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Posted in Numero 46 - Marzo 2018, Numero 46 - Rubriche, Numero 46 - Scaffale, Scaffale

Sebastian Conrad, Storia globale. Un’introduzione, Carocci, Roma 2015, pp. 210.

Sebastian Conrad, Storia globale. Un’introduzione, Carocci, Roma 2015, pp. 210.

di Patrizia Fazzi

Abstract

La storia globale, un originale approccio di ricerca, si è diffusa negli ultimi decenni divenendo un argomento di particolare interesse. Ma che cosa si intende per storia globale e che cosa propone? Quali contenuti sono privilegiati e quali sono i temi evidenziati in modo più efficace? Si tratta di riscrivere la storia universale o può essere considerata piuttosto una prospettiva di analisi? Quali teorie risultano centrali, quali controversie suscita e quali sono i suoi limiti?

Sebastian Conrad, tra i più autorevoli studiosi della storia globale in Germania, introduce il lettore in questo campo delle scienze storiche, che si presenta particolarmente stimolante sia per l’analisi del passato sia per la comprensione del tempo presente.

Che cos’è la storia globale?

Pubblicato da Carocci nel 2015, il volume rappresenta un’importante tappa nella comprensione della storia globale, che può essere letta come «una forma di analisi storica nella quale fenomeni, eventi e processi vengono inquadrati in contesti globali»1. Essa è in primo luogo un approccio che si focalizza su connessioni e aspetti attraverso i quali lo storico mette in relazione mondi diversi, apparentemente estranei, prendendo in considerazione molteplici dimensioni di analisi. E tuttavia sarebbe riduttivo relegare la storia globale a mera prospettiva, poiché la contestualizzazione dei temi affrontati richiede analisi sul grado e sulla tipologia dei collegamenti all’interno delle reti, che dipendono dalla forza plasmante delle strutture transnazionali; così come non si può prescindere dallo stabilire connessioni tra fenomeni finora trattati separatamente o dall’individuare le comunanze in contesti differenti del discorso storico attraverso il confronto e la prova di rapporti di scambio.

L’indagine non è estesa all’astratta totalità, ma implica la rivisitazione di paradigmi esistenti, grazie alla consapevolezza delle relazioni globali e all’ampliamento dei contesti in cui collocare la storia su scala locale, regionale, nazionale o macroregionale, quindi non necessariamente globale.

L’autore invita altresì a relativizzare la distinzione tra global history, world history, storia transnazionale o storia della globalizzazione, mentre sottolinea i numerosi punti di intersezione: il superamento dell’eurocentrismo e del modello interpretativo storico-nazionale, l’individuazione di connessioni lontane da narrative teleologiche, l’abbandono di spiegazioni internalistiche. Si delinea così un orientamento che privilegia non tanto i processi e le dinamiche che racchiudono i confini, quanto ciò che transita attraverso di essi.

La genesi della storia globale

I primi due capitoli del libro sono dedicati alla genesi della global history, che si snoda a partire dall’antichità fino ai giorni nostri, poiché «la storiografia del mondo è antica quanto la storiografia stessa»2. Ciascun mondo veniva tuttavia costruito dalla prospettiva ecumenica dell’osservatore ed era giudicato in base a specifici canoni riferibili a valori culturali, morali e politici. I concetti di mondo e di globalità erano mutevoli e variavano al variare del tempo e dello spazio, come l’autore dimostra attraverso un’ampia quanto articolata mappatura storiografica.

Plasmata dalle sue condizioni di nascita e dal contesto sociale di riferimento, la storia globale è in primis una prospettiva: «singoli temi, ad esempio lo schiavismo, mutano il loro significato sociale in maniera basilare, a seconda se esso venga preso in considerazione dalla prospettiva dell’Angola o della Nigeria, del Brasile o di Cuba, ma anche della Francia o dell’Inghilterra. E anche il concetto di mondo rispettivamente rilevante non è affatto omogeneo in differenti società e nazioni»3.

Particolarmente significativi per i contemporaneisti sono gli indirizzi che hanno caratterizzato la storia globale a partire dagli anni novanta del Novecento, poiché hanno segnato una svolta nella storiografia ecumenica, orientando la ricerca sull’analisi delle connessioni transnazionali, dalla storia comparata allo studio delle macroregioni (l’Oceano Indiano, l’Oceano Atlantico, l’Europa, l’Asia orientale), così come risultano centrali la storia delle civiltà e il policentrismo, che hanno permesso di relativizzare le prospettive a senso unico di lettura del passato.

I contenuti della storia globale

L’autore individua, nel prosieguo del testo, sei tracce di ricerca particolarmente produttive che riguardano i filoni seguenti: merci globali, storia degli oceani, migrazione, imperi, nazione e storia dell’ambiente, che vantano una consolidata tradizione storiografica, mentre altri si stanno lentamente affermando, tra cui segnala, in chiusura del libro, la storia del razzismo. Si privilegiano, in ogni caso, spazi di interazione il cui raggio d’azione supera i confini statali, dove si incanalano rapporti di scambio per lungo tempo e in regimi politici diversi, anche su lunghe distanze. Si tratta di settori disciplinari rivisitati: dalla storia economica, uno dei campi con maggiore affinità rispetto alle domande di storia globale, alla geopolitica, dalla storia culturale a quella della vita quotidiana. Le prospettive di analisi prese in esame possono essere tanto dall’alto quanto dal basso e ruotano intorno a specifici ambiti di discussione, che spaziano dalla teoria del sistema-mondo ai post-colonials studies, dall’analisi delle reti alle multiple modernities, di cui l’autore fornisce una dettagliata disamina non scevra da puntuali critiche, accompagnate da una nutrita bibliografia.

I numerosi percorsi di ricerca proposti dall’autore possono interagire in modo costruttivo, ma tale declinazione comporta inevitabilmente cambiamenti prospettici e metodologici. È necessario individuare temi di diversa scala spazio-temporale, dalle macro aree alla dimensione nazionale o locale, e considerare, in fase di “montaggio”, il tema di dimensione globale una sorta di contenitore degli altri. In altri termini, la “mappa” più ampia consente di fissare le coordinate generali da cui partire per le successive esplorazioni su scale spaziali e temporali più circoscritte.

Percorsi guida

Nel corso della ricostruzione degli approcci di storia globale, Conrad rinvia dapprima alla teoria elaborata a partire dagli anni settanta da Immanuel Wallerstein, incentrata sull’espansione dell’economia-mondo capitalistica occidentale. Si tratta in questo caso di un contributo di grande rilevanza per la diversificazione dei piani di ricerca (dal sistema-mondo fino all’economia domestica), per l’idea di incorporazione o di annessione di territori dapprima esterni e poi interni rispetto ai confini di un’economia-mondo, per la sostituzione dell’usuale unità di analisi, rappresentata dallo stato nazionale, con altre unità che in ogni caso non rappresentano economie o imperi del mondo (intero), bensì sistemi, economie e imperi che costituiscono un mondo a sé stante.

Si prendono altresì in esame i postcolonial studies, che rappresentano una direzione d’urto per una lettura antieurocentrica del mondo moderno, seppur da integrare e rivisitare, secondo quanto sostenuto dall’autore. Il baricentro si sposta, anche in questo campo, sullo studio delle connessione, delle dipendenze o interferenze, che permettono di superare l’unità di misura dello stato-nazione introducendo spazi geografici ben più vasti e interrelati.

Seguono le analisi delle reti, onnipresenti nello studio della globalizzazione, che permettono di “transnazionalizzare” la storia nazionale, considerando i territori come superfici in relazione tra loro, in cui circolano non solo le merci e le informazioni ma anche gli uomini e le idee, spesso in contrasto tra loro, che si incrociano e si contaminano a vicenda. Mentre il concetto di modernità multiple, importante punto di riferimento per interpretare le trasformazioni socio-culturali, apre la visuale alla pluralizzazione delle linee di sviluppo dei processi di modernizzazione, che non necessariamente coincidono con quelli di occidentalizzazione.

Alla ricerca di macro problematiche

Tra i numerosi spunti di riflessione, l’autore individua quattro macro problematiche relative alla storia globale, partendo da quesiti che risultano centrali nel dibattito storiografico.

1. Come si può riscrivere una storia del mondo e delle sue connessioni che non sia eurocentrica e la cui logica non sia prestrutturata attraverso l’uso di concetti occidentali?

2. Da quando si può propriamente parlare di un contesto globale e di una storia della globalizzazione?

3. Ha corso la storia del mondo sempre verso l’egemonia dell’“Occidente”, come essa si è manifestata nel XIX e XX secolo?

4. C’è stato un potenziale di modernizzazione anche al di fuori dell’“Occidente”, e quale significato hanno avuto le rispettive risorse culturali di società premoderne per la transizione a un mondo moderno globalizzato?4.

Seguono vere e proprie controversie di storia globale la cui tematizzazione, intrinsecamente legata alla storia del tempo presente, pone nuove sfide ai confini, ai valori e alle strutture che sono divenuti parte stessa di una eredità globale. E una riflessione volta a indagare i meccanismi della complessa contemporaneità presuppone un’indagine del passato con l’ausilio di strumenti eterogenei e molteplici, proprio per confutare facili determinismi o illusorie palingenesi.

Controversie di storia globale: l’eurocentrismo

La prima controversia riguarda la narrativa eurocentrica, che vede l’Europa quale unica figura attiva rispetto al resto del mondo. E nella ricerca del giusto equilibrio tra il superamento di questa visione e il rischio di una ingiustificata marginalizzazione dell’Europa, l’autore si pone sul crinale della distinzione tra l’eurocentrismo come dinamica del processo storico, incomprensibile senza il ricorso all’egemonia occidentale sviluppatasi nel corso dei secoli, e l’eurocentrismo come prospettiva, che vede nell’Europa il soggetto sovrano di tutte le storie nazionali ricostruite sul modello di uno sviluppo universale, fissato e riprodotto nello strumentario concettuale delle moderne scienze sociali. «L’Europa agisce, mentre il resto del mondo obbedisce. L’Europa ha la forza di creare, il resto del mondo è passivo. L’Europa fa la storia, il resto del mondo non ne possiede alcuna finché non entra in contatto con l’Europa»5. E proprio nella prospettiva di emanciparsi da quest’ultima master narrative eurocentrica si collocano i nuovi approcci di storia globale volti a “provincializzare” l’Europa e a valorizzare le specificità e le differenze storiche di società non occidentali, affinché queste non siano scritte in una lingua “dell’assenza”, in una retorica del “non ancora” e trattate come “carenze”6.

Sulla periodizzazione della globalizzazione

La divisione analitica del paradigma eurocentrico, analizzato come processo e come prospettiva, risulta di fondamentale importanza anche per la successiva controversia, ossia quella relativa alla periodizzazione della storia della globalizzazione. Essa rinvia a uno specifico ambito di ricerca della storia globale, in cui possono confluire quei rapporti sociali che si trasformano in reti grazie a un certo grado di stabilità. Ma se il concetto è un nuovo arrivo nell’arsenale terminologico degli storici, quanto è nuovo il fenomeno stesso? Un tema fecondo di sviluppi su cui l’autore si sofferma sottolineando le periodizzazioni prevalenti, a partire dalle più rilevanti cesure storiche (nel XVI secolo e alla metà del XIX secolo), che hanno segnato le tappe verso il nostro mondo globalizzato.

La globalizzazione non è definita una metateoria ma neanche un semplice oggetto di osservazione; essa rinvia piuttosto a uno specifico sguardo che può contribuire a porre i processi in contesti più ampi e a superare il nazionalismo metodologico delle scienze storiche. È indubbiamente un concetto molto allettante per gli studiosi che si occupano dell’addensamento delle relazioni a più livelli, in particolare dell’integrazione economica, del mutato rapporto tra Stato e mercato, delle nuove categorie di tempo e di luogo, accompagnate dal cambiamento dei mezzi di trasporto e di comunicazione7.

I dibattiti sulle questioni della periodizzazione possono tuttavia fornire solo indicazioni di massima, poiché una storia della globalizzazione non dovrebbe essere una narrazione lineare della crescente connessione del mondo. Fasi intense di interazione si alternano a fasi di distanziamento e isolamento, che originano veri e propri buchi nella rete non sempre ricuciti. In definitiva, i processi di scambio transnazionali non contribuiscono solo all’omogeneizzazione del mondo e alla creazione di uniformità rispetto alle norme occidentali, aspetto importante della globalizzazione come prospettiva, ma creano costantemente frammentazioni, nuove differenze e specificità culturali.

Letture problematiche: dalla grande divergenza alle early modernities

La terza controversia proposta dall’autore ruota intorno al tema “Asia o Europa”, affrontato anche in questo caso a partire da domande cardine della storiografia mondiale: «Perché l’Europa? In che cosa consisteva il Sonderweg europeo? È davvero esistito?»8. Si passano così in rassegna le posizioni che da Marx e Weber giungono ai contributi della California School, tra cui spiccano le tesi di Kenneth Pomeranz, Roy Bin Wong e Andre Gunder Frank. Da modelli esplicativi endogeni, orientati a una narrativa che spiega l’ascesa dell’Europa da se stessa, ossia internalisticamente, si prendono in considerazione fattori esogeni, in una prospettiva comparata tuttora ampiamente discussa.

L’ultima lettura problematica della storia globale affrontata dall’autore riguarda le early modernities, una tematica che, rispetto al fecondo progetto sulla grande divergenza9, ha dato vita a un marginale dibattito sulla pluralizzazione del concetto di modernità. Si tratta di un ambito di discussione sul significato da attribuire, nel passaggio al mondo moderno, alle diverse risorse culturali di società non occidentali, in particolare quella cinese, indiana e giapponese10. Si richiama così l’attenzione sui molteplici percorsi autoctoni di modernizzazione, sul potenziale di sviluppo connotato da specifiche dinamiche culturali oltre l’Europa e, dunque, non solo sulle origini eurocentriche della modernità.

Gli studi si riferiscono a un periodo dell’età moderna che durò all’incirca dal 1450 al 1800, ossia dall’ascesa degli “imperi della polvere da sparo” fino alla rivoluzione industriale: un arco temporale in cui si produssero significative trasformazioni in collegamento tra di loro, gradualmente assorbite negli ampi processi della contemporaneità. Un concetto, quello di early modernity, concepito pragmaticamente per comprendere le diverse dinamiche che caratterizzarono le società premoderne e precoloniali da riorientare in contesti globali.

Riflessioni conclusive

La storia globale oggi non è più sinonimo di macrostoria, poiché accanto alla tradizione della storia mondiale, che pensa in termini di grandi aree e macroregioni, la prassi storico-globale del presente è molto più articolata e tenta di rapportare in maniera dialogica macroprospettiva e microprospettiva. A una costruzione di eventi intesi come epifenomeni isolati, si contrappone una struttura reticolare in cui ogni evento si posiziona su uno scenario di dimensioni globali sul quale incide in modo rilevante, in virtù delle conseguenze di singoli fattori, pur nella loro dimensione ridotta. Si eleggono così a oggetti di analisi tutte quelle dinamiche del divenire storico che innescano processi e interazioni tra diversi gruppi umani, siano essi flussi migratori o innovazioni tecnologiche, fluttuazioni economiche o circolazione di idee, scambi commerciali o fedi religiose.

Nata da una pluralità di orientamenti storiografici e diramatasi in disparati ambiti di ricerca, essa ha il merito di aver contributo a ricollocare la parabola storica dell’Occidente all’interno della storia mondiale, sempre più policentrica e interconnessa. E un proficuo dialogo non solo interno alla global history, a cui Sebastian Conrad dedica comunque un’ampia riflessione critica soffermandosi su conquiste e limiti, sarà di ulteriore stimolo per rafforzare gli aspetti epistemologici, teorici, normativi e didattici, nell’intento di trovare il giusto equilibrio tra lo studio delle connessioni e delle reti senza trascurare le particolarità locali, poiché si possano creare nuove sinergie combinando la varietà di prospettive sotto lo stesso tetto.

1 Conrad S., Storia globale, op. cit., p. 18.

2 Ibi, p. 31.

3 Ibi, p. 45.

4 Cfr. Conrad S., op. cit., p. 95.

5 Marks R.B., Die Ursprünge der modernen Welt. Eine globale Weltgeschichte, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 2006, pp. 20-21. Cfr. Conrad S., op. cit., p. 96.

6 Young R., Mitologie bianche, Meltemi, Roma 2007, pp. 61 ss. Cfr. Conrad S., op. cit., p. 98.

7 Cfr. Conrad S., op. cit., pp. 102-103.

8 Ibi, p. 110.

9 In particolare ved. Pomeranz K., La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale moderna, il Mulino, Bologna 2004.

10 Cfr. Conrad S., op. cit., p. 117.

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