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Posted in Articoli, Numero 26 - Articoli, Numero 26 - Giugno 2011

La Repubblica romana del 1849:  una pagina di storia attuale

La Repubblica romana del 1849: una pagina di storia attuale

Marco Severini

Abstract

Dopo quasi mezzo secolo di oblio, si è assistito in questi ultimi tempi ad una crescente attenzione nei confronti della Repubblica romana del 1849. Il saggio dà conto, sul piano storico e storiografico, delle novità emerse e dei principali orientamenti di ricerca che stanno alimentando una nuova stagione di studi sull’argomento.

Abstract english

After almost an half century of oblivion, we witnessed in this last period a growing attention towards the Roman Republic of 1849. This essay describes, on an historical point of view, the news emerged and the orientation of the main researches feeding a new season of studies on the subject.

 

Nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia ha trovato spazio, a 56 anni di distanza dall’ultima monografia scientifica sul tema, un nuovo lavoro sulla Repubblica romana del 18491.

Naturalmente, alla vigilia di questo importante appuntamento, se ne sono lette e sentite di tutti i colori sull’Unità e sulla storia italiana e qualche intervento è giunto a coinvolgere la stessa Repubblica quarantanovesca. Per limitarmi a due esempi significativi, ho potuto ascoltare in due note trasmissioni radiofoniche che tra gli eventi centrali della nostra storia c’era anche “la Repubblica romana del 1848” (16 marzo 2011) e ancora che Giuditta Tavani Arquati fu “l’eroina-simbolo” e la sfortunata martire della Repubblica del 1849, quando invece perse la vita 18 anni dopo, in occasione dell’insurrezione garibaldina del 1867!

Come se non bastasse, mi è capitato di leggere della “trasteverina Colomba Antonietti” (nata invece in Umbria) e, addirittura sulla pagina culturale di uno dei quotidiani più famosi della penisola, che Pio IX fuggì da Roma diretto a Gaeta “ durante la effimera esperienza della Repubblica romana”, quando invece il pontefice senigalliese abbandonò l’Urbe il 24 novembre 1848, cioè 76 giorni prima della nascita della stessa.

Sgombriamo allora il campo da equivoci e fraintendimenti e cerchiamo di conferire giusto spessore all’evento che registrò il coinvolgimento di decine di migliaia di italiani.

La Repubblica romana del 1849 ha costituito la vicenda più gloriosa ed epica del Risorgimento; la prima e l’ultima esperienza di governo di Giuseppe Mazzini; l’episodio che ha consacrato Garibaldi alla guida della lotta per l’indipendenza italiana; l’evento che ha dimostrato come il repubblicanesimo poteva rappresentare un regime idoneo per gli italiani; l’itinerario, lungo e complicato, per conseguire la democrazia e la moderna libertà politica; insomma, la testimonianza di un’Italia migliore, progressista, popolare, partecipata, costruita sull’iniziativa popolare e sul suffragio universale.

Conclusasi dopo cinque mesi per effetto dell’intervento militare dell’Europa legittimista e controrivoluzionaria, la Repubblica proiettò la sua ombra sulla vicenda post-unitaria: un’ombra densa e accattivante, corretta ideologicamente od obliata dall’Italia ufficiale, capace di penetrare come mito e memoria tra i ceti popolari e di contribuire all’alfabetizzazione laica e civile degli italiani.

Quando, agli inizi degli anni novanta, mi sono posto l’obiettivo di avviare un percorso di ricerca sull’avvenimento, mancavano molte cose – soprattutto fonti e documentazione archivistica –, ma anche una sensibilità storiografica nuova, che fosse in grado di rileggere questo evento centrale del processo risorgimentale senza i pesanti lasciti e i condizionamenti culturali sedimentatisi nel corso di un secolo e mezzo di storia (da parte della storiografia evenemenziale, di quella idealistica, ma anche di quella marxista e gramsciana). Infine, non c’era una determinata e qualificata generazione di studiosi che – è il mio auspicio più grande – sapesse interpretare e inquadrare gli esiti di quasi un ventennio di ricerche, insieme alle prospettive metodologiche in questo contenute, in una nuova stagione di studi.

La storia

Agli inizi del 1849 la storia italiana era cambiata: la repubblica era stata proclamata a Roma, Venezia e Livorno; a Firenze si era costituito un governo democratico; la Sicilia restava in mano ai separatisti che si erano dati un governo ed una Costituzione di orientamento democratico; Brescia cacciava gli austriaci e Genova respingeva l’armistizio di Novara con una insurrezione repubblicana.

Era scoccata, dopo la sconfitta delle diverse opzioni moderate, l’ora dei democratici e la loro attuazione più significativa fu la nascita, al centro della penisola, di un legittimo Stato repubblicano, democratico, laico e italiano, benché l’Europa fosse costellata di monarchie e animata da forti rigurgiti di antico regime.

Il mancato coordinamento dei diversi focolai democratici, la ristrettezza della base sociale insurrezionale (piccola-media borghesia urbana; popolo minuto; ceti artigiani) e l’incapacità di conferire alla lotta una dimensione autenticamente popolare, fecero fallire questa congiuntura che assunse comunque un carattere esemplare e costituì la più bella pagina del Risorgimento italiano.

Nata il 9 febbraio 1849, la Repubblica romana del 1849 ha conosciuto un lungo oblio nella seconda metà del Novecento. La prova più evidente è costituita dal fatto che da oltre mezzo secolo non usciva una monografia scientifica sull’argomento. Con questo termine intendo il prodotto di un critico e meticoloso lavoro di ricerca svolto attraverso archivi e biblioteche, sorretto da una chiara metodologia e capace di presentare una narrazione e una (o più) interpretazione di fondo.

Non è però vero – come a lungo si è sostenuto – che la brevità della storia della Repubblica romana rappresenti un ostacolo alla valutazione storiografica della sua vicenda, delle realizzazioni e delle eredità che ci ha lasciato.

In una prima fase (9 febbraio-29 marzo), la Repubblica venne guidata da un Comitato esecutivo composto da Carlo Armellini (settantaduenne avvocato concistoriale che aveva servito la Repubblica giacobina del 1798-99 e poi Napoleone e diversi papi), Mattia Montecchi (altro avvocato capitolino con trascorsi carbonari e cospirativi) e da Aurelio Saliceti (famoso giureconsulto abruzzese del foro partenopeo, uno dei primi meridionali affiliati alla Giovine Italia e politico partecipe dei moti napoletani del 1848).

Nell’azione di governo, questo Comitato venne affiancato da un Consiglio di ministri, costituito da un mix tra tecnici e rivoluzionari di antica data, e dall’Assemblea che si impegnò nella veste di legislatore costituente e di legislatore ordinario.

Il Comitato continuò l’opera di rinnovamento politico e sociale in senso democratico-borghese che era stata iniziata nella fase di interregno provvisorio (dicembre 1848-gennaio 1849), adottò importanti riforme sul piano politico e giuridico, fronteggiò il caos amministrativo, il dissesto finanziario e i primi casi di insorgenza reazionaria, ma non affrontò con la dovuta energia le questioni dell’organizzazione militare e la ripresa della lotta nazionale.

Falliti gli accordi con gli altri Stati italiani per giungere ad una Costituente italiana, l’Europa cattolica si apprestava a soccorrere Pio IX il quale, fin dal 19 febbraio, aveva chiesto con apposita nota diplomatica l’intervento militare di Austria, Francia, Spagna e Regno delle Due Sicilie: l’isolamento diplomatico si rivelò decisivo per le sorti della Repubblica romana.

La seconda fase della Repubblica (29 marzo-30 giugno) venne politicamente dominata da Giuseppe Mazzini. Eletto deputato in una consultazione suppletiva il 24 febbraio e giunto a Roma la sera del 5 marzo, il patriota genovese impresse un indirizzo più energico al governo repubblicano, orientandolo verso la guerra d’indipendenza nazionale e la difesa militare, senza per questo interrompere l’azione di rinnovamento e modernizzazione delle istituzioni avviata in precedenza.

Raggiunta Roma da patrioti ed esuli provenienti da tutta la penisola e dall’estero, il triumvirato mazziniano proseguì l’opera di laicizzazione dello Stato (furono aboliti i tribunali ecclesiastici e confiscati i beni del clero) e di rinnovamento politico e sociale (tra l’altro, fu varata una riforma agraria che prevedeva la concessione di terre in affitto perpetuo alle famiglie più povere) delle antiquate strutture pontificie.

Soprattutto si affermò un governo nazionale, incentrato sul richiamo al popolo-nazione cosicché qualunque categoria di cittadini (comprese quelle secolarmente escluse, come gli ebrei e le donne, che recitarono un ruolo di primo piano come infermiere, ausiliarie, giornaliste e combattenti a Roma e nelle principali città dell’Italia centrale) venne chiamata da Mazzini a partecipare alla costruzione di un mondo nuovo.

Roma divenne in questi mesi una sorta di capitale della riconquistata libertà italiana.

In uno Stato che abolì la pena di morte, riconobbe la piena libertà di culto e soppresse qualsiasi forma di censura sulla stampa, un’intera generazione di giovani, intellettuali, borghesi, patrioti, uomini dalle incerte convinzioni, reduci della prima guerra d’indipendenza, neofiti della politica si ritagliò uno spazio nella vita pubblica fino a pochi mesi prima inimmaginabile; l’intenso processo di politicizzazione animò, tramite i circoli popolari e i “luoghi di parola”, intensi dibattiti e una crescente partecipazione popolare, mentre ai limitati orizzonti della vita municipale subentrò la prospettiva di un’unità nazionale da conquistarsi sul campo.

Minato dalla crisi economica e finanziaria ma soprattutto dall’invasione militare straniera, la Repubblica poté contare solo sulle proprie forze e affrontò la drammatica situazione con equilibrio politico e valore militare. Aperte simpatie giunsero solo dai cittadini statunitensi quali i diplomatici Nicholas Brown e Lewis Cass jr. (lasciati però senza direttive dal governo di Washington e di fatto impossibilitati a riconoscere la Repubblica), lo scultore/scrittore William Wetmore Story e la scrittrice/giornalista Margaret Fuller, entrambi bostoniani.

Attaccata a nord dagli austriaci e a sud da borbonici e spagnoli, la Repubblica giocò la sua partita decisiva con la Francia, un cui corpo di spedizione si presentò il 24 aprile davanti a Civitavecchia.

Adottata con fermezza la linea di respingere la forza con la forza, Mazzini comprese subito le intenzioni del governo di Luigi Napoleone Bonaparte e sperò che le elezioni per l’Assemblea Legislativa del 13 maggio potessero ribaltare il ministero del presidente grazie all’agguerrita opposizione repubblicana interna guidata da Ledru-Rollin.

Mazzini aveva ricevuto, nel 1848, dal capo del governo provvisorio della Seconda Repubblica Lamartine la promessa di un aiuto all’Italia da parte della Francia nel caso in cui fosse stata attaccata “nel suo suolo o nel suo cuore”; ma la svolta moderata, che aveva portato nel dicembre 1848 alla presidenza transalpina Luigi Napoleone Bonparate, comportò una brusca sterzata nell’azione europea del governo di Parigi: quest’ultimo, dopo un’ambigua e temporeggiatrice missione diplomatica, lasciò campo libero al suo corpo di spedizione militare di schiacciare la libertà italiana.

La lunga ed eroica resistenza militare della Repubblica, che costò oltre un migliaio di vittime, si concluse di fatto il 30 giugno con i francesi padroni dei bastioni e di tutte le alture capitoline.

A questo punto, la proposta mazziniana di continuare altrove la “guerra di popolo” non venne accolta dalla Costituente la quale nominò un terzo governo triumvirale, composto da Alessandro Calandrelli, Livio Mariani e Aurelio Saliceti, che durò in carica appena quattro giorni: in questo breve volgere di tempo, venne approvata (1° luglio) e promulgata (3 luglio) la Costituzione (tra le più avanzate dell’Ottocento europeo), Garibaldi lasciò Roma con circa 4.000 uomini per continuare la lotta e si decise, protestando di cedere unicamente alla forza, di ricevere impassibilmente i francesi in città. La Repubblica romana terminò la sua vita il 4 luglio 1849.

Le eredità

L’importanza storica della Repubblica va posta in relazione alle profonde eredità che ha lasciato alla vicenda storica nazionale.

In primo luogo, la Repubblica romana fu uno Stato italiano. Lo attestano la visione profondamente italiana degli avvenimenti propria di Mazzini, alla sua prima ed ultima esperienza di governo; la presenza di migliaia di patrioti giunti ad offrire il proprio coraggioso contributo ad uno Stato che faceva propria la solidarietà tra le nazioni oppresse e la fratellanza universale dei popoli; la rappresentatività italiana in seno a tutti i principali organi dello Stato (governo, Costituente, classe dirigente, esercito, corpo diplomatico); la difesa e il sostegno alla nazionalità italiana contenuti in tutti gli atti principali della Repubblica, dal primo (il decreto del 9 febbraio) all’ultimo (la Costituzione, il cui IV principio fondamentale affermava che la Repubblica, pur rispettando ogni nazionalità, propugnava quella italiana); la diffusione di inni, componimenti, giornali e stampati improntati allo spirito italiano e al sentimento nazionale; la simbologia adottata, dall’adozione del tricolore come bandiera della Repubblica all’utilizzo della sciarpa tricolore come tratto distintivo dei deputati della Costituente, dalla proclamazione del Po a fiume nazionale al varo di cerimoniali nel palazzo del Quirinale tuttora vigenti. Con la Repubblica del 1849, la causa patriottica e nazionale smise di essere un concetto elitario e scarsamente percepito e trovò spazio in una sorta di nucleo fondativo di un’Italia ancora divisa.

In secondo luogo, il repubblicanesimo si configurò, nella sua versione mazziniana e democratica, come il regime più idoneo per la nazione italiana. Inizialmente in coabitazione con altri orientamenti politici e ideologici, il mazzinianesimo diede vigore e credibilità alle istituzioni repubblicane, incrementando la partecipazione popolare e richiamando nelle città e nelle periferie masse di combattenti che si distinsero negli assedi di Bologna, Ancona e Roma e in molti altri casi. Un regime politico chiaro e lineare nel suo programma di governo, consapevole delle urgenze e dei pericoli del momento, trasparente nella gestione economica, misurato nel comportamento dei suoi leader (Mazzini visse modestamente, ma diede prova di grande statista), fermo e tenace nella conduzione politica, ispirata ad una moderna concezione della libertà e della democrazia, e nella comprensione della difficile congiuntura internazionale.

Ancora, individuando in Roma la futura capitale d’Italia e assicurando al contempo al pontefice le garanzie indispensabili per l’esercizio del potere spirituale, la Repubblica romana segnò una pagina nuova nelle relazioni Stato-Chiesa, dichiarando decaduto il potere temporale dei papi e prefigurando itinerari di politica ecclesiastica che sarebbero stati recepiti prima dall’Italia monarchica e poi dalla Repubblica italiana. Una volta acquisito la fine del dominio temporale e al di là delle scomuniche e dei divieti ufficiali, la Santa Sede avrebbe rilanciato la propria vocazione internazionale e affrontato il confronto finora differito con le sfide della società capitalistica e le conquiste della società moderna.

Da diversi studiosi è stato affermato che la Costituzione promulgata il 3 luglio 1849 rappresenta l’eredità più importante della Repubblica quarantanovesca: scritta dai rappresentanti di un’Assemblea senza precedenti nella storia italiana i quali operarono in assoluta libertà di giudizio, senza alcuna soggezione verso le personalità più autorevoli e senza alcun accordo precostituito, questa carta costituzionale si compose di otto principi fondamentali e di sessantanove articoli e si rivelò la più avanzata e democratica dell’intero Risorgimento. Se il corso degli eventi le precluse di divenire realtà operante e funzionale, la Costituzione conservò un profondo valore ideale e di protesta, simboleggiò il chiaro senso di svolta e di rottura dell’esperienza storica che l’aveva prodotta e, in risposta al fallimento di altre progettualità politiche, delineò la traccia fondamentale di una via laica, italiana e democratica al problema dell’unità e dell’indipendenza nazionale; una traccia che avrebbe ispirato un secolo dopo, in un contesto diverso ma non privo di analogie sul piano storico e normativo, la Costituzione repubblicana del 1948.

Infine, l’eroica resistenza militare repubblicana di fronte all’invasione militare straniera costituì un grande successo morale sulla strada dell’unificazione. La vittoria impossibile dei 19.000 difensori di Roma contro i 35.000 soldati francesi (senza contare l’occupazione austriaca e la presenza marginale di spagnoli e borbonici) divenne una di quelle gloriose sconfitte che – come ha sostenuto Mario Isnenghi – sono parte costitutiva, in età romantica, di un moto grandioso e minoritario: una sconfitta nobilitante, che si sarebbe profondamente sedimentata nell’immaginario collettivo.

Memoria e storiografia

È indubbio che la memoria della Repubblica ha proiettato un’ombra lunga sulla successiva storia nazionale.

Benché l’Italia divenisse uno Stato unitario il 17 marzo 1861 grazie alla vittoria della strategia liberal-cavouriana, il pensiero mazziniano e democratico continuò ad alimentare le battaglie di un’intera generazione politica per gli obiettivi della repubblica e di un paese migliore: queste battaglie furono portate avanti sia da quella parte del movimento democratico che decise di integrarsi nella vita politica dello Stato liberale sia da coloro che rimasero per diversi anni su una posizione di intransigente opposizione all’Italia monarchica.

Ma, dato ancora più interessante, si sviluppò in diverse aree centro-settentrionali una pedagogia civile repubblicana – che non poco dovette all’intenso impegno di Aurelio Saffi, l’ultimo vescovo di Mazzini, come ebbe a definirlo Giovanni Spadolini – che si concretizzò nella centralità dei valori laici, nella matrice morale dell’azione politica, nella definizione di una religione civile del dovere. Da tutto ciò nacquero miti, rituali, feste e addirittura un calendario alternativo all’Italia ufficiale, mentre riprese, specie in Romagna e nelle Marche settentrionali, l’opera di proselitismo da parte di un repubblicanesimo che, sul finire dell’Ottocento, superate in parte difficoltà e divisioni interne, si strutturò in vero e proprio partito politico.

L’età giolittiana presentò un’altra forte contrapposizione tra le diverse anime del movimento-partito che si richiamava a Mazzini, ma anche a Cattaneo – centrale fu, in questo senso, l’intensa azione svolta dal lombardo Arcangelo Ghisleri – e trovò solo alla vigilia della Grande guerra una migliore ridefinizione di strategie e obiettivi, grazie anche ad una nuova e dinamica generazione di militanti (tra cui il faentino Pietro Nenni, i marchigiani Giovanni Conti e Oliviero Zuccarini, ed altri ancora).

Il IX Febbraio rimase una festa imperdibile per i militanti repubblicani e per chi intendeva riconoscersi nel ricordo dell’Italia migliore che l’Ottocento democratico e progressista aveva saputo proporre.

Così il ricordo – non sempre una “retorica e parolaia” celebrazione – della Repubblica romana alimentò la formazione e l’impegno di una terza generazione di militanti repubblicani (dopo quella risorgimentale e quella post-breccia di Porta Pia) che sostennero le idealità politiche e civili dell’antifascismo, del fuoriuscitismo, della clandestinità, ma anche dell’intransigente affermazione di una repubblica determinata dalla volontà popolare.

Dopo la Resistenza, il repubblicanesimo tornò in prima fila in quella complessa fase politica da cui scaturì, il 2 giugno 1946, la nascita della Repubblica italiana e, contestualmente, la mirabile azione costituente. In quell’Assemblea presero posto e offrirono un contributo prezioso e illuminante militanti – come Giovanni Conti e Giuseppe Chiostergi – che erano nati alla fine dell’Ottocento ed erano stati educati ai principi mazziniani.

Nonostante fosse stata al centro di una memorabile (ma fino a poco tempo fa dimenticata) seduta parlamentare il 9 febbraio 1949 e di efficaci ricostruzioni storiografiche – vanno almeno ricordate quelle di Domenico Demarco (1944) e di Luigi Rodelli (1955) nonché l’impeccabile rivisitazione di Giorgio Candeloro nel terzo volume della sua Storia dell’Italia moderna (1960) –, la Repubblica romana è caduta nel dimenticatoio a partire dagli anni sessanta.

Lo hanno determinato scelte di natura politica e ideologica, ma anche il mutamento dei gusti e degli orientamenti storiografici, sempre più sviati dall’analisi politica e portati a sperimentare nuovi approcci e inedite sinergie con altre discipline (in primis, le scienze sociali).

Non che siano mancati enti e istituzioni pronti a ricordare quella Repubblica ottocentesca così profondamente anticipatrice degli scenari novecenteschi – si pensi al ruolo svolto dall’Associazione Mazziniana Italiana o dall’Istituto per la storia del Risorgimento Italiano –, ma di fatto non è stato scritto più nulla di significativo sugli avvenimenti quarantanoveschi. Soprattutto si è rimasti a lungo privi di una nuova ed organica ricostruzione storiografica, basata sulla ricerca di archivio e capace di individuare gli elementi profondi e innovativi dell’esperienza che aveva accomunato Mazzini, Garibaldi, Mameli e migliaia di patrioti italiani e stranieri.

Una nuova generazione di studiosi, sensibile alle tematiche risorgimentali e capace di aggiornare e ridefinire status metodologico e prospettive storiografiche, è comparsa solo agli inizi del terzo millennio e da essa è lecito aspettarsi un rinnovamento degli studi che troppo a lungo ha reso gli italiani orfani di una riflessione storica intorno all’origine del loro passato prossimo.

Biografia

Marco Severini insegna Storia del Risorgimento e altre discipline contemporaneistiche presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Macerata. È autore di oltre 400 pubblicazioni, tra cui alcune in lingua straniera, che trattano aspetti politici, civili e culturali dell’età contemporanea. Suoi principali temi di indagine sono stati la Repubblica Romana del 1849; Garibaldi e Mazzini nel ’49; l’età giolittiana; il ruolo dei notabili; la crisi dello Stato liberale e l’avvento del fascismo; la biografia politica tra Otto e Novecento; la storia delle Marche dall’Unità alla fine del Novecento; la storiografia politica italiana novecentesca. Dirige la collana “Storia Italiana” per l’editore Codex di Milano e presiede l’Associazione di Storia Contemporanea.

Biography

Marco Severini teaches History of the Risorgimento at the University of Macerata. He authored over 400 publications concerning political, civil and cultural aspects of the Contemporary era. He runs the series of books “Storia Italiana” for the publisher Codex, and is President of the Association of Contemporary History.

  1. Per i riferimenti bibliografici cfr. Severini M. 2011, La Repubblica romana del 1849, Venezia, Marsilio; Id. (cur.), 2011, Dall’Unità alla Repubblica. Percorsi e temi dell’Italia contemporanea (con scritti di G. Sabbatucci, R. Balzani, M. Severini, G. Di Cosimo, E. De Fort. E. Cecchinato, N.M. Filippini), Venezia, Marsilio. []

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