Roma e la sua “megaprovincia” nella crisi del sistema liberale (1914-1922) Progettualità politica e gestione del territorio Riflessioni intorno al convegno, Roma, 15-16 ottobre del 2009

Roma e la sua “megaprovincia” nella crisi

del sistema liberale (1914-1922)

Progettualità politica e gestione del territorio

Riflessioni intorno al convegno, Roma, 15-16 ottobre del 2009

Anna Laura Sanfilippo

Il ritardo degli studi su Roma, fino agli anni Settanta, secondo lo storico Fausto Fonzi (1981, IX), si spiega con “il carattere complesso e particolarissimo di Roma, che ha dato spesso occasione a retoriche declamazioni più che a realistiche indagini”. Fino agli anni Cinquanta i primi studi sulla capitale erano caratterizzati da una rigida connotazione ideologica in chiave marxista; dopo un periodo, in cui i contributi su Roma “rimanevano fermi alle poche acquisizioni precedenti” (Carusi 2006a, 8), la seconda metà degli anni Settanta vide una intensa crescita di pubblicazioni sulla città capitolina. Ciononostante, solo dal 1993, con la nascita della rivista “Roma moderna e contemporanea”, veniva preso in considerazione il criterio metodologico dell’interdisciplinarità per un nuovo e più completo studio della realtà romana. Per usare le parole di Paolo Carusi (2006a, 14), “l’avvio del XXI secolo segnava la definitiva accettazione, da parte della comunità scientifica, della necessità dell’approccio interdisciplinare quale privilegiata via metodologica per la comprensione di quel ‘carattere complesso e particolarissimo di Roma’”. Il gruppo di ricerca che si è formato nell’Università di Roma tre, coordinato da Mario Belardinelli, ha fatto proprio il criterio metodologico dell’interdisciplinarietà per uno studio completo su Roma. Il progetto è approdato al convegno del 15 e 16 ottobre 2009, Roma e la sua “megaprovincia” nella crisi del sistema liberale 1914-1922. Progettualità politica e gestione del territorio. Gli studiosi, sulla scia dei convegni precedenti, si sono proposti di far interagire discipline sociali, storico-politiche, economiche, geografiche e ambientali1.

Il complesso rapporto continuità-rottura, che emerge soprattutto con la fine del conflitto, si manifesta, da una parte, nell’azione governativa, che tenta a tutti i costi di bloccare qualunque cambiamento generato dalla guerra, dall’altra dall’entrata in scena di nuovi attori politici ed economici, conseguenza degli sconvolgimenti sociali provocati dal conflitto.

In questo senso, non è un caso, nel 1917, la nascita dello Smir, l’Ente autonomo per lo sviluppo marittimo e industriale di Roma, che suggella il mutamento economico romano durante la guerra, ma ben presto ridimensionato e, successivamente, soppresso dal governo Giolitti (Mario Belardinelli). L’obiettivo governativo consisteva nell’evitare la comparsa di nuovi attori politici ed economici, ripristinando la situazione ante guerram. In questa direzione anche la politica dei partiti palesa questa tensione tra continuità e rottura. È il caso dei “partiti della democrazia”, repubblicani e radicali, i quali, subito dopo il conflitto, optano per due vie diverse: i repubblicani, secondo il cammino intrapreso da tempo, si fanno portavoce dei valori della democrazia, al contrario i radicali abbandonano la loro antica veste democratica e vengono inglobati dalle forze di destra (Paolo Carusi). Decisamente innovativa, proprio perché nasce ex novo, la posizione del partito nazionalista romano (Adriano Roccucci) la cui politica, dal 1914, si esprime pubblicamente nell’occupazione delle piazze a favore dell’interventismo. Il relatore così definisce il rapporto dei nazionalisti con la piazza: “la conquista della piazza e l’enfatizzazione della dimensione simbolica dello spazio urbano di Roma furono le chiavi del rapporto dei nazionalisti con la città. Roma fu una piazza nazionalista e non fascista”. Una politica di continuità-rottura viene intrapresa anche dal fascismo romano che, seppure fragile per la concorrenza dei nazionalisti, da una parte gioca in collaborazione con le classi dirigenti locali, dall’altra parte erge Roma a mito imperiale a livello nazionale (Tommaso Baris). Fallimentare è invece la politica rivoluzionaria del partito socialista che, nonostante, dopo le elezioni del 1919, avesse assunto una dimensione di massa, non riesce a rappresentare un’alternativa né alla politica liberale né alle forze di destra: non a caso nelle elezioni amministrative romane del 1920 i socialisti verranno inesorabilmente sconfitti (Paolo Mattera). In modo diverso il nuovo grande partito di massa, il partito popolare, in occasione delle elezioni amministrative del 1920 propone un programma di restaurazione economica e morale dell’organizzazione municipale (Antonio Scornajenghi).

Più propriamente attestata in una posizione di continuità è la politica del partito liberale che riconferma il proprio appoggio ai governi Nitti e Giolitti. (Vincenzo Pacifici).

Anche la Roma “città sacra” respira i nuovi cambiamenti generati dalla guerra. Dal 1918, infatti, la chiesa si apre al popolo, attraverso la convocazione dei Congressi eucaristici, che diventano Congressi del popolo (Michele Manzo). La chiesa, infatti, intende conquistare la piazza attraverso le processioni pubbliche. La conquista della piazza, pertanto, non è stata solo prerogativa dei nazionalisti, ma in questo senso fu anche la “chiave del rapporto della Chiesa con la città”.

Tra continuità ed innovazione si inserisce anche la politica femminista delle liberali italiane che, restie, in occasione dell’International Council of Women (1914), al voto femminile, si contraddistinguono con la posizione dal movimento femminile internazionale. La loro posizione muta con la fine del conflitto, rivendicando il diritto di voto come conquista delle masse femminili per il comportamento patriottico dimostrato in guerra. La logica nazionalista permea il mondo femminile liberale: avviene lo spostamento dal piano sociale a quello politico e il congresso del 1923 rappresenta il culmine di questo processo (Daniela Rossini). Aderendo alla politica di Mussolini, nel “supremo” atto di portare la risoluzione del congresso al capo del governo, anche le liberali compiono una rottura rispetto alla situazione prebellica. Se le scelte politiche delle donne sono segnate da rapporti di continuità e rottura, è comunque certo che la guerra stessa rappresenta per le donne “un’esperienza senza precedenti di libertà e responsabilità” (F. Thebaud, citato da Bravo 1999, 148).

Gli studiosi dell’ambiente e del paesaggio, nei loro interventi, hanno messo in luce il rapporto continuità e rottura nella gestione del territorio romano. Nello specifico gli interventi di Lidia Moretti, L’Agro Romano tra persistenza di questioni secolari e presupposti per nuovi processi di strutturazione dello spazio e di Roberto Cassetti, Le trasformazioni urbane dall’idea della città borghese a quella della città fascista, si soffermano su questa intricata relazione.

Il 1920, infatti, è considerato lo spartiacque tra immobilismo secolare dell’Agro Romano e uno sviluppo che rompe i vecchi schemi di gestione del territorio, attraverso la parcellizazione delle tenute che solleciterà il passaggio dal latifondo al terreno edificabile (Lidia Moretti). In una posizione di maggiore rottura con il passato, anche l’architettura e lo spazio urbano di Roma subiranno una trasformazione con la transizione dalla città borghese a quella fascista, il cui simbolo è la casa a media densità (Roberto Cassetti).

Il fascismo, infatti, opererà una vera cesura con il passato per avere risultati significativi in termini di colture e popolamento.

Attraverso questo viaggio nella storia di Roma e della sua megaprovincia, il Convegno è riuscito esaustivamente a realizzare l’obiettivo primario “di intrecciare il filo degli avvenimenti politici con tutti i momenti cruciali di cambiamento sociale e culturale e con il vario presentarsi, riproporsi o affievolirsi delle funzioni simboliche” (Vidotto 2001, VII).

Bibliografia

Belardinelli M., Carusi P. (cur.)

2007                Roma e la sua provincia 1904-1914: poteri centrali, rappresentanze locali e problemi del territorio, (Atti del convegno Rappresentanza territorio consenso. Roma e la sua provincia dal 1904 al 1914, Roma, 19-20 aprile 2007), Roma, CROMA – Università Roma Tre.

Bravo A.

1999                Alcune Osservazioni sul rapporto tra sfera pubblica e sfera privata negli studi recenti, in “Storia e problemi contemporanei”, n. 24, dicembre.

Carusi P.

2006a              Introduzione, in Carusi.

2006b (cur.)    Roma in transizione, (Atti della Giornata di Studi Politica, territorio, società a Roma nella prima età giolittiana, Roma, 28 gennaio 2005), Roma, Viella.

Fonzi F.

1981                Introduzione, in Roma tra Ottocento e Novecento. Studi e ricerche, Roma.

Vidotto V.

2001                Roma contemporanea, Roma-Bari, Laterza.

  1. Ci riferiamo ai convegni del 2005 e del 2007: Politica, territorio, società a Roma nella prima età giolittiana, Giornata di Studi (28 gennaio 2005); Rappresentanza territorio consenso. Roma e la sua provincia dal 1904 al 1914 (19-20 aprile 2007), confluiti nelle due pubblicazioni Carusi 2006b e Belardinelli, Carusi 2007.  []