Pages Menu
TwitterFacebook
Categories Menu

Posted in Articoli, Numero 48 - Articoli, Numero 48 - Dicembre 2018, Primo piano

Vagabondi e bambini nel manicomio di Arezzo: casi di marginalità sociale nel primo Novecento

Vagabondi e bambini nel manicomio di Arezzo: casi di marginalità sociale nel primo Novecento

di Camilla Ciardo

Abstract

L’argomento di questo saggio sono alcuni casi di marginalita sociale emersi dallo spoglio di una piccola parte delle cartelle cliniche dell’archivio storico dell’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo. In particolare si tratta di clochard e bambini internati in manicomio tra il 1904 e il 1948, individui soli, incapaci di adattarsi alla societa e destinati a trascorrere, in alcuni casi, molti anni in manicomio non in quanto affetti da alienazione mentale, bensì perché diversi da una o più norme sociali dominanti: bambini ribelli o affetti da epilessia, vagabondi rei di non avere una casa e una famiglia, ma anche clochard vittime dello scherno e della cattiveria del resto della societa. Attraverso le citazioni delle fonti archivistiche emerge un’immagine non solo della societa dell’epoca ma anche e soprattutto dello sguardo psichiatrico del primo Novecento e la medicalizzazione di determinati gruppi di individui considerati devianti.

Abstract English

STORIES OF HOMELESS AND KIDS IN ASYLUM OF AREZZO: CASES OF SOCIAL MARGINALIZATION IN EARLY 20th CENTURY

The essay focalizes on the social marginalization in Asylum of Arezzo during the first half of 20th century. Informations derived from the analysis of some medical records (psych records) preserved in historical storage of mental hospital. Theese psych records concern lifes, in and out the asylum, of homeless, orphans and kids. The archival sources show the way of life in Arezzo at the time and above all the psychiatric point of view in early 1900s.

Immagine 1, b. 433, f. E. N., Tutte le immagini presenti provengono dall’Archivio dell’Ospedale neuropsichiatrico di Arezzo, su concessione della Sezione Archivi della Biblioteca di Area Umanistica della sede di Arezzo dell’Università di Siena. Divieto di riproduzione o duplicazione per qualsiasi motivo

La storia dell’istituzione manicomiale è una storia di esclusione, isolamento e sorveglianza totale.

Dopo l’unificazione fino al 1904, anno della legge n. 36, i disegni di legge in materia manicomiale, mai approvati, presentati in Parlamento sono stati undici. La legge n. 36, “Disposizioni sui manicomi e sugli alienati. Custodia e cura degli alienati” ha regolamentato la materia e sancito il potere dei direttori dei manicomi nella direzione non esclusivamente sanitaria degli ospedali psichiatrici. La storia dell’istituzione manicomiale si conclude, da un punto di vista legislativo, nel 1978 con l’approvazione della legge n. 180, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, più conosciuta come “legge Basaglia”.

La nascita dei primi manicomi sul territorio italiano risale al Settecento, ma la maggior parte di questo tipo di istituzioni vengono realizzate tra l’Ottocento e il Novecento. Il secolo scorso erano presenti circa ottanta istituzioni manicomiali, sia pubbliche sia private, tra ospedali psichiatrici (Op), ospedali neuropsichiatrici (Onp) e case di cura; ogni regione, ad eccezione di Valle d’Aosta e Molise, aveva almeno un manicomio.

La legge del 1904 è la prima legge del Regno d’Italia che disciplina gli ospedali psichiatrici. Questa legge nasce con un duplice intento: da una parte creare ordine nei manicomi, sia a livello amministrativo sia a livello economico, e dall’altra regolamentare il trattamento dei degenti delle istituzioni psichiatriche e soprattutto chiarire chi debba essere internato in manicomio. L’articolo 2 afferma:

“Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo […] L’ammissione degli alienati nei manicomi deve essere chiesta dai parenti, tutori o protutori, e può esserlo da chiunque altro nell’interesse degli infermi e della società” (Legge 14 febbraio 1904, n. 36, “Disposizioni sui manicomi e sugli alienati. Custodia e cura degli alienati”)

Pur colmando un vuoto legislativo, questa legge non ha colmato le lacune proprie della psichiatria, né ha definito chi siano gli alienati. È una legge che individua nella pericolosità sociale e nel pubblico scandalo i criteri per l’internamento, infatti molti individui internati in manicomio nel corso della prima meta del Novecento non erano alienati, bensì solo di pubblico scandalo, basti pensare agli oppositori politici internati durante la dittatura fascista.

La legge del 1904 ha permesso e legittimato l’internamento di tutta una serie di individui posti ai margini della società, ricoverati in manicomio in quanto diversi da una norma sociale dominante. Leggendo le cartelle cliniche conservate nell’archivio storico dell’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo oltre ai numerosi casi di demenza senile e precoce, di sindrome maniaco-depressiva e di schizofrenia; si scoprono numerose storie di marginalità sociale: sono le storie di prostitute; di omosessuali; di donne sessualmente esuberanti, come le ha definite Annacarla Valeriano nella sua ultima opera (Valeriano, 2017); di orfani e clochard; di donne vittime di violenza domestica; ma anche di tossicodipendenti e alcolisti. Sono le storie di vita degli individui dimenticati dalla storia ufficiale, di persone che in molti casi non destano neanche l’interesse dell’alienista.

Ogni storia è mediata dall’alienista che redige la cartella, spesso le parole dell’alienato sono riportate tra virgolette, ma sono quasi sempre seguite dal giudizio morale del medico. Ciò appare evidente nelle cartelle cliniche femminili, in particolare in quelle delle prostitute, queste nella maggior parte dei casi rimanevano in manicomio solo pochi giorni, in quanto non affette da alienazione mentale o poche settimane, il tempo necessario per disintossicarsi dall’alcol o dalla morfina; i giudizi morali sono presenti anche nei fascicoli clinici di donne sessualmente disinibite, donne giudicate non per il loro disagio mentale, ma per la loro condotta morale considerata fonte di scandalo o addirittura per il loro carattere.

I giudizi morali dello sguardo psichiatrico emergono anche nelle cartelle cliniche degli omosessuali internati in manicomio. A proposito della medicalizzazione dell’omosessualità, soprattutto maschile,

si nota, leggendo le fonti archivistiche, una grande attenzione per l’aspetto del pubblico scandalo, che risulta essere una costante non solo nel discorso scientifico ma anche in quello giuridico tra la fine dell’Ottocento e la prima meta del Novecento.

Anche le storie di alcolisti e tossicodipendenti sono esempi di marginalità sociale; si trattava di individui che entravano in manicomio per disintossicarsi, sia perché erano ancora assenti dei servizi e delle strutture specifici per le dipendenze, sia perché considerati portatori di tare ereditarie di vario genere, nel Novecento infatti gli alienisti credevano ancora fermamente nell’ereditarietà della “follia”.

Dalle cartelle cliniche emerge non solo lo sguardo psichiatrico del primo Novecento, ma anche e soprattutto il mondo aretino dell’epoca, la vita di campagna, l’immagine di una società che appare ancora in bilico tra credenze popolari e desiderio di modernità

Le storie raccontate nei prossimi paragrafi sono tratte da delle cartelle cliniche chiuse da almeno settant’anni ed i nomi utilizzati sono di fantasia.

Vagabondi e clochard: esistenze invisibili

Immagine 2, b. 407, f. P. M.

Nel corso dell’Ottocento e del Novecento il manicomio è stata la dimora di quegli individui considerati devianti sul piano della produttività, non solo in termini fisico-biologici, come prostitute e omosessuali, ma anche in termini socio-economici, come orfani, clochard e vagabondi.

Vagabondi e clochard, a differenza di altre “categorie” di marginalità sociale, hanno subito l’internamento manicomiale non in quanto affetti da malattia mentale, o almeno non solo, ma anche perché considerati di pubblico scandalo o privi di alternative. In alcuni casi questi individui finivano in manicomio perché le istituzioni di tipo assistenziale, come gli “istituti di mendicità”, non potevano o volevano farsi carico di loro, non erano perciò in grado di offrire dimora e assistenza a tutti i clochard.

Il “Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza”, emanato nel 1931, perciò durante la dittatura fascista, aveva un capo specificamente dedicato a malati di mente, intossicati e mendicanti. L’articolo 154 affermava:

“È vietato mendicare in luogo pubblico o aperto al pubblico. […] Il Ministro può autorizzare il Prefetto a disporre il ricovero dell’inabile in un istituto di assistenza o beneficenza.” (18 giugno 1931, n. 773 “Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza”)

L’internamento all’interno dell’istituzione manicomiale di clochard e mendicanti rappresenta il caso più evidente di marginalità sociale: persone considerate devianti per il loro vivere ai margini della società.

I clochard internati nell’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo sono per la maggior parte individui soli, spesso orfani, ma anche insufficienti mentali, malati cronici ed alcolisti. Sono individui destinati a passare, in molti casi, il resto della vita all’interno del manicomio, come già detto, non perché affetti da alienazione mentale, bensì perché gli alienisti non riuscivano a trovare a queste persone una “collocazione” fuori dall’ospedale psichiatrico.

Piero entra nell’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo nel 1913 a trentadue anni e rimane internato fino al 1931, anno in cui muore. La forma morbosa scritta sulla sua cartella clinica è “imbecillita”. Dal diario clinico emerge una storia di solitudine ed emarginazione:

“il malato è un individuo magro asciutto, macilento, di aspetto infantile, i tessuti poveri ed esausti, è ridotto nella miseria più pietosa organica e finanziaria, è infatti scalzo, stracciato, vestito solo di pantaloni rattoppati e laceri ed in una giubba nelle stesse condizioni. Tali condizioni dipendono dalla vita nomade di questo disgraziato che, orfano di padre e di madre e solo con una sorella maritata, ha vissuto da molti anni per i forni, per i pagliai e per le capanne, lavorando ora qui, ora la come garzone, spesso coi frati, ma nella maggior parte dei mesi e dei giorni dell’anno vagolando per le vie delle campagne e della città con degli abbigliamenti ridicoli con i fiori in petto.”

Piero è perciò un clochard rimasto orfano, ma è anche oggetto di derisione da parte degli abitanti del paese:

“ludibrio e scherno di tutti i ragazzi e di tutti quelli che si divertono con le sventure umane; e veniva chiamato ad alta voce con l’appellativo di ‘Giorgio’ oppure ‘bel giovine’ giacche nei momenti di eccitamento si divertiva a saltare goffamente le ragazze e spesso anche a dar loro noia.”

e come se non bastasse

“La gente però non si limitava a chiamarlo per via ma spesso si divertiva a passargli da bere a invitarlo nei bar e nelle bettole ed a metterlo per lo meno (sic) in stato di ebbrezza, finché barcollante lo lanciava per la via divertendosi a tale spettacolo. E questo disgraziato non raggiungeva spesso neanche la capanna ma si adagiava perfino sotto i panchini di piazza d’armi e dala [sic] passava la notte! Passati molti anni di questa vita indebolito, intossicato, ridotto anemico, finalmente molte persone si sono interessate di lui ed hanno consigliato…la sorella a mandarlo al manicomio.”

L’ospedale psichiatrico non è la soluzione per Piero, lo riconosce perfino l’alienista, il quale lo definisce “tranquillo, quiete e di animo mite” e poi aggiunge “si escogitasse ogni mezzo per vedere se fosse il caso di ricoverarlo in qualche ricovero piuttosto che nel manicomio”; per questa persona, che è povera e sola, non matta, sarebbe meglio un altro tipo di istituzione, come un ricovero per senzatetto, il problema è che “dai molti che lo consolavano impietositi e dalla sorella furono fatte delle richieste perché fosse ricoverato nel locale ricovero di mendicità, ma alla sua accettazione si è spesso opposto il fatto che la frenastenia del soggetto era cosi popolare che avrebbe portato il dileggio e lo scandalo all’individuo perfino sotto la divisa del ricoverato della casa di ricovero e la disciplina di quell’istituto ne avrebbe risentito”. (Archivio Storico Ospedale Neuropsichiatrico di Arezzo, ASONAr., b. 407, f. P.M., 1913)

L’ipotesi iniziale dell’alienista è di ricoverare Piero in manicomio solo per un breve periodo, il tempo necessario per far dimenticare al paese chi fosse, in modo che non potesse creare scandalo una volta trasferito nell’istituzione per senzatetto; questa ipotesi non si è mai verificata, infatti Piero passa quasi vent’anni all’interno dell’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo, nonostante non sia un individuo affetto da alienazione mentale. Piero subisce l’istituzione manicomiale da una parte a causa dello scherno nei suoi confronti da parte del resto della società e dall’altra parte a causa della sua condizione socioeconomica e di un contesto familiare assente.

Immagine 3, b. 572, f. E.C.

Immagine 4, b. 572 f. E.C., è la stessa persona dell’immagine precedente

Una clochard che passa vent’anni nel manicomio di Arezzo è Elisa. Quest’ultima è una donna che all’interno dell’istituzione totale “lavora […] per fabbricarsi grotteschi cappellini o fiocchi e assettarsi le vesti. Passa le giornate seduta: legge qualsiasi frammento di giornale o libro le capiti”. La maggior parte delle informazioni su questa donna gli alienisti aretini le ottengono da “una persona che ebbe un tempo intima conoscenza della ricoverata”, il commendatore N., il quale in una lettera, conservata all’interno della cartella clinica, scrive:

“La C. si chiama Elisa […] abbandonava la città definitivamente verso il 1907, per restituirsi a Vicenza, ove aveva la madre e due sorelle nubili: si recava dipoi (ignoro l’anno) a Marostica, nella stessa provincia: ma ivi deve aver fatto prove così savie che nel 1918 per determinazione del comando militare cola di stanza, venne inviata presso il manicomio di Vicenza”.

Tra i documenti presenti nella cartella clinica si scopre l’elenco dei ricoveri manicomiali precedenti: uno nel centro Italia alla fine dell’Ottocento e sei nel manicomio di Vicenza negli anni successivi. Nella lettera il commendatore afferma di aver conosciuto Elisa nel 1903 e di averla ritenuta “come una dispensatrice di favori” e di non vederla da quando la donna gli affidò la figlia:

“Credetti bene di riconoscere la figlia, anche per compassione verso la piccola creatura, che potetti collocare presso le Orsoline di Roma, avendomela la madre abbandonata in ufficio, […] è una giovane diciottenne, molto svegliata [sic] e intelligentissima, buona di cuore e molto affezionata a me”.

Elisa, a detta dello psichiatra che redige il diario clinico, è mansueta con le infermiere, ma non

tollera le altre internate, poiché è convinta che possano trasmetterle delle malattie e di sé dice che “faceva il ‘mestiere di girovaga’ andava alla questura, alla ricerca di elemosina; era tempo di guerra si saranno insospettiti e l’avranno fatta qua rinchiudere. Prima che a Marostica, faceva la girovaga a Roma. In Roma è stata vari anni: prima vi aveva ‘casa e palazzo’ e poteva disporre di tanto denaro da gettarne a palate e dopo ha dovuto starvi senza alcun domicilio e facendo la girovaga. […] porta di continuo a tracolla una grossa sacca piena di fiocchi, di cappellini, di pettini e di altra cianfrusaglia: non l’abbandona mai”.

Riguardo alla figlia, che vive a Roma, “al personale ha più volte dichiarato di avere una figlia vivente” o ancora “ha detto che brama riveder sua figlia”, ma alla fine lo psichiatra liquida queste richieste come prive d’amore e d’interesse. (ASONAr., b.572, f. E.C., 1918)

Elisa lascia l’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo nel 1938, anno in cui viene trasferita nel manicomio di Volterra.

Sia il caso di Elisa sia quello di Piero sono casi di lungodegenza: entrambi passano molti anni internati; completamente diverse sono le vicende di altri clochard e mendicanti, che muoiono in manicomio dopo pochi giorni dal ricovero. Un esempio è il caso di Luca, che ha trentatré anni nel 1906, quando viene ricoverato. Nel diario clinico è descritto come:

“un individuo di costituzione scheletrica regolare, cieco, denutrito, estenuato dalla grave agitazione, in cui versa. Poche ore dopo la sua ricezione fu dovuto isolare in cella perché continuamente gridava a squarciagola e si provava di picchiare chi gli si fosse avvicinato. L’a. è disorientato, confuso. I suoi discorsi sono un guazzabuglio di frasi, fiorito di bestemmie. Eietta sconnesse idee deliranti di grandezza. Chiede instantemente [sic] del vino. Il suo umore è variabile ora gaio ora adirato”. (ASONAr., b. 404, f. L.G., 1906)

Luca muore dopo solo due giorni dal ricovero: affogato nel vomito durante l’alimentazione forzata con la sonda gastrica. La breve storia di Luca, la cui cartella è scarna e priva di fotografie, è ancora una volta la storia di un uomo internato in quanto considerato di pubblico scandalo, infatti nella sua modula informativa si scopre che, come Piero, anche Luca è “soggetto di scherno”.

Immagine 5, b. 395, f. A.C.

Sia il diario clinico di Elisa sia quello di Piero sono ricchi di dettagli, dalle loro cartelle cliniche emergono le vicende personali di questi individui, seppur il racconto sia sempre mediato dallo sguardo psichiatrico; però molte cartelle cliniche di casi di lungodegenza sono scarne, interi decenni riassunti in poche pagine di diario clinico.

Un’altra storia di lungodegenza è quella di Andrea. Questi ha trentacinque anni quando entra nel manicomio di Siena e ne ha settantadue quando muore nell’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo. Passa trentasette anni all’interno dell’istituzione manicomiale. Al momento del ricovero alla voce professione viene scritto “accattone” e a quella relativa alla condizione economica si legge “miserabile”, eppure leggendo il suo fascicolo si scopre che Andrea non è sempre stato un clochard: “discretamente intelligente; educato civilmente; istruito sa leggere e scrivere […] nessuna abitudine o tendenza riprovevole; guardia carceraria prima e vagabondo in seguito, rubò […] una gallina e fu rinchiuso nelle Carceri giudiziarie di Arezzo […] secondo quello che ci hanno raccontato, risulterebbe che il C. mentre era Guardia Carceraria […] fu licenziato subito dal corpo e rimandato al suo paese.[…] Ritornato il C. nell’aretino, senz’arte e senza pane, menò per qualche tempo vita stentata chiedendo l’elemosina. Finalmente preso di mira dagli Agenti di P.S. per oziosità e vagabondaggio, fu trovato possessore di una gallina, che aveva senza dubbio rubata e quindi arrestato e tradotto alle carceri d’Arezzo. Qui commetteva stranezze di ogni genere, faceva discorsi incoerenti, si arrampicava ad un’alta inferriata e quindi lasciavasi cadere ad un tratto ed urtando con grande violenza contro il pavimento, rimaneva per qualche tempo privo dei sensi fu subito [noto] che egli potesse essere affetto da alienazione mentale con tendenza al suicidio e fu associato in queste stanze d’osservazione il 23 luglio” (ASONAr., b. 395, f. A.C., 1901)

La storia di Andrea è la storia di un uomo che vive l’istituzione totale sia nei panni del sorvegliante, quando lavora come guardia carceraria, sia in quelli del sorvegliato, quando si trova internato in

manicomio; è una storia paradossale e forse è proprio perché ha lavorato in carcere, che quest’uomo vive l’ospedale psichiatrico peggio di altri internati, poiché conosce già le dinamiche di controllo e i meccanismi del potere che si instaurano all’interno di un’istituzione totale.

Tra le cartelle cliniche di clochard e vagabondi si leggono storie di profonda solitudine ed abbandono più che casi di alienazione mentale; spesso queste persone non destavano neanche l’interesse clinico dell’alienista, che si limitava a scrivere per molti anni “stato invariato” sulla cartella clinica.

Orfani e minori: gli ultimi tra gli ultimi

Immagine 6, b. 433, f. N.E.

Immagine 7, b. 433, f. N.E., è la stessa persona dell’immagine precedente

Tra gli individui che nel corso del Novecento hanno subito l’internamento psichiatrico in quanto considerati improduttivi e/o privi di contesti familiari ci sono stati anche molti minori.

La legge del 1904 non forniva indicazioni su che eta dovessero avere gli internati, per questo motivo molti bambini, seppur in percentuale fortemente minore rispetto agli adulti (Sartori E., 2006), sono finiti in manicomio. Nel caso dell’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo la situazione per i bambini era ancora più drammatica rispetto agli altri ospedali psichiatrici, poiché in questo manicomio era assente un reparto infantile e di conseguenza i bambini internati si trovavano a condividere il reparto con i degenti adulti. Erano minori affetti da “idiotismo”, bambini agitati o ribelli, epilettici, ma anche figli di alcolisti, di sifilitici, di prostitute e orfani di guerra. Si trattava di bambini incapaci di adattarsi al lavoro minorile, bambini che oggi sarebbero ritenuti mentalmente sani o che troverebbero il sostegno di cui hanno bisogno.

I bambini che entrano in manicomio all’inizio del Novecento sono spesso privi di un contesto familiare stabile o considerati aprioristicamente portatori di malattie mentali, a causa delle abitudini e delle patologie dei genitori o di altri familiari, in questa ottica l’anamnesi familiare diventa una vera e propria condanna per molti internati, non solo minorenni. Un esempio è il caso di Gianni, un bambino affetto da “degenerazione del carattere” così descritto dall’alienista:

“il piccolo malato appartiene a famiglia di degenerati. Madre dedita all’alcol ed al vizio, […] Le due femmine [sorelle del bambino] emigrarono dedicandosi alla vita allegra ambedue, uno dei figli dopo aver fatto vita disoccupata in gruppo si arruolò nel corpo delle guardie di P.S. ne più si e visto. L’altro figlio […] si dette al vagabondaggio e all’alcol.” (ASONAr., b. 407, f. G.M., 1910)

In altri casi si tratta di bambini i cui genitori non possono prendersi cura di loro. Nicla ha appena sei anni quando entra nel manicomio di Arezzo, dove rimane per dodici anni, fino al 1918, quando muore a causa di una polmonite bilaterale. Nonostante abbia passato così tanti anni in ospedale psichiatrico la sua cartella è scarna e il suo diario clinico è di appena una pagina. La diagnosi del medico curante che ne chiede l’internamento è “imbecillita”, mentre secondo l’alienista “è una bambina idiota di sana e robusta costituzione fisica, regolarmente conformata” e più avanti riguardo la situazione familiare della bambina afferma “suo padre si è recato spesse volte a visitarla: avendogli io proposto di prendere in custodia la bimba, si è sempre rifiutato, adducendo com ragioni il fatto che in sua casa non ha modo di poterla far custodire convenientemente e di esercitare su di essa l’indispensabile sorveglianza”. (ASONAr., b. 433, f. N.E., 1906)

Il rapporto con i familiari è fondamentale e in molti casi determinante per permettere ai degenti di uscire dal circuito manicomiale. Una minore internata ad Arezzo priva di rapporti stabili con i familiari è Ada. Ha solo diciassette anni quando entra in ospedale psichiatrico la prima volta, la diagnosi è “imbecillita”, il contenuto della sua cartella è scarno, ma è significativo un passaggio di una lettera scritta dall’alienista alla sorella dell’internata:

“la vostra sorella Ada sta molto tranquilla e contenta quando riceve vostre notizie. Appena rimane un po’ di tempo senza vostre lettere crede che ciò dipenda da nostra trascuratezza. Prego di scriverle spesso e dirle che io vi invito a venire qua. Infatti se veniste a farle una visita la fareste felice […] Se poi voi intendeste prenderla con voi, essa potrebbe farvi da servetta perché è buona e brava. In tal caso potrei consegnarvela se voi stessa venisse qua .Rispondete qualcosa, anche per far soddisfatta la ragazza.” (ASONAr., b. 615, f. A.S., 1915)

In questo caso è proprio l’alienista a cercare i parenti e, come nel caso di Nicla, a tentare di far uscire dal manicomio questa ragazza.

Ancor più significativa riguardo il rapporto alienista-familiari è uno scambio di lettere presente nella cartella di Fabiana, internata nell’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo per “cleptomania”: “Carissima Fabiana, per il momento a te non resta altro pregare a salvarti l’anima! Non sapere altro di qua non ti interessare di molto, ci hai levato l’amore e la salute a tutti, ci dovevi un po’ penzare [sic], se il mondo cambierà lo vedrai in seguito ma non lo sarà facile prega e spera, per l’anima tua. Tanti auguri”.

Questa missiva è scritta dalla sorella dell’internata e diventa oggetto della riflessione dell’alienista, il quale la definisce “esempio di scrittura ‘di bellissima ferocia’, d’inopportunità e di incommensurabile egoismo”, decidendo di non consegnarla alla destinataria e di rispondere personalmente alla mittente:

“Gen. Signora, voglia perdonarmi la somma franchezza: non si scrive a una sorella che ancora non si sa se e o no malata di mente […] una lettera cosi…feroce! E non si scrive in modo che le pervenga il giorno della Pasqua!” (ASONAr., b. 621, f. F.A., 1936)

Annita viene internata per la prima volta nel 1912 al San Niccolò, il manicomio di Siena, all’eta di dieci anni. Gran parte delle informazioni disponibili su questa piccola internata provengono dalla “Tabella nosografica” dell’ospedale psichiatrico senese e da questo documento emerge oltre alla diagnosi di “epilessia”, i giudizi morali degli alienisti, i quali affermano “si nota soprattutto che la bambina è stata molto male educata: ha tendenze alla ribellione e al turpiloquio” e più avanti nel diario clinico “è abbastanza educabile e infatti opportunamente corretta, ha lasciato certe abitudini poco lodevoli come quella di pronunziare parole oscene e anche bestemmie. Rimane sempre una certa ipocrisia e tendenza all’invidia per cui vede di malocchio tutto quanto vien fatto agli altri bambini del reparto”. Dopo un anno passato a Siena, Annita viene trasferita all’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo “per ragioni amministrative” e successivamente viene dimessa “in esperimento con sussidio di £ 10 mensili affidata al padre”; ciononostante Annita è internata nuovamente nel 1916 e rimane in manicomio fino al 1918, quando muore, come Nicla, “per polmonite bilaterale”. (ASONAr., b. 433, f. A.E., 1913)

Una storia simile a quella di Annita è quella di Lidia, una bambina che nel 1940 ha tredici anni, descritta dal medico condotto come “sempre più di carattere irrequieto, indocile, irascibile facile a reagire […] se non continuamente sorvegliata si assenta senza scopo alcuno da casa […] non presenta alcun senso anche rudimentale di pudore giungendo fino a denudarsi quasi completamente sulla pubblica strada”. Il rapporto dell’alienista che redige il diario clinico non è molto diverso, questi la descrive come “molto inquieta, agitata, disordinata e sudicia. Nei giorni seguenti si è andata lentamente colmando sinché è ritornata perfettamente tranquilla, obbediente, maneggevole, ordinata”. (ASONAr., b. 433, f. L.D., 1940)

Immagine 8, b. 425, f. A.B.

Immagine 9, b. 425, f. A.B., è la stessa persona dell’immagine precedente

Un’altra bambina che suscita i giudizi morali degli alienisti e ancora di più del resto della società è Gemma. Ha solo otto anni quando, nel 1918, entra nell’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo, orfana di madre e con il padre prigioniero di guerra, vive nel brefotrofio cittadino gestito da suore. Nella sua cartella è presente una lettera scritta dalla Madre superiora dell’orfanotrofio indirizzata al direttore del manicomio Arnaldo Pieraccini:

“Secondo il convenuto mi piace darle qualche notizia della bambina che accompagnai costa. B. Gemma di P. e della fu M.R. […] fu ammessa nell’orfanotrofio delle Suore Stimatine di Arezzo il 25 aprile 1916. Furon riscontrati in essa dei modi inurbani e bizzarri, frutto -si disse- di abitudini non corrette. […] Nell’ottobre del 1916 la B. fu iscritta alla prima classe elementare, ma si dovè dispensarnela presto, per l’irrequietezza della persona che non poteva star occupata. In principio dell’anno scolastico ora in corso, si tentò nuovamente la prova, e la maestra, raddoppiando triplicando anzi intorno a lei la sua pazienza, è riuscita col metodo fonico […] di modo che era quasi a livello delle altre. […] è peggiorata nel carattere ribelle a qualsiasi minuta osservazione: se – per es. – si divertiva a molestare le coetanee ed una maggiore l’avvertiva con buon garbo di smettere, essa rispondeva reciso ‘no’ e si buttava per terra rotolandosi come una bestiola […] Giorni fa […] si avviò arrabbiata in capo alla scala dicendo ‘mi butto…mi butto!’ Presa con le buone scese insieme alle altre […] Da tutto questo si comprende che una bambina tale non è per stare in qualunque comunita, perché certi atti possono influire male sulla educazione delle bambine piccole, e poi perché richiede una vigilanza continua; ci vorrebbe perciò un istituto apposito”

Da questa lettera si comprende che Gemma è mandata in manicomio non solo per le presunte tendenze suicide che ha, ma anche e soprattutto per la sua condotta morale, poiché con i suoi comportamenti potrebbe influenzare le altre bambine e portare così disordine nell’istituzione totale. Lo stesso psichiatra smentisce le presunte tendenze al suicidio di Gemma affermando che “varie volte, come per arrecare dispiacere alle suore, sembra abbia esclamato: ‘tanto mi ammazzo! Tanto voglio morire’ […] un altro consimile tentativo di suicidio […] che ha determinato il di lei internamento nell’Istituto” e più avanti, nel diario clinico, descrive la vita della bambina all’interno dell’istituzione manicomiale “la bimba dice che le monache […] la picchiavano e le mettevano le bende nonostante [ciò] stava volentieri nel convento. Nel manicomio non ci vuole stare perché ci bestemmiano!”. La storia di Gemma è la storia di una bambina che non riesce ad adattarsi alle rigide regole di un’istituzione totale, il brefotrofio, in cui si trova a vivere, è una bambina ribelle e la stessa diagnosi iniziale di “imbecillita” viene contraddetta dal fatto che vada molto bene a scuola.

Dopo un breve periodo di osservazione Gemma viene dimessa in quanto “non essendo risultata affetta da alienazione mentale ma da semplice fatuita” e riesce a non tornare nell’orfanotrofio grazie all’intervento di una donna che “ha per marito il cugino del babbo della bambina e non ci sono altri parenti, sarebbe disponibile a riprendere la bambina senza responsabilita e tenerla come figlia […]la donna che parla ha allattato la bimba e le porta affetto di madre e le case sono limitrofe […]Ella sarebbe una seconda madre, e intelligente, equilibrata e meritevole di trattarla con ogni riguardo”. (ASONAr., b. 558, f. G.B., 1918)

La storia di Gemma è significativa per vari motivi: mostra come l’introduzione del sussidio abbia permesso la dimissione di molti individui considerati non pericolosi a sé o agli altri; ma anche come il resto della societa e altre forme di istituzione totale contribuissero all’internamento manicomiale, Gemma infatti viene condotta in manicomio su richiesta della Madre superiora dell’orfanotrofio e nel suo caso sono proprio gli alienisti a farla uscire dal contesto delle istituzioni totali, riuscendo ad affidarla ad una parente con un piccolo sussidio.

Il sussidio, introdotto ufficialmente solo nel 1978 con la legge 180, è stato fondamentale nella storia degli ospedali psichiatrici, poiché ha finalmente riconosciuto il paziente psichiatrico come paziente, che in quanto tale necessita di un contributo economico, oggi detto assegno di invalidita civile, e di conseguenza ha permesso il ritorno a casa di tanti individui le cui famiglie non potevano farsi carico di loro economicamente.

Completamente diversa è la storia di Donato. Questi ha solo tredici anni quando nel 1923 entra nel frenocomio di Arezzo e ci resta fino al 1928, anno in cui muore per insufficienza cardiaca. È leggendo il diario clinico che si scopre la sua storia:

“Il ragazzo è figlio di ignoti ed era ricoverato nella pia casa di mendicita di Arezzo fino a pochi anni fa; finché una famiglia di Arezzo trasferitasi nell’Isola d’Elba lo portò seco, un anno fa pare fosse colpito da encefalite letargica e venne ricoverato nella clinica medica di Pisa e poi per certi disturbi nervosi nella clinica neuropsichiatrica della R. Universita […], dopo vario tempo venne rimpatriato e ricoverato nell’Ospedale di Arezzo dal quale poi fu inviato in questo Istituto. Tale provvedimento viene motivato dal fatto che il ragazzo aveva un contegno strano, spesso inquieto, clamoroso, era di disturbo per gli altri malati e spesso commetteva disordini e se ne rendeva impossibile la sua permanenza nelle sale dei malati comuni”.

Come nel caso di Gemma, Donato sembra entrare in manicomio non perché affetto da alienazione mentale, bensì per il suo carattere, è lo stesso alienista ad affermarlo esplicitamente “il fatto principale del paziente e il carattere cattivo, prepotente, scandaloso, lo definisce clamoroso, inquieto, disobbediente, incorreggibile” e ancora “la degenerazione del carattere si accentua ogni giorno di più”. Gran parte del diario clinico è dedicato alla descrizione minuziosa dei sintomi tipici dell’encefalite letargica di cui è affetto il ragazzo, come “sempre si notano in lui i moti di tremori parkinsoniani” e più avanti “il sonno e spesso di giorno, si nutrisce lento lento e spesso si addormenta durante il pasto”. (ASONAr., b. 404, f. D.M., 1921)

Le immagini della cartella clinica di Donato mostrano la condizione dei bambini all’interno del manicomio, erano davvero, troppo spesso, gli ultimi tra gli ultimi, vale a dire che neanche i medici sapevano che faccia avessero: nel fascicolo di Donato sono presenti quattro fotografie, di queste due ritraggono un bambino in primo piano e le altre due una coppia di bambini a figura intera; la dimostrazione di quanto questi bambini fossero abbandonati a se stessi ci è data proprio da queste immagini: i ritratti sono sbarrati da una X, ad indicare che il bambino presente in quelle immagini non è Donato, bensì un altro bambino, forse suo amico, visto che nelle altre fotografie sono insieme.

Immagine 10, b. 409, f. D.M.

Immagine 11, b. 409, f. D.M., particolare

Conclusioni

La storia di Donato e di altri bambini internati nel manicomio di Arezzo, così come la storia di Piero e di altri clochard o girovaghi, sono le storie di individui soli, figli della poverta, in alcuni casi orfani, in altri abbandonati dalle rispettive famiglie. Sono storie colme di dolore e dimenticate nella narrazione ufficiale della storia dell’istituzione manicomiale, sono vite che Foucault forse definirebbe “di uomini infami” (Foucault M., 2009): vite che sfuggono all’oblio solo nel momento in cui si rapportano con il potere, in questo caso lo sguardo psichiatrico.

Gli individui raccontati in questo saggio sono vittime non solo della “medicalizzazione del diverso” propria della psichiatria del primo Novecento, ma anche e soprattutto vittime della societa: è la societa sana che chiede l’internamento in manicomio dei devianti, è la societa che richiede l’allontanamento e l’isolamento di questi individui.

Le fonti archivistiche offrono la possibilita di comprendere direttamente la psichiatria del secolo scorso: attraverso questi fascicoli è possibile capire cosa pensassero e come ragionassero gli alienisti quando si rapportavano con i degenti.

I dati d’archivio, le cartelle cliniche cliniche di un secolo fa, però offrono anche riflessioni sul presente, perché è vero che grazie alle legge 180 i manicomi in Italia non esistono più, ma i meccanismi di esclusione ed emarginazione del diverso sono ancora gli stessi e si esplicano anche al di fuori dell’istituzione totale. Uno dei grandi timori di Basaglia e dei basagliani era che, chiusi i manicomi, si potesse ri-creare il manicomio fuori dal manicomio; osservando la societa attuale, a distanza di esattamente quarant’anni dalle legge 180, forse bisogna ammettere che questo timore non era infondato, poiché oggi ancora si verificano le stesse dinamiche di esclusione, sia nei confronti dei portatori di un disagio mentale sia nei confronti di coloro che si discostano da una o più norme sociali dominanti.

Bibliografia

-Babini, V.P., 2011 Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento,

Bologna, Il Mulino

Coffin J-C., 1991 Le diagnosi mediche sulla società di Bénedict Augustin Morel e Cesare Lombroso, “Annali Fondazione Einaudi”, 25

-Foucault M.

1976 Storia della follia nell’età classica, Milano, Rizzoli 1978 Sorvegliare e punire, Torino, Einaudi

2009 La vita degli uomini infami, Bologna, Il Mulino

Gervasoni M., 1997 Cultura della degenerazione” tra socialismo e criminologia alla fine dell’Ottocento, “Studi storici”, 3

-Goffman E.

1968 Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Torino, Einaudi 2004 Stigma. L’identità negata, Verona, Ombre Corte

Pick D., 1999 I volti della degenerazione: una sindrome europea 1848-1918, Scandicci, La Nuova Italia

-Sartori E., 2006 Bambini dentro. I minori in ospedale psichiatrico nel XX secolo: il caso del S. Maria della Pietà di Roma, Trento, Uni Service

-Valeriano A.

2014 Ammalo di testa. Storie del manicomio di Teramo (1880- 1931), Roma, Donzelli 2017 Malacarne, donne e manicomio nell’Italia fascista, Roma, Donzelli

Siti consigliati

Carte da legare. Archivi della psichiatria in Italia http://www.cartedalegare.san.beniculturali.it/

“Carte da Legare. Archivi della psichiatria in Italia” è un progetto della “Direzione generale archivi” del MiBAC il cui obiettivo è dare una visione organica del materiale archivistico manicomiale conservato. Il progetto è nato nel 1999 dal manicomio di Roma, il Santa Maria della Pieta, per poi estendersi sul resto del territorio nazionale. È un sito fondamentale per chiunque voglia approcciarsi alla storia dell’istituzione manicomiale italiana e alla storia della psichiatria più in generale.

M u s e o d i s t o r i a d e l l a p s i c h i a t r i a , M u s e i C i v i c i d i R e g g i o E m i l i a

http://www.musei.re.it/collezioni/museo-di-storia-della-psichiatria/

Il sito del “Museo di storia della psichiatria” offre una panoramica sulla storia dei manicomi in Italia, dando particolare attenzione alla storia del San Lazzaro, il manicomio di Reggio Emilia

Biografia

Camilla Ciardo nasce a Siena nel 1992, dopo la maturita classica si trasferisce da Firenze a Bologna per fare il DAMS e successivamente la magistrale in Arti Visive. Nonostante gli studi in Storia dell’arte, sia per la tesi di laurea triennale sia per quella specialistica ha affrontato la storia dell’istituzione manicomiale italiana, dando particolare attenzione alle testimonianze orali di alcuni psichiatri che hanno vissuto in prima persona la legge 180 e alle fonti archivistiche dell’archivio storico dell’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo.

Biography

Camilla Ciardo was born in Siena in 1992. After classical high school in Florence she moves to Bologna for the college. She studies art history, but her dissertation for graduation focalizes on the story of asylums in Italy: in 2015 she interviews some therapists, who worked in italian’s asylums in 70s and 80s, and she analyzes psych records preserved in historical storage of mental hospital in Arezzo.

Iscriviti alla Newsletter di Storia e Futuro

Sarai sempre informato sulle uscite della nostra rivista e sulle nostre iniziative.

La tua iscrizione è andata a buon fine. Grazie!

Share This