare l’incremento di valore del suolo urbano, demolire le abitazioni insalubri, mettere in condizione i poveri di godere di abitazioni igieniche, chiamate da Schiavi le case “pei poveri più poveri” (Schiavi s.d./a, 223; Schiavi, Ferrari 1910). Quindi, non porre “calmieri artificiali” agli affitti (ciò provoca non poche discussioni tra i socialisti durante il congresso). Infatti, come sostiene Giovanni Montemartini, “da che mondo è mondo non si è mai dato che i prezzi siano determinati dallo Stato o dal comune”. Sempre Montemartini fa notare come “l’urbanesimo non si afferma solo nei grandi centri, ma anche nei centri minori industriali” e, proprio in tali centri, è necessario il “diradamento” della popolazione (Psi 1910, 170-171).

Sul finire del 1910, Pietro Nurra, prendendo spunto dalla costruzione del quartiere Regina Elena al Milanino, riassume alcuni dei principi della “dottrina sperimentale” delle città-giardino e propone di “trasformare il movimento per le case popolari in quello per le città-giardino” (Nurra s.d./a, 302).

In realtà, non solo il movimento per le case popolari vive tra il 1911 e 1912 una grave impasse, ma nessuno dei piani regolatori di questi anni (Roma, Torino, Milano) prevede la formazione di sobborghi giardino popolari e residenziali.

Oltre a Nurra e a Schiavi a occuparsi delle questioni poste dalla crescita della città è il socialista Gino Baglioni, aretino di nascita, ma milanese di adozione. Egli scrive, dal maggio al giugno 1911, una serie di articoli su “Critica Sociale” dedicati ad una “saggia politica proletaria dei trasporti”. Baglioni sottolinea “il rigurgito alla periferia delle masse immigrate e la formazione di quartieri eccentrici e dei sobborghi delle grandi città”. Quindi, ne deduce la trasformazione delle città moderne “da unici immensi agglomerati di uomini in agglomerati di località”. Non solo: più il suburbio si estende, a causa dei numerosi lavoratori che fuggono, “con gioia”, lontano dalla città e più le dimensioni dei quartieri periferici non bastano. Per la prima volta Baglioni parla di “regioni urbane” (agglomerati di località); ossia paesi limitrofi e quartieri residenziali facenti comunque parte del medesimo “sistema”. Sottolinea, perciò, l’importanza di una moderna rete di trasporti per rispondere, in maniera adeguata, a tale fenomeno (Baglioni 1907, 172-175).

Nel 1913, in continuità con questo percorso che porterà i socialisti a definire strumenti e concetti moderni dell’“arte di costruire la città”, in particolar modo nelle fasce suburbane (piani regolatori, sobborghi e città giardino, sistema dei trasporti), Alessandro Schiavi pubblica due saggi molto importanti. Il primo sulla “Rivista della Beneficenza Pubblica”, giugno 1913, e il secondo su “Critica Sociale”, agosto dello stesso anno.

Nell’articolo di giugno, dedicato alla questione abitativa, il socialista milanese ripercorre le tappe principali del movimento per le case popolari fin dal 1889, riferendosi soprattutto alla storia della Francia. Schiavi, analizzando gli studi francesi su tale questione, si domanda: “una grande città non è altro che un organismo in costante aumento; lasceremo noi che questo aumento si faccia a casaccio?”. Soprattutto, l’attenzione di Schiavi si rivolge alla moltiplicazione, attorno alle grandi agglomerazioni urbane, di sobborghi “i quali assumono l’importanza di vere città”, dove lo sprezzo delle regole e gli ampliamenti, “senza metodo e senza piani”, creano “focolari di insalubrità”.

Ecco perché serve “un piano regolatore preconcetto”, mentre in Italia la legge del 1865 prevede piani regolatori d’ampliamento, comunque non obbligatori, solamente per i comuni superiori ai dieci mila abitanti. Invece, continua Schiavi, serve “un’autorità che coordini i singoli piani regolatori”, come a Berlino dove esiste una “nuova autorità per i piani regolatori” (Schiavi 1913, 9-26).

Riprendendo tali considerazioni nell’articolo I grandi problemi dell’urbanesimo, in “Critica Sociale”, Schiavi arriva a parlare di “piani regolatori per l’intera provincia” come tentativo di controllare quelle “escrescenze urbane” (periferie) determinate dal movimento centrifugo della popolazione. Tra “regioni urbane” e “piani regolatori provinciali”, Schiavi, Nurra e Gino Baglioni modernizzano le riflessioni italiane sulla forma della città, ricongiungendole agli studi europei del medesimo periodo.

Onde evitare disarmonia e caos – tra comune principale e periferie fuori dal municipio – Schiavi propone, infatti, “l’estensione dei piani regolatori anche ai comuni contermini”. Sull’esempio dei municipi tedeschi o inglesi, i quali concepiscono lo strumento del piano regolatore come “atto di preveggenza circa lo spazio” (di cui avranno bisogno i comuni in avvenire), “subordinando alle necessità pubbliche l’interesse privato” (dal 1910, in Italia, si comincia a riflettere sulla necessità di modificare la legge per l’esproprio del 1865, senza però giungere ad alcun risultato).

Per l’Italia, infatti, “basterebbe che i piani regolatori oggi facoltativi e limitati ai centri maggiori, fossero resi obbligatori anche per i comuni circostanti entro un raggio determinato”, allacciando i piani regolatori parziali dei comuni esterni a quelli della città principale. Quindi, estenderli “alla zona circostante residua, insieme alle norme edilizie e di igiene”.

Infine, la gestione di alcuni servizi (fognature, strade, condutture di acqua, luce, gas) dovrebbero essere “coordinati fra il comune principale e i comuni minori”, attraverso sistemi come il “consorzio” tra comuni o una “Federazione di comuni minori” o, ancora, attraverso un “organo speciale” sul tipo del London County Council (Schiavi 1913a, 229-231).

 

Conclusioni

Nei primi dieci anni del Novecento si afferma, dunque, nel socialismo italiano e francese, una “coscienza amministrativa che è l’esatto contrario di quella culturale dell’antistato”. Questa consente di selezionare nuovi quadri di amministratori e “una nuova generazione di politici”, caratterizzati da un “pragmatismo amministrativo”.

È la nascita di una “nuova figura di amministratore locale”. La “città moderna” e il “comune moderno” diventano, così, il “centro di un progetto riformatore” a livello europeo (Degl’Innocenti 1997, 24).

L’urbanistica conosce i suoi primi sviluppi proprio nelle amministrazioni comunali e, soprattutto, acquista sempre più importanza con il tramonto graduale delle “città murate” (Magri 1993). Infatti, “l’urbanistica, rigorosamente limitata ai confini amministrativi della città, aveva fatto il suo tempo e doveva essere, invece, riconsiderata alla luce dei rapporti con i comuni di cintura” (De Maria 2008, 82).

Le città italiane, ad esempio Milano e Torino, vedono negli ultimi venti anni dell’Ottocento un incremento di popolazione di circa il 50 % e gran parte di questi nuovi arrivati vanno ad abitare nel circondario esterno delle città. La gestione delle periferie urbane e l’estensione dei “servizi a rete” diventano, per i socialisti, “progetto politico per eccellenza”. Dalla fase utopica della riflessione sulla “città dell’avvenire” si passa, così, alla declinazione della “città moderna” come “sede ideale di un riformismo sociale” (Degl’Innocenti 1997, 17).

In Italia, però, i risultati politici di questo processo non sono complessivamente positivi.

Nei primi dieci anni del Novecento il Partito socialista sembra più che altro subire la strategia modernizzatrice giolittiana. La cultura e la pratica riformista appaiono davvero destinate ad essere “impossibili” all’interno del Partito (Sabbatucci 1991). Basti osservare le divisioni della Federazione socialista milanese, le lotte interne nelle assisi nazionali, le “fratture” con i sindacalisti rivoluzionari delle Camere del Lavoro. Divisioni che indeboliscono il progetto riformista del socialismo italiano.

Studiare la storia di questo Partito risulta, dunque, complesso: da un punto di vista di elaborazioni teoriche e di singoli esponenti si potrebbero dedurre conclusioni affrettate e parziali che, invece, occorre, poi, reinserire nella complessità di un Partito dalle mille facce e dalle mille anime.

Tecnici socialisti, socialismo dal “volto urbano”, assessori socialisti, progetti moderni sul “municipio muovo” non sono, se non per alcune brevi fasi, l’espressione maggioritaria del movimento operaio italiano.

La novità e la ricchezza delle loro riflessioni, le quali riemergono ciclicamente nella storia del Psi e nella storia d’Italia, ci avvicinano irrimediabilmente al canone interpretativo delle “occasioni mancate” nella storia della sinistra italiana.

Il rifiuto della proposta di Bernstein, ossia di lasciare il finalismo e il catastrofismo della concezione socialista allo scopo di impegnarsi per i miglioramenti economici nella democrazia politica, mantiene aperti quei varchi attraverso cui entrano nel Psi “tutte le correnti, tutte le tentazioni massimalistiche, rivoluzionarie, utopistiche, millenaristiche”. Quindi, “la radice di tante aporie teoriche e di tanti errori pratici del socialismo riformista” (Sabbatucci 2002, 4). Appunto, la prima delle occasioni mancate.

Biografia

Carlo Andrea Stazzi sta terminando il dottorato di ricerca presso l’Istituto di Scienze Umane di Napoli (SUM) oggi Scuola Normale Superiore (SNS). È redattore della rivista “Annali della Fondazione Ugo La Malfa. Storia e Politica”. Concentra i propri interessi sulla storia del welfare state in Europa a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Biography

Carlo Andrea Stazzi is ending the Ph.D at the Istituto di Scienze Umane of Naples (SUM), now Scuola Normale Superiore (SNS). He is an editor of the magazine “Annali della Fondazione Ugo La Malfa. Storia e Politica”. In the last years, he focused on the welfare state policies in European countries since the end of the Second World War.

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  2. Il consiglio generale della Senna è composto da 102 membri eletti. Questa assemblea è dominata dai rappresentanti dei quartieri parigini; infatti, ottanta membri del consiglio municipale parigino siedono di diritto sui banchi del consiglio generale della Senna, mentre sono solo ventidue gli eletti dai cantoni suburbani. []
  3. Nel 1893 in Francia il gruppo dei “socialisti indipendenti” è formato da 21 deputati. Tra i nomi più noti Millerand e Viviani. []
  4. Sull’analogo tentativo fallito di creare una Federazione di comuni socialisti fatto dal Psi negli stessi anni della Sfio, cfr. Stazzi 2011. []
  5. Dottore in legge alla Sorbona con una tesi dal titolo La classe ouvrière et les niveaux de vie e autore con Max Lazard del testo, nel 1909, Le chômage et la profession. Inoltre, Halbwachs scrive il libro Les expropriations et le prix des terrains à Paris. []
  6. Dal 1900 il London County Council, a guida progressista, ottiene dal Local Government Board la possibilità di comprare aree anche fuori dalla propria giurisdizione (favorendo una razionalizzazione dei piani di ampliamento delle città). Inoltre, il LCC possiede ampie possibilità di esproprio grazie alla nomina di un arbitro imparziale da parte del Segretario di Stato con la funzione di decidere l’entità del rimborso da destinare al proprietario terriero. Somma calcolata, tra l’altro, senza nessuna indennità supplementare al proprietario e sottraendo le spese per le riparazioni eventuali che occorre apportare alla sua proprietà. Infine, l’Housing Act, di cui una prima formulazione era già stata fatta nel 1890, affida al LCC poteri ampi di “sventramento” e risanamento dei quartieri e delle case insalubri.  []
  7. A mio avviso, alcuni riferimenti temporali nel testo, inducono a pensare che il libro sia stato scritto tra il 1913 e il 1914, ma pubblicato solamente dopo la fine della guerra nella collezione “Les documents du socialisme”, nn. 16-17. []
  8. A Milano, la CdL nel settembre del 1901 aveva dato vita ad una speciale commissione di studio per affidare ad un ente collettivo municipale la costruzione di 10000 vani nuovi. Invece, a Torino, soprattutto per impulso del medico e deputato socialista Mario Casalini, lo studio della situazione abitativa locale risale al febbraio 1901. []
  9. Nel dicembre del 1909, il re inglese firma l’Housing and Town Planning Act. Cfr. Schloesser 1910. []
  10. Esponente della Federazione socialista milanese e protagonista dell’iniziativa per la creazione di un Istituto autonomo milanese per le case popolari a favore degli impiegati, Nurra comincia a riscoprire le possibilità offerte dalle leggi Luzzatti del 1903 e del 1908 per l’edilizia popolare. []
  11. Alla fine dell’aprile del 1910, Luzzatti presenterà una compagine governativa con ben due ministri radicali: Sacchi (ministro dei Lavori pubblici) e Credaro (ministro dell’Istruzione). Il programma governativo sarà incentrato sulla creazione di una Banca del Lavoro e sull’allargamento del suffragio. Nel giugno del 1910, la Direzione del Psi ratifica l’operato del Gruppo parlamentare socialista, il quale aveva dato voto favorevole alla nascita del nuovo governo. A proposito della nuova proposta di Luzzatti. []
  12. Ruini debutta come consigliere comunale nella prima giunta Nathan a Roma (1907). []
  13. Per una moderna politica dei trasporti occorrerebbe approfondire la figura del socialista riformista viennese Otto Neurath (cfr. Neurath 1910). []

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