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Posted in Numero 49 - Marzo 2019, Numero 49 - Rubriche, Numero 49 - Scaffale, Scaffale

Recensione del volume di Valerio De Cesaris, Il grande sbarco. L’Italia e la scoperta dell’immigrazione, Guerini e Associati, Milano 2018.

Recensione del volume di Valerio De Cesaris, Il grande sbarco. L’Italia e la scoperta dell’immigrazione, Guerini e Associati, Milano 2018.

di Patrizia Fazzi

 

Nel volume Il grande sbarco. L’Italia e la scoperta dell’immigrazione, pubblicato da Guerini e Associati nel 2018, l’autore non si occupa delle migrazioni su scala globale, se non per brevi cenni introduttivi allo scopo di presentare il fenomeno come questione aperta, ma si concentra sugli anni 1989-1991, considerati un vero e proprio turning point nella storia delle migrazioni. Nel triennio preso in esame, infatti, si susseguirono a ritmo serrato eventi internazionali fortemente connotati dalla fine della guerra fredda. E allo stesso tempo, esso segnò l’inizio della fase in cui il discorso pubblico sull’immigrazione in Italia assunse quelle specificità proprie che lo contraddistinguono ancora oggi: allarmismo, focalizzazione prevalente sul contrasto alle migrazioni irregolari, interventi emergenziali, in un incrocio tra cambiamenti globali e dinamiche locali.

Ma in base a quali eventi l’Italia scoprì di essere un paese di immigrazione? E quali di questi in particolare contribuirono alla nascita del “mito dell’invasione”? La ricostruzione di Valerio De Cesaris segue un itinerario che inizia con l’omicidio di Jerry Essan Massolo, il lavoratore sudafricano ucciso il 24 agosto 1989 a Villa Literno, che rivelò agli italiani la realtà dei lavoratori immigrati impiegati nell’agricoltura, sottopagati e sfruttati, in un mondo sommerso pressoché ignorato dall’opinione pubblica del paese. Sull’onda emotiva di questo caso, si abolì la riserva geografica per i richiedenti asilo e si avviarono i progetti di riforma delle norme sull’immigrazione che confluirono nella Legge Martelli. Seguirono le vicende direttamente legate alla dissoluzione dell’Urss, al crollo dei regimi comunisti dell’est, tra cui il regime albanese rappresentato da Ramiz Alia, succeduto al dittatore Enver Hoxha alla guida del Partito del lavoro a metà degli anni ottanta. E nonostante i timidi tentativi volti a revisionare il sistema economico e politico a fine decennio, non fu possibile evitare il collasso del paese e le conseguenti ondate migratorie per fuggire dalla fame.

In questo clima di forti tensioni, il governo italiano organizzò, nel mese di luglio del 1990, l’espatrio di migliaia di albanesi rifugiati nelle ambasciate straniere a Tirana: si inviarono navi per condurli in Puglia, dove furono accolti poiché considerati vittime di una storia di oppressione, che aveva generato una profonda instabilità politica esacerbata dal forte isolamento e dai contrasti interni tra nord e sud del paese, tra centri urbani e campagne. La “crisi delle ambasciate” ebbe così una decisiva influenza sull’esodo dell’anno seguente, perché sembrò agli albanesi che il “mondo libero” fosse disposto ad accogliere anziché respingere1.

Ma a distanza di un anno, circa 18.000 albanesi giunti in Italia sul mercantile Vlora, adibito al trasporto della canna da zucchero proveniente da Cuba, subirono il rimpatrio forzato dopo essere stati ammassati nello stadio della Vittoria e nel porto di Bari. Il viaggio della Vlora divenne così il simbolo del valico di un’ulteriore frontiera: quella adriatica, invisibile eppure culturalmente insormontabile. Un cambiamento di atteggiamento sia nell’opinione pubblica sia nelle politiche migratorie, che si tradussero in interventi di chiusura per dissuadere ogni altro tentativo di approdo, dettati prevalentemente dalla paura dell’esodo incontrollabile di milioni di persone che dai paesi dell’est si sarebbero potute riversare in Europa occidentale. Un esodo che di fatto si è poi verificato, ma gradualmente nell’arco di quasi un trentennio e non come fuga tumultuosa incontrollabile.

Il flusso di albanesi, che nel volgere di pochi mesi passarono dall’essere considerati rifugiati a migranti economici per effetto della transizione al multipartitismo, si sarebbe potuto prevedere e dunque gestire in modo organizzato e condiviso, ma le autorità di Roma non approntarono alcun piano in previsione degli arrivi sulle coste pugliesi, come ampiamente documentato facendo riferimento a più fonti, tra cui gli Atti parlamentari.

Al centro degli eventi che in Italia cambiarono la percezione dell’immigrazione emerge, dunque, il viaggio della nave Vlora, ricostruito per la prima volta in prospettiva storica. E a partire da questo caso, l’autore traccia un filo rosso che unisce il “grande sbarco” a quelli più recenti: la questione migratoria costantemente irrisolta, ma soprattutto vissuta come un’emergenza destabilizzante. Ne consegue che per superare la politica delle percezioni distanti dalla realtà, per creare le condizioni affinché gli immigrati possano compiere percorsi efficaci di integrazione, e soprattutto per riportare il tema dell’immigrazione alla normalità di un fenomeno strutturale della nostra epoca, «occorre andare oltre la cronaca, togliere le lenti distorcenti dell’emotività e guardare ai fenomeni migratori con il realismo della storia. Solo così si può cercare di comprenderli»2.

1V. De Cesaris, Il grande sbarco. L’Italia e la scoperta dell’immigrazione, Guerini e Associati, Milano 2018, p. 79.

2Ivi, p. 24.

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