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Posted in Laboratorio, Numero 34 - Febbraio 2014, Numero 34 - Laboratorio, Numero 34 - Rubriche

La stampa all’indomani della Liberazione: il caso di “Democrazia”, 1945-1946

La stampa all’indomani della Liberazione: il caso di “Democrazia”, 1945-1946

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di Sofia Giulianini

Abstract

Organo del Comitato di liberazione nazionale per la provincia ravennate, tale testata giornalistica copre, con la propria produzione, un lasso temporale di circa quindici mesi. Il primo numero vede la luce il 4 gennaio del 1945; l’ultimo il 6 aprile dell’anno seguente. I limiti cronologici appena citati permettono di inquadrare la testata giornalistica considerata all’interno di un momento storico particolare, ossia in quella nevralgica e cruciale fase di transizione che avrà il suo culmine, e la sua aspirazione massima, nell’affermazione di un’autentica democrazia sulle ceneri dell’allora decaduto, ma non ancora eliminato in via definitiva, regime di matrice fascista. L’analisi di “Democrazia” è resa possibile dalla raccolta integrale dei suoi articoli presso gli Archivi del Novecento, a Ravenna.

Abstract english

The press after the Liberation: the example of “Democrazia”, 1945-1946 “Democrazia”, the National Liberation Committee’s weekly journal of Ravenna, has been printed for about fifteen months, from January, 4th 1945 to April, 6th 1946. This small period of printing allow us to place the journal in a very important period where Italy is building an authentic and strong democracy, after the fascist experience. The analysis of “Democrazia” is possible thanks to the complete collection of its articles in the National Archives in Ravenna.

Appena un mese separa l’esordio del giornale sul mercato della carta stampata dalla Liberazione di Ravenna, avvenuta il 4 dicembre del 1944 per il tramite dell’azione congiunta di forze partigiane ed Alleati. All’indomani della locale sconfitta del nazifascismo, il controllo del polo ravennate viene assunto dalle forze di ispirazione e di intenzione democratica, le cui energie sin dal marzo del 1944 risultano incanalate nel Comitato di liberazione nazionale provinciale. Ciò avviene grazie all’approvazione delle forze alleate, le quali eserciteranno una supervisione costante sull’operato del Comitato, e quindi sull’organo di stampa di cui tale organismo si rende propulsore. Esemplificativa, a tale riguardo, pare la scritta “autorizzazione A. M. G.” (Allied Military Government, Governo Militare Alleato) riscontrabile a conclusione di ogni numero del giornale, palesando il capillare controllo esercitato sullo strumento di propaganda del Comitato.

L’investitura di potere di cui, come si è detto, le forze democratiche del ravennate fruiscono a seguito della Liberazione dal giogo nazifascista non ha, tuttavia, titolo definitivo. Esse infatti, pur assumendo le redini dell’amministrazione cittadina, agiscono nell’attesa di libere elezioni che, dopo la ventennale paralisi degli apparati democratici avvenuta in epoca fascista, consentano la formazione di un assetto politico rinnovato nella sua essenza e nei suoi meccanismi, sia a livello nazionale, sia, e soprattutto, a livello locale.

“Democrazia” dunque, in qualità di organo di stampa delle suddette forze, si propone come obiettivo principe quello di traghettare il popolo, con particolare attenzione nei confronti delle classi lavoratrici, verso un effettivo governo democratico.

La carica di cui la testata considerata si rende latrice è tale da essere racchiusa, ma non limitata, nel titolo stesso dell’organo di stampa del Comitato, il quale suggerisce, sin da subito, il fine ultimo cui tutta la produzione risulta sottesa, vale a dire lo sradicamento definitivo del fascismo, sia da un punto di vista politico che morale. In questo senso, “Democrazia” pare varcare a grandi falcate i confini di una pura e semplice esperienza giornalistica per approdare ad una dimensione esistenziale, essendo la rinascita dell’Italia sotto ritrovate vesti di libertà e di giustizia l’ambizione del Comitato e del giornale.

A tale riguardo, più di tutto paiono significative le parole di Benigno Zaccagnini, Direttore del giornale sino al 18 agosto del 1945, data in cui prenderà le sue veci il noto antifascista Roberto Pagnani, e Presidente del Comitato di liberazione nazionale provinciale dall’atto della sua fondazione:

“Democrazia” fu il giornale di tutti i democratici. Non si poteva scegliere titolo più esemplare. Sembravano rotte per sempre le barriere nonché le fazioni. La pubblicazione di “Democrazia” significava il superamento dei piccoli nazionalismi partitici. Era anzitutto superato e seppellito finalmente il fascismo che aveva capovolto il rapporto tra la parte ed il tutto, e aveva soggiogato il popolo agli interessi di una casta, strumentalizzando in superba retorica l’amor di patria. Il primo numero di “Democrazia” fece fremere i cuori perché iniziò la seconda fase della Resistenza, quella non più clandestina, ma alla luce del giorno (Zaccagnini, 1984).

“Democrazia” persegue gli obiettivi sopra elencati proponendo ai suoi lettori una grande vastità di argomenti, la stragrande maggioranza dei quali strettamente connessi alla particolare ora storica in cui il giornale esprime il proprio pensiero. Al fine di rendere più evidenti le principali linee lungo cui il giornale trova senso e concreta espressione, si è ritenuto opportuno evidenziare alcune ricorrenti macrotematiche, significative sia in se stesse sia in quanto fortemente correlate l’una all’altra.

Si tratta di analisi della politica interna, della figura del partigiano, della necessità e dell’attuazione dell’epurazione, dell’emancipazione e del ruolo femminile, della ricostruzione, sia nell’accezione concreta e materiale sia in quella allusiva alla rieducazione politica e morale del popolo italiano, dell’andamento della guerra, dell’analisi della politica estera ed, infine, della cronaca cittadina.

Sin dal primo articolo del primo numero di “Democrazia”, risulta chiara l’attenzione riservata allo sviluppo delle vicende istituzionali che accompagnano l’evoluzione dell’assetto governativo italiano, da ricostruire nella sua totalità e da riabilitare nelle sue funzioni, dopo la ventennale parentesi e paralisi provocata dall’esperienza fascista.

Ampio spazio è dedicato, in questo senso, all’operato ed alle rivendicazioni di quell’organismo da cui il giornale attinge la propria linfa vitale: il Comitato viene rappresentato come la forza decisiva nell’innescare la reazione popolare contro gli occupanti nazifascisti. Esso rappresenta, inoltre, l’imprescindibile punto di riferimento per quanto concerne la spinosa questione della ricostruzione e della regolare ripresa della vita cittadina, schiacciata sotto il gravoso peso delle devastazioni comportate dalla guerra e dalle operazioni militari. Il Comitato, posto a capo dell’amministrazione cittadina all’indomani della Liberazione, si propone come garante e tutore del popolo durante il difficile periodo di assestamento postbellico per affrontare il quale è necessaria un’azione portata avanti in nome dell’unità, parola chiave per quanto riguarda l’ideologia del Comitato che è quella del giornale considerato. L’unità cui il popolo è chiamato a riflettere si esplica su tre diversi piani.

Al primo di questi c’è la politica: le divisioni faziose e partitiche devono essere momentaneamente abbandonate a favore di un’unità di spirito e di pensiero tale da sfociare in un’azione comune, e quindi più forte, volta a liberare la parte della Penisola ancora soggetta all’occupazione tedesca. Il secondo livello è occupato dall’impegno concreto e fattivo nell’opera di ricostruzione. Infine vi è l’unità che sorge dalla comune e condivisa sofferenza provocata dalla guerra portatrice di lutti e rovine: il pericolo è quello di chiudersi in un gretto e meschino individualismo, l’esortazione è quella di trasformare l’amarezza in un positivo senso di solidarietà civile.

In questa triplice unità di pensiero, di opere, di sofferenze è la via unica che se non dilegua le nubi all’orizzonte del nostro avvenire, vi apra però un sereno auspicio di futura speranza (Unità degli italiani, 4 gennaio 1945).

 

Come si può evincere dalla lettura degli articoli, il percorso che condurrà la Penisola al possesso di un governo democratico, attraverso le libere elezioni del 1946, non è affatto semplice e lineare. Seguendo la successione cronologica degli eventi, si apprende della crisi del governo Bonomi la cui azione risulta minata dalla reazione degli interessi classisti in opposizione a quelli delle grandi masse lavoratrici protagoniste della Resistenza.

Il 12 giugno, informa “Democrazia”, Bonomi presenta le proprie dimissioni. La risoluzione della crisi governativa si attua nella nomina, da parte dei sei partiti del Comitato, di Ferruccio Parri alla presidenza del Consiglio dei ministri. Si tratta dell’ex Comandante di tutte le formazioni partigiane del Nord: è a lui che spetta l’arduo compito di rilanciare l’Italia, sia in relazione a se stessa ed alla propria economia sia per quanto riguarda il panorama internazionale.

Considerando le condizioni vigenti, risulta evidente la difficoltà massima dell’impresa cui Parri è chiamato; ciò nonostante, il sostegno del Comitato, come si evince dall’appello rivolto agli italiani affinchè collaborino con il nascituro governo, è totale. La speranza è riposta in un’auspicata corrispondenza tra il neonato governo ed il governo del popolo.

Particolare rilevanza viene, in questo frangente, tributata al compito cui è chiamato il vicepresidente Pietro Nenni, vale a dire quello di preparare la convocazione della Costituente:

riuscire a preparare oggi una Costituente veramente democratica significa assicurare al popolo italiano, che ne è assetato, la democrazia e la libertà. Per arrivare a questo è quindi necessario combattere ancora, superare altri ostacoli, per sradicare quelli che sono i resti della tirannide reazionaria e traditrice del popolo, in nome del popolo (La crisi è terminata, 23 giugno 1945).

Sin dal settembre del 1945, in opposizione al coro di consensi gravitante intorno al governo Parri, il giornale denota la presenza della voce critica rappresentata da Giannini e dalla testata da lui diretta, l’“Uomo Qualunque”. Tale realtà giornalistica sfociante nel politico viene tacciata di demagogia ed immoralità: la totale non consonanza di idee risulta evidente sin dalla scelta lessicale operata per il titolo dell’articolo dedicato all’argomento, L’“Uomo Qualunque” dice delle sciocchezze. L’accusa principale rivolta a Giannini è quella di dare adito ad una critica sterile, non costruttiva, ma demolitrice, capace di sfociare nell’apoliticità, in un distaccato e rassegnato atteggiamento verso le sorti del Paese.

L’U. Q. se continua su questa strada, finirà con l’essere il giornale ufficioso dei fascisti, cioè di quelli che diranno sempre che le cose in Italia camminano male perché non c’è più Mussolini che per farle andare bene aveva saggiamente soppresso comizi politici e pubbliche discussioni (L’“Uomo Qualunque” dice delle sciocchezze, 22 settembre 1945).

La necessità di pervenire rapidamente alla convocazione della Costituente diventa sempre più pressante a seguito della crisi governativa che investe Parri ed i suoi collaboratori: innescata da rimostranze avanzate dal partito liberale, essa, a dire di “Democrazia”, viene sfruttata e strumentalizzata dalle forze reazionarie che tentano il riscatto agli occhi della pubblica opinione. I nostalgici del fascismo, i monarchici ed i ceti capitalistici industriali ed agrari vengono accusati di preparare le basi per un ritorno al totalitarismo. Questi tentativi, tuttavia, pur nell’ammissione di un diffuso malcontento dovuto alla condizione critica in cui ampi strati della popolazione sono costretti a versare, sono destinati a venir frustrati dalla ferma volontà delle masse di riaffidare la soluzione delle problematiche agli uomini del Comitato.

La crisi viene arginata mutando nuovamente la compagine politica alla guida dell’Italia: a Parri succede De Gasperi. Con l’articolo Anno nuovo, politica nuova del 29 dicembre 1945, “Democrazia” rende manifeste le proprie aspettative circa il nuovo governo: in primo luogo, quest’ultimo dovrà risolvere la problematica madre che lo separa da un’efficace azione ricostruttiva, vale a dire la mancanza di un’esplicita investitura popolare. Inoltre, la rinnovata direzione statale dovrà far fronte al biasimo opportunistico di quanti accomunano l’attuale governo a quello fascista. Ergendosi a difensore dell’impalcatura istituzionale vigente e soprattutto dell’ideologia ad essa sottesa, “Democrazia” asserisce che

l’antifascismo non poteva con un colpo di bacchetta magica cambiare uomini, che sono quello che sono, quelli che un ventennio di corruzione, incompetenza e violenza ha creato. Ma l’antifascismo ha introdotto di nuovo un metodo, che permette di smascherare i fraudolenti, di colpire i violenti, di allontanare gli incompetenti. Si tratta del metodo della libertà, della critica, del controllo (Democrazia e critica, 16 febbraio 1946).

La linea di confine tra democrazia e totalitarismo è segnata, dunque, dalla facoltà di critica.

“Democrazia”, come si è cercato di mettere in evidenza, si dimostra un’attenta esaminatrice delle vicende politiche che si susseguono sul palcoscenico nazionale; tuttavia, trattandosi di un giornale a diffusione provinciale, è altrettanto ampio lo spazio dedicato alle istituzioni locali. Grande attenzione, in particolare, si conquistano le elezioni amministrative: il giornale dichiara di attendere con grandi aspettative la prima reale applicazione della volontà popolare alla politica. Si afferma, inoltre, che il compito primo cui i rappresentanti del comune sono attesi è quello di affrontare problemi concreti quali, ad esempio, assestamento di strade, finanze e servizi pubblici. Si tratta, in sostanza, di risolvere situazioni che creano reale disagio alla popolazione e di farlo nel modo migliore, ossia offrendo vantaggi a tutti ed imponendo sacrifici soprattutto ai più facoltosi.

“Democrazia” pubblica l’ultimo numero alla vigilia delle tanto attese elezioni: la funzione del Comitato di traghettare il popolo verso la pratica democratica può dirsi conclusa. La redazione saluta il suo pubblico presentando i candidati in lizza e prefigurando la vittoria dei partiti di massa.

Per quanto riguarda la figura del partigiano, essa tende a tingersi di tinte mitiche; sin dal primo numero della sua pubblicazione, “Democrazia” esprime la propria gratitudine verso quanti hanno reso la causa nazionale la propria causa personale. In particolare, il primo fra i tanti meriti ascritti al movimento partigiano è quello di aver tracciato con il proprio coraggio una netta linea di demarcazione tra fascismo e popolo italiano:

i Patrioti hanno tracciato col sangue la via della rinascita e della ricostruzione, riconfermando in faccia al mondo che il fascismo non fu un fenomeno italiano, ma la brutale espressione di una minoranza di reazionari che col popolo italiano non ha nulla in comune (Chi sono i Patrioti, 4 gennaio 1945).

La scelta partigiana non è condizionata da interessi egoistici, ma è determinata dalla volontà di lottare per il riscatto nazionale dalle sevizie fasciste. Quanto affermato trova diretta testimonianza nella decisione della quasi totalità dei partigiani locali di proseguire la guerra al fianco degli Alleati, una volta liberata Ravenna:

Disinteresse, abnegazione, sprezzo del pericolo, amore per il popolo: ecco il credo di questi giovani che dopo tredici mesi di vita clandestina, quando potrebbero tornare in seno alle loro famiglie, domandano di continuare a combattere per l’interesse supremo della Patria (Chi sono i Patrioti, 4 gennaio 1945).

Nella trattazione della lotta partigiana sono evidenziati con particolare cura l’aspetto morale e quello politico, lasciando le questioni militari ad un piano di secondaria importanza. Ad essere sottolineata con grande enfasi è, inoltre, la consonanza di intenti e di ideali totale tra partigiani e popolazione locale: è la giustezza della causa a fungere da collante tra i due.

In sostanza, la caratterizzazione del partigiano che emerge dagli articoli di “Democrazia” è quella di un eroe: basti considerare le scelte semantiche utilizzate per riferirsi a tale figura resistenziale per cogliere l’aura di straordinarietà che l’avvolge. I partigiani, spesso definiti “i figli migliori del popolo”, possiedono determinazione ed impavido coraggio, elementi capaci di elevarli al di sopra delle masse, raggiungendo in tal modo una sorta di status eroico.

In particolare, l’ammirazione nutrita si palesa nella rubrica “Eroi Partigiani” che, dal 21 aprile del 1945 in poi, si propone di presentare ai lettori alcuni tra i personaggi più significativi della Resistenza ravennate. Ad accomunare i partigiani descritti pare essere l’adesione totalizzante alla causa, un’adesione che nulla potrebbe limare, nemmeno la morte provocata dai nemici, non di rado definiti “belve nazifasciste”, in aperto contrasto, anche semantico, con i partigiani la cui giustezza di ideali li pone al massimo grado di umanità.

Un esempio, tra tutti, significativo può essere considerato Umberto Ricci, tradotto in carcere e successivamente giustiziato per aver tolto la vita a colui che viene rappresentato come il più feroce assassino della Brigata Nera locale, Leonida Bedeschi, soprannominato “Cattiveria”. Del giovane, definito “martire”, “Democrazia” riporta alcuni passi del testamento spirituale da lui redatto, a matita, durante le ultime notti della sua vita, trascorse in carcere. Particolarmente significative paiono le parole riservate alla madre:

Ma a te, a te più di tutti, o mamma, ora penso. Penso al tremendo dolore che ti do. Sopportalo, pensa che tuo figlio era un titano, che non ha mai pianto, che tutto ha sopportato con coraggio, e, se puoi, ama la mia idea perché in essa troverai me (Eroi Partigiani, 12 maggio 1945).

“Democrazia” pare poi estremamente attenta verso la questione riguardante l’epurazione degli elementi compromessi con il regime fascista: il giornale, infatti, segue e segnala gli sforzi profusi in questo senso dalle istituzioni, le quali sono sollecitate con enfasi ad operare attraverso la potente macchina della giustizia:

Girano troppi fascisti o filofascisti e la gente a ragione si domanda quando la giustizia si metterà in moto contro di essi. Vorremmo dire presto. Perché non sono stati solo i federali e vice-federali a mandare in rovina il popolo italiano; ma sono stati anche tutti quelli che hanno approfittato del sistema e che costituivano la massa vile e interessata su cui si puntellava il fascismo. Il fascismo – bisogna che ce lo ricordiamo – non è stato un fenomeno di cento, duecento avventurieri. I complici sono molti e noi dobbiamo eliminarli per impedire che infettino i nuovi organismi e creino le nuove camorre (Epurazione non reazione, 31 marzo 1945).

Come si presume da quanto affermato, dal punto di vista del Comitato l’azione epuratrice non deve essere frutto di violente vendette personali, ma deve risultare incanalata nei legali condotti giudiziari; il giornale, pertanto, invita i cittadini ad essere fiduciosi verso la Legge, ma anche collaborativi, denunciando i colpevoli alle istituzioni competenti.

Non stupisce pertanto la soddisfazione con cui viene annunciata l’istituzione delle Corti straordinarie di assise, incaricate di processare coloro che, ad armistizio siglato, hanno parteggiato per l’invasore tedesco, ostacolando in tal modo il dispiegarsi dell’attività resistenziale:

Collaborazione, aiuto, assistenza: chiamate quest’opera sanguinosa come volete. Sotto qualunque forma o figura giuridica inquadrerete i fatti delittuosi commessi da questa “associazione a delinquere” non potrà scaturirne che una conclusione: competenza a giudicare della Corte straordinaria di assise (Alla sbarra, 9 giugno 1945).

L’inizio dei processi, per quanto riguarda Ravenna, è fissato per il 26 giugno del 1945: i lettori di “Democrazia” vengono informati sugli sviluppi giudiziari principalmente attraverso la rubrica “Al tribunale del popolo”.

Tra i locali collaborazionisti di cui viene fatta menzione, colpisce in particolare la narrazione del processo gravante su Antonio Capanna: interessante soprattutto appaiono le parole, riportate dal giornalista di “Democrazia”, rivolte all’imputato da parte dell’esponente del Pubblico ministero il quale, chiedendone la condanna a morte, sottolinea la differenza che intercorre tra lui ed un valoroso partigiano, come ad esempio il sopracitato Umberto Ricci:

se tu avessi avuto una fede politica, come il Ricci, e mi affermassi che avevi lì trovato il bene della Patria, mi metteresti in imbarazzo, ma non lo fai per viltà e soggettivamente perché voi agivate nei vostri intendimenti per mero tornaconto personale (Lo squadrista Antonio Capanna condannato a morte, 4 agosto 1945).

Degno di essere citato sembra anche il processo a Mazzotti Adelmo, presente in aula per essersi macchiato di numerosi ed efferati assassinii, durante il quale la partecipazione popolare è estremamente significativa: ad ogni accusa rivolta all’imputato corrisponde la smentita da parte di quest’ultimo: egli viene descritto come la personificazione di una coscienza ormai pietrificata ed insensibile a qualsiasi impulso di entità morale. Annunciandone la condanna capitale, la corte spinge il folto pubblico ad emettere un urlo carico di soddisfazione.

Mentre il fascismo segna un periodo di forzato regresso per la donna italiana, subordinata al ruolo di moglie, sorella e sposa prolifica, l’esperienza resistenziale rappresenta per il gentil sesso un’occasione di riscatto: la storiografia, e “Democrazia” con lei, appare concorde nell’affermare il massiccio contributo delle donne alla causa della Liberazione. Il giornale affronta il delicato tema della progressiva presa di coscienza riguardo non solo ai propri diritti, ma anche alle proprie potenzialità che prende corpo nell’animo femminile:

nella lotta di questi ultimi anni essa è uscita dalla secolare apatia: da quell’umile ed opprimente senso di inferiorità essa è balzata ad una piena e forte coscienza dei suoi doveri umani e delle sue possibilità (La donna italiana e il lavoro, 12 maggio 1945).

Lustro e onore vengono conferiti a quelle donne che hanno vestito durante la guerra civile gli scomodi panni della staffetta, permettendo con il loro coraggio sia la fondamentale diffusione della stampa clandestina sia il collegamento tra i diversi raggruppamenti partigiani, con cui esse hanno condiviso rischi e pericoli. L’organo del Comitato non si limita però ad esaltare il fondamentale ruolo rivestito dalla donna in quel particolare frangente storico: esso, infatti, afferma che al contributo fattivo nella lotta di Liberazione deve necessariamente seguire il medesimo impegno nell’ottica della ricostruzione nazionale. Particolare attenzione viene riservata all’attività dell’ Unione Donne Italiane, di spirito assistenziale ed antifascista, sorta dai Gruppi di Difesa della Donna: le numerose iniziative di cui tale organismo si rende protagonista vengono citate dal giornale, spesso attraverso la diretta pubblicazione dei bollettini inviati alla redazione dall’U.D.I. stessa. I lettori, informati in tal modo delle attività ideate, tra cui si possono annoverare l’allestimento di asili per l’infanzia, l’apertura di un centro di assistenza per i reduci e la raccolta di viveri per il rimpatrio dei militari internati in Germania, sono non di rado invitati a contribuire alla causa.

La “nuova vita femminile” comprende la possibilità di esprimere la propria opinione politica. Alla donna viene concesso quanto le è stato, sinora, negato: il voto. La novità, che sancisce il definitivo ingresso delle donne italiane nelle dinamiche elettorali del nostro Paese trova il plauso di “Democrazia” che la ritiene il primo, ed imprescindibile, passo verso una concezione realmente democratica della vita nazionale.

Vi è poi il tema della ricostruzione, inevitabile corollario di qualsiasi tragico conflitto: con la guerra, non solo innumerevoli vite umane vengono a spegnersi, ma cessano di funzionare i servizi, si assiste alla distruzione di strade e vie di comunicazione, le risorse alimentari si rarefanno inducendo il popolo alla fame, e poi ci sono le mine, emblema della violenza umana, che, disseminate nei campi, impediscono la ripresa dell’attività agricola minacciando ulteriormente la vita umana. La guerra contro il nazifascismo, tuttavia, si presenta non solo come scontro in armi, ma anche come confronto ideologico; la vittoria delle forze democratiche impone, dunque, l’avvio di una capillare opera di ricostruzione morale. Il popolo italiano necessita di essere riabilitato nella sua funzione critica, deve essere educato alla democrazia. La guerra è stata vinta, ma le macerie fasciste, fisiche o morali, giacciono ancora sul suolo nazionale: solo a rimozione avvenuta il popolo italiano potrà definirsi realmente vittorioso.

Per quanto riguarda la ricostruzione morale, “Democrazia” l’affida principalmente alla scuola, la quale deve garantire una radicale rottura con l’esperienza del Ventennio. Scuola Nuova è il significativo titolo dell’articolo relativo alla riapertura degli edifici scolastici di Ravenna:

il tempo del fascismo, anche se molti residui della mentalità fascista sono ancora presenti, è passato: incomincia una vita nuova; ad una realtà che riduceva l’insegnamento ad una servile adulazione del Duce e che aveva trasformato la scuola in strumento di propaganda di idee deleterie, facinorose e soprattutto costrittive deve subentrarne un’altra improntata all’amore per la verità, alla serietà scientifica per gli studi (Scuola Nuova, 7 aprile 1945).

Nonostante un ruolo di primo piano sia assegnato dal giornale agli insegnanti, non solo sulle loro spalle è addossata la responsabilità della salvezza dell’istituto scolastico: tutti, infatti, sono chiamati a collaborare, a considerare l’istruzione con impegno e rinnovata serietà.

La scuola è dunque chiamata a recuperare serietà e dignità, valori persi in epoca mussoliniana quando lo scopo principale era quello di formare fascisti, non studenti preparati e motivati.

Tale tempio educativo non è l’unico canale attraverso cui la ricostruzione morale deve essere veicolata: in questo senso “Democrazia” affida rilevanza anche alla stampa di matrice democratica, la cui azione deve scorrere lungo i canali dell’obiettività e del costruttivismo, e allo sport, il quale, praticato secondo i giusti principi, sa essere motivo di coesione sociale, veicolando valori necessari alla società postbellica, quale quello del rispetto per l’altro. Ecco perché il giornale riporta la cronistoria delle partite del Ravenna calcio, tornata sui campi di gioco una volta sgomberati quelli di battaglia dalle forze nemiche.

Per quanto riguarda, invece, la ricostruzione materiale, costante è l’immagine in “Democrazia” dell’impatto brutale della guerra sul suolo locale. Si tratta di una sofferenza che colpisce tutti e che tutti deve esortare alla reazione. Quella della ricostruzione viene descritta come una vera e propria lotta, da affrontare con la stessa determinazione dimostrata dal popolo italiano nella guerra contro l’oppressore.

Il quadro tratteggiato dal giornale per la provincia di Ravenna è desolante: su centottanta frazioni ben centoventi sono sinistrate. Tale drammatico dato rappresenta la diretta conseguenza del fatto che il ravennate ha ospitato la linea del fronte per svariati mesi, sino all’aprile del 1945. Tra le questioni che maggiormente affliggono la popolazione locale si può citare la carenza di risorse alimentari, aggravata dalla crisi dei trasporti, la mancanza di acqua legata alla distruzione dell’acquedotto, come quella di fonti energetiche e luce elettrica. A tutto ciò, e a molto altro, si deve aggiungere la fitta presenza di mine all’interno dei campi di lavoro, ricordo doloroso della guerra qui combattuta. La ripresa dell’attività agricola necessita di un’azione di bonifica dei campi minati: gli sminatori, i quali affrontano pericoli immani, vengono elogiati da “Democrazia” e additati come esempio per la popolazione.

Secondo il punto di vista del giornale, l’opera di ricostruzione materiale deve avere le proprie colonne fondanti, oltre che nel dispiegarsi di un’efficace azione governativa, nell’unità dei cittadini e nella solidarietà civile. “Democrazia”, pur descrivendo una realtà a dir poco disastrata, non abbandona mai la fiducia nel miglioramento della situazione.

Un’altra tematica che si impone necessariamente all’attenzione del giornale è quella inerente all’andamento della guerra: infatti quando esce il primo numero di “Democrazia”, Ravenna è libera da circa un mese, ma la guerra continua ad imperversare sia sul territorio nazionale ancora soggetto all’occupazione tedesca, sia sullo scacchiere internazionale. I limiti cronologici entro cui tale esperienza giornalistica si inserisce rendono inevitabile il costante aggiornamento sull’evoluzione delle vicende belliche. Tramite la rubrica “Sui fronti di guerra”, il lettore viene informato circa i principali eventi, ciascuno localizzato sul proprio fronte di svolgimento. Le notizie riportate dal giornale a tale proposito risultano filtrate dal punto di vista alleato: ciò è inevitabile conseguenza del controllo da parte angloamericana sulla politica e sulla propaganda del Comitato, posto a capo di Ravenna al momento della Liberazione, ma limitato nella sua autonomia. Ciò che la trattazione degli articoli dedicati a questa tematica lascia presumere è che l’analisi degli ultimi mesi del conflitto corrisponda, in “Democrazia”, all’analisi di come lo schieramento democratico giunga alla vittoria finale: la sconfitta non viene mai preventivata e le forze avversarie sono sempre presentate come deboli e sull’orlo del baratro. La fiducia in una positiva risoluzione del conflitto tende a pervadere la totalità dei bollettini militari riportati dal giornale; questi ultimi, dal canto loro, prevedendo l’analisi simultanea dei vari fronti, paiono sottolineare anche la coesione delle forze alleate le quali, pur agendo su territori diversi, mirano al medesimo obiettivo. Un occhio di riguardo è tuttavia riservato al fronte italiano: è interessante, a tale proposito, notare come, al suo dissolversi, i bollettini militari, prima presenza costante, tendano anch’essi al dissolvimento. L’ultimo risale infatti al 28 aprile del 1945, stessa data in cui viene annunciata la cattura di Mussolini: la conclusione del conflitto in Italia determina in “Democrazia” lo scemare dell’interesse nutrito verso la guerra, come se le impellenti necessità di ricostruzione prendessero il sopravvento sull’analisi della situazione internazionale. La voce narrante l’andamento bellico, infatti, si zittisce temporaneamente, per poi tornare, dopo un silenzio durato tredici numeri, sull’argomento annunciando la resa del Giappone e la conclusione definitiva del conflitto: uno scarno trafiletto riporta che

Radio Tokyo ha annunciato finalmente la grande comunicazione attesa: il Governo giapponese ha abbandonato la sua intransigenza, accettando la resa per evitare la distruzione totale del Paese (La resa del Giappone, 11 agosto 1945).

Si tratta di una di quelle notizie che non necessita di enfatizzazione alcuna: il solo atto di riportarle suscita nel lettore gli stati d’animo voluti e più disparati.

Strettamente correlata alla tematica relativa all’andamento della guerra è quella della politica estera: l’Italia vive gli ultimi mesi del conflitto a fianco degli Alleati, ma non al pari di questi, a causa dei troppo recenti trascorsi alle dipendenze del feroce genio hitleriano. Riscattarsi dal proprio passato e costruire un futuro democratico: ecco l’ambizione massima che la nostra Penisola si trova a possedere. Affinchè dall’ideale si passi al reale è necessaria la legittimazione di quelle potenze che proprio in nome di una praticata democrazia hanno dichiarato guerra ad Hitler ed al suo totalitarismo.

Ecco perché “Democrazia” segue con interesse lo sviluppo dei rapporti tra Italia e Nazioni unite, rivolgendo una particolare attenzione alla questione delle condizioni di pace da imporre alla Penisola: esse incideranno in modo preponderante sulla possibilità dell’Italia di risollevarsi dal baratro in cui fascismo e guerra l’hanno gettata. “Democrazia” analizza l’iter lungo il quale si annidano prospettive e polemiche inerenti al trattamento da riservare all’Italia: e ciò avviene sia tramite le trasposizioni delle dichiarazioni alleate, che paiono rendere tangibile l’illusione che all’Italia siano riconosciuti nel concreto i meriti dimostrati nella lotta di Liberazione, sia attraverso il resoconto delle principali conferenze internazionali che tale illusione infrangono ogni volta.

Al di là delle dichiarazioni di vicinanza al popolo italiano, infatti, gli Alleati si rivelano fondamentalmente diffidenti verso quest’ultimo. Di tale situazione è ben consapevole l’organo del Comitato che, in riferimento alle forze alleate, con lucidità afferma:

ammettono la verità della nostra protesta, che a quelle pazzie il popolo italiano è sempre stato estraneo anzi contrario, ma, anche quando lo dicono apertamente, rimangono fermamente attaccati alla loro massima che un popolo ha il governo che vuole. Abbiamo un bel dire che il regime fascista si era affermato e si manteneva con la violenza, ma essi pensano, anche se non lo dicono, che gli italiani come applaudirono all’impero avrebbero applaudito alle altre conquiste fasciste, se la vittoria fosse stata del nazifascismo e non degli Alleati (L’Italia e le Nazioni Unite, 8 settembre 1945).

La conferenza di Mosca rappresenta per “Democrazia” e per l’Italia la disillusione definitiva: in tale internazionale sede viene, infatti, stabilito che il nostro Paese non parteciperà al congresso durante il quale si tracceranno le sorti della nostra nazione. Il punto di vista del giornale a tale riguardo si esplica principalmente su tre livelli: sul primo di questi figura la sensazione che sia stata completamente dimenticata l’importanza del fattore italiano nell’ultima parte della guerra, sul secondo compare la paura per la posizione che l’Italia, su queste basi, potrà ricoprire nell’Europa di domani ed, infine, sul terzo dei livelli dimora l’amara consapevolezza che, nonostante le recriminazioni,

siamo dei vinti e costretti quindi a portare anche le responsabilità e le conseguenze degli errori del fascismo (La pace dell’Italia, 4 gennaio 1946).

Per concludere questa parentesi relativa alla politica estera ed alle condizioni di pace si può sostenere che “Democrazia” chiami l’Italia ad un’unica missione, vale a dire quella di dimostrare nei fatti la reale fine del fascismo e la nascita di una vera democrazia.

Come si è già sottolineato in precedenza, l’interesse del giornale oscilla tra lo scenario nazionale, internazionale e quello locale: la cronaca cittadina, presenza fissa in “Democrazia”, si propone di informare i lettori-cittadini circa le istituzioni, le iniziative e le problematiche di Ravenna. La stessa diffusione provinciale della testata comporta il gusto del particolare: in ultima analisi, sono proprio i cittadini e la realtà da essi affrontata i principali protagonisti di “Democrazia”. La cronaca cittadina pare essere, infatti, il filo conduttore di tutta la produzione del giornale: rappresenta lo specchio di una realtà locale che, pur nella sua peculiarità, fornisce informazioni circa il contesto più generale, essendo i problemi affrontati similari a quelli ravvisabili a livello nazionale.

Tra gli articoli riconducibili a tale sezione sono quelli riguardanti gli istituti d’arte e di cultura cittadini: “Democrazia”, infatti, testimonia la ripresa, dopo la forzata inattività causata dagli eventi bellici, dei maggiori emittenti di cultura di Ravenna, spiegandone il funzionamento, ma anche le necessità. Risulta in questo caso particolarmente evidente quanto in un momento così difficile, quale quello in cui viene stampata la testata, non vi sia spazio per dissertazioni meramente teoriche: dietro ogni articolo, dietro ogni affermazione è celato un fine concreto ben preciso. Ed ecco, tra gli altri, spiccare la Biblioteca Oriani, centro di raccolta di libri e riviste utili allo studio della storia contemporanea, e la necessità di trovare fondi per il proprio sostentamento:

oggi la vita ci impone lo studio e la soluzione di problemi economici, sociali e politici gravissimi. Ora tali problemi non possono essere risolti alla fascista, cioè insufficientemente e male. La gente vuol sapere, vuol informarsi, vuol rendersi conto (Intorno agli Istituti d’arte e di cultura cittadini, la Biblioteca Oriani, 27 ottobre 1945).

Anche il cinema trova spazio tra le pagine di “Democrazia”: questo aspetto risulta rilevante se si considera le notizie fornite a riguardo alla luce del clima culturale che si respira a Ravenna in quel periodo. La guerra in città è finita, ma la spinta propagandistica pare al suo apice: quest’ultima si esprime anche nelle programmazioni cinematografiche. Il giornale annuncia al pubblico la possibilità di vedere film come L’immortale storia di Stalingrado o Arcobaleno: tutte pellicole sovietiche che hanno l’obiettivo di presentare i vincitori come eroi e di inneggiare alla forza della democrazia, capace di svilupparsi tra mille insidie. Le sofferenze rappresentate favoriscono il processo di immedesimazione ed ogni spettatore rivive la propria esperienza in quella rappresentata nella sala cinematografica. Di Arcobaleno, ad esempio, si dice:

è una pellicola che fa rivivere con le sue scene tutte le sofferenze, che ognuno di noi ha dovuto sopportare. Si tratta della storia di un piccolo paese occupato dai tedeschi, che rinnovano le loro barbarie. Ma delitti, soprusi, sevizie e furti non piegano la volontà del popolo e la sua fede nella libertà, e la sicurezza nella vittoria delle armate della democrazia lo sorregge fino al giorno della Liberazione (Al cinema moderno, 11 agosto 1945).

Un ulteriore aspetto che pare utile sottolineare riguarda lo spazio riservato alle lettere inviate alla redazione del giornale da parte dei cittadini: i lettori vengono esortati a collaborare con la testata giornalistica, partecipando attivamente. Gli interventi dei lettori riguardano gli ambiti più svariati ed innescano un’interazione pubblico-giornale che, basata sui concetti di critica e libera espressione, sembra rinviare a quella pratica della democrazia cui la testata vuol educare il popolo.

Tutto, come dovrebbe risultare evidente dalla lettura di questo articolo, concorre in “Democrazia” al medesimo obiettivo, quello della rinascita dell’Italia: ecco che il giornale si presenta come un progetto organico, espressione di un orientamento politico, morale, esistenziale ben determinato.

Biografia

Sofia Giulianini (nata a Ravenna nel 1991) ha da poco conseguito la laurea triennale in storia all’Università di Bologna, con una tesi in storia del giornalismo che prevedeva l’analisi tematica di “Democrazia”. Decidendo di proseguire il percorso di approfondimento di storia contemporanea intrapreso sin qui, è attualmente iscritta alla magistrale di scienze storiche di Bologna.

Abstract english

Sofia Giulianini was born in Ravenna in 1991. She gratuated in History at the University of Bologna with a graduation thesis which analyzes “Democrazia”. She has decided to keep on her studies and now she attends the course of Historical Sciences in Bologna.

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