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Posted in Medaglioni, Numero 38 - Giugno 2015, Numero 38 - Medaglioni, Numero 38 - Rubriche

Un caso di populismo meridionale nell’Italia degli anni ’50

Un caso di populismo meridionale nell’Italia degli anni ’50

di Giustina Manica

Abstract

Achille Lauro è figura peculiare d’imprenditore meridionale dell’Italia del boom  che s’impegna in politica per difendere i propri interessi economici. Col Partito monarchico popolare, egli anticipò di quarant’anni i tempi rispetto al  modello oggi diffuso di partito del leader. La specificità e il limite  del successo di Achille Lauro stanno nel fatto che la sua politica e il suo partito, muovendo dal Mezzogiorno,   non riuscirono a trovare seguito al nord, ove, nonostante gli sforzi e le cospicue risorse economiche profuse, Lauro rimane un personaggio poco conosciuto e privo d’insediamento. Leader incontrastato del Partito monarchico popolare, da lui stesso fondato nel 1954, egli rilancia con enfasi e opportunismo  la questione meridionale come  problema nazionale, legandosi indissolubilmente con pratiche populistiche a quel popolino che tanto lo sosteneva nelle sue battaglie. Infatti, alle sue elezioni a sindaco di Napoli del 1956 raccolse ben 241.974 preferenze. Nel momento di maggiore successo il suo sistema entrò in crisi. Infatti, a breve la sua amministrazione fu commissariata. La corruzione e il clientelismo di una gestione amministrava dissennata furono premessa della sua fine politica.  Tuttavia, essa fu soprattutto conseguenza dello scontro fra il partito personale, quello di Lauro, e il maggiore partito d’integrazione di massa del tempo, la Dc. Il primo risultò soccombente.

Abstract english

Achille Lauro is an original personality of entrepreneur from southern Italy who converted his interests to political dimension. In 1954 he founded the Partito monarchico popolare, a peculiar shape of party which anticipated the typology of leader’s party, triumphant in Italy in the last decade of the XX century. He failed in his attempt to consolidate his power because of the strength of the traditional parties, and mainly the Christian Democracy, and because of his incapacity to widespread his party to the North of Italy. Although, his political experiment is a good and interesting example of “populism”, relevant reflex of the mentality of southern territories of Italy. It opens to the possibility  to compare his speech and his attitude towards people with other examples of coeval classical populism as, for instance, Peronism.

L’ascesa politica di Achille Lauro

L’ascesa politica di Lauro risale agli anni del secondo dopoguerra, ma la sua popolarità lo precede. Figlio dell’armatore di Piana di Sorrento Gioacchino Lauro, Achille  inizia la sua attività  nella Compagnia nautica di famiglia molto giovane (Zullino 1976, Romano 1992, Lomartire 2009, Totaro 1990, Della Ragione 2003, Lauro 1958).  Dopo la morte del padre, all’età di vent’anni, si trovò a dover gestire da solo l’azienda di famiglia che in un trentennio divenne il fiore all’occhiello dell’industria navale italiana acquisendo grande slancio durante il ventennio fascista. Con lo scoppio della II guerra mondiale la flotta Lauro fu totalmente distrutta, ma già alla fine degli anni ’40 riuscì a donargli nuova linfa e a conquistare il consenso della popolazione attraverso il ponte con la politica. Andava pian piano configurandosi il prototipo dell’imprenditore di successo che si prestava alla politica per difendere i propri interessi economici, con l’ausilio del consenso popolare (Ungari 2011). In una prima fase Lauro orientò il suo interesse nei confronti di diverse formazioni politiche, sondando trasversalmente il terreno di tutto il panorama partitico italiano e ricevendo molti rifiuti, poi si indirizzò verso l’Uomo qualunque, guidato da Guglielmo Giannini (Zullino 1976, 50). L’Uomo qualunque si presentava come un partito dell’antipolitica, potremmo definirlo oggi, con una matrice spiccatamente populista che nel Mezzogiorno del paese riusciva a superare, in alcuni territori, la Democrazia cristiana[1] (Tarchi 2003, 88, Setta 2005, 159-161). Il seppur breve consenso che questa piccola formazione politica riesce a costruirsi era legato sostanzialmente all’interpretazione spregiudicata dei sentimenti che avevano maggior seguito tra la popolazione, soprattutto meridionale, dove la lotta di Liberazione aveva avuto scarso impatto. Ulteriore fonte di consenso era la diffidenza nei confronti dei partiti e del Parlamento, la lotta contro la pressione fiscale e la burocrazia, l’attacco alla classe politica in nome dell’onestà, dell’efficienza e del buon senso che raccoglievano un’area trasversale di seguito che andava da destra a sinistra (Tarchi 2003, 90). Alle elezioni dell’Assemblea Costituente del 2 giugno del 1946 il Fronte dell’Uomo qualunque ottenne il 5,3% con l’elezione di 30 deputati in Parlamento. Alle amministrative del novembre riuscì a conquistare molti centri del Mezzogiorno, ma ormai la fine era vicina. La svolta arrivò nell’ottobre del 1947 quando il quarto governo De Gasperi dovette affrontare il voto sulla mozione di sfiducia. Giannini, in un prima fase, aveva negoziato l’appoggio esterno dell’Uomo qualunque al governo De Gasperi. Ma quando comprese che questo appoggio non gli avrebbe fruttato in termini politici quanto immaginava arrivò ad ipotizzare di far cadere il governo ed allearsi con il Pci (Setta 2005, 254-255). Mentre le prospettive di sopravvivenza del governo stavano deteriorandosi, entrò in campo Achille Lauro che tese la mano alla DC facendo pressione sui parlamentari dell’Uomo qualunque affinché voltassero le spalle a Giannini e votassero la fiducia al governo De Gasperi[2]. I risultati delle votazioni sulla fiducia alla Costituente, nella notte fra il 4-5 ottobre 1947, dimostrarono che la salvezza del Governo era legata al ravvedimento qualunquista[3] (Setta 2005, 255). Lauro era entrato nella politica nazionale, mentre l’Uomo qualunque e Giannini andavano incontro alla fine. Subito dopo iniziò da parte di Lauro la scalata e la conquista del Partito nazionale monarchico[4]. Il tutto accadde in breve tempo e a suon di elargizioni che permisero a Covelli di saldare tutti i debiti che il Partito monarchico aveva contratto. In cambio Lauro divenne presidente del Partito. Nel frattempo decise di acquisire l’intera proprietà del “Roma” che diverrà poi suo organo diretto. L’obiettivo politico, che intendeva perseguire anche attraverso il “Roma”, era convincere la Dc che prima o poi avrebbe dovuto trattare con lui per sconfiggere la sinistra.

La grande opportunità gli si aprì alle amministrative del 1952. A Roma il Vaticano temeva che il blocco delle sinistre potesse vincere e per questo motivo decise di caldeggiare la nascita di una lista civica tra cattolici, missini e monarchici guidata da Sturzo anche se il vero artefice dell’operazione era Luigi Gedda. Lauro era entusiasta dell’idea. De Gasperi dal canto suo era contrario al progetto come tutta la sinistra democristiana e fece di tutto per bloccarlo contravvenendo alle aspettative della Santa Sede (Lomartire, 2009, 83). Intanto Lauro per forzare la mano verso la scelta della lista civica decide di rivelare il piano ai giornali mettendo la Dc e il Vaticano in grande imbarazzo (Lomartire, 2009, 85). Il progetto fu così abbandonato con grande soddisfazione di De Gasperi e delusione da parte di Lauro che sperava in un diverso esito dell’operazione. Ciò non gli impedì il fatto di portare avanti l’idea della costruzione di una grande destra italiana guidata dai monarchici. La base di partenza di questo progetto era ovviamente nel Mezzogiorno dove i monarchici erano forti, ma Lauro aveva ben chiaro che se non avesse trovato alleati al nord questa nuova forza politica non sarebbe mai decollata (Colarizi 2000, 348).  Per questo decise di incontrare a Milano i vertici di Confindustria ma comprese, a sue spese, che le sue idee non attecchivano. Quindi tornato a Napoli si convinse che sarebbe stato meglio concentrarsi sul Mezzogiorno dove i monarchici potevano a lungo regnare indisturbati (Colarizi 2000, 348).

Achille Lauro un sindaco populista

Il 29 maggio 1952 Achille Lauro decise quindi di partecipare alle elezioni amministrative del capoluogo partenopeo come capo di una lista del Partito nazionale monarchico apparentata con l’MSI.  Egli condusse una campagna elettorale in grande stile che si sviluppò con un dispendio di soldi, uomini e mezzi spropositati. Tutti i quartieri della città furono battuti da cima a fondo dai suoi uomini che distribuivano pacchi di pasta, zucchero e farina, scarpe spaiate o mezze mille lire con la promessa della consegna dell’altra metà a elezione avvenuta. Lauro stesso svolse decine di comizi soprattutto nelle zone più popolari dove era divenuto un idolo, distribuendo consigli utili per dare a Napoli un’altra meritata possibilità di emersione dal baratro nel quale era caduta. L’avvio di lavori pubblici e di grandi opere come il risanamento dei quartieri spagnoli, la costruzione di nuovi quartieri residenziali, l’ampliamento del porto erano al centro dei suoi comizi elettorali. Così come lo erano le questioni inerenti l’arretratezza meridionale estremizzate al massimo per l’occasione. La rivalsa del sud verso il nord, quella nei confronti del governo che sfrutta il Mezzogiorno, quelle nei confronti dei politici di professione, della burocrazia e delle istituzioni sono le tematiche maggiormente sfruttate nel periodo pre elettorale (Tarchi 2003, 96). Inoltre, a dare man forte a Lauro venne il Napoli, la squadra di calcio di cui era proprietario appena tornata in serie A. Egli prometteva che se avesse vinto le elezioni avrebbe iniziato una nuova formidabile campagna acquisti. Con questi numeri non poteva che fare breccia nel cuore dei napoletani.

Lauro sapeva di essere un grande comunicatore e per questo privilegiava il rapporto diretto con la popolazione, scendeva fra la gente e ascoltava le loro suppliche, elargiva soldi e doni, trattava temi a loro cari usandoli come strumento per accostarsi a quel popolino che tanto lo sosteneva nella sue battaglie politiche. Mentre, possiamo affermare che non ebbe mai un buon rapporto con la classe colta napoletana che lo teneva a debita distanza.  Come scrive Galasso nella sua nota intervista sulla storia di Napoli, il laurismo fu una forza aggregante perché riuscì a mettere insieme imprenditori, speculatori edilizi, commerciali, ceti professioni e ceti popolari: Gli uni attraverso il richiamo della rivendicazione napoletanista e gli altri attraverso il clientelismo e l’assistenzialismo spicciolo (Galasso 1978, 244-245). Tutto questo gli fruttò, alle amministrative del 1952, 117 mila preferenze, a fronte dei 157 mila voti presi dalla sua lista, e l’elezione a sindaco di Napoli. La sua politica aveva funzionato. L’uomo nuovo, di successo, l’imprenditore affermato, l’amministratore, il donnaiolo, il napoletano “verace” aveva fatto breccia nel cuore dei suoi concittadini e del Mezzogiorno intero, creando non pochi problemi alla Democrazia cristiana che intanto perdeva il bacino di voti conservatori meridionali.

Il comune di Napoli, intanto, nella mani di Lauro si trasforma. Invece che promuovere attività istituzionali esso si converte in un ente privato a gestione personalistica e clientelare che ben presto arriverà sull’orlo della bancarotta (Totaro 1990). Lo stesso Lauro ammise le difficoltà nella quali si trovava il comune in occasione delle dichiarazioni programmatiche lette in Consiglio comunale il 26 gennaio1953: “in questi primi mesi la nostra vita amministrativa, la nostra attività è giunta al limite delle nostre possibilità” disse (Totaro 1990, 100)[5]. Nulla si dice  di come si era arrivati a quel punto: di come venivano gestiti appalti, licenze, assunzioni che in pochi mesi erano lievitate per mantenere le promesse pre elettorali.

Egli è al centro di una complicata gestione in cui nessuno sa dove finiscono gli affari della città e dove comincino quelli del PMP, degli assessori e dei parenti degli assessori […] Il comune è amministrato dalla Giunta che informa i consiglieri a decisioni prese o addirittura a cose fatte. Le accuse più gravi vengono lanciate e ascoltate con indifferenza. Si dice che grossi lotti di lavori, per tre miliardi, siano stati concessi a trattativa privata.[…] Sotto questo diluvio di accuse Lauro non si scompone.[…] egli crede di sapere  che Napoli non si può amministrare diversamente[6].

 Questa gestione amministrativa e finanziaria a dir poco dissennata produsse una situazione di stallo che solo Lauro con il suo potere riusciva a sbloccare, gestendo in prima persona il rapporto con le banche che ormai avevano chiuso il credito a palazzo San Giacomo, oppure pagando di tasca propria le spese necessarie per mandare avanti l’amministrazione della città o ancora attraverso altri canali che possiamo definire poco chiari.

Oggi dei banchieri privati ci fanno 4 miliardi di mutuo senza autorizzazione del governo, riferiva in Consiglio assessore alle finanze Limoncelli. E ora attendo da Roma 800 milioni per pagare a fine mese gli stipendi, non dal governo ma da banche private: un prestito fondato sul nulla, perché il nostro bilancio non ha più nulla da offrire, da pegnorare [sic]. Per tre anni non abbiamo più una lira da impegnare nel nostro bilancio, fino a che il governo non interviene […] per ora non c’è altra strada. Noi abbiamo 5 miliardi da poter mutuare; ma né il governo ci fa una lettera per la cassa di depositi e prestiti, né nessuna altra banca vuol farci l’operazione. Gli 800 milioni li abbiamo da banche private su impegni non dico personali, ma per dignità di uomini che hanno sempre mantenuto i loro impegni (Totaro 1990, 27).

 I debiti del Comune ammontavano a 30 miliardi di lire che certo non erano riconducibili tutti alla responsabilità della Giunta Lauro salita al potere otto mesi prima[7]. Il problema comunque andava risolto. Lauro proponeva una soluzione semplice per venire fuori dall’empasse. Soluzione che peraltro, nell’arco degli anni, tirerà fuori ogni qual volta l’amministrazione napoletana si troverà in crisi finanziaria: l’autorità centrale avrebbe dovuto farsi carico del risanamento di Napoli[8]. Questo suo modo di fare così arrogante aveva però avuto la meglio sul popolo che lo adorava. Al comandante tutto era concesso. Il consenso che si è costruito parlando con la gente, scendendo nelle strade lo aveva dotato di una forza politica che nessun altro amministratore aveva mai avuto prima. Nessuno contava più di Lauro a Napoli e nessuno meglio di lui conosceva i problemi che affliggevano la sua città. Con la prosopopea che lo caratterizzava raccontava quale fosse il lavoro da svolgere in una città uscita distrutta dalla guerra. Bisognava intervenire sulla rete stradale, le fognature, costruire nuove case per i senza tetto, cercare 2000 locali da adibire ad aule scolastiche.

Una istruzione popolare insufficiente è praticamente nulla, scriveva, in quanto non fornisce ai ragazzi che saranno gli operai, gli artigiani, i navigatori, i dirigenti di domani, la solida base necessaria alla tecnica ed alla cultura, e non suscita quella forza di iniziativa che sarà loro necessaria per aprirsi un varco nella vita. Abbiamo bisogno di far fare al nostro popolo molti passi innanzi sulla strada del progresso. Abbiamo bisogno di affrancarlo dai pregiudizi, di mettere il suo spirito a contatto col mondo attraverso la lettura del giornale e del libro, di educarlo ad un minimo di sentimenti e di idee sociali, questo nostro popolo che, con la sua istintiva sensibilità, sarebbe il terreno più propizio per accogliere e sviluppare i germi del bene e del benessere collettivo[9].

Inoltre, bisognava rafforzare il corpo sanitario insufficiente, la nettezza urbana ecc. Per fare tutto ciò il governo della nazione doveva intervenire in termini economici, giuridici e morali.

Napoli ha ancora il ruolo di capitale ideale del Mezzogiorno, vale a dire che è un centro di assimilazione e di diffusione dei valori spirituali di una parte del paese che abbraccia ben 20 milioni di abitanti; di una civiltà che ha caratteri inconfondibili nello slancio generoso e nella vivacità di intelligenza della popolazione […] Napoli è una città chiave  sui grandi itinerari delle bellezze naturali italiche che attireranno sempre le genti oltralpe e oltre oceano a attingere qui […] La situazione disgraziata delle finanze  comunali è, anche, un aspetto del processo di depressione economica delle popolazioni di Napoli e del Mezzogiorno, cui le guerre e le occupazioni straniere hanno dato la stura ed il tracollo. Napoli ora chiede giustizia, non filantropia al resto dell’Italia, cui è indissolubilmente legata[10].

Come si può vedere Lauro nei suoi discorsi fa largo uso di strutture retoriche. Il richiamo ai sentimenti, ai valori, alle ideologie a cui i cittadini sono più sensibili è continuo.

Ora nella tempesta della guerra che l’Italia ha dovuto affrontare senza che, certamente, Napoli e il Mezzogiorno avessero una particolare responsabilità, ora che tutti abbiamo dovuto sacrificare qualche cosa per la salvezza di tutto, mi sembra equo che anche gli enormi danni che ha subito particolarmente Napoli debbano andare nel conto generale ed essere, in proporzione sanati. Non è lecito nella comunità e nello spirito nazionale, ammettere chi ha dato a ha dato chi ha avuto ha avuto. A mio avviso si tratta, cioè di regolare, equamente la colossale avaria generale provocata dalla guerra[11].

Negli anni successivi il meridionalismo diverrà la bandiera politica del suo nuovo partito politico dal momento in cui comprenderà di non riuscire a espandere le sue idee fuori dal Mezzogiorno. Intanto la sua amministrazione acquista un enorme successo alle comunali del 1956: il partito monarchico popolare raccolse il 51,8% dei consensi e Lauro 241.974 preferenze, il doppio rispetto a quattro anni prima.

La nascita del PMP

Il Partito monarchico popolare nacque nel giungo 1954 per volere di Achille Lauro  in seguito ad una scissione all’interno del Pnm guidato da Covelli. I contrasti fra i due nascevano dal fatto che Lauro prevedeva nel suo progetto politico la ricerca di un accordo con la Democrazia cristiana che avrebbe consolidato il suo potere locale e nazionale, mentre Covelli propendeva per alleanze a destra con l’Msi perdendo due grandi occasioni di entrare nella stanza dei bottoni quando rifiutò l’appoggio all’VIII governo De Gasperi (16.07.1953- 02.08.1953) e al I governo Fanfani (18.01.1954 – 08.02.1954) (Lauro 1958, 88). Di fatto comunque Lauro era diventato un personaggio importante dell’establishment politico italiano e mal sopportava di dover sottostare alle scelte “estreme” del segretario del partito Covelli. Per questo motivo, il 1° giugno del 1954, i dirigenti del partito monarchico furono convocati a Napoli da Lauro. In quell’occasione, egli espose loro le motivazioni per le quali sarebbe stato necessario scindersi e creare un nuovo partito dal nome Partito monarchico popolare di cui fu nominato presidente per acclamazione. Poi il 7 giugno spiegò quelle stesse motivazioni al popolo napoletano. Ad attenderlo a Piazza Plebiscito c’erano 25 mila persone.  La scissione, ribadiva Lauro, era stata determinata da incomprensioni sorte con il segretario Covelli sulla linea politica da seguire riguardo alla Ced (comunità europea di difesa)[12], unica possibilità di difesa della civiltà occidentale. Inoltre, colpevolizzava il partito di Covelli per aver consentito il ripetersi di crisi governative ed il ritorno alla formula quadripartita che, a suo dire, doveva essere superata in modo da ottenere unità dei consensi nella lotta contro il comunismo[13]. Il neo partito di Lauro, quindi, oltre a professarsi anticomunista perseguiva una linea programmatica ben precisa: la riforma agraria per l’incremento della produzione, la riforma fiscale e burocratica, l’emigrazione assistita e protetta, il rispetto della religione cattolica, la lotta contro la partitocrazia e infine la necessità di una camera non solo elettiva ma anche rappresentativa[14]. Possiamo dire che si tratta del primo caso in Italia della nascita di un partito del leader che anticipava i tempi di un trentennio[15]. Il partito fondato da Lauro era stato concepito per essere gestito in prima persona, come la sua azienda, coadiuvato da uomini di sua fiducia che ne coordinavano la struttura. In molti lo seguirono nella nuova impresa. Naturalmente, oltre ai suoi uomini di fiducia troviamo il senatore Gaetano Fiorentino ed i deputati Chiarolanza, Spadazzi, Amato, Cafiero, Del Fante, Greco, Grimaldi, Jannelli e Preziosi provenienti tutti dal Pmp. Il “Roma”, dal canto suo, esaltava i consensi raccolti denigrando l’opera di Covelli accusato di collaborazionismo con le sinistre[16]. Subito dopo partì la campagna per l’apertura delle sezioni fuori dal territorio napoletano. Prima a Salerno, poi a Foggia, Catanzaro, Pompei, Ascoli, Avellino (roccaforte di Covelli), Lecce[17] ecc. Le sezioni del PMP si moltiplicano in tutto il Mezzogiorno compreso la Sicilia e la Sardegna[18]. In molti lasciarono le fila del Pnm per passare al Pmp. In Sicilia ad appoggiare Lauro e il suo nuovo partito troviamo Giuseppe Alliata di Montereale, fervente monarchico, che si dimise dal partito di Covelli nel dicembre 1956[19]. Fu proprio lui a far pubblicare un manifesto di appello ai monarchici siciliani affinché riprendessero la lotta politica nelle fila del PMP. Un partito non più aristocratico, spiegava, come il PMN, ma con una base ampia che abbraccia tutta la popolazione perché i monarchi aspirano all’unificazione di tutte le forze di destra[20].

Monarchici di Sicilia! Nel ricordi di tutte le battaglie combattute e vinte insieme io vi invito a riprendere la lotta nelle file del Partito monarchico popolare […] Mai come in questo momento la libertà è stata minacciata dentro e fuori dei confini della patria: ogni concittadino onesto contribuisca a conservare alla nazione il retaggio risorgimentale tramandato dai nostri padri. E’ questo l’augurio che con affetto fraterno io rivolgo a tutti i figli della nostra superba Isola, Perla mediterranea[21].

Nel dicembre 1954 il Pmp trasferì la sua sede centrale da Napoli a Roma in via Sicilia 66, e assieme agli uffici della direzione nazionale si spostavano anche il movimento giovanile e il movimento femminile. Questo trasferimento però fu solo formale e simbolico perché comunque l’attività direttiva del partito aveva il suo centro effettivo a Napoli dove risiedevano Lauro e i suoi collaboratori più fidati[22].

Questo tentativo di rendere meno territoriale il partito emerge anche dallo studio delle carte d’archivio dalle quali si profila lo sforzo di Lauro di espandere il PMP anche al nord con la nascita di sezioni ad Asti, Belluno, Bologna, Como, Venezia, Firenze, Torino, Brescia dove inspiegabilmente ci furono 500 iscritti e 15 sezioni. Secondo il prefetto Temperini a tale progresso aveva contribuito la notevole disponibilità di denaro che Lauro elargiva attraverso la direzione centrale del Partito[23].

Nonostante tutto, Lauro restava un personaggio poco conosciuto al nord. Aveva bisogno di maggiore visibilità e organizzare un incontro a Milano, il 20 giugno 1954[24], gli sembrò la cosa giusta da fare. Qui gli slogan usati per persuadere la folla erano diversi da quelli utilizzati in precedenza. Il meridionalismo viene messo da parte per lasciare spazio a un’altra carta vincente che Don Achille poteva giocarsi: quella dell’uomo d’affari serio e di successo. Il suo discorso fu incentrato sull’importanza dell’iniziativa privata. Inoltre, non dimenticò di rivolgersi agli operai che nella Milano del boom economico erano numerosissimi. A loro disse che per migliorare le condizioni di vita della classe operaia sarebbe bastato seguire la strategia da lui utilizzata nella gestione della sua flotta. I dipendenti diventavano soci ricevendo degli utili proporzionati, ma anche correndo lo stesso rischio d’impresa dell’imprenditore.

Il 12 dicembre 1954 ci fu un’altra importante apparizione di Lauro a nord della sua Napoli, questa volta a Roma, per aprire i lavori, al teatro Adriano, del primo convegno nazionale del partito. In questa occasione fu l’anticomunismo il tema centrale del contributo d’apertura[25]. Il partito, ha ribadito Lauro, avrebbe condotto la lotta su due fronti: contro il comunismo e per una maggiore giustizia sociale attuando rapporti di comprensione fra datori di lavoro e lavoratori e facendo partecipare questi ultimi agli utili delle aziende, così come aveva fatto lui stesso. Era un tema come abbiamo visto già utilizzato a Milano. Bisognava  poi, convincere i capi d’azienda  ad impiegare il capitale  in funzione sociale  per sottrarre  gli operai alle organizzazioni che con il pretesto della tutela perseguono fini politici di parte; disciplinare il diritto di sciopero; migliorare le condizioni di vita dei contadini; favorire la formazione di una piccola e sana proprietà terriera; creare negli italiani una sana e contributiva coscienza nazionale; moralizzare la vita pubblica e assicurare condizioni di vita adeguate alla famiglia, fulcro della nazione; guardare al Mezzogiorno per la sua importanza[26].

Poi concluse dicendo:

Noi siamo rimasti e rimarremo assolutamente fedeli all’ideale monarchico, ideale di pace, di intelligenza e di prosperità; noi rimarremo assolutamente fedeli alla speranza di riportare Umberto II a capo dello stato italiano, garanzia di indipendenza, di dignità e continuità della tradizione italiana[27].

Nei mesi successivi la macchina propagandistica creata da Lauro non avrà tregua poiché dovrà gestire una serie di appuntamenti molto importanti che gli daranno la possibilità di presentarsi alla ribalta del panorama politico nazionale: le elezioni regionali in Sicilia il 5 giugno 1955 e in Sardegna il 16 giugno del 1957 e le amministrative come capolista a Napoli nel 1956, come già accennato.  In Sicilia nonostante gli sforzi fu una debacle. Il Pmp prese 56.263 voti ed ebbe un seggio, mentre, ebbe una buona affermazione il Pnm di Covelli con 239.482 e 8 seggi in consiglio regionale. Tra le tante motivazioni quest’insuccesso potrebbe essere legato al fatto che nonostante il consenso raccolto da Lauro nel Mezzogiorno il Pmp rimane un partito radicato in Campania. Inoltre, non bisogna dimenticare che essendo un partito nuovo non aveva entrature delle varie clientele già consolidate nel sistema partitico siciliano. Diversa fu la situazione alle elezioni provinciali e comunali dove il Pmp ebbe una buona affermazione. IL Pmp si presentava in un’unica lista con l’emblema “Corona e due Leoni”. Per la verità, la Giunta esecutiva del Pmp riteneva che sarebbe stato necessario unire i due partiti monarchici in vista delle lezioni amministrative, ma la riunificazione legale sarebbe dovuta passare dai congressi nazionali allungando notevolmente i tempi. Per questo si propese per un’intesa politica elettorale realizzabile subito se si fosse trovato un accordo con il Pnm[28].  Ma l’intesa non ci fu e i due partiti parteciparono autonomamente alle elezioni. Per Lauro quelle elezioni rappresentarono uno sforzo economico e umano enorme. Il comandante e i suoi uomini raggiunsero tutti i comuni delle penisola nei quali vi erano candidati del Pmp. Naturalmente l’accoglienza migliore Lauro la trovò in Campania nei comuni di Salerno, Piana di Sorrento e poi a Napoli dove ad attenderlo c’erano trecentomila persone[29].  In quell’occasione il Comandante diede il meglio di sé addossando alla Dc la colpa di aver lasciato le casse comunali vuote nonostante negli anni fra 1952 e il 1956 fosse stato lui il sindaco. Poi parlò dei successi della sua amministrazione che aveva avuto il merito di donare a Napoli infrastrutture e servizi. Napoli, la più grande città del Mezzogiorno, la capitale mancata, sarebbe stata in grado di trainare l’economia del Mezzogiorno[30]. La vittoria fu schiacciante. Il Pmp ottenne 276.599 voti e Lauro 241.974 preferenze. Con 44 consiglieri aveva la maggioranza assoluta di Palazzo San Giacomo.

Se volete che io continui ad amministrare la città, dice Lauro ai suoi concittadini, se ritenete che io abbia assolto al mio dovere secondo i vostri desideri e le vostre indicazioni, se preferite i dati alle chiacchiere, bisogna che voi mi diate la maggioranza assoluta (Lauro 1958, 75) .

Per Lauro fu un trionfo. Il suo volere era stato rispettato. Nella prima riunione del Consiglio comunale, tenutosi il 7 luglio 1956, Lauro illustrava la grave condizione di Napoli. Prendendo spunto dalle risultanze della commissione Pierro, istituita con la legge speciale del 9 aprile 1953 n. 297, che aveva assunto il compito specifico di proporre i provvedimenti necessari al riassetto delle finanze del comune, si scagliava contro il Governo:

Occorrerà dar vita, scrive la commissione, a quelle più vaste iniziative nella vita economica, da turismo al porto, alle applicazioni industriali, alla difesa delle sperequazioni ai danni dell’intero mezzogiorno, promuovendo per Napoli una rinascita del benessere onde è impresa forse assurda il pretendere di riportare rebus sic stantibus, senza straordinari interventi dello stato, la finanza comunale ad un sostanziale equilibrio appoggiandola all’attuale situazione fragile e dolorante[31].

E ancora:

La progressiva dilatazione delle spese è derivata non soltanto dall’ampliamento dei servizi municipali determinato dall’aumento della popolazione, ma soprattutto dalla decisa volontà dell’amministrazione Comunale di rimuovere le gravi condizioni di arretratezza della città e di andare incontro  alle aspirazioni dei cittadini, nella fiducia di ripianare le spese con mutui e interventi statali[32]. […] Le risorse locali, si legge, anche se incrementate al massimo consentito dalla capacità contributiva della popolazione ed integrate da concorsi straordinari statali non potranno da sole riuscire a superare l’attuale disavanzo del bilancio comunale ed avviarlo verso il normale equilibrio fino a quando non sarà migliorato il livello generale della  popolazione di Napoli[33].

A queste parole Lauro non poteva che rispondere che gli interventi da parte dello stato di cui si parlava nella relazione erano legittimamente dovuti alla città perché le carenze di cui Napoli difettava dipendevano da cause esogene e generali come la guerra e l’invasione che determinarono la paralisi produttiva della città[34].  Poi proseguiva commentando pezzo per pezzo la relazione Pierro che in parte si rivelava assolutoria nei confronti della sua amministrazione.

Il Governo ha il sacrosanto dovere di assolvere interamente al suo compito di regolatore imparziale della vita di tutta la nazione, di dimostrarsi consapevole che un tale equo regolamento comporta il risollevamento delle zone depresse, in primo luogo di Napoli e di tutto il Mezzogiorno, che ben meritano dalla patria per i maggiori sacrifici di sangue e di beni che hanno sofferto[35].

Intanto Lauro elaborava la richiesta di una nuova legge speciale articolata su due punti fondamentali: il primo doveva riguardare provvedimenti di carattere finanziario che mirassero a sistemare il bilancio comunale, il secondo doveva contemplare tutte le opere pubbliche e le attività produttive[36].

 Altro appuntamento importante, che Lauro proprio non poteva perdere, furono le elezioni sarde, il 16 giugno 1957. Anche in questa occasione la macchina organizzativa fu portentosa. Sbarcò in Sardegna il 7 aprile seguito da uomini e mezzi imponenti (autobus, macchine, manifesti con le sue immagini, bandiere sabaude). Intanto il suo giornale pubblicava un’edizione speciale sulla Sardegna. Il tutto gli fruttò 60.032 voti, il 9 % delle preferenze e 6 seggi all’assemblea regionale. Il 12 agosto arrivò la brutta sorpresa. Tre ispettori governativi si presentarono al comune di Napoli per effettuare dei controlli sulla situazione finanziaria del comune che era stata drammaticamente compromessa da anni di gestione laurina (Compagna 1960). Gli ispettori riscontrarono numerose e gravi irregolarità che portarono, il 5 gennaio 1958, il sindaco a dimettersi. Ma furono dimissioni di facciata poiché il Consiglio elesse sindaco Nicola Sansanelli, il 6 gennaio 1958, uomo di Lauro. Il 13 febbraio Gronchi firmò il decreto di scioglimento per il comune di Napoli.

La risposta di Lauro non si fece attendere. Il 17 febbraio 1958 tenne una conferenza stampa a Roma con cui rispose a quello che lui definì “un aperto dispregio alla volontà popolare”

Lo scioglimento dell’amministrazione comunale di Napoli dopo che essa è stata eletta per la prima volta nel 1952 a maggioranza relativa e riconfermata una seconda volta nel 1956 a maggioranza assoluta, è senza dubbio un provvedimento gravissimo preso in aperto dispregio della volontà popolare democraticamente espressa e assume, quindi una importanza particolare che va debitamente sottolineata alla pubblica opinione attraverso di voi che siete i rappresentanti della stampa italiana. La nomina di un commissario prefettizio e lo scioglimento del Consiglio comunale di Napoli, non suffragati da addebiti validi a giustificare un simile provvedimento, essendo gli addebiti formulati, come dimostrerò punto per punto, del tutto generici, vagli, infondati inconsistenti, non rappresenta un semplice fatto locale…..ma un avvenimento che interessa la nazione la quale così vede minacciati e conculcati quei principi basilari da cui trae origine e fondamento la stessa autorità dello stato, e cioè i principi della libertà e della democrazia.[37]

 Iniziava così la parabola discendente di Achille Lauro. Questo non era altro che il conto da pagare che la Dc presentava a Lauro per averla sfidata nel Mezzogiorno. Già dal 1952 girava voce che il Governo avrebbe tentato il possibile per ostacolare la sua opera (Totaro 1990, 21). Era diventato un personaggio ingombrante.

Alle elezioni politiche del 1958 il Pmp ottenne soltanto 776.942 voti (2,63%) e 14 seggi; Lauro eletto alla Camera nella circoscrizione Napoli-Caserta mentre uscì sconfitto nel duello con il democristiano Silvio Gava per la conquista del collegio senatoriale di Castellammare di Stabia. Alle amministrative del novembre del 1960 Lauro si presentò nuovamente come capolista, a Napoli vincendo le elezioni con 201 mila voti circa e 30 consiglieri, ma la sua giunta durò poco. Qualche mese dopo il comune fu nuovamente commissariato. Si era appena chiusa un’era. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Così scriveva Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo.

Il meridionalismo di Achille Lauro

Achille Lauro fin dalla sua ascesa politica ha posto grande attenzione alla questione del Mezzogiorno come problema nazionale. Ogni suo intervento come sindaco di Napoli, come segretario di partito, come parlamentare o anche come imprenditore ha visto porre l’accento su quelle che erano le reali difficoltà del Mezzogiorno. Egli era convinto che la ripresa della nazione non sarebbe stata possibile senza quella del Mezzogiorno che aveva diritto ad essere risarcito per le ingiustizie subite[38]. Il 9 ottobre 1956, in occasione del convegno organizzato da Confindustria a Napoli sullo stato dell’economia meridionale, Lauro ne approfittò per ribadire a gran voce che la soluzione del problema meridionale sarebbe stata possibile solo se l’Italia avesse mobilitato tutte le sue energie. In caso contrario il Paese sarebbe rimasto debole internamente e non sarebbe mai riuscito a svolgere una adeguata funzione internazionale come gli si addiceva[39].

Il paese insomma deve assolutamente trovar modo di impiegare le sue migliori energie nel valorizzare questa parte di se stesso rimasta arretrata, giacché bisogna convincersi che il risanamento e la bonifica sociale nel Mezzogiorno non può che incidere favorevolmente sul processo di sviluppo e di benessere di tutta la nazione, non essendo assolutamente possibile un radicale assestamento delle cose e dell’economia dell’intera penisola senza risolvere a pieno la questione meridionale[40].

A suo avviso l’opera della Cassa del Mezzogiorno, che avrebbe dovuto rappresentare l’ancora di salvezza delle popolazioni meridionali, era inadeguata e insufficiente perché non trovava un riscontro effettivo e appoggio nella politica economico finanziaria del paese aggravando maggiormente il divario fra nord e sud[41].

Questa inadeguatezza di mezzi, scrive Lauro, era ancor più aggravata da una mancanza di piani per promuovere una radicale trasformazione indispensabile perché il Mezzogiorno potesse avviarsi sulla strada del progresso[42]. Non restava quindi che invertire al più presto la rotta e iniziare a lavorare su 5 punti importanti: promozione attraverso l’intervento massiccio dello stato della trasformazione dell’ambiente fisico e sociale puntando a dare a tutti i centri abitati del sud e delle isole casa, acque, fogne, luce, asili, scuole; lotta all’analfabetismo; miglioramento delle condizioni dell’agricoltura e degli agricoltori; potenziare il turismo; promuovere l’industrializzazione[43]. Affinché quel programma divenisse reale Lauro auspicava la nascita di una forza meridionale e meridionalista che potesse battersi per questo progetto di rinascita. Il riferimento alla nascita di un nuovo partito era chiaro e fu lo stesso Lauro a progettarlo. Proprio nell’aprile del 1957, nei locali della flotta Lauro, Don Achille aveva indetto una riunione alla quale parteciparono tutti i consiglieri e gli assessori provinciali e comunali nonché gli esponenti di primo piano del Pmp per discutere la possibilità di mutare la denominazione del Pmp con quello di partito meridionalistico[44]. I presenti non furono d’accordo e Lauro dovette desistere, ma qualche mese dopo, a luglio appunto, ripropose la cosa al primo convegno interregionale del PMP a Bari. Non ebbe mai la forza politica di poter attuare quanto detto. Per la verità non se ne creò mai un cruccio visto che per lui la cosa più importante era rimanere a galla.  Nel 1959 giunse la decisione assunta con Covelli di unificare i due partiti, per contenere la perdita di voti, dando vita al partito democratico di unità monarchica.  Le velleità meridionalistica laurina si era conclusa.

Così scrive Lauro nelle sue memorie: La situazione del Governo De Gasperi, in quel momento era particolarmente delicata ed appariva evidente che se tutto il gruppo Giannini fosse passato a votare con le sinistre, il governo sarebbe caduto. Eravamo a questo punto quando l’onorevole Piccioni, allora segretario della Democrazia Cristiana mi mandò a chiamare, pregandomi di intervenire presso Giannini per fare opera di persuasione e indurlo a recedere da un proposito che avrebbe potuto consegnare l’Italia al comunismo con le mani e con i piedi legati […]. Mi recai da Giannini […] Rimasi a discutere con lui per ben quattro ore, ma non riuscii a convincerlo. Di fronte alla ostinata pervicacia del leader qualunquista, non rimaneva che una sola cosa fare: persuadere ad uno ad uno i suoi deputati a votargli contro. […] Dunque, alcuni giorni dopo il mio lungo colloquio con Giannini, ebbe luogo in una sala riservata dell’albergo Moderno, a Roma la riunione con i deputati Dell’Uomo Qualunque. Era presente anche il presidente di Confindustria, Costa. Per la verità trovammo il terreno molto favorevole. I deputati del partito di Giannini […] temevano che se fossero usciti dal partito non avrebbero più avuto alcuna probabilità di essere rieletti. In definitiva, essi chiedevano, in cambio di un voto contro la politica impostata da Giannini, la garanzia del nostro appoggio per essere rieletti alla prossima occasione, ma non nelle file della Democrazia Cristiana. E così fui costretto a prendere precisi impegni per le future elezioni. Nella storica seduta dell’assemblea costituente che ebbe luogo pochi giorni dopo, il gruppo dell’Uomo Qualunque, votò compatto per De Gasperi, con la sola eccezione di Giannini.

 

  1. E’ opportuno ricordare che il risultato del referendum istituzionale aveva di fatto spaccato l’Italia. La parte settentrionale del paese si presentava repubblicana e progressista quella meridionale monarchica e conservatrice. L’Uomo qualunque si afferma, il 2 giugno, con il 5,3 % di voti e 30 seggi. Un ottimo risultato se si considera che era un fenomeno essenzialmente meridionale.
  2. Lauro, La mia vita, la mia battaglia, cit., pp. 62-65
  1. La mozione Nenni veniva respinta con 271 voti contro 178, quella Togliatti ritirata, quella di Saragat respinta con 271 voti contro 224 e l’ordine del giorno del repubblicano Magrini respinto con 270 contro 236.
  2. Il Partito nazionale monarchico nasce nel 1946 in seguito alla sconfitta subìta al referendum istituzionale. Anche in questo caso si tratta di una piccola forza politica prevalentemente meridionale. Un partito indebitatissimo che ha la sua federazione più grande a Napoli.
  3. Si veda anche Le dichiarazione programmatiche  del sindaco Achille Lauro, 26 gennaio 1953, Napoli, Francesco  Giannini e figli, 1953, p.4
  4. Zuppilli C., Fame, feste e debiti, “L’Espresso” 9 ottobre 1955 in Zullino, Il Comandante, cit, pp. 86-87-88.
  5. Dichiarazioni programmatiche del sindaco Achille Lauro, Napoli, 26 gennaio 1953, Napoli Francesco Giannini e figli, 1953, p. 9.
  6. Ivi, p.
  7. Ivi p. 12.
  8. Ivi, p.
  9. Ivi, p.
  10. La Ced è un progetto di collaborazione militare tra gli stati europei proposto e sostenuto dalla Francia e precisamente dal ministro Pleven con la collaborazione dell’Italia, della Repubblica Federale Tedesca e del Benelux.  Il progetto fallì per la mancata ratifica da parte della Francia.
  11. Acs, MI, Gabinetto, Partito popolare monarchico, telegramma urgentissimo, 7 giugno 1954.
  12. Ibidem. Questa distinzione fra Camera elettiva e Camera rappresentativa rimane abbastanza oscura perché non si comprende se si riferisca a una Camera espressione di settori professionali rilanciando quindi una visione corporativa dello stato oppure ad una Camera espressione delle entità territoriali.
  13. Si veda sull’argomento Ungari A., Prima e oltre Berlusconi. Il caso di Achille Lauro,
  14. Dai dirigenti alla base, ondata di consensi, “Roma” 4 giugno 1954; Togliatti, Nenni e Covelli contro Lauro “Roma” 4 giugno 1954.
  15. Vi seda il “Roma” del 7 giugno, Discorso di Lauro in Piazza Plebiscito; 10 giugno, Lauro inaugurerà Domenica la sede del PMP di Salerno; 11 giugno, Costituita a Foggia la federazione del PMP e 12 giugno, A ritmo sempre più intenso continuano le adesioni al PMP.
  16. Acs, MI, Gabinetto, Partito popolare monarchico, informativa, 25 febbraio 1957.
  17. Acs, MI, Gabinetto, Partito popolare monarchico, Lettera di dimissioni dal PNM inviata da Giuseppe Alliata di Montereale a Covelli, 18 dicembre 1956.
  18. Ivi, Prefettura di Bologna, informativa sull’attività del partito monarchico popolare, intervento dell’on. Alliata di Montereale, 21 gennaio 1957.
  19. Ivi, Prefettura di Catania, attività del PMP, 8 gennaio 1957.
  20. Ivi, Questura di Roma, Promemoria, novembre 1954.
  21. Ivi, Prefettura di Brescia, Partito nazionale monarchico, federazione territoriale di Brescia, 30 gennaio 1958.
  22. Lauro parla ad un’immensa folla entusiasta «Roma», 21 giugno 1954.
  23. Acs, MI, Gabinetto, Partito popolare monarchico, Questura di Roma, pubblico comizio indetto stamani al teatro Adriano dal partito monarchico popolare in occasione dell’apertura del I° convegno nazionale, 12 dicembre 1954.
  24. Ibidem.
  25. Duecentomila napoletani in piazza municipio hanno ripetuto il loro sì ad Achille Lauro, «Roma» 30 aprile 1956; Indimenticabile dimostrazione di affetto, “Roma” 30 aprile 1956.
  26. Trecentomila napoletani hanno acclamato ieri Lauro. Lo voteranno domani per le migliori fortune della città, “Roma”, 26 maggio 1956.
  27. Lauro, Le gravi necessità di Napoli e le responsabilità del Governo, seduta consiliare del 7 luglio 1956 in Scritti e discorsi, Roma, Centro studi Leonardo da Vinci, 1958, p. 10.
  28. Ivi, p.19.
  29. Ivi, p.20.
  30. Ivi, p.10.
  31. Ivi, p.32.
  32. Ivi, p.33.
  33. Lauro, Sugli spalti di Napoli si combatte l’ultima battaglia per la libertà, conferenza stampa tenuta a Roma sette febbraio 1958, in Scritti e discorsi, cit. p.99.
  34. Lauro A., Il problema del Mezzogiorno è un problema nazionale, Bari, 7 luglio 1956 in Scritti e discorsi, cit. p. 9.
  35. Lauro A., Riaffermati i diritti del Mezzogiorno al convegno degli industriali meridionali, Napoli, 9 ottobre 1956, in Scritti e discorsi p. 37.
  36. Ivi, p.39.
  37. Ibidem.
  38. Lauro A., Tutti uniti nella battaglia per il riscatto dell’Italia meridionale, relazione di Lauro tenuta al primo convegno interregionale del PMP a Bari, 7 luglio 1957, p. 13.
  39. Ivi,17-23.
  40. Acs, MI, Gabinetto, Partito popolare monarchico, appunto, Napoli 4 aprile 1957.

 

Biografia

Giustina Manica

  • Laurea in Scienze Politiche v.o. presso la Facoltà di Scienze politiche “Cesare Alfieri” dell’Università degli studi di Firenze in data 22 dicembre 2005, discutendo con il professor Sandro Rogari una tesi dal titolo: Portella Della Ginestra. Mafia e politica nell’Italia del dopoguerra col massimo dei voti e lode.
  • Aprile 2010: Conseguimento del titolo di Dottore di Ricerca in XX Secolo, politica economia e istituzioni, discutendo una Tesi dal titolo Mafia e politica tra fascismo e postfascismo. Realtà siciliana e collegamenti internazionali, 1924-1948.
  • Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Firenze con una progetto dal titolo: Bettino Ricasoli, la destra toscana e la questione meridionale. Anni 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015.

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