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Posted in Memoria del quotidiano, Numero 35 - Giugno 2014, Numero 35 - Memoria del quotidiano, Numero 35 - Rubriche

Il rapporto tra sindacalismo rivoluzionario italiano e francese nei periodici e nelle corrispondenze dei militanti.

Il rapporto tra sindacalismo rivoluzionario italiano e francese nei periodici e nelle corrispondenze dei militanti.

Marco Masulli

Abstract

Cercheremo di comprendere, attraverso uno studio condotto diacronicamente sulla pubblicistica e sulle corrispondenze private tra militanti, le circostanze e i termini entro cui si sviluppano i primi contatti e le influenze tra il contesto sindacalista francese e quello italiano. Particolare attenzione sarà dedicata alla trasformazione delle relazioni tra i due contesti ma anche a quella che, a partire da eventi internazionali traumatici individuati nel corso dell’esposizione, inciderà sulle vicende interne dei due ambienti sindacali. L’articolo è estratto dal mio lavoro di tesi magistrale dal titolo Il sindacalismo rivoluzionario in Francia e Italia: vite, generazioni, corrispondenze.

Abstract english

We will try to understand, through a study which has been diachronically conducted on the journalism and on the private correspondence among militants, the circumstances and the terms in which the influences and the first contacts between the French syndicalist context and the Italian one develop. A specific attention will be payed to the transformation of the relationships between the two contexts but also to the one which, starting from the traumatic internationl events which will be detected throughout the course of the following exposition, will affect on the internal events of the two syndicalist frameworks. The article has been extracted from my master’s degree thesis with the title The revolutionary syndicalism in France and Italy: lives, generations, correspondences.

L’adesione di alcuni esponenti di spicco del sindacalismo rivoluzionario italiano d’età giolittiana al modello sindacalista francese fu, in un primo momento, più formale che sostanziale. Questo per via dei caratteri politici assunti dal sindacalismo italiano rappresentato dall’ala intellettuale e rivoluzionaria del partito socialista. Evidente pare, inoltre, un ritardato inserimento di questo gruppo nel dibattito sindacale internazionale. La situazione subisce una drastica trasformazione non solo grazie ad alcune determinanti figure di militanti entrati in contatto diretto con gli ambienti francesi, ma anche in conseguenza delle mutate condizioni politiche internazionali. Attraverso uno studio diacronico sulla pubblicistica e sulle corrispondenze tra militanti, cercheremo di comprendere in quali circostanze e termini i contatti tra i due contesti cominciano a prendere forma.

Il rapporto tra i militanti sindacalisti francesi ed italiani si caratterizza per un progressivo intensificarsi, dalla fine dell’Ottocento, dell’interesse dell’ambiente libertario e sindacalista francese verso il contesto politico-sociale italiano. Dal momento in cui il sindacalismo italiano acquisirà una fisionomia meno ambigua sotto il profilo politico-organizzativo, seguirà un graduale inserimento di militanti italiani nel dibattito internazionale. Considerando i primi articoli de “Le Libertaire” notiamo che essi vertono su argomenti diversi da quelli propriamente sindacali. Questa scelta risponde ad un clima particolare presente all’interno del movimento libertario di fine XIX secolo, impegnato a trovare nuove strategie d’inserimento nel tessuto socio-politico, ma non ancora compatto nel recepire le istanze sindacaliste.

Si troveranno riferimenti alla situazione interna della penisola italiana che, però, non solo non accennano al ruolo o anche alla sola presenza dei locali gruppi libertari o socialisti ma, addirittura, in alcuni casi sono fondati su notizie provenienti da giornali borghesi. Questo ad eccezione di un articolo del 1896 a firma “I Libertari”, che invita con un appello “Al popolo sovrano” redatto in lingua italiana all’astensionismo elettorale o del primo, importante contributo italiano a firma di Crastinus, pseudonimo di Silvio Celestino Corio (Antonioli 2003, 444-447), che fu colpito da mandato di espulsione dalla Francia proprio in seguito alla pubblicazione dell’articolo. Questo, del 5 agosto 1900, e dedicato al regicidio compiuto poco tempo prima da Gaetano Bresci, fa anche riferimento al contesto di “division […] apathie et abrutissement populaire – che permetteva – a les bourgeois de dormir leur tranquille sommeil – poiché – ils n’ont pas encore devant eux une vraie force revolutionnaire”.

Alcuni articoli, tuttavia, paiono indicare un crescente interesse verso il contesto politico italiano. Un esempio è quello di Louis Grandidier su “Le Libertaire” in occasione dell’annunciato, e poi rinviato, viaggio dello zar Nicola II a Roma del 1903. In esso si elogia l’iniziativa del deputato socialista Morgari, organizzatore di una manifestazione contro la visita del “pendeur” russo in Italia. I socialisti italiani avrebbero, in questo caso, dimostrato “qu’ils n’ont pas fait abdication de toute dignité. Supérieurs, en cela, à la bande millerandiste” colpevole di aver “dimenticato” che lo zar fosse “l’ennemi le plus implacable de l’émancipation humain”. È però altrettanto significativo il fatto che nel trattare una delle vicende più importanti per la maturazione del sindacalismo rivoluzionario italiano, cioè lo sciopero generale del 1904, i francesi dimostrassero di non essere correttamente informati della sua reale natura. Non compare, infatti, alcun riferimento al durissimo scontro interno alla Cdl milanese tra turatiani e labriolani che, pure, riveste un’importanza decisiva per la crescita d’influenza della componente rivoluzionaria (Antonioli 2006). Basti considerare il fatto che i commenti di chiusura dell’articolo sono, addirittura, basati su notizie derivanti dai giornali borghesi italiani.

Stabilita la mancanza di rapporti diretti, ad esclusione di quelli intellettuali rappresentati dalla forte influenza di Sorel e Lagardelle, sarà opportuno cercare di comprenderne le motivazioni. Esse non sono certamente ascrivibili ad un disinteresse nei confronti delle vicende italiane, considerando l’attenzione da essi dedicata alle vicende del proletariato della penisola. Un articolo apparso sempre su “Le Libertaire”, ma integralmente ripreso da “Le Reveil”, sembra prestarsi a rispondere all’interrogativo.

Nel riportare la notizia dell’incontro tra socialisti in occasione del Congresso di Roma del settembre-ottobre 1906, l’autore compie una descrizione, ricca di sarcasmo, del panorama delle fazioni del socialismo italiano. Vengono descritti con toni canzonatori i tentativi delle rispettive “sette” di aggiudicarsi il primato sulla purezza dottrinale. Interessante è soprattutto il commento, durissimo, riservato agli esponenti del sindacalismo. I tentativi da parte sindacalista di dimostrare come le politiche riformiste e integraliste fossero, in realtà, unite dalla comune radice opportunistica sembrerebbero infrangersi riuscendo, dice l’autore ad opporre “à leurs adversaires seulement un syndicalisme batard, moité révolutionnaire et moité parlamentariste, que se résoud en une contradiction sinon en une equivoque”. A colpire l’autore furono le parole di Leone quando affermò “qu’il [il sindacalismo] reconaissait en l’action parlamentaire et dans le milieu actuel l’intégration de l’action directe”, dando prova di una confusione che caratterizzava – precisa − non solo Leone ma “tous ses collégues syndicalistes”. Il primo momento di svolta sarà rappresentato dalla ripresa dell’attività organizzatrice di base, nel periodo precedente allo sciopero di Parma del 1908.

Il 1905-1906 fu un periodo decisivo per il rafforzamento del sindacalismo italiano, nonostante l’orientamento assunto in sede di fondazione dalla Cgdl. Questo fenomeno appare strettamente legato al mutamento in corso nell’economia capitalistica italiana. Essa era caduta nella contraddizione tra esigenza di sviluppo industriale e la generale incapacità economica e produttiva, le cui dirette conseguenze si esprimevano in termini di disoccupazione e blocco dei salari. Ma il rafforzamento sindacalista appare collegato anche alla linea assunta dalla Cgdl. Questa optò per una strategia sindacale volta a collegare gli interessi di classe a quelli per l’andamento produttivo dell’industria nazionale. Iniziarono ad esser messe in discussione tutte le conquiste lentamente acquisite dal movimento operaio, stimolando una conflittualità che fornì agli organizzatori sindacalisti la possibilità di conquistare alcune posizioni di vantaggio rispetto ai riformisti. In particolare, nei territori di Ferrara, Parma e Piombino i locali organismi rivendicativi vedranno ridimensionata l’egemonia riformista.

Accanto al sindacalismo politico emergeva ora una dimensione organizzativa che progressivamente affermava la propria autonomia dall’intellettualismo ma che, tuttavia, risultava ancora troppo limitata all’ambito locale. Si è soliti parlare, da questo periodo di un graduale processo di “sprovincializzazione” del sindacalismo italiano completato solo nel periodo successivo allo sciopero di Parma. L’importanza dello sciopero parmense non deve essere però ascritto solo al suo supposto carattere rivoluzionario. Furiozzi, nello studio sul sindacalismo deambrisiano, ha chiarito abbondantemente tale questione (Furiozzi 2012, 36-39). La risonanza internazionale ottenuta da quello sciopero fu dovuta, infatti, all’azione di De Ambris che, ricorda Antonioli, pose la questione del tradimento dei riformisti all’attenzione della comunità internazionale scrivendo anche al segretario del Bureau Socialiste International Huysmans e rivolgendosi alle maggiori testate giornalistiche europee sensibili all’argomento. Lo sciopero di Parma condusse, nell’ottobre del 1908, ad uno scontro tra Cgt e Cgdl causato dalla mozione, presentata all’apertura dei lavori del Congresso di Marsiglia, nella quale i francesi non esitarono a denunciare il tradimento dei “falsi socialisti e politicanti”, rivolgendo la propria solidarietà agli scioperanti. Lo sciopero di Parma fu, quindi, il primo evento italiano ad ottenere quella visibilità internazionale che era mancata ad altre, pur importanti, azioni conflittuali, come quella del 1904 (Antonioli 1981, 205). La successiva occasione di confronto diretto con la realtà francese fu offerta dalla permanenza di De Ambris in Francia, subito dopo la fine dello sciopero. Rilevante, dunque, anche il ruolo svolto dall’emigrazione sindacalista se consideriamo che, ricorda Antonioli, proprio gli scioperi del 1908 “disperdevano sulla via dell’emigrazione […] numerosi quadri di base” (Antonioli 1981, 210). De Ambris, in particolare, partecipando al Congresso di Marsiglia della Cgt si convinse della necessità di seguire il modello offerto dal sindacalismo francese e della reale possibilità di costituire anche in Italia una forte componente rivoluzionaria all’interno della Cgdl o fuori di essa. Come è noto, in adesione alla linea unitaria accettata dal congresso di Bologna del 1909 prevarrà per il momento la prima opzione, senza rinunciare ad una violenta critica alla confederazione. Un esempio è l’articolo, dal titolo Chronique ouvrière italienne, di De Ambris apparso su “La Vie Ouvrière” del maggio 1911. In esso il sindacalista coglie lo spunto da un congresso di ferrovieri per dimostrare la crescente ondata di spirito di combattività del movimento dei lavoratori italiano ma, soprattutto, per rivolgere un duro attacco alla gestione riformista della Confederazione al fine di condizionarne una eventuale svolta rivoluzionaria, sul modello francese. L’attacco si sostanzia di alcune prove della collusione dell’istituto confederale con il governo e si risolve con l’invito alle “organisations syndicalistes, révolutionnaires et autres, que non sont pas inféodeés à l’oligarchie qui dirige tout dans la conféderation” ad intervenire contro quel metodo centralistico e colluso che “n’ont rient a faire avec l’activité syndicale”.

Il metodo individuato da De Ambris è, in prima battuta, contrastare l’opera di controllo amministrativo sulle organizzazioni aderenti alla confederazione. A ciò sarebbe seguita la presa della direzione delle Cdl, uniche strutture capaci di alimentare lo spirito di combattività operaia e depotenziare le manovre di quella che De Ambris definisce “monarchie syndicale absolutiste”. In un primo momento, dunque, la dimensione internazionale del sindacalismo italiano si concentra nel tentativo di importare un modello che, negli organizzatori sindacali, può dirsi ormai del tutto assimilato. Manca ancora una compatta struttura sindacale italiana capace di affacciarsi nel dibattito internazionale ed appoggiare in maniera incisiva i tentativi intrapresi dalla Cgt di influenzare l’Internazionale in senso rivoluzionario. Come si sa, il tentativo di inserirsi nella Cgdl in maniera da condizionarne l’orientamento può dirsi fallito. Da qui la necessità di costituire un organismo sindacale capace di contenere in sé quella minoranza sindacale in cerca di autonomia e di nuove prospettive d’azione.

Nascerà quell’Unione Sindacale Italiana che vedrà comporsi al suo interno varie tendenze che gli eventi internazionali condizioneranno fino a determinarne i divergenti percorsi futuri. Inizierà una nuova fase del sindacalismo italiano influenzata dall’azione militante di Armando Borghi. Anche per Borghi un’esperienza decisiva per la sua formazione politica e sindacale è quella segnata dal soggiorno in Francia. Ci rimarrà per un anno, a contatto diretto con la realtà della Cgt francese (Landi 2012, 21-40). Borghi fu anche il primo anarchico italiano a scrivere, nel 1912, un articolo in materia sindacale su “Le Libertaire”. In esso informa i compagni francesi della situazione italiana, caratterizzata dalla crisi aperta dalla guerra di Libia che coinvolse anche le organizzazioni sindacali divise tra un antimilitarismo formale ed uno militante, espressione pratica dell’impossibilità di proseguire sulla strada confederale e dell’urgenza da parte anarchica di inserirsi apertamente nel movimento operaio.

Questo fu un periodo importante per il sindacalismo italiano, che subirà una prima scissione tra interventisti e antimilitaristi. Ed è anche da questo momento che si attesta un cambiamento nei rapporti tra i due contesti. Questi, prima contrassegnati da una sorta di “dipendenza” dei militanti italiani nei confronti di quelli francesi, paiono ora caratterizzarsi per una maggiore “autonomia”. É utile ricordare un articolo de “La Vie Ouvrière” del settembre 1913 dal titolo Le Congrès syndicaliste International: le point de vue de syndicalistes italiens. In esso De Ambris criticherà la scelta della Cgt di non prendere parte con i propri delegati al Congresso di Londra che, secondo l’italiano, avrebbe risposto a quella necessità “vivement sentie dans tous les pays où les syndicalistes révolutionnaires sont en minorité, pour sortir de leur isolement”. Il Congresso avrebbe potuto dare una forma pratica e degli strumenti alle forze sindacali per rimanere in contatto e prestarsi reciproco aiuto senza “perdre son temps dans un débat superflu pour inique une ligne de conduite unique – anche perché – le tentative de formuler une orthodoxie syndicaliste serait la chose la moins sérieuse que porrai accomplir le congrès”. Quello che l’Usi, che all’unanimità aveva aderito al congresso, chiedeva − aggiunge De Ambris − non era un’adesione in blocco della confederazione francese, ma solo l’adesione dei sindacati francesi, autonomi nei termini previsti dagli statuti. La risposta, come sappiamo, fu negativa e seguita da una dura critica da parte della redazione della rivista. Questa accusava l’iniziativa internazionale di paralizzare (Lehning 1994, 66-67), il progresso del sindacalismo internazionale proponendo, di contro, “de porter l’action coordonnér des organisations animées de l’esprit syndicaliste non seulement dans le Secretariat de Berlin mais dans le 28 Fédérations internationales de métier”. A segnare i rapporti tra la Francia e l’Italia sindacaliste paiono essere due eventi in particolare: la guerra di Libia e la Grande guerra. L’impresa tripolina aveva causato un dibattito interno al sindacalismo italiano, sostanziato dalla nascita di riviste e giornali apertamente interventisti e gestiti da esponenti di spicco dell’intellettualismo sindacale.

Questa scelta ricalcava la classica differenziazione tra teorici e organizzatori. Infatti, di contro, si assiste ad una intensificazione dei rapporti di alcuni organizzatori con l’ambiente francese ai fini dell’ottenimento di quel sostegno necessario a condurre una più incisiva battaglia interna. È ancora Antonioli a mettere in evidenza gli intensi rapporti instaurati in questo periodo da De Ambris con i più autorevoli esponenti del sindacalismo francese – in particolare James Guillaume, di cui è prova il carteggio di Neuchâtel – che consigliavano una radicale presa di posizione da parte degli antimilitaristi sinceri contro coloro che ormai potevano essere considerati “al di fuori del sindacalismo” (Antonioli 1981, 219) e, quindi, l’esigenza di seguire l’esempio francese quando Monatte afferma: “occorre liberarci di costoro. In Francia ci siamo riusciti. Sorel s’è rintanato in biblioteca” (Antonioli 1981, 219). Oltre ai rapporti personali e di natura teorica, la vicinanza tra i due ambienti si esplicava anche sul terreno della mobilitazione militante. Un esempio è la protesta contro l’invasione in Libia tenutasi a Parigi, di cui riceviamo notizia da un articolo de “Le Libertaire” del febbraio 1912 dal titolo Contre l’agression italienne en Tripolotaine. In esso si pubblicizza l’incontro organizzato dall’Union des italiens résident à Paris cui parteciparono, tra gli altri, Ezio Bartalini – direttore de «La Pace» di Genova – e Armando Borghi, oltre ad alcuni inviati dei giornali francesi di tendenza sindacalista come Francis Delaisi de “La Bataille syndicaliste”, Pierre Martin de “Le Libertaire” e lo stesso segretario della Cgt Jouhaux.

Questo mentre, in Italia, l’antimilitarismo trovava espressione in manifestazioni come quelle del 31 marzo a Parma di cui troviamo notizia anche ne “Le Vie ouvrière” del 20 aprile 1912. Intanto, però, il sindacalismo francese era entrato in una fase di forte crisi i cui segnali erano, in realtà, evidenti già dal 1909, quando Griffuelhes rassegna le proprie dimissioni dalla segreteria della Cgt. Emerge così il ruolo di quella generazione di militanti che, rappresentati su tutti da Merrheim e Monatte, cercano di riscoprire nel modello pelloutieriano lo strumento per superare la crisi causata anche da un intellettualismo che rendeva generalizzata l’esigenza di rinnovamento metodologico (Dolleans 1968, 143-180).

Troviamo una conferma di ciò negli articoli che affollano le pagine dei giornali libertari, nelle rubriche riservate alle questioni sindacali. In un articolo del febbraio 1912 su “La crise du syndicalisme”, Bricheteau addebitava alla mancanza d’idealismo quel malaise actuel riscontrato all’interno delle organizzazioni sindacali, impegnate ad ottenere miglioramenti immediati perdendo di vista la finalità dell’organizzazione sindacale: la liberazione dal capitalismo. Come rimedio, nel solco della tradizione pelloutieriana, Bricheteau individua, in un articolo del settembre 1912 dal titolo Education et syndicalisme, nel ritorno all’educazione operaia lo strumento privilegiato. Coutoph suggerirà, invece, nel suo pezzo su La crise de la CGT apparso su “Le Libertaire” nel 1913 la depurazione del sindacalismo “de son autoritarisme et de son légalisme”. Secondo Van der Linden e Thorpe (1992, 28-29), infatti, “après l’échec de la gréve pour la journée de huit heures en 1906, et plus encore après l’échec de la grève générale de 1908, la Cgt devint de plus en plus riformiste en pratique, au point de pouvoir coopérer sans problèmes avec ses adversaires bourgeois ainsi qu’avec l’État pendant l’Union Sacrée quelques années plus tard”. Secondo Julliard, invece, la Carta d’Amiens del 1906 avrebbe rappresentato non solo un compromesso tra riformisti e rivoluzionari, “mais encore une substitution androite de l’idéologie riformiste à l’idéologie révolutionnaire […] la CGT d’avant guerre doit être – afferma Julliard – considérée comme une organisation profondément autonomiste mais de plus en plus riformiste dans son esprit” (Van der Linden, Thorpe 1992, 28-29). Non rimane che chiederci quanto abbia influito in questo lento declino del sindacalismo l’isolamento internazionale di cui i militanti francesi furono vittime ma anche artefici, ignorando gli stimoli per la creazione di un coordinamento internazionale che militanti come De Ambris, nei termini accennati in precedenza, avevano lanciato. Alla crisi della Cgt si sarebbe presto unito il “presentimento che quelli sarebbero stati gli ultimi giorni di dolcezza e libertà. […] Gli uomini sentono passare sulle loro teste l’ombra immane del ciclone che si avvicina e di cui non misurano né l’estensione, né la durata” (Dolleans 1968, 180).

Questi esempi chiariscono il contesto entro cui ha inizio quella battaglia interna intorno al tema del militarismo che, nei suoi tratti essenziali, non faremo fatica a confrontare con la medesima esistente in Italia. Con un articolo del 25 luglio 1914 il giornale “La Bataille syndicaliste” dava l’annuncio dell’ultimatum inviato dall’Austria alla Serbia. Inizia, così, il dibattito interno al giornale che darà la possibilità di seguire l’evoluzione delle posizioni. Sarà Jouhaux a proporre un primo articolo, del 26 luglio 1914, dal titolo A bas la guerre nel quale il segretario Cgt dopo aver denunciato che «la paix du monde est aux mains d’une aristocratie […] que l’équilibre des nations est subordinné aux intrigues des partis qui se disputent le pouvoir” riproponeva la “necessité d’une intente des travailleurs de tous les pays […] puisque ce sont eux qui en subiront les dernières consequences” di quella che si profilava essere una “boucherie internationale”. Qualche giorno dopo, il 31 luglio, veniva pubblicato sempre su quel giornale un Manifeste à la classe ouvrière redatto dalla Cgt in cui si affermava la fiducia nella possibilità di un trionfo della pace, mentre si denunciavano le “brutalités policières” che impedirono un comizio che avrebbe dovuto svolgersi alla sala Wagram, la sera del 29 luglio 1914, per concertare un’azione finalizzata ad affermare la decisione di imporre a tutti i costi “la pace, in comunione di idee con il proletariato di Germania, Inghilterra, Italia e altri paesi” (Dolleans 1968, 186-187).

A dare seguito pratico a questi proclami sarebbe stato un telegramma inviato da Jouhaux a Legien, segretario del Segretariato internazionale. Pubblicato su “La Bataille” del 1 agosto 1914 con il titolo Action ouvrière internazionale, esso chiedeva un intervento dell’organizzazione internazionale per far pressione sui governi. A questa posizione apparentemente compatta se ne sarebbe sovrapposta, però, un’altra che avrebbe caratterizzato il dibattito sul significato della guerra e del ruolo spendibile in essa dalle forze rivoluzionarie. Il 5 agosto 1914 un articolo di Charles Malato forniva un’interpretazione diversa della guerra. Questa, per Malato, “n’est pas la guerre egoiste des gouvernants […] n’est pas la guerre stupide et cruelle des orgueils chouvins, c’est la guerre sainte de peuples attaqués, qui se levant tout entiers pour se defendre contre l’odieux regime du sabre impérial, pou éviter une régression nefaste”. A questa interpretazione, che scardinava le fino ad allora imprescindibili basi antimilitariste del movimento sindacalista francese, si accostava anche Henri Gauche che, in una lettera aperta pubblicata il 10 agosto 1914, presentava l’imperialismo tedesco come un “danger pour toute l’Europe, pour toute la terre” mentre la Francia si trovava a rappresentare, “come jadis, l’esprit de liberté et de révolution”. A questo passato si ispirerà l’iniziativa del giornale sindacalista di pubblicare, il 6 agosto del 1914, uno stralcio dell’appello lanciato da Bakunin nel 1870 “contre l’invasion du despotisme germanique”.

La situazione internazionale si prestava molto bene ai richiami al periodo di crisi rappresentato dalla guerra franco-tedesca. Bakunin viene, pertanto, utilizzato per giustificare un cambiamento di linea politica avvalorato dalle parole del russo, secondo cui “la défait et l’asservissement de la France, et le triomphe de l’Allemagne assujettie aux prussians, feraient retomber toute l’Europe dans les ténebres”. In tale contesto si inserisce l’interesse dei francesi per le posizioni espresse dai rivoluzionari italiani. Del 17 agosto 1914 è l’articolo in cui Malato esorta i rivoluzionari italiani a cacciare “i barbari” poiché, afferma, “la place du peuple italien est dans la lutte aux cotés de la République française, qui n’est encore qu’etatiste et bourgeoise et que nous élargirons jusqu’à la faire sociale et libertaire”. Ad aprire nuove prospettive sarà il celebre discorso tenuto a Milano da De Ambris presso la sede locale dell’Usi. Egli precisa che una eventuale vittoria antitedesca, pur non essendo “ancora la ‘nostra’ rivoluzione − sarebbe stata − necessaria per liberare il mondo dai detriti ingombranti del sopravvissuto medioevo”. Rigettava, dunque, “ogni calcolo di egoismo nazionale”, ma manifestava interesse per il trionfo di un principio di libertà, necessario alla preparazione dell’avvenire socialista (Furiozzi 2012, 73). Il discorso, come è noto, suscitò un violento dibattito che avrebbe causato una scissione tra una maggioranza rimasta ferma sui propositi antimilitaristi e una minoranza interventista. Il dibattito ebbe un forte impatto anche nell’ambiente francese. In una lettera del 20 settembre 1914 di Guillaume a Monatte, il sindacalista riferisce di voler tradurre per “La Bataille syndicaliste” un “article de De Ambris, suite de la conference du 18 août” dicendosi “d’accord avec De Ambris” convinto del fatto che “cette guerre aura été horrible, mais si elle détruit lòes deux grands fléaux du monde, l’imperialisme allemand et la Sozialdemocratie allemande, l’Europe pourra désormais respirer plus librement”(Maitron 1968, 27-28). Effettivamente il 15 novembre 1914 su “La Bataille syndicaliste” comparirà l’articolo Alceste De Ambris nous parle de l’Italie dedicato alla “conference prononcé a Milan le 18 août, traduite et publiée esuite ici-même par notre ami Guillaume” nella quale, riferisce l’autore Charles Albert, “De Ambris a montré avec une logique passionnée, que le prolétariat italien ne pouvait pas rester indifferérent au grand drame” della guerra.

Qualche settimana prima della lettera di Guillaume a Monatte, il 2 settembre 1914, Kropotkine aveva inviato a Grave una lunga lettera dalla quale emerge la sua adesione all’interventismo, inoltrandosi in considerazioni di ordine militare – ricordiamo che essendo una corrispondenza del 2 settembre 1914, ci troviamo nel periodo direttamente precedente alla battaglia della Marna, decisiva per il fallimento del piano Schlieffen e, quindi, per le sorti del conflitto – in cui la difesa del territorio francese viene posta come unico mezzo tramite cui la Francia avrebbe potuto riconquistare “le droit et la force d’inspirer de sa civilisation, des ses idées de liberté et communisme, de fraternité les peuples d’Europe” (Lettre de Kropotkine à Grave 1914, Archives Maitron,).

Questa interpretazione del massacro europeo in corso non riesce a scalfire le convinzioni antimilitariste di Monatte e Borghi che si trovano in una stretta vicinanza ideale, espressa anche nella loro corrispondenza privata. Nel rispondere alla lettera del 20 settembre inviatagli da Guillaume, Monatte esprimeva la sua posizione: “l’impérialisme allemand sera probablement anéanti: mais ce ne sera pas la seule chose morte. Que restera-t-il de notre socialisme, de notre internationalisme?” (Maitron 1968, 29). Sembrerebbe dunque esserci stato all’interno dell’ambiente sindacalista un brusco mutamento di strategia e orientamento. Ma non è questo quello che Monatte avverte. In una lettera del 18 novembre 1914, scrivendo a Borghi, conferma quanto scriveva l’anarchico italiano su “L’Internazionale” dichiarandosi poco propenso a credere in una generalizzata “conversione militarista” del sindacalismo francese. Monatte rincuora Borghi riportando i nomi di quanti “non si sono lasciati travolgere dalla corrente guerrafondaia”. (Lettera Monatte a Borghi 1914, Archivio Borghi). A fornire agli ambienti esteri un quadro della situazione del tutto opposto era, dice Monatte, “la censura che in Francia era più forte che in ogni altro paese d’Europa – informando di come – fin dai primi giorni della guerra lo stato d’assedio fu proclamato ed i giornali non pubblicano se non quello che il governo lascia passare” (Lettera Monatte a Borghi 1914, Archivio Borghi). Per questo, Monatte dichiara di lavorare ad “una inchiesta internazionale sull’atteggiamento preso dai sindacalisti, socialisti, anarchici di fronte alla guerra” chiedendo, pertanto, un aiuto per individuare i possibili referenti nel mondo anarchico e cooperativistico italiano avendo, invece, già individuato per i sindacalisti De Ambris e lo stesso Borghi. In Italia, già da tempo, si assisteva alla sempre più marcata differenziazione tra correnti interne al sindacalismo. Lo scoppio della settimana rossa avrebbe arrestato il processo di riforma organizzativa interno all’Usi. L’interventismo prima, “l’involuzione in senso nazionalista poi della maggioranza della frazione industrialista all’interno dell’Usi contribuirono a frenare – quello che Antonioli definisce − l’unico processo aggregativo che, se portato a termine, sarebbe stato in grado di contrastare l’egemonia di CGdL e FIOM” (Antonioli 1975, 176).

Sarebbe quindi sopraggiunta una scissione, nel maggio 1915, con l’espulsione degli interventisti dell’Unione Sindacale Milanese. Anche in Francia maturavano le condizioni per prese di posizione radicali, come le dimissioni dal Comitato Cgt rassegnate da Monatte. Unico modo, riporta il Dolléans, per “esternare la sua opposizione confederale alla guerra – in un momento in cui – bisognava più che mai conservare l’indipendenza, attenersi risolutamente alle concezioni che sono nostre” (Dolleans 1968, 201). A rivolgere parole di elogio per il gesto di protesta del sindacalista sarebbe stato Borghi che, in una lettera del 9 gennaio 1915, dimostrerà l’apprezzamento per il suo atto e quello di “tous qu’ils ont compris que le syndicalisme n’est pas né pour la politique étatique, pas plus en temps de guerre que en temps de paix” (Maitron 1968, 75) tenendo a mente come “ce qui importe c’est de ne pas squille notre beau et cher drapeau rouge de l’Internationale” (Maitron 1968, 75).

Risultava evidente l’impossibilità di uscire fuori dallo sbandamento interno causato dalla guerra seguendo una politica limitata ai confini nazionali. La soluzione era da ricercare nell’internazionalismo. L’occasione sarebbe stata fornita dalla Conferenza di Zimmerwald. Un documento redatto dal gruppo de “La Vie Ouvrière” fornisce un resoconto di essa agli abbonati (Lettre aux abonnés de la Vie Ouvrière, Archives Maitron). L’esigenza è quella di riprendere i contatti con gli abbonati presentando un’analisi delle questioni sollevate dalla guerra ispirate, si legge, alla posizione espressa da Monatte che rendeva la “V.O. […] l’organe où syndicalistes, socialistes et anarchistes restés fidèles à leur conceptions – anche se – les mobilisations ont desloqué et presque complétement dispersé notre petit group” (Lettre aux abonnés de la Vie Ouvrière, Archives Maitron, 5). Da questo resoconto emerge l’adesione dei partecipanti, ostili alla guerra a prescindere dalla provenienza e dalla posizione dei governi nazionali di riferimento, all’idea di dovere rompere quella “Union Sacrée, qui est la négation du socialisme − e che, si ammetteva – est plus solide en France qu’en toutre autre pays – perchè – en France, le socialisme et le syndicalisme ont abandonné la classe ouvrière dans les moments plus grave” (Lettre aux abonnés de la Vie Ouvrière, Archives Maitron, 15-16). La conferenza avrebbe dovuto rappresentare “le point de départ d’une action vigourouse, socialiste et syndicaliste pour la paix” (Lettre aux abonnés de la Vie Ouvrière, Archives Maitron, 19). Dopo il rientro in Francia, i delegati Merrheim e Bourderon constatarono come, nonostante lo sforzo profuso nel propagandare le risoluzioni, “la massa non rispose all’appello […] essa era troppo schiacciata dal peso delle menzogne di tutta la stampa” (Dolleans 1968, 210-211).

A fare da perfetto contraltare alla conferenza zimmerwaldiana sarebbe stata la conferenza tenuta a Leeds nel luglio 1916, che Dolléans interpreta come reazione dei sindacalisti maggioritari francesi ed inglesi all’indebolimento dell’Internazionale sindacale sotto la spinta della propaganda antimilitarista (Dolleans 1968, 212). In merito a questa conferenza, da una lettera inviata da Monatte a Borghi è possibile individuare nitidamente la posizione dei sindacalisti antimilitaristi e i rapporti di questi con i vertici sindacali. Da quanto emerge dalla corrispondenza, Monatte avrebbe da subito espresso il proprio disappunto per la proposta di Jouhaux al Comitato confederale di appoggiare il progetto di una conferenza dei paesi alleati “pour examiner les clauses ouvrières à inserer dans le traitè de paix” (Lettre de Monatte à Borghi 1916, Archivio Borghi). Monatte si sarebbe opposto al progetto che avrebbe escluso i camarades allemands ricalcando la spartizione del mondo borghese in aree di conflitto che l’internazionalismo operaio avrebbe, invece, dovuto cancellare ammonendo: “croyez-vous qu’une conference des seuls Alliés ne constituira pas, pour l’Internationale, un danger plus grand dans l’esprit de nos camarades allemands?” (Lettre Monatte à Borghi 1916, Archivio Borghi). Il Comitato confederale decise ugualmente di partecipare alla conferenza, afferma Monatte, “1° sans que les organisations ouvrières sient été consultées […] 3° a la suite d’un vote émis après une discussion d’une demiheure à peine, par surprise, et profitant de la présence des délégués étrangers pour mettre le Comité davant un fait accompli” (Lettre de Monatte à Borghi 1916, Archivio Borghi,). Del resto, secondo Monatte, la classe operaia francese attraversava un momento difficile condizionato dal regime militare di fabbrica e dalla censura governativa, condizioni che non le permettevano di esprimere liberamente una salda posizione antimilitarista (Lettre de Monatte à Borghi, 21 juin 1916, Archivio Borghi). La conferenza avrebbe lasciato in piedi una Internazionale corrispondente “non pas à l’intéret générale et International du prolétariat, mais aux visées et appétits des capitalistes et aux vue des gouvernments de chacun des groupes belligerants” (Lettre de Monatte à Borghi 1916, Archivio Borghi).

In base a ciò Monatte esprimeva una viva speranza nel fatto che l’Usi rifiutasse “de parteciper à cette conférence des syndicalistes alliés, qu’elle continuera, comme nous, son action pénible mais pleine de promesses pour l’avenir contre la guerre, contre l’Union Sacrée […] pour le syndicalisme international” (Lettre de Monatte à Borghi 1916, Archivio Borghi). Alla conferenza di Leeds De Ambris avrebbe colto l’occasione per inserirsi nuovamente nel dibattito internazionale, costituendo a tal fine un Comitato sindacale italiano. Ne riceviamo notizia anche da un articolo, del 14 giugno 1918, di Umberto Peroni su La Bataille syndicaliste che ripropone le tappe che portarono alla costituzione dell’Unione Italiana del Lavoro.

Con la costituzione della Uil e la conclusione del conflitto mondiale si ritiene di poter dire ormai definitivamente sancito il distacco dei vari filoni interni al sindacalismo che, quindi, prenderanno sentieri diversi rappresentando, in casi come quello del fascismo italiano o del partito comunista francese, la base di partenza di nuove esperienze fondamentali per la storia del Dopoguerra. Con la creazione della Uil si assiste da un lato al permanere di un carattere fondamentale del sindacalismo rivoluzionario, quello dell’autonomia sancito ad Amiens, ma dall’altro allo svuotamento delle sue istanze politiche e sociali caratterizzanti. Come si legge in un articolo del 12 giugno 1918 de “La Bataille syndicaliste”, che elenca le principali caratteristiche della nuova organizzazione sindacale, essa aveva come “conception fondamentale la collaboration de toutes les classes à l’intensification de la production et pour une ferme politique de Défense Nationale” rivendicando una purezza ideale derivante dal porsi “en opposition à la Cgdl, qui est soumise au parti socialiste”. Il medesimo fenomeno si rileva anche nell’ambiente francese dove, già da tempo, i vertici della Cgt avevano assunto un carattere riformista fino ad arrivare ad essere dopo la parentesi opportunistica − con le parole di Lehning − “un vero giocattolo nelle mani dei partiti politici” (Lehning 1994, 53). Questo indirizzo condusse, infatti, a scissioni interne che presero forma dal 1924, quando “la parte rivoluzionaria si separò dal sindacalismo riformista di Jouhaux e quando apparve evidente che questa CGT separata, la CGTU, non era nient’altro che una filiale di Mosca, si verificò la terza scissione” (Lehning 1994, 53) dei sindacalisti antiautoritari che diede vita alla Cgtsr.

Questo non significa decretare la fine del sindacalismo rivoluzionario che, anzi, conoscerà proprio nel dopoguerra, specialmente durante il biennio rosso italiano, un nuovo balzo in avanti. Questo pare confermato dai dati forniti dagli studi di van der Linden e Thorpe che dimostrano come “le syndicalisme révolutionnaire connut sa plus grande vitalité, telle qu’on peut là encore la mesurer d’un point de vue International, dans le périodes qui précèdente et suivent immédiatement la Premiére Guerre mondiale” (Van der Linden, Thorpe 1992, 12). Tuttavia, rimane da stabilire a quale tipo di sindacalismo rivoluzionario si faccia riferimento. Se da un lato, infatti, come suggerisce Amdur, “supposer que ce sont les conditions de l’après-guerre qui ont dicté une nouvelle stratégie syndicale et que la guerre a changé le cours de la politique et les rapports de classe une fois pour toutes n’est peut-être qu’un mythe, que partagent les historiens − sarebbe anche un errore – sous-estimer les changements survenus pendant la guerre et l’après-guerre” (Amdur 1987, 29).

 

Biografia

Marco Masulli. Laureato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna nel 2013 con la tesi Il sindacalismo rivoluzionario in Francia e Italia: vite, generazioni, corrispondenze.

Biography

Marco Masulli. Graduated in Historical Sciences at the University of Bologna in 2014 with a thesis entitled “Syndicalism in France and Italy: lives, generations, correspondences.”

 


  

Bibliografia

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1992                Essort et déclin du syndicalisme révolutionnaire, in “Le Mouvement Social”, n. 159.

Periodici

“La Bataille syndicaliste”, IV(1914); VIII (1918).

“La Vie Ouvrière”, III (1911); IV (1912); V (1913).

“Le Libertaire”, II (1896); VI (1900); IX (1903); X (1904); XII (1906); XVII (1911); XVIII (1912); XIX (1913).

Fonti archivistiche

Centre d’histoire sociale du XXe siècle (CHS), (Paris) – Archives Maitron

Biblioteca Libertaria Armando Borghi (BLAB), (Castel Bolognese) – Archivio Armando Borghi

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