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Posted in Medaglioni, Numero 41 - Giugno 2016, Numero 41 - Medaglioni, Numero 41 - Rubriche

Tra psicologia e filosofia: Francesco De Sarlo

Tra psicologia e filosofia: Francesco De Sarlo

di Michele Strazza

Abstract

Medico, psicologo e filosofo, Francesco De Sarlo attraversò due secoli, dando un contributo fondamentale agli sviluppi scientifici e al dibattito filosofico tra Ottocento e Novecento. Anticipò anche alcune intuizioni freudiane, occupandosi dell’inconscio. Fervido sostenitore della psicologia sperimentale, fu il fondatore della Scuola di psicologia fiorentina. Firmò, insieme a Benedetto Croce, il Manifesto degli intellettuali antifascisti e difese l’indipendenza della cultura universitaria dalle ingerenze del regime. Profondo assertore dei diritti individuali da qualsiasi ingerenza dello Stato, soleva affermare che “La libertà che si vuole è quella di essere e farsi valere come uomini, non quella di cessare di esserlo”. Si rifiutò di giurare fedeltà al fascismo ed abbandonò la cattedra universitaria. Morì a Firenze nel 1937 e la cultura scientifica italiana iniziò presto a dimenticarlo. Ma i suoi insegnamenti sono ancora oggi di grande attualità. La sua concezione dell’uomo e della libertà morale, la sua fiducia nella scienza, ma anche la consapevolezza dei suoi limiti, rappresentano tutt’ora temi del dibattito contemporaneo mai sopiti e sui quali De Sarlo elaborò tesi originali, anticipando spesso elaborazioni di là da venire.

Abstract english

Doctor, psychologist and philosopher, Francesco De Sarlo went through two centuries, making an essential contribution to the scientific and philosophical debate of the century. Also anticipates some Freudian intuitions, taking care of the unconscious. Ardent supporter of experimental psychology, was the founder of the Florentine school psychology. He signed, along with Benedetto Croce, the Manifesto of the anti-fascist intellectuals and defended the independence of the university culture by regime meddling. Deep defender of individual rights by any state interference, used to say that “The freedom you want is to be and to succeed as men, but to cease to be.” He refused to swear allegiance to fascism and left the university chair. He died in Florence in 1937 and the Italian scientific culture soon began to forget. But his teachings are still very relevant today. His conception of man and moral freedom, his faith in science, but also the awareness of its limitations, are still subjects of contemporary debate never dormant and which De Sarlo elaborated original thesis, often anticipating beyond processes to to come.

Nato a San Chirico Raparo, in Basilicata, il 13 febbraio 1864, da Luigi e Stella Durante, era il primogenito di una famiglia “eminentemente conservatrice”, composta da quattro fratelli e due sorelle. Come egli stesso raccontò, passò la fanciullezza senza la compagnia dei suoi coetanei, quasi per paura di esserne “contaminato” e dedicandosi ad una educazione prettamente religiosa sotto la guida dello zio sacerdote (De Sarlo 1928, 4-5).

Cresciuto in un ambiente conformista e retrogrado, puntò tutto sulla propria fervida immaginazione grazie alla quale “il mondo reale era sostituito da quello interiore”. Nella sua personalità prese piede una sorta di sdoppiamento “fra il conformismo e il convincimento della propria smisurata libertà dall’influenza esterna”. Per questo studiava tutto ciò che gli interessava, senza alcun scopo pratico, al solo fine “di soddisfare un vivo bisogno dell’animo” (De Siena 2002, 9).

Data la sua propensione agli studi, i genitori, anche per continuare la tradizione familiare, lo indirizzarono nel 1881 alla Facoltà di Medicina dell’Università di Napoli. Il giovane De Sarlo, tuttavia, dopo i corsi tradizionali preferì seguire anche quelli tenuti dagli esponenti della filosofia napoletana che si richiamavano al pensiero liberale e a quello positivista. Frequentò, così, le lezioni di filosofi come Spaventa, Angiulli, Vera, Fiorentino e Astutaro, senza tralasciare lo studio addirittura dell’arabo e del sanscrito (Garin 1994, 38). Predilesse inizialmente una impostazione epistemiologica tipicamente positivista che lo portò a prendere le distanze dall’hegelismo ostile alla scienza e al metodo sperimentale.

Con tali più ampi interessi, si laureò nel 1887 in Medicina pubblicando, in quello stesso anno, a Napoli, Studi sul Darwinismo nel quale elogiò lo studioso come il primo che, nelle sue indagini, avesse superato l’impostazione metafisica, approdando alla teoria evoluzionista. Sottolineò, tuttavia, l’importanza di non assolutizzare la teoria darwiniana ma di limitarla ai soli fenomeni naturali, senza sconfinamenti in ambiti sociali (De Sarlo 1887, 116, 155). Sempre nel 1887 diede alle stampe anche I sogni. Saggio psicologico dove, dopo aver riassunto i risultati degli studi precedenti, precisò il valore dell’essere “molteplici” ai fini del raggiungimento del benessere psichico (De Sarlo 1887).

Indagando sul significato dei sogni, prese in considerazione Delboeuf che li paragonava alla pazzia, ritenendo, riguardo la loro origine, che un ruolo importante fosse giocato dalla memoria, cioè “dalla nostra facoltà di immagazzinare immagini, idee, sensazioni”. Esse, una volta penetrate nella mente, non sarebbero più andate via. Anche quando sembravano dimenticate, sarebbero raffiorate “nella nostra coscienza sotto forma di immagini oniriche” (Rancadore 2011, 13).

Un altro studioso cui De Sarlo fece riferimento per spiegare i sogni fu Du Prel il quale, oltre che alla memoria, riconosceva un ruolo determinante alla fantasia, per cui i sogni potevano essere “riproduttivi” quando riproducevano qualcosa che era latente nella memoria, e “produttivi”, nel caso in cui era la fantasia a produrli, con il contributo minimo della memoria. In questo senso, per Du Prel, il sogno era paragonabile alla produzione poetica ed artistica, solo che le sue produzioni avevano origine da quello che egli chiamava “l’Incosciente”. Ebbene, per De Sarlo, tali teorie erano esatte ma incomplete, in quanto, oltre alla fantasia e al nostro passato, cioè alla memoria, entrava in gioco anche un fattore emozionale, portandoci “ad evocare nei sogni un contenuto piuttosto che un altro” (Rancadore 2011, 13).

Si trasferì, intanto, a Bologna dove divenne assistente di Medicina Legale all’Università e, poi, assistente di psichiatria presso l’ospedale psichiatrico “S. Lazzaro” di Reggio Emilia, diretto dal prof. Augusto Tamburini, dove lavoravano anche E. Morselli, Gabriele Buccola e G.C. Ferrari (Guarnieri 1991). E’ di questo periodo il suo primo saggio di psicopatologia, dedicato a Il concetto moderno della pazzia, pubblicato sulla Rivista di Filosofia Scientifica nel quale ricostruiva, attraverso la letteratura scientifica in materia, la storia del concetto di pazzia. Per De Sarlo non esisteva nei pazzi una eredità diretta ma soltanto l’ereditarietà di una tendenza morbosa. Quest’ultima, se congiunta “all’imperfezione congenita della loro costituzione psichica”, poteva far nascere diverse manifestazioni, pur all’interno di una stessa famiglia (De Sarlo 1889, 449-487). Grazie alla sua esperienza nel manicomio emiliano poté portare a termine i primi studi di psicologia sperimentale pubblicandoli, tra il 1890 e il 1891, sulla Rivista sperimentale di freniatria e medicina legale, pur continuando a dedicarsi anche ad interessi filosofici. Del 1891 sono, infatti, le Ricerche sulla circolazione cerebrale durante l’attività psichica e sotto l’azione dei veleni intellettuali, nelle quali dimostrò come la circolazione cerebrale cambiasse in relazione ai fatti psichici, anche quando questi avvenivano sotto l’influsso di determinate sostanze, definite «reattivi dell’attività psichica» o «veleni intellettuali», come l’alcol, il caffè o l’oppio (De Sarlo-Bernardini 1891, 503-528).

Sulla rivista recensì le opere dei più importanti psicologi dell’epoca, da Helmholtz a Münsterberg, da Ribot a Maudsley, da Binet a Janet. Nel 1890, sulla stessa rivista, pubblicò un saggio sull’inconscio dal titolo Sull’incosciente (Ipnotismo, Spiritismo, Lettura del pensiero) Rassegna critica. In esso il giovane medico passò in rassegna, criticamente, la letteratura scientifica sugli argomenti citati, tutti collegati tra loro (De Sarlo 1890, 352-379). In tale lavoro, anticipando alcune intuizioni freudiane, si soffermò sull’importanza dell’incosciente all’interno della psicologia e della psicopatologia.

“Cosciente” ed “incosciente”, come diversi livelli dell’attività mentale, rappresentavano, dunque, per il pensiero di De Sarlo uno snodo fondamentale. In base a tale distinzione egli collegava molte azioni automatiche, definite appunto “incoscienti”, ad una “subcoscienza”. Quest’ultima poteva farci intuire l’esistenza di indizi di un’altra personalità, aprendo l’interesse per i casi di sdoppiamento della stessa personalità. E questi se risultavano evidenti nel sonnambulismo e nell’epilessia, lo erano ancor più nelle situazioni di isteria, come aveva dimostrato l’ipnosi.

Nel 1890 scrisse anche L’idea dell’anima e la psicologia. Quest’ultima era definita, non come scienza dell’anima, ma come «scienza dei fenomeni psichici» i quali, oltre che descritti, dovevano essere anche interpretati per quanto fosse stato possibile “penetrare nel loro intimo meccanismo” (De Sarlo 1890, 15).

Ritornò sulle tematiche dell’inconscio l’anno successivo, scrivendo L’attività psichica incosciente in Patologia mentale. Qui De Sarlo dichiarava ormai acclarata l’importanza dell’inconscio nella nascita e nella risoluzione di alcuni stati psicopatologici, distinguendo diverse forme di manifestazione dei disturbi dell’inconscio, da quelle più lievi (“difetti psicopatici”) a quelle più gravi (“morbose degenerative” e “psiconevrosi”) (De Sarlo 1891, 97-124, 201-230).

E’ del 1892, invece, lo studio su I piccoli candidati alla delinquenza, apparso sulla rivista del Lombroso Archivio di psichiatria, scienze penali e antropologia criminale (De Sarlo 1892, 301-327)Nello stesso anno pubblicò, sul Pensiero Italiano, il saggio Filosofi e poeti nel quale trattò del diverso contributo dato da loro al progresso dei popoli e alla trasformazione delle coscienze (De Sarlo 1892). Ma è nel saggio Sulla psicologia di Cristina Regina di Svezia (1892) che ritornava sul tema dell’isteria, concentrando il suo interesse su un classico caso di patologia derivante dal conflitto tra intelligenza e ambiente, cui non rimanevano estranei i fattori genetici (De Sarlo 1892; Libutti 2003).

Nel 1893 il filosofo lucano diede alle stampe una rassegna critica sulla psicologia sperimentale tedesca, occupandosi in particolare delle due scuole di Wundt e di Münsterberg, nonché della psicologia fisiologica di Helmholtz, Kries e Kӧnig (De Sarlo 1893, 109-146). Pubblicò contemporaneamente, sulla Rivista Italiana di Filosofia, un saggio sulla “psicologia della suggestione” nel quale spiegava la suggestione secondo la scuola di pensiero di Janet, Myers e Dessoir, quella di Wundt e Freud e quella di Féré, Binet e Schmidkunz (De Sarlo 1893, 172-205).

Proprio nel primo saggio, De Sarlo giungeva alla conclusione che non solo era possibile l’applicazione del metodo sperimentale allo studio dei fenomeni mentali, ma che diventava plausibile l’ipotesi di una completa indipendenza della psicologia sperimentale dalla filosofia e della conquista di un proprio ruolo autonomo, al pari delle altre scienze della fisica e della fisiologia. Ma, proprio nell’ultima pagina dello studio, egli poneva un problema fondamentale per i rapporti tra psicologia e filosofia (Cacciatore 1995, 15).

Pur avendo, infatti, affermata l’autonomia della psicologia sperimentale, egli precisava che quest’ultima non era identificabile con tutta la psicologia e, tanto meno, con la filosofia. La “psicologia empirica” – egli sosteneva – si era certamente emancipata dalla filosofia, definendo, rispetto a questa, “metodi ed oggetti specifici, dovendosi, da un lato occupare della descrizione dei fatti mentali e delle leggi” che regolavano questi fatti e, dall’altro, “seguirne l’evoluzione e determinarne i rapporti”. Di qui la considerazione della psicologia come “scienza naturale sperimentale”, completamente autonoma dalla filosofia. Senonché, restava una “esigenza ulteriore della mente”, una esigenza che spingeva «ad approfondire sia la conoscenza delle cause dei processi mentali, sia l’analisi delle forze” alla base delle leggi dell’agire psicologico. E questa era proprio ciò che De Sarlo definiva “Filosofia della psicologia”, la quale apparteneva al “gruppo delle scienze filosofiche” e non era “scienza naturale, né sperimentale” (Cacciatore 1995, 15-16).

Oggetto del secondo saggio era, invece, la “psicologia della suggestione”. In esso, dopo aver dedicato ampio spazio agli studi esistenti, riprendeva il ruolo dell’ipnosi nel suo rapporto con la suggestione, riconoscendo ad esso, come già avevano fatto le scuole citate, un fondamentale valore terapeutico per le malattie mentali (De Sarlo 1893).

Ma la passione per l’impostazione epistemologica lo portò sempre più a spostarsi sugli studi filosofici e ad abbandonare la medicina. Così, nel 1893, lo ritroviamo professore al liceo di Benevento e, poi, nel 1896, al Massimo D’Azeglio di Torino. Nel 1897 conseguì la libera docenza all’Università degli Studi di Napoli e, poi, anche a quella di Roma (Rancadore 2011, 9).

Il 1893 fu, dunque, per De Sarlo, l’anno di svolta, quando, su impulso di Luigi Ferri, si avvicinò alla filosofia, in particolare allo spiritualismo di Rosmini. Sono, infatti, di questo periodo le seguenti opere: La logica di A. Rosmini ed i problemi della logica moderna (Roma, Tip. Terme Diocleziane, 1893), Le basi della Psicologia e della Biologia secondo il Rosmini considerate in rapporto ai risultati della Scienza moderna (Roma, Tip. Terme Diocleziane, 1893), Saggi di filosofia (Torino, Clausen, 1896), Metafisica, scienza e moralità. Studi di filosofia morale (Roma, Tip. G. Balbi, 1898).

E fu ancora il prof. Luigi Ferri a presentare De Sarlo all’Accademia dei Lincei dove, il 18 giugno 1893, cominciò l’esposizione di quattro importanti interventi, poi riuniti ne Il fattore della motilità nelle dottrine gnoseologiche moderne, dove risultò evidente il ruolo determinante degli interessi filosofici nel suo pensiero (De Sarlo 1893).

In Metafisica, scienza e moralità del 1898 egli affermava la limitatezza della scienza di fronte alle più intime esigenze dell’uomo e del suo spirito. La scienza era stata “la parola magica che pareva fino ai nostri tempi dovesse bastare a soddisfare tutte le esigenze dell’anima umana”, ma esse aveva subito rivelato la sua incompletezza di fronte alla realtà dello “spirito” (De Sarlo 1898, 3).

La scienza, come “organismo delle nostre conoscenze in ordine alle condizioni” determinanti dati fenomeni, aveva, per De Sarlo, “la sua consistenza nell’intreccio di relazioni” che rendevano possibile un fatto. Di qui la conseguenza che le scienze non potevano essere che “amorali”, nel senso che loro compito non era quello di effettuare valutazioni. Ben presto, però, l’uomo si rese conto della necessità delle valutazioni. Lo “spirito etico”, infatti, implicava “valutazione e quindi preferenza”, richiedeva, cioè, “vedute di ordine teleologico, […] la ricerca del significato e quindi, volere o no, una concezione antropocentrica”(De Sarlo 1898, 8, 11).

Il libro aveva una significativa appendice dal titolo Il socialismo come concezione filosofica. In essa, dopo aver precisato il ruolo del «socialismo illuminato» nel progresso morale e civile, sottolineava:

ciò che rende significativo o profondamente compenetrato da idealismo il movimento socialista è che esso implica elevazione del concetto generale della personalità umana e del suo ufficio nell’universo. E da tal punto di vista il detto movimento si rapporta indubbiamente al Cristianesimo ”(De Sarlo 1898, app. 46).

Nel 1899 morì il padre, il dott. Luigi, con il quale aveva sempre avuto un rapporto conflittuale. Egli, che avrebbe voluto vedere il figlio svolgere la professione medica, come i suoi avi, nel paese natio, era rimasto molto deluso dalla decisione di specializzarsi in psichiatria. Aveva anche osteggiato il matrimonio con la prima moglie, Bianca Duchi, di Reggio Emilia e, secondo molte testimonianze, pare lo avesse anche diseredato in favore dei fratelli (Libutti 1990, 23).

Nello stesso anno 1899 vinse a Firenze il concorso per la cattedra di Filosofia teoretica presso il Regio Istituto di Studi Superiori e di Perfezionamento, succedendo ad Augusto Conti. Vi rimase fino al 1933, dedicando tutte le sue capacità all’insegnamento e alla ricerca.

Iniziò quell’esperienza di insegnamento il primo marzo 1900, con la prolusione su Il concetto dell’anima nella psicologia contemporanea nel quale parlò del rapporto tra indagine psicologica e realtà spirituale. Per De Sarlo le scienze morali od umane, le scienze filologiche, storiche e sociali, “coll’indagine delle leggi regolanti la formazione delle varie istituzioni umane, coll’esame delle principali produzioni dello spirito”, avevano aperto la strada “ad una ricerca più feconda sulla natura di questo” (De Sarlo 1900, 2).

In tale panorama scientifico si veniva a rafforzare la “psicologia empirica”, cioè la scienza che aveva l’obiettivo della descrizione e spiegazione dei “fenomeni di coscienza”. La psicologia, infatti, era, secondo De Sarlo, “scienza dei fatti”, anche se suo oggetto erano “fatti sui generis, irriducibili ai fatti fisici”. Fra tali fatti un posto a sé era occupato dall’anima, definita “agente reale da cui rapporto coll’ambiente, cogli altri oggetti si fanno derivare tutti i fenomeni di coscienza”. Dall’esame delle diverse tesi in materie e dei diversi studiosi che se ne erano occupati (da Wundt a James, da Münsterberg a Hӧfding) egli giungeva alla conclusione che l’anima non poteva essere posta «al di fuori o al disopra delle manifestazioni psichiche», ma viveva in queste (De Sarlo 1900, 2-3, 31).

Sempre a Firenze frequentò i seminari tenuti da Franz Brentano con cui rimase sempre in contatto.

Del 1901 sono i suoi Studi sulla filosofia contemporanea. Prolegomeni: la filosofia scientifica. All’interno del volume precisò, in una Nota sul positivismo contemporaneo in Italia, l’esigenza di distinguere tra l’adesione ad una impostazione di indagine scientifica e quella ad una fede materialista (De Sarlo 1901).

Dopo che l’Istituto di Studi Superiori fiorentino assurse a rango di Università, organizzò, nel 1903, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, un Gabinetto di Psicologia Sperimentale. All’iniziativa collaborarono Pasquale Villari e Felice Tocco.

La collocazione di tale organismo all’interno di una facoltà umanistica, e non nella facoltà di medicina, rispondeva alla sua convinzione che questa fosse la “sede naturale” per l’insegnamento e la ricerca in campo psicologico (De Sarlo 1908, 47; La Montagna 2007-2008).

Nelle intenzioni di De Sarlo la Scuola di psicologia fiorentina, con l’annesso laboratorio, doveva costituire “il centro in cui numerosi raggi di attività indagatrice” dovevano indirizzarsi (De Sarlo 1905, 300). In essa tutti avrebbero trovato il loro spazio, nella costruzione di una scienza collegata con altre scienze naturali, ma con una sua specifica autonomia. L’iniziativa sarebbe servita a raccogliere contributi che, altrimenti, sarebbero andati dispersi, evitando studi isolati da parte di chi, lavorando per proprio conto e con metodo proprio, arrivava ad ignorare addirittura le ricerche altrui.

Il 16 gennaio 1904, il prof. Francesco De Sarlo inaugurò, a Firenze, il corso di psicologia sperimentale con una prolusione su Gli orizzonti della psicologia sperimentale in cui esordiva con l’affermazione del ritardo italiano negli studi di psicologia, in pieno fermento altrove, dalla Germania alla Francia e nel resto d’Europa, fino alle Americhe (Guarnieri 2013, 20).

L’anno prima aveva pubblicato, sempre a Firenze, I dati dell’esperienza psichica. Nell’introduzione ripercorse il cammino storico della psicologia, sostenendone la nascita insieme alla filosofia. L’inizio di ogni nuovo periodo filosofico – scriveva De Sarlo – era contrassegnato proprio da un esame più profondo della natura della coscienza, basti pensare a Socrate, a Cartesio e a Kant. La psicologia, intesa come “scienza dell’animo”, nasceva, dunque, con la filosofia che era “essenzialmente riflessione”. Ma, quando “la riflessione divenne più profonda” e “la conoscenza della realtà esterna divenne più estesa”, allora sorse la necessità di fare oggetto “di speciale trattazione lo studio dell’anima umana”. La psicologia come “trattazione speciale” sorse, dunque, “come scienza della vita intimamente collegata con la Filosofia generale”, così continuando sino a quando, con Cartesio, si ebbe “la divisione del campo della coscienza da quello fisico”. Con tale filosofo, infatti, la psicologia venne ad assumere un notevole grado di indipendenza dalle scienze aventi ad oggetto la realtà esterna, perché solamente con Cartesio fu circoscritto il campo della coscienza e furono staccati i fatti psichici da tutti gli altri fenomeni (De Sarlo 1903, 2-3).

La vecchia psicologia era, quindi, per De Sarlo “scienza prettamente filosofica” e, come tale, si proponeva “di indagare la natura dell’anima quale entità a sé, enumerandone e specificandone le potenze e le facoltà”. La psicologia odierna nacque, invece, in contrapposizione a tale psicologia filosofica, caratterizzandosi come “scienza positiva, scienza di osservazione e di esperimento, scienza naturale”.

Fatte tali premesse, De Sarlo entrò nel vivo delle tematiche, sostenendone che i fenomeni fisici esistevano per l’uomo in quanto diventavano fenomeni psichici, contenuto della coscienza. Era dunque l’esperienza intenzionale del soggetto ad essere oggetto di studio della psicologia. L’unica vera esperienza diretta era, perciò, quella psichica e, quindi, esperienza interna ed esperienza esterna non erano due cose distinte ma aspetti della stessa cosa (Gori-Savellini-Luccio-Primi 1991).

In quest’opera De Sarlo, pur accettando “la valutazione positiva della scienza” e l’idea di una psicologia “scientifica”, si staccava nettamente dal positivismo, affermando la difesa dei valori della “filosofia dello spirito”. Tale difesa, però, non comportava affatto una accettazione delle tesi di Benedetto Croce da cui rimaneva lontano per il modo diverso di valutare le scienze della natura (De Siena 2002, 15).

Del resto, I dati dell’esperienza psichica ebbe una recensione proprio da Benedetto Croce che, su La Critica parlò di “Psicologia filosofica o Filosofia psicologica”, contestando a De Sarlo di non aver usato, per la nuova psicologia, il termine tedesco di “Geisteswissenschaft” (Croce 1904, 140-143).

La struttura complessa dell’opera, facendone un vero e proprio manuale di psicologia, si sviluppava trattando dell’esperienza psichica, della morfologia della coscienza, dei dati della sensibilità, della composizione e intensità dei fenomeni psichici, dell’azione psichica, di tempo e spazio dal punto di vista psicologico.

La presa di distanza dal positivismo risultava ben evidente in tutta l’analisi delle finalità e del metodo della psicologia scientifica. Pur sottolineando i vantaggi del metodo sperimentale, De Sarlo ne precisava i limiti, preludendo ad un percorso di superamento della stessa psicologia, onde dare una spiegazione ad altre domande dell’esistenza umana.

Al V Congresso internazionale di psicologia, tenutosi a Roma nel 1905, De Sarlo tenne una relazione su La psicologia in rapporto alle scienze filosofiche nella quale si espresse contro la tendenza a dividere lo spirito a seconda che risultasse oggetto della psicologia o della filosofia (De Sarlo 1905, 431-435).

I risultati dell’attività sperimentale del laboratorio fiorentino venivano, intanto, pubblicati nei due volumi delle Ricerche di psicologia. Nell’introduzione al primo dei due, De Sarlo chiarì la sua posizione di equidistanza sia dalla “psicologia sperimentale” che dalla “psicologia introspettiva”, rivendicando l’esistenza di una psicologia senza alcun’altra connotazione terminologica. La psicologia che egli riteneva valida era, dunque, una scienza con una sua autonomia il cui oggetto consisteva nell’indagine ed analisi delle “leggi dei fatti psichici”, ben diverso da quello proprio delle “scienze dei fatti fisici” Anche se tutte le scienze erano connesse «in qualche modo tra loro», De Sarlo affermava una psicologia come scienza autonoma e unitaria, con una pluralità di metodi: “l’esperimento, l’osservazione delle manifestazioni psichiche nei nostri simili, l’inchiesta, l’esame dei principali prodotti dello spirito collettivo e di quello individuale” (De Sarlo 1905-1907, I, 3).

Questa scienza psicologica, secondo De Sarlo, non poteva limitarsi esclusivamente al dato sperimentale, non solo perché il metodo sperimentale non risultava efficace per tutti i fenomeni psichici, ma anche perché esisteva una sostanziale differenza tra lo sperimentatore fisiologo e quello psicologo. L’attenzione del primo era concentrata “massimamente se non esclusivamente sul decorso delle manifestazioni esterne della vita”, sulle successive modificazioni e alterazioni delle funzioni dell’organismo, “astraendo quanto più è possibile dall’azione del fattore psichico”. Lo sperimentatore psicologo, invece, era portato ad “isolare gli stati di coscienza”, evidenziandone quegli aspetti individuale ed eccezionali che, di contro, il fisiologo vedeva come elementi di perturbazione, da eliminare. Poiché, dunque, la sperimentazione psicologica non poteva essere ridotta a semplice sperimentazione fisiologica, ne conseguiva che non dovevano essere soltanto i fisiologi e i medici ad occuparsi scientificamente di psicologia. Di qui, la collocazione del laboratorio sperimentale fiorentino nella Facoltà di Lettere e Filosofia. Le questioni psicologiche, difatti, potevano essere trattate “con serietà” solo da chi aveva “capacità ad osservare e ad analizzare i fatti della coscienza” (De Sarlo 1905-1907, I, 4, 6).

Da tali discorsi emergeva chiaramente che la psicologia, pur nella sua autonomia, non poteva prescindere da considerazioni di ordine filosofico, per cui, “pur avendo conseguito notevoli risultati nella forma di scienza empirica, spesso anche in base ad arbitrarie identificazioni con la fisiologia”, essa doveva ancora pervenire “ad una completa conoscenza della vita psichica” che poteva realizzarsi solo avvalendosi della filosofia (Sava 2002, 13).

Il 3 novembre 1906 Francesco De Sarlo ritornava a parlare del rapporto tra sapere filosofico e progressi scientifici nel discorso inaugurale per l’anno accademico del Regio Istituto di Studi Superiori di Firenze.

Nel 1907 diede alle stampe L’attività pratica e la coscienza morale e, insieme a Giovanni Calò, Principi di scienza etica (De Sarlo 1907; De Sarlo-Calò 1907).

Nella prima opera De Sarlo sostenne che la vita morale costituiva “manifestazione di una funzione speciale dello spirito” e, quindi, poteva formare “oggetto di studio indipendentemente da qualsiasi concezione propriamente metafisica”. La vita morale aveva sede esclusivamente nella coscienza. Di conseguenza, l’attività etica aveva senso quando si considerava in relazione alla persona che era “il solo, il vero agente morale” (De Sarlo 1907, 1, 181).

Nel secondo scritto riprese la trattazione dell’etica. Essa era una scienza autonoma, scienza “di ciò che deve essere”. Secondo De Sarlo “la capacità appreziativa etica” si sviluppava “via via col progredire della riflessione, dell’intelligenza e della volontà”, cooperando, in essa, tutte le funzioni fondamentali dello spirito (De Sarlo-Calò 1907, 28, 76).

Probabilmente nello stesso anno De Sarlo e Calò pubblicarono insieme un appendice al testo, dal titolo La patologia mentale in rapporto all’etica e al diritto, nel quale si occupavano dell’analisi di concetti, come imputabilità, responsabilità e degenerazione, comuni alla psichiatria e al diritto.

Sempre nel 1907 diede vita alla rivista La Cultura filosofica che, imbevuta di cultura positivista, fece da contraltare all’idealismo di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, non lesinando toni ed accenti polemici (De Sarlo 1907; Giordano Orsini 1972).

Croce, dal canto suo, non gli risparmiò critiche e duri giudizi, ritenendolo mancante di una formazione filosofica e invitandolo a scegliere tra l’essere medico o filosofo (Colapietra 1968).

Eppure lo stesso Benedetto Croce, l’anno prima, non si era mostrato ostile in modo pregiudiziale verso la nascita della rivista. Così aveva scritto a De Sarlo: “Naturalmente, vedo anche nel programma la solita concezione della filosofia che stimo inesatta. Ma mi fa piacere che essa prenda corpo in una rivista, poiché sarà più agevole e proficuo discuterla” (Parente 1972, 60-61).

Nonostante le critiche di Croce, è innegabile che il pensiero di De Sarlo rappresentò, nei primi decenni del secolo, “un tentativo originale di riarticolazione da un versante del tutto psicologico dei rapporti fra conoscenza scientifica e indagine filosofica” (Lombardo-Foschi 1997, 44).

Sul periodico, pubblicato prima con cadenza mensile, poi bimestrale, scrissero giovani studiosi come Giovanni Calò, Eustachio Paolo Lamanna, Guido Della Valle, Enzo Bonaventura, Alessandro Levi, Antonio Aliotta e F. Bonatelli.

Su di esso, nonché su altre riviste, continuò, comunque, ad occuparsi di psicologia, in particolare dell’inconscio e dei processi psichici, con diverse recensioni a studiosi tedeschi. Trattando, invece, delle reazioni affettive, sostenne l’impossibilità di ridurre quelle psichiche alle sensoriali che le accompagnavano (De Sarlo 1907, 1908).

Anche le tematiche evoluzioniste continuarono ad interessarlo. Su La Cultura filosofica non mancarono, infatti, suoi scritti sull’argomento e recensioni su diversi studiosi della materia. Ricordiamo il saggio su La nozione di specie (1908) nel quale affermò la mutabilità nel tempo delle specie cui concorrevano fattori interni ed esterni, nonché quello su Il significato filosofico dell’evoluzione (1913).

E’ del 1909, invece, il suo saggio La filosofia naturalistica, dove sostenne l’impossibilità per le scienze della natura di non avere una metafisica. Alla stessa maniera, nessuna concezione generale della realtà poteva estraniarsi da tali scienze. Per De Sarlo, dunque, non bisognava tenere separati filosofia e scienza. Contrariamente a quanto sostenuto da Croce e Gentile, per il filosofo lucano filosofia e scienza erano tenuti insieme dal comune metodo conoscitivo, valido per ambedue perché riguardante lo stesso campo d’indagine (De Sarlo 1909, 15).

La filosofia diventava, così, “dottrina” e “critica della scienza umana” (De Sarlo 1915, 82). Bisognava, però, secondo De Sarlo, stare attenti ad evitare che il positivismo riducesse la filosofia alla scienza e la realtà alla natura. In definitiva, secondo lo studioso lucano, la filosofia rappresentava la riflessione critica delle varie forme di conoscenza, della stessa scienza, metodologia di ogni sapere.

La filosofia non doveva sostituirsi alla scienza ma neanche ignorarne i risultati, quasi una nuova metafisica o, addirittura, un nuovo “spiritualismo” che fosse in grado di comprendere la realtà superando i propri limiti. La filosofia, dunque, “Scientia scientiarum”, metodo del sapere, e il filosofo non doveva limitarsi alle sole ipotesi metafisiche (De Sarlo 1928, 15, 62).

La grande fiducia nella scienza di De Sarlo trovava una attenuazione nella consapevolezza dei suoi limiti. Solo la filosofia ne poteva completare la missione conoscitiva, ampliando l’attenzione sulle altre esigenze dell’animo umano. Di qui la predilezione per una interpretazione della realtà che facesse perno sui valori morali e sul senso di giustizia, cioè sul superamento metafisico della scienza, sul suo completamento. Di qui, ancora, la vicinanza ad autori come Kant e Labriola che privilegiavano tali valori (De Siena 2002, 165-166).

Ad ottobre del 1909 De Sarlo partecipò, a Roma, al III Congresso della Società Filosofica italiana. Vi tenne una relazione Sul concetto di natura nel quale dissertò sul rapporto tra natura e spirito (Atti Congresso 1909, 61-71).

Nel 1912, insieme ad un nutrito gruppo di studiosi, fondò a Firenze il “Circolo di studi psicologici” (De Sarlo 2013). Vi aderirono, oltre ai già citati Calò e Levi, anche E. Morselli, M. Calderoni, G. Fanciulli, R. Assagioli e G. Villa. Due anni dopo il circolo si trasformò in “Associazione di studi psicologici”, con un proprio Bollettino trimestrale, e De Sarlo ne divenne il presidente.

Tra il 1912 e il 1915 suoi saggi apparvero sulla rivista fiorentina Psiche. Su di essa scrisse dell’autonomia e dei tre metodi della ricerca psicologica: l’introspezione, l’esperimento e il metodo storico.

La psicologia per lui non doveva essere una “ancilla” della filosofia ma assurgere a rango di scienza autonoma, quasi una “psicologia filosofica” su cui costruire una “filosofia dello spirito”. Essa, inoltre, non poteva limitarsi solo all’analisi scientifica e medica della psiche umana, dovendo comprendere altri tipi di analisi. La psiche, lo spirito e la coscienza, infatti, non andavano studiati in modo settoriale ma nella loro globalità in quanto l’essere umano era una realtà complessa. Vita e psiche, perciò, non costituivano due realtà diverse ma aspetti di una stessa realtà.

Nel 1913 ritornava sull’anima, scrivendo Idee intorno all’immortalità dell’anima nel quale precisava che era stata una conquista della psicologia moderna comprendere che l’anima non era al di fuori, o al disopra, delle manifestazioni psichiche, ma in esse.

In un saggio del 1914 si interrogò sulle ragioni della crisi della psicologia moderna che individuava nell’impostazione unilaterale delle indagini psicologiche, nell’erronea convinzione di una psicologia allo stesso livello delle scienze naturali e nella mancanza di rigorosità terminologica (De Sarlo 1914).

Di qui il superamento di una psicologia ancora troppo “positivistica” e l’adesione ad una “psicologia filosofica”, caratterizzata, innanzitutto, da una visione pluralistica dei metodi di ricerca.

Tra il 1915 e il 1918 pubblicò Il pensiero moderno (Milano-Palermo, Sandron, 1915), Filosofi del nostro tempo. Ombre e figure (Firenze, La Cultura filosofica, 1916) e Psicologia e filosofia. Studi e ricerche in due volumi (Firenze, La Cultura filosofica, 1918).

Nella prima opera, nella quale risultava raccolti diversi saggi precedenti, ritornava sulla concezione di una filosofia non staccata dai problemi della scienza.

Nella sua rivalutazione degli aspetti più significativi della filosofia moderna e contemporanea, De Sarlo riprendeva, altresì, le linee fondamentali del pensiero kantiano, evidenziandone l’attualità soprattutto nel ruolo assegnato alla soggettività e ai valori morali.

La filosofia per De Sarlo aveva una insostituibile funzione nella vita dell’uomo. Non si trattava di negare il valore delle scienze, ma di riconoscere l’esigenza dell’umanità di cercare la risposta alle grandi domande dell’esistenza:

Ciò che importa in ogni caso tener presente è che il problema vero della filosofia è il problema della realtà ultima e definitiva. Definire la realtà nei suoi tratti essenziali, distinguerne le forme e determinarne esattamente i rapporti, sistemarne le determinazioni in modo da porne in luce il significato ultimo, ecco i compiti precipui della filosofia (De Sarlo 1915, 202).

E nei Filosofi del nostro tempo rivendicava nuovamente il ruolo della filosofia e la sua natura universale, non limitabile ad appannaggi di esclusività di popoli o razze:

La filosofia, come ogni altra scienza, non è e non può essere l’emanazione esclusiva e privilegiata d’un popolo o d’una razza, ma proviene dall’attiva collaborazione di tutte le menti capaci di assurgere ad un’interpretazione razionale della realtà, le quali hanno sempre da guadagnare dal contatto reciproco, e possono dare origine a prodotti tanto più vitali, quanto più, pur rimanendo indipendenti, prendono viva parte allo scambio delle idee, dando e ricevendo, in modo da determinar poi formazioni che divengono espressive delle verità nella misura in cui vanno perdendo le tracce delle differenze e delle divisioni fra razze, nazioni e individui (De Sarlo 1916, VIII).

In Psicologia e filosofia riprendeva le tematiche inerenti i rapporti tra psicologia e filosofia, precisando ulteriormente i limiti oltre i quali la psicologia non sarebbe dovuta andare per non invadere la competenza della filosofia.

Dopo aver, di nuovo, specificato che “l’esperienza interna” non portava a “principii universali o a verità di ordine ideale”, egli ammetteva che la stessa esperienza interna non forniva solo “un complesso di fatti”, ma faceva direttamente constatare “quell’unità di coscienza, quella medesimezza del soggetto nel variare delle funzioni e attraverso i mutamenti nel tempo, […] condizione indispensabile per l’intellegibilità della vita psichica”. Oltre tale limite, dunque, la psicologia non doveva andare. Era necessario che essa si fermasse «alla constatazione dei fatti e dei loro rapporti puramente empirici» (De Sarlo 1918, 92, 94-95).

E’ del 1925, invece, il volume Gentile e Croce. Lettere filosofiche di un superato, nel quale il filosofo lucano, pur rimarcando le differenze di impostazione, evitò i toni polemici del passato (De Sarlo 1925).

Due anni prima aveva abbandonato l’insegnamento della psicologia sperimentale, mantenendo, invece, fino al 1933, la cattedra di filosofia teoretica.

Ma ritorniamo allo scritto su Gentile e Croce. Nei confronti del primo De Sarlo criticava la concezione dello spirito, contestando, in particolar modo, il concetto dell’Io e il modo confuso di esprimerlo. Da un lato, esso era “punto di partenza”, dall’altro lo si riteneva non raggiungibile immediatamente in quanto ciò lo avrebbe reso oggetto e non più soggetto. L’impostazione di Gentile, per De Sarlo, era del tutto astratta. Pur affermando che tutto era pensiero, non dava alcuna spiegazione su cosa si dovesse intendere per esso (De Sarlo 1925, 25-26, 31-32).

Secondo De Sarlo, insomma, Gentile, parlando di pensiero, parlava di tutto e niente. La sua esperienza nella psicologia sperimentale, invece, lo induceva a intendere il pensiero non come “atto puro”, sussistente in se stesso, ma come atto di una realtà coincidente con l’anima la quale rappresentava il sostegno metafisico delle attività che costituivano il pensiero e senza tale sostegno qualunque affermazione intorno agli atti di pensiero diventava priva di senso (Senofonte 1995, 42).

Le critiche verso Croce erano, invece improntate ad una stima maggiore riconosciuta al ruolo del filosofo idealista nel panorama culturale italiano. Già nell’approccio iniziale De Sarlo metteva in evidenza le differenze, anche di bagaglio culturale, tra i due:

L’uno, il Croce, giunto all’idealismo dopo un lungo cammino attraverso i campi più diversi della coltura, la letteratura, l’erudizione, l’economia, la storia, ecc., oltre che sente sempre vivo il bisogno di rimaner aderente alla realtà concreta, non disdegna e non può disdegnare la guida del buon senso. L’altro invece, trovatosi in possesso fin dall’inizio di un determinato credo filosofico, s’è assunto come compito di commentare e svolgere questo in tutti i sensi, traendone per un verso le conseguenze estreme, e procurando per l’altro di farlo concordare quanto più fosse possibile colle esigenze più vive e cogli indirizzi più in voga del pensiero del nostro tempo (De Sarlo 1925, 201).

Ma, chiarito questo distinguo iniziale, De Sarlo passava a criticare anche la filosofia crociana, accomunata a quella di Gentile dall’ “antiplatonismo o antiobbiettivismo” e dallo “psicologismo o soggettivismo”:

Vi è però fra i due questa differenza, che il soggettivismo dell’uno, del Gentile, è del tutto astratto ed insieme metafisico, in quanto pone il fondamento di ogni realtà nell’atto puro, ch’è bensì una nozione-residuo dell’esperienza soggettiva, ma sottoposta come è stata a successive elaborazioni, ha finito per assumere il valore di un’entità (ontologica); mentre quello dell’altro è concreto in senso, direi, antropologico, in quanto assume non solo come punto di partenza, ma come fondamento della ricerca lo spirito umano nella sua complessità e concretezza (De Sarlo 1925, 202-203).

Croce, per De Sarlo, arrivava all’ “Universale” partendo dal “Particolare”, ma poi ritornava all’idealismo a causa della negazione della psicologia sperimentale, nonché della stessa sociologia la quale studiava l’Io nella sua dimensione oggettiva nella società. Di qui, il considerare tutta la realtà solo dal punto di vista delle attività mentali, per cui l’attività mentale, vista nella sua unitarietà, era la vera realtà. In tal modo si veniva a perdere di vista la soggettività concreta del singolo, cadendo in discorsi astratti.

Per Croce, dunque, lo spirito non era “ente” ma “soggetto”, ma non il soggetto singolo e particolare, bensì l’elemento comune a tutte le soggettività, cioè l’ “universale concreto”. Discorso che De Sarlo non poteva condividere, ritenendo, invece, che il pensiero si concretizzasse negli uomini concreti ma senza alcun significato al di fuori di essi (De Sarlo 1925, 210).

L’ultima critica nei confronti di Croce è sulla identificazione della Filosofia con la Storia. Secondo il filosofo napoletano, infatti, la Realtà, lo Spirito era “divenire” ed il divenire era Storia. Essendo la Filosofia interpretazione della realtà, essa era Storia. De Sarlo non poteva accettare tale identificazione della Filosofia con La Storia perché, in tal modo, si veniva ad interpretare la Realtà con la Realtà, generando nuova confusione.

De Sarlo firmò anche quello che fu poi definito Manifesto degli intellettuali antifascisti, pubblicato il 1° maggio 1925 sul Mondo, promosso da Amendola ed elaborato da Croce, in risposta al Manifesto degli intellettuali del fascismo di cui si era fatto promotore Giovanni Gentile e pubblicato il 21 aprile dello stesso anno (Papa 1958, 100, 147).

Ma una critica ancora più forte al fascismo De Sarlo l’avrebbe rivolta al VI Congresso nazionale della Società Filosofica Italiana, tenuto a Milano nel marzo del 1926.

L’assise vide la partecipazione sia di Croce che di De Sarlo. Quest’ultimo, intervenuto il giorno dopo Croce, tenne un discorso su L’alta cultura e la libertà, pubblicato solo nel 1947 dall’Università di Firenze. In esso il filosofo lucano, richiamandosi ad una famosa prolusione di Antonio Labriola del 1896 su L’Università e la libertà della scienza, proclamò l’indipendenza dell’Università, presidio d’alta cultura, da qualsia ingerenza politica e governativa (De Sarlo 1926).

Così De Sarlo:

Non è un segreto per nessuno, che il momento storico attuale presso di noi è caratterizzato dalla sostituzione di un regime che dalla libertà prendeva lo spirito e il nome, d’un ordinamento politico-sociale fondato sul principio d’autorità, di gerarchia, di disciplina, limitante ogni libertà individuale che non si accordi con gli interessi dello Stato quali sono concepiti e determinati dai governanti.

E continuando:

Ciò che voglio sostenere è che, qualunque siano le ragioni che possano essere addotte a giustificare questa dottrina e questa pratica di governo, esse non possono in alcun modo toccare quella che è l’essenza e l’anima dell’alta cultura.

Anche se l’Università dovesse essere sottoposta a fitte maglie di regolamentazioni

Non deve essere dimenticato che ogni tentativo d’incatenare il pensiero riesce necessariamente vano. L’intelligenza transitoriamente può subire pressioni che ne arrestino la libera esplicazione, ma presto o tardi vince gli ostacoli che le si parano dinanzi e finisce per oltrepassare qualsiasi barriera. […] Chi dice mente, dice libertà, in quanto la mente non può avere che in se stessa la propria norma. Ogni tentativo di coercizione violenta la distrugge.

Per De Sarlo l’Università, come ogni altra istituzione di alta cultura, non poteva e non doveva avere altro interesse che quello della scienza, non poteva e non doveva avere “altro culto che quello della verità”. Essa, dunque, non poteva assumere la difesa di alcun interesse di partito, di classe o di religione., rimanendo al di sopra di ogni divisione determinata da interessi particolari:

Per il fatto stesso che l’analisi, la critica non ha limitazioni di sorta, la difesa di nessun interesse può essere assunta come principio direttivo. La nozione stessa di Stato, di governo, di libertà, di autorità, può e deve esser argomento di indagini: e che significato può avere allora, l’imporre come obbligo di seguire certe direttive a preferenza di altre? L’alta cultura non può avere che un obbligo solo, quello di non abbandonare mai il rigore logico e la determinazione esatta e precisa dei fatti, quello di tenersi lontana da qualsiasi preconcetto e da qualsiasi assunto non giustificato. E’ tanto assurda un’alta cultura asservita ad un certo credo politico, religioso, sociale, come lo sarebbe quella che fosse asservita alla difesa degli interessi di una casta, di un ceto, di una classe. L’università è e deve rimanere l’alma mater studiorum.

Ma egli non si limitò a difendere il ruolo libero dell’alta cultura, criticando i fondamenti filosofici del nuovo regime, radicati nella concezione hegeliana dello Stato etico, una vera e propria concezione metafisica dello Stato che, implicando l’assorbimento della realtà umana nell’ente-Stato, arrivava a negare ogni valore e consistenza effettiva alla personalità:

Lo Stato è tutto, la persona è poco più dell’incresparsi di un’onda sul vasto oceano. […] E’ errore, da tal punto di vista, ammettere che ciascun individuo sia fornito dei diritti di cui è fornita la società umana. E’ la società che ha diritto al maggior grado di benessere, mentre il cittadino singolo non ha alcun diritto al possesso del maggior grado di felicità di cui può godere. Di qui la necessità che ci sia un potere forte e durevole, capace di rendere la società salda nella sua struttura. […]L’interesse del governo s’identifica con quello della Nazione, e, data una tale identificazione, il governo non può volere che il bene: e, dal momento che lo vuole, lo può, perché è forte, e lo può tanto più quanto più è forte.

Ed a questo punto De Sarlo contrapponeva a questa concezione quella del riconoscimento dei diritti naturali e fondamentali dell’uomo, teorizzando una visione estremamente moderna del rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini:

Tutti i codici coincidono su certi punti fondamentali. Ora che cosa vuol dire questo? Che la pretesa creazione dei diritti non è che il riconoscimento esplicito, mediante la sanzione formale e la definizione sempre più precisa, di tendenze ed apprezzamenti preesistenti nella coscienza umana. Se prima che sorga un governo stabile i diritti di ogni individuo sono affermati e tutelati dallo stesso individuo, dopo l’organizzazione politica della società il potere centrale assume l’ufficio di garantire la sicurezza personale, il possesso dei beni e via di seguito. Tutto questo implica bene la credenza che agli uomini non può essere negata e impedita l’esplicazione di quelle facoltà che sono costitutive della loro vita in quanto uomini. E’ in fondo riconosciuto che la vita ha un pregio e che quindi merita di essere garantita e protetta nelle sue esigenze fondamentali.

Prima dello Stato, dunque, vi erano gli uomini, i loro diritti, e questi non potevano essere compressi da alcuno Stato che doveva, invece, la permanenza della sua esistenza alla tutela delle libertà fondamentali di ciascuno:

La fonte della libertà degli uomini è indicata negli uomini stessi, nella loro coscienza e quindi in dati che sfidano qualsiasi tentativo di sofisticazione in senso contrario. […] La società e lo Stato non sono fini in sé […] ma servono alla vita morale: questo è il fine ideale verso il quale si orientano nella loro evoluzione storica, ed è anche l’ideale di ogni legislazione e costituzione politica.

Di qui la sua bellissima espressione secondo cui “La libertà che si vuole è quella di essere e farsi valere come uomini, non quella di cessare di esserlo”. La società, insomma, sia determinata sotto la forma di nazione, sia politicamente organizzata nella forma di Stato, per De Sarlo, non poteva essere concepita “come un’entità a sé, quasi come un reale sui generis posto al disopra degli individui”, i quali avevano soltanto “il valore di semplici mezzi per il completo sviluppo dello stesso reale”. La Nazione, lo Stato, invece, lungi dall’avere una realtà propria, diversa da quella degli individui, si attuava “nella coscienza e per la coscienza di questi”. Gli individui e le persone “costituenti l’unità collettiva”, oltre ad essere “gli enti reali per eccellenza”, avevano “come carattere essenziale di avere la dignità di fini e di non poter mai essere degradati all’ufficio di mezzi”. Di conseguenza, lo Stato poteva imporre qualsiasi sacrificio ai propri cittadini, tranne “l’abbassamento della loro dignità di uomini, tranne il sacrificio della loro personalità morale”: nessun atto di disonestà, nessuna falsità, nessun inganno, nessuna violazione della giustizia poteva essere giustificata riferendosi al vantaggio della Nazione o alla necessità di Stato.

De Sarlo concluse il suo intervento, sui cui ci siamo diffusamente soffermati, con la esaltazione della libertà dell’intelligenza, della libera espressione del pensiero. E citando Stuart Mill, affermò che ciò che bisognava evitare non era “il violento conflitto fra le diverse parti della verità, ma la pacifica soppressione una metà del vero”. Pur consapevole delle possibili conseguenze di quanto detto, il filosofo manifestò, infine, “la soddisfazione della coscienza di avere parlato”, specie quando molti avevano creduto “di dover tacere”.

Quelle conseguenze non si sarebbero fatte attendere. Quanto detto da De Sarlo venne applaudito dalla maggioranza del congresso ma fece nascere un dibattito sul concetto di libertà culturale e il rapporto con l’autorità fascista. La discussione accese gli animi a tal punto che intervenne il prefetto e nel pomeriggio arrivò una comunicazione del Rettore dell’Università per ritirare la disponibilità dei locali universitari, costringendo il congresso a sciogliersi.

Mentre Giovanni Gentile sul Popolo d’Italia del 14 aprile plaudì alla chiusura e ai successivi provvedimenti, Benedetto Croce difese De Sarlo e gli anni successivi videro un loro ravvicinamento. Fatto sta che Francesco De Sarlo dopo la presa di posizione congressuale fu sottoposto a procedimento disciplinare, allontanato dall’ambiente accademico e costretto a non tenere lezioni per un anno.

Nel 1928 pubblicò Esame di coscienza. Quarant’anni dopo la laurea 1887-1927, nel quale tentò, non soltanto un resoconto delle sue tappe esistenziali, ma anche una riflessione globale sulle principali tematiche del suo pensiero, ormai giunto ad una notevole maturazione.

Riprese, così, la definizione di “coscienza” come concetto per esprimere l’insieme dei rapporti in cui il soggetto si trovava con l’oggetto. In questo senso uno dei compiti della psicologia era proprio quello di “dimostrare l’eterogeneità ed insieme la connessione organica delle varie funzioni psichiche”(De Sarlo 1928, 27).

Nel 1930 De Sarlo ritornò sui temi evoluzionisti, pubblicando, nella rivista Il Progresso Religioso, un saggio dal titolo L’aspetto evolutivo della realtà, nel quale parlò dell’evoluzione applicata agli esseri umani e alle attività psichiche. Cinque anni dopo riprese l’argomento in Vita e psiche. Saggio di filosofia della biologia (De Sarlo 1930, 1935).

Nel 1934 abbandonò la cattedra universitaria di Filosofia Teoretica, rinunziando anche al suo impegno nell’Accademia dei Lincei. Insieme a Croce e a tanti altri si rifiutò di giurare fedeltà al regime fascista.

L’alta considerazione che nutriva per la libertà della cultura e dell’individuo affondava le radici nella sua concezione dell’uomo, protagonista della realtà fisica ma capace di superarla, di resistere al determinismo fisico, facendo perno sulla legge morale e sulla coscienza.

Nel 1931, intanto, proprio Benedetto Croce aveva promosso la pubblicazione, da parte di Laterza, dell’opera del filosofo lucano L’uomo nella vita sociale nel quale veniva riaffermato e chiarito il suo concetto di libertà, segno di distinzione dal conformismo dominante, ed il valore della politica per il suo contributo “alla realizzazione della persona morale umana” (De Sarlo 1931, 274).

Gli ultimi anni di vita del filosofo furono dunque caratterizzati da una particolare attenzione verso le scienze sociali, nei confronti soprattutto del rapporto tra individuo e società e del ruolo delle stesse istituzioni.

Secondo De Sarlo “il mondo umano” è composto per una parte dall’uomo e, per l’altra, dalle istituzioni, formazioni storiche dotate di forte influenza sulla personalità umana. Creazione dell’uomo stesso, queste, nate inizialmente per soddisfare bisogni primari, hanno finito per dominare e condizionare l’intera vita individuale. Per il filosofo, dunque, l’individuo, pur essendo parte della collettività, è in grado di contrapporsi ad essa. Per analizzare l’istituzione, perciò, non bisogna partire dall’individuo isolato, ma dalle relazioni umane (De Siena 2002, 127).

Ne L’uomo nella vita sociale Francesco De Sarlo prese anche posizione contro il liberalismo economico, considerando profondamente ingiusta la sua concezione secondo cui la ricchezza capitalista aveva valore in sé ed era un fine e non un mezzo. Per questo il principio di concorrenza e di libero mercato andava sottoposto ad una regolamentazione che ne eliminasse gli aspetti di incontrastata lotta economica e sociale. Di qui la necessità di organizzare la vita economica armonizzando gli stessi interessi economici “colle esigenze più elevate dei consociati” tra cui “l’elevazione del valore della persona umana”, una elevazione, egli specificava, non solo del tenore di vita materiale, ma anche di quello della vita spirituale. La persona, concludeva, aveva, infatti, una dignità propria che oltrepassava gli interessi egoistici (De Sarlo 1931, 88-90).

Tale impostazione era presente anche nell’analisi della questione sociale dove non bastava cambiare le condizioni esterne della vita umana per influire sull’animo degli individuo, ma bisognava procedere all’inverso, agendo sul “senso etico-religioso”. Solo così sarebbero cessati “gli attriti nei rapporti economico-sociali”. Per De Sarlo, in definitiva, “il fattore soggettivo personale” non era “una quantità trascurabile” ma costituiva “fattore essenziale”(De Sarlo 1898, app. 35-36).

Ed era proprio il valore attribuito all’individualità, nella sua globalità materiale e spirituale, ad allontanare De Sarlo da qualsiasi visione dello Stato etico, abbracciata dal regime fascista. Lo Stato e le Istituzioni non erano né prima né al di sopra dell’individuo, ma era vero il contrario: “Non sono le istituzione che per sé prese creano gli individui, ma sono gl’individui che creano le istituzioni. Nel mondo umano le cause vere sono gl’ individui, considerati, s’intende, non come atomi dispersi nel vuoto, bensì nelle loro reciproche relazioni” (De Sarlo 1931, 45-46).

L’ultima sua opera fu Vita e Psiche del 1935 nella quale si occupò della filosofia della biologia, partendo dal mondo fisico per arrivare alla vita psichica, la vita della coscienza.

Francesco De Sarlo morì a Firenze nel 1937 e la cultura scientifica italiana iniziò presto a dimenticarlo. In realtà i suoi insegnamenti sono ancora oggi di grande attualità. La sua concezione dell’uomo, di valori come la libertà morale, la sua fiducia nella scienza, ma anche la consapevolezza dei suoi limiti, rappresentano tutt’ora temi del dibattito contemporaneo mai sopiti e sui quali De Sarlo elaborò tesi originali, anticipando spesso elaborazioni di là da venire.

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1995 L’uomo in De Sarlo, in Av.Vv.

Av.Vv. (cur.)

1995 Francesco De Sarlo. Atti del Convegno di Studi promosso da “Velia. Rivista di Filosofia

Teoretica”, Potenza, Ermes.

1911 Atti del III Congresso della Società Filosofica Italiana organizzato dal Circolo di Filosofia

di Roma (27-31 ottobre 1909), Modena, Formiggini ed.

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