Pages Menu
TwitterFacebook
Categories Menu

Posted in Numero 48 - Dicembre 2018, Numero 48 - Rubriche, Numero 48 - Scaffale, Scaffale

Sara Lorenzini, Una strana guerra fredda. Lo sviluppo e le relazioni Nord-Sud, Il Mulino, Bologna,  2017.

Sara Lorenzini, Una strana guerra fredda. Lo sviluppo e le relazioni Nord-Sud, Il Mulino, Bologna, 2017.

di Elisa Tizzoni

La “strana guerra fredda” che Sara Lorenzini analizza nel suo ultimo lavoro monografico è quella combattuta sul terreno degli aiuti internazionali allo sviluppo1, termine che assume significati politici, sociali ed economici particolarmente complessi ed ambigui nel contesto dello scontro tra blocchi.

La ricerca prende le mosse dall’epoca coloniale e si sofferma specificatamente sulla storia delle politiche dello sviluppo adottate durante la Guerra fredda, scegliendo, coerentemente, il 1989 come termine ad quem della trattazione.

Sin dall’introduzione Lorenzini definisce un approccio critico alla storia delle politiche di aiuto internazionale, consapevole della “violenza sulla natura, le comunità e le tradizioni” (p. 9) compiuta in nome di un concetto di sviluppo funzionale alle esigenze dei blocchi occidentale e orientale.

L’attenzione di Lorenzini è rivolta soprattutto agli aspetti problematici delle politiche di sviluppo, tra i quali “il rapporto ambiguo e, in fin dei conti, conflittuale” (p. 10) tra donatori e beneficiari e le divergenze sorte sia all’interno del blocco occidentale che in quello orientale nel tentativo di coordinare le rispettive iniziative negli anni Cinquanta e Sessanta. Anche in questo caso l’autrice rifiuta l’applicazione acritica di una lettura egemonica, concentrata solamente sul ruolo degli USA, e dedica ampio spazio al ruolo svolto dai singoli stati e dagli attori internazionali.

Nel testo, inoltre, un ampio spazio è riservato ai cambiamenti occorsi all’“idea” di sviluppo, con puntuali riferimenti all’attività di accademici e tecnici e alle connessioni tra intellettuali e potere politico2.

Secondo la ricostruzione esposta nel volume, il mutamento vissuto dal concetto di sviluppo nel dopoguerra rispecchierebbe la “competizione tra diverse società e diverse idee di modernità” (p. 11) che avvenne tra la metà degli anni Cinquanta e la fine anni degli anni Sessanta.

Risulta egualmente stimolante l’analisi del ruolo svolto dalle politiche di sviluppo nel processo di costruzione statale e di legittimazione delle élite governative nei paesi post-coloniali e dell’influenza esercitata da esperienze di cooperazione precedenti (le politiche coloniali, gli “esperimenti” gestionali del piano Marshall etc.).

Il testo evidenzia pertanto come la “storia parallela “ delle politiche di aiuto allo sviluppo adottate, rispettivamente, dal blocco sovietico e dal blocco atlantico presenti numerosi punti di incontro e di scontro, risentendo, inoltre, di “logiche” che talvolta risalivano agli anni dell’anteguerra.

Il punto di rottura più significativo sarebbe dunque da collocare negli anni Settanta, quando gli effetti combinati della oil crisis e della diffusione del “mito del terzo mondo” elaborato nel contesto della protesta sessantottina avrebbero spinto le potenze occidentali e l’URSS a considerare i territori in deficit di sviluppo come degli alleati e delle possibili risorse in una fase di impasse economica e politica.

Gli anni Ottanta, sui quali si concentra l’ultimo capitolo del libro, rappresentarono dunque “il decennio perduto dello sviluppo”, durante il quale nel blocco euratlantico il nesso sviluppo-progresso divenne sempre più insostenibile mentre nel mondo sovietico la condizione del terzo mondo veniva riconsiderata in prospettiva critica e globale.

Tracciando il bilancio della ricerca, l’autrice riconosce che furono i meccanismi e gli effetti della Guerra fredda ad attribuire alla questione dello sviluppo una dimensione globale, sottolineando, tuttavia, il carattere inconcludente e contraddittorio di iniziative che erano concepite per soddisfare i bisogni dei paesi donatori, incapaci di comprendere le reali esigenze dei beneficiari o fermamente determinati a ignorarle.

Da queste riflessioni discende il riferimento metodologico quasi obbligato che Lorenzini rivolge alla global history, attraverso la citazione di uno dei suoi massimi esponenti, Jürgen Osterhammel, sottolineando come l’approccio globale permetta di riconoscere (ma non di afferrare compiutamente) le molteplici sfaccettature delle politiche per lo sviluppo3.

Nel complesso, il volume si segnala per l’approccio equilibrato a temi, come quello dello sviluppo e della modernizzazione, che spesso sono affrontati dalla storiografia contemporanea in un’ottica teleologica e trionfalista che rispecchia la “narrativa” imposta dalle fonti ufficiali, adottando uno sguardo critico seppur privo di quelle rigidità proprie dei subaltern studies.

La rilevanza del volume consiste inoltre nell’aver richiamato l’attenzione della storiografia italiana sul tema delle politiche di aiuto allo sviluppo, oggetto di importanti ricerche internazionali4 grazie ai suoi numerosi risvolti economico-sociali, politici e geopolitici.

1

 L’autrice preferisce questo termine all’espressione “cooperazione internazionale”, forse per coerenza con l’espressione inglese development aid.

2

 Si vedano i numerosi riferimenti al ruolo svolto dal Massachusetts Institute of Technology e alla figura di Walt Whitman Rostow.

3

La storia globale dello sviluppo non dà però risposte univoche, lineari e onnicomprensive, ma sempre plurali, problematiche e circostanziate”, p. 285.

4

 Tra i più recenti volumi, si segnala: Unger, Corinna R. International development: a postwar history London : Bloomsbury Academic, 2018.

Iscriviti alla Newsletter di Storia e Futuro

Sarai sempre informato sulle uscite della nostra rivista e sulle nostre iniziative.

La tua iscrizione è andata a buon fine. Grazie!

Share This